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2019-04-17
Altro che instabilità. A Piazza Affari è record di rendite e di matricole
Ansa
«La quotazione di Nexi potrebbe essere la più grande quotazione in Europa e forse del mondo nel 2019. Il successo di Nexi è un segnale molto positivo per l'intero Paese, e conferma la fiducia da parte degli investitori internazionali oltre che domestici nelle prospettive di crescita della società e del mercato in cui essa opera». A parlare ieri, in occasione dell'inizio delle negoziazioni del titolo, è stato Raffaele Jerusalmi, ad di Borsa italiana. Il manager ha spiegato che «quello del fintech è un settore in forte sviluppo a livello globale e siamo orgogliosi che anche una società italiana come Nexi si sia affermata tra i competitori di successo», ha detto.
In effetti, la quotazione di Nexi dimostra che l'Italia non è poi il Paese inguaiato e instabile che si vuole dipingere. Altrimenti nessuno sceglierebbe di investire e di portare sul mercato italiano dei capitali, come hanno fatto le tante aziende che arriveranno a breve sui listini di Piazza Affari.
A margine della cerimonia di ieri, infatti, Jerusalmi ha preannunciato «tantissime quotazioni sull'Aim». Inoltre sul mercato principale «ne abbiamo alcune, di cui se ne è già parlato. Una, che per certi aspetti potrebbe essere assimilabile a quella di Nexi, è quella della Sia, che è posseduta dalla Cdp», dice. «Vedremo, queste sono decisioni che spettano a loro, però hanno parlato in più occasioni di una possibile quotazione».
Jerusalmi ha anche sottolineato che scaldano i motori anche altre aziende «come Franchi Marmi, una società non molto grande ma che arriverà in quotazione probabilmente fra poco». Poi c'è Newlat «che ha annunciato di volersi quotare e nel food and beverage è un'azienda abbastanza grande». Secondo il numero uno di Borsa italiana, inoltre, «altre quotazioni potranno arrivare perché credo che, come sempre succede in questi casi, una quotazione come quella di Nexi sarà seguita e fa da volano, da esempio per chi vorrà magari emulare. Vedremo come andrà».
In effetti il principale listino di Borsa italiana, nonostante una fine del 2018 molto burrascosa per i mercati (dentro e fuori i confini italiani), negli ultimi sei mesi è cresciuto del 13,64% battendo, ad esempio, l'indice Ftse di Londra che nello stesso periodo (e con gli stessi problemi di mercati difficili alla fine dello scorso anno) è salito del 6,27%. A Parigi, per citare un'altra importante piazza europea, il principale listino, il Cac40, è cresciuto dell'8,51%.
Del resto, come ha ricordato Jerusalmi, da inizio anno la Borsa milanese ha registrato la performance migliore d'Europa «in modo sorprendente visti i dati macro negativi, i rumors e le incertezze. Ma la verità è che le aziende quotate in Italia non stanno andando male, anzi vanno bene». Il manager ha ribadito che l'Italia «continua a essere attraente per gli investitori internazionali visto che è un Paese che ha voglia di fare e di andare avanti, non curandosi delle incertezze geopolitiche».
Con queste premesse, ieri Nexi, società fintech che opera nel segmento dei pagamenti digitali, ha iniziato dunque le sue contrattazioni sul segmento Mta, quello che si rivolge principalmente alle imprese di media e grande capitalizzazione. La società, si legge in una nota, rappresenta la prima quotazione per ammontare raccolto da parte di una società fintech italiana per un totale di 2,01 miliardi di euro. Per volume, quello di Nexi si configura come uno dei più importanti collocamenti internazionali del 2019.
Con una capitalizzazione iniziale di 5,7 miliardi di euro e un controvalore complessivo dell'offerta pubblica iniziale di oltre 2 miliardi, Nexi ha quindi concluso la più grande operazione in Europa, Africa, Asia, Australia e Sud America. Non solo, per quanto riguarda il listino italiano l'azienda di pagamenti digitali rappresenta la più importante operazione per capitalizzazione e ammontare raccolto durante una quotazione negli ultimi due anni, oltre che la più grande Ipo (dall'inglese initial public offering, l'offerta al pubblico dei titoli di una società) di sempre di una realtà fintech. «Credo che il primo giorno sia solo l'inizio di un lungo percorso. Vedremo» cosa succederà nelle prossime sedute, ha dichiarato Paolo Bertoluzzo, ad del gruppo Nexi, a margine della cerimonia di quotazione della società in Borsa. Questo, ha continuato, «è un nuovo punto di partenza che ci porta a guardare al futuro con ancora più senso di responsabilità», ha evidenziato il manager, sapendo che è una «sfida coraggiosa», considerato l'attuale momento economico, «ma questo vuol dire sviluppare le società».
Intanto ieri il titolo Nexi ha chiuso in calo del 6,22% a 8,44 euro. Come spiega un analista, però, non c'è da preoccuparsi. «Il prezzo, fissato la scorsa settimana» a 9 euro per azione «è stato giudicato dagli operatori un pochino alto», spiega. Questi cali tuttavia «non devono spaventare, visto che le prime sedute sono dettate spesso dalla volatilità, tipica di queste operazioni», conclude l'esperto.
Scende il costo del nostro debito pubblico
Sapete quanto ci è costato l'anno scorso il famigerato spread? Dimenticate i titoli urlati dei giornaloni nostrani, che per mesi hanno disseminato il terrore quantificando il danno nell'ordine di grandezza dei miliardi. Udite, udite: l'impatto sui conti italiani dell'incremento del differenziale con i bund tedeschi è stato pari a zero. Anzi, per essere precisi, nel 2018 la spesa per interessi del debito pubblico è addirittura diminuita di 1,7 miliardi di euro, passando dal 3,8% al 3,7% sul Pil. La notizia è certificata niente meno che da Banca d'Italia, intervenuta ieri con Eugenio Gaiotti, capo del dipartimento di economia e statistica di Palazzo Koch, in audizione di fronte alle commissioni Programmazione economica e bilancio del Senato e Bilancio, tesoro e programmazione della Camera. «La spesa per interessi è diminuita», ha spiegato Gaiotti, confermando che «l'onere medio sul debito è sceso di 0,1 punti percentuali».
L'aumento della differenza di rendimento con i titoli tedeschi, dunque, non ha provocato alcun cataclisma come preconizzato dai profeti di sventura. La relazione di Via Nazionale evidenzia come, anche grazie al fatto che questo capitolo è in realtà sotto controllo, l'Italia possa vantare un solido avanzo primario (ovvero la differenza tra entrate e spese, al netto di quelle per interessi) pari all'1,6% sul Pil. La ragione di questo fenomeno l'abbiamo già spiegata alcuni mesi fa su queste pagine. Pur essendo effettivamente aumentato negli ultimi mesi, il rendimento delle nuove emissioni risulta comunque più basso rispetto al costo medio dello stock di debito circolante. Ciò significa con tutta probabilità che, almeno nel breve e medio periodo, la spesa continuerà a calare o quantomeno rimarrà stabile. D'altronde, dati alla mano, negli ultimi anni il dato che colpisce di più è proprio la continua discesa della spesa per interessi, passata dal 5,2% sul Pil nel 2012 al 3,7% del 2018. Ma nemmeno nel lungo periodo gli effetti dovrebbero essere così devastanti come annunciato dai detrattori del governo gialloblù. Come dimenticare, ad esempio, le minacciose affermazioni dell'ex premier Matteo Renzi, che nel novembre scorso scrisse su Facebook: «Lo spread a 320 significa che il prossimo anno avremo 6 miliardi di euro in più di interessi sul debito, farà danno alle famiglie, alle imprese, ai risparmiatori, agli artigiani. Ricordate le polemiche sulle quattro banche fallite? Allora i soldi persi con i subordinati dai risparmiatori furono 300 milioni di euro. Da quando è in carica questo governo i risparmiatori hanno perso 300 miliardi di euro». Previsioni sballate, come testimonia l'audizione di Gaiotti. L'aumento del costo c'è, infatti, ma non è così sensibile come sostenuto da Renzi. Nell'ipotesi che i tassi di interesse rimangano sui valori attesi dai mercati, «gli oneri della spesa sarebbero più elevati di 1,5 miliardi quest'anno, 3,5 il prossimo e quasi 6 miliardi nel 2021». Senza contare che, se i segnali positivi mostrati con la produzione industriale dovessero essere confermati e il Pil dovesse riprendersi, i rendimenti sarebbero destinati a calare.
Smontata «tutta la narrativa sui miliardi in più di costo dello spread, con titoli di giornale fino a 200 miliardi che danno l'idea del terrorismo dei media», dice alla Verità Claudio Borghi, presidente della commissione Bilancio della Camera. «In realtà i numeri ci dicono che in passato si emettevano titoli con tassi più alti rispetto a quelli attuali. Non bisogna mai dimenticare che lo spread è una differenza, non un valore assoluto. Se la differenza sale, ma il valore assoluto scende, si finisce per pagare di meno. Ci viene raccontata una cosa che non corrisponde al vero: ci dicono che paghiamo di più e in realtà paghiamo di meno».
Senza contare l'effetto del programma di acquisto titoli attutato negli ultimi anni dalla Bce, altrimenti noto come quantitative easing, che oltre a «sterilizzare» la quota parte dello stock di debito acquistato da Francoforte, ha permesso al Tesoro di incassare con una partita di giro le stesse cedole in capo alla Bce. Un fenomeno che l'economista della Lega quantifica in circa 2 miliardi di euro e che ha permesso di tamponare ulteriormente la spesa per gli interessi già di per sé in calo. «Sono miliardi in meno e potrebbero essere ancora molti meno», conclude Borghi, «se la Banca centrale europea ricominciasse a riacquistare titoli sul mercato, e può farlo perché di inflazione non c'è traccia, e in quel caso sarebbe ancora minore l'ammontare di interessi che lo Stato si troverebbe a pagare».
Lungi da noi affermare che l'aumento dello spread è un fenomeno a costo zero. Se il differenziale fosse inferiore, o addirittura pari a zero, i costi sarebbero senza dubbio molto inferiori. E la stessa Bankitalia, nell'audizione di ieri, spiega che un «aumento permanente dei rendimenti dei titoli di Stato italiani a lungo termine di 100 punti base» si tradurrebbe in un calo del Pil dello 0,1% dopo un anno e dello 0,7% dopo tre anni. Senza contare i già citati costi a lungo termine sulla spesa per interessi, destinati inevitabilmente a crescere se i rendimenti non dovessero calare. La narrazione alla quale abbiamo assistito dalla nascita del governo gialloblù però, anziché spiegare onestamente come stanno le cose, ha puntato tutto sul clima di terrore. Una scelta di campo che ha alimentato l'incertezza che si professava di combattere.
Gaiotti ha anche espresso ottimismo per la situazione economica generale, dicendo che «il buon risultato della produzione industriale in febbraio suggerisce che la crescita del Pil potrebbe essere in ripresa nel primo trimestre», mentre «altri indicatori restano però deboli». Da Bankitlaia è anche arrivato un monito sul deficit: «È condivisibile l'intenzione di non ricorrere a ulteriore indebitamento per approvare una riforma», ovvero il taglio delle tasse, ha detto Gaiotti, favorevole invece a una «revisione complessiva delle agevolazioni fiscali». Riduzioni del carico fiscale «sul lavoro, se non compensate da razionalizzazioni della spesa o delle cosiddette “spese fiscali", condurrebbero ad aumenti del disavanzo non compatibili con la riduzione del peso del debito pubblico».
Per quel che riguarda l'Iva, l'economista ha detto che il raggiungimento degli obiettivi del governo «richiederà l'individuazione di coperture di notevole entità, nel caso si voglia evitare l'attivazione delle clausole». Senza gli scatti automatici previsti, «il disavanzo si collocherebbe meccanicamente al 3,4% del prodotto nel 2020, al 3,3% nel 2021 e al 3% nel 2022».
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Da inizio 2019 Borsa italiana ha avuto i migliori risultati dell'Ue In sei mesi ha fatto +13% contro il +8 di Parigi e il +6 di Londra. Scende il costo del nostro debito pubblico. Il capo economista di Bankitalia, durante un'audizione in Parlamento, annuncia che la spesa per gli interessi è calata di 1,7 miliardi. Però ammonisce: «Il taglio della pressione fiscale non va finanziato in deficit. Servono molte risorse per fermare l'aumento Iva». Lo speciale comprende due articoli. «La quotazione di Nexi potrebbe essere la più grande quotazione in Europa e forse del mondo nel 2019. Il successo di Nexi è un segnale molto positivo per l'intero Paese, e conferma la fiducia da parte degli investitori internazionali oltre che domestici nelle prospettive di crescita della società e del mercato in cui essa opera». A parlare ieri, in occasione dell'inizio delle negoziazioni del titolo, è stato Raffaele Jerusalmi, ad di Borsa italiana. Il manager ha spiegato che «quello del fintech è un settore in forte sviluppo a livello globale e siamo orgogliosi che anche una società italiana come Nexi si sia affermata tra i competitori di successo», ha detto. In effetti, la quotazione di Nexi dimostra che l'Italia non è poi il Paese inguaiato e instabile che si vuole dipingere. Altrimenti nessuno sceglierebbe di investire e di portare sul mercato italiano dei capitali, come hanno fatto le tante aziende che arriveranno a breve sui listini di Piazza Affari. A margine della cerimonia di ieri, infatti, Jerusalmi ha preannunciato «tantissime quotazioni sull'Aim». Inoltre sul mercato principale «ne abbiamo alcune, di cui se ne è già parlato. Una, che per certi aspetti potrebbe essere assimilabile a quella di Nexi, è quella della Sia, che è posseduta dalla Cdp», dice. «Vedremo, queste sono decisioni che spettano a loro, però hanno parlato in più occasioni di una possibile quotazione». Jerusalmi ha anche sottolineato che scaldano i motori anche altre aziende «come Franchi Marmi, una società non molto grande ma che arriverà in quotazione probabilmente fra poco». Poi c'è Newlat «che ha annunciato di volersi quotare e nel food and beverage è un'azienda abbastanza grande». Secondo il numero uno di Borsa italiana, inoltre, «altre quotazioni potranno arrivare perché credo che, come sempre succede in questi casi, una quotazione come quella di Nexi sarà seguita e fa da volano, da esempio per chi vorrà magari emulare. Vedremo come andrà». In effetti il principale listino di Borsa italiana, nonostante una fine del 2018 molto burrascosa per i mercati (dentro e fuori i confini italiani), negli ultimi sei mesi è cresciuto del 13,64% battendo, ad esempio, l'indice Ftse di Londra che nello stesso periodo (e con gli stessi problemi di mercati difficili alla fine dello scorso anno) è salito del 6,27%. A Parigi, per citare un'altra importante piazza europea, il principale listino, il Cac40, è cresciuto dell'8,51%. Del resto, come ha ricordato Jerusalmi, da inizio anno la Borsa milanese ha registrato la performance migliore d'Europa «in modo sorprendente visti i dati macro negativi, i rumors e le incertezze. Ma la verità è che le aziende quotate in Italia non stanno andando male, anzi vanno bene». Il manager ha ribadito che l'Italia «continua a essere attraente per gli investitori internazionali visto che è un Paese che ha voglia di fare e di andare avanti, non curandosi delle incertezze geopolitiche». Con queste premesse, ieri Nexi, società fintech che opera nel segmento dei pagamenti digitali, ha iniziato dunque le sue contrattazioni sul segmento Mta, quello che si rivolge principalmente alle imprese di media e grande capitalizzazione. La società, si legge in una nota, rappresenta la prima quotazione per ammontare raccolto da parte di una società fintech italiana per un totale di 2,01 miliardi di euro. Per volume, quello di Nexi si configura come uno dei più importanti collocamenti internazionali del 2019. Con una capitalizzazione iniziale di 5,7 miliardi di euro e un controvalore complessivo dell'offerta pubblica iniziale di oltre 2 miliardi, Nexi ha quindi concluso la più grande operazione in Europa, Africa, Asia, Australia e Sud America. Non solo, per quanto riguarda il listino italiano l'azienda di pagamenti digitali rappresenta la più importante operazione per capitalizzazione e ammontare raccolto durante una quotazione negli ultimi due anni, oltre che la più grande Ipo (dall'inglese initial public offering, l'offerta al pubblico dei titoli di una società) di sempre di una realtà fintech. «Credo che il primo giorno sia solo l'inizio di un lungo percorso. Vedremo» cosa succederà nelle prossime sedute, ha dichiarato Paolo Bertoluzzo, ad del gruppo Nexi, a margine della cerimonia di quotazione della società in Borsa. Questo, ha continuato, «è un nuovo punto di partenza che ci porta a guardare al futuro con ancora più senso di responsabilità», ha evidenziato il manager, sapendo che è una «sfida coraggiosa», considerato l'attuale momento economico, «ma questo vuol dire sviluppare le società». Intanto ieri il titolo Nexi ha chiuso in calo del 6,22% a 8,44 euro. Come spiega un analista, però, non c'è da preoccuparsi. «Il prezzo, fissato la scorsa settimana» a 9 euro per azione «è stato giudicato dagli operatori un pochino alto», spiega. Questi cali tuttavia «non devono spaventare, visto che le prime sedute sono dettate spesso dalla volatilità, tipica di queste operazioni», conclude l'esperto. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/altro-che-instabilita-a-piazza-affari-e-record-di-rendite-e-di-matricole-2634796497.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="scende-il-costo-del-nostro-debito-pubblico" data-post-id="2634796497" data-published-at="1780740114" data-use-pagination="False"> Scende il costo del nostro debito pubblico Sapete quanto ci è costato l'anno scorso il famigerato spread? Dimenticate i titoli urlati dei giornaloni nostrani, che per mesi hanno disseminato il terrore quantificando il danno nell'ordine di grandezza dei miliardi. Udite, udite: l'impatto sui conti italiani dell'incremento del differenziale con i bund tedeschi è stato pari a zero. Anzi, per essere precisi, nel 2018 la spesa per interessi del debito pubblico è addirittura diminuita di 1,7 miliardi di euro, passando dal 3,8% al 3,7% sul Pil. La notizia è certificata niente meno che da Banca d'Italia, intervenuta ieri con Eugenio Gaiotti, capo del dipartimento di economia e statistica di Palazzo Koch, in audizione di fronte alle commissioni Programmazione economica e bilancio del Senato e Bilancio, tesoro e programmazione della Camera. «La spesa per interessi è diminuita», ha spiegato Gaiotti, confermando che «l'onere medio sul debito è sceso di 0,1 punti percentuali». L'aumento della differenza di rendimento con i titoli tedeschi, dunque, non ha provocato alcun cataclisma come preconizzato dai profeti di sventura. La relazione di Via Nazionale evidenzia come, anche grazie al fatto che questo capitolo è in realtà sotto controllo, l'Italia possa vantare un solido avanzo primario (ovvero la differenza tra entrate e spese, al netto di quelle per interessi) pari all'1,6% sul Pil. La ragione di questo fenomeno l'abbiamo già spiegata alcuni mesi fa su queste pagine. Pur essendo effettivamente aumentato negli ultimi mesi, il rendimento delle nuove emissioni risulta comunque più basso rispetto al costo medio dello stock di debito circolante. Ciò significa con tutta probabilità che, almeno nel breve e medio periodo, la spesa continuerà a calare o quantomeno rimarrà stabile. D'altronde, dati alla mano, negli ultimi anni il dato che colpisce di più è proprio la continua discesa della spesa per interessi, passata dal 5,2% sul Pil nel 2012 al 3,7% del 2018. Ma nemmeno nel lungo periodo gli effetti dovrebbero essere così devastanti come annunciato dai detrattori del governo gialloblù. Come dimenticare, ad esempio, le minacciose affermazioni dell'ex premier Matteo Renzi, che nel novembre scorso scrisse su Facebook: «Lo spread a 320 significa che il prossimo anno avremo 6 miliardi di euro in più di interessi sul debito, farà danno alle famiglie, alle imprese, ai risparmiatori, agli artigiani. Ricordate le polemiche sulle quattro banche fallite? Allora i soldi persi con i subordinati dai risparmiatori furono 300 milioni di euro. Da quando è in carica questo governo i risparmiatori hanno perso 300 miliardi di euro». Previsioni sballate, come testimonia l'audizione di Gaiotti. L'aumento del costo c'è, infatti, ma non è così sensibile come sostenuto da Renzi. Nell'ipotesi che i tassi di interesse rimangano sui valori attesi dai mercati, «gli oneri della spesa sarebbero più elevati di 1,5 miliardi quest'anno, 3,5 il prossimo e quasi 6 miliardi nel 2021». Senza contare che, se i segnali positivi mostrati con la produzione industriale dovessero essere confermati e il Pil dovesse riprendersi, i rendimenti sarebbero destinati a calare. Smontata «tutta la narrativa sui miliardi in più di costo dello spread, con titoli di giornale fino a 200 miliardi che danno l'idea del terrorismo dei media», dice alla Verità Claudio Borghi, presidente della commissione Bilancio della Camera. «In realtà i numeri ci dicono che in passato si emettevano titoli con tassi più alti rispetto a quelli attuali. Non bisogna mai dimenticare che lo spread è una differenza, non un valore assoluto. Se la differenza sale, ma il valore assoluto scende, si finisce per pagare di meno. Ci viene raccontata una cosa che non corrisponde al vero: ci dicono che paghiamo di più e in realtà paghiamo di meno». Senza contare l'effetto del programma di acquisto titoli attutato negli ultimi anni dalla Bce, altrimenti noto come quantitative easing, che oltre a «sterilizzare» la quota parte dello stock di debito acquistato da Francoforte, ha permesso al Tesoro di incassare con una partita di giro le stesse cedole in capo alla Bce. Un fenomeno che l'economista della Lega quantifica in circa 2 miliardi di euro e che ha permesso di tamponare ulteriormente la spesa per gli interessi già di per sé in calo. «Sono miliardi in meno e potrebbero essere ancora molti meno», conclude Borghi, «se la Banca centrale europea ricominciasse a riacquistare titoli sul mercato, e può farlo perché di inflazione non c'è traccia, e in quel caso sarebbe ancora minore l'ammontare di interessi che lo Stato si troverebbe a pagare». Lungi da noi affermare che l'aumento dello spread è un fenomeno a costo zero. Se il differenziale fosse inferiore, o addirittura pari a zero, i costi sarebbero senza dubbio molto inferiori. E la stessa Bankitalia, nell'audizione di ieri, spiega che un «aumento permanente dei rendimenti dei titoli di Stato italiani a lungo termine di 100 punti base» si tradurrebbe in un calo del Pil dello 0,1% dopo un anno e dello 0,7% dopo tre anni. Senza contare i già citati costi a lungo termine sulla spesa per interessi, destinati inevitabilmente a crescere se i rendimenti non dovessero calare. La narrazione alla quale abbiamo assistito dalla nascita del governo gialloblù però, anziché spiegare onestamente come stanno le cose, ha puntato tutto sul clima di terrore. Una scelta di campo che ha alimentato l'incertezza che si professava di combattere. Gaiotti ha anche espresso ottimismo per la situazione economica generale, dicendo che «il buon risultato della produzione industriale in febbraio suggerisce che la crescita del Pil potrebbe essere in ripresa nel primo trimestre», mentre «altri indicatori restano però deboli». Da Bankitlaia è anche arrivato un monito sul deficit: «È condivisibile l'intenzione di non ricorrere a ulteriore indebitamento per approvare una riforma», ovvero il taglio delle tasse, ha detto Gaiotti, favorevole invece a una «revisione complessiva delle agevolazioni fiscali». Riduzioni del carico fiscale «sul lavoro, se non compensate da razionalizzazioni della spesa o delle cosiddette “spese fiscali", condurrebbero ad aumenti del disavanzo non compatibili con la riduzione del peso del debito pubblico». Per quel che riguarda l'Iva, l'economista ha detto che il raggiungimento degli obiettivi del governo «richiederà l'individuazione di coperture di notevole entità, nel caso si voglia evitare l'attivazione delle clausole». Senza gli scatti automatici previsti, «il disavanzo si collocherebbe meccanicamente al 3,4% del prodotto nel 2020, al 3,3% nel 2021 e al 3% nel 2022».
Luca Zaia (Getty Images)
Roberto Vannacci sembra diventato una calamita. Oggi a Viareggio i parlamentari leghisti Domenico Furgiuele e Gianangelo Bof dovrebbero comunicare il loro passaggio a Futuro nazionale. Nomi che si aggiungono ai tanti fuoriusciti, a livello romano ma anche regionale e locale, che in queste settimane stanno preferendo il generale al capitano. Non è che finora abbiano cambiato casacca volti storici del Carroccio. In molti casi si tratta di figure politiche che venivano già da precedenti partiti. Il tema è un altro: i sondaggi peggiorano per la Lega. Ma, soprattutto: cos’è ora la Lega?
Il partito preso in mano da Matteo Salvini nel 2014 al 4% era salito al 35% nel 2019 sulla base di pochi punti fermi, lotta all’immigrazione clandestina, in primis. Uno storico comandamento bossiano che, però, ha sempre meno mercato elettorale visto che giocano sullo stesso terreno Fratelli d’Italia e ora Futuro nazionale. Tocca trovare altri mercati politici. E nomi che possano rappresentare una svolta vera. Uno su tutti è quello di Luca Zaia, ex governatore del Veneto e ora presidente del Consiglio regionale della Serenissima eletto a furor di preferenze.
Nasce da questo ragionamento l’offerta di Salvini al Doge di «dare un aiuto». E l’ex ministro delle Politiche agricole con Silvio Berlusconi premier è pronto. Non, però, in cambio solo di una poltrona. Sì, ovvio, c’è quella di vicesegretario federale, per il Nord. Carica che si affiancherebbe a quella di Claudio Durigon, plenipotenziario al Centro-Sud. Zaia, però, chiede quasi mani libere. O meglio: una squadra con cui lavorare. Si parla molto di un ruolo di Massimiliano Fedriga, presidente della Conferenza Stato-Regioni e governatore del Friuli-Venezia Giulia. Chi ha parlato con il Doge, però, sa che per lui i nomi sono importanti, tuttavia non bastano. Una delle richieste per il debutto in campo politico di Zaia (finora ha sempre fatto l’amministratore da quando iniziò come consigliere nella natìa Godega di Sant’Urbano, anno 1993) è quella di buttare giù un programma e un metodo di di lavoro, con degli obiettivi concreti di cui parlare: imprese, lavoro, intelligenza artificiale, attrazione degli investimenti, grandi opere. E «senza guardare i sondaggi adesso».
Il modello cui si ispira il Doge, si sa, è quello della Csu bavarese. Un sistema partitico attaccato al territorio, che va oltre i classici schemi destra-sinistra. La Csu bavarese, in Germania, è sempre stata alleata alla Cdu ma entra anche in governi di coalizione. Con l’unico scopo di valorizzare le risorse economiche e umane della Baviera. Stessa idea che Zaia ha per il Nord. Ecco perché, raccontano fonti interpellata dall’agenzia Agi, l’ex governatore veneto vorrebbe «totale autonomia di spesa e di programmazione della campagna elettorale», oltre a garanzie sulle liste nelle Regioni settentrionali. Insomma, Zaia alla fine darà una mano a Salvini non, però, per non decidere.
Per il 10, mercoledì prossimo, il segretario leghista ha convocato la riunione del Consiglio federale del partito a Roma in cui dovrebbe cominciare a delineare la «formula» che ha pensato per il rilancio. Niente è, comunque, deciso. Al punto che, per non bruciare questa sorta di trattativa programmatica con Zaia, ieri il vicepremier ha detto che non «perde tempo con articoli privi di fondamento», riferendosi alle anticipazioni di alcuni giornali sul futuro ruolo del Doge.
C’è tempo per le comunicazioni ufficiali. L’obiettivo di Salvini pare sia quello di chiudere l’accordo prima del «ritiro» del partito in programma per il primo weekend di luglio nel Trevigiano, terra natale di Zaia. Secondo alcune ricostruzioni citate sempre dall’Agi, oltre a programmi e nomi, c’è anche una questione tecnico-burocratica da risolvere. Zaia avrebbe chiesto a Salvini un passaggio congressuale. Non una assise elettiva, viene riferito, ma un congresso finalizzato alla «modifica dello Statuto» per dare vita addirittura a un «nuovo soggetto politico» che si occupi del Nord all’interno della Lega, sul modello, appunto, della Csu bavarese. Si potrà fare senza scontentare mezzo partito?
Le bocche restano cucite. Si lavora per arrivare a una soluzione che accontenti tutti, a iniziare dai governatori. I primi segnali sono comunque positivi. Zaia «impegnato per il Nord» è «sicuramente un’ottima idea. Ora vediamo di proseguire in questo processo» ,commenta Attilio Fontana, presidente della Regione Lombardia, «che è ancora lungo ma che dovrà essere portato a compimento». Se va in porto, però, cambia tutto per la Lega. E pure per gli alleati del centrodestra.
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Francesco Lollobrigida (Ansa)
Risorse che si aggiungono alla componente strutturale di 38,5 miliardi e che, secondo il primo Osservatorio Teha sulle politiche agroalimentari (in Italia guidate dal ministro Francesco Lollobrigida), hanno abilitato un impatto diretto sul settore pari a 87 miliardi di euro di valore aggiunto. Il beneficio complessivo per il sistema-Paese è stimato in 246 miliardi di euro nel medio-lungo periodo.
I dati sono stati presentati a Bormio, in occasione della decima edizione del Forum Food&Beverage, dove Teha Group ha illustrato il nuovo Osservatorio nato per misurare le ricadute economiche e strutturali delle politiche pubbliche a supporto dell’agroalimentare italiano. Il quadro segnala un cambio di passo: più risorse, maggiore attenzione alle filiere produttive e una politica industriale orientata a rafforzare competitività, autonomia e proiezione internazionale del Made in Italy alimentare.
Dei 246 miliardi di benefici stimati, 67,8 miliardi sono già osservabili nell’arco dei prossimi tre anni, mentre altri 178 miliardi emergeranno nel medio-lungo periodo attraverso maggiore competitività, occupazione qualificata e presidio dei mercati internazionali. L’Osservatorio evidenzia così una discontinuità rispetto alla fase precedente: tra il 2010 e il 2022 il sostegno pubblico all’agricoltura era rimasto sostanzialmente stabile, con una media annua non superiore a 12,4 miliardi di euro.
«L’Osservatorio», ha commentato Valerio De Molli, managing partner e Ceo di The European House - Ambrosetti e Teha Group, «ha analizzato un contesto internazionale nel quale emerge un divario significativo nel livello di sostegno pubblico: negli Stati Uniti il budget dell’Usda rappresenta il 40,1% del fatturato agricolo, quasi quattro volte in più del 10,4% garantito dalla Politica agricola comune europea. Il rafforzamento delle politiche nazionali, letto attraverso dati omogenei e misurabili, è quindi una leva decisiva per sostenere competitività, resilienza e autonomia strategica dell’agroalimentare italiano».
Nel triennio 2023-2025 le politiche agricole e industriali sono state classificate da Teha in sette linee di intervento, che riflettono una scelta politica precisa: sostenere la capacità produttiva, accompagnare l’innovazione, difendere il potere d’acquisto e promuovere l’identità agroalimentare italiana. Il sostegno alla capacità produttiva delle filiere strategiche concentra 6,1 miliardi di euro, mentre innovazione tecnologica e autonomia energetica mobilitano 5,6 miliardi. Seguono il sostegno al consumo, con 3,6 miliardi, la sicurezza alimentare, con 1,1 miliardi, e l’imprenditoria giovanile, con 0,4 miliardi destinati al ricambio generazionale.
Il settore agroalimentare resta, insomma, tra i principali motivi di orgoglio del Made in Italy nel mondo. Nel 2024 ha fatturato 269,9 miliardi di euro, di cui 193 miliardi generati dall’industria Food&Beverage e 76 miliardi dal comparto agricolo, con una crescita del 42% rispetto al 2015. Il valore aggiunto, pari a 81,6 miliardi, colloca l’agroalimentare al primo posto tra i comparti manifatturieri italiani.
Anche l’export conferma la forza del comparto. Nel 2025 le esportazioni agroalimentari hanno raggiunto il record storico di 72,5 miliardi di euro, quasi il doppio rispetto al 2015 e il 5% in più sul 2024, nonostante l’introduzione di dazi negli Stati Uniti. L’Italia è inoltre prima nell’Ue-27 per valore aggiunto del comparto agricolo, pari a 44,2 miliardi di euro, mentre l’incidenza dell’agroalimentare sul Pil nazionale ha raggiunto il record ventennale del 4,2%.
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Il decreto ministeriale sarà in Gazzetta ufficiale oggi, visto che la domenica non sono previste pubblicazioni. A differenza delle prime edizioni che prevedevano una sforbiciata stabilita preventivamente (nell’ultimo round pari a 6 centesimi per la benzina e 10 per il diesel), questa volta il meccanismo è quello delle accise mobili, ovvero legate a doppio filo all’extra-gettito Iva determinato dai ricari. Il ministero dell’Economia verificherà le maggiori entrate Iva del mese precedente per effetto del rincaro dei carburanti, e sfrutterà il saldo attivo di cassa per abbassare le accise. Questa formula è in linea con le indicazioni della Commissione Ue che ha negato la flessibilità rispetto ai vincoli di bilancio per il taglio delle accise. Il contenimento delle imposte sui carburanti sarebbe possibile perché l’utilizzo dell’extra gettito Iva non fa aumentare il deficit. Quindi è una misura che si autofinanzia. Il meccanismo delle accise mobili verrebbe attivato dopo la prima settimana di ogni mese quando è contabilizzata la cifra del periodo precedente.
Da notare che i recenti cali dei carburanti potrebbero portare un extra-gettito inferiore ai 190 milioni, quantificati in occasione dell’ultimo intervento. Ne consegue che un eventuale nuovo taglio sulla base di un’accisa mobile sarebbe più basso di quello attuale ma con impatto immutato per le tasche dei conducenti, in quanto riparametrato sulla base anche delle oscillazioni del mercato. Il tutto in linea anche con il progressivo esaurimento dello sconto che è comunque nei piani del governo. Tramontata invece l’ipotesi del vaucher per i meno abbienti, circolata nei giorni scorsi, ma che non avrebbe incontrato il favore di tutta la maggioranza con la Lega contraria.
Sempre ieri il ministro dei Trasporti, Matteo Salvini, ha rilanciato l’idea di colpire gli extraprofitti delle banche. «Andate a vedere la trimestrale di Unicredit e Intesa Sanpaolo», ha esortato il vicepremier. «Le prime due banche italiane chiuderanno quest’anno di difficoltà per la stragrande maggioranza delle famiglie e imprese, con 20 miliardi di utile. La Lega chiederà agli istituti che stanno facendo guadagni e profitti senza precedenti un contributo alla crescita economica del Paese. Sono convinto che il governo e la Lega su questo saranno intransigenti». Non risulta però all’ordine del giorno dell’esecutivo un nuovo intervento sul tema come quello introdotto con l’ultima manovra. Ora il focus è comprendere come tradurre in misure i margini di flessibilità concessi dall’Ue per spendere 14 miliardi (in tre anni) al fine di mitigare gli impatti dei rincari dell’energia. «Aspettiamo di leggere come si possono spendere questi soldi nostri e che tipo di paletti ci sono», ha sottolineato Salvini, dicendo di averne parlato con il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti. Tra possibili soluzioni, ci sono quelle di introdurre bonus carburanti e altri tipi di benefit ma attraverso le imprese, che potranno riconoscerli ai dipendenti, con agevolazioni fiscali. L’obiettivo è focalizzare gli interventi sui lavoratori del ceto medio, e anche in quest’ottica sono state finora accantonate ipotesi come quella di un contributo attraverso la «Carta dedicata a te». E comunque le risorse esigue per ora a disposizione avrebbero spinto a non accelerare per evitare interventi di impatto minimo.
«La cosa migliore sarebbe incentivare gli investimenti delle imprese in rinnovabili, subito. Non dateli in giro», suggerisce al governo l’ex presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, su come sfruttare la flessibilità.
Lo sconto sulle accise secondo le associazioni dei consumatori è necessario per sostenere le famiglie che in assenza si ritroverebbero con rincari pari a circa 3 euro per un pieno di benzina verde e di 6 per il diesel. Si avrebbe infatti un aumento dei costi alla pompa di circa 6 centesimi al litro per la benzina e di circa 12 centesimi per il diesel.
Tajani, dalla platea del convegno dei giovani imprenditori di Confindustria a Rapallo, ha sottolineato che i provvedimenti sulle accise «sono molto costosi e possono durare per uno, due mesi». L’ultimo decreto aveva utilizzato 191,2 milioni, ma allora il gasolio godeva del taglio più generoso da 24,4 centesimi al litro. Ora potrebbero bastare somme più contenute, per mantenere i prezzi sotto o intorno alla soglia psicologica dei 2 euro al litro (giovedì il costo medio del gasolio era a 1,988 euro al litro e a 1,93 euro per la benzina).
«Dobbiamo abbassare i costi per le famiglie e per le imprese», ha detto Tajani e ha rilanciato la proposta di un mercato unico dell’energia.
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Silvio Berlusconi (Ansa)
Ieri, tra i cronisti, circolavano trascrizioni confuse del decreto che lasciavano una sola certezza: le indagini non sono finite. In quelle righe recuperate da un documento quasi illeggibile si evincerebbe che i pm non si sarebbero giocati tutte le cartucce e ci sarebbero ancora piste da battere. Come quella legata a un ex carabiniere del Ros di stanza a Milano che «avrebbe assistito a incontri» e che «potrebbe essere a conoscenza di circostanze che avrebbe appreso» per motivi di servizio sulle figure di Silvio Berlusconi e l’ex comandante del Ros Mario Mori.
Si preannuncia così l’ennesima sarabanda di rivelazioni e suggestioni sul tema delle stragi. Ma questo comporterà altre investigazioni e, di conseguenza, ulteriori costi. Come se quanto speso in trent’anni d’indagini non fosse più che sufficiente. L’insieme degli otto procedimenti aperti e chiusi contro Berlusconi e Dell’Utri, presunti mandanti delle stragi mafiose, hanno comportato costi sicuramente alti per lo Stato. L’ipotesi di una cifra compresa tra i 15 e i 25 milioni di euro è stata indicata «a spanne» alla Verità da un ex procuratore della Repubblica. Il quale ha suddiviso la sua stima in cinque voci.
La prima e più onerosa riguarda le intercettazioni telefoniche, ambientali e telematiche. Tali captazioni richiedono strumentazioni sofisticate, canoni giornalieri da corrispondere alle società che forniscono i software e i macchinari, migliaia di ore di ascolto e trascrizione da parte della polizia giudiziaria o di periti giurati. Per filoni d’indagine che durano anni, questa voce oscilla facilmente tra i 5 e i 10 milioni di euro complessivi per l’intera serie di inchieste. La seconda voce più alta riguarderebbe il costo del personale (dai 5 ai 7 milioni di euro), ovvero delle ore/lavoro dedicate alle indagini dai magistrati e dalle forze dell’ordine. Otto successive inchieste hanno comportato l’impiego di pool di magistrati, segreterie, sezioni della Direzione investigativa antimafia o reparti speciali, impegnati per mesi o anni esclusivamente nella lettura e stesura di atti o nella redazione di informative.
A questo vanno aggiunte le spese per le trasferte (viaggio, vitto e alloggio) di pm e investigatori per interrogatori, audizioni, riscontri o notifiche, ma anche i costi logistici per lo spostamento in sicurezza dei detenuti o dei testimoni (i procedimenti hanno visto il coinvolgimento di numerosi collaboratori di giustizia dislocati in varie regioni d’Italia). Una stima prudenziale per trent’anni di missioni incrociate tra Toscana, Sicilia, Roma e istituti penitenziari sarebbe tra 1,5 e 3 milioni di euro.
Ci sono, infine, le spese per perizie, consulenze tecniche e traduzioni.
In indagini di questa portata, i magistrati si avvalgono costantemente di esperti per perizie foniche e pulizia di nastri e file registrati dentro e fuori il carcere, ma anche di analisi documentali, storiche e patrimoniali. Ciascuna di queste consulenze comporta parcelle da decine o centinaia di migliaia di euro. Sull’arco di trent’anni, la spesa stimata si aggira tra 1 e 2 milioni di euro.
Nel computo finale rientrano anche spese vive di cancelleria, digitalizzazione degli atti e notifica degli stessi alle parti coinvolte. Parliamo di montagne di documenti e centinaia di migliaia di euro di costi.
Un conto che è stato saldato, a partire dal 1996, dal ministero della Giustizia, vale a dire dai contribuenti italiani. Chissà quanto denaro dovremo sganciare ancora prima di vedere la fine di questa telenovela giudiziaria.
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