Ecco #DimmiLaVerità del 30 luglio 2025. Il deputato di Fdi Riccardo Zucconi illustra la sua proposta di legge per regolamentare l'uso degli smartphone per i minorenni.
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La generazione cresciuta tra smartphone, pc e consolle è stata la cavia di un esperimento sociale disastroso, che ha impedito di formare personalità equilibrate. Il loro disagio, però, è una ribellione.
Il sistema dell’informazione ha scoperto che c’è l’ansia. E naturalmente si è spaventato, con qualche ragione. Anche se gli «ansiologhi» più frettolosi lo ignorano, infatti, è fin dall’epoca classica che l’ansia è considerata il contrario della tranquillità e quindi della lucidità psicologica. Chi è in uno stato di ansia ha difficoltà a valutare i diversi fenomeni e decidere in modo appropriato il da farsi. Aulo Gellio, scanzonato cantore del II secolo dopo Cristo, autore del classico Notti Attiche molto amato da Alberto Arbasino, presenta accuratamente l’anxietas come «disposizione del carattere», che si esprime con cura meticolosa e a volte esagerata, qualcosa di simile a ciò che oggi viene definito nevrosi ossessiva.
Un fenomeno, questo, effettivamente molto diffuso e assai difficile da trasformare in atteggiamenti e azioni intonate ed effettivamente appropriate verso la realtà quotidiana. La paura, più che fare novanta come dice il proverbio, acceca o paralizza: serve a poco.
La più sospettata per l’attuale diffusione di ansia per quasi tutto (i soldi, il sesso, la vita intera) è naturalmente la morte, la regina degli spaventi. In questa fase di insicurezza universale le persone si spaventano talmente al solo pensarla che non si riesce più neppure a pronunciarla, perfino negli annunci mortuari. In essi del protagonista si dice che è mancato, scomparso, ha iniziato il grande viaggio; ma morto mai, non sarebbe di bon ton.
La più sospettata di essere posseduta dall’ansia, che intanto si diffonde a piene mani tra la popolazione, è ora la generazione Zeta, l’ultima arrivata, quella che è di fatto cresciuta con lo smartphone, le cui pericolose proprietà per psiche e corpo umano sono ormai state riconosciute e raccolte con precisione (ad esempio nel già citato e veloce Smetto quando voglio dello psicologo Roberto Marchesini, Timone editore).
A peggiorare funestamente i danni del neonato scaraventato rapidamente in Internet sta il fatto che la superficialità dei genitori fa spesso sì che la celebrata tavoletta inizi la sua azione di devastazione di ogni tranquillità e sicurezza già subito dopo il principio della vita. I danni, a cominciare appunto dall’ansia, si producono e manifestano già fin dentro il passeggino (accade anche quello) da quasi subito. Il bambino, essere sensibilissimo anche se trattato spesso da genitori e custodi come al momento stupido, in realtà registra accuratamente tutto ciò che gli adulti fanno o lasciano accadere attorno a lui, e organizza intanto le proprie difese nei confronti delle distrazioni o superficialità dei «grandi», spesso incauti e temibili. E reagisce così alla loro balordaggine di dimenticarsi il loro smartphone nella sua carrozzina.
È molto frequente che ad accompagnare questo atteggiamento difensivo, per diminuire i rischi provenienti dai custodi («Cosa mi combineranno, adesso?») sia appunto l’ansia, la vecchia conoscenza di Aulo Gellio. Che consiglia di non fidarsi.
A descrivere perfettamente questa situazione è tornato ora un molto apprezzato custode dell’indispensabile difesa dell’umano dalla funerea e confusa spocchia della rete, con la sua ridicola pretesa di Intelligenza artificiale. E così: «Il mondo virtuale è un luogo gelido, inospitale» scrive nel suo recentissimo: Superbloom. Le tecnologie di connessione ci separano? nota l’acuto Nicholas Carr, già autore del fondamentale: Internet ci rende stupidi (2019, sempre presso Raffaello Cortina editore).
Superbloom mostra come i componenti di quella prima «generazione cresciuta sugli smartphone, sui social media, sulle console collegate in rete, sono stati le ignare cavie di un immenso esperimento sociale architettato da giovani un po’ più grandi di loro». E così ora: «Abbiamo un’idea di cosa accade quando le persone vengono socializzate oppure si informano e si divertono in rete fin dai prima anni di vita».
Ma a loro cosa accade? Il fatto è che, dopo: «tendono a vivere da reclusi» risponde Carr sulla base di una documentazione ormai amplissima e pluriennale, fedelmente presentata nel libro. Non si fidano (direbbe Aulio Gello con i suoi amici filosofi, nottambuli ateniesi): fiutano il pericolo, sono ansiosi.
La socializzazione non è mai stata facile - nei secoli - per l’uomo, che vi approda dopo il lungo e complesso viaggio nella pancia della mamma. Ma è diventata quasi impossibile dopo la rete, e soprattutto dopo la comparsa del temibile smartphone, arma di distruzione di massa delle personalità equilibrate. La Generazione Z lo sta capendo, e non sta al gioco. Figuriamoci se -dicono spesso i suoi membri intervistati per inchieste e sondaggi- ci tocca anche conquistare le ambigue e spesso inquietanti avventure proposte online. Generazione Z rimane lì, in rete (anche perché è ormai diventato obbligatorio per vivere e fare qualsiasi cosa), però non si fida. L’ansia, qui, è un modo di prendere le distanze dal disastro. Nell’attesa, a volte confessata a qualche intervistatrice, che ci si lasci vivere con il nostro personale corpo e anima, sulla terra. Non su una nube piena di matti che credono di essere il Creatore. O di diventarlo con qualche corso online.
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Giuseppe Valditara vieta gli smartphone e i progressisti lo additano: metodo antiquato. Ma è provato che il Web rimbambisce.
Pur di attaccare questo governo sono disposti a sostenere qualsiasi tesi, anche la più assurda e deleteria. Sono pronti a rinnegare la realtà e a danneggiare il prossimo: basta che possano gettare un po' di fango. Sembra che tra quelli che suscitano particolare fastidio ci sia Giuseppe Valditara, colpevole di guidare il dicastero dell’Istruzione che la sinistra - chissà perché - considera roba sua, patrimonio privato e intoccabile. Ecco allora che si contesta perfino il più sacrosanto dei provvedimenti, ovvero il divieto di smartphone in classe anche alle superiori.
La circolare ministeriale informa che «le istituzioni scolastiche provvederanno ad aggiornare i propri regolamenti e il patto di corresponsabilità educativa prevedendo per gli studenti del secondo ciclo di istruzione il divieto di utilizzo dello smartphone durante l’orario scolastico anche a fini didattici, nonché specifiche sanzioni disciplinari per coloro che dovessero contravvenire a tale divieto. È rimessa all’autonomia scolastica l’individuazione delle misure organizzative atte ad assicurare il rispetto del divieto in questione». Tale decisione, chiarisce il ministro, è motivata dalla consapevolezza degli «effetti negativi, ampiamente dimostrati dalla ricerca scientifica, che un uso eccessivo o non corretto dello smartphone può produrre sulla salute e il benessere degli adolescenti e sulle loro prestazioni scolastiche. Sull’argomento», nota Valditara, «sono sempre più numerosi gli studi, così come risulta una sempre maggiore attenzione da parte degli organismi internazionali e delle istituzioni sanitarie sulla necessità di adottare politiche in grado di contrastare i preoccupanti fenomeni che tali ricerche mettono in luce».
In effetti esistono divieti analoghi in Francia, Olanda, Grecia, Australia, persino in Cina. Gli studi sul tema si sprecano. Eppure c’è sempre qualcuno disposto a difendere l’indifendibile. Stavolta tocca a Matteo Lancini, starlette della psicologia progressista, che sulla Stampa definisce la mossa di Valditara «l’ennesimo provvedimento slogan che toglie ai giovani invece di dare».
«Iniziano le prove della maturità e invece di chiedere scusa agli studenti italiani perché anche quest’anno non siamo riusciti a organizzare prove di valutazione usando l’AI, che viene utilizzata in tutte le università del mondo, li perquisiremo come se fossero dei delinquenti», si dispera Lancini. «Questo perché manteniamo un sistema di valutazione in cui i ragazzi e le ragazze devono restituire quello che l’insegnante sa da sempre, invece di produrre elaborati che integrino le informazioni e le competenze acquisibili nella società onlife, quella dove reale e virtuale costituiscono un’unica realtà complessa. Quella in cui ci muoviamo noi adulti e nella quale li abbiamo costretti a nascere, essere continuamente fotografati e crescere. La verità è che questo provvedimento intende ancora una volta sottolineare come le nuove generazioni siano di pendenti da internet, quando nessuno scienziato serio oggi sa definire cosa sia la dipendenza da internet».
In realtà gli scienziati che hanno messo in guardia dai disastri causati dai dispositivi digitali sono parecchi. E non si tratta soltanto di dipendenza, anzi. La rivoluzione tecnologica ha reso i ragazzi meno capaci di concentrarsi, di leggere e scrivere, di stringere rapporti umani, di affrontare la vita quotidiana con la necessaria energia. Jonathan Haidt, psicologo sociale statunitense, ha mostrato come l’uso dei dispositivi produca un potente aumento dell’ansia.
Non è tutto. «Grazie a una nutrita serie di studi orizzontali condotti su adolescenti e giovani adulti, alcuni molto importanti in termini analitici, abbiamo un’idea molto chiara di che cosa succede quando le persone vengono socializzate oppure si informano e si divertono principalmente in rete fin dai primi anni di vita. Tendono a vivere da recluse», scrive Nicholas Carr nella sua ultima inchiesta Superbloom. «Nel 2012, secondo un sondaggio Common Sense Media, tuttora in corso, un adolescente americano su due tendeva a socializzare per interposto schermo, più che di persona. Nel 2018 erano due su tre. La Generazione Z non solo è la prima che preferisce chattare sui social media piuttosto che vedere gli amici di persona, ma tende in generale a uscire molto meno delle coorti precedenti. Molto più rari di un tempo sono i giovani che guidano (o addirittura prendono la patente), vanno alle feste, combinano appuntamenti, fanno sesso, bevono alcolici, sperimentano sostanze stupefacenti, fanno a botte, vanno in chiesa e si cercano dei lavoretti. Secondo i sondaggi governativi della serie Monitoring the Future, la percentuale dei liceali che sostiene di “gasarsi” quando “fa cose pericolose” è calata dal 50 al 38 per cento nel corso degli anni Dieci. La percentuale di chi “a volte ama correre rischi”, invece, “è scesa dal 46 al 34 per cento”. E sono dati anteriori alla pandemia: durante il lockdown quella tendenza si è ulteriormente accelerata». Potremmo citare anche i fondamentali lavori di Jean Twenge, psicologa dell’Università statale di San Diego, tra le pioniere del settore. O potremmo ricordare che alcuni tra i principali guru della Silicon Valley hanno deciso di vietare i dispositivi digitali in casa o mandano i figli in istituti in cui sono vietati smartphone e tablet.
Ma Lancini, pur di dare l’assalto al governo, prosegue tetragono. «Bisognerebbe insegnare a porre all’Ai le domande giuste, così si preparerebbero gli studenti alla società odierna e del futuro: un mondo sempre più interconnesso che chiede altri modi di accedere al sapere. Bisognerebbe superare il concetto di voti, interrogazioni, bocciature nella fase più delicata dell’adolescenza. Invece, si resta ancorati al passato: terrorizzati da quella società che noi adulti abbiamo costruito e che ogni giorno promuoviamo, tranne che a scuola».
Ovvio: basta bocciature, basta difficoltà, basta fatica sui libri, basta traumi per i poveri ragazzi costretti a faticare. Lasciamo pure che si rincoglioniscano con i tablet, ci penserà la vita a divorarli una volta usciti da scuola. Inabili al lavoro, ansiosi e fragili, potranno sempre chiedere all’intelligenza artificiale di farsi consigliare un buon farmaco e vivere a lungo sedati e contenti. E magari poveri e inetti, che non guasta mai.
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In tilt Valencia e la regione basca: «Colpa di lavori di aggiornamento». Poi il ripristino.
Appena tre settimane dopo il blackout elettrico che aveva messo in ginocchio l’intera Spagna, ieri un’altra grave interruzione ha lasciato per diverse ore senza linea fissa e Internet tutte le Province autonome servite dall’operatore Telefónica. Otto di queste, Paesi baschi, Estremadura, Comunità valenciana, Aragona, Galizia, Isole Canarie e Isole Baleari non riuscivano ad avere nemmeno accesso a servizi essenziali come il 112.
A causare l’interruzione sono stati i lavori di ammodernamento della Rete. «Abbiamo riscontrato un incidente con uno dei router, che ha avuto ripercussioni sui servizi di alcune aziende e servizi pubblici», ha spiegato ieri mattina Sergio Sánchez, direttore operativo di Telefónica con i suoi due marchi coinvolti, Movistar e O2. Gli utenti di società come MásMóvil, Orange o Vodafone non hanno invece avuto problemi, tranne che nei casi dove erano stati contrattati con il gruppo di Tlc servizi di linea fissa all’ingrosso, perché le loro Reti non riescono a raggiungere i clienti. Il ministero per la Trasformazione digitale e la Funzione pubblica, guidato da Óscar López Águeda, ha fatto sapere di «aver monitorato la situazione, chiedendo informazioni precise e previsioni temporanee di soluzione».
Secondo i dati della Commissione nazionale per i mercati e la concorrenza (Cnmc), Movistar gestisce una linea in fibra ottica su tre (33,8%), con una rete di 5,6 milioni di connessioni. Le interruzioni erano iniziate poco dopo le 3 del mattino e alle 12.30 il guasto risultava risolto quasi ovunque, meno che nelle Baleari e nelle Canarie. In quelle ore i disagi sono stati parecchi, anche perché i cittadini non erano stati preavvisati dei lavori in corso. Il 71% dei problemi segnalati era dovuto alla mancanza di una connessione Internet fissa, il 16% alla mancanza di segnale e il 13% a un blackout totale. In quasi tutte le Comunità autonome sono stati colpiti i servizi di emergenza, che hanno impedito o reso difficoltosa la comunicazione. Le risposte agli utenti erano che «il sistema non può elaborare la richiesta di servizio in questo momento», e si invitavano gli utenti a riprovare più tardi.
I numeri alternativi attivati non erano a conoscenza dell’intera popolazione, e nemmeno la possibilità di contattare il 112 tramite la polizia locale, quella nazionale, la Guardia civil o i Vigili del fuoco. A Madrid, oltre a interruzioni della connessione Internet alcune farmacie hanno notato problemi con le prescrizioni e i pagamenti elettronici.
Antonio Sanz Cabello del Pp, ministro della Presidenza, dell’Interno, del Dialogo sociale e della Semplificazione amministrativa dell’Andalusia ha espresso «allarme» e «preoccupazione» per «il continuo caos nei servizi pubblici. In Spagna stanno accadendo cose che ci lasciano perplessi e dimostrano il caos e la gestione disastrosa di questo governo», ha affermato.
Telefónica è un’altra delle società finite sotto controllo di Pedro Sánchez, che aveva acquistato il 10,1% delle sue azioni per circa 2,1 miliardi di euro con l’obiettivo di impedire che la Saudi Telecom Company, che deteneva il 9,9% del capitale di Telefónica, ne diventasse il maggiore azionista. A gennaio, attraverso la Società statale di partecipazioni industriali (Sepi), il governo aveva licenziato il presidente José María Álvarez-Pallete sostituendolo con l’ingegnere socialista Marc Murtra, fino a quel momento alto dirigente di Indra, azienda controllata anch’essa dalla Sepi con il 28% del capitale. «Nulla sfugge all’interesse del Psoe nel diffondere il sánchismo, anche se ciò avviene a scapito del prestigio di una delle aziende che è un marchio spagnolo all’estero e leader internazionale nel suo settore», tuonò Cuca Gamarra del Pp. Dopo la nomina di Murtra, le azioni di Telefónica scesero del 2,72% rendendolo il titolo con la performance più bassa, mentre le azioni di Indra aumentarono del 3,6% in seguito alla partenza dell’ingegnere con stretti legami con il Partito socialista catalano (Psc) e vicino al Psoe.
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2025-05-12
Scuola, Valditara: «Cellulare in classe vietato fino a 14 anni, valutiamo estensione a over 15»
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Lo ha dichiarato il ministro dell'Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara prima del Consiglio Ue Istruzione in programma a Bruxelles. «La presidenza polacca ha appoggiato la proposta del governo italiano e adottata anche da altri Paesi dell'Ue di vietare i cellulari in classe fino ai 14 anni di età», ha detto parlando ai giornalisti. Valditara ha annunciato che l'iniziativa è stata sottoscritta da Austria, Francia, Ungheria, Slovacchia e Svezia e sarà appoggiata da Lituania, Cipro, Grecia e Belgio.







