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2018-09-19
Al via la settimana della moda a Milano. Vola il settore: da solo, vale oltre 24 miliardi di euro
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Basta fare due passi questa settimana a Milano, dove si sta tenendo la Milano Fashion Week, per capire quanto la moda rappresenti un'industria fertile per l'Italia.
Come spiega uno studio messo a punto da Intesa Sanpaolo il sistema moda, che comprende tessile, abbigliamento e calzature, è un settore chiave per l'economia italiana: con 24,2 miliardi di euro di valore aggiunto generato nel 2017, rappresenta il 10% del manifatturiero e occupa circa 500 mila addetti, ovvero il 15,5% degli addetti occupati complessivamente nella manifattura italiana.
Non si tratta solo di un'eccellenza nazionale. La moda «Made in Italy» mantiene saldo il suo primato in Europa, sia in termini di produzione che di fatturato. Più di un terzo del valore aggiunto generato dal sistema moda dell'Unione Europea è associabile all'Italia (33,9%), una quota pari a tre volte quella tedesca, quattro volte quella spagnola e quasi cinque volte quella francese.
Il primato italiano è evidente anche in termini di saldo commerciale, in attivo per quasi 20 miliardi di euro a fine 2017. È un dato rilevante, soprattutto se confrontato con il disavanzo francese (-13,9 miliardi), tedesco (-19 miliardi) o del Regno Unito (-21 miliardi).
Si tratta, inoltre, di un importante indicatore di competitività, che sintetizza diversi punti di forza della filiera produttiva italiana.
A premiare l'industria italiana della moda è la sua struttura a distretti, spiega nella sua analisi Gregorio De Felice, capo economista di Intesa Sanpaolo. «L'ampia base produttiva, forte dell'organizzazione reticolare tipica dei distretti industriali, preserva nel tempo competenze e conoscenze, supportando una forte diversificazione di prodotto e l'elevata qualità della produzione Made in Italy«, spiega.
Come si nota nell'indagine di Ca' De Sass, il 70% circa delle esportazioni italiane della moda (circa 51 miliardi di euro nel 2017) si posiziona sull'alta gamma, la fascia di mercato più redditizia.
Nonostante la forte pressione concorrenziale, derivante dall'avanzata dei player asiatici, l'Italia mantiene infatti, ancora, elevate quote di mercato che, nell'alto di gamma, raggiungono il 16% nelle calzature e il 21% nel comparto pelli e pelletteria.
Tra le particolarità, l'industria italiana della moda si fa notare perché ancora oggi produce il 78,7% dei suoi prodotti nei confini italiani.
La filiera della moda francese, dominata dai grandi player del lusso che hanno spinto maggiormente sulla leva della delocalizzazione, presenta invece un contributo domestico alla produzione pari solamente al 60,5%.
Il motivo di questi dati è che la produzione italiana, soprattutto quella di alto livello, ha un forte legame con il territorio e certe peculiarità si perderebbero delocalizzando la produzione in Paesi dove la manodopera costa meno.
«Una quota consistente di imprese capofila del sistema moda intervistate da Intesa Sanpaolo valuta ancora fondamentale il rapporto con subfornitori e/o terzisti locali, grazie alla qualità dei servizi e dei prodotti offerti, alla possibilità di personalizzare i prodotti, all'affidabilità e alla specializzazione della forza lavoro», spiega De Felice.
Questi tratti distintivi del modello di produzione «Made in Italy» sono anche alla base della partecipazione attiva delle imprese italiane alle catene di produzione dei partner europei: il 6,2% dell'output di moda francese, ad esempio, è originato in Italia.
Ma se la produzione e il sistema moda Italia funzionano bene, va sottolineato che le aziende italiane del settore non sono ancora riuscite a pieno a prendere il «treno» della trasformazione digitale.
Nonostante l'aumento delle vendite da siti italiani (che hanno raggiunto i 3 miliardi di euro nel 2016), lo strumento dell'ecommerce risulta ancora poco diffuso, soprattutto tra le imprese più piccole.
Da una indagine ad hoc realizzata da Intesa Sanpaolo (su 161 aziende capofila che operano in 36 distretti del sistema moda e generano 14,5 miliardi di euro di fatturato) emerge che il 70% delle imprese intervistate effettua vendite on-line. Questa percentuale si riduce al 18% per le piccole imprese.
Inoltre, poche imprese utilizzano strategie complesse: solo il 12% del totale le aziende effettua vendite on-line sia sul proprio sito sia tramite marketplace e dispone di una app dedicata.
Il comparto della moda in Italia ha dunque bisogno di crescere. Oggi può ancora fare affidamento sull'«italianità», una ricetta fatta di materiali pregiati, tecniche costruttive e stile che giustificano prezzi da capogiro per l'alto di gamma. Ma non potrà essere così in eterno. Bisogna prima di tutto recuperare il tempo perduto nell'ecommerce. I produttori asiatici ci sono col «fiato sul collo» e prima o poi l'italianità non basterà a non farci superare.
Gianluca Baldini
INFOGRAFICA
Le grandi sfide per la moda italiana? I mercati mondiali: dalla Cina al Giappone fino agli Emirati Arabi
Giusto il 17 settembre, il vicepremier e ministro del Lavoro, Luigi Di Maio, a margine del Micam, salone internazionale del settore calzaturiero spiegava che «il tavolo che abbiamo oggi sulla moda ci consentirà di coordinare le politiche di sviluppo e di investimento in questo settore, nei prossimi 5 anni per quanto riguarda questo governo», continua. «Ma io oso dire, servono piani di medio e lungo termine a 20 anni. È chiaro che qui ci sono due grandi fronti: giocare prima di tutto all'attacco sui mercati internazionali perché siamo leader in questo settore; il tavolo che si apre oggi con tutti gli attori coinvolti che dovrà servire a continuare la lotta alla contraffazione», ha concluso.
Certo, la lotta alla contraffazione è d’obbligo, soprattutto in un mercato come quello italiano costellato da grandi marchi noti in tutto il mondo. Il problema è riuscire a crescere a livello internazionale.
Del resto, i fondamentali di crescita del sistema moda italiano restano solidi, anche se in uno scenario non esente da rischi legati alla possibile flessione del commercio internazionale.
Come spiega uno studio di Intesa Sanpaolo sul settore, il fatturato del sistema moda è atteso crescere ad un tasso medio annuo dell’1,5% nel periodo 2019-22, a prezzi costanti, trainato soprattutto dai mercati esteri, oltre che da una ripresa del mercato interno.
La propensione all’export del settore, già strutturalmente elevata (61,4% nel 2017), è infatti destinata ad aumentare ancora (fino a sfiorare il 66% nel 2022), spingendo verso un ulteriore miglioramento del saldo commerciale, che potrà avvicinarsi ai 25 miliardi di euro nell’orizzonte del 2023.
Insomma, c’è spazio per crescere ancora. A dirlo sono gli ultimi dati congiunturali sulle esportazioni, di fonte Istat. Le vendite all’estero del sistema moda sono cresciute del 3,5% tendenziale nella prima metà del 2018, a valori correnti, per un totale esportato pari a 26 miliardi di euro.
Risultati positivi hanno riguardato i principali mercati di sbocco, sia maturi (come Francia, Germania e Svizzera) che emergenti (ad iniziare da Cina e Hong Kong). In un contesto di domanda globale in espansione, «prevediamo un incremento di circa 42 miliardi di dollari del commercio globale di alta moda entro il 2021», spiega Gregorio De Felice, capo economista di Intesa Sanpaolo.
Intercettare questa domanda aggiuntiva rappresenta, insomma, per le imprese della moda italiana, un’importante sfida da cogliere. Le opportunità di crescita si concentrano, soprattutto, nei mercati più distanti dall’Italia, quali Cina-Hong Kong, Giappone, Canada, Stati Uniti ed Emirati Arabi Uniti, dove l’alta gamma Made in Italy ha già conquistato traguardi importanti e continua a ricevere grande attenzione.
Gianluca Baldini
«Il consumatore oggi va più alla ricerca del prezzo che della qualità. Puntiamo su un futuro green, perché siamo sicuri ci sia un mercato ampio da esplorare»

Il Gruppo Graziella festeggia i suoi primi 60 anni di attività con l'acquisizione della storica azienda fiorentina di pelletteria Braccialini. Il suo amministratore delegato Gianni Gori, figlio della fondatrice Graziella, ci parla di questa importante acquisizione e dei progetti per il futuro.
Il Gruppo Graziella ha chiuso l'ultimo anno con un aumento del fatturato del 30%. Come siete riusciti a gestire e superare la crisi dei mercati degli ultimi anni?
«Il maggiore punto di forza nel nostro gruppo è che siamo una realtà familiare. Anche noi abbiamo dovuto fare i conti con periodi di crisi - specialmente nel settore orafo - ma siamo riusciti a trovare le giuste strategie per superare questa flessione nel mercato. Abbiamo raggiunto paesi nuovi e fatto investimenti sul lungo periodo. Gli investimenti industriali sono per noi la base della nostra crescita».
Quali sono le vostre previsioni per il 2018?
«Lo scorso anno il nostro fatturato era vicino agli 80 milioni, ma l'acquisizione di Braccialini dovrebbe portarci a superare i 100 milioni entro la fine dell'anno».
Quali sono i vostri mercati di riferimento?
«Graziella - con la sua collezione di gioielli - viene venduta prevalentemente all'estero. Possiamo dire che l'export rappresenti il 75% del fatturato della holding. Per quanto riguarda Braccialini, il mercato italiano rappresenta il 30%».
Quanto vale il Made in Italy nel mondo?
«Il Made in Italy è sicuramente un fattore determinante per le vendite nel settore moda, soprattutto quando parliamo di "affordable luxury". Il consumatore oggi va più alla ricerca del prezzo che della qualità. Sono poche le caratteristiche che possono spingere a spendere qualcosa di più del normale. Bisogna essere sempre freschi e dinamici se si vuole avere successo».
Quali sono le motivazioni dietro la scelta di acquisire il brand Braccialini?
«La fantasia e la creatività di Braccialini, nonché la sua ricca storia, ha un qualcosa di tipicamente italiano. È un marchio che riesce a differenziarsi in un mercato ampio come quello degli accessori di moda».
Come cambierà il brand Braccialini sotto il controllo di Graziella?
«Stiamo lavorando per la creazione di prodotti total green. Negli ultimi anni abbiamo investito nelle energie rinnovabili e stiamo portanti avanti studi per trovare soluzioni ecologiche da applicare sulla nostra prima linea e anche nel brand Braccialini. Puntiamo su un futuro green, perché siamo sicuri ci sia un mercato ampio da esplorare».
Sarete presenti a VincenzaOro con i gioielli Graziella e le borse Braccialini. Avete in programma di festeggiare questa nuova unione?
«Sicuramente la fine dell'anno sarà l'occasione perfetta per festeggiare i nostri sessant'anni e l'acquisizione di Braccialini. Non ci interessa però organizzare qualcosa di fastoso per apparire sui social, preferiamo festeggiare con quelle persone che lavorano al nostro fianco ogni giorno. Sono loro le persone più importanti».
Mariella Baroli
Milano diventa capitale della moda. E Armani fa la sfilata all'aeroporto
Da domani al 24 settembre Milano diventa la capitale mondiale della moda. Tutta la città sarà in fermento con la Milano fashion week, grazie a un settore che si conferma trainante per il Paese. «Il settore moda rimane uno dei più dinamici», spiega Carlo Capasa, presidente della Camera nazionale della moda italiana, «con un fatturato complessivo di circa 90 miliardi e una crescita del 3% circa, trainata dalle esportazioni». Sono 61 gli show in calendario, 9 sfilate co-ed (uomo e donna in passerella), 80 presentazioni, 44 eventi tra mostre, inaugurazioni, feste.
Tra i nuovi ingressi e i debutti in passerella, si segnala Tiziano Guardini, vincitore del premio Franca Sozzani Gcc award for best emerging designer in occasione della prima edizione dei Green carpet fashion awards Italia, previsto per il 20 settembre. Sfilano inoltre, per la prima volta in calendario, A.F. Vandervorst e Fila. Grazie al supporto della Camera nazionale della moda italiana, debuttano anche Ultrachic, Chika Kisada e +ACT N.1, vincitore di Who's on next? 2017. Tra i graditi ritorni, le sfilate Byblos il 19 settembre e Iceberg venerdì 21 settembre, oltre all'ingresso ufficiale in calendario di Agnona il 22 settembre. Sempre presenti sul catwalk di Milano i big Alberta Ferretti, Moncler (19 settembre), Fendi, Prada, Moschino (20 settembre), Versace (21 settembre), Salvatore Ferragamo, Roberto Cavalli (22 settembre), Giorgio Armani (23 settembre).
Saranno 9 le sfilate co-ed presenti nel calendario della Mfw: Antonio Marras, Byblos, Emporio Armani, Fila, Gcds, Jil Sander, Moncler, Salvatore Ferragamo e Tiziano Guardini. Dopo il grande successo dello scorso anno, in occasione della fashion week avrà luogo la seconda edizione dei Green carpet fashion awards Italia, organizzati da Camera Nazionale della Moda Italiana in collaborazione con Eco-Age e con il supporto del ministero dello Sviluppo economico, Ice agenzia e Comune di Milano. L'evento avrà luogo il 23 settembre al teatro alla Scala. Anche Gucci, che questa volta sfilerà a Parigi, sarà comunque presente nel calendario della Mfw con due iniziative legate al mondo della cultura previste all'inizio e alla fine della settimana della moda.
Saranno 2.300 gli ospiti della mega festa organizzata da Giorgio Armani per Emporio Armani Boarding, che si svolgerà il 20 settembre all'hangar dell'aeroporto di Milano Linate. L'aeroporto, che per la prima volta ospiterà una sfilata, farà da cornice alla presentazione delle collezioni e si concluderà con la performance di una pop star internazionale.
Dal 21 al 24 settembre andrà in scena una nuova edizione del salone White Milano, in zona Tortona, con espositori in crescita del 5%: 562 marchi, 375 italiani e 187 esteri, di cui 243 nuovi ingressi. Tra le novità, la presenza di Fiorucci come special guest e del designer belga An Vandervost come special project.
Mipel è l'evento internazionale più seguito dai bag addicted, giunto alla 114^ edizione, dedicato alla pelletteria più importante del settore (350 brand italiani ed esteri). Super è il salone prêt-à-porter e accessori donna di Pitti immagine, arrivato alla 12° edizione. Protagoniste le collezioni di oltre 100 brand internazionali di pret-à-porter e accessori donna per la primavera-estate 2019, di cui il 50% nuovi e il 40% proveniente dall'estero. The one Milano, salone del ready-to-wear femminile e degli accessori (140 collezioni: 95 italiane e 45 straniere provenienti da 12 Paesi), sarà a Fieramilanocity ma anche in città.
Micam è l'appuntamento con il salone internazionale del settore calzaturiero, leader nel mondo, promosso da Assocalzaturifici e giunto all'86° edizione. Un'occasione unica di business per i 1396 espositori, di cui 778 italiani e 618 stranieri, su una superficie di 62.267 metri quadrati, che presenteranno in anteprima le collezioni primavera-estate. Micam è una vetrina prestigiosa del made in Italy: ai marchi storici dell'alta moda italiana quest'anno si aggiungono Alv by Alviero Martini, Cerruti 1881, Fratelli Rossetti, Ferré Collezioni, Moreschi e Rodo Firenze.
Paola Bulbarelli
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Con un valore di 24,2 miliardi di euro, il sistema moda in Italia è uno dei settori chiave per l'economia del nostro Paese. Le vendite online, tuttavia, faticano a decollare e lo strumento dell'ecommerce risulta ancora poco diffuso. Il Made in Italy fa da traino al segmento soprattutto in Cina, Giappone, Canada, Stati Uniti ed Emirati Arabi Uniti dove la bellezza e l'italianità continuano a ricevere grande attenzione. Parla Gianni Gori, amministratore delegato di Graziella, il gruppo che ha recentemente acquisito Braccialini. «Il consumatore oggi va più alla ricerca del prezzo che della qualità. Puntiamo su un futuro green, perché siamo sicuri ci sia un mercato ampio da esplorare».Milano diventa capitale del fashion. E Armani fa la sfilata all'aeroporto. Fino al 24 settembre passerelle in tutta la città: 61 show, 80 presentazioni e 44 eventi. Lo speciale contiene quattro articoli.Basta fare due passi questa settimana a Milano, dove si sta tenendo la Milano Fashion Week, per capire quanto la moda rappresenti un'industria fertile per l'Italia. Come spiega uno studio messo a punto da Intesa Sanpaolo il sistema moda, che comprende tessile, abbigliamento e calzature, è un settore chiave per l'economia italiana: con 24,2 miliardi di euro di valore aggiunto generato nel 2017, rappresenta il 10% del manifatturiero e occupa circa 500 mila addetti, ovvero il 15,5% degli addetti occupati complessivamente nella manifattura italiana.Non si tratta solo di un'eccellenza nazionale. La moda «Made in Italy» mantiene saldo il suo primato in Europa, sia in termini di produzione che di fatturato. Più di un terzo del valore aggiunto generato dal sistema moda dell'Unione Europea è associabile all'Italia (33,9%), una quota pari a tre volte quella tedesca, quattro volte quella spagnola e quasi cinque volte quella francese.Il primato italiano è evidente anche in termini di saldo commerciale, in attivo per quasi 20 miliardi di euro a fine 2017. È un dato rilevante, soprattutto se confrontato con il disavanzo francese (-13,9 miliardi), tedesco (-19 miliardi) o del Regno Unito (-21 miliardi). Si tratta, inoltre, di un importante indicatore di competitività, che sintetizza diversi punti di forza della filiera produttiva italiana. A premiare l'industria italiana della moda è la sua struttura a distretti, spiega nella sua analisi Gregorio De Felice, capo economista di Intesa Sanpaolo. «L'ampia base produttiva, forte dell'organizzazione reticolare tipica dei distretti industriali, preserva nel tempo competenze e conoscenze, supportando una forte diversificazione di prodotto e l'elevata qualità della produzione Made in Italy«, spiega. Come si nota nell'indagine di Ca' De Sass, il 70% circa delle esportazioni italiane della moda (circa 51 miliardi di euro nel 2017) si posiziona sull'alta gamma, la fascia di mercato più redditizia. Nonostante la forte pressione concorrenziale, derivante dall'avanzata dei player asiatici, l'Italia mantiene infatti, ancora, elevate quote di mercato che, nell'alto di gamma, raggiungono il 16% nelle calzature e il 21% nel comparto pelli e pelletteria. Tra le particolarità, l'industria italiana della moda si fa notare perché ancora oggi produce il 78,7% dei suoi prodotti nei confini italiani. La filiera della moda francese, dominata dai grandi player del lusso che hanno spinto maggiormente sulla leva della delocalizzazione, presenta invece un contributo domestico alla produzione pari solamente al 60,5%. Il motivo di questi dati è che la produzione italiana, soprattutto quella di alto livello, ha un forte legame con il territorio e certe peculiarità si perderebbero delocalizzando la produzione in Paesi dove la manodopera costa meno.«Una quota consistente di imprese capofila del sistema moda intervistate da Intesa Sanpaolo valuta ancora fondamentale il rapporto con subfornitori e/o terzisti locali, grazie alla qualità dei servizi e dei prodotti offerti, alla possibilità di personalizzare i prodotti, all'affidabilità e alla specializzazione della forza lavoro», spiega De Felice.Questi tratti distintivi del modello di produzione «Made in Italy» sono anche alla base della partecipazione attiva delle imprese italiane alle catene di produzione dei partner europei: il 6,2% dell'output di moda francese, ad esempio, è originato in Italia. Ma se la produzione e il sistema moda Italia funzionano bene, va sottolineato che le aziende italiane del settore non sono ancora riuscite a pieno a prendere il «treno» della trasformazione digitale. Nonostante l'aumento delle vendite da siti italiani (che hanno raggiunto i 3 miliardi di euro nel 2016), lo strumento dell'ecommerce risulta ancora poco diffuso, soprattutto tra le imprese più piccole. Da una indagine ad hoc realizzata da Intesa Sanpaolo (su 161 aziende capofila che operano in 36 distretti del sistema moda e generano 14,5 miliardi di euro di fatturato) emerge che il 70% delle imprese intervistate effettua vendite on-line. Questa percentuale si riduce al 18% per le piccole imprese.Inoltre, poche imprese utilizzano strategie complesse: solo il 12% del totale le aziende effettua vendite on-line sia sul proprio sito sia tramite marketplace e dispone di una app dedicata.Il comparto della moda in Italia ha dunque bisogno di crescere. Oggi può ancora fare affidamento sull'«italianità», una ricetta fatta di materiali pregiati, tecniche costruttive e stile che giustificano prezzi da capogiro per l'alto di gamma. Ma non potrà essere così in eterno. Bisogna prima di tutto recuperare il tempo perduto nell'ecommerce. I produttori asiatici ci sono col «fiato sul collo» e prima o poi l'italianità non basterà a non farci superare. 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Del resto, i fondamentali di crescita del sistema moda italiano restano solidi, anche se in uno scenario non esente da rischi legati alla possibile flessione del commercio internazionale. Come spiega uno studio di Intesa Sanpaolo sul settore, il fatturato del sistema moda è atteso crescere ad un tasso medio annuo dell’1,5% nel periodo 2019-22, a prezzi costanti, trainato soprattutto dai mercati esteri, oltre che da una ripresa del mercato interno. La propensione all’export del settore, già strutturalmente elevata (61,4% nel 2017), è infatti destinata ad aumentare ancora (fino a sfiorare il 66% nel 2022), spingendo verso un ulteriore miglioramento del saldo commerciale, che potrà avvicinarsi ai 25 miliardi di euro nell’orizzonte del 2023. Insomma, c’è spazio per crescere ancora. A dirlo sono gli ultimi dati congiunturali sulle esportazioni, di fonte Istat. Le vendite all’estero del sistema moda sono cresciute del 3,5% tendenziale nella prima metà del 2018, a valori correnti, per un totale esportato pari a 26 miliardi di euro. Risultati positivi hanno riguardato i principali mercati di sbocco, sia maturi (come Francia, Germania e Svizzera) che emergenti (ad iniziare da Cina e Hong Kong). In un contesto di domanda globale in espansione, «prevediamo un incremento di circa 42 miliardi di dollari del commercio globale di alta moda entro il 2021», spiega Gregorio De Felice, capo economista di Intesa Sanpaolo. Intercettare questa domanda aggiuntiva rappresenta, insomma, per le imprese della moda italiana, un’importante sfida da cogliere. Le opportunità di crescita si concentrano, soprattutto, nei mercati più distanti dall’Italia, quali Cina-Hong Kong, Giappone, Canada, Stati Uniti ed Emirati Arabi Uniti, dove l’alta gamma Made in Italy ha già conquistato traguardi importanti e continua a ricevere grande attenzione.Gianluca Baldini <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/al-via-la-settimana-della-moda-a-milano-vola-il-settore-da-solo-vale-oltre-24-miliardi-di-euro-2605963633.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="il-consumatore-oggi-va-piu-alla-ricerca-del-prezzo-che-della-qualita-puntiamo-su-un-futuro-green-perche-siamo-sicuri-ci-sia-un-mercato-ampio-da-esplorare" data-post-id="2605963633" data-published-at="1776487435" data-use-pagination="False"> «Il consumatore oggi va più alla ricerca del prezzo che della qualità. Puntiamo su un futuro green, perché siamo sicuri ci sia un mercato ampio da esplorare» Il Gruppo Graziella festeggia i suoi primi 60 anni di attività con l'acquisizione della storica azienda fiorentina di pelletteria Braccialini. Il suo amministratore delegato Gianni Gori, figlio della fondatrice Graziella, ci parla di questa importante acquisizione e dei progetti per il futuro.Il Gruppo Graziella ha chiuso l'ultimo anno con un aumento del fatturato del 30%. Come siete riusciti a gestire e superare la crisi dei mercati degli ultimi anni?«Il maggiore punto di forza nel nostro gruppo è che siamo una realtà familiare. Anche noi abbiamo dovuto fare i conti con periodi di crisi - specialmente nel settore orafo - ma siamo riusciti a trovare le giuste strategie per superare questa flessione nel mercato. Abbiamo raggiunto paesi nuovi e fatto investimenti sul lungo periodo. Gli investimenti industriali sono per noi la base della nostra crescita».Quali sono le vostre previsioni per il 2018?«Lo scorso anno il nostro fatturato era vicino agli 80 milioni, ma l'acquisizione di Braccialini dovrebbe portarci a superare i 100 milioni entro la fine dell'anno».Quali sono i vostri mercati di riferimento?«Graziella - con la sua collezione di gioielli - viene venduta prevalentemente all'estero. Possiamo dire che l'export rappresenti il 75% del fatturato della holding. Per quanto riguarda Braccialini, il mercato italiano rappresenta il 30%».Quanto vale il Made in Italy nel mondo?«Il Made in Italy è sicuramente un fattore determinante per le vendite nel settore moda, soprattutto quando parliamo di "affordable luxury". Il consumatore oggi va più alla ricerca del prezzo che della qualità. Sono poche le caratteristiche che possono spingere a spendere qualcosa di più del normale. Bisogna essere sempre freschi e dinamici se si vuole avere successo».Quali sono le motivazioni dietro la scelta di acquisire il brand Braccialini?«La fantasia e la creatività di Braccialini, nonché la sua ricca storia, ha un qualcosa di tipicamente italiano. È un marchio che riesce a differenziarsi in un mercato ampio come quello degli accessori di moda».Come cambierà il brand Braccialini sotto il controllo di Graziella?«Stiamo lavorando per la creazione di prodotti total green. Negli ultimi anni abbiamo investito nelle energie rinnovabili e stiamo portanti avanti studi per trovare soluzioni ecologiche da applicare sulla nostra prima linea e anche nel brand Braccialini. Puntiamo su un futuro green, perché siamo sicuri ci sia un mercato ampio da esplorare».Sarete presenti a VincenzaOro con i gioielli Graziella e le borse Braccialini. Avete in programma di festeggiare questa nuova unione?«Sicuramente la fine dell'anno sarà l'occasione perfetta per festeggiare i nostri sessant'anni e l'acquisizione di Braccialini. Non ci interessa però organizzare qualcosa di fastoso per apparire sui social, preferiamo festeggiare con quelle persone che lavorano al nostro fianco ogni giorno. Sono loro le persone più importanti».Mariella Baroli <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/al-via-la-settimana-della-moda-a-milano-vola-il-settore-da-solo-vale-oltre-24-miliardi-di-euro-2605963633.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="milano-diventa-capitale-della-moda-e-armani-fa-la-sfilata-all-aeroporto" data-post-id="2605963633" data-published-at="1776487435" data-use-pagination="False"> Milano diventa capitale della moda. E Armani fa la sfilata all'aeroporto Da domani al 24 settembre Milano diventa la capitale mondiale della moda. Tutta la città sarà in fermento con la Milano fashion week, grazie a un settore che si conferma trainante per il Paese. «Il settore moda rimane uno dei più dinamici», spiega Carlo Capasa, presidente della Camera nazionale della moda italiana, «con un fatturato complessivo di circa 90 miliardi e una crescita del 3% circa, trainata dalle esportazioni». Sono 61 gli show in calendario, 9 sfilate co-ed (uomo e donna in passerella), 80 presentazioni, 44 eventi tra mostre, inaugurazioni, feste. Tra i nuovi ingressi e i debutti in passerella, si segnala Tiziano Guardini, vincitore del premio Franca Sozzani Gcc award for best emerging designer in occasione della prima edizione dei Green carpet fashion awards Italia, previsto per il 20 settembre. Sfilano inoltre, per la prima volta in calendario, A.F. Vandervorst e Fila. Grazie al supporto della Camera nazionale della moda italiana, debuttano anche Ultrachic, Chika Kisada e +ACT N.1, vincitore di Who's on next? 2017. Tra i graditi ritorni, le sfilate Byblos il 19 settembre e Iceberg venerdì 21 settembre, oltre all'ingresso ufficiale in calendario di Agnona il 22 settembre. Sempre presenti sul catwalk di Milano i big Alberta Ferretti, Moncler (19 settembre), Fendi, Prada, Moschino (20 settembre), Versace (21 settembre), Salvatore Ferragamo, Roberto Cavalli (22 settembre), Giorgio Armani (23 settembre). Saranno 9 le sfilate co-ed presenti nel calendario della Mfw: Antonio Marras, Byblos, Emporio Armani, Fila, Gcds, Jil Sander, Moncler, Salvatore Ferragamo e Tiziano Guardini. Dopo il grande successo dello scorso anno, in occasione della fashion week avrà luogo la seconda edizione dei Green carpet fashion awards Italia, organizzati da Camera Nazionale della Moda Italiana in collaborazione con Eco-Age e con il supporto del ministero dello Sviluppo economico, Ice agenzia e Comune di Milano. L'evento avrà luogo il 23 settembre al teatro alla Scala. Anche Gucci, che questa volta sfilerà a Parigi, sarà comunque presente nel calendario della Mfw con due iniziative legate al mondo della cultura previste all'inizio e alla fine della settimana della moda. Saranno 2.300 gli ospiti della mega festa organizzata da Giorgio Armani per Emporio Armani Boarding, che si svolgerà il 20 settembre all'hangar dell'aeroporto di Milano Linate. L'aeroporto, che per la prima volta ospiterà una sfilata, farà da cornice alla presentazione delle collezioni e si concluderà con la performance di una pop star internazionale. Dal 21 al 24 settembre andrà in scena una nuova edizione del salone White Milano, in zona Tortona, con espositori in crescita del 5%: 562 marchi, 375 italiani e 187 esteri, di cui 243 nuovi ingressi. Tra le novità, la presenza di Fiorucci come special guest e del designer belga An Vandervost come special project. Mipel è l'evento internazionale più seguito dai bag addicted, giunto alla 114^ edizione, dedicato alla pelletteria più importante del settore (350 brand italiani ed esteri). Super è il salone prêt-à-porter e accessori donna di Pitti immagine, arrivato alla 12° edizione. Protagoniste le collezioni di oltre 100 brand internazionali di pret-à-porter e accessori donna per la primavera-estate 2019, di cui il 50% nuovi e il 40% proveniente dall'estero. The one Milano, salone del ready-to-wear femminile e degli accessori (140 collezioni: 95 italiane e 45 straniere provenienti da 12 Paesi), sarà a Fieramilanocity ma anche in città. Micam è l'appuntamento con il salone internazionale del settore calzaturiero, leader nel mondo, promosso da Assocalzaturifici e giunto all'86° edizione. Un'occasione unica di business per i 1396 espositori, di cui 778 italiani e 618 stranieri, su una superficie di 62.267 metri quadrati, che presenteranno in anteprima le collezioni primavera-estate. Micam è una vetrina prestigiosa del made in Italy: ai marchi storici dell'alta moda italiana quest'anno si aggiungono Alv by Alviero Martini, Cerruti 1881, Fratelli Rossetti, Ferré Collezioni, Moreschi e Rodo Firenze. Paola Bulbarelli
Matthias Moser, Eurocar
L’adagio si adatta perfettamente anche alla genesi di Eurocar, il più grande distributore italiano dei marchi nella pancia del gruppo Volkswagen (Audi, Seat, Cupra, Skoda, Porsche e Lamborghini oltre a Vw) ma spezzettato, fino a un paio di settimane fa, in una miriade di insegne diverse, frutto di oltre vent’anni di acquisizione che hanno portato Eurocar, che nel 2025 ha fatturato qualcosa come 2,2 miliardi di euro, a essere presente in nove Regioni nel Nord e Centro Italia, dove si contano più di 50 sedi e ben 1.950 collaboratori. Ora, con il progetto One Eurocar, i vecchi marchi dei concessionari, alcuni storici nei territori dove hanno sede, spariscono per lasciare il posto alla nuova identità, anche digitale, del gruppo. Matthias Moser è il ceo che ha dato forma alla nuova realtà imprenditoriale, alle prese con numerose sfide: spaesamento dei clienti davanti alle nuove motorizzazioni, crisi petrolifera, crisi economica.
Vendete macchine per tutti i tipi di tasche: è quello che chiedono i clienti?
«Uno dei punti forti del nostro gruppo è sicuramente l’ampio ventaglio di possibilità in termini di brand. Il vantaggio competitivo comune di tutti questi brand è essere sotto il cappello del gruppo Vw, un brand storico, che garantisce qualità e affidabilità».
Le contorsioni dell’Ue sull’elettrificazione forzata delle auto hanno generato confusione nei clienti?
«La transizione verso la mobilità elettrica è un processo complesso e graduale. È normale che in una fase di cambiamento ci siano aggiustamenti normativi. Dal nostro osservatorio vediamo che i clienti chiedono soprattutto chiarezza e stabilità nel lungo periodo. Il nostro compito come concessionari è accompagnarli nella scelta più adatta alle loro esigenze, che sia elettrica, ibrida o termica».
Chi oggi si avvicina per comprare un’auto è consapevole di quello che trova in un salone oppure va guidato, stante la ricca offerta di motorizzazione e modelli?
«Sicuramente il cliente del 2026 è più informato, l’online offre molte risposte e l’avvento dell’Intelligenza artificiale si è integrata ampliano questa possibilità. Nonostante questo, l’auto resta un prodotto che i nostri clienti sentono sempre la necessità di vedere e provare. Inoltre, il know-how dei nostri consulenti e la loro capacità di entrare in contatto con il cliente rimane un patrimonio relazionale insostituibile».
Crescono le vendite di modelli cinesi in Europa e in Italia: porteranno davvero invadere il mercato domestico? Sono un rischio per le Case del Vecchio continente, già in crisi?
«La competizione in questo mercato c’è sempre stata, come per qualsiasi altro prodotto nell’epoca della globalizzazione. La realtà è che non possiamo avere alcun controllo sull’esterno, ma possiamo lavorare invece sull’interno, continuando a fare del nostro meglio per rimanere competitivi e fare la differenza. L’acquisto di un’auto non è mai uno shot temporaneo. È un’esperienza e il nostro obiettivo è renderla facile, fluida e coinvolgente. Inoltre, il rapporto non si chiude alla consegna, anzi, ci teniamo ad essere i compagni di viaggio per i nostri clienti per tutta il ciclo di vita di una vettura, attraverso assistenza e servizi sempre più innovativi».
Come cambierà, da qui a dieci anni, (o anche più) l’acquisto di un’auto? Sempre meno saloni fisici e più Web oppure sarà necessario un mix tra i due perché l’auto va sentita?
«I numeri parlano chiaro, l’online è la porta di ingresso più varcata, perché comoda e sempre aperta. Anche per questo abbiamo lanciato lo scorso 2 aprile il nostro nuovo sito Web eurocar.it, che per la prima volta è stato unificato (prima avevamo nove siti uguali nell’interfaccia, ma diversificati per concessionaria), con un visual totalmente nuovo e in linea con la nostra nuova corporate identity e tantissimi nuovi strumenti per rendere la navigazione per gli utenti piacevole e facile. Nonostante questa consapevolezza, siamo ancora fortemente convinti che per il prodotto che vendiamo, la soluzione ottimale sia il phygital, un ibrido tra l’online e l’offline, dove i due mondi si integrano completandosi».
La crisi in Medio Oriente, con il caro greggio e la paventata razionalizzazione dell’energia se si dovesse continuare di questo passo, può influire sulla scelta di una macchina da acquistare? Magari spostando la scelta da un motore termico a uno elettrico?
«Come dico spesso, noi siamo una semplice concessionaria. La strategia di distribuzione non dipende da noi, ma dalle diverse Case, che sono certo, come hanno sempre fatto, riusciranno a prevedere gli scenari e a trovare le migliori soluzioni per i nostri clienti».
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Cambio in casa Stellantis: il restyling dell’unico modello in gamma punta tutto sul ritorno al passato. Il mercato italiano fatica a cedere alle sirene di batterie e ibrido. E così Lancia ripropone automobili «normali» e con il pedale per la frizione.
«I clienti hanno parlato chiaramente, noi li abbiamo ascoltati. Ed ecco la Lancia Ypsilon in versione benzina con cambio manuale»: così Gianni Petullà, responsabile del prodotto Lancia, ha presentato martedì mattina a Milano la Lancia Ypsilon equipaggiata con la nuova motorizzazione turbo benzina da 100 cavalli, abbinata al cambio manuale a sei marce. «Abbiamo lanciato Ypsilon due anni fa, come auto urbana ed elegante», ha spiegato Roberta Zerbi, ceo di Lancia, «il 2026 sarà, per noi, l’anno chiave. Vogliamo consolidare le vendite di Ypsilon e lanceremo, nella seconda parte dell’anno, un nuovo modello, la Gamma, disegnata a Torino e costruita a Melfi. Tornando a Ypsilon, siamo partiti con la sola motorizzazione elettrica, poi abbiamo aggiunto quella ibrida. Abbiamo ascoltato attentamente il mercato: la gente cerca qualcosa di concreto. Ed è per questo che presentiamo questa Ypsilon benzina e con cambio manuale». Già, il mercato. O, per meglio dire, la realtà. Perché c’è una larghissima fetta di clienti, ancora maggioranza, che di cavi di ricarica, cambi robotizzati e di tutti gli orpelli elettronici proprio non ne vuole sapere. E che ha accolto in maniera abbastanza tiepida (eufemismo) il nuovo modello Lancia: nel 2025 ne sono state vendute appena 9.000 unità, quasi tutte in Italia. Impietoso il confronto con la Y uscita di produzione, una citycar best seller per un decennio. «Una parte consistente degli automobilisti continua a preferire la guida manuale: una scelta pratica, legata al controllo diretto del veicolo e a una meccanica percepita come semplice e affidabile per l’uso quotidiano», ha continuato Petullà, «in Italia, la motorizzazione benzina non elettrificata mantiene una presenza stabile nel segmento delle city-car: i volumi non cedono perché esiste un pubblico numeroso che considera questa scelta la più equilibrata per il proprio stile di vita e per i propri costi di utilizzo. In particolare, c’è un pubblico fedele che ha accompagnato Lancia per anni alla guida della precedente Ypsilon, abituato a un motore benzina, al cambio manuale, a una guida diretta e senza complicazioni. Ritrovare la stessa facilità di sempre in qualcosa di molto più ricco e confortevole è la missione della nuova Ypsilon Turbo 100. In un’epoca in cui l’automazione guadagna terreno su ogni fronte, c’è ancora chi cerca un rapporto diretto con la propria auto». L’ammissione di Petullà («In Italia i volumi delle termiche non sono calati come ci si poteva aspettare, il segmento del non elettrificato è estremamente rilevante e, per noi, è strategico esserci») certificano l’inversione a U che le varie Case, compresa Stellantis, sono state costrette a fare: pensare di presidiare il segmento B con vetture dalle caratteristiche premium da anche 40.000 euro di costo si è rivelato un grosso, grosso errore. L’elettrificazione delle vetture tanto spinta da Carlos Tavares è stata rigettata dal mercato. Il modello presentato martedì presenta sotto il cofano l’aggiornato tre cilindri turbo da 1.2 litri PureTech (distribuzione a catena), capace di erogare 101 Cv e 205 Nm di coppia a 1.750 giri/min. Esteticamente, all’esterno, non cambia nulla rispetto al modello finora in circolazione (che deriva dalla Peugeot 208: nella vista laterale, la somiglianza-sorellanza è evidente). All’interno, invece, sparisce il «tavolino» di design apparso sulle sorelle elettrificate per una più sobria mensolina portaoggetti. Questo per permettere l’inserimento (e l’uso) della leva del cambio. La nuova motorizzazione si posiziona su tutti gli allestimenti con un prezzo di listino di 3.000 euro inferiore rispetto alle corrispondenti versioni ibride: la nuova Ypsilon turbo 100 parte da 22.200 euro chiavi in mano, mentre le versioni Lx Turbo 100 e Hf Line Turbo 100 (i due allestimenti top di gamma) sono proposte a 25.200 euro, inclusa messa su strada di 1.000 euro. Inoltre, accedendo alle soluzioni finanziarie dedicate alla nuova motorizzazione, il prezzo parte da 15.950 euro con canoni mensili da 99 euro. Il nuovo sistema di iniezione diretta ad alta pressione, l’introduzione di un sistema di fasatura valvole a ridotto attrito, la testa pistoni ridisegnata e il ciclo Miller ad alto rapporto di compressione assicurano una combustione più pulita e prestazioni superiori a parità di consumi: quelli dichiarati nel ciclo Wltp si attestano tra 5,2 e 5,4 l/100 km. Le prestazioni: 0-100 km/h in 10,2 secondi e una velocità massima di 194 km/h. Oltre 30.000 ore su banco prova e più di 3 milioni di chilometri percorsi su veicoli prototipo. Gli intervalli di manutenzione sono fissati ogni 25.000 km o due anni.
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Catherine Birmingham e Nathan Trevallion (Ansa)
Oggi saranno somministrati test psicologici ai tre bambini Trevallion e la psichiatra scelta dal tribunale per effettuare la perizia su di loro e sui genitori li incontrerà per verificarne le condizioni. Viene da chiedersi quale fotografia potrà mai emergere da queste indagini. I bambini non sono stati valutati nei loro spazi, nella quotidianità che hanno conosciuto fino allo scorso inverno. No, vengono osservati in un contesto artificiale, dopo essere stati separati prima dal padre e poi pure dalla mamma. Certo, ora anche loro sono stati messi a parte di alcune grandi conquiste della civiltà: i dolci, la televisione e gli smartphone. Il professor Tonino Cantelmi e la dottoressa Martina Aiello, consulenti della famiglia, lo hanno notato con stupore nell’ultima perizia, presentata un paio di giorni fa al tribunale. Spiegano che «le abitudini precedentemente adottate nel contesto familiare di origine non risultavano oggetto di alcuna contestazione sotto il profilo alimentare, educativo, ludico-ricreativo e organizzativo, configurandosi invece come espressione di una genitorialità attenta, coerente e virtuosa, profondamente orientata ai bisogni evolutivi, affettivi e salutistici dei minori». E aggiungono che oggi i piccoli mangiano «alimenti industriali e zuccheri processati, precedentemente assenti dalla dieta dei bambini». Cibi che questi bambini cercano in modo «compulsivo», specie quando soffrono (in particolare, cioè, dopo le videochiamate con la mamma), come «possibile modalità di compensazione di stati di malessere affettivo e tensione interna».
Secondo gli esperti, oggi i bambini possono accedere a video con «elementi espliciti e violenti, precedentemente non presenti nella vita dei minori. L’utilizzo della televisione e dei telefonini delle operatrici», scrivono Cantelmi e Aiello, «si accompagna a una marcata riduzione dell’attività fisica e del gioco attivo, con una prevalenza di attività sedentarie». Giustamente su questo punto è intervenuta ieri Marina Terragni, Garante dell’infanzia, dichiarando le che «risultano incredibili le notizie che arrivano da Palmoli, nella cui casa famiglia vivono da oltre cinque mesi i tre fratellini del bosco separati dai loro genitori». Terragni, prendendo spunto dalla perizia di Cantelmi, nota che «i bambini rischiano di ammalarsi di quegli stessi mali che oggi siamo intenti a combattere per salvaguardare la salute di tutti i minori. Come più volte detto», dice il Garante, «entrati sani in casa famiglia, i bambini rischiano di uscirne provati da quegli stessi mali che siamo impegnati quotidianamente a combattere a tutela della salute di tutti i minori. Un quadro paradossale, una riprogrammazione dai tratti orwelliani che aggiunge ulteriori elementi di problematicità a una situazione estremamente preoccupante di cui si auspica la rapida risoluzione con la riunificazione del nucleo, essendo in via di risoluzione le problematiche che hanno condotto all’allontanamento. Purtroppo il parere contrario a questo esito, espresso in queste ore dalla tutrice e dalla curatrice dei tre minori, non lascia ben sperare».
Già: incomprensibilmente, e contro il parere di tutti gli esperti che si sono pronunciati sul caso, non sembra che vi sia l’intenzione di riunire la famiglia. «L’ennesimo diniego», scrive il quotidiano Il Centro, «porta la firma della tutrice Maria Luisa Palladino e della curatrice speciale Marika Bolognese, che si sono espresse negativamente sul ricorso presentato dai Trevallion in Corte d’appello». Chiaro: non spetta a loro decidere, ma ai giudici. Però è ovvio che la loro posizione pesi. Intanto i tempi della giustizia continuano a dilatarsi. Oggi, dicevamo, ci saranno altri test. Il 21 aprile, poi, il tribunale dovrebbe acquisire le memorie delle parti, anche se a quanto pare non si terrà alcuna udienza: sarà semplicemente consegnato il materiale scritto da esaminare. A quanto sembra, dunque, a meno di clamorose sorprese, non ci saranno cambiamenti significativi per i tre piccoli.
Più i giorni passano, più i bambini soffrono e più girano voci di ogni genere sulla famiglia. Polemiche sul libro che sta per pubblicare mamma Catherine, polemiche su presunte serie tv... «Ma perché il caso della famiglia del bosco suscita tanto interesse fino a far girare vorticose, quanto false (purtroppo!), voci che persino Netflix sarebbe vogliosa di metterci su le mani con un film?», si interroga Tonino Cantelmi parlando con La Verità. «Sì, qualche voglia di strumentalizzare il caso tirandolo di qua o di là c’è stato, ma non è questo il motivo. Che si tratti di un caso scivoloso è vero, tanto scivoloso da far scivolare servizi sociali e istituzioni senz’altro. Ma anche questa motivazione non tiene rispetto alla mediaticità intensa che hanno generato i guai di Nathan e Cathrine».
Secondo il professore, il vero problema è esattamente lo stile di vita della famiglia del bosco, quello che esso rappresenta e le emozioni che suscita. Nathan e Catherine, dice Cantelmi, sono «una coppia unita, non c’è dubbio, che sfida la società postmoderna e tecnoliquida. Noi sprechiamo tutto? Loro riciclano pure i rifiuti organici con il bagno a secco, così come vorrebbe una certa normativa europea sugli ecovillaggi. Noi siamo schiavi di Meta e TikTok: loro li vietano ai loro figli e figuriamoci la tv! Noi inseguiamo il danaro al quale ci prostriamo (e non solo), loro vagheggiano una libertà autosufficiente (e non vogliono bollette). Noi amiamo il lusso e Nathan non ha neanche una camicia e una giacca per andare in Senato. Figuriamoci una cravatta. E Cathrine colleziona cestini autoprodotti, usa saponi biologici e vestiti con fibre naturali. Noi amiamo cani, gatti e tutti i pet possibili e costringiamo animali di ogni tipo a vivere nei nostri appartamenti e invece loro si immergono nella natura. Non sarà affascinante vedere come va a finire questa sfida a uno Stato che ha reagito come ha reagito? È il fascino del debole e piccolo Davide, che sfida il gigante Golia forte e crudele. E noi? Postmoderni e asserviti come siamo, saremo capaci di trasformare la sfida in una serie tv da goderci comodamente nel salotto di casa».
Forse il tema è proprio questo: per alcuni il modello radicalmente alternativo dei Trevallion è qualcosa da combattere con tutte le forze. Per altri, la loro vicenda è divenuta una sorta di sceneggiato. Peccato solo che di mezzo ci sia la vita - vera, verissima - di tre bambini e dei loro genitori. Una esistenza che è stata sbriciolata. E per che cosa? Per qualche cartone animato e due caramelle?
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