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2022-06-21
Ora persino il relatore lo ammette:
il nuovo catasto può colpire la casa
Luigi Marattin (imagoeconomica)
La legge delega di riforma del fisco è pronta, anzi prontissima. Manca solo il voto dell’Aula, per il resto il testo definitivo conferma un importante, quanto ormai inutile, pilastro politico: anche con tutte le precauzioni del caso, mai firmare deleghe in bianco. Tanto più se si tratta di fisco, Europa e Agenzia delle entrate. Il testo definitivo del disegno di legge ricorda che la logica di fondo sarà quella del «saldo invariato». Tradotto: se si taglia da una parte, si pesca da un’altra. Il saldo sarà uguale, ma qualcuno pagherà più tasse. Guarda caso, esattamente l’assunto sostenuto dalle raccomandazioni Ue e pure dal Mef che giusto giusto lo scorso ottobre nell’allegato al testo ribadiva l’opportunità di tagliare la pressione sul cuneo fiscale e quindi il mondo del lavoro e di ridistribuire le imposte sulla casa. Per mesi i politici e i giornali - è il caso de La Verità - che hanno lanciato l’allarme su un rischio innalzamento imposte dopo il 2026, anno di entrata in vigore della riforma del catasto (articolo 6 della delega), sono stati derisi con stizza. Con tesi tendenzialmente opposte. La prima è che le postille del Mef valgono poco se a parole governo e leader di maggioranza sostengono l’opposto. In pratica, Pd, Iv e Pd hanno cercato di smontare lo storico detto «verba volant, scripta manent».
Poi, sentendo l’urgenza di rispondere ai diktat del governo, il Pd ha insistito sulla necessità di portare a casa le riforme per evitare che l’Ue interrompesse l’erogazione dei prestiti (alias nostro debito) del Recovery fund. Il mese scorso a smentire il Pd è stata la stessa Ue. Che. in un moto di sincerità o in un eccesso di disprezzo verso la politica italiana, ha tenuto a precisare che la delega fiscale non è da annoverare tra le riforme vincolanti per il Pnrr. Ci saremmo immaginati un minimo di presa d’atto. Un minimo di riflessione. Perché tutta questa fretta di approvare qualcosa che entrerà in vigore tra il gennaio 2023 e il gennaio 2026 se non c’è alcun vincolo legale? Invece nulla di tutto ciò. La maggioranza, dopo aver portato a casa importanti modifiche - ciò va riconosciuto -, si è adeguata in toto ai diktat di Mario Draghi. Così, accantonato il bluff sul Pnrr, si è tornati a negare qualunque rischio futuro. Tra le teste di ponte del messaggio rassicurante lo stesso Luigi Marattin, renziano presidente di commissione e relatore del testo, ha fino all’ultimo spiegato tramite i giornali che «alcune forze politiche hanno trovato remunerativo cogliere la presenza della parola “casa” per spargere un po’ di terrore. Alcuni organi di informazione hanno ritenuto, per motivazioni simili, di fare la stessa cosa». Marattin non fa i nomi. Avrebbe dovuto includere anche il suo. Perché nella vita esistono anche i lapsus linguae e di solito sono rivelatori; sono quelle frasi che scappano quando ormai ci si sente sicuri e arrivati alla fine del faticoso percorso. Forse è ciò che è successo ieri mattina al rappresentante di Iv che, parlando in Aula e presentendo il testo, si è lasciato scappare una frase. «A chi governerà in quel momento (dopo il 2026, ndr) sarà possibile avere uno strumento per capire e valutare gli effetti distributivi di una eventuale riforma del catasto, che nei fatti non c’è adesso né vi era il 5 ottobre». La data si riferisce al primo parto del testo in sede di cdm.
Ma il resto della frase si riferisce a passaggi contenuti nel testo finale.
«L’integrazione delle informazioni catastali dovrà essere disponibile con la specificazione che le medesime informazioni non possano essere comunque utilizzate per la determinazione della base imponibile dei tributi derivanti dalle risultanze catastali né per la determinazione delle agevolazioni e dei benefici sociali», si legge nella delega, lasciando intendere che non verranno modificate le imposte. Salvo poco dopo inserire un secondo parametro. «Dovrà essere indicata per ciascuna unità immobiliare, oltre alla rendita catastale anche una ulteriore rendita, suscettibile di periodico aggiornamento, sulla base di appositi parametri. Si dovrà consentire nella consultazione catastale l’accesso alla banca dati dell’Osservatorio del mercato immobiliare; una quota dell’eventuale maggiore gettito è riservato alla riduzione dell’imposizione tributaria sugli immobili e sia prevalentemente attribuito ai Comuni». Anche qui vale il saldo invariato e soprattutto la possibilità in futuro di mantenere invariato il gettito delle attuali tasse, come dice la premessa, ma anche di aggiungerne di nuove, magari propria grazie all’attribuzione delle banche dati Omi. Alla fine basterà tagliare un po’ di tasse sul cuneo e qualcosa e sul resto dei prelievi mobiliari per rispettare il patto. Un po’ ciò che è avvenuto in Grecia. Per cui bisognerebbe a questo punto ammettere che, seppure le modifiche siano state numerose, il rischio sempre denunciato da La Verità sussista. Ieri, l’Unione giovani dottori commercialisti ha diffuso l’ennesimo report. «L’adozione di valori correnti in luogo delle rendite catastali avrebbe sulla tassazione della proprietà degli immobili un impatto dirompente. L’incremento dell’imposta sarebbe del 66%». Ovviamente bisogna sperare che i futuri governi facciano l’opposto di quanto chiede l’Ue (più tasse sulla casa e meno sul lavoro) dopo aver messo in cantiere una riforma che porta proprio in quella direzione.
Ps: Siamo a favore del taglio del cuneo. Non vogliamo che venga finanziato con altre tasse. Basterebbe abolire i vari bonus e il Rdc.
Le novità da gennaio: flat tax e meno privacy sui dati
Mini flat tax, meno privacy sui propri dati, superamento Irap e nuove modalità di versamento dell’Irpef per i lavoratori autonomi. Queste sono alcune delle novità, contenute nella delega fiscale, con cui i contribuenti italiani dovranno familiarizzare da gennaio. Il documento è stato approvato settimana scorso dalla commissione Finanze e ieri è iniziata la discussione alla Camera. La struttura del testo non subirà ulteriori modifiche, fatta eccezione per i vari decreti che farà il governo, nei prossimi mesi per completare e rendere operative le norme nel loro dettaglio. Alcuni progetti, come l’introduzione dell’intelligenza artificiale o di nuove tecnologie all’interno dell’Agenzia delle entrate per combattere l’evasione, avranno tempi di realizzazione più lunghi, altri invece, una volta scritte le regole di base, potranno subito avere degli impatti nella vita di tutti i giorni dei contribuenti italiani. E dunque parliamo della mini flat tax o «easy tax», misura voluta dal M5s e dalla Lega che punta ad agevolare il passaggio dalla flat tax al sistema di tassazione Irpef. La norma ha l’obiettivo di creare uno scivolo di due anni per chi supera i 65.000 di fatturato prima di passare al regime ordinario. La tassazione, che dovrà essere decisa con i successivi decreti, sarà superiore al 15% ma inferiore rispetto all’attuale 35% per chi ha redditi che oscillano tra i 28.000 e i 50.000 euro l’anno. Ovviamente la flat tax al 15% per chi non supera i 65.000 euro annui continuerà ad esistere come regime fiscale opzionale per i professionisti che la vorranno. Altra novità è il superamento dell’Irap. Con la legge di Bilancio 2022 il governo aveva deciso di iniziare a togliere questa imposta agli «imprenditori ed esercenti arti e professioni che svolgono la loro attività in forma individuale, con decorrenza dal 1° gennaio 2022». Con la delega fiscale si è continuato il percorso dando invece priorità alle società di persone, gli studi associati e le società tra professionisti. Questo intervento, è stato specificato nel testo della delega, non dovrà generare nessun tipo di aggravio sui redditi da lavoro dipendente e da pensione. Altra novità futura per i contribuenti è la minor privacy sui propri dati, anche sensibili. È infatti stato approvato un emendamento alla delega fiscale per consentire all’Agenzia delle entrate di mettere le mani anche sui dati non fiscali contenuti nella fattura elettronica. Da ricordare come quando fu introdotta la e-fattura fu proprio il Garante della privacy ad intervenire per evitare che dati non attinenti a metriche fiscali fossero usati dall’amministrazione finanziaria. In questa delega si è invece deciso di concedere anche queste nuove informazioni al fisco, insieme all’introduzione di nuove tecnologie e maggiore interoperatività tra le varie banche dati per cercare di combattere l’evasione fiscale. Sempre lato contribuenti si è poi deciso che l’Agenzia delle entrate non potrà più chiedere diverse volte documenti che sono già in suo possesso e che i lavoratori autonomi potranno anche scegliere di rateizzare mensilmente i versamenti delle loro tasse. Si prevede infatti senza penalizzazione «una più equa distribuzione del carico fiscale nel corso del tempo, anche attraverso un meccanismo di progressiva mensilizzazione degli acconti e dei saldi e l’eventuale riduzione della ritenuta d’acconto, senza maggiori oneri per le finanze pubbliche», precisa il testo della delega fiscale approvato dalla commissione Finanze. Novità che farà tirare un sospiro di sollievo a diversi professionisti che molto spesso si sono trovati in difficoltà, soprattutto con il versamento del secondo acconto Irpef di novembre. E infine ci sono cambiamenti anche lato Ires e sulla tassazione del reddito di impresa. L’obiettivo in questo caso è quello di cercare di semplificare e razionalizzare la tassazione del reddito d’impresa, anche attraverso la riduzione degli adempimenti amministrativi a carico delle imprese (grazie ad un progressivo avvicinamento tra valori civilistici e fiscali). Resta invece invariata la tassazione sulle rendite finanziarie. Rispetto al testo originario sono infatti stati eliminati i riferimenti alla progressiva e tendenziale evoluzione del sistema verso un modello duale.
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Lapsus rivelatore del relatore del testo: «Nel 2026 si potranno valutare gli effetti distributivi della riforma del catasto».Il documento approvato la settimana scorsa, ieri è iniziata la discussione alla Camera. Invariate le aliquote agevolate su Btp e affitti.Lo speciale contiene due articoliLa legge delega di riforma del fisco è pronta, anzi prontissima. Manca solo il voto dell’Aula, per il resto il testo definitivo conferma un importante, quanto ormai inutile, pilastro politico: anche con tutte le precauzioni del caso, mai firmare deleghe in bianco. Tanto più se si tratta di fisco, Europa e Agenzia delle entrate. Il testo definitivo del disegno di legge ricorda che la logica di fondo sarà quella del «saldo invariato». Tradotto: se si taglia da una parte, si pesca da un’altra. Il saldo sarà uguale, ma qualcuno pagherà più tasse. Guarda caso, esattamente l’assunto sostenuto dalle raccomandazioni Ue e pure dal Mef che giusto giusto lo scorso ottobre nell’allegato al testo ribadiva l’opportunità di tagliare la pressione sul cuneo fiscale e quindi il mondo del lavoro e di ridistribuire le imposte sulla casa. Per mesi i politici e i giornali - è il caso de La Verità - che hanno lanciato l’allarme su un rischio innalzamento imposte dopo il 2026, anno di entrata in vigore della riforma del catasto (articolo 6 della delega), sono stati derisi con stizza. Con tesi tendenzialmente opposte. La prima è che le postille del Mef valgono poco se a parole governo e leader di maggioranza sostengono l’opposto. In pratica, Pd, Iv e Pd hanno cercato di smontare lo storico detto «verba volant, scripta manent». Poi, sentendo l’urgenza di rispondere ai diktat del governo, il Pd ha insistito sulla necessità di portare a casa le riforme per evitare che l’Ue interrompesse l’erogazione dei prestiti (alias nostro debito) del Recovery fund. Il mese scorso a smentire il Pd è stata la stessa Ue. Che. in un moto di sincerità o in un eccesso di disprezzo verso la politica italiana, ha tenuto a precisare che la delega fiscale non è da annoverare tra le riforme vincolanti per il Pnrr. Ci saremmo immaginati un minimo di presa d’atto. Un minimo di riflessione. Perché tutta questa fretta di approvare qualcosa che entrerà in vigore tra il gennaio 2023 e il gennaio 2026 se non c’è alcun vincolo legale? Invece nulla di tutto ciò. La maggioranza, dopo aver portato a casa importanti modifiche - ciò va riconosciuto -, si è adeguata in toto ai diktat di Mario Draghi. Così, accantonato il bluff sul Pnrr, si è tornati a negare qualunque rischio futuro. Tra le teste di ponte del messaggio rassicurante lo stesso Luigi Marattin, renziano presidente di commissione e relatore del testo, ha fino all’ultimo spiegato tramite i giornali che «alcune forze politiche hanno trovato remunerativo cogliere la presenza della parola “casa” per spargere un po’ di terrore. Alcuni organi di informazione hanno ritenuto, per motivazioni simili, di fare la stessa cosa». Marattin non fa i nomi. Avrebbe dovuto includere anche il suo. Perché nella vita esistono anche i lapsus linguae e di solito sono rivelatori; sono quelle frasi che scappano quando ormai ci si sente sicuri e arrivati alla fine del faticoso percorso. Forse è ciò che è successo ieri mattina al rappresentante di Iv che, parlando in Aula e presentendo il testo, si è lasciato scappare una frase. «A chi governerà in quel momento (dopo il 2026, ndr) sarà possibile avere uno strumento per capire e valutare gli effetti distributivi di una eventuale riforma del catasto, che nei fatti non c’è adesso né vi era il 5 ottobre». La data si riferisce al primo parto del testo in sede di cdm. Ma il resto della frase si riferisce a passaggi contenuti nel testo finale. «L’integrazione delle informazioni catastali dovrà essere disponibile con la specificazione che le medesime informazioni non possano essere comunque utilizzate per la determinazione della base imponibile dei tributi derivanti dalle risultanze catastali né per la determinazione delle agevolazioni e dei benefici sociali», si legge nella delega, lasciando intendere che non verranno modificate le imposte. Salvo poco dopo inserire un secondo parametro. «Dovrà essere indicata per ciascuna unità immobiliare, oltre alla rendita catastale anche una ulteriore rendita, suscettibile di periodico aggiornamento, sulla base di appositi parametri. Si dovrà consentire nella consultazione catastale l’accesso alla banca dati dell’Osservatorio del mercato immobiliare; una quota dell’eventuale maggiore gettito è riservato alla riduzione dell’imposizione tributaria sugli immobili e sia prevalentemente attribuito ai Comuni». Anche qui vale il saldo invariato e soprattutto la possibilità in futuro di mantenere invariato il gettito delle attuali tasse, come dice la premessa, ma anche di aggiungerne di nuove, magari propria grazie all’attribuzione delle banche dati Omi. Alla fine basterà tagliare un po’ di tasse sul cuneo e qualcosa e sul resto dei prelievi mobiliari per rispettare il patto. Un po’ ciò che è avvenuto in Grecia. Per cui bisognerebbe a questo punto ammettere che, seppure le modifiche siano state numerose, il rischio sempre denunciato da La Verità sussista. Ieri, l’Unione giovani dottori commercialisti ha diffuso l’ennesimo report. «L’adozione di valori correnti in luogo delle rendite catastali avrebbe sulla tassazione della proprietà degli immobili un impatto dirompente. L’incremento dell’imposta sarebbe del 66%». Ovviamente bisogna sperare che i futuri governi facciano l’opposto di quanto chiede l’Ue (più tasse sulla casa e meno sul lavoro) dopo aver messo in cantiere una riforma che porta proprio in quella direzione. Ps: Siamo a favore del taglio del cuneo. Non vogliamo che venga finanziato con altre tasse. Basterebbe abolire i vari bonus e il Rdc.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/a-marattin-scappa-la-delega-fiscale-puo-colpire-la-casa-2657535901.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="le-novita-da-gennaio-flat-tax-e-meno-privacy-sui-dati" data-post-id="2657535901" data-published-at="1655751933" data-use-pagination="False"> Le novità da gennaio: flat tax e meno privacy sui dati Mini flat tax, meno privacy sui propri dati, superamento Irap e nuove modalità di versamento dell’Irpef per i lavoratori autonomi. Queste sono alcune delle novità, contenute nella delega fiscale, con cui i contribuenti italiani dovranno familiarizzare da gennaio. Il documento è stato approvato settimana scorso dalla commissione Finanze e ieri è iniziata la discussione alla Camera. La struttura del testo non subirà ulteriori modifiche, fatta eccezione per i vari decreti che farà il governo, nei prossimi mesi per completare e rendere operative le norme nel loro dettaglio. Alcuni progetti, come l’introduzione dell’intelligenza artificiale o di nuove tecnologie all’interno dell’Agenzia delle entrate per combattere l’evasione, avranno tempi di realizzazione più lunghi, altri invece, una volta scritte le regole di base, potranno subito avere degli impatti nella vita di tutti i giorni dei contribuenti italiani. E dunque parliamo della mini flat tax o «easy tax», misura voluta dal M5s e dalla Lega che punta ad agevolare il passaggio dalla flat tax al sistema di tassazione Irpef. La norma ha l’obiettivo di creare uno scivolo di due anni per chi supera i 65.000 di fatturato prima di passare al regime ordinario. La tassazione, che dovrà essere decisa con i successivi decreti, sarà superiore al 15% ma inferiore rispetto all’attuale 35% per chi ha redditi che oscillano tra i 28.000 e i 50.000 euro l’anno. Ovviamente la flat tax al 15% per chi non supera i 65.000 euro annui continuerà ad esistere come regime fiscale opzionale per i professionisti che la vorranno. Altra novità è il superamento dell’Irap. Con la legge di Bilancio 2022 il governo aveva deciso di iniziare a togliere questa imposta agli «imprenditori ed esercenti arti e professioni che svolgono la loro attività in forma individuale, con decorrenza dal 1° gennaio 2022». Con la delega fiscale si è continuato il percorso dando invece priorità alle società di persone, gli studi associati e le società tra professionisti. Questo intervento, è stato specificato nel testo della delega, non dovrà generare nessun tipo di aggravio sui redditi da lavoro dipendente e da pensione. Altra novità futura per i contribuenti è la minor privacy sui propri dati, anche sensibili. È infatti stato approvato un emendamento alla delega fiscale per consentire all’Agenzia delle entrate di mettere le mani anche sui dati non fiscali contenuti nella fattura elettronica. Da ricordare come quando fu introdotta la e-fattura fu proprio il Garante della privacy ad intervenire per evitare che dati non attinenti a metriche fiscali fossero usati dall’amministrazione finanziaria. In questa delega si è invece deciso di concedere anche queste nuove informazioni al fisco, insieme all’introduzione di nuove tecnologie e maggiore interoperatività tra le varie banche dati per cercare di combattere l’evasione fiscale. Sempre lato contribuenti si è poi deciso che l’Agenzia delle entrate non potrà più chiedere diverse volte documenti che sono già in suo possesso e che i lavoratori autonomi potranno anche scegliere di rateizzare mensilmente i versamenti delle loro tasse. Si prevede infatti senza penalizzazione «una più equa distribuzione del carico fiscale nel corso del tempo, anche attraverso un meccanismo di progressiva mensilizzazione degli acconti e dei saldi e l’eventuale riduzione della ritenuta d’acconto, senza maggiori oneri per le finanze pubbliche», precisa il testo della delega fiscale approvato dalla commissione Finanze. Novità che farà tirare un sospiro di sollievo a diversi professionisti che molto spesso si sono trovati in difficoltà, soprattutto con il versamento del secondo acconto Irpef di novembre. E infine ci sono cambiamenti anche lato Ires e sulla tassazione del reddito di impresa. L’obiettivo in questo caso è quello di cercare di semplificare e razionalizzare la tassazione del reddito d’impresa, anche attraverso la riduzione degli adempimenti amministrativi a carico delle imprese (grazie ad un progressivo avvicinamento tra valori civilistici e fiscali). Resta invece invariata la tassazione sulle rendite finanziarie. Rispetto al testo originario sono infatti stati eliminati i riferimenti alla progressiva e tendenziale evoluzione del sistema verso un modello duale.
La Corea del Sud ha messo a segno una performance che definire «stratosferica» è riduttivo. Il Kospi, l’indice azionario principale coreano, ha guadagnato l’85,6% in un anno, e c’è chi fra i pessimisti lo vede gigante dai piedi d’argilla, o meglio, di silicio. Oltre il 40% della capitalizzazione di mercato è infatti appeso al destino di due soli titoli: Samsung Electronics e SK Hynix. «Certo siamo di fronte a una concentrazione del rischio senza precedenti», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf, «Samsung che ha corso del +394% e SK Hynix del +800% in un anno. Questi non sono più semplici titoli azionari, sono diventati dei proxy dell’intelligenza artificiale globale. Il mercato sta scommettendo che la domanda di memorie Hbm (High Bandwidth Memory) non finirà mai anche se la storia insegna che il settore dei semiconduttori è ciclico per natura».
Ma c’è un altro motore che spinge Seul: la leva finanziaria. In Corea, i piccoli risparmiatori, soprannominati gaemi (formiche), stanno invadendo il mercato finanziando gli acquisti con il debito. I prestiti a margine hanno superato i 34 trilioni di won. Dall’altra parte del Mar del Giappone, il Nikkei ha toccato il massimo storico di 63.272 punti negli scorsi giorni. Qui la narrazione non è molto diversa: riforme della governance, trasparenza e l’emersione del valore dei vecchi conglomerati. Ma attenzione ai rendimenti: per l’investitore europeo, la valuta è stata la variabile discriminante.
«Il Giappone del 2026 è un mercato a due velocità» sottolinea sempre Gaziano, «dove chi ha investito con copertura del cambio (Eur Hedged) ha portato a casa rendimenti eccezionali, come il +137% del WisdomTree Japan. Chi invece è rimasto esposto allo Yen ha visto i propri guadagni falcidiati dalla svalutazione della moneta nipponica».
Nonostante la guerra in Medio Oriente, Giappone e Corea (nella storia non certo sempre amici) hanno sorpreso tutti non affondando sotto il peso del caro-petrolio. Fra le mosse messe in campo da queste nazioni anche una «diplomazia pragmatica» che sta portando in queste settimane alla creazione di una riserva petrolifera comune tra il premier nipponico Takaichi e il presidente coreano Lee Jae Myung per una riserva energetica comune per ridurre la dipendenza diretta dallo Stretto di Hormuz. «Titoli come Toyota, pur stimando cali di profitto per i costi delle materie prime, restano pilastri che il mercato non vuole mollare, grazie a bilanci che finalmente iniziano a premiare gli azionisti con dividendi e buyback», conclude l’esperto.
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Il presidente di Anafe Umberto Roccatti
Agli Stati Generali Adm il presidente Umberto Roccatti attacca le riforme europee su accise e liquidi aromatizzati: «Aumenti fino al 200%, così si favoriscono contrabbando online e mercato illegale». Nel mirino le direttive Ted e Tpd.
Le nuove strette europee sul vaping rischiano di mettere in crisi un settore che in Italia vale circa un miliardo di euro e occupa 50 mila persone. L’allarme arriva da Umberto Roccatti, intervenuto agli Stati Generali dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, dove ha criticato duramente le imminenti revisioni europee delle direttive Ted e Tpd.
Secondo il presidente di Anafe Confindustria, le proposte allo studio a Bruxelles rischiano di produrre un effetto opposto rispetto agli obiettivi dichiarati: meno gettito fiscale, crescita del mercato illegale e difficoltà sempre maggiori per le imprese regolari.
Nel mirino c’è soprattutto la revisione della direttiva Ted sulle accise. Roccatti parla di aumenti «insostenibili» per aziende e consumatori: oltre il 100% per i prodotti con nicotina e circa il 200% per quelli senza. Una stretta che, secondo Anafe, potrebbe riportare il settore alla situazione vissuta nel 2014, quando l’introduzione di una tassazione giudicata eccessiva provocò il crollo del mercato legale.
Il presidente dell’associazione ricorda che allora lo Stato incassò appena 3 milioni di euro contro i 107 previsti e che migliaia di piccole imprese furono costrette a chiudere, mentre gran parte del mercato finì nel contrabbando. Solo dal 2018, sostiene Anafe, il comparto avrebbe ritrovato una certa stabilità grazie a incrementi fiscali più graduali.
L’altra grande preoccupazione riguarda invece la possibile revisione della direttiva Tpd e il cosiddetto «flavour ban», cioè il divieto dei liquidi aromatizzati. Per Roccatti si tratterebbe di una misura «ideologica», destinata a colpire uno degli elementi centrali dei prodotti alternativi alle sigarette tradizionali. Secondo Anafe, gli aromi rappresentano infatti uno strumento importante per i fumatori adulti che cercano di abbandonare il tabacco classico. L’associazione sostiene inoltre che il divieto non risolverebbe il problema dell’accesso dei minori, già regolato da norme e sanzioni esistenti, mentre rischierebbe di far crollare il gettito fiscale legato al settore.
Nel suo intervento agli Stati Generali Adm, Roccatti ha poi puntato il dito contro il commercio illegale online. Il presidente di Anafe ha parlato di un vero e proprio «Far West digitale», alimentato soprattutto da vendite sui social network e da siti esteri che operano all’interno dell’Unione europea aggirando controlli e dogane.Da qui la richiesta al governo italiano di difendere il comparto nei tavoli europei e di concentrare maggiormente i controlli sui canali illegali, evitando – sostiene l’associazione – di scaricare n uovi oneri burocratici soltanto sugli operatori regolari presenti sul territorio.
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Ursula von der Leyen (Ansa)
Ma la vestale del Green deal Ursula von der Leyen non arretra di un millimetro sugli Ets per limitare le emissioni di Co2. Anche se queste tasse significano mandare fuori mercato le imprese, anche se queste imposte determinano una distorsione abnorme nei prezzi dell’energia. Si è molto preoccupata nelle settimane scorse delle risorse energetiche causa blocco di Hormuz, raccontando diverse favolette sull’approvvigionamento europeo. Ma nulla s’è visto. A Giorgia Meloni che invoca una clausola di salvaguardia del Patto di stabilità per l’emergenza energetica ha risposto che non si può, anzi ha aggiunto: fate con quel che avete. Per la verità Valdis Dombrovskis il lettone (Pil inferiore a quello della Lombardia), commissario all’Economia, ha fatto una minima apertura. Sempre la Von der Leyen, a chi le chiedeva di riaprire i rubinetti del gas russo, diceva di no, salvo poi scoprire che Pedro Sánchez - il massimo alfiere dell’europeismo gauchista duro e puro - compra Gnl a mano franca da Vladimir Putin. Ma una soluzione che sia una la presidente della Commissione europea non l’ha data. E su Ets non si smuove.
In compenso, ha fatto un bel gesto: ha stanziato 450 milioni di euro per aiutare gli agricoltori strozzati da un aumento del 70% dei prezzi dei fertilizzanti per via del blocco di Hormuz. Poi ha aggiunto che prima dell’estate - quando si dice la tempestività - ci sarà un rafforzamento della liquidità temporanea della Pac, consentendo ai Paesi di utilizzare i fondi per fornire agli agricoltori un risarcimento parziale dei costi aggiuntivi dei fertilizzanti. Ora, a parte il fatto che lei dà 71 milioni di soldi della Pac agli emiri di Dubai e che della sicurezza alimentare non si preoccupa (la Cina ha stoccato 151 milioni di tonnellate di grano, in Ue siamo sotto i 20 milioni), resta inevaso il nodo Ets. Gli agricoltori le ricordano che «non voler compiere nessun passo indietro sul Cbam, il meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere, e sull’Ets, il mercato europeo delle quote di emissione di anidride carbonica, sta mettendo in ginocchio le aziende». Il conto è presto fatto: aumenti di costi fino a 250 euro a ettaro, che riducono oltre il livello di guardia i redditi degli agricoltori, mentre aumentano i prezzi per i consumatori, che affrontano un’inflazione alimentare del 4,6% (ma sui prodotti freschi - frutta, verdura, carne e pesce - sfonda il tetto dei 6,2 punti percentuali).
Ursula von der Leyen, quando si parla di ambiente, sembra quel chirurgo che ebbe a vantarsi: l’operazione è riuscita, ma il paziente è morto. E questo le manda a dire la Confcommercio, che ha presentato il suo rapporto in collaborazione col Cer. Stefano Fantacone, direttore del Cer, è esplicito: «Il conflitto del Golfo già oggi toglie il 2% al Pil e aggiunge lo 0,7% all’inflazione per il 2026. Ets con l’attuale situazione dei prezzi dell’energia rischia di essere insostenibile». Lo dicono i numeri. Per il trasporto su strada l’incidenza dell’Ets2 - che entrerà in vigore nel 2028 - è stimata tra i 4,7 e gli 11,3 miliardi di euro annui. Il diesel potrebbe aumentare di oltre il 17% e la benzina di oltre il 14%, con rincari fino a 355 euro l’anno per le auto a gasolio e a 250 euro per le auto a benzina. Ha voglia il governo di rifinanziare il contenimento delle accise! Dal trasporto alla casa e bottega, ecco il regalo Ets2: tra 1,6 e 4 miliardi l’anno circa per le utenze domestiche con un aggravio di 128 euro all’anno per famiglia e costi aggiuntivi per il commercio pari a 400 euro per un bar, 364 euro per un negozio alimentare, 1.090 euro per le grandi superfici di vendita, 1.275 euro per i ristoranti e 3.270 euro per un albergo medio. Basta? No, perché la tassa verde della Von der Leyen si abbatte per circa 713 milioni entro il 2028 sul trasporto marittimo e dunque con un ulteriore effetto inflattivo. Ets2 costa perciò da un minimo di 6,5 a un massimo di 16 miliardi in più. Logico che Pasquale Russo, vicepresidente di Confcommercio e presidente di Conftrasporto, sottolinei: «Il sistema Ets 2 può creare a trasporti, imprese e servizi danni irrimediabili, ci sono elementi distorsivi e incomprensibili». Ma non ditelo a Ursula. Lei pensa che Ets voglia dire: «Erano tutti soddisfatti».
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Ecco #DimmiLaVerità del 21 maggio 2026. Con il nostro Alessandro Rico commentiamo l'ennesima follia della burocrazia europea.