
Il sistema dell’informazione ha scoperto che c’è l’ansia. E naturalmente si è spaventato, con qualche ragione. Anche se gli «ansiologhi» più frettolosi lo ignorano, infatti, è fin dall’epoca classica che l’ansia è considerata il contrario della tranquillità e quindi della lucidità psicologica. Chi è in uno stato di ansia ha difficoltà a valutare i diversi fenomeni e decidere in modo appropriato il da farsi. Aulo Gellio, scanzonato cantore del II secolo dopo Cristo, autore del classico Notti Attiche molto amato da Alberto Arbasino, presenta accuratamente l’anxietas come «disposizione del carattere», che si esprime con cura meticolosa e a volte esagerata, qualcosa di simile a ciò che oggi viene definito nevrosi ossessiva.
Un fenomeno, questo, effettivamente molto diffuso e assai difficile da trasformare in atteggiamenti e azioni intonate ed effettivamente appropriate verso la realtà quotidiana. La paura, più che fare novanta come dice il proverbio, acceca o paralizza: serve a poco.
La più sospettata per l’attuale diffusione di ansia per quasi tutto (i soldi, il sesso, la vita intera) è naturalmente la morte, la regina degli spaventi. In questa fase di insicurezza universale le persone si spaventano talmente al solo pensarla che non si riesce più neppure a pronunciarla, perfino negli annunci mortuari. In essi del protagonista si dice che è mancato, scomparso, ha iniziato il grande viaggio; ma morto mai, non sarebbe di bon ton.
La più sospettata di essere posseduta dall’ansia, che intanto si diffonde a piene mani tra la popolazione, è ora la generazione Zeta, l’ultima arrivata, quella che è di fatto cresciuta con lo smartphone, le cui pericolose proprietà per psiche e corpo umano sono ormai state riconosciute e raccolte con precisione (ad esempio nel già citato e veloce Smetto quando voglio dello psicologo Roberto Marchesini, Timone editore).
A peggiorare funestamente i danni del neonato scaraventato rapidamente in Internet sta il fatto che la superficialità dei genitori fa spesso sì che la celebrata tavoletta inizi la sua azione di devastazione di ogni tranquillità e sicurezza già subito dopo il principio della vita. I danni, a cominciare appunto dall’ansia, si producono e manifestano già fin dentro il passeggino (accade anche quello) da quasi subito. Il bambino, essere sensibilissimo anche se trattato spesso da genitori e custodi come al momento stupido, in realtà registra accuratamente tutto ciò che gli adulti fanno o lasciano accadere attorno a lui, e organizza intanto le proprie difese nei confronti delle distrazioni o superficialità dei «grandi», spesso incauti e temibili. E reagisce così alla loro balordaggine di dimenticarsi il loro smartphone nella sua carrozzina.
È molto frequente che ad accompagnare questo atteggiamento difensivo, per diminuire i rischi provenienti dai custodi («Cosa mi combineranno, adesso?») sia appunto l’ansia, la vecchia conoscenza di Aulo Gellio. Che consiglia di non fidarsi.
A descrivere perfettamente questa situazione è tornato ora un molto apprezzato custode dell’indispensabile difesa dell’umano dalla funerea e confusa spocchia della rete, con la sua ridicola pretesa di Intelligenza artificiale. E così: «Il mondo virtuale è un luogo gelido, inospitale» scrive nel suo recentissimo: Superbloom. Le tecnologie di connessione ci separano? nota l’acuto Nicholas Carr, già autore del fondamentale: Internet ci rende stupidi (2019, sempre presso Raffaello Cortina editore).
Superbloom mostra come i componenti di quella prima «generazione cresciuta sugli smartphone, sui social media, sulle console collegate in rete, sono stati le ignare cavie di un immenso esperimento sociale architettato da giovani un po’ più grandi di loro». E così ora: «Abbiamo un’idea di cosa accade quando le persone vengono socializzate oppure si informano e si divertono in rete fin dai prima anni di vita».
Ma a loro cosa accade? Il fatto è che, dopo: «tendono a vivere da reclusi» risponde Carr sulla base di una documentazione ormai amplissima e pluriennale, fedelmente presentata nel libro. Non si fidano (direbbe Aulio Gello con i suoi amici filosofi, nottambuli ateniesi): fiutano il pericolo, sono ansiosi.
La socializzazione non è mai stata facile - nei secoli - per l’uomo, che vi approda dopo il lungo e complesso viaggio nella pancia della mamma. Ma è diventata quasi impossibile dopo la rete, e soprattutto dopo la comparsa del temibile smartphone, arma di distruzione di massa delle personalità equilibrate. La Generazione Z lo sta capendo, e non sta al gioco. Figuriamoci se -dicono spesso i suoi membri intervistati per inchieste e sondaggi- ci tocca anche conquistare le ambigue e spesso inquietanti avventure proposte online. Generazione Z rimane lì, in rete (anche perché è ormai diventato obbligatorio per vivere e fare qualsiasi cosa), però non si fida. L’ansia, qui, è un modo di prendere le distanze dal disastro. Nell’attesa, a volte confessata a qualche intervistatrice, che ci si lasci vivere con il nostro personale corpo e anima, sulla terra. Non su una nube piena di matti che credono di essere il Creatore. O di diventarlo con qualche corso online.






