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2019-04-17
Altro che instabilità. A Piazza Affari è record di rendite e di matricole
Ansa
«La quotazione di Nexi potrebbe essere la più grande quotazione in Europa e forse del mondo nel 2019. Il successo di Nexi è un segnale molto positivo per l'intero Paese, e conferma la fiducia da parte degli investitori internazionali oltre che domestici nelle prospettive di crescita della società e del mercato in cui essa opera». A parlare ieri, in occasione dell'inizio delle negoziazioni del titolo, è stato Raffaele Jerusalmi, ad di Borsa italiana. Il manager ha spiegato che «quello del fintech è un settore in forte sviluppo a livello globale e siamo orgogliosi che anche una società italiana come Nexi si sia affermata tra i competitori di successo», ha detto.
In effetti, la quotazione di Nexi dimostra che l'Italia non è poi il Paese inguaiato e instabile che si vuole dipingere. Altrimenti nessuno sceglierebbe di investire e di portare sul mercato italiano dei capitali, come hanno fatto le tante aziende che arriveranno a breve sui listini di Piazza Affari.
A margine della cerimonia di ieri, infatti, Jerusalmi ha preannunciato «tantissime quotazioni sull'Aim». Inoltre sul mercato principale «ne abbiamo alcune, di cui se ne è già parlato. Una, che per certi aspetti potrebbe essere assimilabile a quella di Nexi, è quella della Sia, che è posseduta dalla Cdp», dice. «Vedremo, queste sono decisioni che spettano a loro, però hanno parlato in più occasioni di una possibile quotazione».
Jerusalmi ha anche sottolineato che scaldano i motori anche altre aziende «come Franchi Marmi, una società non molto grande ma che arriverà in quotazione probabilmente fra poco». Poi c'è Newlat «che ha annunciato di volersi quotare e nel food and beverage è un'azienda abbastanza grande». Secondo il numero uno di Borsa italiana, inoltre, «altre quotazioni potranno arrivare perché credo che, come sempre succede in questi casi, una quotazione come quella di Nexi sarà seguita e fa da volano, da esempio per chi vorrà magari emulare. Vedremo come andrà».
In effetti il principale listino di Borsa italiana, nonostante una fine del 2018 molto burrascosa per i mercati (dentro e fuori i confini italiani), negli ultimi sei mesi è cresciuto del 13,64% battendo, ad esempio, l'indice Ftse di Londra che nello stesso periodo (e con gli stessi problemi di mercati difficili alla fine dello scorso anno) è salito del 6,27%. A Parigi, per citare un'altra importante piazza europea, il principale listino, il Cac40, è cresciuto dell'8,51%.
Del resto, come ha ricordato Jerusalmi, da inizio anno la Borsa milanese ha registrato la performance migliore d'Europa «in modo sorprendente visti i dati macro negativi, i rumors e le incertezze. Ma la verità è che le aziende quotate in Italia non stanno andando male, anzi vanno bene». Il manager ha ribadito che l'Italia «continua a essere attraente per gli investitori internazionali visto che è un Paese che ha voglia di fare e di andare avanti, non curandosi delle incertezze geopolitiche».
Con queste premesse, ieri Nexi, società fintech che opera nel segmento dei pagamenti digitali, ha iniziato dunque le sue contrattazioni sul segmento Mta, quello che si rivolge principalmente alle imprese di media e grande capitalizzazione. La società, si legge in una nota, rappresenta la prima quotazione per ammontare raccolto da parte di una società fintech italiana per un totale di 2,01 miliardi di euro. Per volume, quello di Nexi si configura come uno dei più importanti collocamenti internazionali del 2019.
Con una capitalizzazione iniziale di 5,7 miliardi di euro e un controvalore complessivo dell'offerta pubblica iniziale di oltre 2 miliardi, Nexi ha quindi concluso la più grande operazione in Europa, Africa, Asia, Australia e Sud America. Non solo, per quanto riguarda il listino italiano l'azienda di pagamenti digitali rappresenta la più importante operazione per capitalizzazione e ammontare raccolto durante una quotazione negli ultimi due anni, oltre che la più grande Ipo (dall'inglese initial public offering, l'offerta al pubblico dei titoli di una società) di sempre di una realtà fintech. «Credo che il primo giorno sia solo l'inizio di un lungo percorso. Vedremo» cosa succederà nelle prossime sedute, ha dichiarato Paolo Bertoluzzo, ad del gruppo Nexi, a margine della cerimonia di quotazione della società in Borsa. Questo, ha continuato, «è un nuovo punto di partenza che ci porta a guardare al futuro con ancora più senso di responsabilità», ha evidenziato il manager, sapendo che è una «sfida coraggiosa», considerato l'attuale momento economico, «ma questo vuol dire sviluppare le società».
Intanto ieri il titolo Nexi ha chiuso in calo del 6,22% a 8,44 euro. Come spiega un analista, però, non c'è da preoccuparsi. «Il prezzo, fissato la scorsa settimana» a 9 euro per azione «è stato giudicato dagli operatori un pochino alto», spiega. Questi cali tuttavia «non devono spaventare, visto che le prime sedute sono dettate spesso dalla volatilità, tipica di queste operazioni», conclude l'esperto.
Scende il costo del nostro debito pubblico
Sapete quanto ci è costato l'anno scorso il famigerato spread? Dimenticate i titoli urlati dei giornaloni nostrani, che per mesi hanno disseminato il terrore quantificando il danno nell'ordine di grandezza dei miliardi. Udite, udite: l'impatto sui conti italiani dell'incremento del differenziale con i bund tedeschi è stato pari a zero. Anzi, per essere precisi, nel 2018 la spesa per interessi del debito pubblico è addirittura diminuita di 1,7 miliardi di euro, passando dal 3,8% al 3,7% sul Pil. La notizia è certificata niente meno che da Banca d'Italia, intervenuta ieri con Eugenio Gaiotti, capo del dipartimento di economia e statistica di Palazzo Koch, in audizione di fronte alle commissioni Programmazione economica e bilancio del Senato e Bilancio, tesoro e programmazione della Camera. «La spesa per interessi è diminuita», ha spiegato Gaiotti, confermando che «l'onere medio sul debito è sceso di 0,1 punti percentuali».
L'aumento della differenza di rendimento con i titoli tedeschi, dunque, non ha provocato alcun cataclisma come preconizzato dai profeti di sventura. La relazione di Via Nazionale evidenzia come, anche grazie al fatto che questo capitolo è in realtà sotto controllo, l'Italia possa vantare un solido avanzo primario (ovvero la differenza tra entrate e spese, al netto di quelle per interessi) pari all'1,6% sul Pil. La ragione di questo fenomeno l'abbiamo già spiegata alcuni mesi fa su queste pagine. Pur essendo effettivamente aumentato negli ultimi mesi, il rendimento delle nuove emissioni risulta comunque più basso rispetto al costo medio dello stock di debito circolante. Ciò significa con tutta probabilità che, almeno nel breve e medio periodo, la spesa continuerà a calare o quantomeno rimarrà stabile. D'altronde, dati alla mano, negli ultimi anni il dato che colpisce di più è proprio la continua discesa della spesa per interessi, passata dal 5,2% sul Pil nel 2012 al 3,7% del 2018. Ma nemmeno nel lungo periodo gli effetti dovrebbero essere così devastanti come annunciato dai detrattori del governo gialloblù. Come dimenticare, ad esempio, le minacciose affermazioni dell'ex premier Matteo Renzi, che nel novembre scorso scrisse su Facebook: «Lo spread a 320 significa che il prossimo anno avremo 6 miliardi di euro in più di interessi sul debito, farà danno alle famiglie, alle imprese, ai risparmiatori, agli artigiani. Ricordate le polemiche sulle quattro banche fallite? Allora i soldi persi con i subordinati dai risparmiatori furono 300 milioni di euro. Da quando è in carica questo governo i risparmiatori hanno perso 300 miliardi di euro». Previsioni sballate, come testimonia l'audizione di Gaiotti. L'aumento del costo c'è, infatti, ma non è così sensibile come sostenuto da Renzi. Nell'ipotesi che i tassi di interesse rimangano sui valori attesi dai mercati, «gli oneri della spesa sarebbero più elevati di 1,5 miliardi quest'anno, 3,5 il prossimo e quasi 6 miliardi nel 2021». Senza contare che, se i segnali positivi mostrati con la produzione industriale dovessero essere confermati e il Pil dovesse riprendersi, i rendimenti sarebbero destinati a calare.
Smontata «tutta la narrativa sui miliardi in più di costo dello spread, con titoli di giornale fino a 200 miliardi che danno l'idea del terrorismo dei media», dice alla Verità Claudio Borghi, presidente della commissione Bilancio della Camera. «In realtà i numeri ci dicono che in passato si emettevano titoli con tassi più alti rispetto a quelli attuali. Non bisogna mai dimenticare che lo spread è una differenza, non un valore assoluto. Se la differenza sale, ma il valore assoluto scende, si finisce per pagare di meno. Ci viene raccontata una cosa che non corrisponde al vero: ci dicono che paghiamo di più e in realtà paghiamo di meno».
Senza contare l'effetto del programma di acquisto titoli attutato negli ultimi anni dalla Bce, altrimenti noto come quantitative easing, che oltre a «sterilizzare» la quota parte dello stock di debito acquistato da Francoforte, ha permesso al Tesoro di incassare con una partita di giro le stesse cedole in capo alla Bce. Un fenomeno che l'economista della Lega quantifica in circa 2 miliardi di euro e che ha permesso di tamponare ulteriormente la spesa per gli interessi già di per sé in calo. «Sono miliardi in meno e potrebbero essere ancora molti meno», conclude Borghi, «se la Banca centrale europea ricominciasse a riacquistare titoli sul mercato, e può farlo perché di inflazione non c'è traccia, e in quel caso sarebbe ancora minore l'ammontare di interessi che lo Stato si troverebbe a pagare».
Lungi da noi affermare che l'aumento dello spread è un fenomeno a costo zero. Se il differenziale fosse inferiore, o addirittura pari a zero, i costi sarebbero senza dubbio molto inferiori. E la stessa Bankitalia, nell'audizione di ieri, spiega che un «aumento permanente dei rendimenti dei titoli di Stato italiani a lungo termine di 100 punti base» si tradurrebbe in un calo del Pil dello 0,1% dopo un anno e dello 0,7% dopo tre anni. Senza contare i già citati costi a lungo termine sulla spesa per interessi, destinati inevitabilmente a crescere se i rendimenti non dovessero calare. La narrazione alla quale abbiamo assistito dalla nascita del governo gialloblù però, anziché spiegare onestamente come stanno le cose, ha puntato tutto sul clima di terrore. Una scelta di campo che ha alimentato l'incertezza che si professava di combattere.
Gaiotti ha anche espresso ottimismo per la situazione economica generale, dicendo che «il buon risultato della produzione industriale in febbraio suggerisce che la crescita del Pil potrebbe essere in ripresa nel primo trimestre», mentre «altri indicatori restano però deboli». Da Bankitlaia è anche arrivato un monito sul deficit: «È condivisibile l'intenzione di non ricorrere a ulteriore indebitamento per approvare una riforma», ovvero il taglio delle tasse, ha detto Gaiotti, favorevole invece a una «revisione complessiva delle agevolazioni fiscali». Riduzioni del carico fiscale «sul lavoro, se non compensate da razionalizzazioni della spesa o delle cosiddette “spese fiscali", condurrebbero ad aumenti del disavanzo non compatibili con la riduzione del peso del debito pubblico».
Per quel che riguarda l'Iva, l'economista ha detto che il raggiungimento degli obiettivi del governo «richiederà l'individuazione di coperture di notevole entità, nel caso si voglia evitare l'attivazione delle clausole». Senza gli scatti automatici previsti, «il disavanzo si collocherebbe meccanicamente al 3,4% del prodotto nel 2020, al 3,3% nel 2021 e al 3% nel 2022».
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Da inizio 2019 Borsa italiana ha avuto i migliori risultati dell'Ue In sei mesi ha fatto +13% contro il +8 di Parigi e il +6 di Londra. Scende il costo del nostro debito pubblico. Il capo economista di Bankitalia, durante un'audizione in Parlamento, annuncia che la spesa per gli interessi è calata di 1,7 miliardi. Però ammonisce: «Il taglio della pressione fiscale non va finanziato in deficit. Servono molte risorse per fermare l'aumento Iva». Lo speciale comprende due articoli. «La quotazione di Nexi potrebbe essere la più grande quotazione in Europa e forse del mondo nel 2019. Il successo di Nexi è un segnale molto positivo per l'intero Paese, e conferma la fiducia da parte degli investitori internazionali oltre che domestici nelle prospettive di crescita della società e del mercato in cui essa opera». A parlare ieri, in occasione dell'inizio delle negoziazioni del titolo, è stato Raffaele Jerusalmi, ad di Borsa italiana. Il manager ha spiegato che «quello del fintech è un settore in forte sviluppo a livello globale e siamo orgogliosi che anche una società italiana come Nexi si sia affermata tra i competitori di successo», ha detto. In effetti, la quotazione di Nexi dimostra che l'Italia non è poi il Paese inguaiato e instabile che si vuole dipingere. Altrimenti nessuno sceglierebbe di investire e di portare sul mercato italiano dei capitali, come hanno fatto le tante aziende che arriveranno a breve sui listini di Piazza Affari. A margine della cerimonia di ieri, infatti, Jerusalmi ha preannunciato «tantissime quotazioni sull'Aim». Inoltre sul mercato principale «ne abbiamo alcune, di cui se ne è già parlato. Una, che per certi aspetti potrebbe essere assimilabile a quella di Nexi, è quella della Sia, che è posseduta dalla Cdp», dice. «Vedremo, queste sono decisioni che spettano a loro, però hanno parlato in più occasioni di una possibile quotazione». Jerusalmi ha anche sottolineato che scaldano i motori anche altre aziende «come Franchi Marmi, una società non molto grande ma che arriverà in quotazione probabilmente fra poco». Poi c'è Newlat «che ha annunciato di volersi quotare e nel food and beverage è un'azienda abbastanza grande». Secondo il numero uno di Borsa italiana, inoltre, «altre quotazioni potranno arrivare perché credo che, come sempre succede in questi casi, una quotazione come quella di Nexi sarà seguita e fa da volano, da esempio per chi vorrà magari emulare. Vedremo come andrà». In effetti il principale listino di Borsa italiana, nonostante una fine del 2018 molto burrascosa per i mercati (dentro e fuori i confini italiani), negli ultimi sei mesi è cresciuto del 13,64% battendo, ad esempio, l'indice Ftse di Londra che nello stesso periodo (e con gli stessi problemi di mercati difficili alla fine dello scorso anno) è salito del 6,27%. A Parigi, per citare un'altra importante piazza europea, il principale listino, il Cac40, è cresciuto dell'8,51%. Del resto, come ha ricordato Jerusalmi, da inizio anno la Borsa milanese ha registrato la performance migliore d'Europa «in modo sorprendente visti i dati macro negativi, i rumors e le incertezze. Ma la verità è che le aziende quotate in Italia non stanno andando male, anzi vanno bene». Il manager ha ribadito che l'Italia «continua a essere attraente per gli investitori internazionali visto che è un Paese che ha voglia di fare e di andare avanti, non curandosi delle incertezze geopolitiche». Con queste premesse, ieri Nexi, società fintech che opera nel segmento dei pagamenti digitali, ha iniziato dunque le sue contrattazioni sul segmento Mta, quello che si rivolge principalmente alle imprese di media e grande capitalizzazione. La società, si legge in una nota, rappresenta la prima quotazione per ammontare raccolto da parte di una società fintech italiana per un totale di 2,01 miliardi di euro. Per volume, quello di Nexi si configura come uno dei più importanti collocamenti internazionali del 2019. Con una capitalizzazione iniziale di 5,7 miliardi di euro e un controvalore complessivo dell'offerta pubblica iniziale di oltre 2 miliardi, Nexi ha quindi concluso la più grande operazione in Europa, Africa, Asia, Australia e Sud America. Non solo, per quanto riguarda il listino italiano l'azienda di pagamenti digitali rappresenta la più importante operazione per capitalizzazione e ammontare raccolto durante una quotazione negli ultimi due anni, oltre che la più grande Ipo (dall'inglese initial public offering, l'offerta al pubblico dei titoli di una società) di sempre di una realtà fintech. «Credo che il primo giorno sia solo l'inizio di un lungo percorso. Vedremo» cosa succederà nelle prossime sedute, ha dichiarato Paolo Bertoluzzo, ad del gruppo Nexi, a margine della cerimonia di quotazione della società in Borsa. Questo, ha continuato, «è un nuovo punto di partenza che ci porta a guardare al futuro con ancora più senso di responsabilità», ha evidenziato il manager, sapendo che è una «sfida coraggiosa», considerato l'attuale momento economico, «ma questo vuol dire sviluppare le società». Intanto ieri il titolo Nexi ha chiuso in calo del 6,22% a 8,44 euro. Come spiega un analista, però, non c'è da preoccuparsi. «Il prezzo, fissato la scorsa settimana» a 9 euro per azione «è stato giudicato dagli operatori un pochino alto», spiega. Questi cali tuttavia «non devono spaventare, visto che le prime sedute sono dettate spesso dalla volatilità, tipica di queste operazioni», conclude l'esperto. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/altro-che-instabilita-a-piazza-affari-e-record-di-rendite-e-di-matricole-2634796497.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="scende-il-costo-del-nostro-debito-pubblico" data-post-id="2634796497" data-published-at="1782280263" data-use-pagination="False"> Scende il costo del nostro debito pubblico Sapete quanto ci è costato l'anno scorso il famigerato spread? Dimenticate i titoli urlati dei giornaloni nostrani, che per mesi hanno disseminato il terrore quantificando il danno nell'ordine di grandezza dei miliardi. Udite, udite: l'impatto sui conti italiani dell'incremento del differenziale con i bund tedeschi è stato pari a zero. Anzi, per essere precisi, nel 2018 la spesa per interessi del debito pubblico è addirittura diminuita di 1,7 miliardi di euro, passando dal 3,8% al 3,7% sul Pil. La notizia è certificata niente meno che da Banca d'Italia, intervenuta ieri con Eugenio Gaiotti, capo del dipartimento di economia e statistica di Palazzo Koch, in audizione di fronte alle commissioni Programmazione economica e bilancio del Senato e Bilancio, tesoro e programmazione della Camera. «La spesa per interessi è diminuita», ha spiegato Gaiotti, confermando che «l'onere medio sul debito è sceso di 0,1 punti percentuali». L'aumento della differenza di rendimento con i titoli tedeschi, dunque, non ha provocato alcun cataclisma come preconizzato dai profeti di sventura. La relazione di Via Nazionale evidenzia come, anche grazie al fatto che questo capitolo è in realtà sotto controllo, l'Italia possa vantare un solido avanzo primario (ovvero la differenza tra entrate e spese, al netto di quelle per interessi) pari all'1,6% sul Pil. La ragione di questo fenomeno l'abbiamo già spiegata alcuni mesi fa su queste pagine. Pur essendo effettivamente aumentato negli ultimi mesi, il rendimento delle nuove emissioni risulta comunque più basso rispetto al costo medio dello stock di debito circolante. Ciò significa con tutta probabilità che, almeno nel breve e medio periodo, la spesa continuerà a calare o quantomeno rimarrà stabile. D'altronde, dati alla mano, negli ultimi anni il dato che colpisce di più è proprio la continua discesa della spesa per interessi, passata dal 5,2% sul Pil nel 2012 al 3,7% del 2018. Ma nemmeno nel lungo periodo gli effetti dovrebbero essere così devastanti come annunciato dai detrattori del governo gialloblù. Come dimenticare, ad esempio, le minacciose affermazioni dell'ex premier Matteo Renzi, che nel novembre scorso scrisse su Facebook: «Lo spread a 320 significa che il prossimo anno avremo 6 miliardi di euro in più di interessi sul debito, farà danno alle famiglie, alle imprese, ai risparmiatori, agli artigiani. Ricordate le polemiche sulle quattro banche fallite? Allora i soldi persi con i subordinati dai risparmiatori furono 300 milioni di euro. Da quando è in carica questo governo i risparmiatori hanno perso 300 miliardi di euro». Previsioni sballate, come testimonia l'audizione di Gaiotti. L'aumento del costo c'è, infatti, ma non è così sensibile come sostenuto da Renzi. Nell'ipotesi che i tassi di interesse rimangano sui valori attesi dai mercati, «gli oneri della spesa sarebbero più elevati di 1,5 miliardi quest'anno, 3,5 il prossimo e quasi 6 miliardi nel 2021». Senza contare che, se i segnali positivi mostrati con la produzione industriale dovessero essere confermati e il Pil dovesse riprendersi, i rendimenti sarebbero destinati a calare. Smontata «tutta la narrativa sui miliardi in più di costo dello spread, con titoli di giornale fino a 200 miliardi che danno l'idea del terrorismo dei media», dice alla Verità Claudio Borghi, presidente della commissione Bilancio della Camera. «In realtà i numeri ci dicono che in passato si emettevano titoli con tassi più alti rispetto a quelli attuali. Non bisogna mai dimenticare che lo spread è una differenza, non un valore assoluto. Se la differenza sale, ma il valore assoluto scende, si finisce per pagare di meno. Ci viene raccontata una cosa che non corrisponde al vero: ci dicono che paghiamo di più e in realtà paghiamo di meno». Senza contare l'effetto del programma di acquisto titoli attutato negli ultimi anni dalla Bce, altrimenti noto come quantitative easing, che oltre a «sterilizzare» la quota parte dello stock di debito acquistato da Francoforte, ha permesso al Tesoro di incassare con una partita di giro le stesse cedole in capo alla Bce. Un fenomeno che l'economista della Lega quantifica in circa 2 miliardi di euro e che ha permesso di tamponare ulteriormente la spesa per gli interessi già di per sé in calo. «Sono miliardi in meno e potrebbero essere ancora molti meno», conclude Borghi, «se la Banca centrale europea ricominciasse a riacquistare titoli sul mercato, e può farlo perché di inflazione non c'è traccia, e in quel caso sarebbe ancora minore l'ammontare di interessi che lo Stato si troverebbe a pagare». Lungi da noi affermare che l'aumento dello spread è un fenomeno a costo zero. Se il differenziale fosse inferiore, o addirittura pari a zero, i costi sarebbero senza dubbio molto inferiori. E la stessa Bankitalia, nell'audizione di ieri, spiega che un «aumento permanente dei rendimenti dei titoli di Stato italiani a lungo termine di 100 punti base» si tradurrebbe in un calo del Pil dello 0,1% dopo un anno e dello 0,7% dopo tre anni. Senza contare i già citati costi a lungo termine sulla spesa per interessi, destinati inevitabilmente a crescere se i rendimenti non dovessero calare. La narrazione alla quale abbiamo assistito dalla nascita del governo gialloblù però, anziché spiegare onestamente come stanno le cose, ha puntato tutto sul clima di terrore. Una scelta di campo che ha alimentato l'incertezza che si professava di combattere. Gaiotti ha anche espresso ottimismo per la situazione economica generale, dicendo che «il buon risultato della produzione industriale in febbraio suggerisce che la crescita del Pil potrebbe essere in ripresa nel primo trimestre», mentre «altri indicatori restano però deboli». Da Bankitlaia è anche arrivato un monito sul deficit: «È condivisibile l'intenzione di non ricorrere a ulteriore indebitamento per approvare una riforma», ovvero il taglio delle tasse, ha detto Gaiotti, favorevole invece a una «revisione complessiva delle agevolazioni fiscali». Riduzioni del carico fiscale «sul lavoro, se non compensate da razionalizzazioni della spesa o delle cosiddette “spese fiscali", condurrebbero ad aumenti del disavanzo non compatibili con la riduzione del peso del debito pubblico». Per quel che riguarda l'Iva, l'economista ha detto che il raggiungimento degli obiettivi del governo «richiederà l'individuazione di coperture di notevole entità, nel caso si voglia evitare l'attivazione delle clausole». Senza gli scatti automatici previsti, «il disavanzo si collocherebbe meccanicamente al 3,4% del prodotto nel 2020, al 3,3% nel 2021 e al 3% nel 2022».
La sequenza è partita dai listini asiatici. In Corea del Sud il Kospi ha accusato un tonfo del 10%, in una seduta segnata da volatilità eccezionale. A Tokyo, il Nikkei ha perso il 3,5%, mentre Shanghai ha ceduto l’1,4% e Shenzhen oltre il 3%. In ribasso anche Hong Kong, a -1,82%. Il messaggio arrivato dall’Asia è stato chiaro: la correzione non riguarda un singolo mercato, ma un comparto globale dove i grandi gruppi tecnologici e la filiera dei chip hanno assunto un peso crescente negli indici.
A Wall Street la flessione ha colpito con forza Nasdaq e S&P 500, scesi ai livelli più bassi da oltre una settimana. Secondo gli esperti, gli investitori starebbero valutando una Federal Reserve più restrittiva e, soprattutto, i rischi legati ai programmi di investimento nell’intelligenza artificiale finanziati tramite debito dalle società cloud. La questione non è soltanto la domanda futura di IA, ma la capacità delle aziende di trasformare capex molto elevati in ricavi e margini sufficienti a giustificarne il costo finanziario.
I numeri fotografano la portata del movimento. Micron Technology e SanDisk, tra i migliori titoli dello S&P 500 dall’inizio dell’anno, hanno perso rispettivamente il 12% e il 13%. L’indice Philadelphia Semiconductor è crollato del 7,3%, mentre il settore tecnologico dello S&P 500 ha lasciato sul terreno il 3,2%. Se la discesa dovesse consolidarsi, il Nasdaq 100 rischierebbe di cedere più di 1.000 miliardi di dollari di capitalizzazione, secondo le stime richiamate dagli operatori. Il punto critico è l’affollamento delle compravendite sull’IA. Quando una quota ampia del mercato possiede gli stessi titoli, una revisione delle aspettative può trasformarsi rapidamente in una corsa alle vendite.
L’Europa da tutto questo non è rimasta immune. Londra ha chiuso in lieve controtendenza, +0,17%, ma Francoforte ha perso lo 0,81% e Parigi lo 0,71%. A Milano il Ftse Mib ha segnato -1,46%, risultando il peggiore tra i principali listini europei. A pesare sono stati soprattutto i titoli esposti alla tecnologia e al ciclo industriale: STMicroelectronics ha ceduto l’8,44%, Stellantis il 6,74%, Prysmian il 4,10% e Avio il 3,47%. La seduta ha mostrato quanto la narrativa dell’IA sia ormai un fattore sistemico per i mercati.
La tecnologia continua, dunque, a rappresentare un motore di crescita, ma le quotazioni elevate e il ricorso al debito impongono una verifica severa dei fondamentali. Per gli investitori, il tema non è più soltanto individuare i vincitori della rivoluzione artificiale: è capire a quale prezzo, e con quali tempi, quella rivoluzione riuscirà a generare rendimenti sostenibili senza comprimere ulteriormente i multipli di Borsa.
Sul mercato valutario l’euro ha arretrato leggermente sul dollaro, scendendo a quota 1,138. Debole anche l’oro, che ieri ha perso l’1,34% arrivando a 4.135,6 dollari l’oncia. Vendite diffuse anche sul petrolio: il Light Sweet Crude ha proseguito la seduta a 73,13 dollari al barile. Sul fronte obbligazionario è aumentata leggermente la tensione: lo spread è salito di poco a 71 punti base, in rialzo di 7 punti rispetto alla chiusura precedente. Il rendimento del Btp decennale si è attestata al 3,63%.
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Nel riquadro Francesco Imprezzabile, il vigile urbano morto ieri a Milano durante un inseguimento (Ansa)
Il giovane accelera in direzione di Peschiera Borromeo. Tre agenti motociclisti e una pattuglia della Polizia stradale si mettono alle sue spalle. Poco dopo, all’altezza di via Milano, i colleghi perdono di vista Francesco Imprezzabile. Poi trovano prima la moto a terra sul margine della carreggiata. L’agente è poco più avanti, già in arresto cardiaco. Trasportato al Niguarda, morirà poco dopo. Aveva 39 anni e ad agosto ne avrebbe compiuti quaranta.
Per un lavoro svolto anche di notte (e negli interventi più rischiosi), un agente della Polizia locale percepisce in media tra i 1.500 e i 1.600 euro netti al mese. Una retribuzione davvero modesta rispetto alle responsabilità e ai pericoli affrontati ogni giorno, per di più in una delle città più costose e pericolose d’Italia. Imprezzabile credeva profondamente nell’uniforme. «Non è solo un lavoro, è una responsabilità. Non è un mestiere qualunque: è vocazione, passione e senso del dovere», aveva scritto su Instagram appena un mese fa, ricordando «sacrifici, rinunce e fatica» che spesso nessuno vede. Parole che oggi pesano ancora di più, in una città dove troppo spesso la divisa viene sfidata, delegittimata o ignorata. È morto inseguendo chi, a quell’alt, ha scelto di non fermarsi.
«Mi ha intimato l’alt, ma avevo pochi grammi di hashish. Non volevo guai e sono scappato». È la spiegazione che B.G. ha fornito durante l’interrogatorio davanti alla pm Francesca Crupi.
«Ero io alla guida», ha dichiarato, assumendosi la responsabilità della fuga. Ha però sostenuto di non essersi accorto della caduta dell’agente: «Non l’ho visto cadere». Poi ha aggiunto di avere pensato di presentarsi spontaneamente agli inquirenti: «Stavo pensando di costituirmi, volevo prima confrontarmi con il mio avvocato».
Nel corso dell’interrogatorio il ventisettenne ha anche espresso il proprio rammarico: «Mi scuso con lo Stato italiano e con la sua famiglia. Se posso fare qualcosa per loro, sono disponibile». Sono parole pronunciate però dopo essere stato rintracciato a Monza, nell’abitazione di uno dei tre amici che viaggiavano con lui e che, al momento, non risultano indagati.
B.G. è stato arrestato per la fuga pericolosa ed è indagato per omicidio stradale colposo. Si trova nel carcere di San Vittore. Agli inquirenti spetterà ora accertare il nesso tra la sua condotta, la prosecuzione della fuga ad alta velocità e la caduta mortale dell’agente.
Il veicolo, regolarmente noleggiato, è stato individuato attraverso la targa e le immagini delle telecamere comunali e degli esercizi pubblici. L’Audi Q7 e la motocicletta sono state sequestrate. «Ieri sera ho perso uno dei miei uomini, un ragazzo che ad agosto avrebbe compiuto quarant’anni», ha detto il comandante Gianluca Mirabelli. «Amava il proprio lavoro, forse troppo». Poi l’abbraccio ai genitori e la promessa di ricostruire la dinamica «con certezza al mille per cento». Dai primi accertamenti la Procura esclude che il Suv abbia speronato la motocicletta. Restano da chiarire le cause della caduta e l’eventuale presenza di un contatto di altro tipo. Saranno le immagini, le tracce sui mezzi e gli esami tecnici a ricostruire gli ultimi secondi dell’inseguimento.
La morte di Imprezzabile ha riaperto il dossier sulle condizioni di lavoro della Polizia locale. I sindacati ricordano che gli agenti vengono impiegati in servizi sempre più simili a quelli delle forze di polizia statali, senza però disporre delle stesse tutele previdenziali, assistenziali e infortunistiche.
La Cisl Funzione pubblica ha chiesto al Parlamento di accelerare l’approvazione della nuova legge quadro, attesa da oltre quarant’anni, ricordando che gli infortuni nella categoria sono circa 2.000 ogni anno.
Il cordoglio è bipartisan. Il presidente Sergio Mattarella si è detto «profondamente rattristato», il presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha ricordato che «chi indossa una divisa mette ogni giorno la propria vita al servizio degli altri», mentre il sindaco Giuseppe Sala ha espresso vicinanza alla famiglia e al Corpo. Pierfrancesco Majorino (Pd) ha richiamato «il valore dell’impegno e del senso del dovere», Simonetta Matone (Lega) ha scritto che Imprezzabile «ha perso la vita facendo il suo dovere» e Mariastella Gelmini (Fi) ha chiesto che i responsabili siano assicurati alla giustizia.
L’ex vicesindaco Riccardo De Corato ha accusato «la sciocca ideologia della sinistra» di aver consentito «a degli autentici delinquenti di arrivare in Italia», puntando il dito contro il conducente albanese.
Valter Mazzetti, segretario generale dell’Fsp Polizia di Stato, ha osservato che Milano è ormai «tristemente nota per gli inseguimenti finiti in tragedia» e ha sottolineato come, a differenza di altri casi, alla morte di Imprezzabile non seguiranno verosimilmente cortei, incendi e devastazioni. Il riferimento è al caso di Ramy Elgaml.
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Il leader del Movimento 5 stelle Giuseppe Conte (@Michele Silvestro)
A una domanda sulla foto del «campino largo», con lo stesso Conte, la Schlein e i leader di Avs, Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni, senza esponenti degli altri partiti del centrosinistra, a partire da Matteo Renzi, Conte risponde: «Ci sono state tante riunioni nel campo progressista, sempre con Schlein, Bonelli e Fratoianni: non abbiamo parlato di Renzi, ma del fatto che, da inizio legislatura, abbiamo condiviso un percorso di opposizione e maturato proposte su salario minimo, congedo paritario e riduzione del tempo di lavoro a parità di salario. L’8 e il 15 luglio saremo insieme in una città prima del Nord e poi del Sud per sintetizzare il lavoro fatto. Dopo l’estate ragioneremo su come ampliare efficacemente questo perimetro».
Come ben sanno tutti coloro che hanno seguito il crollo del secondo governo guidato da Conte, quello giallorosso, uno dei principali artefici dello sfratto del leader del M5s da Palazzo Chigi è stato proprio Renzi che, del resto, ha sempre rivendicato l’operazione che ha portato Mario Draghi alla guida del governo. Belpietro incalza Conte su una eventuale alleanza con il leader di Italia viva, ribattezzata Casa riformista: «Non è una decisione da prendere adesso», risponde il leader pentastellato, «adesso è il tempo del programma, dopo sarà il tempo di decidere chi coinvolgere in questo progetto, valutando ovviamente tutte le condizioni che si presenteranno». Una bella stoccata, che provoca le reazioni sia di Renzi che della Schlein. «Non ho problemi: se vogliono parlare del passato», risponde Renzi a La7, «Conte può spiegare chi ha portato Salvini al ministero dell’Interno, ma guarderei più al futuro. Io devo portare al centrosinistra i voti di chi detesta Conte, Bonelli e Fratoianni. Per vincere servono tutti perchè l’altra volta la Meloni ha vinto perché la sinistra era divisa».
Infuriata pure Elly Schlein: «L’alleanza progressista», risponde la segretaria nel corso della direzione dem, «è già una realtà. Semmai, dobbiamo allargare ancora, non certo restringere. Nessuno questo lo mette più in discussione, è la cornice comune. E qualche anno fa non era affatto spontaneo. Proprio per questo, però, ora bisogna fare uno scatto in avanti. La coalizione ha margine per crescere ancora, aprirsi al contributo di nuove forze».
In realtà alla Schlein non è andata giù anche (e, forse, soprattutto) un’altra risposta di Conte, quella alla domanda di Belpietro sulla leadership del centrosinistra: «Le primarie rimangono sul tavolo», argomenta l’ex premier, «come rimangono sul tavolo anche altre soluzioni. Quando ho parlato di primarie, anche Elly Schlein e altri esponenti del Pd si erano detti d’accordo, poi ho visto che c’è stata qualche titubanza. Ma rimangono sul tavolo anche altre soluzioni. Quali? Una potrebbe essere anche quella adottata nelle Regioni. Noi non abbiamo mai fatto primarie nelle Regioni, ma abbiamo di volta in volta dato rispetto ai soggetti candidati, rispetto alle forze di coalizione, valutato tutti insieme quale era il candidato più competitivo. Se si trova un candidato più competitivo, siccome dobbiamo andare a vincere, scegli quel candidato».
Dettaglio tutt’altro che secondario: Conte non inserisce nel novero delle possibilità per la scelta della leadership quella del leader del principale partito della coalizione, ovvero la Schlein, ed è veramente difficile credere a una dimenticanza. Una bella legnata alla segretaria e al suo cerchietto tragico, che già si immagina a Palazzo Chigi.
Rifarebbe il Superbonus? Conte sorprende tutti: «Non rifarei il Superbonus se fossi di nuovo al governo», risponde, «però ricordo che è stato lanciato in piena pandemia e vagliato sia da illustri fiscalisti come Tremonti, sia da Bankitalia: in quel momento ha fatto ripartire l’Italia con una spinta eccezionale, che oggi non serve». E il Reddito di cittadinanza? «Doveva essere accompagnato dalla riforma delle politiche attive», spiega l’ex premier, «su cui avevamo messo in campo un miliardo di euro, ma che non abbiamo potuto attuare perché 15 Regioni in mano alla destra non hanno voluto rinforzare i centri per l’impiego. Ora il governo, anziché cancellarlo, ha cambiato nome: si chiama assegno di inclusione facendo, però, uno sfregio ai cittadini in povertà assoluta».
Sulla Commissione parlamentare d’inchiesta sul Covid, Conte si chiude in difesa: «Abbiamo contestato la commissione», ha detto, «perché ci sembra una presa in giro: la gestione della sanità è in mano agli assessorati regionali, ma si vuole provare ad accertare la verità al di fuori del perimetro regionale forse perché Lombardia e Veneto, che sono le Regioni più colpite, sono in mano al centrodestra. In un primo momento non volevamo partecipare ai lavori perché ci sembrava un affronto, poi abbiamo accettato ma fin da subito abbiamo sentito che qualcuno se l’è presa con il personale sanitario o, addirittura, con la Chiesa cattolica. C’è una propaganda strumentale finalizzata a mettermi in difficoltà». Altri spunti impostanti. Conte dice no alla patrimoniale: «Quando ero a palazzo Chigi e dovevamo far ripartire il Paese dopo il Covid, ho fatto valutare questa ipotesi ma il dossier poi l’ho buttato nel cestino»; critica la Meloni sul caso-Trump («Confondeva la politica estera con l’affinità ideologica, per cui ha pensato che sposare l’ideologia Maga le desse un salvacondotto») e dice no al gas russo fino a «un secondo dopo che abbiamo sottoscritto un accordo di pace».
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Gilberto Pichetto Fratin (Michele Silvestro)
Il ministro ha detto chiaramente che intende accelerare i tempi: «La legge delega ha superato il primo giro alla Camera ed è attesa al Senato per i primi giorni di luglio, con l’obiettivo di chiudere l’esame prima della pausa estiva», ha detto Pichetto Fratin. Per i decreti legislativi ci sarebbero 12 mesi di tempo ma il ministro ha detto chiaramente che intende definire il quadro normativo entro la fine dell’anno. La fase di attuazione sarà affrontata con la prossima legislatura come pure il referendum sul quale, però, il ministro è ottimista. Nonostante le due consultazioni popolari con esito contrario, ora «la coscienza della gente è cambiata». Bisogna affrontare il dibattito senza «strane paure».
Superato questo soglio, si dovrebbe procedere in modo spedito. L’Italia è leader nella tecnologia, partecipa a operazioni all’estero come la realizzazione del minireattore in Ontario, in Canada, prossimo a entrare in funzione, e ha fornito esperti al centro francese che sta lavorando al grande reattore per la fusione nucleare. D’altronde, non si può pensare di far fronte all’aumento esponenziale di domanda di energia solo con le rinnovabili: «L’energia elettrica sarà il veicolo di decarbonizzazione, per creare efficientemento sul sistema industriale, per le case, i fabbricati. I data center saranno grandi consumatori di energia e noi dobbiamo rispondere a questa domanda». Poi ha ricordato che l’Italia «oggi importa 50 miliardi di chilowattora dall’estero».
I minireattori, inoltre, sono meno impattanti sull’ambiente. «Non si possono mettere le pale eoliche ovunque. Un piccolo reattore può occupare 4 campi di calcio. Per la stessa produzione di energia servirebbero 3.000 campi di calcio di fotovoltaico».
Serve un mix di soluzioni. Il ministro ha precisato che non ha più intenzione di incentivare fotovoltaico e eolico: «Ho firmato per fare le aste, impegnarci come Stato a dare le garanzie», riferendosi alla sigla del Ferx definitivo. Il provvedimento «può dare un contributo notevole anche all’abbassamento dei prezzi perché vorrei ricordare che il fotovoltaico, che è stato incentivato tanto nel passato, oggi ha una quotazione di meno di 60 euro al megawattora e il prezzo unico nazionale di oggi sarà in questo momento 140-150 euro». Il problema è l’accumulo di energia perché il fotovoltaico funziona di giorno, l’eolico quando c’è il vento. «L’accumulo può avvenire tramite batteria ma io preferirei con l’acqua sulle nostre dighe». Intanto c’è il problema di come fronteggiare la crisi energetica causata dalla guerra nel Golfo. Francia e Spagna continuano ad acquistare gas russo nonostante le sanzioni. «L’Europa in realtà non ha fatto un blocco totale, ma un contenimento», ha precisato il ministro, sottolineando che l’Italia ha una diversificazione negli approvvigionamenti garantiti dai contratti in essere con Azerbaigian, Algeria, Libia e dalle importazioni di Gnl. Il nodo dei prezzi è una questione europea. Pichetto ha sottolineato che «se negli Stati Uniti il gas costa tra i 10 e i 12 dollari al megawattora, una volta liquefatto, trasportato e rigassificato in Europa il prezzo sale a ridosso dei 40-42 euro».
Quanto alle importazioni di Gnl dagli Usa, Pichetto nega che ci potrebbero essere ripercussioni dallo scontro tra il presidente americano Donald Trump e la premier Giorgia Meloni.
Infine il caso Vannacci. «Le coalizioni si fanno su contenuti e obiettivi».
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