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2018-11-21
Aquarius sequestrata: «Ha scaricato illegalmente nei porti materiale infetto»
ANSA
Li definivano «porti sicuri» ma, in realtà, li trattavano alla stregua di pattumiere. Risparmiando sullo smaltimento avrebbero potuto diffondere epidemie pericolosissime scaricando tra i rifiuti indifferenziati delle navi, con le quali hanno trasportato i migranti, le componenti mediche utilizzate per curare malati di scabbia, Hiv, meningite, sifilide e infezioni del tratto respiratorio come la tubercolosi. E gli abiti contaminati indossati dagli immigrati al loro arrivo? «Noi li classifichiamo come rifiuto speciale, come se fossero stracci della sala macchina». Le intercettazioni che incastrano Medici senza frontiere sono contenute in una richiesta di sequestro di 80 pagine.
A bordo delle navi Aquarius e Vos Prudence l'allerta era massima. E infatti i bollettini di ricerca e soccorso sulle condizioni sanitarie degli immigrati assistiti dai volontari della Ong Medici senza frontiere e Sos Mediterranée avevano segnalato il pericolo di «trasmissione di virus o agenti patogeni contratti durante il viaggio». Il personale di bordo era consapevole di avere tra le mani materiale sanitario pericoloso, ma lo ha smaltito nella pattumiera dei porti italiani. E così ieri il gip di Catania Carlo Cannella, su richiesta del procuratore Carmelo Zuccaro, ha disposto il sequestro della nave Aquarius, ferma da settimane nel porto di Marsiglia dopo il ritiro della bandiera da parte delle autorità di Panama. Sequestrati anche alcuni conti bancari di Msf. In totale si tratta di 24 tonnellate di rifiuti pericolosi, con un risparmio di costi di 460.000 euro. Gli indagati che «avrebbero avuto la consapevolezza della pericolosità» di ciò che hanno smaltito illecitamente, in 44 occasioni accertate, nei porti italiani di primo approdo sono 12. Compresi tutti i capi delle missioni di Msf che si sono avvicendati alla guida degli equipaggi.
L'Ong Msf (nelle sue propaggini olandese e belga) è coinvolta perché produttrice dei rifiuti smaltiti in modo illegale. Per il traffico, invece, sono indagati Michele Trainiti, vicecapo missione in Italia di Msf Belgio; Cristina Lomi, vicecoordinatrice nazionale addetta all'approvvigionamento della Missione Italia, Marco Ottaviano, Logbase e liaison officer di Msf; Evgenii Talanin, comandante della nave Aquarius; Oleksandr Yurchenko, primo ufficiale di coperta dell'Aquarius; Aloys Vimard e Marcella Kraaij, coordinatori del progetto Sar Aquarius di Msf Olanda; Joachim Tih, coordinatore logistico del progetto Sar dell'Aquarius, Martinus Taminiau, delegato alla logistica a bordo dell'Aquarius, Nicholas Romaniuk, coordinatore di progetto Sar a bordo della nave Aquarius. E con loro ci sono anche Francesco Gianino, agente marittimo intermediario dei rapporti commerciali tra Msf e le imprese che hanno smaltito i rifiuti di bordo, e Giovanni Ivan Romeo, braccio destro di Gianino.
Ovviamente per Msf si tratta solo di un «attacco inquietante e strumentale». A bordo però l'equipaggio preparava la linea difensiva. E a telefono con Avalle, Vimard «manifesta», annotano gli investigatori, «la consapevolezza» dello smaltimento illecito. E si lascia scappare: «Va bene, perché non abbiamo separato (i rifiuti, ndr)? Perché non c'erano elementi contaminati nella nostra spazzatura che è stata trovata».
E invece sapevano anche ciò che era stato trovato. Gianino, infatti, a telefono con Romeo, dopo aver tentato uno scaricabarile sugli equipaggi, dice: «C'erano siringhe avvolte nei sacchi no... così buttate, erano avvolte proprio dentro ai sacchi (...) è incredibile... cose contaminate, c'è di tutto, hanno trovato di tutto».
Spulciando tra la documentazione marittima, gli investigatori hanno scoperto che, 24 ore prima dell'approdo in un porto, il comandante della nave trasmetteva alle autorità marittime e all'agenzia marittima raccomandataria il modulo di notifica che indicava la categoria e i quantitativi di rifiuti da smaltire.
In base alla tipologia dei rifiuti a bordo il gestore dell'impianto portuale organizzava il servizio di raccolta e, al termine delle operazioni, l'operatore ecologico consegnava al comandante il buono di servizio giornaliero. Una sorta di certificazione per la presa in carico dei rifiuti dichiarati dallo smaltitore.
Dalle Ong però arrivavano solo richieste per smaltire rifiuti generici. E invece c'erano indumenti, scarti di alimenti e rifiuti sanitari infettivi che, stando all'accusa, avrebbero potuto diffondere malattie pericolosissime, esponendo al rischio soprattutto chi quei rifiuti li ha ritirati. E con 8 euro a sacco li hanno spediti dritti dritti negli inceneritori. Il risparmio? Gli indagati parlano a telefono anche di quello. E in una occasione, prima di sbarcare a Salerno, gli investigatori li hanno ascoltati mentre facevano i conti: «(...)nella voce capacità di stoccaggio... io direi di metterla là, ma sai quanto risparmi? Risparmi 7.000 euro». Per un solo smaltimento. E dei pericoli chi se ne frega. Tuona il ministro Matteo Salvini: «Ho fatto bene a bloccare le navi delle Ong, ho fermato non solo il traffico di immigrati ma da quanto emerge anche quello di rifiuti».
Fabio Amendolara
Msf Italia, una torta che vale 58 milioni
Medici senza frontiere, Ong francese oggi presente in 72 Paesi, si proclama politicamente neutrale. Ma se non bastassero le sue battaglie immigrazioniste a smascherarla, si potrebbe dare un'occhiata alla sua storia e soprattutto alla storia di uno dei suoi cofondatori, il fisico Bernard Kouchner. Un passato nel partito comunista, frequentazioni con Fidel Castro a Cuba e una folgorante carriera politica cominciata con i socialisti nel 1988, che però lo ha portato al governo, precisamente al ministero degli Esteri, anche quando all'Eliseo dimorava il moderato di centrodestra Nicolas Sarkozy.
Aver accettato quell'incarico gli costò l'espulsione dal Partito socialista, che con Lionel Jospin lo aveva già resto ministro della Salute. Più che neutrale, l'Ong sembra equipaggiata per destreggiarsi tra tutti gli schieramenti politici. E ai «salti della quaglia» di Kouchner si aggiungono le porte girevoli tra Msf e l'onnipresente Open society foundation di George Soros.
Che dire, ad esempio, della figura di Marine Buissonnière, ex segretaria generale di Medici senza frontiere, poi direttrice del programma salute di Open society e poi di nuovo collaboratrice di Msf? Chi avrebbe mai potuto immaginare che ci fosse tale permeabilità tra la piovra sorosiana e l'Ong medica che conta 30.000 dipendenti?
Per carità, da parte dell'ente creato nel 1971 dopo che i suoi ideatori, medici e giornalisti, avevano visto con i loro occhi gli orrori della guerra del Biafra, c'è indubbiamente trasparenza. Non solo i bilanci sono pubblici, ma Medici senza frontiere Italia, pur non avendo alcun obbligo di legge, se li fa pure certificare da un revisore esterno. È proprio approfittando di tale pubblicità, però, che ci si può rendere conto delle dimensioni e del peso economico di questo colosso dell'umanitarismo. Msf Italia nel 2017 ha rendicontato un bilancio da quasi 58 milioni di euro, con un incremento di circa il 2% rispetto all'anno precedente. Complessivamente, la torta di questa Ong, che per il 96% deriva da donazioni private, vale qualcosa come 1,53 miliardi di dollari. L'organizzazione si vanta di spenderne il 67% direttamente a scopi benefici. Il resto serve per i costi amministrativi e per l'allestimento delle campagne di raccolta delle donazioni.
Già, perché per ricevere soldi servono soldi: il 17% delle risorse messe in bilancio da Msf Italia serve appunto per organizzare la raccolta dei finanziamenti. Peraltro - e a conferma della sua filosofia pro migrazioni - nel giugno 2016, in polemica con l'accordo per la chiusura della rotta balcanica stretto tra Europa e Turchia, l'Ong aveva rinunciato ai fondi Ue (46 milioni di euro nel 2015).
Altrettanto cristallina è l'ispirazione ideologica dei dirigenti dell'associazione. Kouchner è stato un sostenitore degli interventi militari «umanitari», della destituzione di Saddam Hussein e nel 2012 firmò un appello lanciato da Soros per il rafforzamento del processo di integrazione europea.
L'ex presidente di Msf Italia, Loris De Filippi, in un'intervista pubblicata da Huffington Post a febbraio 2016 dichiarò che in Siria era necessario «trattare con l'Isis», precisando che la sua organizzazione disponeva di «canali aperti con i jihadisti». Una logica ineccepibile quella di intavolare un dialogo con i tagliagole, proclamandosi al contempo paladini dei diritti umani.
Claudia Lodesani, che è succeduta a De Filippi ad aprile 2018, non ha perso tempo a farsi notare per le sue critiche alle norme sui migranti incluse nel dl Sicurezza voluto da Matteo Salvini, da lei definito un provvedimento «fazioso e strumentale». Un curriculum niente male, per l'Ong dei medici «neutrali».
Alessandro Rico
E Mediterranea sposta l’attenzione sul caso della Nivin sgomberata
Un mare di coincidenze, questo Mediterraneo. Proprio in cui la famigerata nave Aquarius viene sequestrata per ordine della procura di Catania, ecco che scatta la controinformazione: protagonista un'altra nave, la Nivin, un mercantile battente bandiera panamense, fermo da 12 giorni nel porto libico di Misurata, con a bordo 79 persone soccorse in mare aperto la notte tra il 7 e l'8 novembre, mentre tentavano di raggiungere le coste italiane a bordo di una «carretta del mare», naufragata a poche miglia dalle coste libiche.
Una volta effettuato il soccorso, la Nivin ha fatto rotta verso la Libia, e ha raggiunto il vicino porto di Misurata. Qui i profughi a bordo del mercantile hanno dato vita a una protesta clamorosa: si sono rifiutati di sbarcare, contravvenendo agli ordini delle autorità libiche, e costringendo il comandante e l'equipaggio della nave a restare fermi nel porto, senza poter riprendere la navigazione.
Cinque giorni fa, 18 persone hanno accettato di lasciare la nave, e sono state portate in un centro di detenzione. Il resto dei profughi ha continuato nella sua protesta, fino a quando, ieri pomeriggio, la guardia costiera libica ha fatto irruzione a bordo della Nivin per far scendere tutti. Un blitz condotto dalle forze dell'ordine di Misurata su ordine della magistratura locale, che avrebbe provocato il ferimento di sette persone, colpite da proiettili di gomma, e che ha dato il via libera a una operazione mediatica messa in campo dalla Ong Mediterranea, che già da giorni stava seguendo la vicenda, chiedendo che i profughi a bordo della Nivin venissero trasportati direttamente in Europa.
«Le forze armate libiche hanno fatto irruzione sulla Nivin», ha prontamente denunciato la Ong, sostenendo che a bordo ci siano state «violenze», e parlando di «persone ferite in ospedale e altre ricondotte a forza nei centri libici. Italia e Ue», ha ammonito la Ong, «si assumano la responsabilità delle loro scelte politiche». Immediata è scattata la macchina della propaganda «buonista»: «Dopo diversi giorni», ha dichiarato Erasmo Palazzotto, deputato di Liberi e Uguali (esiste ancora?) «in cui il mercantile Nivin è rimasto bloccato a Misurata in Libia con 79 migranti a bordo salvati su indicazione della Guardia Costiera italiana, oggi forze libiche hanno fatto irruzione e sono salite a bordo del mercantile prelevando con la forza i migranti. Non possiamo», ha aggiunto Palazzotto, «restare indifferenti di fronte al destino di queste persone che oggi tornano di nuovo in campi di detenzione, di tortura e di violenza. Una cosa gravissima di cui chiederemo conto al ministro degli Affari esteri, Moavero Milanesi».
Riepiloghiamo: un mercantile panamense soccorre un gruppo di naufraghi a poche miglia dalle coste della Libia, li porta in salvo a Misurata, questi si rifiutano di scendere dalla nave, tenendola in balia dei loro desideri, le autorità libiche (magistratura e forze dell'ordine) fanno irruzione e li riportano a terra e la colpa di chi è, secondo la sinistra? Del governo italiano! Se non ci fosse da piangere, verrebbe da ridere, ma purtroppo la questione è terribilmente seria. Prima di esprimere giudizi, occorrerebbe documentarsi a fondo su quanto è accaduto. Leggendo, oltre ai tweet allarmati e allarmanti delle Ong, anche quello che dicono le autorità della Libia.
«I migranti della Nivin», ha spiegato per esempio, a France 24, il direttore della sicurezza del porto di Misurata, «sono accusati di pirateria. Nel corso dell'irruzione sono stati sparati proiettili di gomma e lacrimogeni e i feriti sono stati ricoverati in ospedale». Secondo alcuni media libici, che riportano quanto riferito da fonti della sicurezza, ieri mattina la Procura generale ha dato l'ordine di effettuare per l'irruzione a bordo del mercantile, per sgomberare i migranti, dopo «il fallimento dei negoziati» per farli scendere, durati più di 10 giorni. Sulla Nivin, secondo le fonti, c'erano «94 migranti da Somalia, Eritrea, Sudan, Bangladesh e Pakistan: 18 di loro hanno deciso di consegnarsi alla Guardia costiera», mentre gli altri hanno scelto di proseguire nel loro braccio di ferro con le autorità locali, fino al blitz di ieri.
Infine, il capitano Ayoub Qasem, portavoce della Marina libica, aveva spiegato l'altro ieri ad Agenzia Nova che i suoi uomini avrebbero aiutato il mercantile Nivin durante il salvataggio, ma ha smentito che l'eventuale trasporto nei centri di detenzione per migranti sia di loro competenza: questo compito, infatti, spetta alle forze di contrasto all'immigrazione del ministero dell'Interno guidato da Fathi Bashaga. Secondo quanto riferito da Qasem, infatti, spetta al ministro dell'Interno «occuparsi di questa crisi, in quanto rappresenta un pericolo per il lavoro della Guardia costiera in futuro. Il fatto che dei migranti si rifiutino di scendere in Libia rappresenta un precedente pericoloso per il nostro lavoro: salviamo centinaia di migranti con le nostre piccole motovedette in mare», ha aggiunto Qasem, «e temiamo che in futuro alcuni migranti possano ribellarsi e prendere il controllo delle nostre imbarcazioni per andare verso l'Italia. Bisogna applicare la legge nei confronti di chi si rifiuta di scendere dalla nave per non andare nei centri di detenzione: sono entrati nel Paese in modo illegale e vanno trattati da migranti illegali».
Carlo Tarallo
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Per la Procura, la Ong ha smaltito 24 tonnellate di rifiuti venuti a contatto con Hiv e Tbc. Un affare da 460.000 euro.Introiti da capogiro per l'Ong al centro dell'inchiesta di Catania, che non disdegna rapporti con George Soros.Le forze armate libiche irrompono sul mercantile fermo nel porto di Misurata, con a bordo dei migranti che si rifiutavano di scendere. L'imbarcazione umanitaria italiana ne approfitta per fare propaganda.Lo speciale contiene tre articoliLi definivano «porti sicuri» ma, in realtà, li trattavano alla stregua di pattumiere. Risparmiando sullo smaltimento avrebbero potuto diffondere epidemie pericolosissime scaricando tra i rifiuti indifferenziati delle navi, con le quali hanno trasportato i migranti, le componenti mediche utilizzate per curare malati di scabbia, Hiv, meningite, sifilide e infezioni del tratto respiratorio come la tubercolosi. E gli abiti contaminati indossati dagli immigrati al loro arrivo? «Noi li classifichiamo come rifiuto speciale, come se fossero stracci della sala macchina». Le intercettazioni che incastrano Medici senza frontiere sono contenute in una richiesta di sequestro di 80 pagine.A bordo delle navi Aquarius e Vos Prudence l'allerta era massima. E infatti i bollettini di ricerca e soccorso sulle condizioni sanitarie degli immigrati assistiti dai volontari della Ong Medici senza frontiere e Sos Mediterranée avevano segnalato il pericolo di «trasmissione di virus o agenti patogeni contratti durante il viaggio». Il personale di bordo era consapevole di avere tra le mani materiale sanitario pericoloso, ma lo ha smaltito nella pattumiera dei porti italiani. E così ieri il gip di Catania Carlo Cannella, su richiesta del procuratore Carmelo Zuccaro, ha disposto il sequestro della nave Aquarius, ferma da settimane nel porto di Marsiglia dopo il ritiro della bandiera da parte delle autorità di Panama. Sequestrati anche alcuni conti bancari di Msf. In totale si tratta di 24 tonnellate di rifiuti pericolosi, con un risparmio di costi di 460.000 euro. Gli indagati che «avrebbero avuto la consapevolezza della pericolosità» di ciò che hanno smaltito illecitamente, in 44 occasioni accertate, nei porti italiani di primo approdo sono 12. Compresi tutti i capi delle missioni di Msf che si sono avvicendati alla guida degli equipaggi.L'Ong Msf (nelle sue propaggini olandese e belga) è coinvolta perché produttrice dei rifiuti smaltiti in modo illegale. Per il traffico, invece, sono indagati Michele Trainiti, vicecapo missione in Italia di Msf Belgio; Cristina Lomi, vicecoordinatrice nazionale addetta all'approvvigionamento della Missione Italia, Marco Ottaviano, Logbase e liaison officer di Msf; Evgenii Talanin, comandante della nave Aquarius; Oleksandr Yurchenko, primo ufficiale di coperta dell'Aquarius; Aloys Vimard e Marcella Kraaij, coordinatori del progetto Sar Aquarius di Msf Olanda; Joachim Tih, coordinatore logistico del progetto Sar dell'Aquarius, Martinus Taminiau, delegato alla logistica a bordo dell'Aquarius, Nicholas Romaniuk, coordinatore di progetto Sar a bordo della nave Aquarius. E con loro ci sono anche Francesco Gianino, agente marittimo intermediario dei rapporti commerciali tra Msf e le imprese che hanno smaltito i rifiuti di bordo, e Giovanni Ivan Romeo, braccio destro di Gianino. Ovviamente per Msf si tratta solo di un «attacco inquietante e strumentale». A bordo però l'equipaggio preparava la linea difensiva. E a telefono con Avalle, Vimard «manifesta», annotano gli investigatori, «la consapevolezza» dello smaltimento illecito. E si lascia scappare: «Va bene, perché non abbiamo separato (i rifiuti, ndr)? Perché non c'erano elementi contaminati nella nostra spazzatura che è stata trovata».E invece sapevano anche ciò che era stato trovato. Gianino, infatti, a telefono con Romeo, dopo aver tentato uno scaricabarile sugli equipaggi, dice: «C'erano siringhe avvolte nei sacchi no... così buttate, erano avvolte proprio dentro ai sacchi (...) è incredibile... cose contaminate, c'è di tutto, hanno trovato di tutto».Spulciando tra la documentazione marittima, gli investigatori hanno scoperto che, 24 ore prima dell'approdo in un porto, il comandante della nave trasmetteva alle autorità marittime e all'agenzia marittima raccomandataria il modulo di notifica che indicava la categoria e i quantitativi di rifiuti da smaltire. In base alla tipologia dei rifiuti a bordo il gestore dell'impianto portuale organizzava il servizio di raccolta e, al termine delle operazioni, l'operatore ecologico consegnava al comandante il buono di servizio giornaliero. Una sorta di certificazione per la presa in carico dei rifiuti dichiarati dallo smaltitore. Dalle Ong però arrivavano solo richieste per smaltire rifiuti generici. E invece c'erano indumenti, scarti di alimenti e rifiuti sanitari infettivi che, stando all'accusa, avrebbero potuto diffondere malattie pericolosissime, esponendo al rischio soprattutto chi quei rifiuti li ha ritirati. E con 8 euro a sacco li hanno spediti dritti dritti negli inceneritori. Il risparmio? Gli indagati parlano a telefono anche di quello. E in una occasione, prima di sbarcare a Salerno, gli investigatori li hanno ascoltati mentre facevano i conti: «(...)nella voce capacità di stoccaggio... io direi di metterla là, ma sai quanto risparmi? Risparmi 7.000 euro». Per un solo smaltimento. E dei pericoli chi se ne frega. Tuona il ministro Matteo Salvini: «Ho fatto bene a bloccare le navi delle Ong, ho fermato non solo il traffico di immigrati ma da quanto emerge anche quello di rifiuti».Fabio Amendolara<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/aquarius-sequestrata-ha-scaricato-illegalmente-nei-porti-materiale-infetto-2620917074.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="msf-italia-una-torta-che-vale-58-milioni" data-post-id="2620917074" data-published-at="1781266111" data-use-pagination="False"> Msf Italia, una torta che vale 58 milioni Medici senza frontiere, Ong francese oggi presente in 72 Paesi, si proclama politicamente neutrale. Ma se non bastassero le sue battaglie immigrazioniste a smascherarla, si potrebbe dare un'occhiata alla sua storia e soprattutto alla storia di uno dei suoi cofondatori, il fisico Bernard Kouchner. Un passato nel partito comunista, frequentazioni con Fidel Castro a Cuba e una folgorante carriera politica cominciata con i socialisti nel 1988, che però lo ha portato al governo, precisamente al ministero degli Esteri, anche quando all'Eliseo dimorava il moderato di centrodestra Nicolas Sarkozy. Aver accettato quell'incarico gli costò l'espulsione dal Partito socialista, che con Lionel Jospin lo aveva già resto ministro della Salute. Più che neutrale, l'Ong sembra equipaggiata per destreggiarsi tra tutti gli schieramenti politici. E ai «salti della quaglia» di Kouchner si aggiungono le porte girevoli tra Msf e l'onnipresente Open society foundation di George Soros. Che dire, ad esempio, della figura di Marine Buissonnière, ex segretaria generale di Medici senza frontiere, poi direttrice del programma salute di Open society e poi di nuovo collaboratrice di Msf? Chi avrebbe mai potuto immaginare che ci fosse tale permeabilità tra la piovra sorosiana e l'Ong medica che conta 30.000 dipendenti? Per carità, da parte dell'ente creato nel 1971 dopo che i suoi ideatori, medici e giornalisti, avevano visto con i loro occhi gli orrori della guerra del Biafra, c'è indubbiamente trasparenza. Non solo i bilanci sono pubblici, ma Medici senza frontiere Italia, pur non avendo alcun obbligo di legge, se li fa pure certificare da un revisore esterno. È proprio approfittando di tale pubblicità, però, che ci si può rendere conto delle dimensioni e del peso economico di questo colosso dell'umanitarismo. Msf Italia nel 2017 ha rendicontato un bilancio da quasi 58 milioni di euro, con un incremento di circa il 2% rispetto all'anno precedente. Complessivamente, la torta di questa Ong, che per il 96% deriva da donazioni private, vale qualcosa come 1,53 miliardi di dollari. L'organizzazione si vanta di spenderne il 67% direttamente a scopi benefici. Il resto serve per i costi amministrativi e per l'allestimento delle campagne di raccolta delle donazioni. Già, perché per ricevere soldi servono soldi: il 17% delle risorse messe in bilancio da Msf Italia serve appunto per organizzare la raccolta dei finanziamenti. Peraltro - e a conferma della sua filosofia pro migrazioni - nel giugno 2016, in polemica con l'accordo per la chiusura della rotta balcanica stretto tra Europa e Turchia, l'Ong aveva rinunciato ai fondi Ue (46 milioni di euro nel 2015). Altrettanto cristallina è l'ispirazione ideologica dei dirigenti dell'associazione. Kouchner è stato un sostenitore degli interventi militari «umanitari», della destituzione di Saddam Hussein e nel 2012 firmò un appello lanciato da Soros per il rafforzamento del processo di integrazione europea. L'ex presidente di Msf Italia, Loris De Filippi, in un'intervista pubblicata da Huffington Post a febbraio 2016 dichiarò che in Siria era necessario «trattare con l'Isis», precisando che la sua organizzazione disponeva di «canali aperti con i jihadisti». Una logica ineccepibile quella di intavolare un dialogo con i tagliagole, proclamandosi al contempo paladini dei diritti umani. Claudia Lodesani, che è succeduta a De Filippi ad aprile 2018, non ha perso tempo a farsi notare per le sue critiche alle norme sui migranti incluse nel dl Sicurezza voluto da Matteo Salvini, da lei definito un provvedimento «fazioso e strumentale». Un curriculum niente male, per l'Ong dei medici «neutrali». Alessandro Rico <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/aquarius-sequestrata-ha-scaricato-illegalmente-nei-porti-materiale-infetto-2620917074.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="e-mediterranea-sposta-lattenzione-sul-caso-della-nivin-sgomberata" data-post-id="2620917074" data-published-at="1781266111" data-use-pagination="False"> E Mediterranea sposta l’attenzione sul caso della Nivin sgomberata Un mare di coincidenze, questo Mediterraneo. Proprio in cui la famigerata nave Aquarius viene sequestrata per ordine della procura di Catania, ecco che scatta la controinformazione: protagonista un'altra nave, la Nivin, un mercantile battente bandiera panamense, fermo da 12 giorni nel porto libico di Misurata, con a bordo 79 persone soccorse in mare aperto la notte tra il 7 e l'8 novembre, mentre tentavano di raggiungere le coste italiane a bordo di una «carretta del mare», naufragata a poche miglia dalle coste libiche. Una volta effettuato il soccorso, la Nivin ha fatto rotta verso la Libia, e ha raggiunto il vicino porto di Misurata. Qui i profughi a bordo del mercantile hanno dato vita a una protesta clamorosa: si sono rifiutati di sbarcare, contravvenendo agli ordini delle autorità libiche, e costringendo il comandante e l'equipaggio della nave a restare fermi nel porto, senza poter riprendere la navigazione. Cinque giorni fa, 18 persone hanno accettato di lasciare la nave, e sono state portate in un centro di detenzione. Il resto dei profughi ha continuato nella sua protesta, fino a quando, ieri pomeriggio, la guardia costiera libica ha fatto irruzione a bordo della Nivin per far scendere tutti. Un blitz condotto dalle forze dell'ordine di Misurata su ordine della magistratura locale, che avrebbe provocato il ferimento di sette persone, colpite da proiettili di gomma, e che ha dato il via libera a una operazione mediatica messa in campo dalla Ong Mediterranea, che già da giorni stava seguendo la vicenda, chiedendo che i profughi a bordo della Nivin venissero trasportati direttamente in Europa. «Le forze armate libiche hanno fatto irruzione sulla Nivin», ha prontamente denunciato la Ong, sostenendo che a bordo ci siano state «violenze», e parlando di «persone ferite in ospedale e altre ricondotte a forza nei centri libici. Italia e Ue», ha ammonito la Ong, «si assumano la responsabilità delle loro scelte politiche». Immediata è scattata la macchina della propaganda «buonista»: «Dopo diversi giorni», ha dichiarato Erasmo Palazzotto, deputato di Liberi e Uguali (esiste ancora?) «in cui il mercantile Nivin è rimasto bloccato a Misurata in Libia con 79 migranti a bordo salvati su indicazione della Guardia Costiera italiana, oggi forze libiche hanno fatto irruzione e sono salite a bordo del mercantile prelevando con la forza i migranti. Non possiamo», ha aggiunto Palazzotto, «restare indifferenti di fronte al destino di queste persone che oggi tornano di nuovo in campi di detenzione, di tortura e di violenza. Una cosa gravissima di cui chiederemo conto al ministro degli Affari esteri, Moavero Milanesi». Riepiloghiamo: un mercantile panamense soccorre un gruppo di naufraghi a poche miglia dalle coste della Libia, li porta in salvo a Misurata, questi si rifiutano di scendere dalla nave, tenendola in balia dei loro desideri, le autorità libiche (magistratura e forze dell'ordine) fanno irruzione e li riportano a terra e la colpa di chi è, secondo la sinistra? Del governo italiano! Se non ci fosse da piangere, verrebbe da ridere, ma purtroppo la questione è terribilmente seria. Prima di esprimere giudizi, occorrerebbe documentarsi a fondo su quanto è accaduto. Leggendo, oltre ai tweet allarmati e allarmanti delle Ong, anche quello che dicono le autorità della Libia. «I migranti della Nivin», ha spiegato per esempio, a France 24, il direttore della sicurezza del porto di Misurata, «sono accusati di pirateria. Nel corso dell'irruzione sono stati sparati proiettili di gomma e lacrimogeni e i feriti sono stati ricoverati in ospedale». Secondo alcuni media libici, che riportano quanto riferito da fonti della sicurezza, ieri mattina la Procura generale ha dato l'ordine di effettuare per l'irruzione a bordo del mercantile, per sgomberare i migranti, dopo «il fallimento dei negoziati» per farli scendere, durati più di 10 giorni. Sulla Nivin, secondo le fonti, c'erano «94 migranti da Somalia, Eritrea, Sudan, Bangladesh e Pakistan: 18 di loro hanno deciso di consegnarsi alla Guardia costiera», mentre gli altri hanno scelto di proseguire nel loro braccio di ferro con le autorità locali, fino al blitz di ieri. Infine, il capitano Ayoub Qasem, portavoce della Marina libica, aveva spiegato l'altro ieri ad Agenzia Nova che i suoi uomini avrebbero aiutato il mercantile Nivin durante il salvataggio, ma ha smentito che l'eventuale trasporto nei centri di detenzione per migranti sia di loro competenza: questo compito, infatti, spetta alle forze di contrasto all'immigrazione del ministero dell'Interno guidato da Fathi Bashaga. Secondo quanto riferito da Qasem, infatti, spetta al ministro dell'Interno «occuparsi di questa crisi, in quanto rappresenta un pericolo per il lavoro della Guardia costiera in futuro. Il fatto che dei migranti si rifiutino di scendere in Libia rappresenta un precedente pericoloso per il nostro lavoro: salviamo centinaia di migranti con le nostre piccole motovedette in mare», ha aggiunto Qasem, «e temiamo che in futuro alcuni migranti possano ribellarsi e prendere il controllo delle nostre imbarcazioni per andare verso l'Italia. Bisogna applicare la legge nei confronti di chi si rifiuta di scendere dalla nave per non andare nei centri di detenzione: sono entrati nel Paese in modo illegale e vanno trattati da migranti illegali». Carlo Tarallo
Vladimir Putin (Ansa)
Fatto sta che ieri, nelle sue comunicazioni alla Camera in vista del Consiglio Ue del 18 e 19 giugno, il presidente del Consiglio, reduce dall’irritante esclusione dal vertice E3 con Volodymyr Zelensky, ha espresso chiaramente la sua preferenza per un’iniziativa diplomatica comune nei confronti di Mosca: «L’Unione europea», ha detto il premier, «deve essere pronta a guidare questo dialogo, mentre farebbe un errore a subirlo». Sia se a guidare le danze fossero gli Stati Uniti da soli, sia se, per le manie di protagonismo di certi leader nazionali, si procedesse «a tentoni, con formati variabili» che producono «frammentazione, confusione, debolezza». «Ma per farlo», ha aggiunto l’inquilina di Palazzo Chigi, «una volta stabilito quale sia, dal nostro punto di vista, l’obiettivo finale del negoziato, occorre individuare chi possa rappresentare gli interessi europei nel tavolo negoziale». È un aspetto su cui si registra una convergenza più rara che unica con Sergio Mattarella, secondo il quale è «molto opportuno che l’Unione europea, nei confronti dell’Ucraina e della Russia, si presenti con una voce sola». Opinione che, non a caso, il presidente ha espresso al pranzo di ieri con il premier. Ma ora che pure Francia, Germania e Regno Unito si sono decisi a intavolare una trattativa, tanto che, ieri, hanno spedito i loro ambasciatori al ministero degli Esteri russo, la sfida complicata è proprio quella di scegliere una figura adatta, che metta d’accordo tutti gli Stati membri dell’Ue e magari pure Londra.
È escluso che l’incarico possa essere ricoperto dall’Alto rappresentante di Bruxelles, Kaja Kallas. Oltranzista nei confronti del Cremlino, nonostante il passato sovietico della sua famiglia, adesso è ulteriormente delegittimata da chi briga per liquidarla, prendendo atto della sua irrilevanza. Il Financial Times ha infatti svelato che Parigi e Berlino, stizzite per l’«inefficacia» del servizio diplomatico Ue, sarebbero pronte a ritrasferire il grosso delle sue competenze alla Commissione, o in capo agli Stati membri. E, soprattutto, a sottrargli un budget da oltre un miliardo di euro. L’autorevolezza per andare da Vladimir Putin, la Kallas non ce l’ha affatto; anzi, la sua parabola certifica che l’Unione europea rimane priva di una politica estera. E questo è un ostacolo serio, se l’obiettivo è raggiungere un accordo ampio, superando le coalizioni ristrette.
A fine maggio, il quotidiano britannico aveva messo in cima alla lista dei potenziali mediatori il sempreverde «nonno» della Repubblica italiana: Mario Draghi. Affidargli un ruolo del genere potrebbe avere un qualche impatto anche sulla successione al Colle, nel 2029. L’ex banchiere potrebbe trovarsi impelagato in un lungo e difficile processo politico, che finirebbe per tenerlo lontano dal Quirinale. Il che lascerebbe campo più libero a un’alternativa più organica al centrodestra - ammettendo che il centrodestra si trovi, fra due anni e mezzo, nella posizione di dare le carte. Addirittura, un eventuale fallimento della mediazione potrebbe bruciare per la seconda volta l’ascesa di Draghi; la prima, era bastata la ricandidatura di Sergio Mattarella. Viceversa, un successo storico lo renderebbe la scelta naturale per subentrare all’attuale capo dello Stato. E la Meloni potrebbe intestarselo, facendo valere i buoni rapporti che ha intrattenuto con il suo predecessore.
Al di là dei risvolti e dei calcoli di politica interna, il limite alla missione di Draghi sarebbero le sue scarse credenziali nei confronti dello zar. La Federazione russa ha mandato segnali contraddittori. Ha biasimato l’Europa per la rinuncia al dialogo, ma poi ha bocciato ogni papabile interlocutore, a eccezione dell’ex cancelliere tedesco socialdemocratico, Gerhard Schröder, che ha il problema opposto: è troppo compromesso con Mosca per avere la fiducia dell’Ue.
Fermo restando che le intenzioni di Putin, come da tradizioni di Oltrecortina, non sono cristalline, e che la Russia potrebbe semplicemente considerare Bruxelles troppo ininfluente per sedersi a un tavolo che verrebbe gestito solo dalle grandi potenze imperiali, un altro ex capo del governo proveniente dalla Germania è stato più volte tirato in ballo: si tratta di Angela Merkel, la principale artefice del vecchio asse Berlino-Mosca, fondato sulle forniture energetiche a basso costo, ma anche responsabile e rea confessa del matrimonio infelice con un «nemico dell’Europa», come lei stessa definì lo zar nel 2024. La Russia, per di più, le rimprovera di aver propiziato gli accordi di Minsk, con cui si pose fine alla prima guerra nel Donbass, dodici anni fa: lungi dall’aver posto le basi per una pace duratura, quei patti, secondo Putin, consentirono a Kiev di beneficiare di una tregua tattica, che l’Ucraina ha utilizzato per prepararsi al successivo scontro con Mosca. Inoltre, meno di un mese fa, la stessa Merkel, pur dicendosi rammaricata perché l’Europa non stava «facendo sufficiente uso del suo potenziale diplomatico», aveva escluso di poter intervenire in prima persona: riferendosi al precedente negoziato, aveva precisato che esso era stato possibile «solo perché avevamo il potere politico, perché eravamo capi di governo. C’è bisogno di quel potere». Lei, ora, è fuori dai giochi.
Gli altri nomi circolati nelle ultime settimane sembrano di secondo piano. E se ciò, da un lato, li libera da eredità pesanti, dall’altro li rende poco credibili al cospetto di Putin: l’ex presidente finlandese, Sauli Niinistö, o il premier in carica, Alexander Stubb. L’inviato europeo, ha concluso ieri Antonio Tajani, «non lo decide né Putin né i Paesi da soli, ma tutta l’Unione europea».
Ci sarebbe, in effetti, da scongiurare l’ipotesi forse più indigeribile: che Emmanuel Macron, in uscita dall’Eliseo, ai giardinetti preferisca una dacia, pur di continuare a nutrire il suo ego.
Per il momento, se l’Ue non ha avuto il coraggio di dissociarsi dai volenterosi («In effetti i negoziati stanno avvenendo in diversi formati, in diversi luoghi, anche a diversi livelli», si è limitata a confermare ieri una portavoce della Commissione), la Russia li ha ricevuti per umiliarli: i membri dell’E3, ha tuonato Maria Zakharova, «stanno perseguendo una linea d’azione volta a impedire la creazione delle condizioni per i negoziati su una pace veramente globale, giusta e duratura». Sicuri ci si debba rammaricare che la Meloni sia uscita dal gruppo?
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Volodymyr Zelensky (Ansa)
Poiché il nodo della difesa aerea è fra i più importanti, l’Unione europea ha aperto al finanziamento dell’acquisto di missili antiaerei e antimissile americani Patriot, stando al portavoce della Commissione europea, Balazs Ujvari: «Se c’è interesse per attrezzature che vanno oltre i droni, siano sistemi antimissile o da difesa aerea, è una possibilità da mettere sul tavolo». A monte, i ripetuti appelli del presidente Volodymir Zelensky per aiuti in difesa aerea.
Fa pensare che, dopo i 6 miliardi di euro per i droni, l’Ue si prepari a pagare nuovi costosi Patriot, sebbene scarsi essendo dirottati nel Golfo Persico per contrastare i missili iraniani. Ma Kiev guarda anche a missili europei, come l’Aster 30 di fabbricazione franco-italiana, coprodotto da industrie fra cui Mbda e la nostra Avio. Un missile con raggio d’azione di 120 km e quota massima di 22 km, imbarcato anche su navi della Marina italiana.
Ne hanno parlato ieri il ministro della Difesa ucraino Mykhailo Fedorov e la ministra francese delle Forze armate, Catherine Vautrin. L’Ucraina, dalla notte all’alba, ha affrontato incursioni di 221 droni e due missili balistici Iskander lanciati dai russi. La difesa avrebbe «abbattuto 195 droni», ma molti dei velivoli telecomandati russi non erano Shahed d’attacco, ma tipi usati come esca, dunque per distrarre le difese, come Parodia e Italmas. Inoltre non sono stati intercettati i missili Iskander, che essendo balistici ipersonici sono ardui da fermare. Fra i bersagli, un deposito di locomotive nella regione di Sumy, dove il bombardamento ha ucciso una ferroviera e ha ferito quattro suoi colleghi. I russi affermano di aver conquistato due villaggi, Okhrimivka, nella regione di Kharkiv, e Rozkishne, in quella del Donetsk già per la maggior parte annessa alla Russia. Il sito di mappatura ucraino Deep State non ha finora confermato queste avanzate russe ed è difficile discriminare fra la vera occupazione integrale di un territorio e l’infiltrazione di avanguardie.
L’Ucraina ha colpito con droni l’ennesima raffineria russa, ad Afipsky, dove è scoppiato un incendio. Altri droni hanno ucciso due persone nella parte occupata dai russi della regione di Zaporizhzhia. Altro obiettivo è stato un convoglio di 50 camion militari russi carichi di carburante e munizioni ad Armyansk, in Crimea, dove le forze di Mosca hanno gettato ponti galleggianti. Kiev ha celebrato ieri per la prima volta una festa istituita da Zelensky, la Giornata delle Forze dei Sistemi a pilotaggio remoto. Per l’occasione il presidente ucraino ha affermato che «il 90% delle perdite russe sul campo di battaglia è dovuto ai droni».
E secondo il comandante della Forza droni ucraina, Robert Brovdi, detto «Madyar» («magiaro») perché d’origine ungherese, «dall’inizio del 2026 la forza droni ha ucciso 50.900 militari russi e colpito 176.500 obbiettivi». Brovdi ha spiegato alla Reuters che si sta bombardando l’autostrada Novorossiya per isolare la Crimea dalla Russia: «La campagna ha ridotto di due terzi, nell’ultimo mese, il traffico sull’autostrada Novorossiya, via di rifornimento russa che traversa l’Ucraina meridionale occupata fino alla Crimea. Entro un mese, l’Ucraina avrà il controllo della strada. Isoleremo la Crimea. Colpire i veicoli è facile come sparare alle pernici in un campo aperto». Se i droni sono l’ultimo grido, i vecchi razzi Grad di origine sovietica vengono ancora usati dai soldati di Zelensky, come ieri sul villaggio russo di Belaya Berezka, nella regione di Bryansk, dove è stato ucciso un civile. Installazioni della Marina Russa a Sebastopoli sono stati invece colpiti con missili Neptune di fabbricazione ucraina.
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