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2020-01-15
Ankara minaccia Haftar, Giuseppi straparla
Ansa
Kommersant ieri raccontava la frenesia dei negoziati per la Libia con mediatori russi e turchi che facevano la spola tra le stanze, su piani diversi, dove si trovavano le delegazioni di Tripoli e di Bengasi. «Alla fine», nota il giornale russo, Sergej Lavrov, ministro degli Esteri di Mosca, sembrava «aver corsa una maratona». Senza però raggiungere il traguardo. Infatti, il generale Khalifa Haftar, uomo forte della Cirenaica, ha lasciato la capitale russa senza firmare la tregua, sottoscritta invece dal premier Fayez Al Serraj, capo del governo riconosciuto dalla comunità internazionale con sede a Tripoli. «Le nostre richieste non sono state rispettate», ha spiegato il generale di Bengasi chiedendo tempo.
Serraj ha potuto firmare la tregua forte del fatto che il suo principale (e pressoché unico) alleato, cioè il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, era uno dei due fautori dell'intesa. Tanto che ieri ha attaccato il generale avvertendolo che la Turchia è pronta a «dargli una lezione». Haftar, invece, ha bisogno di pensarci su un po'. Ieri mattina il ministero della Difesa russo spiegava che il generale «ha accolto positivamente» l'intesa su una tregua in Libia «ma prima di firmare gli servono due giorni per discutere il documento con i leader delle tribù che sostengono l'Esercito nazionale libico». Tuttavia, non sono le tribù le uniche parti che Haftar deve sentire.
Mosca offre garanzie per la stabilità del Paese nordafricano («se anche Haftar non ha firmato, il cessate il fuoco reggerà», ha spiegato il ministro Lavrov) e appare fiduciosa a tal punto che proprio dopo una telefonata tra la cancelliera tedesca Angela Merkel e il presidente russo Vladimir Putin ieri la Germania ha dato l'annuncio ufficiale della più volte rinviata conferenza di Berlino. Il generale però deve convincere anche i suoi principali sostenitori, a suon di denari e armi, nell'area Mena. Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita speravano di cacciare dalla Libia la Fratellanza musulmana (Turchia e Qatar) che sostiene il governo di Serraj. Tuttavia, l'offensiva del generale si è arrestata alle porte della capitale e sembra aver perso inerzia. L'Egitto di Abdel Fattah Al Sisi, invece, non ha affatto gradito l'accordo proposto da Russia e Turchia a Mosca visto che, con il controllo dell'economia che rimarrebbe al governo tripolino, il Cairo non riuscirebbe a mettere le mani sulle attività libiche, in particolare gli introiti del settore energetico, attraverso Haftar.
A Berlino dovrebbero esserci anche Serraj e Haftar, a quanto si legge nel comunicato stampa con cui la cancelleria tedesca ha spiegato di aver invitato alla conferenza, a livello di capi di Stato e di governo, anche Stati Uniti, Russia, Regno Unito, Francia, Cina, Emirati Arabi Uniti, Turchia, Repubblica del Congo, Italia, Egitto, Algeria, oltre a rappresentanti di Nazioni Unite, Unione africana, Unione europea e Lega araba. Il generale, secondo quanto riportato ieri sera dall'emittente degli Emirati, Al Arabiya, ha accettato l'invito della Germania.
Ma, come dicevamo, il più scontento dall'accordo è Al Sisi, che ieri ha incontrato il presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Il premier non ha escluso «la possibilità di inviare militari italiani in Libia», specificando però che «non manderemo uno solo dei nostri ragazzi se non in condizioni di sicurezza e con un percorso politico molto chiaro».
Se le Nazioni Unite stanno pensando a una missione di monitoraggio in Libia (simile a quella già dispiegata in Yemen) viste le violazioni già segnalate, l'Italia propone qualcosa di più: una forza di interposizione su modello Libano, magari riorganizzando le missioni. Ci sono però due osservazioni da fare, oltre al rischio di finire sotto il fuoco senza regole di ingaggio. La prima: un contingente di interposizione metterebbe in secondo piano la presenza sul territorio che l'Italia già ha in Libia, con i 300 uomini all'ospedale di Misurata. La seconda: una forza di interposizione può funzionare quando i fronti opposti sono ben chiari (come in Libano) ma ha ottime probabilità di fallimento quando, al contrario, il Paese è in balia di tribù che cambiano facilmente orientamento (come in Libia).
L'incontro di ieri al Cairo (si è parlato anche del caso Regeni, ha assicurato il premier Conte riferendo di «segnali positivi») rientra all'interno di un quadro che vede l'Italia riavvicinarsi al generale Haftar, visto anche che l'asse tra Erdogan e Serraj rappresenta una minaccia per gli interessi energetici del nostro Paese. A tal proposito va fatto notare che lunedì in Egitto si è tenuta l'annuale conferenza sull'energia Ome, che vede coinvolte Eni come «gold sponsor» ed Edison come «silver sponsor», cioè le due aziende italiane (anche se Edison è di proprietà del gruppo francese Edf) più interessate all'Egitto. La prima per i giacimenti, in particolare quelli di gas naturale; la seconda per il progetto Eastmed. Quest'ultimo tema, assieme alle «azioni illegali della Turchia nella Zona economica esclusiva di Cipro, è stato al centro dei colloqui di ieri a Roma tra il ministro della Difesa italiano Lorenzo Guerini e l'omologo cipriota Savvas Angelides, che hanno firmato il programma bilaterale di cooperazione militare per il 2020.
Il timore dei servizi segreti per la sicurezza dei nostri militari
Prende il via il mese caldo di audizioni del Copasir, comitato parlamentare di controllo sui servizi segreti, con l'audizione del generale Luciano Carta, il numero uno dell'Aise, il nostro spionaggio internazionale. Quella di ieri è stata la prima giornata di lavori a palazzo San Macuto, incentrata soprattutto sulle regole di ingaggio dei nostri militari all'estero, nello specifico Libia (250 soldati) e Iraq (900), dopo due settimane di forti tensioni in Medio Oriente, dalla morte del generale iraniano Qasem Soleimani fino alla «tregua» di Mosca tra il governo di Tripoli di Fayez al Serraj e il generale della Cirenaica Khalifa Haftar.
Oggi si continua con il presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Ma nei prossimi giorni saranno sentiti anche il direttore dell'Aisi (controspionaggio) Mario Parente e quello del Dis, Gennaro Vecchione. Nelle prossime settimane, come già anticipato il mese scorso dal presidente Raffaele Volpi, saranno sentiti anche i tecnici di Mef, Banca d'Italia e Consob su possibili scalate estere su nostri asset economici strategici, come Unicredit e Generali, dopo l'uscita di Jean-Pierre Mustier da Mediobanca.
I nostri interessi economici e militari sono i dossier più importanti del 2020, pensando anche all'impegno dell'Eni nel contesto libico. Tra gli interrogativi posti ieri dai nostri parlamentari a Carta c'è stata soprattutto la sicurezza dei nostri militari in Libia. Il tema è di stretta attualità dopo che proprio Conte, a margine dell'incontro con il presidente egiziano Abdel Fattah al Sisi, ha parlato del possibile invio di militari a Tripoli solo «in condizioni di sicurezza». La situazione in Libia è più che mai complessa per gli italiani. La nostra intelligence si adopera troppo in diplomazia parallela e ha smesso di fare attività sul campo.
Anzi, stando a fonti diplomatiche, si parla diffusamente di un crescente sentimento «anti italiano». Del resto alla fine dell'estate del 2018 sui muri di Tripoli comparvero persino delle scritte contro i nostri servizi segreti e contro Giovanni Caravelli, vicedirettore dell'Aise, il generale che ha preso in mano il dossier dopo l'uscita di scena dell'ex direttore Alberto Manenti. Non solo. Durante l'audizione del direttore dell'Aise si è parlato di un presunto attacco hacker all'account twitter della nostra ambasciata a Tripoli.
Nei giorni scorsi aveva messo un like a un post dell'Esercito di liberazione nazionale (Lna) di Haftar per poi rimuoverlo e smentire «ogni forma di approvazione a comunicazioni di terzi attribuita nelle scorse ore». Secondo quanto riportato dal giornale online Startmag, Carta avrebbe discusso anche di «reti di comunicazione con eventuali infrastrutture tecnologiche cinesi o Stati occidentali» ma «senza un reale coordinamento Nato».
Si tratta di un'affermazione che sarebbe stata riferita a Vivendi, azionista francese di Telecom, il nostro colosso nelle telecomunicazioni che controlla Telecom Sparkle, ovvero il traffico dati che transita dai cavi nel Mediterraneo. Sullo sfondo delle audizioni al Copasir resta poi aperta la partita per la nomina dell'inviato speciale in Libia. La partita sarebbe tra l'ex ministro degli Interni Marco Minniti e Giampiero Massolo, ex direttore del Dis e attuale presidente dell'Ispi. Proprio in una recente intervista a Formiche, Massolo invitava il nostro Paese a stringere accordi con la Francia nel contesto libico. Si tratterebbe di un approccio diverso rispetto a quello degli anni passati, risultato delle politiche proprio di Minniti.
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Il generale della Cirenaica a Mosca non ha voluto firmare la tregua sulla Libia e Recep Tayyip Erdogan alza i toni: «Pronti a dargli una lezione». Giuseppe Conte va in Egitto e propone l'invio di soldati italiani nel Paese nordafricano, ma una forza di interposizione è una pessima idea.Il Copasir ascolta Luciano Carta, numero uno dell'Aise, sui rischi che corriamo a Tripoli.Lo speciale contiene due articoli. Kommersant ieri raccontava la frenesia dei negoziati per la Libia con mediatori russi e turchi che facevano la spola tra le stanze, su piani diversi, dove si trovavano le delegazioni di Tripoli e di Bengasi. «Alla fine», nota il giornale russo, Sergej Lavrov, ministro degli Esteri di Mosca, sembrava «aver corsa una maratona». Senza però raggiungere il traguardo. Infatti, il generale Khalifa Haftar, uomo forte della Cirenaica, ha lasciato la capitale russa senza firmare la tregua, sottoscritta invece dal premier Fayez Al Serraj, capo del governo riconosciuto dalla comunità internazionale con sede a Tripoli. «Le nostre richieste non sono state rispettate», ha spiegato il generale di Bengasi chiedendo tempo. Serraj ha potuto firmare la tregua forte del fatto che il suo principale (e pressoché unico) alleato, cioè il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, era uno dei due fautori dell'intesa. Tanto che ieri ha attaccato il generale avvertendolo che la Turchia è pronta a «dargli una lezione». Haftar, invece, ha bisogno di pensarci su un po'. Ieri mattina il ministero della Difesa russo spiegava che il generale «ha accolto positivamente» l'intesa su una tregua in Libia «ma prima di firmare gli servono due giorni per discutere il documento con i leader delle tribù che sostengono l'Esercito nazionale libico». Tuttavia, non sono le tribù le uniche parti che Haftar deve sentire. Mosca offre garanzie per la stabilità del Paese nordafricano («se anche Haftar non ha firmato, il cessate il fuoco reggerà», ha spiegato il ministro Lavrov) e appare fiduciosa a tal punto che proprio dopo una telefonata tra la cancelliera tedesca Angela Merkel e il presidente russo Vladimir Putin ieri la Germania ha dato l'annuncio ufficiale della più volte rinviata conferenza di Berlino. Il generale però deve convincere anche i suoi principali sostenitori, a suon di denari e armi, nell'area Mena. Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita speravano di cacciare dalla Libia la Fratellanza musulmana (Turchia e Qatar) che sostiene il governo di Serraj. Tuttavia, l'offensiva del generale si è arrestata alle porte della capitale e sembra aver perso inerzia. L'Egitto di Abdel Fattah Al Sisi, invece, non ha affatto gradito l'accordo proposto da Russia e Turchia a Mosca visto che, con il controllo dell'economia che rimarrebbe al governo tripolino, il Cairo non riuscirebbe a mettere le mani sulle attività libiche, in particolare gli introiti del settore energetico, attraverso Haftar.A Berlino dovrebbero esserci anche Serraj e Haftar, a quanto si legge nel comunicato stampa con cui la cancelleria tedesca ha spiegato di aver invitato alla conferenza, a livello di capi di Stato e di governo, anche Stati Uniti, Russia, Regno Unito, Francia, Cina, Emirati Arabi Uniti, Turchia, Repubblica del Congo, Italia, Egitto, Algeria, oltre a rappresentanti di Nazioni Unite, Unione africana, Unione europea e Lega araba. Il generale, secondo quanto riportato ieri sera dall'emittente degli Emirati, Al Arabiya, ha accettato l'invito della Germania. Ma, come dicevamo, il più scontento dall'accordo è Al Sisi, che ieri ha incontrato il presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Il premier non ha escluso «la possibilità di inviare militari italiani in Libia», specificando però che «non manderemo uno solo dei nostri ragazzi se non in condizioni di sicurezza e con un percorso politico molto chiaro».Se le Nazioni Unite stanno pensando a una missione di monitoraggio in Libia (simile a quella già dispiegata in Yemen) viste le violazioni già segnalate, l'Italia propone qualcosa di più: una forza di interposizione su modello Libano, magari riorganizzando le missioni. Ci sono però due osservazioni da fare, oltre al rischio di finire sotto il fuoco senza regole di ingaggio. La prima: un contingente di interposizione metterebbe in secondo piano la presenza sul territorio che l'Italia già ha in Libia, con i 300 uomini all'ospedale di Misurata. La seconda: una forza di interposizione può funzionare quando i fronti opposti sono ben chiari (come in Libano) ma ha ottime probabilità di fallimento quando, al contrario, il Paese è in balia di tribù che cambiano facilmente orientamento (come in Libia).L'incontro di ieri al Cairo (si è parlato anche del caso Regeni, ha assicurato il premier Conte riferendo di «segnali positivi») rientra all'interno di un quadro che vede l'Italia riavvicinarsi al generale Haftar, visto anche che l'asse tra Erdogan e Serraj rappresenta una minaccia per gli interessi energetici del nostro Paese. A tal proposito va fatto notare che lunedì in Egitto si è tenuta l'annuale conferenza sull'energia Ome, che vede coinvolte Eni come «gold sponsor» ed Edison come «silver sponsor», cioè le due aziende italiane (anche se Edison è di proprietà del gruppo francese Edf) più interessate all'Egitto. La prima per i giacimenti, in particolare quelli di gas naturale; la seconda per il progetto Eastmed. Quest'ultimo tema, assieme alle «azioni illegali della Turchia nella Zona economica esclusiva di Cipro, è stato al centro dei colloqui di ieri a Roma tra il ministro della Difesa italiano Lorenzo Guerini e l'omologo cipriota Savvas Angelides, che hanno firmato il programma bilaterale di cooperazione militare per il 2020.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ankara-minaccia-haftar-giuseppi-straparla-2644812769.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-timore-dei-servizi-segreti-per-la-sicurezza-dei-nostri-militari" data-post-id="2644812769" data-published-at="1781742967" data-use-pagination="False"> Il timore dei servizi segreti per la sicurezza dei nostri militari Prende il via il mese caldo di audizioni del Copasir, comitato parlamentare di controllo sui servizi segreti, con l'audizione del generale Luciano Carta, il numero uno dell'Aise, il nostro spionaggio internazionale. Quella di ieri è stata la prima giornata di lavori a palazzo San Macuto, incentrata soprattutto sulle regole di ingaggio dei nostri militari all'estero, nello specifico Libia (250 soldati) e Iraq (900), dopo due settimane di forti tensioni in Medio Oriente, dalla morte del generale iraniano Qasem Soleimani fino alla «tregua» di Mosca tra il governo di Tripoli di Fayez al Serraj e il generale della Cirenaica Khalifa Haftar. Oggi si continua con il presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Ma nei prossimi giorni saranno sentiti anche il direttore dell'Aisi (controspionaggio) Mario Parente e quello del Dis, Gennaro Vecchione. Nelle prossime settimane, come già anticipato il mese scorso dal presidente Raffaele Volpi, saranno sentiti anche i tecnici di Mef, Banca d'Italia e Consob su possibili scalate estere su nostri asset economici strategici, come Unicredit e Generali, dopo l'uscita di Jean-Pierre Mustier da Mediobanca. I nostri interessi economici e militari sono i dossier più importanti del 2020, pensando anche all'impegno dell'Eni nel contesto libico. Tra gli interrogativi posti ieri dai nostri parlamentari a Carta c'è stata soprattutto la sicurezza dei nostri militari in Libia. Il tema è di stretta attualità dopo che proprio Conte, a margine dell'incontro con il presidente egiziano Abdel Fattah al Sisi, ha parlato del possibile invio di militari a Tripoli solo «in condizioni di sicurezza». La situazione in Libia è più che mai complessa per gli italiani. La nostra intelligence si adopera troppo in diplomazia parallela e ha smesso di fare attività sul campo. Anzi, stando a fonti diplomatiche, si parla diffusamente di un crescente sentimento «anti italiano». Del resto alla fine dell'estate del 2018 sui muri di Tripoli comparvero persino delle scritte contro i nostri servizi segreti e contro Giovanni Caravelli, vicedirettore dell'Aise, il generale che ha preso in mano il dossier dopo l'uscita di scena dell'ex direttore Alberto Manenti. Non solo. Durante l'audizione del direttore dell'Aise si è parlato di un presunto attacco hacker all'account twitter della nostra ambasciata a Tripoli. Nei giorni scorsi aveva messo un like a un post dell'Esercito di liberazione nazionale (Lna) di Haftar per poi rimuoverlo e smentire «ogni forma di approvazione a comunicazioni di terzi attribuita nelle scorse ore». Secondo quanto riportato dal giornale online Startmag, Carta avrebbe discusso anche di «reti di comunicazione con eventuali infrastrutture tecnologiche cinesi o Stati occidentali» ma «senza un reale coordinamento Nato». Si tratta di un'affermazione che sarebbe stata riferita a Vivendi, azionista francese di Telecom, il nostro colosso nelle telecomunicazioni che controlla Telecom Sparkle, ovvero il traffico dati che transita dai cavi nel Mediterraneo. Sullo sfondo delle audizioni al Copasir resta poi aperta la partita per la nomina dell'inviato speciale in Libia. La partita sarebbe tra l'ex ministro degli Interni Marco Minniti e Giampiero Massolo, ex direttore del Dis e attuale presidente dell'Ispi. Proprio in una recente intervista a Formiche, Massolo invitava il nostro Paese a stringere accordi con la Francia nel contesto libico. Si tratterebbe di un approccio diverso rispetto a quello degli anni passati, risultato delle politiche proprio di Minniti.
Silvia Capozza @Ecco
La manifestazione offre un’importante vetrina internazionale e rappresenta un’occasione preziosa per incontrare buyer, partner e operatori del settore provenienti da tutto il mondo. Per un marchio come Ecco è un momento fondamentale di confronto, visibilità e sviluppo delle relazioni commerciali», racconta alla Verità Silvia Capozza, general manager South Europe di Ecco, marchio globale specializzato in scarpe e accessori in pelle di alta gamma.
Ecco nasce in Danimarca nel 1963 e oggi è presente in tutto il mondo. Quali sono i valori del brand che ritiene più importanti?
«Comfort, qualità e innovazione. Sono i tre pilastri che ci accompagnano fin dalla nascita e ai quali non abbiamo mai rinunciato. L’innovazione, in particolare, è legata alla continua ricerca e sviluppo di tecnologie proprietarie, resa possibile anche dal controllo diretto della filiera produttiva».
Come lei ha sottolineato il comfort è uno degli elementi più associati al marchio. Quanto conta oggi per i consumatori rispetto all’estetica?
«Oggi i consumatori non scelgono più tra comfort e stile: vogliono entrambi. Questo si collega a un tema molto attuale, quello del quiet luxury, che noi preferiamo interpretare come quiet beauty. Le persone cercano prodotti che offrano comodità, design e innovazione allo stesso tempo. Il comfort non è più soltanto una caratteristica funzionale, ma una sensazione di benessere e libertà che permette di esprimere sé stessi senza compromessi».
Il concept della collezione è Walk Your Walk. Che significato assume oggi questo messaggio?
«È un invito a seguire il proprio percorso con autenticità. Ognuno deve poter vivere la propria individualità senza rinunciare né allo stile né al comfort. Per noi Walk Your Walk rappresenta un nuovo modo di interpretare la quotidianità: sentirsi bene in ciò che si indossa significa anche acquisire maggiore sicurezza e libertà di espressione».
Si parla anche di Return to What Matters. Quali sono oggi i valori davvero essenziali per Ecco in un mercato in continua evoluzione?
«Crediamo sia importante tornare a concentrarsi su ciò che conta davvero. In un contesto caratterizzato da cambiamenti rapidi e continui, Ecco ha sempre mantenuto una direzione coerente. Non abbiamo mai accettato compromessi sulla qualità, neppure nei momenti più complessi. Oggi il consumatore è più consapevole: acquista meno, ma sceglie meglio».
Avete recentemente reinterpretato uno dei vostri modelli iconici, la Joker. Come avete affrontato questo lavoro?
«La Joker è uno dei modelli simbolo della nostra storia. Ci piace recuperare elementi dal nostro archivio e reinterpretarli in chiave contemporanea. Negli ultimi anni abbiamo riproposto questo modello in diverse varianti, valorizzando materiali, colori e finiture differenti. È una scarpa che rappresenta perfettamente il Dna di Ecco perché combina comfort, qualità e design contemporaneo, e il riscontro del pubblico è stato molto positivo».
Le tecnologie sviluppate da Ecco rappresentano un elemento distintivo del marchio. In che modo migliorano l’esperienza di chi indossa le vostre scarpe?
«Le nostre tecnologie sono progettate per accompagnare uno stile di vita dinamico, garantendo leggerezza, traspirabilità, ammortizzazione e un migliore assorbimento degli impatti».
Designer come Natasha Ramsay-Levi, Craig Green e Natacha Aizawa hanno collaborato con il brand attraverso il progetto Ecco Kollektive. Qual è stato il loro contributo?
«Queste collaborazioni ci hanno permesso di dialogare con un pubblico particolarmente sensibile al design e alla sperimentazione creativa. Ogni designer parte dalla collezione principale Ecco e la reinterpreta attraverso il proprio linguaggio».
Le radici del marchio affondano nella lavorazione della pelle. Quanto pesa ancora questa eredità nella vostra identità?
«Moltissimo. Ecco nasce come azienda specializzata nella lavorazione della pelle e continua a possedere e gestire concerie proprie. Questa competenza rappresenta ancora oggi uno degli elementi distintivi del marchio e contribuisce a garantire elevati standard qualitativi lungo tutta la filiera».
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Pagamento? Azioni. Naturalmente. Perché il contante, nell’era della finanza quantistica, è archeologia. La preda si chiama Cursor, società che sviluppa intelligenza artificiale capace di scrivere il codice in autonomia. In sostanza un programmatore software che non chiede ferie, non sciopera e non vuole aumenti di stipendio. L’operazione, già di per sé sufficiente a scaldare i grafici, diventa però quasi secondaria rispetto allo spettacolo principale: la capitalizzazione. SpaceX è volata in zona 2,5–2,7 trilioni di dollari, con picchi che sfiorano i 3.000 miliardi. L’azienda di Musk adesso vale quanto il Pil dell’Italia. Per dare un’idea: a un certo punto ha superato Amazon e Microsoft. Il tutto con una struttura da manuale del paradosso: 19 miliardi di ricavi e quasi 5 di perdite, contro i 717 miliardi di fatturato e 78 di utili di Amazon. Ma Wall Street ormai è una narrazione collettiva con pricing dinamico. Elon Musk consolida la sua narrazione di primo trilionario al mondo. Non perché abbia trovato oro su Marte o monetizzato l’aria rarefatta dello spazio, ma perché il mercato ha deciso che la sua equazione personale vale più della somma di molti sistemi economici terrestri. Nel frattempo, un dettaglio tecnico passa quasi inosservato, come sempre accade con le cose che poi diventano fondamentali: sul mercato circola appena il 4% delle azioni. Il resto è vincolato, trattenuto, congelato in accordi e regolamenti. Vuol dire che il prezzo lo fanno pochissimi scambi, ma su quei pochi scambi si costruiscono montagne di trilioni. Una leva perfetta. O pericolosa. Dipende dal punto di osservazione. E così accade l’altra magia: più il titolo sale, meno azioni servono per pagare Cursor. Più il titolo sale, più l’acquisizione da 60 miliardi diventa “economica”. Il mercato si abitua a tutto con la velocità con cui un social network dimentica una notizia: SpaceX diventa valuta. Non solo società, ma moneta. Una moneta che non stampa la banca centrale, ma la fiducia. E mentre qualcuno ancora si chiede se sia sostenibile, Wall Street decide che la domanda è mal posta. Al terzo giorno di contrattazioni, SpaceX continua a correre, passando da 135 a 214 dollari. Per un attimo diventa la quarta società al mondo per capitalizzazione, dietro solo a Nvidia, Alphabet e Apple. Poi ritraccia, perché anche le vertigini hanno bisogno di pause. Come se non bastasse, si apre anche il fronte dei derivati: partono le contrattazioni delle opzioni al Cboe Global Markets e al Nasdaq. Insomma si inizia a scommettere non solo sul futuro dell’azienda, ma sul futuro delle scommesse sul futuro dell’azienda. Una specie di matrioska finanziaria dove l’ultimo strato non è mai l’ultimo.
Nel mezzo di questo spettacolo orbitale, il pezzo industriale viene quasi schiacciato dalla narrativa. Cursor entra come tassello strategico: servirebbe ad ampliare le capacità di Grok nello sviluppo software. L’intelligenza artificiale che scrive codice per un’altra intelligenza artificiale che già scrive codice. Un dialogo tra automi che, per ora, non chiede ancora la pensione. Almeno per ora. E poi ci sono loro, gli altri due poli del nuovo triangolo tecnologico.
OpenAI chiude il 2025 con 13 miliardi di ricavi e una perdita da 38,5 miliardi. Un rosso che, in qualunque altro settore, verrebbe definito emergenza industriale; nell’intelligenza artificiale viene archiviato come «fase di investimento strategico». L’emorragia è impressionante: due miliardi di dollari al mese, ChatGPT come motore principale, progetti secondari come Sora ridimensionati per concentrare fuoco e capitale. Valutazione: 730 miliardi. Obiettivo dichiarato: mille miliardi. Perché ormai anche i numeri hanno un piano industriale. E dietro, come ombra competitiva ma speculare, Anthropic si muove nello stesso perimetro: collocamento riservato, capitali in arrivo, corsa alla scala globale dell’intelligenza artificiale. Non è più una gara tra aziende, ma tra ecosistemi cognitivi.
Alla fine resta una sensazione semplice, quasi banale: la Borsa non sta più prezzando aziende. Sta prezzando un futuro per il momento solo frutto di immaginazione e speranza. E mentre qualcuno ancora cerca il confine tra economia reale e finanza narrativa, il mercato ha già deciso che quel confine non serve più.
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Le risorse per affrontare l’emergenza casa potranno arrivare a circa 10 miliardi entro il 2034, considerando sia i fondi nazionali - per un apporto pari a 7,3 miliardi - sia i fondi europei della politica di coesione, per 3,3 miliardi. È questo uno dei temi toccati dall’Ance (l’organizzazione dei costruttori associata a Confindustria) in occasione dell’ottantesimo anniversario dalla fondazione. All’evento, guidato dalla presidente Federica Brancaccio nella splendida cornice di Villa Giulia a Roma, sede del Museo Etrusco, hanno preso parte con un videomessaggio il premier Giorgia Meloni e il ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini, mentre erano presenti i ministri dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratini e della Pubblica amministrazione Paolo Zangrillo.
Il Piano Casa, ha detto Brancaccio, «era un’emergenza di cui parlavamo da anni. Ma», ha ammonito la presidente Ance, «sono centrali le tempistiche che devono essere veloci». Nelle interlocuzioni con la politica, l’Ance ha sempre chiesto di fissare tempi anche sulla governance. «Sappiamo che c’è un commissario ma ci vogliono i decreti attuativi e non si dice entro quando queste nomine ci saranno», ha sottolineato la presidente. Ieri, il ministro Salvini ha detto che «il nuovo commissario nazionale aiuterà nell’arco di un anno a recuperare 61.000 appartamenti di edilizia residenziale pubblica ad oggi non assegnati perché vanno risistemati, con una spesa media valutata tra 20 e 25.000 euro ciascuno». La nomina, fa sapere il vicepremier, avverrà nelle prossime ore.
Brancaccio ha sottolineato che «quasi il 90% degli appalti in qualche modo è sottratto alla gara classica, alla trasparenza totale». Inoltre, «sappiamo che c’è uno sforzo da parte del governo per anticipare la cassa e usare questi 10 miliardi, facendo ricorso a un mutuo da un’istituzione finanziaria. Se questo avesse esiti positivi, le risorse attivabili nel 2027 sarebbero più di un miliardo».
La presidente ha poi evidenziato che «c’è la bolla del mercato libero che ha delle enormi variabili a seconda di dove si realizzano le abitazioni. Quindi, le percentuali previste dall’attuale Piano Casa per gli investimenti dei privati (70% da destinare all’edilizia convenzionata e il restante 30% da vendere o affittare a prezzo di mercato libero) dovrebbero essere riviste». Una soluzione potrebbe essere quella di «dare un ruolo a chi amministra gli enti territoriali, che hanno ben presente le esigenze locali». E ha chiosato: «Sappiamo che questo piano partirà così com’è ma anche che ci saranno in corso d’opera degli aggiustamenti. Ora c’è il testo unico dell’edilizia in revisione, ma si deve andare per deroghe e commissari».
L’Ance ha tracciato un quadro positivo per le costruzioni, uno dei settori industriali che meglio ha sfruttato il Pnrr. Ad aprile, il 76% dei cantieri risultava concluso o in stato avanzato e, secondo la Banca d’Italia, i tempi di avvio delle opere si sono ridotti del 19%, mentre la probabilità di aggiudicazione è maggiore del 20% rispetto alle opere non Pnrr.
Intanto, Dl Piano Casa entra nel vivo alla Camera con il voto sui 275 emendamenti in commissione Ambiente. Il testo definitivo è atteso in Aula questo venerdì, giornata in cui il governo dovrebbe porre la questione di fiducia. Subito dopo passerà all’esame del Senato: la conversione definitiva in legge dovrà avvenire entro la scadenza del 6 luglio.
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