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2022-12-19
Il buco nero dell’Aifa
(Ansa)
Era la fine dell’ottobre 2020, all’inizio della seconda ondata Covid. In quei drammatici giorni, un’azienda farmaceutica italiana, Eli Lilly, stava offrendo all’Italia 10.000 dosi gratuite di anticorpi monoclonali. L’incontro per ratificare l’operazione si svolse il 29 ottobre nella sede di Aifa (Agenzia italiana del farmaco) in via del Tritone a Roma. Gli anticorpi monoclonali si sarebbero rivelati un farmaco salvavita. Ma Aifa disse di no. Non c’erano soldi da investire, anche se era tutto a costo zero. Ma non ci fu verso. L’Italia fu privata di una speranza, di una possibilità.
Il 9 febbraio 2021, quattro mesi dopo quel no, l’allora ministro della Salute, Roberto Speranza, autorizzò a impiegare un fondo di 400 milioni di euro per acquistare farmaci a base di anticorpi monoclonali anti Covid. Gli stessi medicinali che si poteva avere gratis quattro mesi prima. Mica male no? Che cosa era cambiato nel frattempo? Che le cose non fossero state fatte a dovere qualcuno forse lo sapeva, perché il 22 dicembre 2020 Aifa smentì l’offerta di Eli Lilly. In un comunicato ufficiale si legge che «Aifa non ha mai ricevuto alcuna proposta di cessione gratuita, uso compassionevole né fornitura per studi clinici dell’anticorpo monoclonale Bamlanivimab da parte dell’azienda Eli Lilly».
Ma poche settimane dopo tutta la verità venne a galla. Quell’offerta ci fu. Le inchieste giornalistiche misero nero su bianco i fatti accaduti. Ma questo non fu l’unico tentativo di Aifa di mettere una toppa alla voragine aperta. Nel caos di quelle ore l’agenzia fece l’ennesimo passo falso. Per giustificare quel rifiuto, nello stesso comunicato è scritto: «Il Bamlanivimab sulla base dello studio di fase 2 evidenziava benefici moderati». Anche in questo caso le smentite arrivarono velocemente. E da esimi professori e scienziati di tutto il mondo. «I dati sull’efficacia degli anticorpi monoclonali sono stati ottimi sul modello animale e i primi trial clinici hanno dato risultati promettenti, con riduzione dei ricoveri ospedalieri», disse il professor Guido Silvestri, docente alla Emory University di Atlanta. Furono pubblicati molti studi che dimostravano l’efficacia di questo medicinale.
Fu un’operazione talmente inspiegabile che la Corte dei conti aprì un’inchiesta per danno erariale. Per quale motivo abbiamo rifiutato farmaci salvavita gratuiti per poi acquistarli a caro prezzo qualche mese dopo? Nessuno dei presenti a quella riunione ha mai proferito parola. E quel silenzio grida ancora oggi vendetta. Silenzio che, invece, ci sarebbe dovuto essere in altre circostanze. In particolare il 6 gennaio 2021. In quella data l’azienda italiana Reithera organizzò una conferenza stampa per presentare i primissimi dati di fase 1 del famoso vaccino italiano. Tutto normale? Sì, fino a quando non vedemmo spuntare sul palco dei relatori di quell’incontro Nicola Magrini.
Perché mai il direttore generale di Aifa avrebbe dovuto partecipare a questa conferenza stampa dove si illustravano i primi dati, assolutamente preliminari, del vaccino? La prima cosa che Magrini sottolineò fu che la sua presenza non poneva nessun conflitto d’interesse. Tutti sapevano che il suo ruolo sarebbe stato quello di un arbitro super partes chiamato a prendere una decisione dopo aver visionato i dati definitivi di uno studio e non certo i primissimi risultati di un trial clinico. In realtà, è come se un arbitro, prima che inizi la partita, si recasse in uno degli spogliatoi per commentare la formazione. Tra l’altro, Magrini non si era mai esposto su una cura, un vaccino, un medicinale senza avere in mano dati certi o almeno una pubblicazione scientifica. Quella volta sì. E il motivo resta da capire.
Il 15 novembre 2020 l’ex dg rispose che avrebbe preso una decisione su come utilizzare i vaccini in commercio solo dopo aver visto i dati. Il 22 novembre successivo rassicurò gli italiani sul vaccino di Astrazeneca perché tutte le fasi di validazione e valutazione erano state rispettate. Il 22 dicembre la sua agenzia restò cauta sugli anticorpi monoclonali e il 9 febbraio 2021 Magrini, sempre in tema monoclonali, affermò che senza una decisione dell’Agenzia europea del farmaco i pareri di Aifa, seppur positivi, non bastavano a prendere decisioni perché i dati erano preliminari e immaturi. Ma la volta in cui presentò Reithera il direttore generale, l’uomo cauto che si basava sui dati, si espose eccome parlando addirittura di «rapporti facili e snelli personali» che favorirono la nascita del vaccino italiano.
E quali sarebbero stati questi «facili e snelli rapporti personali?». Gli obblighi di trasparenza imporrebbero di fare luce. Ma nessuno rispose ai tanti punti interrogativi, a partire da Magrini. Ma le domande restano vive, una su tutte: perché colui che avrebbe dovuto vigilare sulla sicurezza e l’efficacia dei vaccini si espose in questo modo durante la presentazione di un semplice studio preliminare?
Un altro mattone nel grattacielo dei disastri. Il 25 maggio 2021 Aifa ricevette la richiesta di inserire un medicinale ai sensi della legge 648. Il dossier arrivava dal San Raffaele di Milano a firma di una delle équipe più importanti nel campo dell’immunologia, che chiedeva ad Aifa di inserire fra i medicinali anti Covid Anakinra, un farmaco usato per l’artrite reumatoide conosciuto da oltre 20 anni. Nella documentazione c’era scritto che Anakinra poteva ridurre la mortalità del 55%, addirittura dell’80% nei casi più gravi. Gli studi furono pubblicati su Nature, una delle riviste scientifiche più importanti. Tra i ricercatori sicuri che Anakinra potesse essere un’arma importante nella cura del Covid c’erano Guido Rasi, ex direttore esecutivo dell’Agenzia europea del farmaco, Giuseppe Remuzzi, direttore dell’istituto Mario Negri e l’immunologa Antonella Viola.
Anche quella richiesta fu rifiutata. Se quel farmaco fosse stato approvato, si sarebbero potuti trattare da maggio alla fine del 2021 24.000 pazienti salvando la vita almeno a 2.592 di questi. Come è possibile che Aifa, pur sapendo tutte queste cose, abbia rigettato quella richiesta? È l’ennesimo mistero che aleggia su Aifa nei tre anni di pandemia. Forse tutto si spiega con il fatto che l’Agenzia ha puntato tutto sui vaccini e rallentato l’iter di farmaci che potevano curare il Covid. Ignorati plasma iperimmune, monoclonali, Anakinra, antivirali. Per tre anni Aifa, Agenzia italiana del farmaco, è stata Aiva, Agenzia italiana del vaccino. È stato un errore. Oggi lo dicono tutti i maggiori virologi italiani. Questa strategia ha fatto male a tanti pazienti, togliendo loro una possibilità in più. E lo ha fatto senza una motivazione valida. Anche per questo la riforma di Aifa era un obbligo legislativo, ma anche morale.
«Burocrazia inutile. I nuovi medicinali erano già approvati dall’Agenzia Ue»
«Se fossi in lui non mi assumerei questo onere e rimarrei nel mio attuale ruolo». Il messaggio è firmato da Maria Rita Gismondo, direttore di microbiologia chimica, virologia e bio-emergenze dell’ospedale Sacco di Milano. Il destinatario è Giorgio Palù, attuale presidente di Aifa, l’Agenzia italiana del farmaco e uomo che adesso, dopo la riforma varata dal Parlamento, dovrà traghettare l’organo regolatorio dei farmaci verso la nuova fase dopo la riforma approvata dal Parlamento. Ma le missive della professoressa Gismondo non finiscono qui. Ce n’è un’altra per il nuovo ministro della Salute, Orazio Schillaci: «La sua sfida, nel prossimo futuro, sarà salvare dal collasso la sanità pubblica».
Che ne pensa di questa riforma di Aifa?
«La riforma dell’Aifa era assolutamente necessaria. Com’era concepita in precedenza, aveva tutto il profilo di un ente esclusivamente burocratico appesantito da procedure che rallentavano il processo decisivo che si deve fondare soprattutto su criteri scientifici».
È proprio questa una delle grandi accuse mosse ad Aifa durante la pandemia. Poca attenzione al valore scientifico dei farmaci e troppa burocrazia, per non dire politica, nelle decisioni importanti. Gli anticorpi monoclonali sono l’esempio più limpido. Adesso cambieranno le cose? Si dice che con questa riforma si velocizzeranno molti iter autorizzativi.
«Meno burocrazia si tradurrà, nesiamo convinti, in maggiore velocità nelle autorizzazioni. Queste, fra l’altro, non dovrebbero avere necessità di un lungo esame poiché provengono, praticamente tutte, da un’approvazione Ema, cioè l’Agenzia europea del farmaco».
Adesso, però, servono gli uomini. Vanno scelte due nuove figure come il direttore tecnico-scientifico e il direttore amministrativo, che finora non erano stati nemmeno presi in considerazione. Saprà Palù scegliere le persone giuste per riordinare l’organigramma dell’agenzia?
«Il professor Palù è un esimio scienziato e ricercatore. Credo che nella scelta dell’organico dovrebbe far tesoro anche di consigli da parte di esperti del settore. Fare scienza non significa necessariamente saper costruire un organico di questo tipo, che non può essere costituito solo da ricercatori».
Percepisco dei dubbi, o quantomeno un velo di incertezza. Secondo lei, Palù è l’uomo giusto per traghettare l’Agenzia verso questa nuova fase?
«Sinceramente non so se Palù sia l’uomo giusto per il traghettamento di Aifa verso la nuova versione. Lo conosco da decenni e l’apprezzo come scienziato. Non conosco altre sue doti e non posso esprimermi. Se fossi in lui non mi assumerei questo onere e rimarrei nel mio attuale ruolo».
Una certezza c’è. Nicola Magrini non fa più parte dell’Agenzia italiana del farmaco. È un bene che l’ex direttore generale sia stato allontanato?
«Magrini fa parte del passato, in tutti i sensi».
Un passato segnato da tante scelte che hanno fatto discutere. La tardiva approvazione dei monoclonali, l’altrettanto tardiva autorizzazione del farmaco Anakinra, il caos sul vaccino di Astrazeneca e quello sugli antivirali sono solo alcuni casi molto controversi. Quale è stato l’errore più grave di Aifa in questi ultimi tre anni?
«Il maggior errore di Aifa che io abbia notato è la gestione della terapia anti Covid».
Dunque, il bassissimo utilizzo di farmaci anti Covid può essere imputato alla gestione di Aifa verso questo campo?
«La gestione della terapia anti Covid è rimasta all’ombra del silenzio del vecchio ministero e non ha né velocizzato l’acquisizione degli antivirali e dei monoclonali, né condotto un’adeguata informazione per il loro corretto uso».
E i risultati si sono visti purtroppo. Ancora oggi abbiamo migliaia di scatole di antivirali inutilizzate e prossime alla scadenza, senza dimenticare i tanti anticorpi monoclonali che abbiamo dovuto regalare all’estero perché qui da noi non venivano usati. Adesso, cambieranno le cose?
«Ci auguriamo che Aifa cambi e migliori nel suo compito. Osserveremo che cosa succederà, insomma staremo a vedere. L’efficienza di un qualsiasi ente è data dalle persone che nefanno parte».
L’altra grande paura è che ancora una volta, come successo nella gestione appena conclusa, la politica entri a far parte delle decisioni dell’Agenzia. Crede che si corra questo rischio?
«Ci auguriamo che la politica, come spesso avviene, non sia determinante, ancora una volta, nella scelta delle competenze».
Che giudizio ha del nuovo ministro della Salute, Orazio Schillaci?
«Il nuovo ministro della Salute, persona autorevole, sta dimostrando, seppure a volte timidamente, di essere la svolta nella gestione pandemica. La sua sfida, nel prossimo futuro, sarà salvare dal collasso la sanità pubblica. Ci auguriamo che possa riuscirci. Anche se è triste dirlo, nella precedente gestione Covid ci sono stati diversi elementi che, probabilmente, hanno determinato insuccessi che sarebbero stati evitabili. Fra questi la famosa tachipirina e vigile attesa e, senza dubbio, il ritardo nell’autorizzazione dell’uso di monoclonali e antivirali».
Il Parlamento cancella una commissione lumaca
La riforma Aifa è legge e Nicola Magrini non ne sarà più il direttore generale. Lui, l’uomo che senza motivo si presentò a sponsorizzare in conferenza stampa un vaccino anti Covid (quello italiano di Reithera) quando avrebbe dovuto valutarne l’efficacia. Sarebbe dovuto bastare questo per riformare immediatamente l’ente. Invece sono serviti quasi altri due anni perché accadesse.
Dopo il Senato, anche la Camera ha approvato il Ddl contenente norme che modificano profondamente l’attuale organizzazione dell’Agenzia italiana del farmaco. Il discusso organo che vigila e regola il commercio dei farmaci si prepara a cambiare pelle, a partire dalla governance. La novità più importante è proprio qui. Niente più direttore generale. Il ruolo ricoperto oggi da Magrini, colui che ha tutti i poteri di gestione dell’Agenzia e ne dirige l’attività, sarà abolito.
Il presidente, carica oggi ricoperta da Giorgio Palù, diventerà rappresentate legale dell’Agenzia e passeranno in mano sua poteri e deleghe ora in capo al direttore generale.
Finalmente. I critici della riforma gridano allo scandalo: secondo loro, il riordino rischia di impantanare l’Aifa, di renderla meno autonoma e con i poteri concentrati nelle mani del presidente. Ma è difficile pensare che si possa fare peggio degli ultimi tre anni. Ritardi, mancate o ignorate richieste di approvazioni di farmaci, rifiuti inspiegabili (vedi l’offerta gratuita di 10.000 dosi di anticorpi monoclonali declinata da Aifa il 10 ottobre 2020), indecisioni di varia natura oltre a una pessima comunicazione. L’Aifa era l’unica agenzia regolatoria europea dove il presidente non aveva praticamente alcun potere decisionale. E ce ne siamo accorti, durante la pandemia. Per questo la riforma era stata più volte auspicata, impiantata e sponsorizzata dalle Regioni. Mai, però, era arrivata al traguardo, nonostante il pressing del mondo sanitario stesso. Un grosso scoglio è stata la figura stessa di Magrini, che dalla sanità emiliana era arrivato ai vertici del farmaco italiano. È servito un cambio di governo per dare la sterzata.
L’altra grande novità di questa riforma riguarda l’articolo 3, che sopprime la Commissione consultiva tecnico-scientifica (Cts) e il Comitato prezzi e rimborsi (Cpr). Le relative funzioni vengono attribuite alla nuova Commissione scientifica ed economica del farmaco (Cse), composta da 10 membri. Anche in questo caso gli oppositori della riforma storcono il naso, ma basta un dato per zittirli. Nel 2020, in piena prima ondata del coronavirus, la Commissione tecnico-scientifica si è riunita per soli 144 giorni, invece che convocare una seduta permanente, o quasi, per valutare e decidere quali e quanti farmaci usare per curare i malati di Covid. Facciamo gli scongiuri, ma semmai dovesse scoppiare un’altra pandemia bisogna augurarsi che chi decide su quali farmaci prendere si riunisca un po’ più spesso.
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Nei tre anni di pandemia l’ente ha infilato una serie di svarioni clamorosi. Era meglio chiamarla Aiva, cioè Agenzia italiana del vaccino, anziché del farmaco. Maria Rita Gismondo: «I cambiamenti erano necessari per snellire le procedure. E per evitare i gravi errori commessi fino a ora».Varata la riforma attesa da anni: via il direttore generale, più potere al presidente, un solo centro decisionale.Lo speciale contiene tre articoli.Era la fine dell’ottobre 2020, all’inizio della seconda ondata Covid. In quei drammatici giorni, un’azienda farmaceutica italiana, Eli Lilly, stava offrendo all’Italia 10.000 dosi gratuite di anticorpi monoclonali. L’incontro per ratificare l’operazione si svolse il 29 ottobre nella sede di Aifa (Agenzia italiana del farmaco) in via del Tritone a Roma. Gli anticorpi monoclonali si sarebbero rivelati un farmaco salvavita. Ma Aifa disse di no. Non c’erano soldi da investire, anche se era tutto a costo zero. Ma non ci fu verso. L’Italia fu privata di una speranza, di una possibilità. Il 9 febbraio 2021, quattro mesi dopo quel no, l’allora ministro della Salute, Roberto Speranza, autorizzò a impiegare un fondo di 400 milioni di euro per acquistare farmaci a base di anticorpi monoclonali anti Covid. Gli stessi medicinali che si poteva avere gratis quattro mesi prima. Mica male no? Che cosa era cambiato nel frattempo? Che le cose non fossero state fatte a dovere qualcuno forse lo sapeva, perché il 22 dicembre 2020 Aifa smentì l’offerta di Eli Lilly. In un comunicato ufficiale si legge che «Aifa non ha mai ricevuto alcuna proposta di cessione gratuita, uso compassionevole né fornitura per studi clinici dell’anticorpo monoclonale Bamlanivimab da parte dell’azienda Eli Lilly». Ma poche settimane dopo tutta la verità venne a galla. Quell’offerta ci fu. Le inchieste giornalistiche misero nero su bianco i fatti accaduti. Ma questo non fu l’unico tentativo di Aifa di mettere una toppa alla voragine aperta. Nel caos di quelle ore l’agenzia fece l’ennesimo passo falso. Per giustificare quel rifiuto, nello stesso comunicato è scritto: «Il Bamlanivimab sulla base dello studio di fase 2 evidenziava benefici moderati». Anche in questo caso le smentite arrivarono velocemente. E da esimi professori e scienziati di tutto il mondo. «I dati sull’efficacia degli anticorpi monoclonali sono stati ottimi sul modello animale e i primi trial clinici hanno dato risultati promettenti, con riduzione dei ricoveri ospedalieri», disse il professor Guido Silvestri, docente alla Emory University di Atlanta. Furono pubblicati molti studi che dimostravano l’efficacia di questo medicinale.Fu un’operazione talmente inspiegabile che la Corte dei conti aprì un’inchiesta per danno erariale. Per quale motivo abbiamo rifiutato farmaci salvavita gratuiti per poi acquistarli a caro prezzo qualche mese dopo? Nessuno dei presenti a quella riunione ha mai proferito parola. E quel silenzio grida ancora oggi vendetta. Silenzio che, invece, ci sarebbe dovuto essere in altre circostanze. In particolare il 6 gennaio 2021. In quella data l’azienda italiana Reithera organizzò una conferenza stampa per presentare i primissimi dati di fase 1 del famoso vaccino italiano. Tutto normale? Sì, fino a quando non vedemmo spuntare sul palco dei relatori di quell’incontro Nicola Magrini.Perché mai il direttore generale di Aifa avrebbe dovuto partecipare a questa conferenza stampa dove si illustravano i primi dati, assolutamente preliminari, del vaccino? La prima cosa che Magrini sottolineò fu che la sua presenza non poneva nessun conflitto d’interesse. Tutti sapevano che il suo ruolo sarebbe stato quello di un arbitro super partes chiamato a prendere una decisione dopo aver visionato i dati definitivi di uno studio e non certo i primissimi risultati di un trial clinico. In realtà, è come se un arbitro, prima che inizi la partita, si recasse in uno degli spogliatoi per commentare la formazione. Tra l’altro, Magrini non si era mai esposto su una cura, un vaccino, un medicinale senza avere in mano dati certi o almeno una pubblicazione scientifica. Quella volta sì. E il motivo resta da capire. Il 15 novembre 2020 l’ex dg rispose che avrebbe preso una decisione su come utilizzare i vaccini in commercio solo dopo aver visto i dati. Il 22 novembre successivo rassicurò gli italiani sul vaccino di Astrazeneca perché tutte le fasi di validazione e valutazione erano state rispettate. Il 22 dicembre la sua agenzia restò cauta sugli anticorpi monoclonali e il 9 febbraio 2021 Magrini, sempre in tema monoclonali, affermò che senza una decisione dell’Agenzia europea del farmaco i pareri di Aifa, seppur positivi, non bastavano a prendere decisioni perché i dati erano preliminari e immaturi. Ma la volta in cui presentò Reithera il direttore generale, l’uomo cauto che si basava sui dati, si espose eccome parlando addirittura di «rapporti facili e snelli personali» che favorirono la nascita del vaccino italiano. E quali sarebbero stati questi «facili e snelli rapporti personali?». Gli obblighi di trasparenza imporrebbero di fare luce. Ma nessuno rispose ai tanti punti interrogativi, a partire da Magrini. Ma le domande restano vive, una su tutte: perché colui che avrebbe dovuto vigilare sulla sicurezza e l’efficacia dei vaccini si espose in questo modo durante la presentazione di un semplice studio preliminare?Un altro mattone nel grattacielo dei disastri. Il 25 maggio 2021 Aifa ricevette la richiesta di inserire un medicinale ai sensi della legge 648. Il dossier arrivava dal San Raffaele di Milano a firma di una delle équipe più importanti nel campo dell’immunologia, che chiedeva ad Aifa di inserire fra i medicinali anti Covid Anakinra, un farmaco usato per l’artrite reumatoide conosciuto da oltre 20 anni. Nella documentazione c’era scritto che Anakinra poteva ridurre la mortalità del 55%, addirittura dell’80% nei casi più gravi. Gli studi furono pubblicati su Nature, una delle riviste scientifiche più importanti. Tra i ricercatori sicuri che Anakinra potesse essere un’arma importante nella cura del Covid c’erano Guido Rasi, ex direttore esecutivo dell’Agenzia europea del farmaco, Giuseppe Remuzzi, direttore dell’istituto Mario Negri e l’immunologa Antonella Viola.Anche quella richiesta fu rifiutata. Se quel farmaco fosse stato approvato, si sarebbero potuti trattare da maggio alla fine del 2021 24.000 pazienti salvando la vita almeno a 2.592 di questi. Come è possibile che Aifa, pur sapendo tutte queste cose, abbia rigettato quella richiesta? È l’ennesimo mistero che aleggia su Aifa nei tre anni di pandemia. Forse tutto si spiega con il fatto che l’Agenzia ha puntato tutto sui vaccini e rallentato l’iter di farmaci che potevano curare il Covid. Ignorati plasma iperimmune, monoclonali, Anakinra, antivirali. Per tre anni Aifa, Agenzia italiana del farmaco, è stata Aiva, Agenzia italiana del vaccino. È stato un errore. Oggi lo dicono tutti i maggiori virologi italiani. Questa strategia ha fatto male a tanti pazienti, togliendo loro una possibilità in più. E lo ha fatto senza una motivazione valida. 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Il destinatario è Giorgio Palù, attuale presidente di Aifa, l’Agenzia italiana del farmaco e uomo che adesso, dopo la riforma varata dal Parlamento, dovrà traghettare l’organo regolatorio dei farmaci verso la nuova fase dopo la riforma approvata dal Parlamento. Ma le missive della professoressa Gismondo non finiscono qui. Ce n’è un’altra per il nuovo ministro della Salute, Orazio Schillaci: «La sua sfida, nel prossimo futuro, sarà salvare dal collasso la sanità pubblica». Che ne pensa di questa riforma di Aifa? «La riforma dell’Aifa era assolutamente necessaria. Com’era concepita in precedenza, aveva tutto il profilo di un ente esclusivamente burocratico appesantito da procedure che rallentavano il processo decisivo che si deve fondare soprattutto su criteri scientifici». È proprio questa una delle grandi accuse mosse ad Aifa durante la pandemia. Poca attenzione al valore scientifico dei farmaci e troppa burocrazia, per non dire politica, nelle decisioni importanti. Gli anticorpi monoclonali sono l’esempio più limpido. Adesso cambieranno le cose? Si dice che con questa riforma si velocizzeranno molti iter autorizzativi. «Meno burocrazia si tradurrà, nesiamo convinti, in maggiore velocità nelle autorizzazioni. Queste, fra l’altro, non dovrebbero avere necessità di un lungo esame poiché provengono, praticamente tutte, da un’approvazione Ema, cioè l’Agenzia europea del farmaco». Adesso, però, servono gli uomini. Vanno scelte due nuove figure come il direttore tecnico-scientifico e il direttore amministrativo, che finora non erano stati nemmeno presi in considerazione. Saprà Palù scegliere le persone giuste per riordinare l’organigramma dell’agenzia? «Il professor Palù è un esimio scienziato e ricercatore. Credo che nella scelta dell’organico dovrebbe far tesoro anche di consigli da parte di esperti del settore. Fare scienza non significa necessariamente saper costruire un organico di questo tipo, che non può essere costituito solo da ricercatori». Percepisco dei dubbi, o quantomeno un velo di incertezza. Secondo lei, Palù è l’uomo giusto per traghettare l’Agenzia verso questa nuova fase? «Sinceramente non so se Palù sia l’uomo giusto per il traghettamento di Aifa verso la nuova versione. Lo conosco da decenni e l’apprezzo come scienziato. Non conosco altre sue doti e non posso esprimermi. Se fossi in lui non mi assumerei questo onere e rimarrei nel mio attuale ruolo». Una certezza c’è. Nicola Magrini non fa più parte dell’Agenzia italiana del farmaco. È un bene che l’ex direttore generale sia stato allontanato? «Magrini fa parte del passato, in tutti i sensi». Un passato segnato da tante scelte che hanno fatto discutere. La tardiva approvazione dei monoclonali, l’altrettanto tardiva autorizzazione del farmaco Anakinra, il caos sul vaccino di Astrazeneca e quello sugli antivirali sono solo alcuni casi molto controversi. Quale è stato l’errore più grave di Aifa in questi ultimi tre anni? «Il maggior errore di Aifa che io abbia notato è la gestione della terapia anti Covid». Dunque, il bassissimo utilizzo di farmaci anti Covid può essere imputato alla gestione di Aifa verso questo campo? «La gestione della terapia anti Covid è rimasta all’ombra del silenzio del vecchio ministero e non ha né velocizzato l’acquisizione degli antivirali e dei monoclonali, né condotto un’adeguata informazione per il loro corretto uso». E i risultati si sono visti purtroppo. Ancora oggi abbiamo migliaia di scatole di antivirali inutilizzate e prossime alla scadenza, senza dimenticare i tanti anticorpi monoclonali che abbiamo dovuto regalare all’estero perché qui da noi non venivano usati. Adesso, cambieranno le cose? «Ci auguriamo che Aifa cambi e migliori nel suo compito. Osserveremo che cosa succederà, insomma staremo a vedere. L’efficienza di un qualsiasi ente è data dalle persone che nefanno parte». L’altra grande paura è che ancora una volta, come successo nella gestione appena conclusa, la politica entri a far parte delle decisioni dell’Agenzia. Crede che si corra questo rischio? «Ci auguriamo che la politica, come spesso avviene, non sia determinante, ancora una volta, nella scelta delle competenze». Che giudizio ha del nuovo ministro della Salute, Orazio Schillaci? «Il nuovo ministro della Salute, persona autorevole, sta dimostrando, seppure a volte timidamente, di essere la svolta nella gestione pandemica. La sua sfida, nel prossimo futuro, sarà salvare dal collasso la sanità pubblica. Ci auguriamo che possa riuscirci. Anche se è triste dirlo, nella precedente gestione Covid ci sono stati diversi elementi che, probabilmente, hanno determinato insuccessi che sarebbero stati evitabili. Fra questi la famosa tachipirina e vigile attesa e, senza dubbio, il ritardo nell’autorizzazione dell’uso di monoclonali e antivirali». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/aifa-errori-riforma-2658980638.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="il-parlamento-cancella-una-commissione-lumaca" data-post-id="2658980638" data-published-at="1671400854" data-use-pagination="False"> Il Parlamento cancella una commissione lumaca La riforma Aifa è legge e Nicola Magrini non ne sarà più il direttore generale. Lui, l’uomo che senza motivo si presentò a sponsorizzare in conferenza stampa un vaccino anti Covid (quello italiano di Reithera) quando avrebbe dovuto valutarne l’efficacia. Sarebbe dovuto bastare questo per riformare immediatamente l’ente. Invece sono serviti quasi altri due anni perché accadesse. Dopo il Senato, anche la Camera ha approvato il Ddl contenente norme che modificano profondamente l’attuale organizzazione dell’Agenzia italiana del farmaco. Il discusso organo che vigila e regola il commercio dei farmaci si prepara a cambiare pelle, a partire dalla governance. La novità più importante è proprio qui. Niente più direttore generale. Il ruolo ricoperto oggi da Magrini, colui che ha tutti i poteri di gestione dell’Agenzia e ne dirige l’attività, sarà abolito. Il presidente, carica oggi ricoperta da Giorgio Palù, diventerà rappresentate legale dell’Agenzia e passeranno in mano sua poteri e deleghe ora in capo al direttore generale. Finalmente. I critici della riforma gridano allo scandalo: secondo loro, il riordino rischia di impantanare l’Aifa, di renderla meno autonoma e con i poteri concentrati nelle mani del presidente. Ma è difficile pensare che si possa fare peggio degli ultimi tre anni. Ritardi, mancate o ignorate richieste di approvazioni di farmaci, rifiuti inspiegabili (vedi l’offerta gratuita di 10.000 dosi di anticorpi monoclonali declinata da Aifa il 10 ottobre 2020), indecisioni di varia natura oltre a una pessima comunicazione. L’Aifa era l’unica agenzia regolatoria europea dove il presidente non aveva praticamente alcun potere decisionale. E ce ne siamo accorti, durante la pandemia. Per questo la riforma era stata più volte auspicata, impiantata e sponsorizzata dalle Regioni. Mai, però, era arrivata al traguardo, nonostante il pressing del mondo sanitario stesso. Un grosso scoglio è stata la figura stessa di Magrini, che dalla sanità emiliana era arrivato ai vertici del farmaco italiano. È servito un cambio di governo per dare la sterzata. L’altra grande novità di questa riforma riguarda l’articolo 3, che sopprime la Commissione consultiva tecnico-scientifica (Cts) e il Comitato prezzi e rimborsi (Cpr). Le relative funzioni vengono attribuite alla nuova Commissione scientifica ed economica del farmaco (Cse), composta da 10 membri. Anche in questo caso gli oppositori della riforma storcono il naso, ma basta un dato per zittirli. Nel 2020, in piena prima ondata del coronavirus, la Commissione tecnico-scientifica si è riunita per soli 144 giorni, invece che convocare una seduta permanente, o quasi, per valutare e decidere quali e quanti farmaci usare per curare i malati di Covid. Facciamo gli scongiuri, ma semmai dovesse scoppiare un’altra pandemia bisogna augurarsi che chi decide su quali farmaci prendere si riunisca un po’ più spesso.
Ansa
Anzi, ieri è stato ucciso, da una bomba di mortaio, un casco blu del contingente Onu Unifil. È accaduto nell’area di Marjayoun, vicino Dibbine, nell’avamposto «Miguel de Cervantes» di militari spagnoli. La granata ha ucciso un militare di nazionalità serba e ha ferito un militare spagnolo e uno salvadoregno.
Il caduto era il sergente Milovan Jovanovic, che avrebbe compiuto 37 anni domani, essendo nato il 6 giugno 1989 a Kraljevo e lascia una moglie e due figli. Il suo decesso è avvenuto dopo un vano ricovero in elicottero al Centro medico universitario di Beirut. Si conferma una volta di più la precaria posizione dell’Unifil, schierato in Libano dal 1978 e sempre fra due fuochi. Attualmente l’Unifil è sotto il comando del generale italiano Diodato Abagnara e conta 7.478 uomini, fra cui 746 italiani. L’esercito israeliano ha attribuito a Hezbollah la morte del serbo, affermando che «una serie di colpi di mortaio provenienti dalla zona di Qotrani ed effettuati da Hezbollah». Poi l’esercito libanese rilevava: «Le truppe israeliane si sono ritirate da Debbine, nel distretto di Marjeyoun, per facilitare il monitoraggio del cessate il fuoco».
Nella notte era arrivato l’assenso di Beirut a un cessate il fuoco concordato con Israele, con la mediazione dell’amministrazione americana di Donald Trump. Accordo basato sul disarmo di Hezbollah e su «aree pilota» sgomberate dalla presenza israeliana e di Hezbollah e presidiate da truppe libanesi. Alla milizia sciita si chiede il ritiro a Nord del fiume Litani. Il presidente libanese Joseph Aoun ha affermato che «i negoziati sono stati difficili e sono ripresi dopo l’intervento del segretario di Stato americano Marco Rubio». La tregua diverrebbe effettiva «24 ore dall’approvazione definitiva» e sarebbe preparatoria di negoziati dal 22 giugno. Da parte israeliana, il premier Benjamin Netanyahu ha discusso l’accordo con il suo gabinetto di sicurezza nazionale, ma il problema pare lo stesso del precedente cessate il fuoco di ottobre 2024: il rifiuto di Hezbollah di consegnare le armi. Se il ministro della Difesa Israel Katz si dice soddisfatto, il titolare della Sicurezza nazionale, Itamar Ben Gvir, parla di «grave errore» evocando complicità fra governo libanese e sciiti. Naim Qassem, capo di Hezbollah, ha già definito l’accordo «una capitolazione e una sconfitta». Stando a indiscrezioni del giornale israeliano Haaretz, Qassem rifiuterebbe l’accordo su impulso dell’Iran, dato che gli ayatollah non intendono separare la crisi nel Golfo Persico da quella libanese, come invece vorrebbe Trump.
Un funzionario israeliano ha anticipato alla testata Ynet che l’esercito ebraico «rimarrà nelle aree conquistate» fra cui la cresta del castello di Beaufort, e che «proseguiranno le operazioni per smantellare Hezbollah». Afferma che il senso dell’accordo è «spingere lo stato libanese ad affrontare Hezbollah», risolvendo il problema di una milizia che è uno «Stato nello Stato». Proprio ieri il Consiglio dell’Unione europea ha approvato aiuti per 100 milioni di euro destinati «al rafforzamento dell’esercito libanese». In giornata Israele ha compiuto raid con droni e aerei, colpendo Sohmor e altri siti nella valle della Bekaa, come la diga di Qaraoun, oltre a un’automobile sulla strada Kfar Kila e Zefta, facendo sei morti e otto feriti. Hezbollah ha lanciato razzi sui soldati israeliani, oltre a droni che sono stati abbattuti. Gli sciiti hanno però rivendicato la distruzione di un carro armato israeliano al castello di Beufort con un missile.
Ieri, dopo che il direttore del Mossad, David Barnea, ha lasciato l’incarico a Roman Gofman, il Jerulasem Post ha rivelato che l’uccisione, il 27 settembre 2024, dello storico capo di Hezbollah Hassan Nasrallah con un raid aereo sarebbe dovuta a speciali sistemi di puntamento installati nel suo quartier generale da spie del servizio segreto ebraico. Nel frattempo, è aumentato il numero delle vittime del raid israeliano su Gaza: si parla di 11 morti, inclusi dei bambini.
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Donald Trump (Ansa)
Uno scoglio sul tavolo è del resto quello della crisi libanese: non è infatti un mistero che la Repubblica islamica voglia la risoluzione del conflitto tra Israele ed Hezbollah come parte integrante di un eventuale accordo con la Casa Bianca. «La nostra condizione iniziale per accettare un cessate il fuoco nella guerra regionale è stata un cessate il fuoco su tutti i fronti, Libano compreso», hanno affermato, ieri, i pasdaran, per poi aggiungere: «Il nemico deve cessare urgentemente gli attacchi contro il popolo libanese e ritirarsi immediatamente oltre i confini internazionali, evacuando i territori occupati del Libano e riconoscendo l’integrità territoriale del Libano».
Mercoledì, Washington, Beirut e Gerusalemme avevano emesso un comunicato congiunto, concordando un cessate il fuoco «subordinato alla completa cessazione degli attacchi di Hezbollah». Tuttavia, ieri, il leader della stessa Hezbollah, Naim Qassem, ha bollato l’accordo tra Libano e Israele come una «resa». Ha quindi affermato che gli attacchi contro il Nord dello Stato ebraico proseguiranno fin quando continueranno i bombardamenti israeliani sul Paese dei Cedri. Poco dopo, un funzionario di Hezbollah ha confermato il rifiuto della tregua. Bisognerà quindi capire quale impatto avrà questa situazione sul destino della diplomazia tra Stati Uniti e Iran. D’altronde, un altro scoglio riguarda Hormuz. Ieri, il ministero degli Esteri iraniano ha detto che Teheran «non intende riscuotere tasse di passaggio, dazi di transito o pagamenti per i diritti di transito», ma soltanto delle tariffe di servizio. Non è al momento chiaro come reagirà Washington, che si è sempre espressa contro eventuali pedaggi imposti dalla Repubblica islamica nello Stretto.
Nel frattempo, Donald Trump avrebbe deciso di non riprendere le ostilità con Teheran, a meno che la Repubblica islamica non uccida dei soldati americani. Non solo. Oltre a dire che le trattative con il regime khomeinista starebbero andando «molto bene», il presidente statunitense non ha escluso l’eventualità di incontrare la Guida suprema iraniana, Mojtaba Khamenei: un Khamenei che, secondo Washington, sarebbe coinvolto nei negoziati e che, ieri, ha esortato gli iraniani a «preservare l’unità nazionale». In tutto questo, mercoledì, il presidente americano ha ammesso di aver definito «pazzo» Benjamin Netanyahu durante un litigio telefonico, ma ha anche cercato di gettare acqua sul fuoco. «Abbiamo lavorato molto bene insieme. Bibi mi piace molto. E lavoro molto bene con lui», ha detto. Lunedì, Trump si era notevolmente irritato con il premier israeliano, ritenendo che i raid dello Stato ebraico su Beirut avrebbero compromesso le trattative in corso tra gli Stati Uniti e la Repubblica islamica.
Insomma, l’inquilino della Casa Bianca sta cercando di salvaguardare il processo diplomatico con Teheran, tentando di raffrenare sia Hezbollah che Gerusalemme. Tuttavia, nel mezzo di queste manovre complicate, Trump si sta ritrovando a dover affrontare una grana interna. L’altro ieri, la Camera dei rappresentanti, anche attraverso il voto favorevole di quattro deputati repubblicani dissidenti, ha approvato una risoluzione che esige la conclusione del conflitto in Iran: una circostanza che, neanche a dirlo, ha profondamente irritato il presidente statunitense. «Con una votazione insignificante, la Camera ha votato, con quattro repubblicani corrotti e tutti i democratici, per limitare i miei poteri di guerra, proprio nel bel mezzo delle trattative finali per porre fine alla guerra con la Repubblica islamica dell’Iran. Chi mai farebbe una cosa così antipatriottica?», ha tuonato Trump, ieri, su Truth.
Come riportato da The Hill, non è chiaro se la risoluzione abbia forza di legge e se sia quindi vincolante. Bisognerà inoltre attendere l’eventuale ok del Senato. Ciò detto, dal punto di vista politico, si configura potenzialmente un problema per il presidente americano. Continua infatti ad aumentare la pressione su di lui, affinché chiuda la questione iraniana. Ricordiamo che, sulla base del War powers act, il presidente deve ottenere l’ok del Congresso, qualora le azioni militari da lui ordinate superino i 60 giorni. Tuttavia, l’amministrazione Trump ha finora sostenuto che le ostilità con Teheran sono terminate a seguito del cessate il fuoco stipulato l’8 aprile e prorogato a tempo indeterminato il 21 dello stesso mese: il che, argomenta la Casa Bianca, renderebbe inutile richiedere e ottenere l’autorizzazione da parte del potere legislativo. Sarà quindi necessario capire in che modo questa questione si intersecherà con le trattative iraniane. E se avrà degli impatti in vista delle elezioni di metà mandato che si terranno a novembre.
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Volodymyr Zelensky (Ansa)
Nessuno s’è indignato che Zelensky a fine maggio abbia autorizzato il bombardamento di una scuola - almeno dieci ragazzi uccisi -, nessuno ha esecrato il fatto che due giorni fa un drone ucraino è stato lanciato contro un autobus in viaggio da Mosca a Simferopol in Crimea: ci hanno lasciato la pelle in otto. Ma erano russi e allora tutti zitti. Ieri, tanto per dare un seguito, gli ucraini hanno attaccato in Crimea un treno. Risultato: tre morti e undici feriti. Per contro i russi con un attacco nel Donetsk su una quarantina di obbiettivi civili hanno fatto altre cinque vittime e undici feriti. Bloomberg sostiene che i tre volenterosi (Francia, Germania e Regno Unito) avrebbero avviato colloqui con i russi per arrivare alla fine della guerra. Il motivo? I russi sono indeboliti. Elemento in parte positivo per Kiev, ma che tuttavia potrebbe indurre Vladimir Putin a decisioni estreme come il ricorso all’arma nucleare . Forse è per questo che ieri Zelensky ha inviato una lettera aperta allo stesso Putin, chiedendo un incontro. «L’Ucraina propone di porre fine alla guerra in formato tra noi e voi», ha annunciato. E ha aggiunto: «Propongo di fissare una data precisa per l’incontro». Dall’altra parte, lo zar russo è ancora convinto che l’ex cancelliere tedesco Gerhard Schröder sarebbe un «buon mediatore». «Non è un mio amico, è prima di tutto un politico tedesco, e uno dei migliori perché ha una propria posizione e il coraggio di difenderla».
Intanto i russi fanno sapere di essere nuovamente avanzati nella zona di Zaporizhzhia, gli ucraini di aver colpito una fabbrica di polvere da sparo nella zona di Ryazan, gli svedesi di aver bloccato una nave sospetta di trasportare merce sottratta all’Ucraina e i francesi di avere intercettato undici aerei russi che hanno sconfinato sul Baltico. È il diario di guerra - è terribile constatarlo - ma pare ormai un’ovvietà. Volodymyr Zelensky ci tiene a far saper al mondo via X che dall’inizio dell’aggressione i russi hanno ucciso 707 bambini ucraini. L’obbiettivo è portare il più in fretta possibile Kiev dentro l’Ue e far fare buoni affari a Friedrich Merz, per far diventare la Germania la sola potenza militare europea. Da cosa si capisce? Zelensky ha chiesto a Berlino altri missili patriot - quelli che gli Usa inviano col contagocce, anche se il Segretario di Stato americano Marco Rubio ha detto che i 400 milioni di aiuti promessi a Kiev stanno arrivando perché la Camera Usa li ha sbloccati - dicendo che li restituirà a cose fatte e nell’incontro a sorpresa due giorni fa con Mark Rutte, il segretario generale della Nato, si è capito che oggi il punto di riferimento del leader ucraino è Berlino. Zelensky ha anche fatto sapere che sta lavorando con Ursula von der Leyen a definire l’ennesimo pacchetto di sanzioni e che ormai l’obbiettivo di entrare nell’Ue è prossimo. Lo hanno annunciato peraltro la presidenza di turno cipriota dell’Ue e la Commissaria all’allargamento Marta Kos che ha ribadito: «Ucraina e Moldavia rispettano già i requisiti sullo stato di diritto».
Ieri Péter Magyar, il leader ungherese, ha annunciato che ritirerà il veto all’ingresso di Kiev e la Commissione ha detto che l’iter di adesione può cominciare. In chiave filo tedesca il primo ministro ceco Andrej Babis ha caldeggiato che Friedrich Merz rappresenti l’Ue in eventuali colloqui con la Russia. Per ora però l’Europa sta ferma anche se Bloomberg ha fatto circolare un’indiscrezione di particolare importanza: Germania, Francia e Gran Bretagna starebbero intavolando colloqui con la Russia per arrivare alla fine della guerra. Bloomberg osserva: «Le forze ucraine stanno ottenendo maggiori successi con gli attacchi dei droni e anche attorno a Putin si registrano segnali di resistenza alla guerra». Se così è Ursula von der Leyen non se n’è accorta: si occupa d’altro. Per disturbare Putin sta studiando aiuti all’Armenia nel momento stesso in cui Mosca sta dialogando con gli armeni, riceve la lettera di 12 paesi Ue, inviata anche a Kaia Kallas, che chiedono restrizioni sui visti turistici ai russi mentre il commissario Ue per la migrazione, Magnus Brunner, dice che si potrebbero revocare i permessi come rifugiati ai giovani ucraini che possono fare il militare. Insomma un ottimo modo per parlare di pace. Ai fatti ci pensa invece Marco Rubio, che dice che lo stop alle sanzioni sul petrolio russo è temporaneo. Kirill Dimitrov, l’inviato russo dei colloqui con gli americani, sostiene peraltro che si va verso una ripresa dei negoziati con Steve Witkoff e Jared Kushner - gli emissari Usa - e che l’accordo per il tunnel che dovrebbe collegare Usa e Russia passando sotto lo stretto di Bering è pronto e oggi si firma. È un messaggio a uso del Forum che si tiene a San Pietroburgo dove il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov accusa gli americani di non aver rispettato gli accordi sull’Ucraina, ma conferma che i russi sono pronti a negoziare. Vladimir Putin fa sapere che non vedrà i rappresentati Usa, ma tuttavia si dice che nulla nella strategia russa è cambiata visto che - lo sostiene Maria Zakharova portavoce del ministero degli esteri - «per noi è assurdo ciò che sostiene l’Europa, che si sta riarmando fino ai denti, e cioè che stiamo per attaccare un paese Nato». Per quel che vale la Russia ha però incassato la richiesta di Markus Frohnmaier, esponente di spicco di Afd che pur diffidato dal governo tedesco ha richiesto che venga riaperto il gasdotto tra Mosca e Berlino. E intanto i droni continuano a bombardare.
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Sara Funaro e Beppe Sala (Ansa)
E dunque si pone la domanda di cui sopra: perché questo… regolamento di conti contro la proprietà privata? Tra l’altro si tratta di un provvedimento che, sebbene non permanente («Non è statico, cambierà nel tempo», ha spiegato la Funaro come se fosse una lezione di fisica), va a colpire quel ceto medio che ha investito dove poteva, quindi dove i prezzi degli immobili erano inferiori. Qualcuno dovrebbe farsi spiegare perché mai un cittadino che, per arrotondare, volesse mettere a reddito la propria abitazione affittandola ai turisti a uso B&b, si ritrova con questo stop imposto dal Comune. E meno male che il sindaco non ci vede intenti punitivi o persecutori.
Il mio amico Guglielmo Mossuto, che è capogruppo della Lega in Comune, è da un po’ che mi raccontava del degrado del capoluogo toscano e dei mille problemi. E giustamente ieri mi ha chiamato arrabbiato nero: «Siamo la città più insicura dietro Milano e questa giunta pensa a tagliare le gambe a chi vuole guadagnare esercitando un suo pieno diritto costituzionale. Dai, è un attacco diretto e ideologico al diritto alla proprietà privata: son sempre i soliti comunisti! Gli affitti brevi non sono in mano a grandi speculatori, ma a famiglie che usano questi proventi per far fronte al caro vita, per pagare le tasse locali - a partire dall’Imu - e finanziare la manutenzione degli stessi immobili. E poi è un’economia che resta totalmente sul territorio: una cosa ingiusta». Difficile dargli torto. Soprattutto seguo il mio vecchio amico Guglielmo quando mi fa notare alcune incongruenze politiche che solo chi conosce le dinamiche fiorentine può indicarci: «Se l’obiettivo della giunta fosse davvero quello di tutelare i quartieri dalla speculazione e difendere la residenzialità, perché il divieto non viene esteso anche alle aree che saranno impattate dalle grandi infrastrutture dei prossimi anni, tipo quelle nei pressi dei nuovi scali?». Da una decina d’anni a Firenze ci sono aree interessate a grandi investimenti. «Investimenti? Per me sono operazioni di speculazione immobiliare. Ti spiego: il nuovo regolamento blocca i piccoli appartamenti dei fiorentini a Rifredi o al Campo di Marte con la scusa della “tutela”, ma si stendono tappeti rossi ai grandi investitori, guarda caso proprio dove sorgeranno le nuove porte d’accesso di Firenze, dove il valore dei terreni e degli immobili è destinato a schizzare alle stelle. Perché lì il Comune non mette vincoli? Fammi fare una battutaccia: i comunisti hanno requisito le case al ceto medio».
Strabismo immobiliare, dice l’opposizione a Firenze, che sul testo non ha potuto toccare palla perché era bloccato. «Quanta inutile fretta per stoppare gli affitti brevi ai fiorentini comuni. Gli stessi stressati dalla incapacità della giunta di controllare e presidiare movide e risse tra immigrati». Ogni anno a Firenze è sempre peggio. Per ora se la gioca con Milano, prima città più insicura d’Italia. Che con Firenze pare avere l’affinità di strizzare l’occhiolino ai grandi gruppi. Almeno così la pensa la Procura meneghina che dai grattacieli è passata alle concessioni di spazi commerciali di prestigio soprattutto in Galleria Vittorio Emanuele, accanto al Duomo.
Da quel che si evince gli accertamenti - partiti dopo un esposto presentato l’anno scorso dall’imprenditore Massimiliano Lisa, animatore del museo su Leonardo da Vinci all’angolo della Galleria con piazza della Scala, che con la giunta Sala ha in ballo alcuni contenziosi - riguardano certe videoinstallazioni di grande impatto in location particolarmente attrattive, come la Rinascente, dove hanno fatto bella mostra due film blockbuster: il biopic Michael su Michael Jackson, e l’attesissimo seguito de Il Diavolo veste Prada. Altri atti hanno invece riguardato concessioni alla maison Dior e alla maison Montblanc per i loro negozi in Galleria. Insomma tutte destinazioni immobiliari di grande pregio. L’accusa della Procura è un reato contro la Pubblica amministrazione. L’accusa politica invece, a Milano come a Firenze, è perché gli amministratori di sinistra ai grandi gruppi sembrano stendere i tappeti rossi…
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