True
2019-04-19
Accusa al leghista Siri: «Prese 30.000 euro per aiutare le aziende vicine al boss Denaro»
Ansa
In una chiacchierata tra un lobbista dell'eolico e suo figlio spunta il nome del sottosegretario leghista alle Infrastrutture Armando Siri. Si parla di una mazzetta da 30.000 euro che al momento non si sa se è stata solo promessa o consegnata. Ma potrebbe anche trattarsi semplicemente di una intenzione del protagonista di questa storia, il docente universitario Paolo Arata, genovese come Siri, 68 anni, ex deputato di Forza Italia e, nel 1994, presidente del Comitato interparlamentare per lo sviluppo sostenibile, amministratore della Etnea Srl, della Alqantarea Srl, dominus della Solcara Srl (amministrata dal figlio Francesco) e della Solgesta Srl (amministrata dalla moglie Alessandra Rollino). Il professore, stando a quanto emerge dall'inchiesta delle Procure di Roma e Palermo, ha parlato della mazzetta per Siri con suo figlio in auto e l'audio della chiacchierata è molto disturbato. Il sottosegretario è stato anche intercettato indirettamente, ma l'uso delle conversazioni che lo riguardano, essendo senatore, dovrà essere autorizzato da Palazzo Madama, sempre che i pm lo richiedano.
Una cosa è certa: gli ipotizzati aiuti per modificare una norma da inserire in un documento programmatico che avrebbe favorito l'erogazione di contributi per le imprese del mini eolico non sono andati a buon fine. Addirittura non sono mai stati neanche presentati ufficialmente. Da provare, invece, c'è l'accusa di corruzione, avanzata dalla Procura di Roma in base agli atti arrivati a Piazzale Clodio da Palermo.
Le carte sono partite dalla Sicilia subito dopo gli accertamenti, svolti dalla Direzione investigativa antimafia di Trapani per conto dei magistrati palermitani, su un imprenditore che da un anno è agli arresti domiciliari, Vito Nicastri. Secondo gli investigatori sarebbe uno dei finanziatori della latitanza del super boss di Cosa nostra Matteo Messina Denaro. Un nome che, appena è stato battuto dalle agenzie di stampa accanto a quello di Siri, ha scatenato gli istinti forcaioli pentastellati.
Il sottosegretario famoso per la flat tax, diventato di colpo sulla stampa il protagonista dell'inchiesta, ha provato a difendersi: «Non so se ridere o piangere. Io non mi sono mai occupato di eolico in tutta la mia vita. Sono senza parole, siamo alla follia». E stando solo al capo d'imputazione, contenuto nel decreto di perquisizione che gli hanno notificato i magistrati, è difficile comprendere in modo pieno cosa sia successo. Stando agli atti, il professore Arata, che nel luglio 2017 intervenne a un convegno della Lega a Piacenza (il video è sul canale Youtube di Salvini) e che la scorsa estate si è fermato a un passo dalla presidenza dell'Autorità di regolazione per energia, reti e ambiente, avrebbe «stimolato» Siri (del quale, si sostiene, sia uno sponsor politico) «a promuovere l'inserimento in provvedimenti normativi di competenza governativa di rango regolamentare (decreto interministeriale in materia di incentivazione dell'energia elettrica da fonte rinnovabile) e di iniziativa governativa di rango legislativo (legge Milleproroghe, legge di Stabilità, legge di Semplificazione) una modifica degli incentivi connessi al mini eolico».
Gli investigatori hanno in mano gli incontri tra gli indagati, seguiti e fotografati, e le tracce dell'attività istituzionale di Siri che, stando all'accusa, avrebbe lavorato per l'approvazione delle norme, così come emerge, però, solo da ulteriori conversazioni che Arata ha intrattenuto con i suoi familiari e con altre persone coinvolte.
Nicastri, magnate trapanese dell'eolico, che secondo gli investigatori era in contatto con Arata, si è visto aggravare la misura cautelare che lo aveva già ristretto ai domiciliari con l'accusa di concorso esterno in associazione mafiosa e fittizia intestazione di beni. Il «Signore del vento», come lo definì il Financial times, è stato riportato in carcere, perché nonostante una confisca da un miliardo di euro, da casa, tramite un parente, riusciva ancora a macinare soldi. Al centro dell'inchiesta ci sono una serie di permessi gestiti dalla Regione Sicilia per un giro d'affari stimato in 10 miliardi di euro.
È in Sicilia che il professore genovese e Nicastri avrebbero fatto affari. «È emerso che Arata ha trovato interlocutori all'interno dell'assessorato all'Energia, tra tutti l'assessore Alberto Pierobon, grazie all'intervento di Gianfranco Micciché (presidente dell'Ars, ndr), a sua volta contattato da Alberto Dell'Utri (fratello di Marcello ndr)». E, così, Arata avrebbe dimostrato di essere uno che conta nelle istituzioni siciliane. Gli indagati di questo filone, che è una tranche dell'inchiesta sull'imprenditore Francesco Isca, socio di Nicastri e considerato dai magistrati siciliani in odore di mafia, sono nove. Tra gli indagati c'è anche il figlio di Arata, che si era trasferito in Sicilia per curare i rapporti con la famiglia Nicastri, in particolare con il figlio del manager arrestato, Manlio, indagato pure lui per intestazione fittizia di beni. È a questo punto che nella ricostruzione dei magistrati fa capolino il leghista Siri, nella sua «duplice veste di senatore della Repubblica e sottosegretario alle Infrastrutture» avrebbe asservito «le sue funzioni e i suoi poteri a interessi privati». Il progetto dei lobbisti era questo: bisognava trovare tramite Siri una strada legislativa per far retroagire al momento della costituzione di una delle società di Arata e Nicastri (senza che il segretario fosse peraltro a conoscenza del rapporto tra i due) la data utile per accedere ai contributi economici. Un'operazione che non gli è riuscita.
E la Lega si vendica sulla Raggi
I pentastellati non hanno fatto in tempo a chiedere la testa del sottosegretario leghista Armando Siri che dalle colonne dell'Espresso sono saltate fuori nuove accuse, con tanto di registrazioni, per il sindaco Virginia Raggi sul caso Ama, l'azienda romana dei rifiuti partecipata dal Campidoglio.
E il ministro degli Affari regionali, la leghista Erika Stefani, lo ha fatto pesare non poco: «Se il contenuto delle intercettazioni del sindaco corrispondesse al vero, sarebbe la confessione di un grave reato e la chiara ammissione di una palese incapacità a governare. Per coerenza con le regole del Movimento ci aspettiamo le sue immediate dimissioni».
E tutto questo proprio nel giorno dell'inchiesta su Siri, con Matteo Salvini che in mattinata aveva pure ricordato di non aver chiesto le dimissioni del primo cittadino neanche durante la bufera sull'affare dello stadio della Roma. Insomma, i pentastellati erano pronti a fare la voce grossa con l'alleato, ma si sono trovati con un nuovo problemone in casa.
È l'ex presidente e amministratore delegato della municipalizzata dei rifiuti, Lorenzo Bagnacani, ad accusare la Raggi di aver fatto pressioni indebite su di lui e sull'intero consiglio d'amministrazione dell'azienda, «finalizzate a determinare la chiusura del bilancio dell'Ama in passivo, mediante lo storno dei crediti per i servizi cimiteriali».
Crediti che, secondo l'ex manager, erano certi, liquidi ed esigibili. L'unico obiettivo, secondo Bagnacani, era quello di portare i conti di Ama in rosso e, così facendo, aprire la strada per la privatizzazione.
Sono queste le ragioni alla base dell'esposto alla magistratura. E, addirittura, spuntano delle registrazioni e delle chat nelle quali il sindaco chiede a Bagnacani di taroccare il bilancio, mettendosi contro il collegio sindacale. Il manager, però, si rifiuta: «Virginia, non possiamo fare quello che non è possibile fare». In una successiva conversazione, il sindaco rincara la dose: «I romani oggi si affacciano e vedono la merda. In alcune zone purtroppo è così. Quando ai romani gli dico sì la città è sporca però vi aumento la Tari... ma io scateno, cioè mettono la città a ferro e fuoco altro che gilet gialli». E ancora: «Cambia il bilancio anche se ti dicono che la luna è piatta». Stando alle nuove rivelazioni il primo cittadino usa toni poco concilianti con il manager: «Non devi valutare, se il socio ti chiede di fare una modifica lo devi fare». E in un altro passaggio della telefonata: «Tu mi devi dare una mano Lorenzo, così non mi stai aiutando io ho la città che è praticamente fuori controllo i sindacati che fanno quel cazzo che vogliono io non riesco ad arrivare». L'audio di questa conversazione risale al 30 ottobre scorso e risulta allegato all'esposto presentato da Bagnacani in Procura. L'inchiesta è quella sulla mancata chiusura del bilancio 2017 della partecipata dei rifiuti del Campidoglio. La storia si è chiusa nel peggiore dei modi: Bagnacani è stato licenziato in tronco dalla Raggi nei primi giorni di febbraio 2018. Il sospetto è che sia stato silurato per ritorsione, proprio per aver detto no alla sindaca. «Nessuna pressione», replicano dal Campidoglio, sottolineando che «il bilancio proposto da Bagnacani prevedeva premi per lui e per i dirigenti». Sarà la Procura di Roma a stabilire se sono stati commessi dei reati.
Il Carroccio, però, affonda ancora il colpo. L'Ansa, non smentita, in serata rilancia la richiesta da parte leghista di stralciare dal decreto Crescita le norme sul debito della capitale, 12 miliardi, che in teoria dovrebbe passare in gran parte sul bilancio dello Stato.
Fabio Amendolara
Di Maio e Salvini alla guerra delle dimissioni
Serve qualcuno da mettere in croce. Sarà la narrazione evangelica di queste ore, sarà la marcia di avvicinamento alle europee, ma Luigi Di Maio non intende fare sconti e prepara i chiodi per Armando Siri, sottosegretario ai Trasporti della Lega indagato per corruzione. «Sarebbe opportuno che si dimettesse. Credo che anche a Salvini convenga tutelare l'immagine della Lega», dichiara dopo i primissimi lanci di agenzia. Il vicepremier dei 5 stelle, in passato più volte spiazzato dalle impennate giustizialiste della base, in questo caso cavalca l'indignazione anche per non farsi zittire dal tintinnio di manette di colleghi politicamente con le mani più libere delle sue. Questo anche se l'accusa è nebulosa, se i 30.000 euro di cui si parla in un'intercettazione di terzi sarebbero un'ipotesi e se l'emendamento alla base della presunta mazzetta non è neppure stato inserito in un dispositivo di legge.
Siri si difende respingendo le accuse, prima con sarcasmo («Siamo alla follia, non so di cosa si tratti»), poi argomentando: «Non ho fatto niente di male, sicuramente non c'entro niente con vicende che possano avere risvolti penali. Ho letto nomi che non so, respingo categoricamente le accuse. Mi sono sempre comportato nel rispetto delle leggi, non ho mai piegato il mio ruolo istituzionale a richieste non corrette. Chiederò di essere ascoltato dai magistrati e se qualcuno mi ha accusato di condotte ignobili non esiterò a denunciarlo. Non ho ragioni per dimettermi». Ma la preda è troppo ghiotta, la faccenda è perfetta per essere cavalcata nei talk show televisivi dal Movimento 5 stelle a caccia di consenso elettorale per recuperare punti sul debordante Matteo Salvini. E, quasi fosse una gara a chi prende di più le distanze, ecco il ministro Danilo Toninelli togliere immediatamente le deleghe (tra le quali spicca il caldissimo dossier Alitalia) a Siri, «in attesa che la vicenda giudiziaria assuma contorni di maggiore chiarezza. Un'inchiesta per corruzione impone massima attenzione e cautela».
Sul caso esce allo scoperto anche il premier Giuseppe Conte: «Il contratto di governo contiene un codice etico in base al quale non possono essere ministri e sottosegretari imputati per fatti gravi, e la corruzione lo è. È vero che siamo nel pieno delle investigazioni, ma è anche vero che questo governo ha l'obiettivo di recuperare la fiducia dei cittadini nelle istituzioni, quindi ha un alto tasso di eticità. Parlerò con il diretto interessato, a cui voglio chiedere alcune cose. Poi esprimerò una valutazione».
Il premier sta in equilibrio, gli altri no. A costo di uno show down politico, le parole di Siri non scalfiscono l'alleato governativo della Lega. È lapidario Di Maio nel suo processo alle intenzioni. «Gli auguro di risultare innocente e siamo pronti a riaccoglierlo nel governo quando la sua posizione sarà chiarita. Non so se Matteo Salvini sarà d'accordo con questa mia linea intransigente, ma è mio dovere tutelare l'esecutivo e l'integrità delle istituzioni. Un sottosegretario indagato per vicende legate alla mafia è un fatto grave. Non è più una questione tecnica e giuridica, ma morale e politica». Per la verità il capo di imputazione non ha nessun aggancio con la criminalità organizzata, ma nel minestrone pentastellato tutto fa brodo. La posizione sul Piave è tenuta da tutti e i distinguo sono vietati. Roberta Lombardi, capogruppo 5 stelle alla Regione Lazio: «Sarebbe opportuno un passo indietro, bisogna che i politici non solo siano innocenti ma appaiano anche innocenti. Vale per noi e per le altre forze politiche. Su Salvini (per la vicenda Diciotti, ndr) non abbiamo insistito per le dimissioni? Io sì, ma gli iscritti hanno deciso in altra maniera e noi, essendo portavoce, ne rispettiamo la volontà».
La fibrillazione è forte, anche perché la Lega non sta a guardare e individua subito il punto debole dove contrattaccare: il caso Virginia Raggi. Quelle intercettazioni imbarazzanti, quelle richieste di correggere il bilancio (così dice l'ex ad Lorenzo Bagnacani), sembrano perfette per far intravede altri chiodi pre pasquali nel campo avverso. Anzi, nell'altro angolo del campo alleato, neanche fosse un ring. «Piena fiducia a Siri», esordisce Salvini che si augura «indagini veloci per non lasciare nessuna ombra. Lo conosco, lo stimo, non ho dubbi: peraltro stiamo parlando di qualcosa che non è finito neanche nel Def. C'è solo un'iscrizione nel registro degli indagati e solo se sarà condannato dovrà mettersi da parte. Non si deve dimettere. Non ho mai chiesto di far dimettere Virginia Raggi per due anni sotto inchiesta o parlamentari 5 stelle indagati».
Non l'ha mai chiesto prima, ma un ministro della Lega, Erika Stefani (Affari regionali) lo ha ufficialmente chiesto ieri qualche ora dopo l'irrigidimento dei pentastellati su Siri e l'uscita delle rivelazioni dell'Espresso sul sindaco di Roma. «Se il contenuto delle intercettazioni del sindaco Raggi corrispondesse al vero sarebbe la confessione di un grave reato e la chiara ammissione di una palese incapacità a governare. Per coerenza con le regole del Movimento 5 stelle ci aspettiamo le sue immediate dimissioni». Anche Giulia Bongiorno, ministro della Pubblica amministrazione, va giù decisa: «Stupisce il giustizialismo a intermittenza con il quale vengono valutate dai 5 stelle le diverse vicende giudiziarie a seconda dell'appartenenza politica del soggetto indagato». Muove bianco, muove nero. La partita a scacchi continua, anche se le regole sembrano più quelle del poker.
Giorgio Gandola
Continua a leggereRiduci
Il sottosegretario indagato per corruzione: tangenti in cambio di modifiche alle norme sull'eolico? La difesa: «È una follia».L'ex ad dell'azienda rifiuti attacca il sindaco Virginia Raggi: «Licenziato perché non truccai i bilanci». Il Carroccio: «Ormai è inadeguata». E blocca la norma che salva il debito della capitale.Il capo grillino chiede il passo indietro immediato al senatore ligure: «Conviene all'immagine del suo partito». E subito Danilo Toninelli gli toglie le deleghe. Anche Giuseppe Conte severo: «Parlerò con lui, fatto grave». Il segretario lumbard fa scudo: «Va via solo se condannato».Lo speciale contiene tre articoliIn una chiacchierata tra un lobbista dell'eolico e suo figlio spunta il nome del sottosegretario leghista alle Infrastrutture Armando Siri. Si parla di una mazzetta da 30.000 euro che al momento non si sa se è stata solo promessa o consegnata. Ma potrebbe anche trattarsi semplicemente di una intenzione del protagonista di questa storia, il docente universitario Paolo Arata, genovese come Siri, 68 anni, ex deputato di Forza Italia e, nel 1994, presidente del Comitato interparlamentare per lo sviluppo sostenibile, amministratore della Etnea Srl, della Alqantarea Srl, dominus della Solcara Srl (amministrata dal figlio Francesco) e della Solgesta Srl (amministrata dalla moglie Alessandra Rollino). Il professore, stando a quanto emerge dall'inchiesta delle Procure di Roma e Palermo, ha parlato della mazzetta per Siri con suo figlio in auto e l'audio della chiacchierata è molto disturbato. Il sottosegretario è stato anche intercettato indirettamente, ma l'uso delle conversazioni che lo riguardano, essendo senatore, dovrà essere autorizzato da Palazzo Madama, sempre che i pm lo richiedano.Una cosa è certa: gli ipotizzati aiuti per modificare una norma da inserire in un documento programmatico che avrebbe favorito l'erogazione di contributi per le imprese del mini eolico non sono andati a buon fine. Addirittura non sono mai stati neanche presentati ufficialmente. Da provare, invece, c'è l'accusa di corruzione, avanzata dalla Procura di Roma in base agli atti arrivati a Piazzale Clodio da Palermo. Le carte sono partite dalla Sicilia subito dopo gli accertamenti, svolti dalla Direzione investigativa antimafia di Trapani per conto dei magistrati palermitani, su un imprenditore che da un anno è agli arresti domiciliari, Vito Nicastri. Secondo gli investigatori sarebbe uno dei finanziatori della latitanza del super boss di Cosa nostra Matteo Messina Denaro. Un nome che, appena è stato battuto dalle agenzie di stampa accanto a quello di Siri, ha scatenato gli istinti forcaioli pentastellati.Il sottosegretario famoso per la flat tax, diventato di colpo sulla stampa il protagonista dell'inchiesta, ha provato a difendersi: «Non so se ridere o piangere. Io non mi sono mai occupato di eolico in tutta la mia vita. Sono senza parole, siamo alla follia». E stando solo al capo d'imputazione, contenuto nel decreto di perquisizione che gli hanno notificato i magistrati, è difficile comprendere in modo pieno cosa sia successo. Stando agli atti, il professore Arata, che nel luglio 2017 intervenne a un convegno della Lega a Piacenza (il video è sul canale Youtube di Salvini) e che la scorsa estate si è fermato a un passo dalla presidenza dell'Autorità di regolazione per energia, reti e ambiente, avrebbe «stimolato» Siri (del quale, si sostiene, sia uno sponsor politico) «a promuovere l'inserimento in provvedimenti normativi di competenza governativa di rango regolamentare (decreto interministeriale in materia di incentivazione dell'energia elettrica da fonte rinnovabile) e di iniziativa governativa di rango legislativo (legge Milleproroghe, legge di Stabilità, legge di Semplificazione) una modifica degli incentivi connessi al mini eolico». Gli investigatori hanno in mano gli incontri tra gli indagati, seguiti e fotografati, e le tracce dell'attività istituzionale di Siri che, stando all'accusa, avrebbe lavorato per l'approvazione delle norme, così come emerge, però, solo da ulteriori conversazioni che Arata ha intrattenuto con i suoi familiari e con altre persone coinvolte.Nicastri, magnate trapanese dell'eolico, che secondo gli investigatori era in contatto con Arata, si è visto aggravare la misura cautelare che lo aveva già ristretto ai domiciliari con l'accusa di concorso esterno in associazione mafiosa e fittizia intestazione di beni. Il «Signore del vento», come lo definì il Financial times, è stato riportato in carcere, perché nonostante una confisca da un miliardo di euro, da casa, tramite un parente, riusciva ancora a macinare soldi. Al centro dell'inchiesta ci sono una serie di permessi gestiti dalla Regione Sicilia per un giro d'affari stimato in 10 miliardi di euro. È in Sicilia che il professore genovese e Nicastri avrebbero fatto affari. «È emerso che Arata ha trovato interlocutori all'interno dell'assessorato all'Energia, tra tutti l'assessore Alberto Pierobon, grazie all'intervento di Gianfranco Micciché (presidente dell'Ars, ndr), a sua volta contattato da Alberto Dell'Utri (fratello di Marcello ndr)». E, così, Arata avrebbe dimostrato di essere uno che conta nelle istituzioni siciliane. Gli indagati di questo filone, che è una tranche dell'inchiesta sull'imprenditore Francesco Isca, socio di Nicastri e considerato dai magistrati siciliani in odore di mafia, sono nove. Tra gli indagati c'è anche il figlio di Arata, che si era trasferito in Sicilia per curare i rapporti con la famiglia Nicastri, in particolare con il figlio del manager arrestato, Manlio, indagato pure lui per intestazione fittizia di beni. È a questo punto che nella ricostruzione dei magistrati fa capolino il leghista Siri, nella sua «duplice veste di senatore della Repubblica e sottosegretario alle Infrastrutture» avrebbe asservito «le sue funzioni e i suoi poteri a interessi privati». Il progetto dei lobbisti era questo: bisognava trovare tramite Siri una strada legislativa per far retroagire al momento della costituzione di una delle società di Arata e Nicastri (senza che il segretario fosse peraltro a conoscenza del rapporto tra i due) la data utile per accedere ai contributi economici. Un'operazione che non gli è riuscita.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/accusa-al-leghista-siri-prese-30-000-euro-per-aiutare-le-aziende-vicine-al-boss-denaro-2634999340.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="e-la-lega-si-vendica-sulla-raggi" data-post-id="2634999340" data-published-at="1779593637" data-use-pagination="False"> E la Lega si vendica sulla Raggi I pentastellati non hanno fatto in tempo a chiedere la testa del sottosegretario leghista Armando Siri che dalle colonne dell'Espresso sono saltate fuori nuove accuse, con tanto di registrazioni, per il sindaco Virginia Raggi sul caso Ama, l'azienda romana dei rifiuti partecipata dal Campidoglio. E il ministro degli Affari regionali, la leghista Erika Stefani, lo ha fatto pesare non poco: «Se il contenuto delle intercettazioni del sindaco corrispondesse al vero, sarebbe la confessione di un grave reato e la chiara ammissione di una palese incapacità a governare. Per coerenza con le regole del Movimento ci aspettiamo le sue immediate dimissioni». E tutto questo proprio nel giorno dell'inchiesta su Siri, con Matteo Salvini che in mattinata aveva pure ricordato di non aver chiesto le dimissioni del primo cittadino neanche durante la bufera sull'affare dello stadio della Roma. Insomma, i pentastellati erano pronti a fare la voce grossa con l'alleato, ma si sono trovati con un nuovo problemone in casa. È l'ex presidente e amministratore delegato della municipalizzata dei rifiuti, Lorenzo Bagnacani, ad accusare la Raggi di aver fatto pressioni indebite su di lui e sull'intero consiglio d'amministrazione dell'azienda, «finalizzate a determinare la chiusura del bilancio dell'Ama in passivo, mediante lo storno dei crediti per i servizi cimiteriali». Crediti che, secondo l'ex manager, erano certi, liquidi ed esigibili. L'unico obiettivo, secondo Bagnacani, era quello di portare i conti di Ama in rosso e, così facendo, aprire la strada per la privatizzazione. Sono queste le ragioni alla base dell'esposto alla magistratura. E, addirittura, spuntano delle registrazioni e delle chat nelle quali il sindaco chiede a Bagnacani di taroccare il bilancio, mettendosi contro il collegio sindacale. Il manager, però, si rifiuta: «Virginia, non possiamo fare quello che non è possibile fare». In una successiva conversazione, il sindaco rincara la dose: «I romani oggi si affacciano e vedono la merda. In alcune zone purtroppo è così. Quando ai romani gli dico sì la città è sporca però vi aumento la Tari... ma io scateno, cioè mettono la città a ferro e fuoco altro che gilet gialli». E ancora: «Cambia il bilancio anche se ti dicono che la luna è piatta». Stando alle nuove rivelazioni il primo cittadino usa toni poco concilianti con il manager: «Non devi valutare, se il socio ti chiede di fare una modifica lo devi fare». E in un altro passaggio della telefonata: «Tu mi devi dare una mano Lorenzo, così non mi stai aiutando io ho la città che è praticamente fuori controllo i sindacati che fanno quel cazzo che vogliono io non riesco ad arrivare». L'audio di questa conversazione risale al 30 ottobre scorso e risulta allegato all'esposto presentato da Bagnacani in Procura. L'inchiesta è quella sulla mancata chiusura del bilancio 2017 della partecipata dei rifiuti del Campidoglio. La storia si è chiusa nel peggiore dei modi: Bagnacani è stato licenziato in tronco dalla Raggi nei primi giorni di febbraio 2018. Il sospetto è che sia stato silurato per ritorsione, proprio per aver detto no alla sindaca. «Nessuna pressione», replicano dal Campidoglio, sottolineando che «il bilancio proposto da Bagnacani prevedeva premi per lui e per i dirigenti». Sarà la Procura di Roma a stabilire se sono stati commessi dei reati. Il Carroccio, però, affonda ancora il colpo. L'Ansa, non smentita, in serata rilancia la richiesta da parte leghista di stralciare dal decreto Crescita le norme sul debito della capitale, 12 miliardi, che in teoria dovrebbe passare in gran parte sul bilancio dello Stato.Fabio Amendolara <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/accusa-al-leghista-siri-prese-30-000-euro-per-aiutare-le-aziende-vicine-al-boss-denaro-2634999340.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="di-maio-e-salvini-alla-guerra-delle-dimissioni" data-post-id="2634999340" data-published-at="1779593637" data-use-pagination="False"> Di Maio e Salvini alla guerra delle dimissioni Serve qualcuno da mettere in croce. Sarà la narrazione evangelica di queste ore, sarà la marcia di avvicinamento alle europee, ma Luigi Di Maio non intende fare sconti e prepara i chiodi per Armando Siri, sottosegretario ai Trasporti della Lega indagato per corruzione. «Sarebbe opportuno che si dimettesse. Credo che anche a Salvini convenga tutelare l'immagine della Lega», dichiara dopo i primissimi lanci di agenzia. Il vicepremier dei 5 stelle, in passato più volte spiazzato dalle impennate giustizialiste della base, in questo caso cavalca l'indignazione anche per non farsi zittire dal tintinnio di manette di colleghi politicamente con le mani più libere delle sue. Questo anche se l'accusa è nebulosa, se i 30.000 euro di cui si parla in un'intercettazione di terzi sarebbero un'ipotesi e se l'emendamento alla base della presunta mazzetta non è neppure stato inserito in un dispositivo di legge. Siri si difende respingendo le accuse, prima con sarcasmo («Siamo alla follia, non so di cosa si tratti»), poi argomentando: «Non ho fatto niente di male, sicuramente non c'entro niente con vicende che possano avere risvolti penali. Ho letto nomi che non so, respingo categoricamente le accuse. Mi sono sempre comportato nel rispetto delle leggi, non ho mai piegato il mio ruolo istituzionale a richieste non corrette. Chiederò di essere ascoltato dai magistrati e se qualcuno mi ha accusato di condotte ignobili non esiterò a denunciarlo. Non ho ragioni per dimettermi». Ma la preda è troppo ghiotta, la faccenda è perfetta per essere cavalcata nei talk show televisivi dal Movimento 5 stelle a caccia di consenso elettorale per recuperare punti sul debordante Matteo Salvini. E, quasi fosse una gara a chi prende di più le distanze, ecco il ministro Danilo Toninelli togliere immediatamente le deleghe (tra le quali spicca il caldissimo dossier Alitalia) a Siri, «in attesa che la vicenda giudiziaria assuma contorni di maggiore chiarezza. Un'inchiesta per corruzione impone massima attenzione e cautela». Sul caso esce allo scoperto anche il premier Giuseppe Conte: «Il contratto di governo contiene un codice etico in base al quale non possono essere ministri e sottosegretari imputati per fatti gravi, e la corruzione lo è. È vero che siamo nel pieno delle investigazioni, ma è anche vero che questo governo ha l'obiettivo di recuperare la fiducia dei cittadini nelle istituzioni, quindi ha un alto tasso di eticità. Parlerò con il diretto interessato, a cui voglio chiedere alcune cose. Poi esprimerò una valutazione». Il premier sta in equilibrio, gli altri no. A costo di uno show down politico, le parole di Siri non scalfiscono l'alleato governativo della Lega. È lapidario Di Maio nel suo processo alle intenzioni. «Gli auguro di risultare innocente e siamo pronti a riaccoglierlo nel governo quando la sua posizione sarà chiarita. Non so se Matteo Salvini sarà d'accordo con questa mia linea intransigente, ma è mio dovere tutelare l'esecutivo e l'integrità delle istituzioni. Un sottosegretario indagato per vicende legate alla mafia è un fatto grave. Non è più una questione tecnica e giuridica, ma morale e politica». Per la verità il capo di imputazione non ha nessun aggancio con la criminalità organizzata, ma nel minestrone pentastellato tutto fa brodo. La posizione sul Piave è tenuta da tutti e i distinguo sono vietati. Roberta Lombardi, capogruppo 5 stelle alla Regione Lazio: «Sarebbe opportuno un passo indietro, bisogna che i politici non solo siano innocenti ma appaiano anche innocenti. Vale per noi e per le altre forze politiche. Su Salvini (per la vicenda Diciotti, ndr) non abbiamo insistito per le dimissioni? Io sì, ma gli iscritti hanno deciso in altra maniera e noi, essendo portavoce, ne rispettiamo la volontà». La fibrillazione è forte, anche perché la Lega non sta a guardare e individua subito il punto debole dove contrattaccare: il caso Virginia Raggi. Quelle intercettazioni imbarazzanti, quelle richieste di correggere il bilancio (così dice l'ex ad Lorenzo Bagnacani), sembrano perfette per far intravede altri chiodi pre pasquali nel campo avverso. Anzi, nell'altro angolo del campo alleato, neanche fosse un ring. «Piena fiducia a Siri», esordisce Salvini che si augura «indagini veloci per non lasciare nessuna ombra. Lo conosco, lo stimo, non ho dubbi: peraltro stiamo parlando di qualcosa che non è finito neanche nel Def. C'è solo un'iscrizione nel registro degli indagati e solo se sarà condannato dovrà mettersi da parte. Non si deve dimettere. Non ho mai chiesto di far dimettere Virginia Raggi per due anni sotto inchiesta o parlamentari 5 stelle indagati». Non l'ha mai chiesto prima, ma un ministro della Lega, Erika Stefani (Affari regionali) lo ha ufficialmente chiesto ieri qualche ora dopo l'irrigidimento dei pentastellati su Siri e l'uscita delle rivelazioni dell'Espresso sul sindaco di Roma. «Se il contenuto delle intercettazioni del sindaco Raggi corrispondesse al vero sarebbe la confessione di un grave reato e la chiara ammissione di una palese incapacità a governare. Per coerenza con le regole del Movimento 5 stelle ci aspettiamo le sue immediate dimissioni». Anche Giulia Bongiorno, ministro della Pubblica amministrazione, va giù decisa: «Stupisce il giustizialismo a intermittenza con il quale vengono valutate dai 5 stelle le diverse vicende giudiziarie a seconda dell'appartenenza politica del soggetto indagato». Muove bianco, muove nero. La partita a scacchi continua, anche se le regole sembrano più quelle del poker. Giorgio Gandola
iStock
Ma qui non si parla delle conquiste di Don Giovanni, ma di ciliegie. Tra le precoci ecco le maiatiche, buone e suggestive come un’aurora primaverile, chiamate così perché sono le ciliegie di maggio, maius per i latini. Le maiatiche sono le debuttanti della stagione: «Maggio ciliegie per assaggio». Le precoci più celebri sono di Taurasi, patria di due celebri rossi: il vino Docg e, appunto, la ciliegia dolce e succosa, buona al naturale e ottima come marmellata. Altrettanto gustose la Melella e la San Pasquale, cugine irpine, e la maiatica di Cerisano, nel Cosentino.
La ciliegia non è solo un frutto. È molto di più. È un simbolo, sacro e profano, è desiderio e appagamento, palato e lingua, gusto e metafora. La ciliegia è poesia. A volte intrigante, passionale, erotica. «Vorrei fare con te quello che la primavera fa con i ciliegi», sussurra Pablo Neruda in una delle sue canzoni disperate lasciandoci la libertà di pensare cosa mai farà la primavera con i ciliegi. In García Lorca il sentimento è trasporto: «E io ti baciavo senza rendermi conto che non ti dicevo: labbra di ciliegia».
A volte la ciliegia è malinconia, nostalgia di un amore lontano o perduto: «Vi supplico o figlie di Xiang, ricamate un guanciale di lino con mille ciliegie purpuree. Cerco il mio dolce amore e non lo trovo. Dov’è la mia bella, la mia amata? Posando il capo sui rossi ricami stanotte sognerò le labbra punicee del mio tesoro, le carezze vermiglie del mio bene smarrito. Le ciliegie addolciscono il sonno e l’assenza». Chi supplica è un anonimo poeta orientale convinto che solo sognando bacerà il suo amore spezzando il malvagio sortilegio dell’abbandono. In Angiolo Silvio Novaro c’è il ricordo dell’infanzia e delle poesie imparate a memoria: «E l’estate vien cantando, vien cantando alla tua porta. Sai tu dirmi che ti porta? Un cestel di bionde pesche vellutate, appena tocche, e ciliege lustre e fresche, ben divise a mazzi e a ciocche».
Ciliege e amore è un classico anche nella canzone, nel romanzo d’amore, nel cinema. Se la «ninfetta» Lolita, nell’omonimo romanzo di Vladimir Nabokov (tradotto poi in film), si fosse dipinta le labbra con un rossetto qualsiasi anziché con il wet cherry (ciliegia bagnata) e avesse succhiato un leccalecca al limone, più consono alla sua età, piuttosto di leccare quello alla ciliegia a forma di cuore, il trentasettenne professor Humbert Humbert non avrebbe rischiato la camicia di forza. Quale misero effetto avrebbe fatto in Pulp fiction di Quentin Tarantino, il frappè di latte di Uma Thurman se sopra la candida schiuma del frullato che sta bevendo con voluttà ci fosse stata, al posto della ciliegia scarlatta, una moscatella, ciliegia buonissima ma di color bianco? Riguardate la scena nella mente: la stangona di Hollywood fissa negli occhi John Travolta passando e ripassando tra le labbra la pallida controfigura di una ciliegia rossa come il fuoco. Seee…addio eros.
Purtroppo le ciliegie bianche hanno la dolcezza delle sorelle rosse, ma non lo stesso sex appeal. Non emozionano, non stuzzicano i sensi come le sorelle scarlatte. Queste, frutto proibito, suggeriscono voluttà, sensualità, peccato (ai minori di 14 anni, come è opportuno che sia, solo golosità). Quelle - oltre alla moscatella ci sono la limona, la bianca di Verona - fanno pensare all’innocenza, alla pudicizia, alla Prima comunione. Al bianco vestito delle spose che (almeno una volta era così) arrivavano illibate all’altare.
La ciliegia rossa ha ispirato compositori e cantanti. Nell’Amico Fritz di Pietro Mascagni c’è il Duetto delle ciliegie: «Han della porpora vivo il colore, son dolci e tenere». Nel 1950 Nilla Pizzi titillava il cuore degli innamorati cantando «Ciliegi rosa a primavera come le labbra del mio amor, i baci della prima sera ricordo ancor». Nel 1959 Gloria Christian gorgheggiava Cerasella al Festival di Napoli. Nel 1990 Pino Mango firma con Mogol Ma com’è rossa la ciliegia: «Ma com’è rossa la ciliegia, come mai? I raggi del sole l’hanno baciata e lei si è trovata già maturata». Insomma, ciliegie, baci e amore vanno sempre d’accordo. Ma, e non è cosa da poco, le ciliegie fanno bene alla salute oltre che all’amore. Sono ricche di vitamine: A, C, B1 e B2 e di sali minerali: potassio, calcio, magnesio, fosforo. Hanno poche calorie (38 in un etto) e sono diuretiche.
La bellezza e la dolcezza della ciliegia hanno ispirato artisti e letterati fin dall’antichità. A Ercolano, nella casa detta del Gran portale, c’è un bellissimo ciliegio dipinto 2.000 anni fa. I Greci, che la chiamavano kèrasos, la apprezzavano da molto prima dei Romani. Teofrasto ne parla 300 anni prima di Cristo. Prima di loro, la conoscevano gli Egizi. Secondo Plinio fu Lucio Licinio Lucullo a introdurre il ciliegio in Italia nel 73 a.C. dopo aver sconfitto Mitridate, re del Ponto. Oltre a essere il più noto gourmet del mondo antico - celebri le cene luculliane - fu anche un ottimo generale e, siccome una ciliegia tira l’altra, Lucullo pensò bene di procacciarsene una scorta infinita portandosi un ciliegio da Cerasunte, colonia greca sul Mar Nero famosa per la coltivazione della pianta dalla quale prese il nome: il cerasum.
Nome che, più o meno modificato, si usa ancora in molti dialetti della Penisola e all’estero. In Sicilia (famose le ciliegie etnee) la chiamano ciràsa; a Napoli ’a ceràsa; cirésa in Piemonte (celebri quelle di Pecetto); sirésa in Veneto dove domina la Mora di Tramigna. In Spagna è cereza, in Francia cerise, in Portogallo cereja. In Inglese è cherry che è anche il nome del liquore che si ricava dal frutto. Gabriele D’Annunzio battezzò Sangue morlacco il liquore che la Luxardo produceva a Fiume con le marasche.
La ciliegia, oltre all’arte e alla poesia, appartiene alla simbologia cristiana. Il rosso richiama il sangue di Cristo e dei martiri. Per questo si trovano ciliegie su tavole raffiguranti l’ultima cena o la Cena in Emmaus. Nel Riposo durante la fuga in Egitto del Barocci, Gesù Bambino ha ciliegie in mano. Nella Madonna del libro di Sandro Botticelli c’è una coppa di ciliegie. Nella Madonna delle ciliegie di Tiziano sono in mano al Bambino e a Maria che le porge a San Giovannino; simboleggiano la futura Passione di Gesù e il martirio del Battista decollato da Erode.
Agli smemorati mangiatori di frutta d’oggidì, la ciliegia bianca presenta le sue antiche e aristocratiche radici, il blasone rinascimentale. È nelle nature morte dei pittori del Cinquecento e del Seicento. La troviamo in scenografici vassoi. Bellissime le fruttivendole di Vincenzo Campi che dispongono cesti di frutta con tutte le varietà di ciliegie, anche le bianche. Il toscano Bartolomeo Bimbi, alla corte dei Medici, tocca le vette della natura morta. Nella villa medicea di Poggio a Caiano le sue tele con la frutta e i fiori dominano meravigliose, educative e tragiche perché ci fanno capire quanta biodiversità, quanti frutti, verdure, animali abbiamo perduto dal Settecento a oggi. Il Bimbi, nella grande tela delle ciliegie pone al centro della scena le moscatelle bianche che i Medici coltivavano nelle tenute intorno a Firenze.
Pochi lo sanno, ma anche le ciliegie, sia rosse sia bianche, dolci o asprigne, hanno un santo protettore: San Gerardo dei Tintori, patrono della città di Monza (lo si festeggia tra poco, il 6 giugno). Una sera d’inverno del Duecento, in cui sentiva ardentemente il bisogno di pregare, chiese ai chierici del Duomo di Monza di farlo entrare. I custodi, insonnoliti, gli opposero un «no» secco. San Gerardo non si scompose: se lo avessero fatto entrare, avrebbe donato loro un cesto di ciliegie. Vista la stagione, gli altri acconsentirono ridacchiando. Di lì a poco Gerardo tornò con le ciliegie.
Continua a leggereRiduci
In occasione del Milan longevity summit, Unifarco presenta il progetto GenAge® e il modello delle Farmacie specializzate in longevità: un approccio che punta a trasformare la farmacia in un vero «Longevity hub», dove il farmacista diventa guida multidisciplinare in un percorso costruito su evidenze scientifiche, analisi dello stile di vita e prevenzione personalizzata. Ne parliamo con il dottor Gianni Baratto, direttore scientifico e vicepresidente (Ricerca e sviluppo) di Unifarco, per capire quale ruolo potranno avere le farmacie nella diffusione di una cultura della longevità sana e consapevole.
Oggi si parla moltissimo di longevità. Secondo lei qual è il rischio più grande: trasformarla in una moda o riuscire davvero a renderla prevenzione quotidiana?
«Sicuramente oggi il termine “longevity” è ampiamente utilizzato e strumentalizzato anche fuori dai giusti contesti. È diventato un termine spendibile in svariati ambiti, dalla comunicazione sanitaria a quella finanziaria e assicurativa. Tuttavia è utile ricordare che, sebbene questo termine sia oggi sulla bocca di tutti e possa sembrare una trovata commerciale per vendere più beni e servizi, non è un tema così recente. Longevità si può tradurre anche con “salute nel tempo”, e ogni prodotto nasce per far star bene le persone. È esplosa questa meravigliosa bolla, finalmente ora parlare di longevità non è più fantascienza ma scienza, e questo ha reso più motivati brand come GenAge® a fornire a tutte le persone gli strumenti più concreti che la scienza oggi offre».
A che punto è la conoscenza?
«In questo campo non si ferma mai, nascono ogni giorno startup e aziende dedicate, vengono investiti sempre più capitali per lo studio di come accompagnare l’allungamento della durata media della vita con un parallelo aumento degli anni in salute. A chi è scettico suggeriamo di trovare i giusti referenti, interlocutori formati e competenti con cui differenziare ciò che è longevity solo per moda e convenienza da ciò che è realmente longevity, per una salute ora e nel tempo tramite un lavoro di squadra sulle proprie abitudini e sulla propria biologia. Così da esprimere al meglio le potenzialità genetiche che abbiamo ricevuto e vivere più a lungo e in salute, con partecipazione attiva alla vita sociale, autonomia e soddisfazione di noi stessi a qualsiasi età. Perché è davvero possibile».
Che cosa significa «manutenzione della salute» nella vita di una persona di 40, 50 o 60 anni?
«Quando parliamo di meccanismi biologici malleabili, di azioni sul nostro stile di vita, di cambiamenti che devono diventare sane routine mantenute nel tempo, ecco che si evidenzia chiaramente come sia necessario cominciare a occuparsi della propria longevità (in salute) prima che tutto sia visibile e manifesto. In realtà, a partire dai 35-40 anni, nel nostro corpo, i meccanismi biologici, la vitalità delle cellule, l’accumulo di danni, le compensazioni che prima erano altamente efficienti, cominciano ad alterarsi innescando la curva dell’invecchiamento. È nel momento in cui siamo al massimo della nostra vitalità che dobbiamo sostenerla e “revisionarla” (quasi fosse la nostra automobile), per darle l’energia e la carica per durare più a lungo nel tempo e in modo più performante».
Nel vostro approccio i farmacisti diventano una sorta di «guida della longevità». Come cambia il ruolo della farmacia rispetto al passato?
«Il farmacista è depositario di una solida esperienza formulativa e analitica di stampo multidisciplinare e ha le competenze necessarie per mettere la persona al centro, prendersene cura a 360 gradi, accompagnarla in modo personalizzato e sostenerne la motivazione. Possiede tutte le caratteristiche per essere il primo punto di riferimento e l’anello di congiunzione per un percorso multidisciplinare che include anche altri professionisti della salute. Oltre a questo, la farmacia è un presidio accessibile, diffuso capillarmente in tutto il territorio e intercetta tutte le fasce della popolazione. In farmacia, con la presenza di un farmacista preparatore formato nell’approccio pro-longevity promosso da GenAge®, potrà così concretizzarsi un percorso di manutenzione della salute fatto di analisi genetiche, analisi dei principali parametri ematici e dei marker infiammatori, test del microbiota e valutazione della composizione corporea. Approcci concreti, facilmente accessibili ed estremamente scientifici e personalizzati. Per rendere il tutto più approfondito e oggettivo, abbiamo creato il Programma yougevity, in cui alla figura del farmacista si affianca un team multidisciplinare composto da medico, nutrizionista, personal trainer e mental coach, per un’esperienza completa che integra ogni aspetto essenziale alla nostra longevità in salute».
Parlate di geroscienze e «hallmarks of aging». Quanto siamo vicini a una medicina che non cura solo le malattie, ma rallenta i meccanismi dell’invecchiamento?
«Negli ultimi anni la scienza dell’invecchiamento ha registrato un progresso senza precedenti. Ad oggi, è in grado di dare una risposta, seppur complessa e forse ancora incompleta, a questa domanda. La scienza si è concentrata soprattutto nell’analisi dei meccanismi chiave responsabili del progressivo declino dei sistemi di regolazione ed equilibrio (omeostasi) cellulare, identificando 12 “hallmarks of aging”, cioè 12 pilastri dell’invecchiamento».
Quali sono?
«Biomarker distintivi e responsabili della senescenza che si manifestano durante il normale invecchiamento, che lo accelerano se esacerbati e, viceversa, lo rallentano se gestiti correttamente. Metabolismo, funzioni cognitive, ossa, articolazioni, muscoli, pelle e intestino possono incontrare qualche ostacolo lungo il percorso degli anni anagrafici, spesso con segnali sottili, difficili da riconoscere e sensazioni che emergono nella routine quotidiana. Se siamo consapevoli dei nostri punti di forza e riconosciamo le nostre aree più vulnerabili, grazie a genetica e azione epigenetica con lo stile di vita pro-longevity, facciamo il primo fondamentale passo per lavorare sulla nostra biologia, rendendola più vitale, più funzionale, più ottimizzata e longeva».
Continua a leggereRiduci
Le foto stanno facendo il tour dei social con una velocità superiore a quella del cronoman Filippo Ganna. Ed escludendo l’autoironia (difficile trovarne qualche grammo su questi temi), indicano tante cose insieme: il delirio fuori scala di chi ha avuto la pensata, la volontà di abbracciare la moda woke ormai fuori tempo massimo e la dimostrazione di insensibilità nell’accostare il mondo fantasy a quello reale. Perché vedere la sedia a rotelle (con tutto ciò che presuppone in termini di dolore e di coraggio) accanto a un droide da Star Wars farebbe sobbalzare anche il più cinico dei leoni da tastiera di X.
Quello grossetano nella Cittadella dello studente dev’essere un istituto davvero fortunato. Mentre gli altri, in tutta Italia, sono preoccupati dalla dispersione scolastica, dall’uso indiscriminato dell’Intelligenza artificiale, dalle sacche di violenza al loro interno, ecco la paradisiaca Eat dove c’è la possibilità per i ragazzi di incontrare Robin mentre fa asciugare i guanti verdi sotto il getto di aria calda. È l’invasione dell’ultra-woke. Non fa una piega l’assessore regionale toscano alla Scuola, Alessandra Nardini (Pd), orgogliosa di mostrare l’opera su Facebook nella speranza che sia un viatico per decollare verso il Nazareno. Si sa che Elly Schlein è molto sensibile alle pulsioni radical da terza liceo «sull’accessibilità universale» che arriva ad abbracciare il transgenderismo planetario. Anzi galattico. Anzi a fumetti.
Così l’istituto dedicato a enogastronomia, accoglienza (nel senso di hospitality) e turismo deve fare i conti con i bagni più inclusivi dell’universo interstellar. Non vorremmo deludere chi ha avuto la pensata, ma è arrivato ultimo. Alcune università italiane, mosse dall’urgenza di adeguarsi ai dogmi del fanatismo Lgbtq+ da campus californiano, da tempo hanno ricavato servizi igienici per il presunto terzo sesso, destinati a rimanere deserti o ad attrarre superflue polemiche. Come quella avvampata due anni fa alla Bocconi di Milano, allorché tre studenti sono stati sospesi per sei mesi dalle lezioni per aver pubblicato sui social media commenti a loro dire goliardici, ma ritenuti «transfobici» dal consiglio di disciplina dell’ateneo. Un provvedimento molto severo, rigorosamente in linea con la polizia del pensiero e della parola.
I bagni di Guerre Stellari (noi boomer di periferia eravamo fermi al bar) stanno facendo discutere. Il parlamentare di Fratelli d’Italia, Fabrizio Rossi, ha commentato: «Direbbe il poeta, Non so se il riso o la pietà prevale. Ecco come le porte di un gabinetto diventano una crociata». È bastata la frase perché si autoproducesse come un blob una task force molto seria e molto presa dall’argomento, capitanata dall’assessora Nardini, pronta a far divampare lo scontro ideologico: «L’attacco di Rossi è l’ennesima prova dell’ossessione della destra. Io sto dalla parte di chi realizza spazi accoglienti, non di chi agita fantasmi woke. Davvero il problema sarebbero bagni pensati per riconoscere ogni persona? Penso che tutte le iniziative che consentono a ogni persona, ogni corpo e ogni identità, di essere riconosciuta, siano le benvenute». Se c’erano dubbi sulla mancanza di autoironia e di profondità morale del progressismo radical, questi evaporano. Perché sarebbe interessante definire l’identità e il perimetro sociale del robottino Ambrogio e della sirenetta Ariel. E capire le profonde motivazioni filosofiche che consentono di accostare nella stessa frase, con la stessa sensibilità, dentro lo stesso perimetro di dignità civile Batman e una mamma incinta, i Minions e una persona disabile. Anche il presidente provinciale Francesco Limatola (ovviamente piddino pure lui) non si è risparmiato qualche grammo di indignazione: «L’onorevole Rossi dovrebbe preoccuparsi un po’ di più di dare risposte ai territori e un po’ di meno di inseguire un maldestro tentativo di fare il fenomeno sui social». È noto che il presidente di una Provincia, al contrario, possa mettersi alle spalle le tematiche che riguardano i cittadini per baloccarsi a piacere dentro un cartoon. Undici icone, zero autocritica, una difesa d’ufficio da far cascare le braccia. Non resta che un consiglio: controllate spesso la carta igienica.
Continua a leggereRiduci