True
2018-09-19
Al via la settimana della moda a Milano. Vola il settore: da solo, vale oltre 24 miliardi di euro
True
Basta fare due passi questa settimana a Milano, dove si sta tenendo la Milano Fashion Week, per capire quanto la moda rappresenti un'industria fertile per l'Italia.
Come spiega uno studio messo a punto da Intesa Sanpaolo il sistema moda, che comprende tessile, abbigliamento e calzature, è un settore chiave per l'economia italiana: con 24,2 miliardi di euro di valore aggiunto generato nel 2017, rappresenta il 10% del manifatturiero e occupa circa 500 mila addetti, ovvero il 15,5% degli addetti occupati complessivamente nella manifattura italiana.
Non si tratta solo di un'eccellenza nazionale. La moda «Made in Italy» mantiene saldo il suo primato in Europa, sia in termini di produzione che di fatturato. Più di un terzo del valore aggiunto generato dal sistema moda dell'Unione Europea è associabile all'Italia (33,9%), una quota pari a tre volte quella tedesca, quattro volte quella spagnola e quasi cinque volte quella francese.
Il primato italiano è evidente anche in termini di saldo commerciale, in attivo per quasi 20 miliardi di euro a fine 2017. È un dato rilevante, soprattutto se confrontato con il disavanzo francese (-13,9 miliardi), tedesco (-19 miliardi) o del Regno Unito (-21 miliardi).
Si tratta, inoltre, di un importante indicatore di competitività, che sintetizza diversi punti di forza della filiera produttiva italiana.
A premiare l'industria italiana della moda è la sua struttura a distretti, spiega nella sua analisi Gregorio De Felice, capo economista di Intesa Sanpaolo. «L'ampia base produttiva, forte dell'organizzazione reticolare tipica dei distretti industriali, preserva nel tempo competenze e conoscenze, supportando una forte diversificazione di prodotto e l'elevata qualità della produzione Made in Italy«, spiega.
Come si nota nell'indagine di Ca' De Sass, il 70% circa delle esportazioni italiane della moda (circa 51 miliardi di euro nel 2017) si posiziona sull'alta gamma, la fascia di mercato più redditizia.
Nonostante la forte pressione concorrenziale, derivante dall'avanzata dei player asiatici, l'Italia mantiene infatti, ancora, elevate quote di mercato che, nell'alto di gamma, raggiungono il 16% nelle calzature e il 21% nel comparto pelli e pelletteria.
Tra le particolarità, l'industria italiana della moda si fa notare perché ancora oggi produce il 78,7% dei suoi prodotti nei confini italiani.
La filiera della moda francese, dominata dai grandi player del lusso che hanno spinto maggiormente sulla leva della delocalizzazione, presenta invece un contributo domestico alla produzione pari solamente al 60,5%.
Il motivo di questi dati è che la produzione italiana, soprattutto quella di alto livello, ha un forte legame con il territorio e certe peculiarità si perderebbero delocalizzando la produzione in Paesi dove la manodopera costa meno.
«Una quota consistente di imprese capofila del sistema moda intervistate da Intesa Sanpaolo valuta ancora fondamentale il rapporto con subfornitori e/o terzisti locali, grazie alla qualità dei servizi e dei prodotti offerti, alla possibilità di personalizzare i prodotti, all'affidabilità e alla specializzazione della forza lavoro», spiega De Felice.
Questi tratti distintivi del modello di produzione «Made in Italy» sono anche alla base della partecipazione attiva delle imprese italiane alle catene di produzione dei partner europei: il 6,2% dell'output di moda francese, ad esempio, è originato in Italia.
Ma se la produzione e il sistema moda Italia funzionano bene, va sottolineato che le aziende italiane del settore non sono ancora riuscite a pieno a prendere il «treno» della trasformazione digitale.
Nonostante l'aumento delle vendite da siti italiani (che hanno raggiunto i 3 miliardi di euro nel 2016), lo strumento dell'ecommerce risulta ancora poco diffuso, soprattutto tra le imprese più piccole.
Da una indagine ad hoc realizzata da Intesa Sanpaolo (su 161 aziende capofila che operano in 36 distretti del sistema moda e generano 14,5 miliardi di euro di fatturato) emerge che il 70% delle imprese intervistate effettua vendite on-line. Questa percentuale si riduce al 18% per le piccole imprese.
Inoltre, poche imprese utilizzano strategie complesse: solo il 12% del totale le aziende effettua vendite on-line sia sul proprio sito sia tramite marketplace e dispone di una app dedicata.
Il comparto della moda in Italia ha dunque bisogno di crescere. Oggi può ancora fare affidamento sull'«italianità», una ricetta fatta di materiali pregiati, tecniche costruttive e stile che giustificano prezzi da capogiro per l'alto di gamma. Ma non potrà essere così in eterno. Bisogna prima di tutto recuperare il tempo perduto nell'ecommerce. I produttori asiatici ci sono col «fiato sul collo» e prima o poi l'italianità non basterà a non farci superare.
Gianluca Baldini
INFOGRAFICA
Le grandi sfide per la moda italiana? I mercati mondiali: dalla Cina al Giappone fino agli Emirati Arabi
Giusto il 17 settembre, il vicepremier e ministro del Lavoro, Luigi Di Maio, a margine del Micam, salone internazionale del settore calzaturiero spiegava che «il tavolo che abbiamo oggi sulla moda ci consentirà di coordinare le politiche di sviluppo e di investimento in questo settore, nei prossimi 5 anni per quanto riguarda questo governo», continua. «Ma io oso dire, servono piani di medio e lungo termine a 20 anni. È chiaro che qui ci sono due grandi fronti: giocare prima di tutto all'attacco sui mercati internazionali perché siamo leader in questo settore; il tavolo che si apre oggi con tutti gli attori coinvolti che dovrà servire a continuare la lotta alla contraffazione», ha concluso.
Certo, la lotta alla contraffazione è d’obbligo, soprattutto in un mercato come quello italiano costellato da grandi marchi noti in tutto il mondo. Il problema è riuscire a crescere a livello internazionale.
Del resto, i fondamentali di crescita del sistema moda italiano restano solidi, anche se in uno scenario non esente da rischi legati alla possibile flessione del commercio internazionale.
Come spiega uno studio di Intesa Sanpaolo sul settore, il fatturato del sistema moda è atteso crescere ad un tasso medio annuo dell’1,5% nel periodo 2019-22, a prezzi costanti, trainato soprattutto dai mercati esteri, oltre che da una ripresa del mercato interno.
La propensione all’export del settore, già strutturalmente elevata (61,4% nel 2017), è infatti destinata ad aumentare ancora (fino a sfiorare il 66% nel 2022), spingendo verso un ulteriore miglioramento del saldo commerciale, che potrà avvicinarsi ai 25 miliardi di euro nell’orizzonte del 2023.
Insomma, c’è spazio per crescere ancora. A dirlo sono gli ultimi dati congiunturali sulle esportazioni, di fonte Istat. Le vendite all’estero del sistema moda sono cresciute del 3,5% tendenziale nella prima metà del 2018, a valori correnti, per un totale esportato pari a 26 miliardi di euro.
Risultati positivi hanno riguardato i principali mercati di sbocco, sia maturi (come Francia, Germania e Svizzera) che emergenti (ad iniziare da Cina e Hong Kong). In un contesto di domanda globale in espansione, «prevediamo un incremento di circa 42 miliardi di dollari del commercio globale di alta moda entro il 2021», spiega Gregorio De Felice, capo economista di Intesa Sanpaolo.
Intercettare questa domanda aggiuntiva rappresenta, insomma, per le imprese della moda italiana, un’importante sfida da cogliere. Le opportunità di crescita si concentrano, soprattutto, nei mercati più distanti dall’Italia, quali Cina-Hong Kong, Giappone, Canada, Stati Uniti ed Emirati Arabi Uniti, dove l’alta gamma Made in Italy ha già conquistato traguardi importanti e continua a ricevere grande attenzione.
Gianluca Baldini
«Il consumatore oggi va più alla ricerca del prezzo che della qualità. Puntiamo su un futuro green, perché siamo sicuri ci sia un mercato ampio da esplorare»

Il Gruppo Graziella festeggia i suoi primi 60 anni di attività con l'acquisizione della storica azienda fiorentina di pelletteria Braccialini. Il suo amministratore delegato Gianni Gori, figlio della fondatrice Graziella, ci parla di questa importante acquisizione e dei progetti per il futuro.
Il Gruppo Graziella ha chiuso l'ultimo anno con un aumento del fatturato del 30%. Come siete riusciti a gestire e superare la crisi dei mercati degli ultimi anni?
«Il maggiore punto di forza nel nostro gruppo è che siamo una realtà familiare. Anche noi abbiamo dovuto fare i conti con periodi di crisi - specialmente nel settore orafo - ma siamo riusciti a trovare le giuste strategie per superare questa flessione nel mercato. Abbiamo raggiunto paesi nuovi e fatto investimenti sul lungo periodo. Gli investimenti industriali sono per noi la base della nostra crescita».
Quali sono le vostre previsioni per il 2018?
«Lo scorso anno il nostro fatturato era vicino agli 80 milioni, ma l'acquisizione di Braccialini dovrebbe portarci a superare i 100 milioni entro la fine dell'anno».
Quali sono i vostri mercati di riferimento?
«Graziella - con la sua collezione di gioielli - viene venduta prevalentemente all'estero. Possiamo dire che l'export rappresenti il 75% del fatturato della holding. Per quanto riguarda Braccialini, il mercato italiano rappresenta il 30%».
Quanto vale il Made in Italy nel mondo?
«Il Made in Italy è sicuramente un fattore determinante per le vendite nel settore moda, soprattutto quando parliamo di "affordable luxury". Il consumatore oggi va più alla ricerca del prezzo che della qualità. Sono poche le caratteristiche che possono spingere a spendere qualcosa di più del normale. Bisogna essere sempre freschi e dinamici se si vuole avere successo».
Quali sono le motivazioni dietro la scelta di acquisire il brand Braccialini?
«La fantasia e la creatività di Braccialini, nonché la sua ricca storia, ha un qualcosa di tipicamente italiano. È un marchio che riesce a differenziarsi in un mercato ampio come quello degli accessori di moda».
Come cambierà il brand Braccialini sotto il controllo di Graziella?
«Stiamo lavorando per la creazione di prodotti total green. Negli ultimi anni abbiamo investito nelle energie rinnovabili e stiamo portanti avanti studi per trovare soluzioni ecologiche da applicare sulla nostra prima linea e anche nel brand Braccialini. Puntiamo su un futuro green, perché siamo sicuri ci sia un mercato ampio da esplorare».
Sarete presenti a VincenzaOro con i gioielli Graziella e le borse Braccialini. Avete in programma di festeggiare questa nuova unione?
«Sicuramente la fine dell'anno sarà l'occasione perfetta per festeggiare i nostri sessant'anni e l'acquisizione di Braccialini. Non ci interessa però organizzare qualcosa di fastoso per apparire sui social, preferiamo festeggiare con quelle persone che lavorano al nostro fianco ogni giorno. Sono loro le persone più importanti».
Mariella Baroli
Milano diventa capitale della moda. E Armani fa la sfilata all'aeroporto
Da domani al 24 settembre Milano diventa la capitale mondiale della moda. Tutta la città sarà in fermento con la Milano fashion week, grazie a un settore che si conferma trainante per il Paese. «Il settore moda rimane uno dei più dinamici», spiega Carlo Capasa, presidente della Camera nazionale della moda italiana, «con un fatturato complessivo di circa 90 miliardi e una crescita del 3% circa, trainata dalle esportazioni». Sono 61 gli show in calendario, 9 sfilate co-ed (uomo e donna in passerella), 80 presentazioni, 44 eventi tra mostre, inaugurazioni, feste.
Tra i nuovi ingressi e i debutti in passerella, si segnala Tiziano Guardini, vincitore del premio Franca Sozzani Gcc award for best emerging designer in occasione della prima edizione dei Green carpet fashion awards Italia, previsto per il 20 settembre. Sfilano inoltre, per la prima volta in calendario, A.F. Vandervorst e Fila. Grazie al supporto della Camera nazionale della moda italiana, debuttano anche Ultrachic, Chika Kisada e +ACT N.1, vincitore di Who's on next? 2017. Tra i graditi ritorni, le sfilate Byblos il 19 settembre e Iceberg venerdì 21 settembre, oltre all'ingresso ufficiale in calendario di Agnona il 22 settembre. Sempre presenti sul catwalk di Milano i big Alberta Ferretti, Moncler (19 settembre), Fendi, Prada, Moschino (20 settembre), Versace (21 settembre), Salvatore Ferragamo, Roberto Cavalli (22 settembre), Giorgio Armani (23 settembre).
Saranno 9 le sfilate co-ed presenti nel calendario della Mfw: Antonio Marras, Byblos, Emporio Armani, Fila, Gcds, Jil Sander, Moncler, Salvatore Ferragamo e Tiziano Guardini. Dopo il grande successo dello scorso anno, in occasione della fashion week avrà luogo la seconda edizione dei Green carpet fashion awards Italia, organizzati da Camera Nazionale della Moda Italiana in collaborazione con Eco-Age e con il supporto del ministero dello Sviluppo economico, Ice agenzia e Comune di Milano. L'evento avrà luogo il 23 settembre al teatro alla Scala. Anche Gucci, che questa volta sfilerà a Parigi, sarà comunque presente nel calendario della Mfw con due iniziative legate al mondo della cultura previste all'inizio e alla fine della settimana della moda.
Saranno 2.300 gli ospiti della mega festa organizzata da Giorgio Armani per Emporio Armani Boarding, che si svolgerà il 20 settembre all'hangar dell'aeroporto di Milano Linate. L'aeroporto, che per la prima volta ospiterà una sfilata, farà da cornice alla presentazione delle collezioni e si concluderà con la performance di una pop star internazionale.
Dal 21 al 24 settembre andrà in scena una nuova edizione del salone White Milano, in zona Tortona, con espositori in crescita del 5%: 562 marchi, 375 italiani e 187 esteri, di cui 243 nuovi ingressi. Tra le novità, la presenza di Fiorucci come special guest e del designer belga An Vandervost come special project.
Mipel è l'evento internazionale più seguito dai bag addicted, giunto alla 114^ edizione, dedicato alla pelletteria più importante del settore (350 brand italiani ed esteri). Super è il salone prêt-à-porter e accessori donna di Pitti immagine, arrivato alla 12° edizione. Protagoniste le collezioni di oltre 100 brand internazionali di pret-à-porter e accessori donna per la primavera-estate 2019, di cui il 50% nuovi e il 40% proveniente dall'estero. The one Milano, salone del ready-to-wear femminile e degli accessori (140 collezioni: 95 italiane e 45 straniere provenienti da 12 Paesi), sarà a Fieramilanocity ma anche in città.
Micam è l'appuntamento con il salone internazionale del settore calzaturiero, leader nel mondo, promosso da Assocalzaturifici e giunto all'86° edizione. Un'occasione unica di business per i 1396 espositori, di cui 778 italiani e 618 stranieri, su una superficie di 62.267 metri quadrati, che presenteranno in anteprima le collezioni primavera-estate. Micam è una vetrina prestigiosa del made in Italy: ai marchi storici dell'alta moda italiana quest'anno si aggiungono Alv by Alviero Martini, Cerruti 1881, Fratelli Rossetti, Ferré Collezioni, Moreschi e Rodo Firenze.
Paola Bulbarelli
Continua a leggereRiduci
Con un valore di 24,2 miliardi di euro, il sistema moda in Italia è uno dei settori chiave per l'economia del nostro Paese. Le vendite online, tuttavia, faticano a decollare e lo strumento dell'ecommerce risulta ancora poco diffuso. Il Made in Italy fa da traino al segmento soprattutto in Cina, Giappone, Canada, Stati Uniti ed Emirati Arabi Uniti dove la bellezza e l'italianità continuano a ricevere grande attenzione. Parla Gianni Gori, amministratore delegato di Graziella, il gruppo che ha recentemente acquisito Braccialini. «Il consumatore oggi va più alla ricerca del prezzo che della qualità. Puntiamo su un futuro green, perché siamo sicuri ci sia un mercato ampio da esplorare».Milano diventa capitale del fashion. E Armani fa la sfilata all'aeroporto. Fino al 24 settembre passerelle in tutta la città: 61 show, 80 presentazioni e 44 eventi. Lo speciale contiene quattro articoli.Basta fare due passi questa settimana a Milano, dove si sta tenendo la Milano Fashion Week, per capire quanto la moda rappresenti un'industria fertile per l'Italia. Come spiega uno studio messo a punto da Intesa Sanpaolo il sistema moda, che comprende tessile, abbigliamento e calzature, è un settore chiave per l'economia italiana: con 24,2 miliardi di euro di valore aggiunto generato nel 2017, rappresenta il 10% del manifatturiero e occupa circa 500 mila addetti, ovvero il 15,5% degli addetti occupati complessivamente nella manifattura italiana.Non si tratta solo di un'eccellenza nazionale. La moda «Made in Italy» mantiene saldo il suo primato in Europa, sia in termini di produzione che di fatturato. Più di un terzo del valore aggiunto generato dal sistema moda dell'Unione Europea è associabile all'Italia (33,9%), una quota pari a tre volte quella tedesca, quattro volte quella spagnola e quasi cinque volte quella francese.Il primato italiano è evidente anche in termini di saldo commerciale, in attivo per quasi 20 miliardi di euro a fine 2017. È un dato rilevante, soprattutto se confrontato con il disavanzo francese (-13,9 miliardi), tedesco (-19 miliardi) o del Regno Unito (-21 miliardi). Si tratta, inoltre, di un importante indicatore di competitività, che sintetizza diversi punti di forza della filiera produttiva italiana. A premiare l'industria italiana della moda è la sua struttura a distretti, spiega nella sua analisi Gregorio De Felice, capo economista di Intesa Sanpaolo. «L'ampia base produttiva, forte dell'organizzazione reticolare tipica dei distretti industriali, preserva nel tempo competenze e conoscenze, supportando una forte diversificazione di prodotto e l'elevata qualità della produzione Made in Italy«, spiega. Come si nota nell'indagine di Ca' De Sass, il 70% circa delle esportazioni italiane della moda (circa 51 miliardi di euro nel 2017) si posiziona sull'alta gamma, la fascia di mercato più redditizia. Nonostante la forte pressione concorrenziale, derivante dall'avanzata dei player asiatici, l'Italia mantiene infatti, ancora, elevate quote di mercato che, nell'alto di gamma, raggiungono il 16% nelle calzature e il 21% nel comparto pelli e pelletteria. Tra le particolarità, l'industria italiana della moda si fa notare perché ancora oggi produce il 78,7% dei suoi prodotti nei confini italiani. La filiera della moda francese, dominata dai grandi player del lusso che hanno spinto maggiormente sulla leva della delocalizzazione, presenta invece un contributo domestico alla produzione pari solamente al 60,5%. Il motivo di questi dati è che la produzione italiana, soprattutto quella di alto livello, ha un forte legame con il territorio e certe peculiarità si perderebbero delocalizzando la produzione in Paesi dove la manodopera costa meno.«Una quota consistente di imprese capofila del sistema moda intervistate da Intesa Sanpaolo valuta ancora fondamentale il rapporto con subfornitori e/o terzisti locali, grazie alla qualità dei servizi e dei prodotti offerti, alla possibilità di personalizzare i prodotti, all'affidabilità e alla specializzazione della forza lavoro», spiega De Felice.Questi tratti distintivi del modello di produzione «Made in Italy» sono anche alla base della partecipazione attiva delle imprese italiane alle catene di produzione dei partner europei: il 6,2% dell'output di moda francese, ad esempio, è originato in Italia. Ma se la produzione e il sistema moda Italia funzionano bene, va sottolineato che le aziende italiane del settore non sono ancora riuscite a pieno a prendere il «treno» della trasformazione digitale. Nonostante l'aumento delle vendite da siti italiani (che hanno raggiunto i 3 miliardi di euro nel 2016), lo strumento dell'ecommerce risulta ancora poco diffuso, soprattutto tra le imprese più piccole. Da una indagine ad hoc realizzata da Intesa Sanpaolo (su 161 aziende capofila che operano in 36 distretti del sistema moda e generano 14,5 miliardi di euro di fatturato) emerge che il 70% delle imprese intervistate effettua vendite on-line. Questa percentuale si riduce al 18% per le piccole imprese.Inoltre, poche imprese utilizzano strategie complesse: solo il 12% del totale le aziende effettua vendite on-line sia sul proprio sito sia tramite marketplace e dispone di una app dedicata.Il comparto della moda in Italia ha dunque bisogno di crescere. Oggi può ancora fare affidamento sull'«italianità», una ricetta fatta di materiali pregiati, tecniche costruttive e stile che giustificano prezzi da capogiro per l'alto di gamma. Ma non potrà essere così in eterno. Bisogna prima di tutto recuperare il tempo perduto nell'ecommerce. I produttori asiatici ci sono col «fiato sul collo» e prima o poi l'italianità non basterà a non farci superare. Gianluca Baldini INFOGRAFICA !function(e,t,n,s){var i="InfogramEmbeds",o=e.getElementsByTagName(t)[0],d=/^http:/.test(e.location)?"http:":"https:";if(/^\/{2}/.test(s)&&(s=d+s),window[i]&&window[i].initialized)window[i].process&&window[i].process();else if(!e.getElementById(n)){var a=e.createElement(t);a.async=1,a.id=n,a.src=s,o.parentNode.insertBefore(a,o)}}(document,"script","infogram-async","https://e.infogram.com/js/dist/embed-loader-min.js"); <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/al-via-la-settimana-della-moda-a-milano-vola-il-settore-da-solo-vale-oltre-24-miliardi-di-euro-2605963633.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="le-grandi-sfide-per-la-moda-italiana-i-mercati-mondiali-dalla-cina-al-giappone-fino-agli-emirati-arabi" data-post-id="2605963633" data-published-at="1767740467" data-use-pagination="False"> Le grandi sfide per la moda italiana? I mercati mondiali: dalla Cina al Giappone fino agli Emirati Arabi Giusto il 17 settembre, il vicepremier e ministro del Lavoro, Luigi Di Maio, a margine del Micam, salone internazionale del settore calzaturiero spiegava che «il tavolo che abbiamo oggi sulla moda ci consentirà di coordinare le politiche di sviluppo e di investimento in questo settore, nei prossimi 5 anni per quanto riguarda questo governo», continua. «Ma io oso dire, servono piani di medio e lungo termine a 20 anni. È chiaro che qui ci sono due grandi fronti: giocare prima di tutto all'attacco sui mercati internazionali perché siamo leader in questo settore; il tavolo che si apre oggi con tutti gli attori coinvolti che dovrà servire a continuare la lotta alla contraffazione», ha concluso.Certo, la lotta alla contraffazione è d’obbligo, soprattutto in un mercato come quello italiano costellato da grandi marchi noti in tutto il mondo. Il problema è riuscire a crescere a livello internazionale. Del resto, i fondamentali di crescita del sistema moda italiano restano solidi, anche se in uno scenario non esente da rischi legati alla possibile flessione del commercio internazionale. Come spiega uno studio di Intesa Sanpaolo sul settore, il fatturato del sistema moda è atteso crescere ad un tasso medio annuo dell’1,5% nel periodo 2019-22, a prezzi costanti, trainato soprattutto dai mercati esteri, oltre che da una ripresa del mercato interno. La propensione all’export del settore, già strutturalmente elevata (61,4% nel 2017), è infatti destinata ad aumentare ancora (fino a sfiorare il 66% nel 2022), spingendo verso un ulteriore miglioramento del saldo commerciale, che potrà avvicinarsi ai 25 miliardi di euro nell’orizzonte del 2023. Insomma, c’è spazio per crescere ancora. A dirlo sono gli ultimi dati congiunturali sulle esportazioni, di fonte Istat. Le vendite all’estero del sistema moda sono cresciute del 3,5% tendenziale nella prima metà del 2018, a valori correnti, per un totale esportato pari a 26 miliardi di euro. Risultati positivi hanno riguardato i principali mercati di sbocco, sia maturi (come Francia, Germania e Svizzera) che emergenti (ad iniziare da Cina e Hong Kong). In un contesto di domanda globale in espansione, «prevediamo un incremento di circa 42 miliardi di dollari del commercio globale di alta moda entro il 2021», spiega Gregorio De Felice, capo economista di Intesa Sanpaolo. Intercettare questa domanda aggiuntiva rappresenta, insomma, per le imprese della moda italiana, un’importante sfida da cogliere. Le opportunità di crescita si concentrano, soprattutto, nei mercati più distanti dall’Italia, quali Cina-Hong Kong, Giappone, Canada, Stati Uniti ed Emirati Arabi Uniti, dove l’alta gamma Made in Italy ha già conquistato traguardi importanti e continua a ricevere grande attenzione.Gianluca Baldini <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/al-via-la-settimana-della-moda-a-milano-vola-il-settore-da-solo-vale-oltre-24-miliardi-di-euro-2605963633.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="il-consumatore-oggi-va-piu-alla-ricerca-del-prezzo-che-della-qualita-puntiamo-su-un-futuro-green-perche-siamo-sicuri-ci-sia-un-mercato-ampio-da-esplorare" data-post-id="2605963633" data-published-at="1767740467" data-use-pagination="False"> «Il consumatore oggi va più alla ricerca del prezzo che della qualità. Puntiamo su un futuro green, perché siamo sicuri ci sia un mercato ampio da esplorare» Il Gruppo Graziella festeggia i suoi primi 60 anni di attività con l'acquisizione della storica azienda fiorentina di pelletteria Braccialini. Il suo amministratore delegato Gianni Gori, figlio della fondatrice Graziella, ci parla di questa importante acquisizione e dei progetti per il futuro.Il Gruppo Graziella ha chiuso l'ultimo anno con un aumento del fatturato del 30%. Come siete riusciti a gestire e superare la crisi dei mercati degli ultimi anni?«Il maggiore punto di forza nel nostro gruppo è che siamo una realtà familiare. Anche noi abbiamo dovuto fare i conti con periodi di crisi - specialmente nel settore orafo - ma siamo riusciti a trovare le giuste strategie per superare questa flessione nel mercato. Abbiamo raggiunto paesi nuovi e fatto investimenti sul lungo periodo. Gli investimenti industriali sono per noi la base della nostra crescita».Quali sono le vostre previsioni per il 2018?«Lo scorso anno il nostro fatturato era vicino agli 80 milioni, ma l'acquisizione di Braccialini dovrebbe portarci a superare i 100 milioni entro la fine dell'anno».Quali sono i vostri mercati di riferimento?«Graziella - con la sua collezione di gioielli - viene venduta prevalentemente all'estero. Possiamo dire che l'export rappresenti il 75% del fatturato della holding. Per quanto riguarda Braccialini, il mercato italiano rappresenta il 30%».Quanto vale il Made in Italy nel mondo?«Il Made in Italy è sicuramente un fattore determinante per le vendite nel settore moda, soprattutto quando parliamo di "affordable luxury". Il consumatore oggi va più alla ricerca del prezzo che della qualità. Sono poche le caratteristiche che possono spingere a spendere qualcosa di più del normale. Bisogna essere sempre freschi e dinamici se si vuole avere successo».Quali sono le motivazioni dietro la scelta di acquisire il brand Braccialini?«La fantasia e la creatività di Braccialini, nonché la sua ricca storia, ha un qualcosa di tipicamente italiano. È un marchio che riesce a differenziarsi in un mercato ampio come quello degli accessori di moda».Come cambierà il brand Braccialini sotto il controllo di Graziella?«Stiamo lavorando per la creazione di prodotti total green. Negli ultimi anni abbiamo investito nelle energie rinnovabili e stiamo portanti avanti studi per trovare soluzioni ecologiche da applicare sulla nostra prima linea e anche nel brand Braccialini. Puntiamo su un futuro green, perché siamo sicuri ci sia un mercato ampio da esplorare».Sarete presenti a VincenzaOro con i gioielli Graziella e le borse Braccialini. Avete in programma di festeggiare questa nuova unione?«Sicuramente la fine dell'anno sarà l'occasione perfetta per festeggiare i nostri sessant'anni e l'acquisizione di Braccialini. Non ci interessa però organizzare qualcosa di fastoso per apparire sui social, preferiamo festeggiare con quelle persone che lavorano al nostro fianco ogni giorno. Sono loro le persone più importanti».Mariella Baroli <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem3" data-id="3" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/al-via-la-settimana-della-moda-a-milano-vola-il-settore-da-solo-vale-oltre-24-miliardi-di-euro-2605963633.html?rebelltitem=3#rebelltitem3" data-basename="milano-diventa-capitale-della-moda-e-armani-fa-la-sfilata-all-aeroporto" data-post-id="2605963633" data-published-at="1767740467" data-use-pagination="False"> Milano diventa capitale della moda. E Armani fa la sfilata all'aeroporto Da domani al 24 settembre Milano diventa la capitale mondiale della moda. Tutta la città sarà in fermento con la Milano fashion week, grazie a un settore che si conferma trainante per il Paese. «Il settore moda rimane uno dei più dinamici», spiega Carlo Capasa, presidente della Camera nazionale della moda italiana, «con un fatturato complessivo di circa 90 miliardi e una crescita del 3% circa, trainata dalle esportazioni». Sono 61 gli show in calendario, 9 sfilate co-ed (uomo e donna in passerella), 80 presentazioni, 44 eventi tra mostre, inaugurazioni, feste. Tra i nuovi ingressi e i debutti in passerella, si segnala Tiziano Guardini, vincitore del premio Franca Sozzani Gcc award for best emerging designer in occasione della prima edizione dei Green carpet fashion awards Italia, previsto per il 20 settembre. Sfilano inoltre, per la prima volta in calendario, A.F. Vandervorst e Fila. Grazie al supporto della Camera nazionale della moda italiana, debuttano anche Ultrachic, Chika Kisada e +ACT N.1, vincitore di Who's on next? 2017. Tra i graditi ritorni, le sfilate Byblos il 19 settembre e Iceberg venerdì 21 settembre, oltre all'ingresso ufficiale in calendario di Agnona il 22 settembre. Sempre presenti sul catwalk di Milano i big Alberta Ferretti, Moncler (19 settembre), Fendi, Prada, Moschino (20 settembre), Versace (21 settembre), Salvatore Ferragamo, Roberto Cavalli (22 settembre), Giorgio Armani (23 settembre). Saranno 9 le sfilate co-ed presenti nel calendario della Mfw: Antonio Marras, Byblos, Emporio Armani, Fila, Gcds, Jil Sander, Moncler, Salvatore Ferragamo e Tiziano Guardini. Dopo il grande successo dello scorso anno, in occasione della fashion week avrà luogo la seconda edizione dei Green carpet fashion awards Italia, organizzati da Camera Nazionale della Moda Italiana in collaborazione con Eco-Age e con il supporto del ministero dello Sviluppo economico, Ice agenzia e Comune di Milano. L'evento avrà luogo il 23 settembre al teatro alla Scala. Anche Gucci, che questa volta sfilerà a Parigi, sarà comunque presente nel calendario della Mfw con due iniziative legate al mondo della cultura previste all'inizio e alla fine della settimana della moda. Saranno 2.300 gli ospiti della mega festa organizzata da Giorgio Armani per Emporio Armani Boarding, che si svolgerà il 20 settembre all'hangar dell'aeroporto di Milano Linate. L'aeroporto, che per la prima volta ospiterà una sfilata, farà da cornice alla presentazione delle collezioni e si concluderà con la performance di una pop star internazionale. Dal 21 al 24 settembre andrà in scena una nuova edizione del salone White Milano, in zona Tortona, con espositori in crescita del 5%: 562 marchi, 375 italiani e 187 esteri, di cui 243 nuovi ingressi. Tra le novità, la presenza di Fiorucci come special guest e del designer belga An Vandervost come special project. Mipel è l'evento internazionale più seguito dai bag addicted, giunto alla 114^ edizione, dedicato alla pelletteria più importante del settore (350 brand italiani ed esteri). Super è il salone prêt-à-porter e accessori donna di Pitti immagine, arrivato alla 12° edizione. Protagoniste le collezioni di oltre 100 brand internazionali di pret-à-porter e accessori donna per la primavera-estate 2019, di cui il 50% nuovi e il 40% proveniente dall'estero. The one Milano, salone del ready-to-wear femminile e degli accessori (140 collezioni: 95 italiane e 45 straniere provenienti da 12 Paesi), sarà a Fieramilanocity ma anche in città. Micam è l'appuntamento con il salone internazionale del settore calzaturiero, leader nel mondo, promosso da Assocalzaturifici e giunto all'86° edizione. Un'occasione unica di business per i 1396 espositori, di cui 778 italiani e 618 stranieri, su una superficie di 62.267 metri quadrati, che presenteranno in anteprima le collezioni primavera-estate. Micam è una vetrina prestigiosa del made in Italy: ai marchi storici dell'alta moda italiana quest'anno si aggiungono Alv by Alviero Martini, Cerruti 1881, Fratelli Rossetti, Ferré Collezioni, Moreschi e Rodo Firenze. Paola Bulbarelli
Antonio Decaro (Imagoeconomica)
La richiesta si basa, in gran parte, su una sentenza del Tar dell’Emilia-Romagna, a cui la Regione fortino del Pd - che con Michele De Pascale punta ad ergersi capofila nazionale delle politiche sanitarie autonome regionali - si è appellata per evitare di erogare, retroattivamente, gli stessi emolumenti, mai corrisposti, ai propri camici bianchi. La pretesa restituzione dei compensi, che per ogni singolo medico ammonterebbe a circa 70.000 euro, è arrivata la sera di Capodanno, lanciata via Pec alle 20.48 da qualche dirigente bontempone, ma ora rischia di trasformarsi in una valanga. I medici di base, infatti, non hanno preso bene l’idea di dover restituire decine di migliaia di euro a testa all’ente che per anni li ha erogati senza battere ciglio e, oltre ad aver dato mandato ai legali di resistere in giudizio a quello che definiscono «un vero furto», minacciano di fare «non uno, ma quattro passi indietro» nei confronti degli impegni assunti con Regione in relazione alle Case di Comunità, finanziate con 350 milioni di euro di fondi Pnrr, tra i fiori all’occhiello della campagna elettorale di Decaro. «Stiamo reagendo dal punto di vista legale sia a livello regionale che di singole Asl e abbiamo già dato mandato ai legali per impugnare la circolare e ottenerne la sospensiva immediata della direttiva regionale», spiega Antonio De Maria, segretario regionale del sindacato dei medici Fimmg. «La situazione del sistema sanitario della Puglia è già al collasso e in questo momento ci vuole coesione e grande collaborazione tra le parti. Innescare adesso un meccanismo del genere è pericolosissimo e ci auguriamo che questa richiesta, arrivata con modalità offensive dal dipartimento regionale della Sanità, non abbia l’avvallo politico. Avvisiamo già che non ci fermeremo e che a fronte di questo atto siamo pronti a rimettere completamente in discussione la nostra presenza e collaborazione al progetto delle Case di Comunità dell’intero territorio regionale». I sindacati dei medici sono uniti in questa battaglia: «Quanto avvenuto è sconcertante e si tratta di un attacco inopportuno e, a nostro parere, totalmente illegittimo. Appariamo come professionisti che hanno percepito dei soldi che non gli spettavano: è assolutamente falso. Quest’azione rappresenta l’espressione della situazione caotica che ormai da un anno viviamo nell’organizzazione della medicina territoriale a livello pugliese. Se qualcuno pensa di risanare in questo modo le finanze regionali, tagli dove si spreca», ha aggiunto Luigi Nigri, segretario regionale Puglia e vicepresidente nazionale Finp. Eppure, nonostante la posta in gioco, non sarà semplice per Decaro fare un passo indietro sulla questione. Rinunciare al prelievo dalle tasche dei dottori significherebbe, infatti, sconfessare la linea dell’Emilia-Romagna, che quegli stessi assegni, negli ultimi dieci anni, ai suoi medici non li ha mai versati e che ora rischia - a causa di un’azione legale partita da Rimini - di dover sborsare oltre 100 milioni di euro in un colpo solo. La Regione rossa, infatti, è in attesa del pronunciamento della Cassazione e, negli ambienti, si racconta che qualche settimana fa, presso la sede romana della Sisac - Struttura interregionale sanitari convenzionati, ossia il luogo in cui si costruiscono gli Accordi nazionali collettivi che stabiliscono gli emolumenti per i sanitari - si è tenuta una plenaria durante la quale, sul tema dei compensi ai medici, è stata dettata e condivisa una linea comune. Il mandato più o meno esplicito sarebbe stato quello di «evitare di pagare per non far finire nei guai chi non ha nulla in cassa». In sostanza, marciare uniti a scapito dei camici bianchi. E a quanto pare, la Puglia ha preso l’indicazione come un ordine. «Mi pare sia evidente che la sinistra in Italia abbia perso qualsiasi titolo per parlare di sanità: chiedono di aumentare le risorse che hanno tagliato durante i loro governi e stanno dimostrando di non saper neppure gestire quelle che hanno nelle Regioni che governano. La situazione che si è venuta a creare in Puglia credo sia abbastanza emblematica; tra l’altro la Puglia ha erogato questi integrativi, così Decaro si è fatto bello per le elezioni regionali ed oggi, dopo la vittoria, gli chiede indietro ai medici di base a cui magari pochi mesi fa chiedeva il voto», commenta il senatore Fdi Marco Lisei. «Un comportamento immorale, che però non lascia immune da critiche neppure la Regione Emilia-Romagna, che quegli integrativi avrebbe dovuto coprirli. Ora serve chiarezza, ma soprattutto servono tutele per i professionisti sanitari. Per questo come governo abbiamo destinato risorse dedicate per aumentare gli stipendi e tutelare chi nel corso degli anni ha tenuto in piedi il sistema sanitario mentre la sinistra lo sfasciava». Il prossimo 12 gennaio, per Decaro, sarà una data importante: il report sulla realizzazione delle Case di Comunità verrà trasmesso all’Autorità di missione Pnrr, presso il ministero della Salute, per una valutazione sullo stato di avanzamento del progetto. La promessa - nonché condizione necessaria per il raggiungimento del target e dunque per l’ottenimento dei fondi Pnrr - è che al 30 giugno 2026 la Puglia avrà 123 Case di comunità, ma la Corte dei Conti, che ha già un fascicolo aperto sui ritardi nella realizzazione delle opere, ha ricordato esplicitamente che per essere soddisfatto pienamente il target di giugno «non implica solo la realizzazione, ma la completa messa a disposizione delle strutture dotate di tutte le attrezzature necessarie al funzionamento». Medici compresi.
Continua a leggereRiduci
iStock
La riaffermazione di tale principio si accompagna, tuttavia, nella stessa sentenza n. 204/2025, alla declaratoria di illegittimità costituzionale dell’articolo 7 della legge regionale oggetto di ricorso, che, apparentemente in linea con il suddetto principio, impegnava le aziende sanitarie locali a fornire all’aspirante suicida «il supporto tecnico e farmacologico nonché l’assistenza sanitaria per la preparazione all’autosomministrazione del farmaco autorizzato».
L’incostituzionalità di tale disposizione - afferma la Corte - è dovuta al fatto che essa «invade la riserva allo Stato della fissazione dei principi fondamentali in materia di tutela della salute», dal momento che non si limita a semplici «norme di dettaglio» attuative dei suddetti principi, ma avrebbe dato luogo a «una illegittima determinazione degli stessi da parte della legislazione regionale». Giova, in proposito, ricordare che la tutela della salute è, appunto, una delle materie in cui, ai sensi dell’articolo 117, comma III, della Costituzione, la potestà legislativa spetta alle Regioni, «salvo che per la determinazione dei principi fondamentali, riservati alla legislazione dello Stato».
Il ragionamento della Corte non farebbe una grinza se non fosse per il fatto che, nella sentenza n. 204/2025, la stessa Corte ha cura di precisare che la ritenuta incostituzionalità dell’articolo 7 della legge regionale toscana «lascia intatto il diritto», riconosciuto all’aspirante suicida dalla sentenza n. 132/ 2025, «di ottenere dalle aziende del Servizio sanitario regionale il farmaco, i dispositivi eventualmente occorrenti all’autosomministrazione, nonché l’assistenza sanitaria anche durante l’esecuzione di questa procedura». Ciò in forza della «portata autoapplicativa» da riconoscersi - afferma sempre la Corte - alla suddetta sentenza. Ma una sentenza della Corte Costituzionale che abbia «portata autoapplicativa» e nella quale vengano - come nel caso di specie - dettati principi del tutto analoghi a quelli che potrebbero essere stabiliti con legge dello Stato, dovrebbe, con ogni evidenza, essere considerata idonea ad assolvere alla stessa funzione che l’articolo 117, comma III, della Costituzione assegna alla legge statale per la determinazione dei principi fondamentali ai quali dovrebbe poi attenersi la legislazione regionale. L’articolo 7 della legge regionale toscana, quindi, siccome del tutto aderente a quanto stabilito dalla Corte Costituzionale con la sentenza in questione, non sarebbe stato da dichiarare incostituzionale.
La declaratoria di incostituzionalità si rivela, però, paradossalmente, corretta proprio considerando che, in realtà, contrariamente a quanto ritenuto dalla Corte, al principio affermato nella sentenza n. 132/2025 e confermato in quella n. 204/2025 non sembra affatto che possa attribuirsi carattere vincolante e meno che mai, quindi, «portata autoapplicativa». Si tratta, infatti, di un principio che non è in alcun modo conseguenziale alla già ricordata sentenza della stessa Corte n. 242/2019, essendosi questa limitata a rendere non punibile, a determinate condizioni, mediante declaratoria di parziale incostituzionalità dell’articolo 580 del codice penale, la condotta di chi presti aiuto al suicidio, senza con ciò attribuire all’aspirante suicida alcun diritto a ottenere quell’aiuto da parte di chicchessia, ivi compreso il Servizio sanitario nazionale. A quest’ultimo, infatti, la Corte affida il solo compito di accertare che le suddette condizioni siano effettivamente sussistenti e che le modalità stabilite dall’interessato e dal medico di sua fiducia per l’esecuzione del suicidio non siano tali da offendere la dignità della persona e cagionarle sofferenze.
Lo stesso principio, inoltre, non può neppure dirsi funzionale alla decisione a suo tempo assunta con la sentenza n. 132/2025, in cui esso è enunciato, dal momento che tale sentenza, a sostegno della ritenuta inammissibilità della questione di legittimità costituzionale dell’articolo 579 del codice penale, che punisce l’omicidio del consenziente, fece essenzialmente leva sul fatto che, contrariamente a quanto affermato dai ricorrenti, non poteva dirsi accertata, in linea di fatto, l’assoluta irreperibilità, sul mercato, di strumenti che consentissero all’aspirante suicida, nonostante la sua condizione di paraplegico, l’autonoma assunzione del farmaco mortale. L’affermazione che del reperimento di quegli strumenti dovesse farsi carico, se necessario, il Servizio sanitario nazionale, rispondendo ciò a un diritto dell’interessato, aveva carattere meramente incidentale (c.d. «obiter dictum»); il che, secondo quanto pacificamente ritenuto dalla dottrina giuridica, esclude in radice che ad essa possa attribuirsi carattere vincolante tanto nei confronti del Servizio sanitario nazionale quanto in quelli del legislatore ordinario.
Non può in alcun modo condividersi, quindi, l’opinione di chi - come il senatore del Pd Alfredo Bazoli, secondo quanto riferito sulla Verità del 31 dicembre scorso nell’articolo a firma di Carlo Tarallo - sostiene che il legislatore ordinario, nel dettare la disciplina generale in materia di fine vita, non potrebbe «in alcun modo derogare» al principio in questione giacché quello in esso affermato sarebbe «un diritto pienamente riconosciuto e dunque pienamente eseguibile». Deve invece ritenersi, al contrario, che il legislatore ordinario sia perfettamente libero di seguire o non seguire l’indicazione della Corte Costituzionale circa il ruolo da attribuirsi al Servizio sanitario nazionale, senza che, nella seconda di tali ipotesi, la sua scelta possa cadere, alla prima occasione, sotto la mannaia della stessa Corte; ciò sempre che, naturalmente, quest’ultima resista alla ricorrente tentazione di esorbitare dai limiti delle proprie funzioni; sul che, ovviamente, dati i numerosi precedenti, nessuno può azzardarsi a mettere la mano sul fuoco.
Continua a leggereRiduci
«Io sono notizia» (Netflix)
Non una biografia, ma un modo, più accattivante del solo accademico, di ripercorrere la storia dell'Italia: gli anni Novanta e il momento, senza data precisa, in cui il confine tra vita privata e pubblica apparenza, tra famiglia e spettacolo, si è fatto labile.
Fabrizio Corona - Io sono notizia, docuserie in cinque episodi disponibile su Netflix a partire da venerdì 9 gennaio, promette di sfruttare la parabola di un singolo individuo (opportunamente discusso e divisivo) per trovare, poi, gli stilemi di un racconto universale. Non è Corona, dunque, re dei paparazzi, ma il sistema moderno, declinato nel nostro Paese sul berlusconismo, sulla faziosità, vera o presunta, dei media, sul modo in cui il giornalismo si è progressivamente piegato al gossip e alla ricerca della notorietà, dimenticando ogni deontologia professionale.
Io sono notizia, il cui avvento Fabrizio Corona ha annunciato sui propri social network in pompa magna, con l'orgoglio di chi non ha paura di veder riproposta la propria crescita umana, prende il via da lontano. Fabrizio è giovane, figlio di un padre - Vittorio Corona - tanto visionario e talentuoso quanto ingombrante. Corona, padre, avrebbe cambiato il volto dell'editoria, salvo poi essere fatto fuori da quella stessa gente che diceva apprezzarlo. Fabrizio, ragazzo, è cresciuto così, con il complesso, forse inconscio, di dover tenere il passo del genitore, esserne all'altezza. L'ambiente del padre, dunque, è stato l'obiettivo del figlio. Che, diversamente, però, ha deciso di sfruttarlo in altro modo. Fabrizio Corona avrebbe messo in ginocchio i salotti bene, e il gossip sarebbe stato merce di scambio. Lo strappo, che la docuserie ricostruisce, sarebbe arrivato con Vallettopoli e le accuse di estorsione.
Allora, il re dei paparazzi avrebbe perso parte del proprio appeal, trasformandosi nel bersaglio di una giustizia che, per alcuni, ne avrebbe fatto un capro espiatorio. Quel che segue sono processi, dibattiti, prime pagine e opinioni, è lo scontro fra chi considera Corona un demone e chi, invece, lo vorrebbe assolto.
Quel che segue è la rapida ascesa dei social network, di cui il re Mida del gossip ha saputo intuire il potenziale e le criticità, sfruttandoli, come nessun altro, per tessere la propria tela. Ed è qui, tra le pieghe di questa metamorfosi, da ragazzo d'oro a figura confusa, che Netflix racconta essere nato il Fabrizio di oggi, l'essere capace di fare della propria vita un'opera, d'arte o meno sia dibattuto in altra sede.
Continua a leggereRiduci