True
2019-04-17
Altro che instabilità. A Piazza Affari è record di rendite e di matricole
Ansa
«La quotazione di Nexi potrebbe essere la più grande quotazione in Europa e forse del mondo nel 2019. Il successo di Nexi è un segnale molto positivo per l'intero Paese, e conferma la fiducia da parte degli investitori internazionali oltre che domestici nelle prospettive di crescita della società e del mercato in cui essa opera». A parlare ieri, in occasione dell'inizio delle negoziazioni del titolo, è stato Raffaele Jerusalmi, ad di Borsa italiana. Il manager ha spiegato che «quello del fintech è un settore in forte sviluppo a livello globale e siamo orgogliosi che anche una società italiana come Nexi si sia affermata tra i competitori di successo», ha detto.
In effetti, la quotazione di Nexi dimostra che l'Italia non è poi il Paese inguaiato e instabile che si vuole dipingere. Altrimenti nessuno sceglierebbe di investire e di portare sul mercato italiano dei capitali, come hanno fatto le tante aziende che arriveranno a breve sui listini di Piazza Affari.
A margine della cerimonia di ieri, infatti, Jerusalmi ha preannunciato «tantissime quotazioni sull'Aim». Inoltre sul mercato principale «ne abbiamo alcune, di cui se ne è già parlato. Una, che per certi aspetti potrebbe essere assimilabile a quella di Nexi, è quella della Sia, che è posseduta dalla Cdp», dice. «Vedremo, queste sono decisioni che spettano a loro, però hanno parlato in più occasioni di una possibile quotazione».
Jerusalmi ha anche sottolineato che scaldano i motori anche altre aziende «come Franchi Marmi, una società non molto grande ma che arriverà in quotazione probabilmente fra poco». Poi c'è Newlat «che ha annunciato di volersi quotare e nel food and beverage è un'azienda abbastanza grande». Secondo il numero uno di Borsa italiana, inoltre, «altre quotazioni potranno arrivare perché credo che, come sempre succede in questi casi, una quotazione come quella di Nexi sarà seguita e fa da volano, da esempio per chi vorrà magari emulare. Vedremo come andrà».
In effetti il principale listino di Borsa italiana, nonostante una fine del 2018 molto burrascosa per i mercati (dentro e fuori i confini italiani), negli ultimi sei mesi è cresciuto del 13,64% battendo, ad esempio, l'indice Ftse di Londra che nello stesso periodo (e con gli stessi problemi di mercati difficili alla fine dello scorso anno) è salito del 6,27%. A Parigi, per citare un'altra importante piazza europea, il principale listino, il Cac40, è cresciuto dell'8,51%.
Del resto, come ha ricordato Jerusalmi, da inizio anno la Borsa milanese ha registrato la performance migliore d'Europa «in modo sorprendente visti i dati macro negativi, i rumors e le incertezze. Ma la verità è che le aziende quotate in Italia non stanno andando male, anzi vanno bene». Il manager ha ribadito che l'Italia «continua a essere attraente per gli investitori internazionali visto che è un Paese che ha voglia di fare e di andare avanti, non curandosi delle incertezze geopolitiche».
Con queste premesse, ieri Nexi, società fintech che opera nel segmento dei pagamenti digitali, ha iniziato dunque le sue contrattazioni sul segmento Mta, quello che si rivolge principalmente alle imprese di media e grande capitalizzazione. La società, si legge in una nota, rappresenta la prima quotazione per ammontare raccolto da parte di una società fintech italiana per un totale di 2,01 miliardi di euro. Per volume, quello di Nexi si configura come uno dei più importanti collocamenti internazionali del 2019.
Con una capitalizzazione iniziale di 5,7 miliardi di euro e un controvalore complessivo dell'offerta pubblica iniziale di oltre 2 miliardi, Nexi ha quindi concluso la più grande operazione in Europa, Africa, Asia, Australia e Sud America. Non solo, per quanto riguarda il listino italiano l'azienda di pagamenti digitali rappresenta la più importante operazione per capitalizzazione e ammontare raccolto durante una quotazione negli ultimi due anni, oltre che la più grande Ipo (dall'inglese initial public offering, l'offerta al pubblico dei titoli di una società) di sempre di una realtà fintech. «Credo che il primo giorno sia solo l'inizio di un lungo percorso. Vedremo» cosa succederà nelle prossime sedute, ha dichiarato Paolo Bertoluzzo, ad del gruppo Nexi, a margine della cerimonia di quotazione della società in Borsa. Questo, ha continuato, «è un nuovo punto di partenza che ci porta a guardare al futuro con ancora più senso di responsabilità», ha evidenziato il manager, sapendo che è una «sfida coraggiosa», considerato l'attuale momento economico, «ma questo vuol dire sviluppare le società».
Intanto ieri il titolo Nexi ha chiuso in calo del 6,22% a 8,44 euro. Come spiega un analista, però, non c'è da preoccuparsi. «Il prezzo, fissato la scorsa settimana» a 9 euro per azione «è stato giudicato dagli operatori un pochino alto», spiega. Questi cali tuttavia «non devono spaventare, visto che le prime sedute sono dettate spesso dalla volatilità, tipica di queste operazioni», conclude l'esperto.
Scende il costo del nostro debito pubblico
Sapete quanto ci è costato l'anno scorso il famigerato spread? Dimenticate i titoli urlati dei giornaloni nostrani, che per mesi hanno disseminato il terrore quantificando il danno nell'ordine di grandezza dei miliardi. Udite, udite: l'impatto sui conti italiani dell'incremento del differenziale con i bund tedeschi è stato pari a zero. Anzi, per essere precisi, nel 2018 la spesa per interessi del debito pubblico è addirittura diminuita di 1,7 miliardi di euro, passando dal 3,8% al 3,7% sul Pil. La notizia è certificata niente meno che da Banca d'Italia, intervenuta ieri con Eugenio Gaiotti, capo del dipartimento di economia e statistica di Palazzo Koch, in audizione di fronte alle commissioni Programmazione economica e bilancio del Senato e Bilancio, tesoro e programmazione della Camera. «La spesa per interessi è diminuita», ha spiegato Gaiotti, confermando che «l'onere medio sul debito è sceso di 0,1 punti percentuali».
L'aumento della differenza di rendimento con i titoli tedeschi, dunque, non ha provocato alcun cataclisma come preconizzato dai profeti di sventura. La relazione di Via Nazionale evidenzia come, anche grazie al fatto che questo capitolo è in realtà sotto controllo, l'Italia possa vantare un solido avanzo primario (ovvero la differenza tra entrate e spese, al netto di quelle per interessi) pari all'1,6% sul Pil. La ragione di questo fenomeno l'abbiamo già spiegata alcuni mesi fa su queste pagine. Pur essendo effettivamente aumentato negli ultimi mesi, il rendimento delle nuove emissioni risulta comunque più basso rispetto al costo medio dello stock di debito circolante. Ciò significa con tutta probabilità che, almeno nel breve e medio periodo, la spesa continuerà a calare o quantomeno rimarrà stabile. D'altronde, dati alla mano, negli ultimi anni il dato che colpisce di più è proprio la continua discesa della spesa per interessi, passata dal 5,2% sul Pil nel 2012 al 3,7% del 2018. Ma nemmeno nel lungo periodo gli effetti dovrebbero essere così devastanti come annunciato dai detrattori del governo gialloblù. Come dimenticare, ad esempio, le minacciose affermazioni dell'ex premier Matteo Renzi, che nel novembre scorso scrisse su Facebook: «Lo spread a 320 significa che il prossimo anno avremo 6 miliardi di euro in più di interessi sul debito, farà danno alle famiglie, alle imprese, ai risparmiatori, agli artigiani. Ricordate le polemiche sulle quattro banche fallite? Allora i soldi persi con i subordinati dai risparmiatori furono 300 milioni di euro. Da quando è in carica questo governo i risparmiatori hanno perso 300 miliardi di euro». Previsioni sballate, come testimonia l'audizione di Gaiotti. L'aumento del costo c'è, infatti, ma non è così sensibile come sostenuto da Renzi. Nell'ipotesi che i tassi di interesse rimangano sui valori attesi dai mercati, «gli oneri della spesa sarebbero più elevati di 1,5 miliardi quest'anno, 3,5 il prossimo e quasi 6 miliardi nel 2021». Senza contare che, se i segnali positivi mostrati con la produzione industriale dovessero essere confermati e il Pil dovesse riprendersi, i rendimenti sarebbero destinati a calare.
Smontata «tutta la narrativa sui miliardi in più di costo dello spread, con titoli di giornale fino a 200 miliardi che danno l'idea del terrorismo dei media», dice alla Verità Claudio Borghi, presidente della commissione Bilancio della Camera. «In realtà i numeri ci dicono che in passato si emettevano titoli con tassi più alti rispetto a quelli attuali. Non bisogna mai dimenticare che lo spread è una differenza, non un valore assoluto. Se la differenza sale, ma il valore assoluto scende, si finisce per pagare di meno. Ci viene raccontata una cosa che non corrisponde al vero: ci dicono che paghiamo di più e in realtà paghiamo di meno».
Senza contare l'effetto del programma di acquisto titoli attutato negli ultimi anni dalla Bce, altrimenti noto come quantitative easing, che oltre a «sterilizzare» la quota parte dello stock di debito acquistato da Francoforte, ha permesso al Tesoro di incassare con una partita di giro le stesse cedole in capo alla Bce. Un fenomeno che l'economista della Lega quantifica in circa 2 miliardi di euro e che ha permesso di tamponare ulteriormente la spesa per gli interessi già di per sé in calo. «Sono miliardi in meno e potrebbero essere ancora molti meno», conclude Borghi, «se la Banca centrale europea ricominciasse a riacquistare titoli sul mercato, e può farlo perché di inflazione non c'è traccia, e in quel caso sarebbe ancora minore l'ammontare di interessi che lo Stato si troverebbe a pagare».
Lungi da noi affermare che l'aumento dello spread è un fenomeno a costo zero. Se il differenziale fosse inferiore, o addirittura pari a zero, i costi sarebbero senza dubbio molto inferiori. E la stessa Bankitalia, nell'audizione di ieri, spiega che un «aumento permanente dei rendimenti dei titoli di Stato italiani a lungo termine di 100 punti base» si tradurrebbe in un calo del Pil dello 0,1% dopo un anno e dello 0,7% dopo tre anni. Senza contare i già citati costi a lungo termine sulla spesa per interessi, destinati inevitabilmente a crescere se i rendimenti non dovessero calare. La narrazione alla quale abbiamo assistito dalla nascita del governo gialloblù però, anziché spiegare onestamente come stanno le cose, ha puntato tutto sul clima di terrore. Una scelta di campo che ha alimentato l'incertezza che si professava di combattere.
Gaiotti ha anche espresso ottimismo per la situazione economica generale, dicendo che «il buon risultato della produzione industriale in febbraio suggerisce che la crescita del Pil potrebbe essere in ripresa nel primo trimestre», mentre «altri indicatori restano però deboli». Da Bankitlaia è anche arrivato un monito sul deficit: «È condivisibile l'intenzione di non ricorrere a ulteriore indebitamento per approvare una riforma», ovvero il taglio delle tasse, ha detto Gaiotti, favorevole invece a una «revisione complessiva delle agevolazioni fiscali». Riduzioni del carico fiscale «sul lavoro, se non compensate da razionalizzazioni della spesa o delle cosiddette “spese fiscali", condurrebbero ad aumenti del disavanzo non compatibili con la riduzione del peso del debito pubblico».
Per quel che riguarda l'Iva, l'economista ha detto che il raggiungimento degli obiettivi del governo «richiederà l'individuazione di coperture di notevole entità, nel caso si voglia evitare l'attivazione delle clausole». Senza gli scatti automatici previsti, «il disavanzo si collocherebbe meccanicamente al 3,4% del prodotto nel 2020, al 3,3% nel 2021 e al 3% nel 2022».
Continua a leggereRiduci
Da inizio 2019 Borsa italiana ha avuto i migliori risultati dell'Ue In sei mesi ha fatto +13% contro il +8 di Parigi e il +6 di Londra. Scende il costo del nostro debito pubblico. Il capo economista di Bankitalia, durante un'audizione in Parlamento, annuncia che la spesa per gli interessi è calata di 1,7 miliardi. Però ammonisce: «Il taglio della pressione fiscale non va finanziato in deficit. Servono molte risorse per fermare l'aumento Iva». Lo speciale comprende due articoli. «La quotazione di Nexi potrebbe essere la più grande quotazione in Europa e forse del mondo nel 2019. Il successo di Nexi è un segnale molto positivo per l'intero Paese, e conferma la fiducia da parte degli investitori internazionali oltre che domestici nelle prospettive di crescita della società e del mercato in cui essa opera». A parlare ieri, in occasione dell'inizio delle negoziazioni del titolo, è stato Raffaele Jerusalmi, ad di Borsa italiana. Il manager ha spiegato che «quello del fintech è un settore in forte sviluppo a livello globale e siamo orgogliosi che anche una società italiana come Nexi si sia affermata tra i competitori di successo», ha detto. In effetti, la quotazione di Nexi dimostra che l'Italia non è poi il Paese inguaiato e instabile che si vuole dipingere. Altrimenti nessuno sceglierebbe di investire e di portare sul mercato italiano dei capitali, come hanno fatto le tante aziende che arriveranno a breve sui listini di Piazza Affari. A margine della cerimonia di ieri, infatti, Jerusalmi ha preannunciato «tantissime quotazioni sull'Aim». Inoltre sul mercato principale «ne abbiamo alcune, di cui se ne è già parlato. Una, che per certi aspetti potrebbe essere assimilabile a quella di Nexi, è quella della Sia, che è posseduta dalla Cdp», dice. «Vedremo, queste sono decisioni che spettano a loro, però hanno parlato in più occasioni di una possibile quotazione». Jerusalmi ha anche sottolineato che scaldano i motori anche altre aziende «come Franchi Marmi, una società non molto grande ma che arriverà in quotazione probabilmente fra poco». Poi c'è Newlat «che ha annunciato di volersi quotare e nel food and beverage è un'azienda abbastanza grande». Secondo il numero uno di Borsa italiana, inoltre, «altre quotazioni potranno arrivare perché credo che, come sempre succede in questi casi, una quotazione come quella di Nexi sarà seguita e fa da volano, da esempio per chi vorrà magari emulare. Vedremo come andrà». In effetti il principale listino di Borsa italiana, nonostante una fine del 2018 molto burrascosa per i mercati (dentro e fuori i confini italiani), negli ultimi sei mesi è cresciuto del 13,64% battendo, ad esempio, l'indice Ftse di Londra che nello stesso periodo (e con gli stessi problemi di mercati difficili alla fine dello scorso anno) è salito del 6,27%. A Parigi, per citare un'altra importante piazza europea, il principale listino, il Cac40, è cresciuto dell'8,51%. Del resto, come ha ricordato Jerusalmi, da inizio anno la Borsa milanese ha registrato la performance migliore d'Europa «in modo sorprendente visti i dati macro negativi, i rumors e le incertezze. Ma la verità è che le aziende quotate in Italia non stanno andando male, anzi vanno bene». Il manager ha ribadito che l'Italia «continua a essere attraente per gli investitori internazionali visto che è un Paese che ha voglia di fare e di andare avanti, non curandosi delle incertezze geopolitiche». Con queste premesse, ieri Nexi, società fintech che opera nel segmento dei pagamenti digitali, ha iniziato dunque le sue contrattazioni sul segmento Mta, quello che si rivolge principalmente alle imprese di media e grande capitalizzazione. La società, si legge in una nota, rappresenta la prima quotazione per ammontare raccolto da parte di una società fintech italiana per un totale di 2,01 miliardi di euro. Per volume, quello di Nexi si configura come uno dei più importanti collocamenti internazionali del 2019. Con una capitalizzazione iniziale di 5,7 miliardi di euro e un controvalore complessivo dell'offerta pubblica iniziale di oltre 2 miliardi, Nexi ha quindi concluso la più grande operazione in Europa, Africa, Asia, Australia e Sud America. Non solo, per quanto riguarda il listino italiano l'azienda di pagamenti digitali rappresenta la più importante operazione per capitalizzazione e ammontare raccolto durante una quotazione negli ultimi due anni, oltre che la più grande Ipo (dall'inglese initial public offering, l'offerta al pubblico dei titoli di una società) di sempre di una realtà fintech. «Credo che il primo giorno sia solo l'inizio di un lungo percorso. Vedremo» cosa succederà nelle prossime sedute, ha dichiarato Paolo Bertoluzzo, ad del gruppo Nexi, a margine della cerimonia di quotazione della società in Borsa. Questo, ha continuato, «è un nuovo punto di partenza che ci porta a guardare al futuro con ancora più senso di responsabilità», ha evidenziato il manager, sapendo che è una «sfida coraggiosa», considerato l'attuale momento economico, «ma questo vuol dire sviluppare le società». Intanto ieri il titolo Nexi ha chiuso in calo del 6,22% a 8,44 euro. Come spiega un analista, però, non c'è da preoccuparsi. «Il prezzo, fissato la scorsa settimana» a 9 euro per azione «è stato giudicato dagli operatori un pochino alto», spiega. Questi cali tuttavia «non devono spaventare, visto che le prime sedute sono dettate spesso dalla volatilità, tipica di queste operazioni», conclude l'esperto. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/altro-che-instabilita-a-piazza-affari-e-record-di-rendite-e-di-matricole-2634796497.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="scende-il-costo-del-nostro-debito-pubblico" data-post-id="2634796497" data-published-at="1780932037" data-use-pagination="False"> Scende il costo del nostro debito pubblico Sapete quanto ci è costato l'anno scorso il famigerato spread? Dimenticate i titoli urlati dei giornaloni nostrani, che per mesi hanno disseminato il terrore quantificando il danno nell'ordine di grandezza dei miliardi. Udite, udite: l'impatto sui conti italiani dell'incremento del differenziale con i bund tedeschi è stato pari a zero. Anzi, per essere precisi, nel 2018 la spesa per interessi del debito pubblico è addirittura diminuita di 1,7 miliardi di euro, passando dal 3,8% al 3,7% sul Pil. La notizia è certificata niente meno che da Banca d'Italia, intervenuta ieri con Eugenio Gaiotti, capo del dipartimento di economia e statistica di Palazzo Koch, in audizione di fronte alle commissioni Programmazione economica e bilancio del Senato e Bilancio, tesoro e programmazione della Camera. «La spesa per interessi è diminuita», ha spiegato Gaiotti, confermando che «l'onere medio sul debito è sceso di 0,1 punti percentuali». L'aumento della differenza di rendimento con i titoli tedeschi, dunque, non ha provocato alcun cataclisma come preconizzato dai profeti di sventura. La relazione di Via Nazionale evidenzia come, anche grazie al fatto che questo capitolo è in realtà sotto controllo, l'Italia possa vantare un solido avanzo primario (ovvero la differenza tra entrate e spese, al netto di quelle per interessi) pari all'1,6% sul Pil. La ragione di questo fenomeno l'abbiamo già spiegata alcuni mesi fa su queste pagine. Pur essendo effettivamente aumentato negli ultimi mesi, il rendimento delle nuove emissioni risulta comunque più basso rispetto al costo medio dello stock di debito circolante. Ciò significa con tutta probabilità che, almeno nel breve e medio periodo, la spesa continuerà a calare o quantomeno rimarrà stabile. D'altronde, dati alla mano, negli ultimi anni il dato che colpisce di più è proprio la continua discesa della spesa per interessi, passata dal 5,2% sul Pil nel 2012 al 3,7% del 2018. Ma nemmeno nel lungo periodo gli effetti dovrebbero essere così devastanti come annunciato dai detrattori del governo gialloblù. Come dimenticare, ad esempio, le minacciose affermazioni dell'ex premier Matteo Renzi, che nel novembre scorso scrisse su Facebook: «Lo spread a 320 significa che il prossimo anno avremo 6 miliardi di euro in più di interessi sul debito, farà danno alle famiglie, alle imprese, ai risparmiatori, agli artigiani. Ricordate le polemiche sulle quattro banche fallite? Allora i soldi persi con i subordinati dai risparmiatori furono 300 milioni di euro. Da quando è in carica questo governo i risparmiatori hanno perso 300 miliardi di euro». Previsioni sballate, come testimonia l'audizione di Gaiotti. L'aumento del costo c'è, infatti, ma non è così sensibile come sostenuto da Renzi. Nell'ipotesi che i tassi di interesse rimangano sui valori attesi dai mercati, «gli oneri della spesa sarebbero più elevati di 1,5 miliardi quest'anno, 3,5 il prossimo e quasi 6 miliardi nel 2021». Senza contare che, se i segnali positivi mostrati con la produzione industriale dovessero essere confermati e il Pil dovesse riprendersi, i rendimenti sarebbero destinati a calare. Smontata «tutta la narrativa sui miliardi in più di costo dello spread, con titoli di giornale fino a 200 miliardi che danno l'idea del terrorismo dei media», dice alla Verità Claudio Borghi, presidente della commissione Bilancio della Camera. «In realtà i numeri ci dicono che in passato si emettevano titoli con tassi più alti rispetto a quelli attuali. Non bisogna mai dimenticare che lo spread è una differenza, non un valore assoluto. Se la differenza sale, ma il valore assoluto scende, si finisce per pagare di meno. Ci viene raccontata una cosa che non corrisponde al vero: ci dicono che paghiamo di più e in realtà paghiamo di meno». Senza contare l'effetto del programma di acquisto titoli attutato negli ultimi anni dalla Bce, altrimenti noto come quantitative easing, che oltre a «sterilizzare» la quota parte dello stock di debito acquistato da Francoforte, ha permesso al Tesoro di incassare con una partita di giro le stesse cedole in capo alla Bce. Un fenomeno che l'economista della Lega quantifica in circa 2 miliardi di euro e che ha permesso di tamponare ulteriormente la spesa per gli interessi già di per sé in calo. «Sono miliardi in meno e potrebbero essere ancora molti meno», conclude Borghi, «se la Banca centrale europea ricominciasse a riacquistare titoli sul mercato, e può farlo perché di inflazione non c'è traccia, e in quel caso sarebbe ancora minore l'ammontare di interessi che lo Stato si troverebbe a pagare». Lungi da noi affermare che l'aumento dello spread è un fenomeno a costo zero. Se il differenziale fosse inferiore, o addirittura pari a zero, i costi sarebbero senza dubbio molto inferiori. E la stessa Bankitalia, nell'audizione di ieri, spiega che un «aumento permanente dei rendimenti dei titoli di Stato italiani a lungo termine di 100 punti base» si tradurrebbe in un calo del Pil dello 0,1% dopo un anno e dello 0,7% dopo tre anni. Senza contare i già citati costi a lungo termine sulla spesa per interessi, destinati inevitabilmente a crescere se i rendimenti non dovessero calare. La narrazione alla quale abbiamo assistito dalla nascita del governo gialloblù però, anziché spiegare onestamente come stanno le cose, ha puntato tutto sul clima di terrore. Una scelta di campo che ha alimentato l'incertezza che si professava di combattere. Gaiotti ha anche espresso ottimismo per la situazione economica generale, dicendo che «il buon risultato della produzione industriale in febbraio suggerisce che la crescita del Pil potrebbe essere in ripresa nel primo trimestre», mentre «altri indicatori restano però deboli». Da Bankitlaia è anche arrivato un monito sul deficit: «È condivisibile l'intenzione di non ricorrere a ulteriore indebitamento per approvare una riforma», ovvero il taglio delle tasse, ha detto Gaiotti, favorevole invece a una «revisione complessiva delle agevolazioni fiscali». Riduzioni del carico fiscale «sul lavoro, se non compensate da razionalizzazioni della spesa o delle cosiddette “spese fiscali", condurrebbero ad aumenti del disavanzo non compatibili con la riduzione del peso del debito pubblico». Per quel che riguarda l'Iva, l'economista ha detto che il raggiungimento degli obiettivi del governo «richiederà l'individuazione di coperture di notevole entità, nel caso si voglia evitare l'attivazione delle clausole». Senza gli scatti automatici previsti, «il disavanzo si collocherebbe meccanicamente al 3,4% del prodotto nel 2020, al 3,3% nel 2021 e al 3% nel 2022».
Xi Jinping (Ansa)
«Le relazioni tra la Cina e la Repubblica Popolare Democratica di Corea si trovano a un nuovo punto di partenza storico, di fronte a nuove opportunità di sviluppo e con nuove missioni dettate dai tempi», ha dichiarato il presidente cinese poco prima del suo arrivo. Era dallo scorso settembre che Xi non si vedeva con Kim Jong-un. Ma a che cosa punta esattamente il presidente cinese con questa visita?
Gli obiettivi principali sembrano essere due. Innanzitutto, rafforzando i legami con Pyongyang, Xi potrebbe mirare a migliorare i propri rapporti con gli Stati Uniti. Donald Trump ha infatti più volte espresso l’intenzione di riavviare un processo diplomatico con la Corea del Nord: in quest’ottica, il presidente cinese potrebbe quindi cercare di ritagliarsi il delicato ruolo di mediatore tra Washington e Pyongyang.
In secondo luogo, non è un mistero che, al netto delle dichiarazioni di facciata, Xi abbia sovente guardato con preoccupazione ai crescenti legami tra la Corea del Nord e la Russia nel settore della Difesa. Era il giugno 2024, quando Kim e Vladimir Putin firmarono il Trattato di partenariato strategico globale tra la Federazione Russa e la Repubblica Popolare Democratica di Corea. Lo zar vede del resto nella sponda con Pyongyang uno strumento per allentare l’abbraccio soffocante del Cremlino con la Cina. Xi è consapevole di questa strategia e punta quindi a disinnescarla (o comunque ad arginarla). È dunque anche in quest’ottica che va letto il nuovo viaggio del presidente cinese in Corea del Nord.
Nonostante il rafforzamento della partnership tra Mosca e Pechino, i rapporti tra le due capitali non sono esenti da tensioni, sospetti e contraddizioni. E’ quindi proprio in questo quadro che viene a inserirsi Kim Jong-un: un Kim Jong-un che punta a massimizzare i suoi interessi, facendo leva sulla rivalità latente tra Xi e Putin.
Continua a leggereRiduci
iStock
Gli Usa hanno già imposto severe restrizioni all’ingresso per 30 giorni ai viaggiatori che sono stati in Congo, in Uganda e nel Sud Sudan, ma da domani saranno posti sotto controllo anche chi arriva da Ruanda, Burundi e Tanzania. Anche l’Italia si è mossa rapidamente ed è già tornato dall’Africa un team di esperti dell’Istituto Nazionale per le Malattie infettive dello Spallanzani, inviato a Kinshasa per capire la situazione. I viaggiatori provenienti dalla Repubblica Democratica del Congo e dall’Uganda hanno l’obbligo di dichiarazione, mentre l’Unione europea sta pensando a un’azione coordinata e sono allo studio farmaci e vaccini che al momento non esistono per questo ceppo.
Il rischio maggiore è però l’arrivo di persone dalle zone sotto osservazione attraverso canali non ufficiali. Se l’aeroporto di Fiumicino, come tutti gli altri aeroporti d’Europa, sarà attentamente monitorato, chi arriva attraverso il Mediterraneo sulle coste italiane rimane difficilmente controllabile.
Negli anni sono state tante le malattie ricomparse in Italia dopo essere state debellate, portate da aree del mondo dove sono ancora presenti. Il 2014 è stato l’anno dell’allarme della Tubercolosi, dovuto, secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, all’incidenza nel paese d’origine, ma anche alle condizioni di vita e all’accesso ai servizi sanitari. Negli ultimi anni invece è stato il caso della scabbia, che nel 2015 aveva portato alla temporanea chiusura delle frontiere e migranti bloccati nelle stazioni ferroviarie delle principali città italiane. La scabbia un’infezione della pelle causata da un parassita favorita da scarsa igiene e sovraffollamento, condizioni tipiche dei viaggi sui barconi. Anche la difterite ha visto crescere i suoi numeri, con focolai tra le popolazioni vulnerabili con i casi concentrati nei centri di accoglienza.
Più complesso il caso della crescita della malaria che vede la maggioranza dei pazienti contagiati in viaggi nei Paesi africani sia di europei che di africani già residenti in Europa.
Il virus Ebola rappresenta però un altro livello di pericolosità sociale con una mortalità che arriva al 50% dei contagiati e una capacità di reazione delle nazioni coinvolte praticamente inesistente. Scoperto a metà degli anni settanta proprio in Congo si è presentato già 16 volte nella nazione africana, mietendo migliaia di vittime, ma questa volta sembra ancora più letale. La Repubblica Democratica del Congo, infatti, non controlla il 60% del territorio dove sta dilagando il virus, dato che da oltre un anno è nelle mani di milizie ribelli che costringono la popolazione a continui spostamenti.
I campi profughi sono un veicolo di contagio, visto l’enorme affollamento e la possibilità di uscire e rientrare senza controllo. Il presidente congolese Felix Tshisekedi ha fatto appello alle milizie per una tregua per affrontare la situazione, chiedendo allo stesso tempo aiuto finanziario al mondo per approntare ospedali da campo. Washington ha annunciato di aver stanziato circa 40 milioni di dollari per le attività di risposta all’Ebola. Il direttore generale dell’Oms, Tedros Adhanom Ghebreyesus è volato in Congo, dove ha incontrato il ministro della Salute Samuel Roger Kamba che sta cercando di rassicurare la popolazione. «Stiamo lavorando a stretto contatto con i partner internazionali», spiega alla Verità il responsabile della sanità di Kinshasa, «purtroppo nelle province di Ituri e Kivu non esistono strade e i collegamenti sono molto complicati. Invitiamo la popolazione a segnalare ogni movimento ed ogni caso sospetto, ma soprattutto di andare in ospedale e non curarsi con la medicina tradizionale nei villaggi».
Continua a leggereRiduci
Dalle intercettazioni sarebbe emerso che l’organizzazione criminale era collegata al clan Mazzei e che uno degli indagati, ritenuto affiliato alla cosca, avrebbe fornito droga a esponenti di Cosa Nostra collaborando con due nipoti del capo storico della famiglia mafiosa. L’inchiesta ha coinvolto anche altri familiari del boss, tra cui una figlia. Nel corso del blitz le forze dell’ordine hanno sequestrato quantitativi di marijuana e cocaina, oltre a un arsenale di armi.
Continua a leggereRiduci
iStock
Miti duri a morire. Sono quelli sul legame tra religione e economia che sopravvivono, anche tra le persone più istruite, nonostante siano privi di riscontri. I principali sono due; il primo riguarda la teoria del sociologo Max Weber (1864-1920) secondo cui alla base del capitalismo vi sarebbe l’etica protestante; il secondo riflette l’idea che la religione sia un fatto privato, un tema di coscienza e, quindi, sostanzialmente privo di effetti pubblici. Ebbene, entrambe le tesi sono false. Iniziando con la celebre teoria weberiana, c’è da dire come essa sia stata da tempo smentita se non perfino rovesciata.
In effetti, già 25 anni or sono, in un articolo pubblicato su Social Forces, Jacques Delacroix e François Nielsen esaminavano la fortunata suggestione di Weber derubricandola a «mito». I due studiosi, infatti, esaminando in Paesi europei alla fine del XIX secolo diversi indicatori del capitalismo industriale trovano che i Paesi protestanti non erano sistematicamente più ricchi, non avevano sviluppato prima le principali istituzioni capitalistiche e non mostravano un chiaro modello di sviluppo economico superiore.
C’è di più. Un’indagine uscita su The Economic Journal - rivista scientifica con 130 anni di storia - e realizzata da un team di ricercatori danesi, ha ricondotto la nascita del capitalismo all’influenza di un ordine monastico benedettino ben preciso: quello cistercense, che risale al 1098, la bellezza di quasi quattro secoli prima della nascita di Martin Lutero. A suffragio di detta ipotesi, questi ricercatori hanno innanzitutto rimarcato la peculiare volontà di quei monaci, che era quella d’un ritorno alla stretta osservanza della Regola di san Benedetto e alla manualità, nonché al rifiuto di vivere del lavoro altrui, giudicato come illecito; tutti aspetti che, con altri, hanno favorito il fiorire dell’economia.
Tanto che quegli studiosi danesi, guidati dal professor Thomas Barnebeck Andersen, nel loro lavoro pubblicato nel 2017 hanno osservato come l’eredità cistercense sopravviva ancora oggi: «Le regioni che in Europa sono state storicamente più influenzate dai cistercensi tendono oggi a mostrare maggiore vocazione per il duro lavoro e, in misura minore, per la parsimonia». Motivo per cui l’ordine cistercense non solo ha favorito la nascita del capitalismo, ma sembra proprio abbia avuto «un impatto duraturo sullo sviluppo economico europeo». Con tanti saluti alla tesi di Weber, che tuttavia resta estremamente popolare, viene illustrata nelle università ed è citatissima da gente colta ma, a quanto pare, non così aggiornata.
Un secondo e ancor più insidioso mito - purtroppo ormai radicatosi anche tra i cattolici - riguarda, come si diceva in apertura, la presunta dimensione privata della religione, che sarebbe da considerarsi come tema di coscienza. Sfortunatamente per quanti abbracciano questa convinzione, essa risulta sconfessata. La pratica religiosa risulta infatti ampiamente intrecciata a tantissimi aspetti che hanno implicazioni economiche e sociali lampanti: la fertilità, il risparmio privato, il contrasto allo spreco, il tempo dedicato al volontariato, la beneficenza. Blake V. Kent, sociologo del College of arts & sciences della Baylor University, qualche anno fa ha pubblicato sul Journal of Social Psychology uno studio per testare - su un campione di 739 lavoratori adulti di diverse confessioni - la qualità dell’impegno sul posto di lavoro.
Ebbene, Kent ha scoperto come a mostrare «livelli più elevati di impegno» fossero i cattolici, che superavano del 3% gli evangelici e del 9% le persone non affiliate ad alcuna tradizione religiosa. Anche altri studi, che manca qui lo spazio di riportare, hanno rilevato l’influsso positivo della fede nella produttività lavorativa. Al punto che da tempo, più che la quantificazione dell’apporto religioso a singoli comportamenti con ricadute economiche, la sfida sta diventando un’altra: provare a quantificare benefici complessivi della religione alla società. A questo proposito, dieci anni fa aveva fatto notizia un’analisi pubblicata sull’Interdisciplinary Journal of Research on Religion secondo cui l’apporto all’economia statunitense della compagine religiosa ammontava nel 2016, appunto, a 1.200 miliardi di dollari; un valore, annotava Harriet Sherwood sul Guardian, «superiore al fatturato complessivo delle 10 principali aziende tecnologiche statunitensi, tra cui Apple, Amazon e Google».
Per spiegare questo dato, ha evidenziato Brian J. Grim, fondatore della Religious Freedom & Business Foundation e coautore di questo studio, bisogna tener presente come le realtà religiose oggi non si occupino, «solo» di istruzione o del soccorso ai senzatetto, offrendo, per esempio, 130.000 articolati programmi di recupero dall’alcolismo, 120.000 piani di aiuto per i disoccupati; solo nel sostegno alle persone con l’Aids, negli Stati Uniti c’è un esercito di 26.000 congregazioni ad offrire aiuti. «L’impronta della religione negli Stati Uniti», ha recentemente commentato alla luce di questi dati, Sarah Rose Patero sul Michigan Journal of Economics, «è una silenziosa ma potente forza trainante dell’economia americana. Con oltre 344.000 congregazioni religiose sparse in tutto il paese, i luoghi di culto offrono molto più di un semplice rifugio spirituale». La cosa che maggiormente colpisce è come l’apporto della religione all’economia sia stato riscontrato perfino in Paesi dove soffia, impetuoso, il vento del secolarismo.
Nel settembre 2020, per esempio, è uscito un altro rapporto che, con riferimento all’economia del Canada, ha quantificato in oltre 67 miliardi di dollari - 67,48 per la precisione - il contributo al Pil riconducibile all’attività dei servizi religiosi nella società, alla beneficenza e a tutto ciò che sia espressione del positivo influsso delle chiese. Più recentemente, nel febbraio 2025, è stato poi pubblicato Fruits of the Vine, un report realizzato dai ricercatori Anna Faria e Grant Clayton dell’Università del Colorado, secondo cui nel solo Stato americano del Minnesota i benefici della fede sono stimabili in circa 5 miliardi di dollari, con la Chiesa cattolica che contribuisce a creare posti di lavoro, che sostiene le imprese e che riduce i costi sociali, favorendo la prosperità dello Stato.
Più nel dettaglio, Fruits of the Vine ricorda che le organizzazioni sanitarie cattoliche del Minnesota contribuiscono con 3,2 miliardi di dollari all’anno - attraverso ospedali, strutture di assistenza a lungo termine, cure palliative e servizi di assistenza domiciliare - cui vanno aggiunti gli 1,45 miliardi di benefici economici per l’istruzione offerta dagli enti religiosi e, infine, i 136 milioni riconducibili al volontariato e altre forme di beneficio all’economia. Ora, se si considera che il Minnesota ha 5,8 milioni di abitanti e che i cattolici (18%) sono minoranza, essendo superati dai luterani (23%) e da altre denominazioni protestanti (20%) - e soprattutto che lo Stato americano non ospita la Santa Sede e il Papa -, una stima molto conservativa e prudente, guardando all’Italia, ci porta a considerare i benefici della Chiesa cattolica al Belpaese in termini di decine di miliardi di euro ogni anno.
Continua a leggereRiduci