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2023-04-21
A furia di obblighi crolla la fiducia nei vaccini
Ansa
il miracolo delle vaccinazioni Covid: non è bastato che gli fosse imposta, attraverso il ricatto politico, la discriminazione giuridica e lo stigma sociale, l’iniezione salvifica. Adesso, si scopre che, durante la pandemia, i nostri connazionali hanno iniziato a credere sempre meno nelle glorie dei farmaci immunizzanti. Secondo l’ultimo rapporto dell’Unicef, la fiducia nei vaccini ai bimbi è crollata di 6,8 punti percentuali fino a fine 2022, con un calo più consistente tra gli under 35 e le donne. È questo ciò che resta degli sforzi sovrumani delle virostar in tv?
Non prendiamoci in giro: chi rimane di stucco dinanzi a certi risultati, o è molto ingenuo o è molto ipocrita.
Per un anno e mezzo, la gente è stata martellata dalla propaganda per l’iniezione contro il coronavirus. A un certo punto, il governo Draghi, con un regolamento del Miur retto da Patrizio Bianchi, ha minacciato di spedire in Dad, in caso di focolaio in classe, non solo gli studenti non inoculati, ma persino quelli non in regola con la terza dose. Trattati da fuorilegge; considerati, sul piano medico, alla stregua di pazienti fragili. Autorità pubbliche ed esperti, nel frattempo, minimizzavano i potenziali effetti avversi di quei medicinali sui giovani: i cardiologi erano arrivati a sostenere che le miocarditi indotte dai sieri a mRna fossero «lievi e autolimitanti». Alla fine, è giunto il contrordine definitivo: uno studio condotto dal Karolinska institutet, delle università di Berna, Oslo e Linköping, ha confermato che i piccini sono resi immuni al Covid attraverso il contatto con la famiglia degli altri coronavirus che provocano i raffreddori comuni. Altro che vaccino; bastava uno starnuto. Ormai, neppure l’Oms raccomanda più le punture ai fanciulli, che fino a pochi mesi fa erano indicate come un’urgenza improcrastinabile.
In Paesi diversi il bombardamento è stato meno intenso, ma l’imperativo, nella sostanza, era analogo: inseguire tutti con la siringa, senza distinzione d’età, stato di salute, esposizione al rischio. E dinanzi a questo delirio, guarda un po’, la popolazione, qui e all’estero, ha reagito con la diffidenza. Non è più convinta che sia vantaggioso offrire il braccio dei ragazzi per l’anti Covid. Il che è comprensibile. Il punto è che essa ha finito per gettare, letteralmente, il bambino con l’acqua sporca. Snobbando anche i vaccini utili.
I dati dell’Unicef parlano da soli. A livello globale, nel 2022, rispetto al 2021, il numero di piccoli paralizzati dalla poliomielite è cresciuto del 16%. E se come termine di riferimento si prende il periodo 2019-2021, l’incremento è addirittura di otto volte. Intanto, circa sette ragazze su otto non risultano schermate dal papillomavirus, un agente patogeno che può provocare il tumore della cervice uterina.
In definitiva, ci sono solo tre Paesi al mondo nei quali la percezione dell’importanza della vaccinazione pediatrica è rimasta inalterata o è addirittura cresciuta: Cina, India e Messico.
Ora, dal momento che la tendenza alla sfiducia nelle immunizzazioni è un fenomeno pressoché planetario, essa non sarà ovunque dovuta al modo in cui è stata gestita la compagna di inoculazioni per il Covid. Ma è lecito sospettare che il ricorso alla coercizione, i risultati non proprio entusiasmanti dei preparati a Rna messaggero su categorie anagrafiche di per sé poco soggette alle conseguenze gravi della malattia, nonché la sottovalutazione delle reazioni avverse, abbiano contribuito ad alimentare un’ondata di diffidenza che, ahinoi, si è estesa pure ai trattamenti davvero necessari per i più piccoli.
Nel frattempo, si è verificato un paradosso macroscopico: divieti e serrate hanno complicato gli approvvigionamenti di medicinali nelle aree disagiate, privando dell’accesso ai vaccini una marea di bimbi. Nel complesso, in 67 milioni sono rimasti totalmente o parzialmente privi di sieri salvavita, per colpa dell’interruzione delle somministrazioni legata alla pandemia. Ovvero, alle limitazioni dei sistemi sanitari e alle restrizioni. Il risultato? «Più di un decennio di progressi nell’immunizzazione infantile di routine è stato compromesso», afferma l’agenzia delle Nazioni Unite.
Un autentico capolavoro: mentre spingevamo ossessivamente i bimbi a sottoporsi a un vaccino che, nella migliore delle ipotesi, era inutile e, nella peggiore, più rischioso che benefico, ci siamo persi per strada due lustri di lavoro per difendere anzitutto i piccoli del Terzo mondo dalla minaccia di malattie prevenibili.
Infine, per chi desiderasse la ciliegina sulla torta, c’è il rapporto Istat sul Benessere equo e sostenibile. Nel documento, l’istituto fotografa, per l’anno 2022, l’aumento del disagio mentale, specialmente tra le ragazze, sia nella fascia d’età 14-19 anni sia in quella 20-24. Siamo ancora qui a pagare il conto di due anni di serrate, lezioni a distanza, criminalizzazione degli spritz in piazza. E meno male che doveva andare tutto bene...
Burioni sparse il panico su Omicron. Adesso scrive che è un raffreddore
Nel florilegio di «consigli per gli acquisti» graziosamente offerti in pandemia dal professor Roberto Burioni, è difficile reperire un’affermazione che non sia stata da lui contraddetta, poco dopo, da un’altra di segno completamente opposto. Uno degli esempi più eclatanti di questa dissociazione infodemica si è avuto proprio pochi giorni fa, in coincidenza con l’uscita, sulla rivista Journal of translational medicine, dello studio del virologo dell’Ospedale San Raffaele su «Sars-Cov-2 prima e dopo Omicron». La ricerca è stata elaborata da Burioni insieme con Renata Gili, giovane specialista in sanità pubblica presso Gimbe, fondazione del gastroenterologo Nino Cartabellotta che, in linea col nostro, continua a dispensare pressanti inviti alla vaccinazione anti Covid come unica soluzione per «convivere con il virus».
Lo studio parla chiaro: «Il Covid-19, una volta apparsa la variante Omicron, si è trasformato in una malattia diversa da quella causata dalle varianti precedenti. Clinicamente, Omicron causa una malattia meno grave rispetto alle sue varianti precedenti». Diversi scienziati lo avevano detto e ribadito già poche settimane dopo che Omicron aveva fatto capolino nel nostro Paese e in Europa, se non altro per scongiurare il rischio di infliggere il punitivo e inutile green pass a un’ampia fascia di cittadini.
Quali caratteristiche ha Omicron, secondo Burioni edizione 2023? La malattia ha come sintomo più frequente «l’insorgenza del mal di gola e della voce rauca», scrive. «Ci troviamo di fronte a una variante che presenta una minore efficacia di replicazione nel tratto respiratorio inferiore (il polmone, ndr) con un coinvolgimento sistemico inferiore», scrivono i due esperti. Traduzione: Omicron colpisce le vie respiratorie alte, naso e gola, risparmiando il polmone. Insomma: è quello che da sempre chiamiamo «raffreddore», definito dallo stesso Istituto superiore di sanità come «infezione virale delle prime vie respiratorie, in particolare del naso e della gola, causata da oltre 200 differenti virus di cui i più comuni sono i rinovirus, i virus influenzali e parainfluenzali, gli adenovirus, il virus respiratorio sinciziale e i coronavirus». Guai, però, a dirlo a Burioni edizione 2022. In una memorabile puntata di Che tempo che fa dedicata proprio a Omicron, a marzo dell’anno scorso, il virologo del San Raffaele, sollecitato da Fabio Fazio che gli chiede se Omicron è davvero «un raffreddore», sostiene con decisione che «chiamarlo così è veramente una grande forzatura. Il Covid, pur nella sua variante Omicron, rimane un virus contagiosissimo e pericolosissimo». Burioni edizione 2022 ne era profondamente convinto: ancora a fine aprile dello scorso anno, quando ormai era evidente che i sintomi della malattia, già blandi nella fascia 0-19 anni, lo erano ancor di più con Omicron, il virologo scrive sul suo sito Medical facts che «dire che solo i bambini che hanno altre malattie sviluppano forme gravi è falso […]. Nell’87% dei casi, i bambini ricoverati durante l’ondata omicron non erano vaccinati». Davvero? Eppure, Burioni edizione 2023 scrive che «una delle caratteristiche principali della variante Omicron è la sua marcata (marcata) capacità di eludere la risposta immunitaria, sia negli individui precedentemente infettati da Sars-Cov-2 che nei soggetti vaccinati». Come dimenticare, in effetti, il Gran Contagio di Natale 2021, che ha reso empiricamente evidente a tutta la popolazione che il vaccino non bloccava il contagio e mandava in ospedale i vaccinati? E come dimenticare che lo stesso Burioni, l’8 ottobre 2022, si collega da casa con Fazio dichiarando di essersi ammalato di Covid, con tanto di voce incrinata da tosse e raffredddore, subito dopo aver fatto la quarta dose?
L’unica raccomandazione rimasta immutata nel Burioni edizione 2022 rispetto al Burioni edizione 2023 è l’invito, incessante, alla vaccinazione anti Covid, nonostante tutte le evidenze. Prevedibile anche la volontà di riposizionarsi scientificamente per poter dire, tra qualche anno: «Omicron era un raffreddore, io l’ho sempre detto».
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Secondo l’Unicef, dopo la pandemia la gente è diventata più diffidente verso le iniezioni ai bambini. E mentre si rifilavano fiale anti Sars-Cov-2 di dubbia utilità a tutti i minori, per i lockdown è calata la fornitura di dosi utili contro malattie gravi, tipo la polio-In uno studio con una scienziata di Gimbe, ridimensionato l’ex ceppo «pericolosissimo»-Lo speciale contiene due articoliil miracolo delle vaccinazioni Covid: non è bastato che gli fosse imposta, attraverso il ricatto politico, la discriminazione giuridica e lo stigma sociale, l’iniezione salvifica. Adesso, si scopre che, durante la pandemia, i nostri connazionali hanno iniziato a credere sempre meno nelle glorie dei farmaci immunizzanti. Secondo l’ultimo rapporto dell’Unicef, la fiducia nei vaccini ai bimbi è crollata di 6,8 punti percentuali fino a fine 2022, con un calo più consistente tra gli under 35 e le donne. È questo ciò che resta degli sforzi sovrumani delle virostar in tv?Non prendiamoci in giro: chi rimane di stucco dinanzi a certi risultati, o è molto ingenuo o è molto ipocrita. Per un anno e mezzo, la gente è stata martellata dalla propaganda per l’iniezione contro il coronavirus. A un certo punto, il governo Draghi, con un regolamento del Miur retto da Patrizio Bianchi, ha minacciato di spedire in Dad, in caso di focolaio in classe, non solo gli studenti non inoculati, ma persino quelli non in regola con la terza dose. Trattati da fuorilegge; considerati, sul piano medico, alla stregua di pazienti fragili. Autorità pubbliche ed esperti, nel frattempo, minimizzavano i potenziali effetti avversi di quei medicinali sui giovani: i cardiologi erano arrivati a sostenere che le miocarditi indotte dai sieri a mRna fossero «lievi e autolimitanti». Alla fine, è giunto il contrordine definitivo: uno studio condotto dal Karolinska institutet, delle università di Berna, Oslo e Linköping, ha confermato che i piccini sono resi immuni al Covid attraverso il contatto con la famiglia degli altri coronavirus che provocano i raffreddori comuni. Altro che vaccino; bastava uno starnuto. Ormai, neppure l’Oms raccomanda più le punture ai fanciulli, che fino a pochi mesi fa erano indicate come un’urgenza improcrastinabile. In Paesi diversi il bombardamento è stato meno intenso, ma l’imperativo, nella sostanza, era analogo: inseguire tutti con la siringa, senza distinzione d’età, stato di salute, esposizione al rischio. E dinanzi a questo delirio, guarda un po’, la popolazione, qui e all’estero, ha reagito con la diffidenza. Non è più convinta che sia vantaggioso offrire il braccio dei ragazzi per l’anti Covid. Il che è comprensibile. Il punto è che essa ha finito per gettare, letteralmente, il bambino con l’acqua sporca. Snobbando anche i vaccini utili.I dati dell’Unicef parlano da soli. A livello globale, nel 2022, rispetto al 2021, il numero di piccoli paralizzati dalla poliomielite è cresciuto del 16%. E se come termine di riferimento si prende il periodo 2019-2021, l’incremento è addirittura di otto volte. Intanto, circa sette ragazze su otto non risultano schermate dal papillomavirus, un agente patogeno che può provocare il tumore della cervice uterina. In definitiva, ci sono solo tre Paesi al mondo nei quali la percezione dell’importanza della vaccinazione pediatrica è rimasta inalterata o è addirittura cresciuta: Cina, India e Messico. Ora, dal momento che la tendenza alla sfiducia nelle immunizzazioni è un fenomeno pressoché planetario, essa non sarà ovunque dovuta al modo in cui è stata gestita la compagna di inoculazioni per il Covid. Ma è lecito sospettare che il ricorso alla coercizione, i risultati non proprio entusiasmanti dei preparati a Rna messaggero su categorie anagrafiche di per sé poco soggette alle conseguenze gravi della malattia, nonché la sottovalutazione delle reazioni avverse, abbiano contribuito ad alimentare un’ondata di diffidenza che, ahinoi, si è estesa pure ai trattamenti davvero necessari per i più piccoli. Nel frattempo, si è verificato un paradosso macroscopico: divieti e serrate hanno complicato gli approvvigionamenti di medicinali nelle aree disagiate, privando dell’accesso ai vaccini una marea di bimbi. Nel complesso, in 67 milioni sono rimasti totalmente o parzialmente privi di sieri salvavita, per colpa dell’interruzione delle somministrazioni legata alla pandemia. Ovvero, alle limitazioni dei sistemi sanitari e alle restrizioni. Il risultato? «Più di un decennio di progressi nell’immunizzazione infantile di routine è stato compromesso», afferma l’agenzia delle Nazioni Unite. Un autentico capolavoro: mentre spingevamo ossessivamente i bimbi a sottoporsi a un vaccino che, nella migliore delle ipotesi, era inutile e, nella peggiore, più rischioso che benefico, ci siamo persi per strada due lustri di lavoro per difendere anzitutto i piccoli del Terzo mondo dalla minaccia di malattie prevenibili. Infine, per chi desiderasse la ciliegina sulla torta, c’è il rapporto Istat sul Benessere equo e sostenibile. Nel documento, l’istituto fotografa, per l’anno 2022, l’aumento del disagio mentale, specialmente tra le ragazze, sia nella fascia d’età 14-19 anni sia in quella 20-24. Siamo ancora qui a pagare il conto di due anni di serrate, lezioni a distanza, criminalizzazione degli spritz in piazza. E meno male che doveva andare tutto bene... <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/a-furia-di-obblighi-crolla-la-fiducia-nei-vaccini-2659888592.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="burioni-sparse-il-panico-su-omicron-adesso-scrive-che-e-un-raffreddore" data-post-id="2659888592" data-published-at="1682016365" data-use-pagination="False"> Burioni sparse il panico su Omicron. Adesso scrive che è un raffreddore Nel florilegio di «consigli per gli acquisti» graziosamente offerti in pandemia dal professor Roberto Burioni, è difficile reperire un’affermazione che non sia stata da lui contraddetta, poco dopo, da un’altra di segno completamente opposto. Uno degli esempi più eclatanti di questa dissociazione infodemica si è avuto proprio pochi giorni fa, in coincidenza con l’uscita, sulla rivista Journal of translational medicine, dello studio del virologo dell’Ospedale San Raffaele su «Sars-Cov-2 prima e dopo Omicron». La ricerca è stata elaborata da Burioni insieme con Renata Gili, giovane specialista in sanità pubblica presso Gimbe, fondazione del gastroenterologo Nino Cartabellotta che, in linea col nostro, continua a dispensare pressanti inviti alla vaccinazione anti Covid come unica soluzione per «convivere con il virus». Lo studio parla chiaro: «Il Covid-19, una volta apparsa la variante Omicron, si è trasformato in una malattia diversa da quella causata dalle varianti precedenti. Clinicamente, Omicron causa una malattia meno grave rispetto alle sue varianti precedenti». Diversi scienziati lo avevano detto e ribadito già poche settimane dopo che Omicron aveva fatto capolino nel nostro Paese e in Europa, se non altro per scongiurare il rischio di infliggere il punitivo e inutile green pass a un’ampia fascia di cittadini. Quali caratteristiche ha Omicron, secondo Burioni edizione 2023? La malattia ha come sintomo più frequente «l’insorgenza del mal di gola e della voce rauca», scrive. «Ci troviamo di fronte a una variante che presenta una minore efficacia di replicazione nel tratto respiratorio inferiore (il polmone, ndr) con un coinvolgimento sistemico inferiore», scrivono i due esperti. Traduzione: Omicron colpisce le vie respiratorie alte, naso e gola, risparmiando il polmone. Insomma: è quello che da sempre chiamiamo «raffreddore», definito dallo stesso Istituto superiore di sanità come «infezione virale delle prime vie respiratorie, in particolare del naso e della gola, causata da oltre 200 differenti virus di cui i più comuni sono i rinovirus, i virus influenzali e parainfluenzali, gli adenovirus, il virus respiratorio sinciziale e i coronavirus». Guai, però, a dirlo a Burioni edizione 2022. In una memorabile puntata di Che tempo che fa dedicata proprio a Omicron, a marzo dell’anno scorso, il virologo del San Raffaele, sollecitato da Fabio Fazio che gli chiede se Omicron è davvero «un raffreddore», sostiene con decisione che «chiamarlo così è veramente una grande forzatura. Il Covid, pur nella sua variante Omicron, rimane un virus contagiosissimo e pericolosissimo». Burioni edizione 2022 ne era profondamente convinto: ancora a fine aprile dello scorso anno, quando ormai era evidente che i sintomi della malattia, già blandi nella fascia 0-19 anni, lo erano ancor di più con Omicron, il virologo scrive sul suo sito Medical facts che «dire che solo i bambini che hanno altre malattie sviluppano forme gravi è falso […]. Nell’87% dei casi, i bambini ricoverati durante l’ondata omicron non erano vaccinati». Davvero? Eppure, Burioni edizione 2023 scrive che «una delle caratteristiche principali della variante Omicron è la sua marcata (marcata) capacità di eludere la risposta immunitaria, sia negli individui precedentemente infettati da Sars-Cov-2 che nei soggetti vaccinati». Come dimenticare, in effetti, il Gran Contagio di Natale 2021, che ha reso empiricamente evidente a tutta la popolazione che il vaccino non bloccava il contagio e mandava in ospedale i vaccinati? E come dimenticare che lo stesso Burioni, l’8 ottobre 2022, si collega da casa con Fazio dichiarando di essersi ammalato di Covid, con tanto di voce incrinata da tosse e raffredddore, subito dopo aver fatto la quarta dose? L’unica raccomandazione rimasta immutata nel Burioni edizione 2022 rispetto al Burioni edizione 2023 è l’invito, incessante, alla vaccinazione anti Covid, nonostante tutte le evidenze. Prevedibile anche la volontà di riposizionarsi scientificamente per poter dire, tra qualche anno: «Omicron era un raffreddore, io l’ho sempre detto».
Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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Il ciclista sloveno Tadej Pogacar dell'Uae Team Emirates festeggia dopo aver vinto la 117ª edizione della classica ciclistica Milano-Sanremo (Ansa)
Lo sloveno cade a 30 chilometri dall’arrivo, rientra con una rincorsa impressionante e decide la Classicissima allo sprint contro Tom Pidcock. Un successo, arrivato al sesto tentativo, che completa il suo straordinario palmarès e arriva dopo una corsa vissuta sempre all’attacco.
C’è un’immagine che racconta più di tutte questa Milano-Sanremo: la maglia iridata strappata, il fianco sinistro sanguinante, e Tadej Pogacar che si rialza e riparte quando la sua corsa sembra finita. Da lì in avanti, la Classicissima cambia direzione e diventa il terreno della sua impresa.
Lo sloveno vince per la prima volta la Milano-Sanremo al sesto tentativo, chiudendo in 6h35’49’’ e battendo allo sprint Tom Pidcock, rimasto l’unico capace di reggergli il passo fino agli ultimi metri. Terzo Wout van Aert, quarto Mads Pedersen. Il primo degli italiani è Andrea Vendrame, sesto.
Fino a poco più di trenta chilometri dal traguardo, però, la storia sembra un’altra. Una caduta in gruppo, poco prima della Cipressa, coinvolge anche Pogacar. Finisce a terra, resta attardato, visibilmente ferito. Per qualche istante la sua Sanremo sembra chiusa lì. Quando risale in sella, il gruppo è già lontano e l’inseguimento appare complicato. È in quel momento che la corsa cambia volto. Pogacar rientra, metro dopo metro, aiutato anche dalla squadra, poi si riporta nelle prime posizioni proprio all’inizio della Cipressa. Non aspetta: accelera, forza il ritmo, seleziona il gruppo fino a portarsi via soltanto i nomi più attesi, tra cui Mathieu van der Poel e Pidcock. La selezione definitiva arriva sul Poggio. Lo sloveno attacca ancora, più volte, fino a staccare Van der Poel. Solo Pidcock resiste e si incolla alla sua ruota. In cima hanno pochi secondi sugli inseguitori, ma bastano. La discesa è veloce, il margine tiene, e la corsa si decide in via Roma. È uno sprint a due, situazione non abituale per Pogacar. Parte lungo, da davanti, costringendo Pidcock a inseguire. Il britannico prova a rimontare, ma negli ultimi metri lo sloveno riesce a mantenere mezza ruota di vantaggio, quanto basta per prendersi la vittoria che gli mancava. Dietro, il gruppo rientra troppo tardi. Van Aert conquista il terzo posto dopo l’inseguimento, in una giornata segnata anche per lui dalla caduta. Più indietro gli altri favoriti, mai davvero in grado di rientrare sui due battistrada nel finale. «Sono molto felice, un sacco di emozioni. Non vedevo l’ora di vincere questa gara», ha detto Pogacar all’arrivo. «Sapevo che con Pidcock sarebbe stata dura, ma sono riuscito a mettere la ruota davanti».
Per il fuoriclasse sloveno è molto più di una vittoria. La Sanremo era uno dei pochi tasselli mancanti in un palmarès già straordinario. Oggi arriva nel modo più difficile, passando attraverso un errore, una caduta e una rincorsa che avrebbe spento molti altri. E invece no. Dopo aver recuperato, attaccato e resistito, Pogacar completa l’opera allo sprint.
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