Stangata in arrivo a Pasqua? «Rischia di essere solo l’inizio del calvario»

La stangata di Pasqua sugli alimentari rischia di essere solo l'inizio
La stangata pasquale da 100 milioni di euro per le famiglie italiane denunciata dal Codacons? E’ solo una premessa di ciò che potremmo aspettarci nei prossimi mesi sul fronte del carrello. L’indice è puntato sull’aumento delle materie prime che arriva in parallelo all’impennata dell’energia e dei trasporti. Il risultato è una inflazione al 6,7 % a marzo che avrà un peso, sempre che la situazione non peggiori, di oltre 2 mila euro all’anno a famiglia.
Di fronte a questa “tempesta perfetta” di notizie negative se le famiglie piangono, le imprese certo non ridono. E la preoccupazione è a livelli di guardia, nell’impresa alimentare, un settore «energivoro» che paga aumenti e speculazione nelle materie prime. Soprattutto per il fatto che il cocktail micidiale arriva in un momento, quello pasquale, in cui molte imprese del comparto, mettono fieno in cascina più che nel resto dell’anno. «E’ vero la situazione è davvero difficile - sospira il presidente di Federalimentare, Ivano Vacondio - e se una inflazione al 6,7 per cento è elevato, io dico che siamo solo all’inizio».
«In queste settimane produttori e distributori hanno calmierato i prezzi - spiega Vacondio - Di più, in molti hanno fatto incetta di prodotti per prevenire i rincari dei listini. Ora attendiamo il dato dei consumi a Pasqua. Il problema è che presto non sarà più possibile contenere i prezzi ed allora vedremo davvero gli effetti di costo dell’energia e guerra in Ucraina». Se sul fronte delle materie prime il presidente di Federalimentare si attende un lieve miglioramento nel secondo semestre dell’anno («sempre che non accadano altri sconquassi»), è l’impennata dell’energia a preoccupare maggiormente.
«Il problema dell’approvvigionamento e dunque dei costi energetici ce lo porteremo avanti per anni - dice - e colpirà tutti i soggetti della filiera: dall’azienda ai trasporti. Ed anche le famiglie, con bollette più salate, finiranno per spendere meno. Un combinato disposto che potrebbe generare effetti gravissimi».
Preoccupazioni, quelle del presidente, confermate da alcuni dei principali imprenditori del settore. Che parlano a mezza voce, con l’accordo di non esporre il brand. «La situazione è così in evoluzione e le decisioni da prendere tanto complesse, che esporci con previsioni non sarebbe saggio - è la tesi di tutti - però bisogna che i consumatori, i lavoratori, le famiglie, prendano coscienza delle difficoltà del momento» .«Nella mia lunga esperienza aziendale non ho mai visto una situazione come questa - spiega un noto imprenditore leader del settore - e non parlo soltanto della farina, cresciuta oltre il 30 per cento e dunque ben più del 10 per cento che dice il Codacons. Tutto sta subendo rincari enormi: dall’olio di girasole ai trasporti. Le faccio un esempio. Un container dall’Italia agli Stati Uniti l’anno scorso costava circa 2mila euro. Oggi 10 mila. Come la mettiamo?» «Tutti parlano dei costi dell’energia - sottolinea un altro industriale dal brand molto noto - ed in effetti i rincari sono stati di oltre il 30 per cento. Ma qui aumenta tutto. Anche cose a cui la gente non pensa. Prendiamo la carta. Il packaging è cambiato. Vista la transizione ecologica il consumatore si è andato orientando verso confezioni particolarmente green. Ma la carta o materiali similari hanno fatto registrare aumenti a due cifre. E questo pesa, eccome».
«Ho sentito di colleghi che stanno pensando di rallentare con le assunzioni se non di varare piani di risparmi - ci dice un terzo industriale - noi resistiamo, ma se la situazione non cambia saranno dolori. Ed alzare i prezzi non è la panacea. Meno consumi significa vendere meno. Insomma un gatto che si morde la coda».
Ma allora che fare? E il governo italiano si sta mostrando all’altezza della sfida? «Il governo italiano ha fatto poco. Ma era purtroppo tutto quello che poteva fare - dice il presidente di Federalimentare - Un singolo Paese in una situazione come quella attuale può fare poco. Siamo in una economia di guerra. E servirebbe un grande piano europeo per l’impresa. Vista la credibilità di Draghi a livello internazionale mi aspetto un impegno in tale senso. In ogni caso serve quel sentimento di solidarietà che c’è stato all’inizio della pandemia. Invece mi sembra che prevalga l’ egoismo, soprattutto sul fronte energetico».
Ormai è chiaro che le case automobilistiche stiano puntando tutto sull’elettrico. E va bene. Eppure c’è chi presenta, all’interno di questa traiettoria, anche valide alternative. È il caso della Mercedes Glc 450 d 4Matic, che rappresenta una sorta di dichiarazione d’intenti.
Mentre molti costruttori riducono progressivamente l’offerta di motorizzazioni a gasolio, la Casa di Stoccarda continua a credere nelle potenzialità del diesel, soprattutto quando abbinato a sistemi elettrificati capaci di migliorarne efficienza e fluidità. Il risultato? Un suv premium che, come nello stile della casa, coniuga prestazioni elevate e comfort. E, in questo caso, consumi tutto sommato contenuti. L’abbiamo provata.
Partiamo dal design. Dagli esterni. A guardarla, la Glc 450 d trasmette una sensazione di solida eleganza. Le proporzioni sono equilibrate. Riesce ad essere perfino sinuosa. La sua presenza su strada è importante ma mai eccessiva. Il frontale è dominato, come ormai abitudine, dalla grande calandra Mercedes. I gruppi ottici affilati e le superfici pulite contribuiscono a creare un design moderno e raffinato. Anche in questo caso, puro stile Mercedes.
Saliamo a bordo. Nel nostro caso, l’auto era dotata di interni chiari. Una volta entrati nell’abitacolo, si viene accolti dalla pure tradizione Mercedes nel segmento premium, soprattutto nel caso in cui si possa scegliere la versione Amg. La qualità percepita è elevata, grazie a materiali accuratamente selezionati, assemblaggi precisi e una cura dei dettagli che emerge in ogni elemento. La plancia è dominata dal grande display centrale verticale del sistema Mbux, intuitivo e ricco di funzionalità, mentre il quadro strumenti digitale offre numerose possibilità di personalizzazione.
In quest’auto stanno comodi sia chi si trova nei sedili anteriori sia chi si trova in quelli posteriori. Questi ultimi, infatti, possono contare su una buona abitabilità anche nei lunghi viaggi, mentre il bagagliaio si dimostra adeguato alle esigenze di una famiglia. Tutto è progettato per garantire comfort e praticità, senza rinunciare a quell’atmosfera tecnologica che caratterizza le Mercedes più recenti.
Il vero protagonista, come sempre per la casa di Stoccarda, è il motore. Sotto il cofano troviamo un sei cilindri in linea diesel da 3,0 litri abbinato alla tecnologia mild hybrid a 48 volt. Una configurazione sempre più rara sul mercato che, però, continua a offrire parecchi vantaggi. La potenza è abbondante e la coppia disponibile praticamente a ogni regime, consentendo accelerazioni brillanti e riprese immediate.
Alla guida, la Glc 450 d sorprende soprattutto per la fluidità di funzionamento. Il sei cilindri lavora con una regolarità quasi impercettibile, tanto che in molte situazioni è facile dimenticare di essere al volante di un diesel. L’assistenza elettrica contribuisce a rendere le partenze più dolci e le transizioni ancora più lineari, mentre il cambio automatico 9G-Tronic gestisce i rapporti con rapidità e precisione. Lo abbiamo provato sia su strade urbane sia extraurbane.
In città questo suv si muove con una disinvoltura superiore rispetto a quanto le dimensioni potrebbero far pensare. Lo sterzo è leggero nelle manovre, la visibilità è buona e i numerosi sistemi di assistenza aiutano a gestire traffico e parcheggi. È però sulle strade extraurbane e in autostrada che emergono le sue qualità migliori. A velocità di crociera la Glc 450 d mostra una notevole capacità di isolamento acustico. Fruscii aerodinamici e rumori di rotolamento sono praticamente inesistenti, creando un ambiente rilassante anche dopo molte ore al volante. Le sospensioni assorbono efficacemente le irregolarità dell’asfalto, mentre la trazione integrale 4Matic garantisce sempre elevati livelli di sicurezza e stabilità.
Nonostante il peso e la vocazione turistica, il comportamento dinamico risulta convincente anche tra le curve. Il telaio è ben bilanciato e il controllo dei movimenti della carrozzeria è efficace. Non si tratta di un suv sportivo in senso stretto, ma la precisione dell’avantreno e la generosa spinta del sei cilindri permettono di affrontare i percorsi più guidati con soddisfazione. Ma non solo. È anche possibile utilizzare la trazione integrale, andando così ovunque. Uno degli aspetti più interessanti riguarda i consumi. Pur disponendo di prestazioni di alto livello, la Glc 450 d riesce a mantenere valori parecchio contenuti. Nei lunghi trasferimenti autostradali è possibile percorrere distanze importanti senza frequenti soste al distributore, confermando uno dei tradizionali punti di forza della tecnologia diesel. Sul fronte tecnologico, la dotazione è ricca e comprende sistemi avanzati di assistenza alla guida, con funzioni di mantenimento della corsia, cruise control adattivo e monitoraggio dell’ambiente circostante. Il sistema Mbux continua inoltre a rappresentare uno dei riferimenti del segmento per qualità grafica, rapidità di risposta e integrazione dei comandi vocali.
In un panorama automobilistico dominato dall’elettrificazione, la Glc 450 d dimostra che il diesel ha ancora molto da dire quando viene sviluppato con competenza e integrato con le tecnologie più avanzate. Forse non sarà questo il futuro a lungo termine dell’automobile, ma oggi rappresenta una delle proposte più convincenti per chi cerca un suv premium capace di macinare chilometri nel massimo comfort, senza sacrificare piacere di guida ed efficienza.
«Se esiste il diritto di cercare rifugio quando la vita è minacciata, esiste anche il diritto di non dover migrare», ha ribadito papa Leone XIV ieri nel porto di Arguineguín a Gran Canaria davanti a migranti e realtà di accoglienza.
Peraltro, rimarcando un caposaldo della dottrina sociale della Chiesa cattolica che aveva già richiamato anche nel suo importante discorso al Parlamento spagnolo a Madrid martedì scorso. Ma deve esserci un qualche riflesso pavloviano che scatta inesorabile nelle redazioni quando si pensano i titoli sul Papa che parla di migranti.
Il quotidiano Repubblica nella sua homepage titolava ieri sul grido morale del Papa che richiama l’Europa a non abituarsi «a un Mediterraneo cimitero dei migranti», così allo stesso modo il Corriere della Sera. E il quotidiano devi vescovi italiani Avvenire altrettanto, pur ponendo l’accento sul fatto sacrosanto che «nessuno ha il diritto di disprezzarli». Tutto vero, ma anche parziale.
Perché se il Papa alle Canarie nel suo sesto giorno di viaggio apostolico in Spagna ha certamente detto che «l’Europa […] non può proclamare la dignità umana e abituarsi a che il Mediterraneo e l’Atlantico siano cimiteri senza lapidi», lo ha fatto però in un ragionamento molto più ampio, che chi ha letto il testo integrale non può ignorare. Infatti, il Papa ha chiamato in causa tutti: i Paesi di origine, quelli di transito, l’Europa e l’intera comunità internazionale, ciascuno con responsabilità precise. Non è un dettaglio: è la struttura stessa del discorso. Una complessità che troppo spesso passa in secondo piano, perché si vuole fare dell’accoglienza un assoluto dal sapore politico, finendo per avere una lettura distorta come quella di chi è animato da odio. Semplificazioni.
Nella dottrina sociale della Chiesa, infatti, il diritto a emigrare è inseparabile dal diritto a non emigrare. La persona ha diritto a cercare altrove condizioni di vita dignitose, ma ha anche diritto a non essere costretta a farlo. E questo implica un dovere politico preciso: creare condizioni di giustizia, pace e sviluppo nei Paesi di origine. Non solo. Lo stesso papa Leone nel novembre scorso, nell’ormai consueto passaggio con i giornalisti uscendo da Villa Barberini a Castelgandolfo, mentre commentava la dichiarazione del 13 novembre della Conferenza episcopale degli Stati Uniti su migranti e richiedenti asilo, richiamava alla necessità di trattare le persone con dignità, aggiungendo: «Penso che ogni Paese abbia il diritto di determinare chi, come e quando le persone entrano». È ancora una volta un richiamo alla dottrina sociale della Chiesa che appunto riconosce alle autorità politiche il diritto di porre condizioni al fenomeno migratorio per preservare il bene comune, controllare le frontiere e regolare i flussi. Questi sono i punti che di solito spariscono dai titoli, eppure aiutano a comprendere veramente la posizione della Chiesa e del Papa.
È una linea che tiene insieme due principi che nel dibattito pubblico vengono sistematicamente separati: sovranità e dignità. Eppure, nei titoli, resta quasi sempre solo uno dei due. Il risultato è un cortocircuito: il Papa viene arruolato a forza dentro categorie che non sono le sue. Diventa, a seconda dei casi, un campione dell’accoglienza senza limiti o un moralista che ignora la realtà. Ma nessuna delle due caricature regge al discorso pronunciato ieri a Gran Canaria o a quanto detto dal Papa davanti ai Parlamentari spagnoli martedì.
Il Papa fa il Papa e tiene insieme accoglienza e responsabilità, diritti dei migranti e doveri delle istituzioni, solidarietà immediata e giustizia strutturale. Dire che il Mediterraneo non può essere un cimitero non significa ignorare il problema dei flussi. Significa rifiutare che la soluzione sia la morte. Così porre domande sulle possibilità e modalità di accoglienza non può significare che chi le fa sia una qualcuno che si gira dall’altra parte di fronte alle persone che chiedono aiuto. Dare letture parziali al fenomeno dei migranti, magari utilizzando il Papa, è un altro modo per calare l’ideologia sulla realtà.
Dimmi La Verità | Alessandro Rico: «I miliardi all'Ucraina saranno restituiti tra decenni»
Ecco #DimmiLaVerità del 12 giugno 2026. Il nostro Alessandro Rico ci spiega perché i miliardi prestati all'Ucraina saranno restituiti tra decine di anni.













