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2025-05-02
L’Africa salva il mercato delle armi russe
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Vladimir Putin stringe la mano al presidente del Mozambico Filipe Nyusi durante una foto con i capi delegazione e i partecipanti al Secondo Vertice del Forum Economico e Umanitario Russia-Africa a San Pietroburgo del 28 luglio 2023 (Ansa)
Con la spesa militare globale mai così alta dai tempi della Guerra fredda, a salvare l’export di Mosca è il continente nero, che riconquista il secondo posto a livello globale scalzando la Francia.
Nel corso del 2024 la spesa militare globale ha raggiunto la cifra senza precedenti di 2,72 trilioni di dollari, segnando +9,4% rispetto all'anno precedente e il più forte aumento annuale dalla fine della Guerra fredda. Lo ha calcolato lo Stockholm International Peace Research Institute (Sipri) che ha anche segnalato come si tratti del decimo anno consecutivo di crescita della spesa militare mondiale, trainata dalle crescenti tensioni geopolitiche in tutte le regioni, ma in Europa e Medio Oriente a fronte dei conflitti in corso in Ucraina e Gaza.
In questo scenario gli Stati Uniti hanno mantenuto la prima posizione con 997 miliardi di dollari, pari al 37% della spesa globale, annunciando che nel 2026 tale spesa supererà il miliardo di dollari. Segue la Cina con una stima di 314 miliardi di dollari, e a scapito della Francia al terzo posto torna la Russia (149 miliardi di dollari), quindi Germania (88,5 miliardi) e l’India (86,1). Insieme, queste nazioni rappresentano il 60% della spesa militare mondiale. I membri della Nato hanno speso complessivamente 1.510 miliardi di dollari per le loro forze armate, rappresentando oltre la metà (55%) della spesa globale. Diciotto dei 32 membri dell'Alleanza hanno raggiunto o superato l'obiettivo di spesa del 2% del Pil. Ovviamente l'Ucraina si posiziona nei primi dieci posti, precisamente all'ottavo posto a livello mondiale con 64,7 miliardi di dollari, ovvero il 34% del suo prodotto interno lordo. Sale anche la spesa militare del Giappone, cresciuta di un sorprendente 21% nel 2024, raggiungendo 55,3 miliardi di dollari, segnando il maggiore incremento dal 1952.
Grandi affari grazie alle guerre più lunghe
Questo preambolo serve per comprendere la posizione della Russia, che dopo aver dato segni di difficoltà – ricordiamo quando l'esportazione di controller per videogiochi dal Regno Unito a Mosca fu vietata in quanto possono essere riutilizzati per pilotare droni contro l'Ucraina – ha trovato il modo di rifornirsi di elettronica, materie prime e prodotti chimici da altre fonti, aggirando in parte le sanzioni su elettronica, macchinari e metalli per non limitare la propria capacità militare e industriale bellica. Tra questi rientrano circuiti elettronici e altri componenti che possono essere utilizzati nei sistemi d'arma. Per il Cremlino è ora importante ricostruire la propria reputazione di esportatore di armi, poiché la mancata vittoria sull’Ucraina l’ha fortemente intaccata e senza accordi con l’Iran e la Corea del Nord le forze russe si sarebbero trovare in grande difficoltà. Nel 2023 la Russia aveva ceduto la sua posizione di secondo fornitore di armi al mondo alla Francia, con un crollo del 53% delle sue vendite, nonostante le esportazioni verso l'Africa subsahariana, dove dal 2018 al 2022 Mosca deteneva una quota di mercato del 26%, seguita dalla Cina con il 21%. Ma il Cremlino ha fatto diversi errori, tanto che le esportazioni di armi russe sono diminuite del 92% dal 2021 al 2024 a causa del reindirizzamento delle risorse verso il fronte ucraino; delle sanzioni, dell'inflazione e dei problemi di finanziamento della produzione. Inoltre, il numero di paesi che acquistano armi russe è diminuito drasticamente e importanti acquirenti, come l'India, si sono rivolti ai concorrenti, ovvero Cina e Francia. Infine, seppure Mosca abbia promosso il suo nuovo caccia stealth Su-57, esaltandone le prestazioni dimostrate in combattimento in Ucraina, ha incontrato scarso successo. Inoltre, dal 2019 al 2023 la quota cinese è scesa al 19%, superando però quella russa del 17%. Ciò perché nello stesso periodo le importazioni di armi da parte dei paesi africani sono crollate del 52% e questo ha provocato un forte calo delle entrate anche per l'industria bellica russa. Alcuni dei principali clienti russi in Africa hanno resistito alle pressioni delle sanzioni, così la Russia ha ceduto terreno nel mercato degli armamenti ad altri fornitori e fa maggiore affidamento su accordi di fornitura di armi con stati fragili e afflitti da conflitti.
Acquisti più rapidi e con meno vincoli politici
Nonostante questo Mosca rimane un partner privilegiato per molti regimi autoritari africani che non potrebbero acquistare armi altrove e neppure ingaggiare istruttori militari. Sia per ragioni economiche, sia per quelle politiche, incontrando barriere e cavilli insormontabili. Al vertice Russia-Africa del luglio 2023, tenutosi a San Pietroburgo, il presidente Vladimir Putin dichiarò che la Russia aveva 40 accordi tecnico-militari in essere con i paesi africani. Questi patti, che comprendono l'antiterrorismo, la sicurezza e l'addestramento delle forze di polizia, aprono le porte a maggiori vendite di armi russe piuttosto che occidentali. Le esperienze di Nigeria, Angola e Uganda sono state emblematiche: da un lato, la Nigeria ha firmato un accordo di cooperazione militare con la Russia nell'agosto 2021, considerando gli elicotteri da combattimento Mi-35M e Mi-171E armi cruciali nella lotta contro Boko Haram. Dall'altro, Russian Helicopter ha subito una grave crisi nella catena di approvvigionamento dei componenti, che avrebbe avuto ripercussioni negative sugli acquisti di armi della Nigeria, che infine ha scelto di rafforzare la propria industria bellica nazionale portandola a un’autosufficienza del 40% entro il 2027, ma anche a firmare un accordo di difesa da un miliardo di dollari con l'India per colmare le lacune russe. L'Angola, che era il più grande cliente russo in Africa, si è trovata ad affrontare un dilemma simile riguardo alla fattibilità dell'acquisto di armi e nel 2019 il presidente angolano João Lourenço aveva dato il via alla costruzione di fabbriche per la produzione di armi russe. Entro la fine del 2022, l'Angola avrebbe voluto disinvestire dalla sua dipendenza dagli equipaggiamenti militari esteri, e in un'intervista del dicembre 2022 a Voice of America, Lourenço aveva ammesso che l'esercito angolano dipendeva dalla tecnologia dell'era sovietica e invitava gli Usa a partecipare ai suoi programmi militari. Alla Conferenza sulla sicurezza di Mosca dell'agosto 2023, il ministro della Difesa ugandese Vincent Sempija si era dichiarato aperto a una cooperazione militare a lungo termine con la Russia. Questa retorica, tuttavia, non si è tradotta in contratti redditizi e la Russia si è sentita in dovere di donare cento milioni di dollari in equipaggiamenti militari per mantenere l'Uganda tra i clienti. Dopo la fornitura di sistemi per la guerra elettronica Krasukha-4 all'Etiopia, Mosca ha perso un grande cliente come l’India, che recentemente ha acquistato caccia Rafale per la propria Marina abbandonando i MiG-29. Secondo Rosoboronexport, la società per l’esportazione di armi del Cremlino, le aziende russe manterrebbero comunque un portafoglio ordini record di 55 miliardi di dollari per forniture destinate a 44 paesi del mondo, annunciando anche di aver firmato i primi contratti con clienti “anonimi” proprio per i caccia russi Su-57e di quinta generazione. Poi si è saputo che si tratterebbe di un Paese africano, l’Algeria.
L’importanza del ruolo dei mercenari
La presenza di compagnie militari private russe in Sudan e Mali ha consentito un trasferimento di armi particolarmente agevole. Queste organizzazioni forniscono ordigni alle forze locali che addestrano e le barattano con i loro clienti in cambio di denaro e concessioni minerarie. Dopo lo scoppio della guerra civile in Sudan nell'aprile 2023, il Gruppo Wagner ha inviato missili alle Forze di Supporto Rapido (Rsf) di Mohamed Hamdan Dagalo e il capo dell'Esercito nazionale libico Khalifa Haftar fu implicato in questo traffico di armi. L'organizzazione successiva a Wagner, l'Afrika Korps, ha trasportato armi da Bangui a Birao (Sudan) e ha utilizzato aerei emiratini per trasferire armi alle Forze armate rivoluzionarie (Rsf). Nonostante questi accordi la Russia ha contemporaneamente perseguito un accordo di scambio di armi per la base di Port Sudan con il rivale di Hemedti, le Forze Armate Sudanesi. Anche l’'abrogazione della cooperazione in materia di sicurezza tra Usa e Niger ha facilitato i trasferimenti di armi russi: nell'aprile 2024 il Niger aveva acquistato sistemi di difesa antiaerea e ha assunto tecnici russi per installarli. Bisogna quindi ricordare sempre che non è tanto il costo di un fucile o di un missile a fare il valore di una commessa, quanto l’indotto in termini di assistenza, addestramento e continuità di aggiornamento per restare al passo con le contromisure adottate dai nemici. Ciò porta a un aumento dei prezzi fino al 500% nei casi più longevi e complessi, come per esempio quello delle batterie di missili per difesa aerea. Ne è un esempio la Turchia, che durante il primo mandato di Trump fu espulsa dal programma industriale dello F-35 per aver acquistato da Putin i missili S-400.
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Con la spesa militare globale mai così alta dai tempi della Guerra fredda, a salvare l’export di Mosca è il continente nero, che riconquista il secondo posto a livello globale scalzando la Francia.Nel corso del 2024 la spesa militare globale ha raggiunto la cifra senza precedenti di 2,72 trilioni di dollari, segnando +9,4% rispetto all'anno precedente e il più forte aumento annuale dalla fine della Guerra fredda. Lo ha calcolato lo Stockholm International Peace Research Institute (Sipri) che ha anche segnalato come si tratti del decimo anno consecutivo di crescita della spesa militare mondiale, trainata dalle crescenti tensioni geopolitiche in tutte le regioni, ma in Europa e Medio Oriente a fronte dei conflitti in corso in Ucraina e Gaza.In questo scenario gli Stati Uniti hanno mantenuto la prima posizione con 997 miliardi di dollari, pari al 37% della spesa globale, annunciando che nel 2026 tale spesa supererà il miliardo di dollari. Segue la Cina con una stima di 314 miliardi di dollari, e a scapito della Francia al terzo posto torna la Russia (149 miliardi di dollari), quindi Germania (88,5 miliardi) e l’India (86,1). Insieme, queste nazioni rappresentano il 60% della spesa militare mondiale. I membri della Nato hanno speso complessivamente 1.510 miliardi di dollari per le loro forze armate, rappresentando oltre la metà (55%) della spesa globale. Diciotto dei 32 membri dell'Alleanza hanno raggiunto o superato l'obiettivo di spesa del 2% del Pil. Ovviamente l'Ucraina si posiziona nei primi dieci posti, precisamente all'ottavo posto a livello mondiale con 64,7 miliardi di dollari, ovvero il 34% del suo prodotto interno lordo. Sale anche la spesa militare del Giappone, cresciuta di un sorprendente 21% nel 2024, raggiungendo 55,3 miliardi di dollari, segnando il maggiore incremento dal 1952.Grandi affari grazie alle guerre più lungheQuesto preambolo serve per comprendere la posizione della Russia, che dopo aver dato segni di difficoltà – ricordiamo quando l'esportazione di controller per videogiochi dal Regno Unito a Mosca fu vietata in quanto possono essere riutilizzati per pilotare droni contro l'Ucraina – ha trovato il modo di rifornirsi di elettronica, materie prime e prodotti chimici da altre fonti, aggirando in parte le sanzioni su elettronica, macchinari e metalli per non limitare la propria capacità militare e industriale bellica. Tra questi rientrano circuiti elettronici e altri componenti che possono essere utilizzati nei sistemi d'arma. Per il Cremlino è ora importante ricostruire la propria reputazione di esportatore di armi, poiché la mancata vittoria sull’Ucraina l’ha fortemente intaccata e senza accordi con l’Iran e la Corea del Nord le forze russe si sarebbero trovare in grande difficoltà. Nel 2023 la Russia aveva ceduto la sua posizione di secondo fornitore di armi al mondo alla Francia, con un crollo del 53% delle sue vendite, nonostante le esportazioni verso l'Africa subsahariana, dove dal 2018 al 2022 Mosca deteneva una quota di mercato del 26%, seguita dalla Cina con il 21%. Ma il Cremlino ha fatto diversi errori, tanto che le esportazioni di armi russe sono diminuite del 92% dal 2021 al 2024 a causa del reindirizzamento delle risorse verso il fronte ucraino; delle sanzioni, dell'inflazione e dei problemi di finanziamento della produzione. Inoltre, il numero di paesi che acquistano armi russe è diminuito drasticamente e importanti acquirenti, come l'India, si sono rivolti ai concorrenti, ovvero Cina e Francia. Infine, seppure Mosca abbia promosso il suo nuovo caccia stealth Su-57, esaltandone le prestazioni dimostrate in combattimento in Ucraina, ha incontrato scarso successo. Inoltre, dal 2019 al 2023 la quota cinese è scesa al 19%, superando però quella russa del 17%. Ciò perché nello stesso periodo le importazioni di armi da parte dei paesi africani sono crollate del 52% e questo ha provocato un forte calo delle entrate anche per l'industria bellica russa. Alcuni dei principali clienti russi in Africa hanno resistito alle pressioni delle sanzioni, così la Russia ha ceduto terreno nel mercato degli armamenti ad altri fornitori e fa maggiore affidamento su accordi di fornitura di armi con stati fragili e afflitti da conflitti.Acquisti più rapidi e con meno vincoli politiciNonostante questo Mosca rimane un partner privilegiato per molti regimi autoritari africani che non potrebbero acquistare armi altrove e neppure ingaggiare istruttori militari. Sia per ragioni economiche, sia per quelle politiche, incontrando barriere e cavilli insormontabili. Al vertice Russia-Africa del luglio 2023, tenutosi a San Pietroburgo, il presidente Vladimir Putin dichiarò che la Russia aveva 40 accordi tecnico-militari in essere con i paesi africani. Questi patti, che comprendono l'antiterrorismo, la sicurezza e l'addestramento delle forze di polizia, aprono le porte a maggiori vendite di armi russe piuttosto che occidentali. Le esperienze di Nigeria, Angola e Uganda sono state emblematiche: da un lato, la Nigeria ha firmato un accordo di cooperazione militare con la Russia nell'agosto 2021, considerando gli elicotteri da combattimento Mi-35M e Mi-171E armi cruciali nella lotta contro Boko Haram. Dall'altro, Russian Helicopter ha subito una grave crisi nella catena di approvvigionamento dei componenti, che avrebbe avuto ripercussioni negative sugli acquisti di armi della Nigeria, che infine ha scelto di rafforzare la propria industria bellica nazionale portandola a un’autosufficienza del 40% entro il 2027, ma anche a firmare un accordo di difesa da un miliardo di dollari con l'India per colmare le lacune russe. L'Angola, che era il più grande cliente russo in Africa, si è trovata ad affrontare un dilemma simile riguardo alla fattibilità dell'acquisto di armi e nel 2019 il presidente angolano João Lourenço aveva dato il via alla costruzione di fabbriche per la produzione di armi russe. Entro la fine del 2022, l'Angola avrebbe voluto disinvestire dalla sua dipendenza dagli equipaggiamenti militari esteri, e in un'intervista del dicembre 2022 a Voice of America, Lourenço aveva ammesso che l'esercito angolano dipendeva dalla tecnologia dell'era sovietica e invitava gli Usa a partecipare ai suoi programmi militari. Alla Conferenza sulla sicurezza di Mosca dell'agosto 2023, il ministro della Difesa ugandese Vincent Sempija si era dichiarato aperto a una cooperazione militare a lungo termine con la Russia. Questa retorica, tuttavia, non si è tradotta in contratti redditizi e la Russia si è sentita in dovere di donare cento milioni di dollari in equipaggiamenti militari per mantenere l'Uganda tra i clienti. Dopo la fornitura di sistemi per la guerra elettronica Krasukha-4 all'Etiopia, Mosca ha perso un grande cliente come l’India, che recentemente ha acquistato caccia Rafale per la propria Marina abbandonando i MiG-29. Secondo Rosoboronexport, la società per l’esportazione di armi del Cremlino, le aziende russe manterrebbero comunque un portafoglio ordini record di 55 miliardi di dollari per forniture destinate a 44 paesi del mondo, annunciando anche di aver firmato i primi contratti con clienti “anonimi” proprio per i caccia russi Su-57e di quinta generazione. Poi si è saputo che si tratterebbe di un Paese africano, l’Algeria.L’importanza del ruolo dei mercenariLa presenza di compagnie militari private russe in Sudan e Mali ha consentito un trasferimento di armi particolarmente agevole. Queste organizzazioni forniscono ordigni alle forze locali che addestrano e le barattano con i loro clienti in cambio di denaro e concessioni minerarie. Dopo lo scoppio della guerra civile in Sudan nell'aprile 2023, il Gruppo Wagner ha inviato missili alle Forze di Supporto Rapido (Rsf) di Mohamed Hamdan Dagalo e il capo dell'Esercito nazionale libico Khalifa Haftar fu implicato in questo traffico di armi. L'organizzazione successiva a Wagner, l'Afrika Korps, ha trasportato armi da Bangui a Birao (Sudan) e ha utilizzato aerei emiratini per trasferire armi alle Forze armate rivoluzionarie (Rsf). Nonostante questi accordi la Russia ha contemporaneamente perseguito un accordo di scambio di armi per la base di Port Sudan con il rivale di Hemedti, le Forze Armate Sudanesi. Anche l’'abrogazione della cooperazione in materia di sicurezza tra Usa e Niger ha facilitato i trasferimenti di armi russi: nell'aprile 2024 il Niger aveva acquistato sistemi di difesa antiaerea e ha assunto tecnici russi per installarli. Bisogna quindi ricordare sempre che non è tanto il costo di un fucile o di un missile a fare il valore di una commessa, quanto l’indotto in termini di assistenza, addestramento e continuità di aggiornamento per restare al passo con le contromisure adottate dai nemici. Ciò porta a un aumento dei prezzi fino al 500% nei casi più longevi e complessi, come per esempio quello delle batterie di missili per difesa aerea. Ne è un esempio la Turchia, che durante il primo mandato di Trump fu espulsa dal programma industriale dello F-35 per aver acquistato da Putin i missili S-400.
Francesco Imprezzabile (Ansa)
Se Francesco avesse girato la testa dall’altra parte oggi sarebbe ancora vivo. La sua mamma avrebbe ancora un figlio. Il suo papà lo potrebbe abbracciare, e non in una bara. Se Francesco avesse girato la testa dall’altra parte potrebbe ancora organizzare una vacanza nell’adorata Sicilia, oppure una partitella di calcio, potrebbe dedicarsi alla musica, al nuoto, agli animali che amava. Invece adesso per Francesco c’è solo un funerale. Lo so che lui si ribellerebbe a queste parole. Era orgoglioso della sua divisa, la portava con fierezza, anche quando era amareggiato per il poco rispetto che la circondava. Parlava addirittura di «vocazione». Ma il risultato della vocazione è stato quell’inseguimento, quello schianto, la morte. E allora, guardando a lui con rispetto e ammirazione, non possiamo fare a meno di chiedere agli altri Francesco che in questo momento, nelle strade d’Italia, stanno organizzando posti di blocco: scusate, ma chi ve lo fa fare?
È una domanda amara, ma inevitabile. A inseguire i delinquenti si rischia la vita. O, in alternativa, per chi è fortunato, si rischia il processo. Come è successo ai carabinieri che, sempre a Milano, hanno inseguito Ramy Elgalm il 24 novembre 2024. Ricordate? Anche lì fu forzato un posto di blocco, anche lì gli uomini in divisa si misero all’inseguimento in mezzo alla città. Furono fortunati: sopravvissero. Morì Ramy. E allora, ancor prima che in tribunale, le forze dell’ordine furono processate in piazza (la rivolta del Corvetto), nei talk show e ovviamente nei palazzi della politica, con il sindaco Sala in prima fila a tirare le conclusioni dicendo tout court: «I carabinieri hanno sbagliato». Bene: è arrivata in queste ore la condanna in appello di Fares Bouzidi, il compare di Ramy, quello che guidava la moto che ha forzato il posto di blocco. Gli hanno ridotto la pena perché «ha cambiato stile di vita». Ma nella sentenza si dice in modo chiaro che «non risulta alcun tentativo di speronamento volontario da parte dei militari verso i due fuggitivi», che la «collisione è avvenuta tra la moto che corre verso l’auto e l’auto stesso ma non per effetto di una deliberata manovra di speronamento da parte del militare conducente» e che, anzi, «al momento della collisione l’auto militare era quasi ferma». Dunque i carabinieri che hanno inseguito Ramy, stando a questa sentenza, non hanno avuto alcuna colpa. A parte, ovviamente, quella di essere sopravvissuti.
Ma per essere sopravvissuti quei carabinieri hanno sopportato mesi di insulti, processi in piazza, condanne preventive. Per essere sopravvissuti sono ancora sotto processo, anche se non hanno fatto nulla di diverso di quello che dovevano fare: cioè inseguire chi stava scappando da un posto di blocco. E allora la domanda è inevitabile: la prossima volta, lo faranno ancora? E i loro colleghi? E soprattutto: vale ancora la pena farlo? Dico: vale la pena di inseguire? Se va bene si finisce alla sbarra, se va male si finisce al cimitero, come Francesco Imprezzabile. Penso a chi stamattina sta indossando la divisa, come ogni giorno, penso a quei poliziotti, carabinieri, vigili cui sarà chiesto di fare un posto di blocco. Ho troppo rispetto per loro per credere che qualcuno lo farà davvero. Ho troppo rispetto per loro per credere che qualcuno possa sottrarsi al dovere. Ma io lo dico. Non posso non dirlo. Con il cuore pieno di amarezza, ve lo chiedo: ma chi diavolo ve lo fa fare?
Chi forza un posto di blocco, in Italia, trova sempre qualcuno che lo difende. Chi un posto di blocco lo fa, invece, trova sempre qualcuno che lo condanna. A questo punto viene da domandarsi se non convenga trasformare i posti di blocco in sale da the per ladri e scippatori. Si accomodi, passi pure, gradisce un goccio di latte e un pasticcino? Le possiamo offrire un mazzo di fiori? Oppure, direttamente, mi chiedo se, i posti di blocco, non convenga abolirli. Del tutto. Via. Basta. Finish. Pensateci: così non si fa male più nessuno: né chi scappa né chi insegue. E tutti vissero delinquenti e contenti, a parte i cittadini, s’intende che sarebbero ancor più esposti di oggi ai violenti. Ma che ci volete fare? A far rispettare le leggi c’è solo da perderci la salute (se si finisce a processo) o addirittura la vita (se si finisce fuori strada con la moto). E perciò è inevitabile chiedersi perché ci sia ancora qualcuno che lo fa. Anche se le risposta è nota. In fondo è sempre la stessa. «Qui diventa sempre più dura quando ci tocca fare i conti/ con il coraggio della paura/ma poi se c’è una chiamata urgente si prende su/E ci si va lo stesso». Sono passati più di trent’anni dalla canzone di Giorgio Faletti, e purtroppo siamo ancora lì. Anzi, forse peggio. E scusi tanto se non è niente/Minchia signor tenente.
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L’energia è anche al centro degli equilibri fra Russia e America. Ieri, il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov ha rivelato al forum Letture Primakov che gli americani sarebbero pronti a partecipare alle forniture di gas russo all’Europa comprando la parte occidentale del Nord Stream e facendosi pagare dai paesi Ue un sovrapprezzo: «Gli americani stanno trattando per l’acquisto della sezione europea del Nord Stream, il suo ripristino e la sua gestione. Attraverso di esso potrà transitare solo il nostro gas. Noi forniremo il gas e loro lo rivenderanno. Ma credo che il prezzo sarà assai maggiorato».
Così, dopo che l’America ha mandato navi cariche del suo gas liquefatto in Europa, eccola proiettata a gestire il gasdotto sul fondo del Mar Baltico, danneggiato nel settembre 2022 da un attentato sottomarino di probabile matrice ucraina, come sostengono gli inquirenti tedeschi. Per Mosca non cambierebbe nulla, ma gli acquirenti europei pagherebbero royalties aggiuntive agli intermediari Usa. Beffa che riecheggia quanto si sussurrava nel 2025. Già allora il presidente americano Donald Trump evocava un ruolo di aziende Usa nel riparare il Nord Stream, poi erano uscite indiscrezioni secondo cui l’investitore Usa repubblicano Stephen Lynch avrebbe comprato il gasdotto e per altre voci anche l’ex-spia della Stasi, il servizio segreto tedesco-orientale, Matthias Warnig, già gestore di Nord Stream 2 per Gazprom, avrebbe avuto «un piano per riaprire il gasdotto col sostegno di aziende americane».
Di certo, i rapporti russo-americani restano centrali per la risoluzione della guerra ucraina, pur col rischio che i giganti s’accordino alle spalle dell’Europa. Lavrov ha detto che «si sta lavorando a una visita a Mosca degli inviati americani Steve Witkoff e Jared Kushner». Oltre che di Ucraina ed economia, parleranno anche degli equilibri strategici fra Aquila e Orso. Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, oltre a sostenere che «una difesa europea distinta da quella americana sarebbe ostile alla Russia», ha rammentato che «solo il deterrente nucleare preserva il mondo da una guerra globale, ma non scongiura guerre regionali». Monito agli Stati Uniti, per quella voglia di invulnerabilità che fin dal 2002 li spinse a stracciare il trattato Abm del 1972 che limitava le difese antimissile per garantire la deterrenza reciproca.
Sempre ieri, il segretario Usa alla Guerra, Pete Hegseth, ha annunciato su X che «ha avuto successo il primo test dello scudo antimissile Golden Dome», il sistema multistrato voluto da Trump per proteggere l’America. Hegseth non ha rivelato in quale poligono s’è svolto il collaudo, ma ha scritto che è stato provato il laser Dynamic defense autonomous defeat (Ddad), che guidato da IA abbatte missili da crociera e droni. È però solo il livello a bassa quota del Golden Dome, il cui nerbo sarà la futura rete di satelliti intercettori volti a distruggere missili balistici nemici nello spazio orbitale.
Sul conflitto ucraino, Lavrov ha ribadito che «la Russia non accetterà una tregua lungo la linea del fronte come condizione per l’avvio dei negoziati». I raid di droni ucraini sulle raffinerie hanno causato il razionamento di benzina in 20 regioni russe, mentre il presidente ucraino Volodymyr Zelensky sostiene, da rapporti di intelligence, che i droni hanno «distrutto 60.000 tonnellate di munizioni nell’arsenale della flotta di San Pietroburgo» e l’agenzia Reuters stima che «la raffineria di Mosca sarà ferma per sei mesi». Tuttavia la Russia rivendica un avanzamento delle sue truppe nel distretto di Sumy, mentre gli stessi militari ucraini parlano «di un’offensiva russa su larga scala su tutti i fronti», con particolari spallate a Vovchansk nelle ultime ore.
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La sede dell'Onu a Ginevra (iStock)
Eppure sembra proprio che dei diritti delle donne e dei diritti umani più in generale ci si interessi soltanto quando possono tornare utili a qualche causa progressista: in tutti gli altri casi si possono bellamente ignorare. Anzi, c’è persino chi sostiene che l’utero in affitto, lungi dal ledere i diritti femminili, sia esso stesso un diritto. Anche per questa ragione, ancora troppe nazioni lo permettono, più o meno surrettiziamente.
Di questo e di altri temi si è discusso lunedì a Ginevra, nel corso di una sessione Onu dedicata in particolare ai diritti delle madri, che sono stati oggetto di un nuovo rapporto della Alsalem. Stavolta non si tratta però del solito convegno in cui si sciorinano dati e si forniscono utili quanto velleitari suggerimenti sulle azioni da intraprendere. No, stavolta c’è anche qualcosa di molto concreto e potenzialmente rivoluzionario. A margine della sessione, infatti, si è tenuto un incontro intitolato «Creare slancio verso una moratoria sulla maternità surrogata», promosso da Italia, Cile, Camerun e dalla Santa Sede. Non può sfuggire l’importanza della presenza vaticana: se la Magnifica Humanitas di Leone XIV è un baluardo contro la commercializzazione della vita che ribadisce l’indisponibilità dell’essere umano e la sua irriducibilità alle logiche economiche, allora diventa quasi inevitabile che le parole del Papa si traducano in opere. E l’opera in questione dovrebbe appunto essere una moratoria internazionale sull’utero in affitto.
Come è facile immaginare, il percorso per giungere a un simile risultato non è affatto semplice, anzi è pieno di ostacoli e trappole. Ma intanto un primo passo è stato compiuto, con un fondamentale contributo dell’Italia. In vista, poi, c’è un secondo passaggio determinante. Le nazioni che hanno promosso l’incontro di lunedì, assieme ad altre che hanno partecipato, stanno preparando una dichiarazione politica congiunta sulla surrogazione. Una volta che questa sarà stata completata e firmata dal maggior numero di Paesi possibile si inizierà a lavorare sulla moratoria vera e propria.
«La maternità surrogata non è più una questione limitata alla legislazione nazionale o alle scelte individuali. È diventata un fenomeno globale, sempre più plasmato dai mercati internazionali, da accordi transfrontalieri e da profonde disuguaglianze tra le società e all’interno di esse», ha detto a Ginevra il ministro Eugenia Roccella, presente in rappresentanza dell’Italia. «In qualità di decisori politici, abbiamo la responsabilità di porre una domanda fondamentale: riconosciamo ancora ogni essere umano come una persona da rispettare, o siamo disposti ad accettare situazioni in cui gli esseri umani diventano un mezzo per soddisfare gli interessi e i desideri altrui?».
Le parole di Roccella sono state particolarmente determinate e condivisibili. «Il rapporto del relatore speciale delle Nazioni Unite sulla violenza contro le donne e le ragazze», ha detto il ministro, «ha inserito la maternità surrogata nel contesto della violenza contro le donne e ha evidenziato come gli accordi di surrogazia possano creare condizioni che espongono donne e bambini a sfruttamento, coercizione, tratta e altre gravi preoccupazioni legate ai diritti umani. Quando esistono tali condizioni, la comunità internazionale non può semplicemente voltarsi dall’altra parte. Nel corso degli anni», ha proseguito Roccella, «l’Italia ha tradotto queste preoccupazioni in politiche pubbliche concrete. Il nostro ordinamento giuridico sostiene da tempo che la maternità surrogata sia incompatibile con la tutela della dignità umana e con i diritti delle donne e dei bambini. Più di 20 anni fa, l’Italia ha vietato tale pratica e ha stabilito sanzioni penali contro chi organizza, agevola o trae profitto da accordi di surrogazia. Più di recente, il nostro Parlamento ha rafforzato questo quadro estendendo la portata della legge italiana alla maternità surrogata praticata all’estero da cittadini italiani, riflettendo una semplice convinzione: la dignità umana fondamentale non può dipendere dai confini geografici».
Il punto, tuttavia, è che l’esempio italiano, se si vogliono ottenere risultati concreti, da solo non basta. «La natura sempre più transnazionale della maternità surrogata richiede un dibattito più ampio e una risposta internazionale coordinata», ha dichiarato Roccella. «Riconosciamo che gli Stati possiedono sistemi giuridici e prospettive differenti. Eppure crediamo anche che esista un terreno comune da cui possa emergere un progresso significativo. Questo terreno comune parte dalla convinzione che le donne non dovrebbero mai essere ridotte a strumenti di riproduzione e che i bambini non dovrebbero mai essere trattati come l’oggetto di una transazione. È proprio con questo spirito che verrà presentata una Dichiarazione politica congiunta».
Questa dichiarazione, secondo il ministro, dovrebbe ribadire «principi già sanciti dagli strumenti fondamentali del diritto internazionale dei diritti umani: la dignità intrinseca di ogni essere umano, il diritto delle donne di vivere libere da sfruttamento e coercizione, e i diritti dei bambini all’identità, alla protezione, alla vita familiare e al pieno riconoscimento del loro valore umano». Soprattutto, però, quel testo dovrebbe fissare «un impegno politico condiviso. Un impegno a sostenere l’adozione di una moratoria internazionale sugli accordi di maternità surrogata. E l’impegno ad avviare lo sviluppo progressivo di un quadro giuridico internazionale per abolire la maternità surrogata in tutto il mondo. Questa Dichiarazione», precisa Roccella, «non è la conclusione di un percorso. Ne è l’inizio. Rappresenta un invito a governi, organizzazioni internazionali, esperti e società civile a impegnarsi in un dialogo serio e costruttivo su come affrontare al meglio le sfide poste dalla maternità surrogata, tutelando appieno i diritti di tutte le persone coinvolte».
È arrivato dunque il momento di passare dalle parole ai fatti. Se si vuole mettere fine all’abominio della surrogazione occorre che tutte le nazioni si impegnino a proibirla. L’obiettivo è certo ambizioso, e difficile da raggiungere. Ma un primo passo è stato compiuto. Vedremo, da qui in avanti, chi dimostrerà di avere davvero a cuore i diritti delle donne.
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