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2025-05-02
L’Africa salva il mercato delle armi russe
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Vladimir Putin stringe la mano al presidente del Mozambico Filipe Nyusi durante una foto con i capi delegazione e i partecipanti al Secondo Vertice del Forum Economico e Umanitario Russia-Africa a San Pietroburgo del 28 luglio 2023 (Ansa)
Con la spesa militare globale mai così alta dai tempi della Guerra fredda, a salvare l’export di Mosca è il continente nero, che riconquista il secondo posto a livello globale scalzando la Francia.
Nel corso del 2024 la spesa militare globale ha raggiunto la cifra senza precedenti di 2,72 trilioni di dollari, segnando +9,4% rispetto all'anno precedente e il più forte aumento annuale dalla fine della Guerra fredda. Lo ha calcolato lo Stockholm International Peace Research Institute (Sipri) che ha anche segnalato come si tratti del decimo anno consecutivo di crescita della spesa militare mondiale, trainata dalle crescenti tensioni geopolitiche in tutte le regioni, ma in Europa e Medio Oriente a fronte dei conflitti in corso in Ucraina e Gaza.
In questo scenario gli Stati Uniti hanno mantenuto la prima posizione con 997 miliardi di dollari, pari al 37% della spesa globale, annunciando che nel 2026 tale spesa supererà il miliardo di dollari. Segue la Cina con una stima di 314 miliardi di dollari, e a scapito della Francia al terzo posto torna la Russia (149 miliardi di dollari), quindi Germania (88,5 miliardi) e l’India (86,1). Insieme, queste nazioni rappresentano il 60% della spesa militare mondiale. I membri della Nato hanno speso complessivamente 1.510 miliardi di dollari per le loro forze armate, rappresentando oltre la metà (55%) della spesa globale. Diciotto dei 32 membri dell'Alleanza hanno raggiunto o superato l'obiettivo di spesa del 2% del Pil. Ovviamente l'Ucraina si posiziona nei primi dieci posti, precisamente all'ottavo posto a livello mondiale con 64,7 miliardi di dollari, ovvero il 34% del suo prodotto interno lordo. Sale anche la spesa militare del Giappone, cresciuta di un sorprendente 21% nel 2024, raggiungendo 55,3 miliardi di dollari, segnando il maggiore incremento dal 1952.
Grandi affari grazie alle guerre più lunghe
Questo preambolo serve per comprendere la posizione della Russia, che dopo aver dato segni di difficoltà – ricordiamo quando l'esportazione di controller per videogiochi dal Regno Unito a Mosca fu vietata in quanto possono essere riutilizzati per pilotare droni contro l'Ucraina – ha trovato il modo di rifornirsi di elettronica, materie prime e prodotti chimici da altre fonti, aggirando in parte le sanzioni su elettronica, macchinari e metalli per non limitare la propria capacità militare e industriale bellica. Tra questi rientrano circuiti elettronici e altri componenti che possono essere utilizzati nei sistemi d'arma. Per il Cremlino è ora importante ricostruire la propria reputazione di esportatore di armi, poiché la mancata vittoria sull’Ucraina l’ha fortemente intaccata e senza accordi con l’Iran e la Corea del Nord le forze russe si sarebbero trovare in grande difficoltà. Nel 2023 la Russia aveva ceduto la sua posizione di secondo fornitore di armi al mondo alla Francia, con un crollo del 53% delle sue vendite, nonostante le esportazioni verso l'Africa subsahariana, dove dal 2018 al 2022 Mosca deteneva una quota di mercato del 26%, seguita dalla Cina con il 21%. Ma il Cremlino ha fatto diversi errori, tanto che le esportazioni di armi russe sono diminuite del 92% dal 2021 al 2024 a causa del reindirizzamento delle risorse verso il fronte ucraino; delle sanzioni, dell'inflazione e dei problemi di finanziamento della produzione. Inoltre, il numero di paesi che acquistano armi russe è diminuito drasticamente e importanti acquirenti, come l'India, si sono rivolti ai concorrenti, ovvero Cina e Francia. Infine, seppure Mosca abbia promosso il suo nuovo caccia stealth Su-57, esaltandone le prestazioni dimostrate in combattimento in Ucraina, ha incontrato scarso successo. Inoltre, dal 2019 al 2023 la quota cinese è scesa al 19%, superando però quella russa del 17%. Ciò perché nello stesso periodo le importazioni di armi da parte dei paesi africani sono crollate del 52% e questo ha provocato un forte calo delle entrate anche per l'industria bellica russa. Alcuni dei principali clienti russi in Africa hanno resistito alle pressioni delle sanzioni, così la Russia ha ceduto terreno nel mercato degli armamenti ad altri fornitori e fa maggiore affidamento su accordi di fornitura di armi con stati fragili e afflitti da conflitti.
Acquisti più rapidi e con meno vincoli politici
Nonostante questo Mosca rimane un partner privilegiato per molti regimi autoritari africani che non potrebbero acquistare armi altrove e neppure ingaggiare istruttori militari. Sia per ragioni economiche, sia per quelle politiche, incontrando barriere e cavilli insormontabili. Al vertice Russia-Africa del luglio 2023, tenutosi a San Pietroburgo, il presidente Vladimir Putin dichiarò che la Russia aveva 40 accordi tecnico-militari in essere con i paesi africani. Questi patti, che comprendono l'antiterrorismo, la sicurezza e l'addestramento delle forze di polizia, aprono le porte a maggiori vendite di armi russe piuttosto che occidentali. Le esperienze di Nigeria, Angola e Uganda sono state emblematiche: da un lato, la Nigeria ha firmato un accordo di cooperazione militare con la Russia nell'agosto 2021, considerando gli elicotteri da combattimento Mi-35M e Mi-171E armi cruciali nella lotta contro Boko Haram. Dall'altro, Russian Helicopter ha subito una grave crisi nella catena di approvvigionamento dei componenti, che avrebbe avuto ripercussioni negative sugli acquisti di armi della Nigeria, che infine ha scelto di rafforzare la propria industria bellica nazionale portandola a un’autosufficienza del 40% entro il 2027, ma anche a firmare un accordo di difesa da un miliardo di dollari con l'India per colmare le lacune russe. L'Angola, che era il più grande cliente russo in Africa, si è trovata ad affrontare un dilemma simile riguardo alla fattibilità dell'acquisto di armi e nel 2019 il presidente angolano João Lourenço aveva dato il via alla costruzione di fabbriche per la produzione di armi russe. Entro la fine del 2022, l'Angola avrebbe voluto disinvestire dalla sua dipendenza dagli equipaggiamenti militari esteri, e in un'intervista del dicembre 2022 a Voice of America, Lourenço aveva ammesso che l'esercito angolano dipendeva dalla tecnologia dell'era sovietica e invitava gli Usa a partecipare ai suoi programmi militari. Alla Conferenza sulla sicurezza di Mosca dell'agosto 2023, il ministro della Difesa ugandese Vincent Sempija si era dichiarato aperto a una cooperazione militare a lungo termine con la Russia. Questa retorica, tuttavia, non si è tradotta in contratti redditizi e la Russia si è sentita in dovere di donare cento milioni di dollari in equipaggiamenti militari per mantenere l'Uganda tra i clienti. Dopo la fornitura di sistemi per la guerra elettronica Krasukha-4 all'Etiopia, Mosca ha perso un grande cliente come l’India, che recentemente ha acquistato caccia Rafale per la propria Marina abbandonando i MiG-29. Secondo Rosoboronexport, la società per l’esportazione di armi del Cremlino, le aziende russe manterrebbero comunque un portafoglio ordini record di 55 miliardi di dollari per forniture destinate a 44 paesi del mondo, annunciando anche di aver firmato i primi contratti con clienti “anonimi” proprio per i caccia russi Su-57e di quinta generazione. Poi si è saputo che si tratterebbe di un Paese africano, l’Algeria.
L’importanza del ruolo dei mercenari
La presenza di compagnie militari private russe in Sudan e Mali ha consentito un trasferimento di armi particolarmente agevole. Queste organizzazioni forniscono ordigni alle forze locali che addestrano e le barattano con i loro clienti in cambio di denaro e concessioni minerarie. Dopo lo scoppio della guerra civile in Sudan nell'aprile 2023, il Gruppo Wagner ha inviato missili alle Forze di Supporto Rapido (Rsf) di Mohamed Hamdan Dagalo e il capo dell'Esercito nazionale libico Khalifa Haftar fu implicato in questo traffico di armi. L'organizzazione successiva a Wagner, l'Afrika Korps, ha trasportato armi da Bangui a Birao (Sudan) e ha utilizzato aerei emiratini per trasferire armi alle Forze armate rivoluzionarie (Rsf). Nonostante questi accordi la Russia ha contemporaneamente perseguito un accordo di scambio di armi per la base di Port Sudan con il rivale di Hemedti, le Forze Armate Sudanesi. Anche l’'abrogazione della cooperazione in materia di sicurezza tra Usa e Niger ha facilitato i trasferimenti di armi russi: nell'aprile 2024 il Niger aveva acquistato sistemi di difesa antiaerea e ha assunto tecnici russi per installarli. Bisogna quindi ricordare sempre che non è tanto il costo di un fucile o di un missile a fare il valore di una commessa, quanto l’indotto in termini di assistenza, addestramento e continuità di aggiornamento per restare al passo con le contromisure adottate dai nemici. Ciò porta a un aumento dei prezzi fino al 500% nei casi più longevi e complessi, come per esempio quello delle batterie di missili per difesa aerea. Ne è un esempio la Turchia, che durante il primo mandato di Trump fu espulsa dal programma industriale dello F-35 per aver acquistato da Putin i missili S-400.
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Con la spesa militare globale mai così alta dai tempi della Guerra fredda, a salvare l’export di Mosca è il continente nero, che riconquista il secondo posto a livello globale scalzando la Francia.Nel corso del 2024 la spesa militare globale ha raggiunto la cifra senza precedenti di 2,72 trilioni di dollari, segnando +9,4% rispetto all'anno precedente e il più forte aumento annuale dalla fine della Guerra fredda. Lo ha calcolato lo Stockholm International Peace Research Institute (Sipri) che ha anche segnalato come si tratti del decimo anno consecutivo di crescita della spesa militare mondiale, trainata dalle crescenti tensioni geopolitiche in tutte le regioni, ma in Europa e Medio Oriente a fronte dei conflitti in corso in Ucraina e Gaza.In questo scenario gli Stati Uniti hanno mantenuto la prima posizione con 997 miliardi di dollari, pari al 37% della spesa globale, annunciando che nel 2026 tale spesa supererà il miliardo di dollari. Segue la Cina con una stima di 314 miliardi di dollari, e a scapito della Francia al terzo posto torna la Russia (149 miliardi di dollari), quindi Germania (88,5 miliardi) e l’India (86,1). Insieme, queste nazioni rappresentano il 60% della spesa militare mondiale. I membri della Nato hanno speso complessivamente 1.510 miliardi di dollari per le loro forze armate, rappresentando oltre la metà (55%) della spesa globale. Diciotto dei 32 membri dell'Alleanza hanno raggiunto o superato l'obiettivo di spesa del 2% del Pil. Ovviamente l'Ucraina si posiziona nei primi dieci posti, precisamente all'ottavo posto a livello mondiale con 64,7 miliardi di dollari, ovvero il 34% del suo prodotto interno lordo. Sale anche la spesa militare del Giappone, cresciuta di un sorprendente 21% nel 2024, raggiungendo 55,3 miliardi di dollari, segnando il maggiore incremento dal 1952.Grandi affari grazie alle guerre più lungheQuesto preambolo serve per comprendere la posizione della Russia, che dopo aver dato segni di difficoltà – ricordiamo quando l'esportazione di controller per videogiochi dal Regno Unito a Mosca fu vietata in quanto possono essere riutilizzati per pilotare droni contro l'Ucraina – ha trovato il modo di rifornirsi di elettronica, materie prime e prodotti chimici da altre fonti, aggirando in parte le sanzioni su elettronica, macchinari e metalli per non limitare la propria capacità militare e industriale bellica. Tra questi rientrano circuiti elettronici e altri componenti che possono essere utilizzati nei sistemi d'arma. Per il Cremlino è ora importante ricostruire la propria reputazione di esportatore di armi, poiché la mancata vittoria sull’Ucraina l’ha fortemente intaccata e senza accordi con l’Iran e la Corea del Nord le forze russe si sarebbero trovare in grande difficoltà. Nel 2023 la Russia aveva ceduto la sua posizione di secondo fornitore di armi al mondo alla Francia, con un crollo del 53% delle sue vendite, nonostante le esportazioni verso l'Africa subsahariana, dove dal 2018 al 2022 Mosca deteneva una quota di mercato del 26%, seguita dalla Cina con il 21%. Ma il Cremlino ha fatto diversi errori, tanto che le esportazioni di armi russe sono diminuite del 92% dal 2021 al 2024 a causa del reindirizzamento delle risorse verso il fronte ucraino; delle sanzioni, dell'inflazione e dei problemi di finanziamento della produzione. Inoltre, il numero di paesi che acquistano armi russe è diminuito drasticamente e importanti acquirenti, come l'India, si sono rivolti ai concorrenti, ovvero Cina e Francia. Infine, seppure Mosca abbia promosso il suo nuovo caccia stealth Su-57, esaltandone le prestazioni dimostrate in combattimento in Ucraina, ha incontrato scarso successo. Inoltre, dal 2019 al 2023 la quota cinese è scesa al 19%, superando però quella russa del 17%. Ciò perché nello stesso periodo le importazioni di armi da parte dei paesi africani sono crollate del 52% e questo ha provocato un forte calo delle entrate anche per l'industria bellica russa. Alcuni dei principali clienti russi in Africa hanno resistito alle pressioni delle sanzioni, così la Russia ha ceduto terreno nel mercato degli armamenti ad altri fornitori e fa maggiore affidamento su accordi di fornitura di armi con stati fragili e afflitti da conflitti.Acquisti più rapidi e con meno vincoli politiciNonostante questo Mosca rimane un partner privilegiato per molti regimi autoritari africani che non potrebbero acquistare armi altrove e neppure ingaggiare istruttori militari. Sia per ragioni economiche, sia per quelle politiche, incontrando barriere e cavilli insormontabili. Al vertice Russia-Africa del luglio 2023, tenutosi a San Pietroburgo, il presidente Vladimir Putin dichiarò che la Russia aveva 40 accordi tecnico-militari in essere con i paesi africani. Questi patti, che comprendono l'antiterrorismo, la sicurezza e l'addestramento delle forze di polizia, aprono le porte a maggiori vendite di armi russe piuttosto che occidentali. Le esperienze di Nigeria, Angola e Uganda sono state emblematiche: da un lato, la Nigeria ha firmato un accordo di cooperazione militare con la Russia nell'agosto 2021, considerando gli elicotteri da combattimento Mi-35M e Mi-171E armi cruciali nella lotta contro Boko Haram. Dall'altro, Russian Helicopter ha subito una grave crisi nella catena di approvvigionamento dei componenti, che avrebbe avuto ripercussioni negative sugli acquisti di armi della Nigeria, che infine ha scelto di rafforzare la propria industria bellica nazionale portandola a un’autosufficienza del 40% entro il 2027, ma anche a firmare un accordo di difesa da un miliardo di dollari con l'India per colmare le lacune russe. L'Angola, che era il più grande cliente russo in Africa, si è trovata ad affrontare un dilemma simile riguardo alla fattibilità dell'acquisto di armi e nel 2019 il presidente angolano João Lourenço aveva dato il via alla costruzione di fabbriche per la produzione di armi russe. Entro la fine del 2022, l'Angola avrebbe voluto disinvestire dalla sua dipendenza dagli equipaggiamenti militari esteri, e in un'intervista del dicembre 2022 a Voice of America, Lourenço aveva ammesso che l'esercito angolano dipendeva dalla tecnologia dell'era sovietica e invitava gli Usa a partecipare ai suoi programmi militari. Alla Conferenza sulla sicurezza di Mosca dell'agosto 2023, il ministro della Difesa ugandese Vincent Sempija si era dichiarato aperto a una cooperazione militare a lungo termine con la Russia. Questa retorica, tuttavia, non si è tradotta in contratti redditizi e la Russia si è sentita in dovere di donare cento milioni di dollari in equipaggiamenti militari per mantenere l'Uganda tra i clienti. Dopo la fornitura di sistemi per la guerra elettronica Krasukha-4 all'Etiopia, Mosca ha perso un grande cliente come l’India, che recentemente ha acquistato caccia Rafale per la propria Marina abbandonando i MiG-29. Secondo Rosoboronexport, la società per l’esportazione di armi del Cremlino, le aziende russe manterrebbero comunque un portafoglio ordini record di 55 miliardi di dollari per forniture destinate a 44 paesi del mondo, annunciando anche di aver firmato i primi contratti con clienti “anonimi” proprio per i caccia russi Su-57e di quinta generazione. Poi si è saputo che si tratterebbe di un Paese africano, l’Algeria.L’importanza del ruolo dei mercenariLa presenza di compagnie militari private russe in Sudan e Mali ha consentito un trasferimento di armi particolarmente agevole. Queste organizzazioni forniscono ordigni alle forze locali che addestrano e le barattano con i loro clienti in cambio di denaro e concessioni minerarie. Dopo lo scoppio della guerra civile in Sudan nell'aprile 2023, il Gruppo Wagner ha inviato missili alle Forze di Supporto Rapido (Rsf) di Mohamed Hamdan Dagalo e il capo dell'Esercito nazionale libico Khalifa Haftar fu implicato in questo traffico di armi. L'organizzazione successiva a Wagner, l'Afrika Korps, ha trasportato armi da Bangui a Birao (Sudan) e ha utilizzato aerei emiratini per trasferire armi alle Forze armate rivoluzionarie (Rsf). Nonostante questi accordi la Russia ha contemporaneamente perseguito un accordo di scambio di armi per la base di Port Sudan con il rivale di Hemedti, le Forze Armate Sudanesi. Anche l’'abrogazione della cooperazione in materia di sicurezza tra Usa e Niger ha facilitato i trasferimenti di armi russi: nell'aprile 2024 il Niger aveva acquistato sistemi di difesa antiaerea e ha assunto tecnici russi per installarli. Bisogna quindi ricordare sempre che non è tanto il costo di un fucile o di un missile a fare il valore di una commessa, quanto l’indotto in termini di assistenza, addestramento e continuità di aggiornamento per restare al passo con le contromisure adottate dai nemici. Ciò porta a un aumento dei prezzi fino al 500% nei casi più longevi e complessi, come per esempio quello delle batterie di missili per difesa aerea. Ne è un esempio la Turchia, che durante il primo mandato di Trump fu espulsa dal programma industriale dello F-35 per aver acquistato da Putin i missili S-400.
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Per chi avrà il compito titanico di rifondare il calcio nazionale disperso nelle lande della Bosnia vale lo stesso principio: non servono né fantasia né italica furbizia, basta mettere in pratica i fondamentali che tutta Europa applica, mutuati da due realtà vincenti, Norvegia e Germania. La prima in ascesa, la seconda in declino controllato fra i veleni del calcio iperglobalizzato, ma ai Mondiali ci va in carrozza.
Al di là delle futili promesse che da 12 anni accompagnano rivoluzioni mai neppure immaginate (basta un rigore non dato domenica prossima per tornare alla misera routine) esistono due precondizioni di buonsenso: che il pallone italiano venga innervato da giovani italiani (finanziamento dei vivai con il 10-15% dei fatturati) e che nel campionato italiano giochino mediani, esterni a tutta fascia, centravanti italiani (almeno 3-4 per squadra dal primo minuto). In caso contrario si tratta di chiacchiere e distintivo alla Gabriele Gravina. Sembrano banalità ma non lo sono: deve infortunarsi il mediocre Pervin Estupinan perché il Milan scopra Davide Bartesaghi, deve marcare visita mezzo Napoli perché Antonio Conte mandi in campo Antonio Vergara, deve fare cilecca per un’intera stagione Markus Thuram perché l’Inter punti con decisione su Pio Esposito.
Stilati i punti fermi ecco i modelli vincenti da copiare. Una ventina d’anni fa in Norvegia hanno deciso di investire non solo nello sci ma anche in quella strana sfera che rotola su un prato. E hanno puntato su tre fattori: 1) i ragazzi fino a 13 anni devono divertirsi, quindi nessuna esasperazione tattica ma solo crescita atletica e tecnica; 2) il rinnovamento di tutti gli impianti di base e di vertice (senza comitati e pm «bellaciao» in circolazione è più facile); 3) le scuole calcio affidate a educatori in grado di trasmettere l’etica dello sport e non solo l’urgenza del risultato a tutti i costi e con tutti i mezzucci. Uno schema vincente, anche se per stracciare gli avversari dalle metodologie meno cool bisogna poi avere in squadra Erling Haaland, Alexander Sorloth e Antonio Nusa.
In Germania hanno costruito un modello più centralista, con 366 scuole calcio regionali più 52 d’eccellenza finanziate dalla federazione e piazzate a macchia di leopardo in tutti i länder. Quindi controllo diretto del territorio, dei vivai e delle filosofie di gioco. Si chiama «Programma talenti», è stato varato dopo la disfatta a Euro 2000 e ha portato il Wunderteam a vincere il mondiale 2014 in Brasile. Ogni club ha l’obbligo di schierare una squadra B (in Italia ci arriviamo adesso) e i giovani calciatori fino ai 14 anni devono imparare tutti i fondamentali, le specializzazioni arrivano dopo. Poiché «è sempre vero anche il contrario», il Barcellona si è accaparrato Lamine Yamal a 7 anni e non ha mai pensato di metterlo in porta.
Tornando al modello tedesco, molta importanza è stata data allo scouting dei giovani talenti, alla necessità di farli giocare e non invecchiare in panchina. E alla formazione professionale dei tecnici, con la realizzazione di una vera e propria università del pallone, con l’esplosione di Jürgen Klopp, Hans Dieter Flick, Thomas Tuchel e del simpaticone Julian Nagelsmann. Pur senza raggiungere mai gli abissi italiani, il sistema tedesco conosce alti e bassi per due motivi: la presenza costante di club come Bayern Monaco e Borussia Dortmund nel supermarket dei talenti stranieri e il gap generazionale. Non tutti gli anni nascono i Kroos, i Neuer, i Kimmich.
Mentre Matteo Renzi minaccia di organizzare «una riunione pubblica di Italia Viva in cui daremo le nostre idee sul futuro del calcio» (detto da un ex premier che non ha un’idea di Paese ma solo un’idea di poltrone fa ridere), copiare diventa un dovere. E se guardare agli altri è un atteggiamento troppo esterofilo o provinciale, basta riprendere in mano il dossier di Roberto Baggio. Una decina di anni fa il Divin Codino era stato incaricato dalla federazione di preparare uno studio con l’obiettivo di ripensare dalle fondamenta il calcio italiano. Ne scaturì un lavoro monstre, 900 pagine stilate con 50 collaboratori che finirono sulle scrivanie del Consiglio federale.
Lì dentro c’era tutto. La nuova formazione degli allenatori con una selezione rigorosa e percorsi di studio. La suddivisione dell’Italia in 100 distretti con gli osservatori federali pronti a scoprire i talenti. La necessità di valorizzare i vivai con un indirizzo preciso: sviluppare la tecnica (era Baggio non Gentile) e non solo la fisicità, crescere giovani con cultura sportiva e non solo con la fregola del 4-4-2 o della ripartenza a elastico. Il dossier finì in qualche cassetto e in qualche camino, Baggio tornò a caccia in Patagonia. E la Nazionale a farsi impallinare in Bosnia.
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Stampa francese sul bombardamento austriaco di Venezia con palloni senza pilota (Getty Images)
Il quadro storico è quello dell’assedio austriaco alla città di Venezia, durante la prima guerra d’Indipendenza. Gli austriaci di Radetzky, dopo aver occupato le città dell’entroterra veneto, cingevano d’assedio la Repubblica di San Marco in quei mesi governata da Daniele Manin dopo la rivolta che cacciò temporaneamente gli stessi asburgici. Verso la tarda primavera del 1849, gli austriaci avevano espugnato una delle strutture difensive più importanti della città, il Forte Marghera.
A Treviso, centro logistico militare austriaco da cui passavano le armi per l’assedio di Venezia, fu preparato un esperimento senza precedenti nella storia militare. Il generale dell’artiglieria Franz von Ucathius, militare ed inventore poliedrico (costruì uno dei primi proiettori di immagini in movimento e sperimentò l’autofrettaggio sulle bocche da fuoco) aveva studiato la prima forma di bombardamento aereo al mondo tramite piccoli aerostati senza pilota. Un primo progetto prevedeva l’uso di un pallone-guida dotato di vela per la direzione con equipaggio a bordo. A quest’ultimo sarebbero stati vincolati altri piccoli palloni tramite cavi di rame a loro volta collegati ad una batteria galvanica. Giunti sull’obiettivo, gli aerostati avrebbero sganciato il carico esplosivo tramite un impulso elettrico proveniente dall’aerostato madre.
Dalla base austriaca nel trevigiano, nella primavera dell’assedio, furono svolti i primi esperimenti e i veneziani notarono alcuni aerostati in volo e gli scoppi delle cariche rilasciate. Il fenomeno allarmò i comandi della Repubblica di San Marco che cercarono di studiare un sistema di difesa per quell’arma inedita. Fu la nascita di un primo, sperimentale, sistema di difesa aerea delle città. Il maggiore friulano Leonardo Andervolti, ufficiale del genio al servizio di Manin, portò l’idea di utilizzare un «razzo Congreve», usato dagli inglesi già nel 1811. Si trattava di un tubo riempito di polvere da sparo al quale Andervolti intendeva fissare un arpione legato ad una fune, che avrebbe permesso di agganciare il pallone esplosivo degli austriaci mentre sorvolava la città. Un’idea ancora più originale venne dall’ingegnere milanese Giovanni Battista Piatti. Un pallone ancorato ad una nave, che garantiva agili spostamenti corretti, avrebbe dovuto intercettare gli aerostati nemici e, una volta raggiunti, lanciare un arpione che avrebbe vincolato il pallone esplosivo all’aerostato di difesa. A sua volta richiamato dalla nave madre, il personale avrebbe neutralizzato la carica esplosiva.
Von Ucathius venne a conoscere le contromosse veneziane, senza però desistere dal suo esperimento. Abbandonata l’idea dei palloni portati dall’aerostato madre, mise da parte anche il sistema di sgancio elettrico tramite funi di rame. Fece allora costruire a Treviso palloni più piccoli con l’involucro in carta cerata, simile a quello delle lanterne cinesi. Il sistema di sgancio e detonazione sarebbe stato garantito da una miccia temporizzata, regolata per un volo intorno ai 35 minuti. Senza giuda, i palloni avrebbero dovuto compiere un volo libero calcolato secondo stime metereologiche dopo il decollo da una nave.
Il primo lancio sperimentale avvenne il 7 luglio 1849 durante uno degli assalti austriaci al ponte ferroviario che collegava Mestre a Venezia, condotto di notte dagli uomini di Radetzky anche con barchini esplosivi. Fu in quell’occasione lanciato un solo pallone, decollato da Campalto, che fu probabilmente utilizzato per calcolare la traiettoria per futuri attacchi dal cielo. I veneziani videro nuovamente gli aerostati nemici il 12 ed il 18 luglio, senza che questi recassero danni alla città cinta d’assedio.
Il 25 luglio 1849 fu lanciato il primo vero bombardamento dal cielo, con decine di palloni esplosivi lanciati dalla nave della Marina imperiale «Vulcano», ancorata nei pressi del Lido, che può considerarsi la prima portaerei della storia. Le cronache raccontano del sostanziale fallimento di quei primissimi droni. Il primo pallone scese troppo presto e scoppiò tra la vegetazione a poca distanza dal Lido, altri furono deviati dal vento in direzione opposta alla città. Altri ancora la sorvolarono senza esplodere, dirigendosi in alcuni casi verso le linee austriache a Marghera e Campalto. Le cronache divergono anche sugli effetti del bombardamento: molti cronisti dell’epoca, tra cui Niccolò Tommaseo, affermano che la città non fu danneggiata e che il volo dei palloni costituisse un divertente spettacolo per i veneziani. Altri invece hanno affermato che la nuova arma avesse prodotto un senso di angoscia nella popolazione già provata dall’assedio e che uno dei palloni fosse esploso in Piazza San Marco (ma non vi sono prove certe). Il 29 luglio gli austriaci scelsero di tornare alle armi tradizionali con un violentissimo bombardamento di artiglieria. Complice il colera che colpì Venezia, di fronte alla popolazione stremata dal morbo e dall’assedio, Daniele Manin si arrese agli austriaci il 22 agosto 1849. E sul ponte della ferrovia sventolò la famigerata «bandiera bianca».
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