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2018-11-21
Aquarius sequestrata: «Ha scaricato illegalmente nei porti materiale infetto»
ANSA
Li definivano «porti sicuri» ma, in realtà, li trattavano alla stregua di pattumiere. Risparmiando sullo smaltimento avrebbero potuto diffondere epidemie pericolosissime scaricando tra i rifiuti indifferenziati delle navi, con le quali hanno trasportato i migranti, le componenti mediche utilizzate per curare malati di scabbia, Hiv, meningite, sifilide e infezioni del tratto respiratorio come la tubercolosi. E gli abiti contaminati indossati dagli immigrati al loro arrivo? «Noi li classifichiamo come rifiuto speciale, come se fossero stracci della sala macchina». Le intercettazioni che incastrano Medici senza frontiere sono contenute in una richiesta di sequestro di 80 pagine.
A bordo delle navi Aquarius e Vos Prudence l'allerta era massima. E infatti i bollettini di ricerca e soccorso sulle condizioni sanitarie degli immigrati assistiti dai volontari della Ong Medici senza frontiere e Sos Mediterranée avevano segnalato il pericolo di «trasmissione di virus o agenti patogeni contratti durante il viaggio». Il personale di bordo era consapevole di avere tra le mani materiale sanitario pericoloso, ma lo ha smaltito nella pattumiera dei porti italiani. E così ieri il gip di Catania Carlo Cannella, su richiesta del procuratore Carmelo Zuccaro, ha disposto il sequestro della nave Aquarius, ferma da settimane nel porto di Marsiglia dopo il ritiro della bandiera da parte delle autorità di Panama. Sequestrati anche alcuni conti bancari di Msf. In totale si tratta di 24 tonnellate di rifiuti pericolosi, con un risparmio di costi di 460.000 euro. Gli indagati che «avrebbero avuto la consapevolezza della pericolosità» di ciò che hanno smaltito illecitamente, in 44 occasioni accertate, nei porti italiani di primo approdo sono 12. Compresi tutti i capi delle missioni di Msf che si sono avvicendati alla guida degli equipaggi.
L'Ong Msf (nelle sue propaggini olandese e belga) è coinvolta perché produttrice dei rifiuti smaltiti in modo illegale. Per il traffico, invece, sono indagati Michele Trainiti, vicecapo missione in Italia di Msf Belgio; Cristina Lomi, vicecoordinatrice nazionale addetta all'approvvigionamento della Missione Italia, Marco Ottaviano, Logbase e liaison officer di Msf; Evgenii Talanin, comandante della nave Aquarius; Oleksandr Yurchenko, primo ufficiale di coperta dell'Aquarius; Aloys Vimard e Marcella Kraaij, coordinatori del progetto Sar Aquarius di Msf Olanda; Joachim Tih, coordinatore logistico del progetto Sar dell'Aquarius, Martinus Taminiau, delegato alla logistica a bordo dell'Aquarius, Nicholas Romaniuk, coordinatore di progetto Sar a bordo della nave Aquarius. E con loro ci sono anche Francesco Gianino, agente marittimo intermediario dei rapporti commerciali tra Msf e le imprese che hanno smaltito i rifiuti di bordo, e Giovanni Ivan Romeo, braccio destro di Gianino.
Ovviamente per Msf si tratta solo di un «attacco inquietante e strumentale». A bordo però l'equipaggio preparava la linea difensiva. E a telefono con Avalle, Vimard «manifesta», annotano gli investigatori, «la consapevolezza» dello smaltimento illecito. E si lascia scappare: «Va bene, perché non abbiamo separato (i rifiuti, ndr)? Perché non c'erano elementi contaminati nella nostra spazzatura che è stata trovata».
E invece sapevano anche ciò che era stato trovato. Gianino, infatti, a telefono con Romeo, dopo aver tentato uno scaricabarile sugli equipaggi, dice: «C'erano siringhe avvolte nei sacchi no... così buttate, erano avvolte proprio dentro ai sacchi (...) è incredibile... cose contaminate, c'è di tutto, hanno trovato di tutto».
Spulciando tra la documentazione marittima, gli investigatori hanno scoperto che, 24 ore prima dell'approdo in un porto, il comandante della nave trasmetteva alle autorità marittime e all'agenzia marittima raccomandataria il modulo di notifica che indicava la categoria e i quantitativi di rifiuti da smaltire.
In base alla tipologia dei rifiuti a bordo il gestore dell'impianto portuale organizzava il servizio di raccolta e, al termine delle operazioni, l'operatore ecologico consegnava al comandante il buono di servizio giornaliero. Una sorta di certificazione per la presa in carico dei rifiuti dichiarati dallo smaltitore.
Dalle Ong però arrivavano solo richieste per smaltire rifiuti generici. E invece c'erano indumenti, scarti di alimenti e rifiuti sanitari infettivi che, stando all'accusa, avrebbero potuto diffondere malattie pericolosissime, esponendo al rischio soprattutto chi quei rifiuti li ha ritirati. E con 8 euro a sacco li hanno spediti dritti dritti negli inceneritori. Il risparmio? Gli indagati parlano a telefono anche di quello. E in una occasione, prima di sbarcare a Salerno, gli investigatori li hanno ascoltati mentre facevano i conti: «(...)nella voce capacità di stoccaggio... io direi di metterla là, ma sai quanto risparmi? Risparmi 7.000 euro». Per un solo smaltimento. E dei pericoli chi se ne frega. Tuona il ministro Matteo Salvini: «Ho fatto bene a bloccare le navi delle Ong, ho fermato non solo il traffico di immigrati ma da quanto emerge anche quello di rifiuti».
Fabio Amendolara
Msf Italia, una torta che vale 58 milioni
Medici senza frontiere, Ong francese oggi presente in 72 Paesi, si proclama politicamente neutrale. Ma se non bastassero le sue battaglie immigrazioniste a smascherarla, si potrebbe dare un'occhiata alla sua storia e soprattutto alla storia di uno dei suoi cofondatori, il fisico Bernard Kouchner. Un passato nel partito comunista, frequentazioni con Fidel Castro a Cuba e una folgorante carriera politica cominciata con i socialisti nel 1988, che però lo ha portato al governo, precisamente al ministero degli Esteri, anche quando all'Eliseo dimorava il moderato di centrodestra Nicolas Sarkozy.
Aver accettato quell'incarico gli costò l'espulsione dal Partito socialista, che con Lionel Jospin lo aveva già resto ministro della Salute. Più che neutrale, l'Ong sembra equipaggiata per destreggiarsi tra tutti gli schieramenti politici. E ai «salti della quaglia» di Kouchner si aggiungono le porte girevoli tra Msf e l'onnipresente Open society foundation di George Soros.
Che dire, ad esempio, della figura di Marine Buissonnière, ex segretaria generale di Medici senza frontiere, poi direttrice del programma salute di Open society e poi di nuovo collaboratrice di Msf? Chi avrebbe mai potuto immaginare che ci fosse tale permeabilità tra la piovra sorosiana e l'Ong medica che conta 30.000 dipendenti?
Per carità, da parte dell'ente creato nel 1971 dopo che i suoi ideatori, medici e giornalisti, avevano visto con i loro occhi gli orrori della guerra del Biafra, c'è indubbiamente trasparenza. Non solo i bilanci sono pubblici, ma Medici senza frontiere Italia, pur non avendo alcun obbligo di legge, se li fa pure certificare da un revisore esterno. È proprio approfittando di tale pubblicità, però, che ci si può rendere conto delle dimensioni e del peso economico di questo colosso dell'umanitarismo. Msf Italia nel 2017 ha rendicontato un bilancio da quasi 58 milioni di euro, con un incremento di circa il 2% rispetto all'anno precedente. Complessivamente, la torta di questa Ong, che per il 96% deriva da donazioni private, vale qualcosa come 1,53 miliardi di dollari. L'organizzazione si vanta di spenderne il 67% direttamente a scopi benefici. Il resto serve per i costi amministrativi e per l'allestimento delle campagne di raccolta delle donazioni.
Già, perché per ricevere soldi servono soldi: il 17% delle risorse messe in bilancio da Msf Italia serve appunto per organizzare la raccolta dei finanziamenti. Peraltro - e a conferma della sua filosofia pro migrazioni - nel giugno 2016, in polemica con l'accordo per la chiusura della rotta balcanica stretto tra Europa e Turchia, l'Ong aveva rinunciato ai fondi Ue (46 milioni di euro nel 2015).
Altrettanto cristallina è l'ispirazione ideologica dei dirigenti dell'associazione. Kouchner è stato un sostenitore degli interventi militari «umanitari», della destituzione di Saddam Hussein e nel 2012 firmò un appello lanciato da Soros per il rafforzamento del processo di integrazione europea.
L'ex presidente di Msf Italia, Loris De Filippi, in un'intervista pubblicata da Huffington Post a febbraio 2016 dichiarò che in Siria era necessario «trattare con l'Isis», precisando che la sua organizzazione disponeva di «canali aperti con i jihadisti». Una logica ineccepibile quella di intavolare un dialogo con i tagliagole, proclamandosi al contempo paladini dei diritti umani.
Claudia Lodesani, che è succeduta a De Filippi ad aprile 2018, non ha perso tempo a farsi notare per le sue critiche alle norme sui migranti incluse nel dl Sicurezza voluto da Matteo Salvini, da lei definito un provvedimento «fazioso e strumentale». Un curriculum niente male, per l'Ong dei medici «neutrali».
Alessandro Rico
E Mediterranea sposta l’attenzione sul caso della Nivin sgomberata
Un mare di coincidenze, questo Mediterraneo. Proprio in cui la famigerata nave Aquarius viene sequestrata per ordine della procura di Catania, ecco che scatta la controinformazione: protagonista un'altra nave, la Nivin, un mercantile battente bandiera panamense, fermo da 12 giorni nel porto libico di Misurata, con a bordo 79 persone soccorse in mare aperto la notte tra il 7 e l'8 novembre, mentre tentavano di raggiungere le coste italiane a bordo di una «carretta del mare», naufragata a poche miglia dalle coste libiche.
Una volta effettuato il soccorso, la Nivin ha fatto rotta verso la Libia, e ha raggiunto il vicino porto di Misurata. Qui i profughi a bordo del mercantile hanno dato vita a una protesta clamorosa: si sono rifiutati di sbarcare, contravvenendo agli ordini delle autorità libiche, e costringendo il comandante e l'equipaggio della nave a restare fermi nel porto, senza poter riprendere la navigazione.
Cinque giorni fa, 18 persone hanno accettato di lasciare la nave, e sono state portate in un centro di detenzione. Il resto dei profughi ha continuato nella sua protesta, fino a quando, ieri pomeriggio, la guardia costiera libica ha fatto irruzione a bordo della Nivin per far scendere tutti. Un blitz condotto dalle forze dell'ordine di Misurata su ordine della magistratura locale, che avrebbe provocato il ferimento di sette persone, colpite da proiettili di gomma, e che ha dato il via libera a una operazione mediatica messa in campo dalla Ong Mediterranea, che già da giorni stava seguendo la vicenda, chiedendo che i profughi a bordo della Nivin venissero trasportati direttamente in Europa.
«Le forze armate libiche hanno fatto irruzione sulla Nivin», ha prontamente denunciato la Ong, sostenendo che a bordo ci siano state «violenze», e parlando di «persone ferite in ospedale e altre ricondotte a forza nei centri libici. Italia e Ue», ha ammonito la Ong, «si assumano la responsabilità delle loro scelte politiche». Immediata è scattata la macchina della propaganda «buonista»: «Dopo diversi giorni», ha dichiarato Erasmo Palazzotto, deputato di Liberi e Uguali (esiste ancora?) «in cui il mercantile Nivin è rimasto bloccato a Misurata in Libia con 79 migranti a bordo salvati su indicazione della Guardia Costiera italiana, oggi forze libiche hanno fatto irruzione e sono salite a bordo del mercantile prelevando con la forza i migranti. Non possiamo», ha aggiunto Palazzotto, «restare indifferenti di fronte al destino di queste persone che oggi tornano di nuovo in campi di detenzione, di tortura e di violenza. Una cosa gravissima di cui chiederemo conto al ministro degli Affari esteri, Moavero Milanesi».
Riepiloghiamo: un mercantile panamense soccorre un gruppo di naufraghi a poche miglia dalle coste della Libia, li porta in salvo a Misurata, questi si rifiutano di scendere dalla nave, tenendola in balia dei loro desideri, le autorità libiche (magistratura e forze dell'ordine) fanno irruzione e li riportano a terra e la colpa di chi è, secondo la sinistra? Del governo italiano! Se non ci fosse da piangere, verrebbe da ridere, ma purtroppo la questione è terribilmente seria. Prima di esprimere giudizi, occorrerebbe documentarsi a fondo su quanto è accaduto. Leggendo, oltre ai tweet allarmati e allarmanti delle Ong, anche quello che dicono le autorità della Libia.
«I migranti della Nivin», ha spiegato per esempio, a France 24, il direttore della sicurezza del porto di Misurata, «sono accusati di pirateria. Nel corso dell'irruzione sono stati sparati proiettili di gomma e lacrimogeni e i feriti sono stati ricoverati in ospedale». Secondo alcuni media libici, che riportano quanto riferito da fonti della sicurezza, ieri mattina la Procura generale ha dato l'ordine di effettuare per l'irruzione a bordo del mercantile, per sgomberare i migranti, dopo «il fallimento dei negoziati» per farli scendere, durati più di 10 giorni. Sulla Nivin, secondo le fonti, c'erano «94 migranti da Somalia, Eritrea, Sudan, Bangladesh e Pakistan: 18 di loro hanno deciso di consegnarsi alla Guardia costiera», mentre gli altri hanno scelto di proseguire nel loro braccio di ferro con le autorità locali, fino al blitz di ieri.
Infine, il capitano Ayoub Qasem, portavoce della Marina libica, aveva spiegato l'altro ieri ad Agenzia Nova che i suoi uomini avrebbero aiutato il mercantile Nivin durante il salvataggio, ma ha smentito che l'eventuale trasporto nei centri di detenzione per migranti sia di loro competenza: questo compito, infatti, spetta alle forze di contrasto all'immigrazione del ministero dell'Interno guidato da Fathi Bashaga. Secondo quanto riferito da Qasem, infatti, spetta al ministro dell'Interno «occuparsi di questa crisi, in quanto rappresenta un pericolo per il lavoro della Guardia costiera in futuro. Il fatto che dei migranti si rifiutino di scendere in Libia rappresenta un precedente pericoloso per il nostro lavoro: salviamo centinaia di migranti con le nostre piccole motovedette in mare», ha aggiunto Qasem, «e temiamo che in futuro alcuni migranti possano ribellarsi e prendere il controllo delle nostre imbarcazioni per andare verso l'Italia. Bisogna applicare la legge nei confronti di chi si rifiuta di scendere dalla nave per non andare nei centri di detenzione: sono entrati nel Paese in modo illegale e vanno trattati da migranti illegali».
Carlo Tarallo
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Per la Procura, la Ong ha smaltito 24 tonnellate di rifiuti venuti a contatto con Hiv e Tbc. Un affare da 460.000 euro.Introiti da capogiro per l'Ong al centro dell'inchiesta di Catania, che non disdegna rapporti con George Soros.Le forze armate libiche irrompono sul mercantile fermo nel porto di Misurata, con a bordo dei migranti che si rifiutavano di scendere. L'imbarcazione umanitaria italiana ne approfitta per fare propaganda.Lo speciale contiene tre articoliLi definivano «porti sicuri» ma, in realtà, li trattavano alla stregua di pattumiere. Risparmiando sullo smaltimento avrebbero potuto diffondere epidemie pericolosissime scaricando tra i rifiuti indifferenziati delle navi, con le quali hanno trasportato i migranti, le componenti mediche utilizzate per curare malati di scabbia, Hiv, meningite, sifilide e infezioni del tratto respiratorio come la tubercolosi. E gli abiti contaminati indossati dagli immigrati al loro arrivo? «Noi li classifichiamo come rifiuto speciale, come se fossero stracci della sala macchina». Le intercettazioni che incastrano Medici senza frontiere sono contenute in una richiesta di sequestro di 80 pagine.A bordo delle navi Aquarius e Vos Prudence l'allerta era massima. E infatti i bollettini di ricerca e soccorso sulle condizioni sanitarie degli immigrati assistiti dai volontari della Ong Medici senza frontiere e Sos Mediterranée avevano segnalato il pericolo di «trasmissione di virus o agenti patogeni contratti durante il viaggio». Il personale di bordo era consapevole di avere tra le mani materiale sanitario pericoloso, ma lo ha smaltito nella pattumiera dei porti italiani. E così ieri il gip di Catania Carlo Cannella, su richiesta del procuratore Carmelo Zuccaro, ha disposto il sequestro della nave Aquarius, ferma da settimane nel porto di Marsiglia dopo il ritiro della bandiera da parte delle autorità di Panama. Sequestrati anche alcuni conti bancari di Msf. In totale si tratta di 24 tonnellate di rifiuti pericolosi, con un risparmio di costi di 460.000 euro. Gli indagati che «avrebbero avuto la consapevolezza della pericolosità» di ciò che hanno smaltito illecitamente, in 44 occasioni accertate, nei porti italiani di primo approdo sono 12. Compresi tutti i capi delle missioni di Msf che si sono avvicendati alla guida degli equipaggi.L'Ong Msf (nelle sue propaggini olandese e belga) è coinvolta perché produttrice dei rifiuti smaltiti in modo illegale. Per il traffico, invece, sono indagati Michele Trainiti, vicecapo missione in Italia di Msf Belgio; Cristina Lomi, vicecoordinatrice nazionale addetta all'approvvigionamento della Missione Italia, Marco Ottaviano, Logbase e liaison officer di Msf; Evgenii Talanin, comandante della nave Aquarius; Oleksandr Yurchenko, primo ufficiale di coperta dell'Aquarius; Aloys Vimard e Marcella Kraaij, coordinatori del progetto Sar Aquarius di Msf Olanda; Joachim Tih, coordinatore logistico del progetto Sar dell'Aquarius, Martinus Taminiau, delegato alla logistica a bordo dell'Aquarius, Nicholas Romaniuk, coordinatore di progetto Sar a bordo della nave Aquarius. E con loro ci sono anche Francesco Gianino, agente marittimo intermediario dei rapporti commerciali tra Msf e le imprese che hanno smaltito i rifiuti di bordo, e Giovanni Ivan Romeo, braccio destro di Gianino. Ovviamente per Msf si tratta solo di un «attacco inquietante e strumentale». A bordo però l'equipaggio preparava la linea difensiva. E a telefono con Avalle, Vimard «manifesta», annotano gli investigatori, «la consapevolezza» dello smaltimento illecito. E si lascia scappare: «Va bene, perché non abbiamo separato (i rifiuti, ndr)? Perché non c'erano elementi contaminati nella nostra spazzatura che è stata trovata».E invece sapevano anche ciò che era stato trovato. Gianino, infatti, a telefono con Romeo, dopo aver tentato uno scaricabarile sugli equipaggi, dice: «C'erano siringhe avvolte nei sacchi no... così buttate, erano avvolte proprio dentro ai sacchi (...) è incredibile... cose contaminate, c'è di tutto, hanno trovato di tutto».Spulciando tra la documentazione marittima, gli investigatori hanno scoperto che, 24 ore prima dell'approdo in un porto, il comandante della nave trasmetteva alle autorità marittime e all'agenzia marittima raccomandataria il modulo di notifica che indicava la categoria e i quantitativi di rifiuti da smaltire. In base alla tipologia dei rifiuti a bordo il gestore dell'impianto portuale organizzava il servizio di raccolta e, al termine delle operazioni, l'operatore ecologico consegnava al comandante il buono di servizio giornaliero. Una sorta di certificazione per la presa in carico dei rifiuti dichiarati dallo smaltitore. Dalle Ong però arrivavano solo richieste per smaltire rifiuti generici. E invece c'erano indumenti, scarti di alimenti e rifiuti sanitari infettivi che, stando all'accusa, avrebbero potuto diffondere malattie pericolosissime, esponendo al rischio soprattutto chi quei rifiuti li ha ritirati. E con 8 euro a sacco li hanno spediti dritti dritti negli inceneritori. Il risparmio? Gli indagati parlano a telefono anche di quello. E in una occasione, prima di sbarcare a Salerno, gli investigatori li hanno ascoltati mentre facevano i conti: «(...)nella voce capacità di stoccaggio... io direi di metterla là, ma sai quanto risparmi? Risparmi 7.000 euro». Per un solo smaltimento. E dei pericoli chi se ne frega. Tuona il ministro Matteo Salvini: «Ho fatto bene a bloccare le navi delle Ong, ho fermato non solo il traffico di immigrati ma da quanto emerge anche quello di rifiuti».Fabio Amendolara<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/aquarius-sequestrata-ha-scaricato-illegalmente-nei-porti-materiale-infetto-2620917074.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="msf-italia-una-torta-che-vale-58-milioni" data-post-id="2620917074" data-published-at="1773728009" data-use-pagination="False"> Msf Italia, una torta che vale 58 milioni Medici senza frontiere, Ong francese oggi presente in 72 Paesi, si proclama politicamente neutrale. Ma se non bastassero le sue battaglie immigrazioniste a smascherarla, si potrebbe dare un'occhiata alla sua storia e soprattutto alla storia di uno dei suoi cofondatori, il fisico Bernard Kouchner. Un passato nel partito comunista, frequentazioni con Fidel Castro a Cuba e una folgorante carriera politica cominciata con i socialisti nel 1988, che però lo ha portato al governo, precisamente al ministero degli Esteri, anche quando all'Eliseo dimorava il moderato di centrodestra Nicolas Sarkozy. Aver accettato quell'incarico gli costò l'espulsione dal Partito socialista, che con Lionel Jospin lo aveva già resto ministro della Salute. Più che neutrale, l'Ong sembra equipaggiata per destreggiarsi tra tutti gli schieramenti politici. E ai «salti della quaglia» di Kouchner si aggiungono le porte girevoli tra Msf e l'onnipresente Open society foundation di George Soros. Che dire, ad esempio, della figura di Marine Buissonnière, ex segretaria generale di Medici senza frontiere, poi direttrice del programma salute di Open society e poi di nuovo collaboratrice di Msf? Chi avrebbe mai potuto immaginare che ci fosse tale permeabilità tra la piovra sorosiana e l'Ong medica che conta 30.000 dipendenti? Per carità, da parte dell'ente creato nel 1971 dopo che i suoi ideatori, medici e giornalisti, avevano visto con i loro occhi gli orrori della guerra del Biafra, c'è indubbiamente trasparenza. Non solo i bilanci sono pubblici, ma Medici senza frontiere Italia, pur non avendo alcun obbligo di legge, se li fa pure certificare da un revisore esterno. È proprio approfittando di tale pubblicità, però, che ci si può rendere conto delle dimensioni e del peso economico di questo colosso dell'umanitarismo. Msf Italia nel 2017 ha rendicontato un bilancio da quasi 58 milioni di euro, con un incremento di circa il 2% rispetto all'anno precedente. Complessivamente, la torta di questa Ong, che per il 96% deriva da donazioni private, vale qualcosa come 1,53 miliardi di dollari. L'organizzazione si vanta di spenderne il 67% direttamente a scopi benefici. Il resto serve per i costi amministrativi e per l'allestimento delle campagne di raccolta delle donazioni. Già, perché per ricevere soldi servono soldi: il 17% delle risorse messe in bilancio da Msf Italia serve appunto per organizzare la raccolta dei finanziamenti. Peraltro - e a conferma della sua filosofia pro migrazioni - nel giugno 2016, in polemica con l'accordo per la chiusura della rotta balcanica stretto tra Europa e Turchia, l'Ong aveva rinunciato ai fondi Ue (46 milioni di euro nel 2015). Altrettanto cristallina è l'ispirazione ideologica dei dirigenti dell'associazione. Kouchner è stato un sostenitore degli interventi militari «umanitari», della destituzione di Saddam Hussein e nel 2012 firmò un appello lanciato da Soros per il rafforzamento del processo di integrazione europea. L'ex presidente di Msf Italia, Loris De Filippi, in un'intervista pubblicata da Huffington Post a febbraio 2016 dichiarò che in Siria era necessario «trattare con l'Isis», precisando che la sua organizzazione disponeva di «canali aperti con i jihadisti». Una logica ineccepibile quella di intavolare un dialogo con i tagliagole, proclamandosi al contempo paladini dei diritti umani. Claudia Lodesani, che è succeduta a De Filippi ad aprile 2018, non ha perso tempo a farsi notare per le sue critiche alle norme sui migranti incluse nel dl Sicurezza voluto da Matteo Salvini, da lei definito un provvedimento «fazioso e strumentale». Un curriculum niente male, per l'Ong dei medici «neutrali». Alessandro Rico <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/aquarius-sequestrata-ha-scaricato-illegalmente-nei-porti-materiale-infetto-2620917074.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="e-mediterranea-sposta-lattenzione-sul-caso-della-nivin-sgomberata" data-post-id="2620917074" data-published-at="1773728009" data-use-pagination="False"> E Mediterranea sposta l’attenzione sul caso della Nivin sgomberata Un mare di coincidenze, questo Mediterraneo. Proprio in cui la famigerata nave Aquarius viene sequestrata per ordine della procura di Catania, ecco che scatta la controinformazione: protagonista un'altra nave, la Nivin, un mercantile battente bandiera panamense, fermo da 12 giorni nel porto libico di Misurata, con a bordo 79 persone soccorse in mare aperto la notte tra il 7 e l'8 novembre, mentre tentavano di raggiungere le coste italiane a bordo di una «carretta del mare», naufragata a poche miglia dalle coste libiche. Una volta effettuato il soccorso, la Nivin ha fatto rotta verso la Libia, e ha raggiunto il vicino porto di Misurata. Qui i profughi a bordo del mercantile hanno dato vita a una protesta clamorosa: si sono rifiutati di sbarcare, contravvenendo agli ordini delle autorità libiche, e costringendo il comandante e l'equipaggio della nave a restare fermi nel porto, senza poter riprendere la navigazione. Cinque giorni fa, 18 persone hanno accettato di lasciare la nave, e sono state portate in un centro di detenzione. Il resto dei profughi ha continuato nella sua protesta, fino a quando, ieri pomeriggio, la guardia costiera libica ha fatto irruzione a bordo della Nivin per far scendere tutti. Un blitz condotto dalle forze dell'ordine di Misurata su ordine della magistratura locale, che avrebbe provocato il ferimento di sette persone, colpite da proiettili di gomma, e che ha dato il via libera a una operazione mediatica messa in campo dalla Ong Mediterranea, che già da giorni stava seguendo la vicenda, chiedendo che i profughi a bordo della Nivin venissero trasportati direttamente in Europa. «Le forze armate libiche hanno fatto irruzione sulla Nivin», ha prontamente denunciato la Ong, sostenendo che a bordo ci siano state «violenze», e parlando di «persone ferite in ospedale e altre ricondotte a forza nei centri libici. Italia e Ue», ha ammonito la Ong, «si assumano la responsabilità delle loro scelte politiche». Immediata è scattata la macchina della propaganda «buonista»: «Dopo diversi giorni», ha dichiarato Erasmo Palazzotto, deputato di Liberi e Uguali (esiste ancora?) «in cui il mercantile Nivin è rimasto bloccato a Misurata in Libia con 79 migranti a bordo salvati su indicazione della Guardia Costiera italiana, oggi forze libiche hanno fatto irruzione e sono salite a bordo del mercantile prelevando con la forza i migranti. Non possiamo», ha aggiunto Palazzotto, «restare indifferenti di fronte al destino di queste persone che oggi tornano di nuovo in campi di detenzione, di tortura e di violenza. Una cosa gravissima di cui chiederemo conto al ministro degli Affari esteri, Moavero Milanesi». Riepiloghiamo: un mercantile panamense soccorre un gruppo di naufraghi a poche miglia dalle coste della Libia, li porta in salvo a Misurata, questi si rifiutano di scendere dalla nave, tenendola in balia dei loro desideri, le autorità libiche (magistratura e forze dell'ordine) fanno irruzione e li riportano a terra e la colpa di chi è, secondo la sinistra? Del governo italiano! Se non ci fosse da piangere, verrebbe da ridere, ma purtroppo la questione è terribilmente seria. Prima di esprimere giudizi, occorrerebbe documentarsi a fondo su quanto è accaduto. Leggendo, oltre ai tweet allarmati e allarmanti delle Ong, anche quello che dicono le autorità della Libia. «I migranti della Nivin», ha spiegato per esempio, a France 24, il direttore della sicurezza del porto di Misurata, «sono accusati di pirateria. Nel corso dell'irruzione sono stati sparati proiettili di gomma e lacrimogeni e i feriti sono stati ricoverati in ospedale». Secondo alcuni media libici, che riportano quanto riferito da fonti della sicurezza, ieri mattina la Procura generale ha dato l'ordine di effettuare per l'irruzione a bordo del mercantile, per sgomberare i migranti, dopo «il fallimento dei negoziati» per farli scendere, durati più di 10 giorni. Sulla Nivin, secondo le fonti, c'erano «94 migranti da Somalia, Eritrea, Sudan, Bangladesh e Pakistan: 18 di loro hanno deciso di consegnarsi alla Guardia costiera», mentre gli altri hanno scelto di proseguire nel loro braccio di ferro con le autorità locali, fino al blitz di ieri. Infine, il capitano Ayoub Qasem, portavoce della Marina libica, aveva spiegato l'altro ieri ad Agenzia Nova che i suoi uomini avrebbero aiutato il mercantile Nivin durante il salvataggio, ma ha smentito che l'eventuale trasporto nei centri di detenzione per migranti sia di loro competenza: questo compito, infatti, spetta alle forze di contrasto all'immigrazione del ministero dell'Interno guidato da Fathi Bashaga. Secondo quanto riferito da Qasem, infatti, spetta al ministro dell'Interno «occuparsi di questa crisi, in quanto rappresenta un pericolo per il lavoro della Guardia costiera in futuro. Il fatto che dei migranti si rifiutino di scendere in Libia rappresenta un precedente pericoloso per il nostro lavoro: salviamo centinaia di migranti con le nostre piccole motovedette in mare», ha aggiunto Qasem, «e temiamo che in futuro alcuni migranti possano ribellarsi e prendere il controllo delle nostre imbarcazioni per andare verso l'Italia. Bisogna applicare la legge nei confronti di chi si rifiuta di scendere dalla nave per non andare nei centri di detenzione: sono entrati nel Paese in modo illegale e vanno trattati da migranti illegali». Carlo Tarallo
Quindi, che si fa? Al momento l’Unione europea balbetta, mostrando di non aver chiara la strada da seguire. C’è un auspicio a risolvere la questione con una mediazione, c’è qualche ripensamento sul fronte delle centrali nucleari, c’è addirittura qualcuno che spinge per accelerare l’introduzione delle rinnovabili. Ma tutte queste presunte vie d’uscita non servono a garantire una soluzione rapida al problema energetico. Impianti a fissione o campi per la produzione di energia solare o eolica richiedono tempo per essere realizzati e questo è ciò che manca per ottenere risultati velocemente.
Su queste pagine abbiamo suggerito la risposta più immediata e anche più sensata: riaprire i canali con Mosca, per assicurarci una fornitura costante di gas e petrolio. Qualcuno pensa che bussare alla porta del Cremlino sarebbe una resa a Putin, un via libera alla brutale aggressione dell’Ucraina. In realtà si tratterebbe di una mossa politica di grande realismo. Innanzi tutto, bisogna prendere atto che, dopo quattro anni di sanzioni, le misure adottate dalla Ue per fermare la brutalità delle truppe russe non sono servite a molto. Anzi: con il rialzo dei prezzi dovuto alla crisi iraniana, Mosca ha la possibilità di incassare degli extra profitti senza neppure fare la fatica di incrementare le vendite di greggio. Paradossalmente la guerra sta rendendo ricco Putin e immettere gas e petrolio russi contribuirebbe ad abbassare le quotazioni, limandone i guadagni.
Del resto, è ciò che sta provando a fare lo stesso Trump, che, di fronte alla fiammata dei prezzi, ha deciso di sospendere le sanzioni per un mese, aprendo all’India ma anche a chiunque altro voglia comprare i combustibili di Mosca. Tuttavia il presidente americano non è il solo a pensarla così. Ieri anche il premier belga, l’indipendentista Bart De Wever, ha detto che l’Europa deve negoziare con la Russia per porre fine alla guerra in Ucraina e ripristinare l’accesso all’energia a basso costo. Una posizione che certo rompe il fronte di chi vorrebbe proseguire a oltranza il conflitto tra Mosca e Kiev, ma che svela un sano pragmatismo che non è più limitato a poche voci isolate.
Del resto, se la strada più logica non si vuole percorrere per un posizionamento pregiudiziale, le altre soluzioni non soltanto non sono più immediate, ma richiedono di mettere da parte altri pregiudizi. Il primo dei quali è quello che ci ha imposto la transizione verde, ovvero un piano per eliminare le emissioni di CO2, costringendo l’industria dentro regole che rischiano di far precipitare il Pil dei Paesi europei.
C’è poi un’altra possibilità, ma anche in questo caso si tratta di mettere da parte alcuni irragionevoli dogmi, come ad esempio i vincoli di bilancio e il debito comune. Se non si può riaprire il rubinetto del gas russo e nemmeno tumulare il Green deal, non resta che mettere mano ai soldi, per finanziare la ripresa europea. In questi anni si sono trovate montagne di miliardi per sostenere Kiev, ma adesso invece di staccare assegni a favore dell’Ucraina è necessario spenderli per l’Europa, rinunciando ai parametri della burocrazia di Bruxelles e anche alle regole studiate a tavolino. Siamo in emergenza, servono misure di emergenza, perché non si può combattere una guerra (perché quella in cui siamo coinvolti è una guerra) con le stesse armi che si usano in tempo di pace.
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L’obiettivo - spiega Orcel nel corso della conference call con gli analisti - è molto più sobrio e dialogante: superare la soglia del 30% prevista dalla legge tedesca e, magari, aprire «un confronto costruttivo». In altre parole: bussiamo alla porta con un piede già dentro, ma solo per riprendere a parlare. La mossa non è esattamente improvvisata. Unicredit possiede già circa il 26% di Commerzbank e un ulteriore 4% in derivati. Insomma è come se qualcuno si si presentasse a cena avendo già mangiato. L’Ops serve a superare la soglia fatidica del 30% e trasformare una partecipazione robusta in un potere negoziale ancora più robusto. Orcel lo dice senza molti giri di parole: l’offerta è formalmente sul 100% perché la normativa tedesca lo impone, ma l’aspettativa è di non arrivare al controllo. Insomma, una scalata che non vuole scalare. Serve solo a riprendere la campagna acquisti. Un passaggio obbligato. Piazza Affari resta un po’ disorientata: all’inizio manda il titolo in territorio negativo. Tranne poi farlo crescere dello 0,54% a 63,8 euro quando realizza che si tratta solo di tattica negoziale.
Il dettaglio tecnico non è irrilevante. Il concambio ipotizzato — circa 0,485 azioni Unicredit per ogni azione Commerzbank — valorizzerebbe il titolo tedesco intorno ai 30,8 euro, con un premio modesto del 4% rispetto alle quotazioni di metà marzo. Un’offerta timida. Talmente timida che a Francoforte il mercato non fatica a reagire portando subito il titolo Commerz sopra la soglia dell’Ops: +7,71% a 31,870 euro. Segnale piuttosto eloquente: se qualcuno vuole davvero comandare, forse dovrà mettere sul tavolo qualcosa più di un sorriso.
E qui comincia il secondo atto della rappresentazione. Titolo: la reazione tedesca. Il governo possiede ancora circa il 12% della banca ereditato dalle stagioni turbolente del passato quando l’istituto era stato salvato dall’intervento pubblico. La posizione, per il momento non cambia: «Vogliamo mantenere l’indipendenza della Commerzbank», dice il cancelliere tedesco Friedrich Merz «Ma adesso Commerzbank deve dare una risposta e tutto il resto si vedrà nelle prossime settimane e mesi». Per la serie: grazie per l’interesse ma la porta resta chiusa. Molto più netto il ministro delle Finanze Maximilian Kall. Definisce «inaccettabile» l’acquisizione ostile di un istituto considerato sistemico per il Paese.
Non meno diretta la replica dell’amministratrice delegata di Commerzbank, Bettina Orlopp, che ha chiarito due punti con precisione: l’operazione non è stata concordata e la banca farà di tutto per difendere la propria indipendenza. Come dire: non abbiamo bisogno di salvatori stranieri, soprattutto se arrivano senza un bel regalo per gli azionisti.
Dalla Commissione europea arriva però, una bacchettata per i tedeschi. La portavoce per i servizi finanziari, Siobhan McGarry, ricorda che il settore bancario europeo avrebbe bisogno di più consolidamento, anche transfrontaliero, per diventare competitivo su scala globale. Vuol dire che Bruxelles considera le fusioni utili per competere con i colossi di Usa e Cina. Lamenta che poi, ogni Paese difende la propria banca come fosse la ricetta segreta della nonna. Tutti vogliono campioni europei. Purché restino a casa degli altri.
Orcel detta i tempi. L’offerta dovrebbe partire all’inizio di maggio, con quattro settimane di adesione e un’assemblea straordinaria di Unicredit per autorizzare l’aumento di capitale necessario. Il regolamento finale è previsto entro metà 2027, segno che la partita è lunga e tutt’altro che lineare.
A rendere il quadro ancora più colorato c’è un dettaglio che racconta molto del momento: secondo il Financial Times, Orcel nel 2025 ha incassato circa 16,4 milioni di euro, (+24% sul 2024), che gli permette di superare Ana Botin di Santander (14,8 milioni incassati l'anno scorso) e di avvicinare Sergio Ermotti, capo di Ubs che ha guadagnato 16,5 milioni.
Al mercato non resta che guardare la girandola di numeri aspettando di capire chi sta bluffando. Perché in Europa le scalate bancarie sono come certe dichiarazioni d’amore: cominciano sempre con un «non voglio niente da te». Poi, lentamente, qualcuno finisce per prendersi tutto.
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Raffaella Carrà (Ansa)
Carràmba che sorpresa, Raffaella Carrà aveva un figlio segreto. La showgirl più amata dagli italiani (soprattutto dai boomer) l’aveva adottato, ne aveva protetto l’identità e prima di morire (a 78 anni nel 2021) l’aveva nominato «erede legittimo del patrimonio, oltre che dei diritti d’immagine e d’autore di tutte le sue opere». Si tratta di Gian Luca Pelloni Bulzoni, 62 anni, per lungo tempo segretario personale e manager dell’artista, una delle persone a lei più vicine nei chiaroscuri della vita.
La rivelazione è emersa casualmente in un contenzioso giudiziario approdato al tribunale di Roma, chiamato a dirimere un contenzioso con la società spagnola che aveva portato sul palcoscenico il musical Ballo Ballo sui successi della Raffa Nazionale.
Pelloni Bulzoni, ferrarese di nascita ma romano da sempre, titolare della società di produzioni musicali Arcoiris, attraverso il legale Barbara Giaquinto aveva chiesto al giudice di bloccare quello spettacolo per «assenza del suo consenso» e perché aveva individuato modalità di promozione «con un elemento gravemente offensivo per la memoria dell’artista». Praticamente la vendita dei biglietti con patatine e Coca cola come omaggio per il pubblico. Al di là dell’appiglio, una richiesta di inibitoria legittima da parte di colui che - come scrive il Corriere della Sera - si presentava da «erede di Raffaella Carrà, titolare dei diritti sull’immagine, sulla voce e sul nome, nonché dei dati, delle informazioni sulla sua vita personale e professionale perché altresì titolare del diritto morale e dei diritti di utilizzazione delle opere dell’ingegno dell’artista».
Il passaggio contenuto nelle carte è decisivo per determinare il suo ruolo anagrafico di figlio adottivo ed è stato confermato dalla Fondazione Raffaella Carrà con una nota. «La scelta della signora Carrà di adottare Gian Luca Pelloni Bulzoni era finalizzata a proseguire la sua attività e a portare avanti in suo nome tutte le iniziative benefiche a lei care. Pelloni Bulzoni ha già istituito la Fondazione, destinando il suo impegno a numerosi progetti di solidarietà, oltre a patrocinare anche eventi culturali e musicali in onore dell’artista». La showgirl, che non ha mai avuto un figlio naturale, è stata nei 50 anni di carriera cantante, attrice, ballerina e star della televisione. Ha collezionato 25 album in 46 Paesi del mondo, con oltre 60 milioni di dischi venduti. Nel 2024, con il remix del brano Pedro, è stata la prima donna italiana a entrare nella top 50 di Spotify. Un tesoro in diritti d’autore e di immagine.
Oltre alla presenza da mattatrice in Canzonissima, Ma che musica maestro, Pronto Raffaella?, Fantastico, Carràmba che sorpresa!, il Festival di Sanremo (era il principale volto femminile del piccolo schermo), nel bilancio d’una carriera straordinaria vanno inseriti i numerosi film con registi e attori di primo livello come Mario Monicelli, Marcello Mastroianni, Frank Sinatra, Trevor Howard, Jean Marais, James Coburn e Bill Cosby. Per dare un’idea del tesoro della Carrà basti ricordare la polemica con Bettino Craxi nel 1984, quando la Rai le rinnovò un contratto che le avrebbe assicurato sei miliardi di vecchie lire in due anni, cifra definita «immorale e scandalosa» dall’allora presidente del Consiglio.
Amatissima dal pubblico, protagonista di duetti immortali con Alberto Sordi e Roberto Benigni, Mina e Madonna, Carrà è sempre stata molto gelosa della propria privacy, ha sempre saputo tenere distinti il palcoscenico e la vita con gli affetti più cari, fra i quali l’ex coreografo e compagno Sergio Japino e i due nipoti Matteo e Federica, figli del fratello Vincenzo, scomparso prematuramente. Protetto da questa estrema discrezione, Pelloni Bulzoni era sempre rimasto un passo indietro, nel ruolo di segretario devoto e professionale. E l’adozione non era mai stata resa pubblica.
Riguardo al contenzioso con i titolari di Ballo Ballo, la giudice Laura Centofani non ha accolto la richiesta dell’erede e non ha concesso l’inibitoria dello spettacolo per un motivo molto semplice: le 36 rappresentazioni dello show teatrale, seguito naturale dell’omonimo film del regista Nacho Alvarez uscito nel 2020, si erano già svolte e non ne erano previste altre. Per eventuali risarcimenti del presunto danno per la «realizzazione, distribuzione, pubblicizzazione e rappresentazione, in qualsiasi forma e tramite qualunque mezzo, per l’assenza del suo consenso», il querelante dovrebbe promuovere una nuova azione legale nel merito.
A margine bisogna aggiungere che secondo il fascicolo giudiziario, Pelloni Bulzoni sarebbe stato a conoscenza del tour teatrale successivo al film, allestito per «portare nel mondo l’eredità morale di Raffaella», con prossime tappe soprattutto nell’America Latina che la adorava. Ovviamente è tutto in bilico e sarà ancora una volta un tribunale a decidere. Di sicuro, anche a cinque anni dalla conclusione della sua avventura terrena, Maga Maghella non finisce di sorprendere.
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Getty Images
Sbloccare il canale, in effetti, è soprattutto interesse degli importatori: anche Oltreoceano i carburanti sono aumentati, ma a differenza nostra, l’America è energeticamente autosufficiente. Eppure, quella di Trump è stata vox clamantis in deserto. Un po’ perché nessuno smania per entrare nel conflitto, nemmeno dalla porta secondaria; un po’ perché nessuno si fida del tycoon, la cui strategia d’uscita dall’inferno mediorientale è quantomeno carente. I «nemici» ai quali Teheran impedisce il passaggio nel braccio di mare confidano in un negoziato.
Pare dimostrarlo la dichiarazione di Antonio Tajani: «Credo che debba prevalere la linea della diplomazia». L’Italia aveva smentito l’indiscrezione del Financial Times, secondo cui Roma e Parigi avrebbero provato a scucire concessioni dall’Iran. Emmanuel Macron, con l’omologo Masoud Pezeshhkian, ha sottolineato che «la libertà di navigazione deve essere ripristinata al più presto». Boris Pistorius, il ministro della Difesa tedesco, ha manifestato interesse soltanto per «garantire diplomaticamente» i flussi navali. Trump, ieri, ha incalzato «i Paesi le cui economie dipendono da Hormuz». «Alcuni non sono entusiasti di aiutarci», ha ammesso. «E il livello di entusiasmo per me è importante». La maggior parte di quelli che aveva chiamato in causa gli ha risposto picche. Persino Israele è stato tiepido: «Non escludo nulla», ha tagliato corto l’ambasciatore all’Onu, Danny Danon, a chi gli domandava se sarà organizzata una scorta per le petroliere.
Dal segretario generale dell’Alleanza atlantica, Mark Rutte, non sono arrivate reazioni. A escludere un ruolo della Nato ci hanno pensato l’Alto rappresentante Ue, Kaja Kallas (Hormuz è «fuori dall’area di intervento» dell’organizzazione); il ministro degli Esteri tedesco, Johann Wadephul (la Nato non può «assumersi la responsabilità per lo Stretto di Hormuz»); il cancelliere, Friedrich Merz («La Nato non è stata affatto consultata, è un’alleanza di difesa e non di intervento, per questo mi auguro che ci si tratti reciprocamente con il necessario rispetto»); e Keir Starmer.
Sono rilevanti i distinguo della stessa Londra, che per prima aveva evocato una sorta di spedizione dei volenterosi a Hormuz. Ieri, il premier inglese ci ha tenuto a ribadire che il Regno Unito «non entrerà in una guerra a vasto raggio». Starmer ha comunque promesso che lavorerà a «un piano collettivo sostenibile». Il Guardian aveva parlato dell’invio di droni dragamine, piuttosto che di navi con personale a bordo. «Sono molto sorpreso» dal comportamento britannico, ha commentato ieri Trump, fiducioso però in un supporto inglese a Hormuz. Nel mondo anglofono, va registrato il niet dell’Australia.
La Germania, come ha annunciato Merz, non invierà navi nello Stretto finché saranno in corso le ostilità. Stessa posizione della Francia: stando al Financial Times, l’Eliseo entrerebbe in azione solo a guerra finita. Il tycoon è convinto che Parigi «aiuterà. Su una scala da zero a dieci, Macron si è comportato da otto. Non è perfetta, ma è la Francia. Non ci aspettiamo la perfezione». Anche la Grecia, che si era fatta avanti per difendere Cipro, stavolta ha dato forfait. I Paesi Bassi - da dove proviene Rutte - hanno promesso che esploreranno «quello che è possibile». Kallas aveva suggerito di «cambiare il mandato della missione» nel Mar Rosso. Tajani ha accolto la prospettiva di un suo rafforzamento, non di un allargamento a Hormuz. È la tesi che Giorgia Meloni, in serata, ha illustrato a Quarta Repubblica, osservando che mandare navi a Hormuz sarebbe « un passo avanti nel coinvolgimento» bellico.
L’Onu si è limitata a un no comment sull’ipotesi di guidare un’operazione nello Stretto. E nemmeno l’Asia si è mobilitata. Seul, domenica, aveva comunicato di voler valutare «con attenzione» la richiesta americana. Il Giappone si è sfilato. Poi c’è il Dragone, uno dei sette Paesi cui si era rivolto il tycoon. Pechino «dovrebbe dare una mano», ha rilanciato il presidente Usa, «dato che riceve il 90% del suo petrolio proprio attraverso lo Stretto». Sembrava che vagheggiare un rinvio dell’incontro con Xi Jinping sui dazi, previsto ad aprile, servisse per dare una spinta al regime. Il segretario al Tesoro, Scott Bessent, reduce da discussioni «costruttive» a Parigi con i cinesi, lo ha però smentito: se il bilaterale venisse spostato, sarebbe per motivi «logistici». La Cina ha reiterato la richiesta di «fermare immediatamente le operazioni militari». Il sospetto è che abbia concordato con Teheran qualche salvacondotto.
Ieri, una petroliera pakistana, con un carico di greggio di Abu Dhabi, è transitata da Hormuz, diretta a Karachi. Per Marine Traffic, ciò significa che già «alcune spedizioni selezionate potrebbero beneficiare di un passaggio sicuro negoziato». Non è peregrino pensare che le diplomazie occidentali siano all’opera per addivenire a soluzioni simili.
Trump ha affidato al segretario di Stato, Marco Rubio, il compito di elencare i Paesi disposti a collaborare a Hormuz. Ma è stizzito con gli alleati: «Non abbiamo bisogno di nessuno. Siamo la nazione più forte del mondo», ha tuonato, assicurando di averli interpellati all’unico scopo di vedere «come reagiscono». «È da anni che dico che se mai dovessimo aver bisogno di loro, non ci saranno». Alla loro diffidenza hanno però concorso parecchi elementi concreti: il retroscena sui calcoli errati del presidente, sicuro di sbrigare la pratica bellica prima che gli ayatollah potessero bloccare lo Stretto; la confusione operativa, con le incertezze sull’isola di Kharg, l’incredibile trasferimento di due natanti Usa, dotati di capacità di sminamento, dal Golfo persico alla Malesia, nonché l’annuncio ambiguo del tycoon, che sostiene di aver distrutto tutte le 30 posamine dell’Iran, ma di non sapere se alcuni ordigni siano stati già collocati sui fondali. Ieri, Bessent ha segnalato che gli americani stanno permettendo il passaggio ai tanker di Teheran «per rifornire il resto del mondo. Riteniamo che ci sarà un’apertura naturale da parte degli iraniani e per ora ci va bene». Chissà se miliardi di automobilisti, alle prese con i rincari, sono d’accordo.
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