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2019-04-17
Altro che instabilità. A Piazza Affari è record di rendite e di matricole
Ansa
«La quotazione di Nexi potrebbe essere la più grande quotazione in Europa e forse del mondo nel 2019. Il successo di Nexi è un segnale molto positivo per l'intero Paese, e conferma la fiducia da parte degli investitori internazionali oltre che domestici nelle prospettive di crescita della società e del mercato in cui essa opera». A parlare ieri, in occasione dell'inizio delle negoziazioni del titolo, è stato Raffaele Jerusalmi, ad di Borsa italiana. Il manager ha spiegato che «quello del fintech è un settore in forte sviluppo a livello globale e siamo orgogliosi che anche una società italiana come Nexi si sia affermata tra i competitori di successo», ha detto.
In effetti, la quotazione di Nexi dimostra che l'Italia non è poi il Paese inguaiato e instabile che si vuole dipingere. Altrimenti nessuno sceglierebbe di investire e di portare sul mercato italiano dei capitali, come hanno fatto le tante aziende che arriveranno a breve sui listini di Piazza Affari.
A margine della cerimonia di ieri, infatti, Jerusalmi ha preannunciato «tantissime quotazioni sull'Aim». Inoltre sul mercato principale «ne abbiamo alcune, di cui se ne è già parlato. Una, che per certi aspetti potrebbe essere assimilabile a quella di Nexi, è quella della Sia, che è posseduta dalla Cdp», dice. «Vedremo, queste sono decisioni che spettano a loro, però hanno parlato in più occasioni di una possibile quotazione».
Jerusalmi ha anche sottolineato che scaldano i motori anche altre aziende «come Franchi Marmi, una società non molto grande ma che arriverà in quotazione probabilmente fra poco». Poi c'è Newlat «che ha annunciato di volersi quotare e nel food and beverage è un'azienda abbastanza grande». Secondo il numero uno di Borsa italiana, inoltre, «altre quotazioni potranno arrivare perché credo che, come sempre succede in questi casi, una quotazione come quella di Nexi sarà seguita e fa da volano, da esempio per chi vorrà magari emulare. Vedremo come andrà».
In effetti il principale listino di Borsa italiana, nonostante una fine del 2018 molto burrascosa per i mercati (dentro e fuori i confini italiani), negli ultimi sei mesi è cresciuto del 13,64% battendo, ad esempio, l'indice Ftse di Londra che nello stesso periodo (e con gli stessi problemi di mercati difficili alla fine dello scorso anno) è salito del 6,27%. A Parigi, per citare un'altra importante piazza europea, il principale listino, il Cac40, è cresciuto dell'8,51%.
Del resto, come ha ricordato Jerusalmi, da inizio anno la Borsa milanese ha registrato la performance migliore d'Europa «in modo sorprendente visti i dati macro negativi, i rumors e le incertezze. Ma la verità è che le aziende quotate in Italia non stanno andando male, anzi vanno bene». Il manager ha ribadito che l'Italia «continua a essere attraente per gli investitori internazionali visto che è un Paese che ha voglia di fare e di andare avanti, non curandosi delle incertezze geopolitiche».
Con queste premesse, ieri Nexi, società fintech che opera nel segmento dei pagamenti digitali, ha iniziato dunque le sue contrattazioni sul segmento Mta, quello che si rivolge principalmente alle imprese di media e grande capitalizzazione. La società, si legge in una nota, rappresenta la prima quotazione per ammontare raccolto da parte di una società fintech italiana per un totale di 2,01 miliardi di euro. Per volume, quello di Nexi si configura come uno dei più importanti collocamenti internazionali del 2019.
Con una capitalizzazione iniziale di 5,7 miliardi di euro e un controvalore complessivo dell'offerta pubblica iniziale di oltre 2 miliardi, Nexi ha quindi concluso la più grande operazione in Europa, Africa, Asia, Australia e Sud America. Non solo, per quanto riguarda il listino italiano l'azienda di pagamenti digitali rappresenta la più importante operazione per capitalizzazione e ammontare raccolto durante una quotazione negli ultimi due anni, oltre che la più grande Ipo (dall'inglese initial public offering, l'offerta al pubblico dei titoli di una società) di sempre di una realtà fintech. «Credo che il primo giorno sia solo l'inizio di un lungo percorso. Vedremo» cosa succederà nelle prossime sedute, ha dichiarato Paolo Bertoluzzo, ad del gruppo Nexi, a margine della cerimonia di quotazione della società in Borsa. Questo, ha continuato, «è un nuovo punto di partenza che ci porta a guardare al futuro con ancora più senso di responsabilità», ha evidenziato il manager, sapendo che è una «sfida coraggiosa», considerato l'attuale momento economico, «ma questo vuol dire sviluppare le società».
Intanto ieri il titolo Nexi ha chiuso in calo del 6,22% a 8,44 euro. Come spiega un analista, però, non c'è da preoccuparsi. «Il prezzo, fissato la scorsa settimana» a 9 euro per azione «è stato giudicato dagli operatori un pochino alto», spiega. Questi cali tuttavia «non devono spaventare, visto che le prime sedute sono dettate spesso dalla volatilità, tipica di queste operazioni», conclude l'esperto.
Scende il costo del nostro debito pubblico
Sapete quanto ci è costato l'anno scorso il famigerato spread? Dimenticate i titoli urlati dei giornaloni nostrani, che per mesi hanno disseminato il terrore quantificando il danno nell'ordine di grandezza dei miliardi. Udite, udite: l'impatto sui conti italiani dell'incremento del differenziale con i bund tedeschi è stato pari a zero. Anzi, per essere precisi, nel 2018 la spesa per interessi del debito pubblico è addirittura diminuita di 1,7 miliardi di euro, passando dal 3,8% al 3,7% sul Pil. La notizia è certificata niente meno che da Banca d'Italia, intervenuta ieri con Eugenio Gaiotti, capo del dipartimento di economia e statistica di Palazzo Koch, in audizione di fronte alle commissioni Programmazione economica e bilancio del Senato e Bilancio, tesoro e programmazione della Camera. «La spesa per interessi è diminuita», ha spiegato Gaiotti, confermando che «l'onere medio sul debito è sceso di 0,1 punti percentuali».
L'aumento della differenza di rendimento con i titoli tedeschi, dunque, non ha provocato alcun cataclisma come preconizzato dai profeti di sventura. La relazione di Via Nazionale evidenzia come, anche grazie al fatto che questo capitolo è in realtà sotto controllo, l'Italia possa vantare un solido avanzo primario (ovvero la differenza tra entrate e spese, al netto di quelle per interessi) pari all'1,6% sul Pil. La ragione di questo fenomeno l'abbiamo già spiegata alcuni mesi fa su queste pagine. Pur essendo effettivamente aumentato negli ultimi mesi, il rendimento delle nuove emissioni risulta comunque più basso rispetto al costo medio dello stock di debito circolante. Ciò significa con tutta probabilità che, almeno nel breve e medio periodo, la spesa continuerà a calare o quantomeno rimarrà stabile. D'altronde, dati alla mano, negli ultimi anni il dato che colpisce di più è proprio la continua discesa della spesa per interessi, passata dal 5,2% sul Pil nel 2012 al 3,7% del 2018. Ma nemmeno nel lungo periodo gli effetti dovrebbero essere così devastanti come annunciato dai detrattori del governo gialloblù. Come dimenticare, ad esempio, le minacciose affermazioni dell'ex premier Matteo Renzi, che nel novembre scorso scrisse su Facebook: «Lo spread a 320 significa che il prossimo anno avremo 6 miliardi di euro in più di interessi sul debito, farà danno alle famiglie, alle imprese, ai risparmiatori, agli artigiani. Ricordate le polemiche sulle quattro banche fallite? Allora i soldi persi con i subordinati dai risparmiatori furono 300 milioni di euro. Da quando è in carica questo governo i risparmiatori hanno perso 300 miliardi di euro». Previsioni sballate, come testimonia l'audizione di Gaiotti. L'aumento del costo c'è, infatti, ma non è così sensibile come sostenuto da Renzi. Nell'ipotesi che i tassi di interesse rimangano sui valori attesi dai mercati, «gli oneri della spesa sarebbero più elevati di 1,5 miliardi quest'anno, 3,5 il prossimo e quasi 6 miliardi nel 2021». Senza contare che, se i segnali positivi mostrati con la produzione industriale dovessero essere confermati e il Pil dovesse riprendersi, i rendimenti sarebbero destinati a calare.
Smontata «tutta la narrativa sui miliardi in più di costo dello spread, con titoli di giornale fino a 200 miliardi che danno l'idea del terrorismo dei media», dice alla Verità Claudio Borghi, presidente della commissione Bilancio della Camera. «In realtà i numeri ci dicono che in passato si emettevano titoli con tassi più alti rispetto a quelli attuali. Non bisogna mai dimenticare che lo spread è una differenza, non un valore assoluto. Se la differenza sale, ma il valore assoluto scende, si finisce per pagare di meno. Ci viene raccontata una cosa che non corrisponde al vero: ci dicono che paghiamo di più e in realtà paghiamo di meno».
Senza contare l'effetto del programma di acquisto titoli attutato negli ultimi anni dalla Bce, altrimenti noto come quantitative easing, che oltre a «sterilizzare» la quota parte dello stock di debito acquistato da Francoforte, ha permesso al Tesoro di incassare con una partita di giro le stesse cedole in capo alla Bce. Un fenomeno che l'economista della Lega quantifica in circa 2 miliardi di euro e che ha permesso di tamponare ulteriormente la spesa per gli interessi già di per sé in calo. «Sono miliardi in meno e potrebbero essere ancora molti meno», conclude Borghi, «se la Banca centrale europea ricominciasse a riacquistare titoli sul mercato, e può farlo perché di inflazione non c'è traccia, e in quel caso sarebbe ancora minore l'ammontare di interessi che lo Stato si troverebbe a pagare».
Lungi da noi affermare che l'aumento dello spread è un fenomeno a costo zero. Se il differenziale fosse inferiore, o addirittura pari a zero, i costi sarebbero senza dubbio molto inferiori. E la stessa Bankitalia, nell'audizione di ieri, spiega che un «aumento permanente dei rendimenti dei titoli di Stato italiani a lungo termine di 100 punti base» si tradurrebbe in un calo del Pil dello 0,1% dopo un anno e dello 0,7% dopo tre anni. Senza contare i già citati costi a lungo termine sulla spesa per interessi, destinati inevitabilmente a crescere se i rendimenti non dovessero calare. La narrazione alla quale abbiamo assistito dalla nascita del governo gialloblù però, anziché spiegare onestamente come stanno le cose, ha puntato tutto sul clima di terrore. Una scelta di campo che ha alimentato l'incertezza che si professava di combattere.
Gaiotti ha anche espresso ottimismo per la situazione economica generale, dicendo che «il buon risultato della produzione industriale in febbraio suggerisce che la crescita del Pil potrebbe essere in ripresa nel primo trimestre», mentre «altri indicatori restano però deboli». Da Bankitlaia è anche arrivato un monito sul deficit: «È condivisibile l'intenzione di non ricorrere a ulteriore indebitamento per approvare una riforma», ovvero il taglio delle tasse, ha detto Gaiotti, favorevole invece a una «revisione complessiva delle agevolazioni fiscali». Riduzioni del carico fiscale «sul lavoro, se non compensate da razionalizzazioni della spesa o delle cosiddette “spese fiscali", condurrebbero ad aumenti del disavanzo non compatibili con la riduzione del peso del debito pubblico».
Per quel che riguarda l'Iva, l'economista ha detto che il raggiungimento degli obiettivi del governo «richiederà l'individuazione di coperture di notevole entità, nel caso si voglia evitare l'attivazione delle clausole». Senza gli scatti automatici previsti, «il disavanzo si collocherebbe meccanicamente al 3,4% del prodotto nel 2020, al 3,3% nel 2021 e al 3% nel 2022».
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Da inizio 2019 Borsa italiana ha avuto i migliori risultati dell'Ue In sei mesi ha fatto +13% contro il +8 di Parigi e il +6 di Londra. Scende il costo del nostro debito pubblico. Il capo economista di Bankitalia, durante un'audizione in Parlamento, annuncia che la spesa per gli interessi è calata di 1,7 miliardi. Però ammonisce: «Il taglio della pressione fiscale non va finanziato in deficit. Servono molte risorse per fermare l'aumento Iva». Lo speciale comprende due articoli. «La quotazione di Nexi potrebbe essere la più grande quotazione in Europa e forse del mondo nel 2019. Il successo di Nexi è un segnale molto positivo per l'intero Paese, e conferma la fiducia da parte degli investitori internazionali oltre che domestici nelle prospettive di crescita della società e del mercato in cui essa opera». A parlare ieri, in occasione dell'inizio delle negoziazioni del titolo, è stato Raffaele Jerusalmi, ad di Borsa italiana. Il manager ha spiegato che «quello del fintech è un settore in forte sviluppo a livello globale e siamo orgogliosi che anche una società italiana come Nexi si sia affermata tra i competitori di successo», ha detto. In effetti, la quotazione di Nexi dimostra che l'Italia non è poi il Paese inguaiato e instabile che si vuole dipingere. Altrimenti nessuno sceglierebbe di investire e di portare sul mercato italiano dei capitali, come hanno fatto le tante aziende che arriveranno a breve sui listini di Piazza Affari. A margine della cerimonia di ieri, infatti, Jerusalmi ha preannunciato «tantissime quotazioni sull'Aim». Inoltre sul mercato principale «ne abbiamo alcune, di cui se ne è già parlato. Una, che per certi aspetti potrebbe essere assimilabile a quella di Nexi, è quella della Sia, che è posseduta dalla Cdp», dice. «Vedremo, queste sono decisioni che spettano a loro, però hanno parlato in più occasioni di una possibile quotazione». Jerusalmi ha anche sottolineato che scaldano i motori anche altre aziende «come Franchi Marmi, una società non molto grande ma che arriverà in quotazione probabilmente fra poco». Poi c'è Newlat «che ha annunciato di volersi quotare e nel food and beverage è un'azienda abbastanza grande». Secondo il numero uno di Borsa italiana, inoltre, «altre quotazioni potranno arrivare perché credo che, come sempre succede in questi casi, una quotazione come quella di Nexi sarà seguita e fa da volano, da esempio per chi vorrà magari emulare. Vedremo come andrà». In effetti il principale listino di Borsa italiana, nonostante una fine del 2018 molto burrascosa per i mercati (dentro e fuori i confini italiani), negli ultimi sei mesi è cresciuto del 13,64% battendo, ad esempio, l'indice Ftse di Londra che nello stesso periodo (e con gli stessi problemi di mercati difficili alla fine dello scorso anno) è salito del 6,27%. A Parigi, per citare un'altra importante piazza europea, il principale listino, il Cac40, è cresciuto dell'8,51%. Del resto, come ha ricordato Jerusalmi, da inizio anno la Borsa milanese ha registrato la performance migliore d'Europa «in modo sorprendente visti i dati macro negativi, i rumors e le incertezze. Ma la verità è che le aziende quotate in Italia non stanno andando male, anzi vanno bene». Il manager ha ribadito che l'Italia «continua a essere attraente per gli investitori internazionali visto che è un Paese che ha voglia di fare e di andare avanti, non curandosi delle incertezze geopolitiche». Con queste premesse, ieri Nexi, società fintech che opera nel segmento dei pagamenti digitali, ha iniziato dunque le sue contrattazioni sul segmento Mta, quello che si rivolge principalmente alle imprese di media e grande capitalizzazione. La società, si legge in una nota, rappresenta la prima quotazione per ammontare raccolto da parte di una società fintech italiana per un totale di 2,01 miliardi di euro. Per volume, quello di Nexi si configura come uno dei più importanti collocamenti internazionali del 2019. Con una capitalizzazione iniziale di 5,7 miliardi di euro e un controvalore complessivo dell'offerta pubblica iniziale di oltre 2 miliardi, Nexi ha quindi concluso la più grande operazione in Europa, Africa, Asia, Australia e Sud America. Non solo, per quanto riguarda il listino italiano l'azienda di pagamenti digitali rappresenta la più importante operazione per capitalizzazione e ammontare raccolto durante una quotazione negli ultimi due anni, oltre che la più grande Ipo (dall'inglese initial public offering, l'offerta al pubblico dei titoli di una società) di sempre di una realtà fintech. «Credo che il primo giorno sia solo l'inizio di un lungo percorso. Vedremo» cosa succederà nelle prossime sedute, ha dichiarato Paolo Bertoluzzo, ad del gruppo Nexi, a margine della cerimonia di quotazione della società in Borsa. Questo, ha continuato, «è un nuovo punto di partenza che ci porta a guardare al futuro con ancora più senso di responsabilità», ha evidenziato il manager, sapendo che è una «sfida coraggiosa», considerato l'attuale momento economico, «ma questo vuol dire sviluppare le società». Intanto ieri il titolo Nexi ha chiuso in calo del 6,22% a 8,44 euro. Come spiega un analista, però, non c'è da preoccuparsi. «Il prezzo, fissato la scorsa settimana» a 9 euro per azione «è stato giudicato dagli operatori un pochino alto», spiega. Questi cali tuttavia «non devono spaventare, visto che le prime sedute sono dettate spesso dalla volatilità, tipica di queste operazioni», conclude l'esperto. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/altro-che-instabilita-a-piazza-affari-e-record-di-rendite-e-di-matricole-2634796497.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="scende-il-costo-del-nostro-debito-pubblico" data-post-id="2634796497" data-published-at="1777743150" data-use-pagination="False"> Scende il costo del nostro debito pubblico Sapete quanto ci è costato l'anno scorso il famigerato spread? Dimenticate i titoli urlati dei giornaloni nostrani, che per mesi hanno disseminato il terrore quantificando il danno nell'ordine di grandezza dei miliardi. Udite, udite: l'impatto sui conti italiani dell'incremento del differenziale con i bund tedeschi è stato pari a zero. Anzi, per essere precisi, nel 2018 la spesa per interessi del debito pubblico è addirittura diminuita di 1,7 miliardi di euro, passando dal 3,8% al 3,7% sul Pil. La notizia è certificata niente meno che da Banca d'Italia, intervenuta ieri con Eugenio Gaiotti, capo del dipartimento di economia e statistica di Palazzo Koch, in audizione di fronte alle commissioni Programmazione economica e bilancio del Senato e Bilancio, tesoro e programmazione della Camera. «La spesa per interessi è diminuita», ha spiegato Gaiotti, confermando che «l'onere medio sul debito è sceso di 0,1 punti percentuali». L'aumento della differenza di rendimento con i titoli tedeschi, dunque, non ha provocato alcun cataclisma come preconizzato dai profeti di sventura. La relazione di Via Nazionale evidenzia come, anche grazie al fatto che questo capitolo è in realtà sotto controllo, l'Italia possa vantare un solido avanzo primario (ovvero la differenza tra entrate e spese, al netto di quelle per interessi) pari all'1,6% sul Pil. La ragione di questo fenomeno l'abbiamo già spiegata alcuni mesi fa su queste pagine. Pur essendo effettivamente aumentato negli ultimi mesi, il rendimento delle nuove emissioni risulta comunque più basso rispetto al costo medio dello stock di debito circolante. Ciò significa con tutta probabilità che, almeno nel breve e medio periodo, la spesa continuerà a calare o quantomeno rimarrà stabile. D'altronde, dati alla mano, negli ultimi anni il dato che colpisce di più è proprio la continua discesa della spesa per interessi, passata dal 5,2% sul Pil nel 2012 al 3,7% del 2018. Ma nemmeno nel lungo periodo gli effetti dovrebbero essere così devastanti come annunciato dai detrattori del governo gialloblù. Come dimenticare, ad esempio, le minacciose affermazioni dell'ex premier Matteo Renzi, che nel novembre scorso scrisse su Facebook: «Lo spread a 320 significa che il prossimo anno avremo 6 miliardi di euro in più di interessi sul debito, farà danno alle famiglie, alle imprese, ai risparmiatori, agli artigiani. Ricordate le polemiche sulle quattro banche fallite? Allora i soldi persi con i subordinati dai risparmiatori furono 300 milioni di euro. Da quando è in carica questo governo i risparmiatori hanno perso 300 miliardi di euro». Previsioni sballate, come testimonia l'audizione di Gaiotti. L'aumento del costo c'è, infatti, ma non è così sensibile come sostenuto da Renzi. Nell'ipotesi che i tassi di interesse rimangano sui valori attesi dai mercati, «gli oneri della spesa sarebbero più elevati di 1,5 miliardi quest'anno, 3,5 il prossimo e quasi 6 miliardi nel 2021». Senza contare che, se i segnali positivi mostrati con la produzione industriale dovessero essere confermati e il Pil dovesse riprendersi, i rendimenti sarebbero destinati a calare. Smontata «tutta la narrativa sui miliardi in più di costo dello spread, con titoli di giornale fino a 200 miliardi che danno l'idea del terrorismo dei media», dice alla Verità Claudio Borghi, presidente della commissione Bilancio della Camera. «In realtà i numeri ci dicono che in passato si emettevano titoli con tassi più alti rispetto a quelli attuali. Non bisogna mai dimenticare che lo spread è una differenza, non un valore assoluto. Se la differenza sale, ma il valore assoluto scende, si finisce per pagare di meno. Ci viene raccontata una cosa che non corrisponde al vero: ci dicono che paghiamo di più e in realtà paghiamo di meno». Senza contare l'effetto del programma di acquisto titoli attutato negli ultimi anni dalla Bce, altrimenti noto come quantitative easing, che oltre a «sterilizzare» la quota parte dello stock di debito acquistato da Francoforte, ha permesso al Tesoro di incassare con una partita di giro le stesse cedole in capo alla Bce. Un fenomeno che l'economista della Lega quantifica in circa 2 miliardi di euro e che ha permesso di tamponare ulteriormente la spesa per gli interessi già di per sé in calo. «Sono miliardi in meno e potrebbero essere ancora molti meno», conclude Borghi, «se la Banca centrale europea ricominciasse a riacquistare titoli sul mercato, e può farlo perché di inflazione non c'è traccia, e in quel caso sarebbe ancora minore l'ammontare di interessi che lo Stato si troverebbe a pagare». Lungi da noi affermare che l'aumento dello spread è un fenomeno a costo zero. Se il differenziale fosse inferiore, o addirittura pari a zero, i costi sarebbero senza dubbio molto inferiori. E la stessa Bankitalia, nell'audizione di ieri, spiega che un «aumento permanente dei rendimenti dei titoli di Stato italiani a lungo termine di 100 punti base» si tradurrebbe in un calo del Pil dello 0,1% dopo un anno e dello 0,7% dopo tre anni. Senza contare i già citati costi a lungo termine sulla spesa per interessi, destinati inevitabilmente a crescere se i rendimenti non dovessero calare. La narrazione alla quale abbiamo assistito dalla nascita del governo gialloblù però, anziché spiegare onestamente come stanno le cose, ha puntato tutto sul clima di terrore. Una scelta di campo che ha alimentato l'incertezza che si professava di combattere. Gaiotti ha anche espresso ottimismo per la situazione economica generale, dicendo che «il buon risultato della produzione industriale in febbraio suggerisce che la crescita del Pil potrebbe essere in ripresa nel primo trimestre», mentre «altri indicatori restano però deboli». Da Bankitlaia è anche arrivato un monito sul deficit: «È condivisibile l'intenzione di non ricorrere a ulteriore indebitamento per approvare una riforma», ovvero il taglio delle tasse, ha detto Gaiotti, favorevole invece a una «revisione complessiva delle agevolazioni fiscali». Riduzioni del carico fiscale «sul lavoro, se non compensate da razionalizzazioni della spesa o delle cosiddette “spese fiscali", condurrebbero ad aumenti del disavanzo non compatibili con la riduzione del peso del debito pubblico». Per quel che riguarda l'Iva, l'economista ha detto che il raggiungimento degli obiettivi del governo «richiederà l'individuazione di coperture di notevole entità, nel caso si voglia evitare l'attivazione delle clausole». Senza gli scatti automatici previsti, «il disavanzo si collocherebbe meccanicamente al 3,4% del prodotto nel 2020, al 3,3% nel 2021 e al 3% nel 2022».
Il Myanmar, noto al mondo come Birmania fino all’inizio degli anni Novanta, quando i militari dopo uno dei tanti colpi di stato le cambiarono il nome, vive da sempre in una specie di limbo intriso di riservatezza. La nazione asiatica ha avuto una storia travagliata liberandosi dal dominio britannico dopo la fine della seconda guerra mondiale. Dal 1948 quella che ancora si chiamava Birmania è stata scossa da lotte interne delle tante etnie che la compongono e che hanno sempre convissuto malvolentieri. Nel 1962 il primo colpo di stato inaugurava il periodo della Repubblica Socialista Birmana, un regime che sarebbe durato per 26 anni e caratterizzato dal monopartitismo e dal totale dominio dell’esercito.
Dal 1974 era iniziato un periodo di governo misto civile e militare, ma nel 1988 l’ala più dura delle Forze Armate aveva ripresa totalmente in mano il potere. I militari reagirono alle proteste popolari chiamate «Rivolta 8888», nata nelle università dopo l’uccisione di uno studente che manifestava. Gli studenti indissero per l'8 agosto 1988 uno sciopero generale e la scelta del giorno 8-8-'88 era un simbolico riferimento all'anno 888 dell'era birmana, corrispondente al 1527, anno in cui la confederazione degli Shan aveva riunito la nazione. Il 18 settembre l’esercito riprese il controllo della Birmania uccidendo migliaia di persone ed istaurando la più dura giunta militare della storia della nazione asiatica. Nel 1990 si tennero dopo 30 anni le prime elezioni libere e la Lega Nazionale per la Democrazia, il partito di Aung San Suu Kyi, Premio Nobel per la Pace nel 1991 e figlia dell’eroe nazionale Aung San, stravinse ottenendo una maggioranza schiacciante. La giunta militare rifiutò però di cedere il potere sciogliendo il parlamento neo-eletto ed arrestando Aung San Suu Kyi e molti dirigenti del suo partito.
Anche alla capitale Rangoon venne cambiato nome in Yangon e nel 2005 venne retrocessa a capoluogo regionale, mentre il governo si spostava a Naypyidaw, sperduto centro abitato dell’interno. Lo spostamento sembra sia stato consigliato dall’indovino personale del generale Than Shwe, leader della dittatura militare, che aveva scelto anche la data di inaugurazione ed una serie di azioni da compiere per avere fortuna. Intanto le sanzioni internazionali applicate dall’inizio degli anni 90 stavano strangolando la fragile economia birmana e nel 2010 la giunta concesse delle elezioni dopo aver cambiato la costituzione garantendo per legge all’esercito il 25% dei seggi parlamentari. Queste elezioni farsa furono boicottate dal partito di Aung San Suu Kyi e furono vinte dall'USDP (Partito dell'Unione della Solidarietà e dello Sviluppo) che candidava soltanto militari. Dal 2011 l’esercito ha concesso alcune riforme ed ha liberato la leader dell’opposizione che è riuscita a partecipare ed a vincere nelle elezioni del 2015. Per sei anni il Myanmar, fra mille difficoltà e problemi, è stato governato da un governo civile, ma nel 2021 l’ennesimo colpo di stato ha riportato un generale al vertice dello stato creando un governo provvisorio. Nel 2025 lo stesso generale Min Aung Hlaing è diventato presidente del Myanmar, svestendo la divisa dell’esercito.
Oggi il governo illegittimo di Min Aung Hlaing amministra la regione della capitale ed il sud del paese, arrivando a stento al 50& del totale del paese. il resto è in mano alla resistenza, formata da decine di milizie etniche, spesso anche in lotta fra di loro. La guerra civile è già costata diverse decine di migliaia di morti e oltre tre milioni e mezzo di sfollati interni, oltre a quasi un milione nelle nazioni confinanti. Il Myanmar è un paese complesso dove ci sono 135 gruppi etnici diversi, divisi in stati che si amministrano da soli come i Kachin, i Chin, gli Shan, i Kayah, i Kayin, i Mon e i Rakhine. Nelle zone cosiddette liberate, l’esercito continua a bombardare con forze aeree o artiglieria, aumentando il numero delle vittime civili e delle persone che fuggono, ma ormai anche la Cina, autentico mentore della giunta, chiede un cessate il fuoco. L’ex Birmania è un caposaldo del Belt and Road Initiative (BRI) di Pechino che agisce come primo investitore. Nel 2020, durante la visita di Xi Jinping, sono stati firmati 33 accordi per infrastrutture milionarie in tutto lo stato, comprese aree non più controllate dalla giunta. Tra il 1988 e il 2018, il Myanmar ha ricevuto circa 75 miliardi di dollari di investimenti diretti esteri per il 90% dalla Cina.
Con il BRI Pechino ha rafforzato il suo interesse sul Corridoio Economico Cina-Myanmar (CMEC), trasformando il porto di Kyaukpyu nel suo sbocco sull’Oceano Indiano. Per la Cina la Birmania è fondamentale per ridurre la dipendenza dallo Stretto di Malacca in Malesia, che ha alzato le tariffe di transito. Kyaukpyu è affacciato sul Golfo del Bengala e qui Pechino ha già investito 10 miliardi di dollari per il porto ed una zona economica speciale in mano cinese per 75 anni. Pechino ha fatto arrivare qui un gasdotto lungo 800 chilometri costato 1,5 miliardi di dollari, con una capacità di 12 miliardi di metri cubi all’anno determinante per lo sviluppo cinese. Il gasdotto collega Kunming, capitale della provincia dello Yunnan, nel sud-ovest della Cina, con le città birmane di Mandalay, Yangon e Kyaukpyu pompando energia nel motore della Repubblica Popolare. Senza dimenticare che Pechino sta valutando questa località come base navale per la sua flotta, una diretta minaccia alla potenza navale indiana distante poche centinaia di miglia.
Gli italiani in Birmania (1870-1885)
Per l’Italia unita da pochi anni, l’avventura coloniale non cominciò in Africa, ma in Asia. In particolare i primi passi verso l’espansione territoriale del Regno furono diretti verso la Birmania (oggi Myanmar). Ancora prima del 1860 l’idea nacque nell’entourage di Camillo Cavour, durante la carica di primo ministro del Regno di Sardegna grazie alla consulenza del futuro fondatore della Società Geografica Italiana, accademico e diplomatico durante gli ultimi anni preunitari, Cristoforo Negri. Durante gli anni dell’attività di diplomatico, Negri era venuto in stretto contatto con il missionario italiano Paolo Abbona, in Birmania dal 1839 e profondo conoscitore della cultura e della lingua del Paese asiatico. Durante la permanenza nell’allora capitale Mandalay si era guadagnato la fiducia dei dignitari di corte e dello stesso re Mindon Min, sovrano illuminato e aperto all’interscambio con l’occidente del mondo. Abbona fu testimone della strenua difesa del territorio che Mindon guidò durante l’aggressione militare britannica nella seconda guerra anglo-birmana del 1852, conclusa con l’annessione di ampi territori della Birmania meridionale da parte di Londra. Considerata l’arretratezza dell’esercito birmano nei confronti di quello britannico, il sovrano sfruttò gli ottimi rapporti con Abbona per avviare un flusso migratorio di tecnici specializzati. Questi avrebbero dovuto occuparsi della modernizzazione della Birmania sia in campo civile (opere infrastrutturali e industria) che militari, con l’introduzione di armamenti moderni e addestramento al combattimento.
Nel 1871 i contatti tra Birmania e Italia furono formalizzati durante il lungo viaggio in Oriente dal comandante della corvetta «Principessa Clotilde», Carlo Alberto Racchia. Nel trattato di amicizia Italia-Birmania siglato dall’ufficiale di Marina piemontese e dal ministro degli esteri Kinwun erano contenuti i termini della collaborazione dei tecnici italiani. La scelta di rivolgersi all’Italia, piuttosto che francesi o britannici, nasceva dal fatto che il nuovo Stato europeo non rappresentava ancora una minaccia coloniale diretta. La corte birmana vedeva negli italiani collaboratori neutrali e utili per importare conoscenze tecniche e scientifiche indispensabili alla modernizzazione. A partire dalla metà degli anni ’70 del secolo XIX furono decine gli ingegneri, i tecnici ma anche scienziati e medici che si trasferirono al servizio del governo birmano. Molti furono addetti allo sviluppo e al mantenimento dell’industria siderurgica in particolare delle armi. In Birmania fu attivo Antonio Glisenti, imprenditore bresciano delle armi, che riuscì ad aggirare l’embargo britannico importando numerosi fucili moderni per l’esercito di Mindon. Nelle infrastrutture si distinse l’ingegnere spezzino Francesco Federici che nel 1874 realizzò due ponti sul fiume Irrawaddy, mentre il genovese Giovanni Battista Comotto si occupò di riorganizzare la marina fluviale, oltre a raccogliere molte notizie sull’entomologia della Birmania. Anche la prima luce elettrica fu portata a Mandalay da un italiano, Ainsi Pedrone, che importò anche le prime cucine economiche da campo in uso al regio Esercito. Gli italiani che lavorarono in Birmania furono presenti in svariati campi dell’industria, che comprese anche l’introduzione dell’allevamento e della filatura della seta. In campo sanitario, si distinse il nobile lodigiano Luigi Barbieri di Introini, diventato medico personale di re Mindon.
Dal punto di vista della consulenza militare, in Birmania si trasferirono a partire dalla metà degli anni ’70 dell’Ottocento, diversi ufficiali delle varie specialità dell’esercito. Il Tenente Colonnello dei bersaglieri Tersilio Barberis, in congedo volontario, fu attivo nell’addestramento della fanteria, oltre ad occuparsi di interessi commerciali. Con lui negli stessi anni fu Aristide Perucca, ufficiale che fu nominato «tenascié» dell’esercito birmano durante la sua permanenza. Come lui, anche Valentino Molinari entrò nei ranghi delle forze armate. Nel 1878 re Mindon morì, lasciando il trono all’erede Thibaw Min. Il cambio di reggenza significò un peggioramento dei rapporti tra i dignitari birmani e i tecnici italiani, rallentati nella loro opera anche a causa di una burocrazia paralizzante. A complicare la situazione contribuì in parte anche un personaggio importante della comunità italiana in Birmania, l’ambasciatore a Mandalay Giovanni Andreino. Figura controversa, il diplomatico fu al centro delle polemiche per un supposto doppio gioco in favore dei francesi, che miravano a limitare l’influenza britannica nel Sudest asiatico. La presenza degli italiani e l’ostilità francese spinsero il governo britannico a completare l’opera di assoggettamento del regno di Birmania, dando il via alla terza e ultima guerra anglo-birmana, durata meno di un mese dal 7 al 29 novembre 1885. Nelle ostilità furono coinvolti anche gli ufficiali italiani Barberis, Perucca e Molinari che parteciparono alla difesa della fortificazione di Minhla, sulle rive del fiume Irrawaddy. Impossibilitati a resistere dalle soverchianti forze nemiche, si arrenderanno agli inglesi pochi giorni dopo l’inizio delle ostilità. La caduta del regno di Birmania e l’inizio della dominazione britannica metteranno la parola fine a quel primordiale tentativo italiano di radicare la presenza nel Sudest asiatico, da allora dominio quasi totale anglo-francese. La maggior parte dei tecnici italiani farà rientro in Patria, mentre alcuni tenteranno nuova fortuna in paesi come Giappone e Cina. Appena cinque anni dopo la fine della presenza italiana in Birmania, il 1°gennaio 1890, l’Italia ebbe la sua prima colonia in Africa: l’Eritrea.
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Civita di Bagnoregio (iStock)
C’è un’Italia che non inaugura niente, eppure riapre. Non lo fa con eventi, slogan o campagne, ma con segnali minuscoli, quasi invisibili: una sedia rimessa fuori da un bar, il rumore di stoviglie in una cucina che torna a lavorare, una finestra spalancata dopo mesi. È un’Italia che non si concede subito, che non ama essere fotografata quando è vuota ma neppure quando è piena. Sta in mezzo. Ed è proprio lì che funziona meglio.
Non è ancora alta stagione, ma non è più inverno. I paesi non sono chiusi, però non sono nemmeno invasi. Le persone che incontri non sono comparse, ma parte del luogo.
È un modo diverso di viaggiare, più vicino a come i luoghi esistono davvero.
Castelluccio di Norcia (iStock)
Castelluccio di Norcia (PG): prima che arrivi la perfezione
Castelluccio di Norcia è uno di quei posti che rischiano di diventare un’immagine prima ancora di essere un’esperienza. La fioritura lo ha reso iconico, ma anche fragile: basta arrivare nel momento sbagliato e ti ritrovi dentro qualcosa di già consumato, già visto, già raccontato.
Il momento giusto, invece, è questo. Prima che tutto si organizzi attorno allo spettacolo.
Il Pian Grande, adesso, non è ancora quella superficie perfetta che riempie Instagram. È più irregolare, più vero. I colori stanno arrivando, ma non sono ancora esplosi. Il vento si sente davvero, non è un dettaglio romantico. E soprattutto c’è spazio.
Castelluccio porta ancora addosso le cicatrici degli ultimi anni, e forse è proprio questo che lo rende più autentico: non nasconde nulla, non si trucca per piacere. Ti accoglie così com’è.
Qui il consiglio più sensato è non ostinarsi a dormire nel borgo. Meglio allargarsi verso Norcia: noi consigliamo Palazzo Seneca, elegante ma non finto, perfetto per dare qualità al viaggio.
Mangiare:
- Taverna Castelluccio: piatti robusti e legati al territorio. La vista sul monte Vettore? Indimenticabile.
- Ristorante Da Mamma Ida: pasta fatta in casa, carne e dolci originali come il ricottamisù. Affaccia sulla piana di Castelluccio.
Civita di Bagnoregio (iStock)
Civita di Bagnoregio (VT): oltre la cartolina
Civita di Bagnoregio è stata raccontata talmente tanto da sembrare già conosciuta prima ancora di arrivarci. «La città che muore», il ponte sospeso, il biglietto d’ingresso. Tutto vero. Ma anche insufficiente.
Il rischio è viverla come un set, attraversarla in fretta, portarsi a casa due foto e andare via. Succede quasi sempre. A meno che non si cambi il periodo della visita.
Adesso, per esempio, Civita è ancora respirabile. Il ponte non è una fila continua, ma un passaggio che si può attraversare senza sentirsi trascinati. Le case non sono solo scenografia, ma strutture che reggono una vita reale, anche se fragile. E si percepisce qualcosa che nei mesi più affollati sparisce: il rapporto tra chi abita e chi arriva.
Il segreto è semplice: non trattarla come una deviazione veloce. Perché Civita chiede di rimanere anche oltre il tramonto, quando si riempie di magia.
Dormire:
- Corte della Maestà: dimora storica e atmosfera molto curata. Accessibile se lo si prenota con anticipo.
Mangiare
- C’era Una Volta… l’Hostaria: location raffinata e situata al centro del paese. Da provare: tartare di fassona con burrata e piciarelli al pistacchio e pancetta croccante.
- Il Quarticciolo: ottimo rapporto qualità-prezzo. Da provare il carpaccio di angus e il risotto tartufo e parmigiano.
Apricale (iStock)
Apricale (IM): il paese che non ha bisogno di piacere
Apricale non fa niente per piacere. Non si racconta, non si spiega, non si semplifica. E forse è proprio questo il suo punto di forza.
I vicoli salgono senza una logica evidente, le case si stringono l’una all’altra, la luce cambia continuamente. Non è un posto da attraversare velocemente, perché non restituisce niente se non gli si dà tempo.
La Liguria dell’immaginario comune – mare, stabilimenti, passeggiate ordinate – qui non esiste. Qui c’è l’entroterra, quello vero. Più duro, più silenzioso, meno accomodante.
Adesso Apricale è in equilibrio. Non è vuoto, ma non è nemmeno pieno. I bar riaprono, le persone tornano a sedersi fuori, le piazze si riempiono lentamente. È un movimento leggero, che non ha bisogno di essere accelerato.
Dormire:
- Da Giua’: si trova proprio in piazza. B&B molto apprezzato per l’accoglienza e le colazioni.
Mangiare
- Apricus Osteria & Bar: cucina ligure rivisitata il giusto e atmosfera intima. Sicuramente uno dei luoghi più interessanti del borgo.
- Ristorante Da Delio: più tradizionale, con piatti come ravioli al coniglio e pansarole con zabaione caldo.
Santo Stefano di Sessanio (iStock)
Santo Stefano di Sessanio (AQ): il lusso dell’essenziale
Santo Stefano di Sessanio è uno dei pochi esempi in cui la parola «recupero» non suona finta. Qui il lavoro fatto negli anni si vede, ma non pesa. Non è un’operazione estetica: è un tentativo riuscito di riportare vita senza snaturare il luogo.
Adesso si capisce meglio che in piena estate. Perché il borgo non è schiacciato dalla presenza dei visitatori.
Le pietre, il vento, la luce netta del Gran Sasso creano un ambiente essenziale, quasi severo. Ma dentro questa essenzialità c’è una forma di equilibrio rara.
Dormire qui è parte dell’esperienza. Le strutture sono diffuse, spesso dentro edifici storici, con stanze che mantengono una certa austerità. I prezzi, fuori dai picchi, restano accessibili e permettono di vivere il borgo senza fretta.
Dormire:
- Sextantio Albergo Diffuso: il simbolo del borgo. Recupero autentico, esperienza forte ma ancora accessibile se si scelgono le camere base. Il paese è rinato anche grazie a questo progetto.
Mangiare
- La Locanda sul Lago: il menù è semplice, ma soddisfacente. Eccellenti la zuppa di lenticchie e la bistecca di scottona.
- Cantina Chiesamadre: alla base le materie prime del territorio. Da provare l’insalata di ceci e le focacce farcite, ideali anche per un aperitivo con vista.
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