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2019-08-29
A cose fatte Renzi esce allo scoperto e si piazza al timone dell’accrocchio
Ansa
Alla fine ha ceduto. Nicola Zingaretti esce politicamente sconfitto dalla crisi di Ferragosto. La sua linea, che ha sempre chiesto una forte discontinuità nella formazione di un governo con il M5s, è naufragata nel corso della direzione Pd di ieri, quando il segretario dem ha alla fine ritirato il proprio veto sulla premiership di Giuseppe Conte. «Oggi, dopo la stagione consumata con la crisi voluta dalla Lega, Conte sarà il candidato presidente indicato dai 5 stelle per la guida di un governo fondato su un impianto e un programma diversi», ha spiegato nella relazione. «Noi riconosciamo in questa scelta l'autonoma decisione del partito di maggioranza relativa in questa legislatura. Con questa volontà il M5s, ed è legittimo, rivendica la presidenza del governo. Ha rifiutato altre ipotesi». «Noi abbiamo accettato», ha anche spiegato, «il peso della responsabilità nei confronti del Paese. Chiederemo una discontinuità. Potevamo scegliere diversamente? Forse. A partire dalla figura del premier. Ma abbiamo deciso di aprire alla scelta di Conte perché così ha deciso il M5s». Una disponibilità formalizzata, ieri pomeriggio, davanti al capo dello Stato, durante le consultazioni al Quirinale.
La Waterloo del segretario dem è tutta riassunta nelle sue parole che, nello stesso momento in cui accettano Conte, continuano a invocare una discontinuità con il passato. Un paradosso che evidenzia la totale sconfitta della linea di Zingaretti. Ma per lui i problemi non finiscono qui. Perché anche su un altro punto potrebbe essere ben presto costretto a cedere. Ieri, il segretario ha infatti ribadito che, nella formazione del nuovo governo, occorra «una visione condivisa» perché «solo così sarà possibile parlare di un governo di legislatura». Peccato per lui che un governo di legislatura non sembri costituire esattamente l'obiettivo a cui punta il vero dominus del Pd, Matteo Renzi. Proprio ieri, mentre stavano per iniziare le consultazioni, il senatore fiorentino se n'è infatti uscito sibillinamente con un post su Facebook. «Quando si forma un governo», ha scritto, «è normale che si affaccino ambizioni, richieste, desideri. Ma questo governo nasce sulla base di un'emergenza: evitare che le tasse salgano e che l'Italia vada in recessione. È un atto di servizio al Paese, innanzitutto. Per questo invito tutti a mettere da parte le ambizioni personali e dare una mano per il bene comune». Una linea sostanzialmente ribadita in serata, quando Renzi - intervenendo a Radio 1 - ha scaricato innanzitutto la responsabilità della crisi su Matteo Salvini, per poi parlare di fatto come capo del Pd. «A me dare la fiducia a un governo del quale faranno parte esponenti dei 5 stelle costa», ha affermato, difendendo comunque a spada tratta il suo sostegno alla nuova maggioranza. «Se fossimo andati a elezioni in estate avremmo avuto l'Italia in ginocchio per la recessione. […] L'Italia è totalmente out dalla discussione politica europea». Alle accuse che il nuovo governo possa esser nato da una manovra di Bruxelles, ha invece replicato: «Meglio una manovra europea che un finanziamento russo». Ora, senza voler fare delle dietrologie, appare chiaro che - da un punto di vista logico - «governo di legislatura» e «governo di emergenza» siano due concetti abbastanza diversi: quantomeno per la prospettiva della loro durata.
Siccome la saggezza andreottiana ci insegna che a pensar male si farà anche peccato ma spesso ci si azzecca, le parole di Renzi potrebbero in realtà evidenziare quello che è ormai il proverbiale segreto di Pulcinella. E cioè che il senatore non solo si è riservato il diritto di dare origine alla nuova maggioranza, scavalcando di fatto Zingaretti nel suo ruolo di segretario. Ma anche - e soprattutto - che ha tutta l'intenzione di continuare a dare lui stesso le carte in futuro. Renzi, in parole povere, sta probabilmente ribadendo che il governo giallorosso sia una sua creatura. E che, come ha deciso lui sulla sua nascita, così deciderà anche sulla sua (prevedibilmente) prematura fine. Una fine che, magari, sarà pronto a decretare non appena riuscirà a costituire la sua forza centrista, per abbandonare un Pd ormai al naufragio.
Perché, alla fine, il problema è proprio questo. La crisi di Ferragosto rappresentava un'ottima occasione per Zingaretti. Il segretario dem aveva infatti tutto l'interesse ad andare a elezioni anticipate: una soluzione che gli avrebbe consentito di mettere i renziani all'angolo e di assumere saldamente le redini del partito. Senza considerare che, con il Movimento 5 stelle in fase calante, il Pd avrebbe potuto approfittarne per sottrargli preziosi consensi alle urne. Tuttavia l'improvvisa apertura di Renzi ai grillini ha destabilizzato la situazione. Davanti al senatore di Rignano che si comportava come un segretario de facto, Zingaretti aveva due possibilità: o rimettere Renzi al suo posto e proseguire sulla strada del voto anticipato o cercare di trovare un compromesso con il suo rivale interno. Ha scelto la seconda via. E si è ritrovato progressivamente fagocitato. Fino all'epilogo di ieri. Probabilmente lo ha fatto per evitare fratture nel partito. Ma agendo così, ha dato l'ok a una maggioranza totalmente innaturale di cui gli elettori si ricorderanno. Consegnando il partito a Renzi. Il quale non aspetta altro che liquidarlo. Del resto, come sosteneva Benjamin Disraeli, il successo è figlio dell'audacia.
Calenda è il primo a farsi da parte
È così Carlo Calenda se ne va, e il Pd paga l'accordo con il M5s con una ennesima scissione. Ufficialmente tutto parte con un annuncio di dimissioni dalla direzione, ma dietro questo primo passo si intuisce già il sentiero dello scisma: «Sarò coerente», dice l'ex ministro di prima mattina, «dal primo giorno in cui mi sono iscritto al Pd ho detto che non sarei rimasto se ci fosse stato un accordo con il M5s. Uno può fare accordi con chi ha idee diverse ma non con chi ha valori diversi».
Se ne va dunque Calenda, e la notizia successiva è che fonda un nuovo partito. Ma forse - come vi abbiamo spiegato nei giorni scorsi - c'è qualcosa di meno drammatico di quanto non appaia, in questo strappo, che rompe ancora una volta il mito dell'unanimismo democratico, il sogno mai archiviato della vocazione maggioritaria. Nicola Zingaretti non è certo contento, e tuttavia ci sono alcuni effetti della mossa calendiana che non possono sfuggire. «Siamo Europei» - la formazione dell'ex ministro - era già nata come un logo elettorale, e aveva ottenuto un rodaggio e una promozione incredibile, quando Zingaretti aveva concesso a Calenda di occupare metà del simbolo sulla scheda delle elezioni europee. Già allora, molto prima del voto, l'ex ministro meditava l'idea di fondare una su formazione autonoma. Era stato a lungo corteggiato da Più Europa perché capitanasse le liste delle europee, e aveva nel cassetto un sondaggio che lo accreditava - in alleanza con la Bonino - di un clamoroso 6,5%. Solo un sogno per sondaggisti? Oppure una soglia sensibile in grado di garantire a Calenda la forza per far nascere una nuova formazione? Con questi pensieri nella testa il segretario e l'ex manager si incontrarono in un giorno di primavera. In quel faccia a faccia Zingaretti spiegò a Calenda: «Il Pd ha bisogno di unire dopo le rotture, di mandare un messaggio di collegialità e di concordia». Il segretario ricordò ad una persona che stimava e che considerava leale il rischio di uno scisma renziano da scongiurare con un risultato in cui la forza del Pd fosse affermata senza possibilità di equivoco. Calenda accettò per spirito di appartenenza, ma il sondaggio e il sogno del 6,5% rimasero nel cassetto. Ora dice: «Lavorerò per costruire una casa per chi non si sente rappresentato da questo rapporto con il Movimento 5 stelle che nasce male». E la sua idea è quella di battezzare una formazione che sia alleata del Pd. Inutile dire che al Nazareno l'idea di una rottura che si celebra proprio nel giorno del successo politico fa storcere il naso.
L'unico effetto collaterale positivo - per Zingaretti - è che i fuoriusciti occuperanno un'area del centrosinistra in cui avrebbero voluto atterrare i possibili transfughi renziani. Questo significa che l'operazione Calenda, pur sottraendo dei consensi al Pd, ha la funzione di recuperare gli scontenti, è quella di fare «barrage» contro l'uomo di Rignano. Non è un mistero che, dalla nascita del governo di Gentiloni in poi, fra Renzi e Calenda sia calato il gelo. Il Rottamatore considera lui e Gentiloni «due traditori» (vedi la polemica sull'audio dalla scuola dei giovani). E Calenda dal 2016, pur definendolo «il miglior premier della storia d'Italia», considera Renzi, «un leader sconfitto e privo di strategia». Ieri su di lui Calenda era caustico: «La scissione non è nel suo Dna, non l'ha mai voluta fare», spiegava, «vuole tenere sotto scacco il Pd, delegittimare Zingaretti e ripresentarsi alle elezioni». Il leader di Siamo europei ha considerato un grave errore avergli lasciato tutto quello spazio di manovra. E oggi ne approfitta per scavalcarlo, convinto che esistano spazi per far crescere una formazione laica e liberale, che cresce al fianco del Pd, senza sottrargli spazio. Ma è esattamente questo che non piace a Zingaretti: proprio mentre gli sta riuscendo l'impresa di costituire una alleanza sui territori e in vista delle regionali con il M5s, uno scisma che fondi la sua identità costitutiva sulla non alleabilità con il M5s, smette di essere un aiuto e può diventare un problema. Ecco perché da oggi con Calenda sarà il gelo. Poi, nel futuro, saranno i rapporti di forza a decidere.
Ai mal di pancia dei democratici si aggiunge anche quello di Matteo Richetti, il quale si è espresso contrariamente riguardo al mandato a Zingaretti per formare un esecutivo assieme al Movimento 5 stelle: «Il mio voto contrario? Un'invocazione a ragionare», ha spiegato in un'intervista a Repubblica, «un conto è un governo di altissimo profilo politico, con le più alte competenze. Altro è dover subire un veto dietro l'altro da Luigi Di Maio. Per rispetto della mia funzione, preferisco l'irrilevanza politica». E ancora: «Se questo governo non è all'altezza delle sfide che abbiamo davanti, si rischia un'operazione molto pericolosa».
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Per tutta la giornata, mentre Nicola Zingaretti mette la firma su un patto suicida per il Pd, il Bullo rimarca il proprio ruolo per evitare le elezioni e lancia un segnale: questo esecutivo durerà finché servirà a lui.Carlo Calenda rassegna le dimissioni dalla direzione del Partito democratico. Anche Matteo Richetti si iscrive al gruppo degli scontenti: «Voto contro, è un'invocazione a ragionare».Lo speciale contiene due articoli. Alla fine ha ceduto. Nicola Zingaretti esce politicamente sconfitto dalla crisi di Ferragosto. La sua linea, che ha sempre chiesto una forte discontinuità nella formazione di un governo con il M5s, è naufragata nel corso della direzione Pd di ieri, quando il segretario dem ha alla fine ritirato il proprio veto sulla premiership di Giuseppe Conte. «Oggi, dopo la stagione consumata con la crisi voluta dalla Lega, Conte sarà il candidato presidente indicato dai 5 stelle per la guida di un governo fondato su un impianto e un programma diversi», ha spiegato nella relazione. «Noi riconosciamo in questa scelta l'autonoma decisione del partito di maggioranza relativa in questa legislatura. Con questa volontà il M5s, ed è legittimo, rivendica la presidenza del governo. Ha rifiutato altre ipotesi». «Noi abbiamo accettato», ha anche spiegato, «il peso della responsabilità nei confronti del Paese. Chiederemo una discontinuità. Potevamo scegliere diversamente? Forse. A partire dalla figura del premier. Ma abbiamo deciso di aprire alla scelta di Conte perché così ha deciso il M5s». Una disponibilità formalizzata, ieri pomeriggio, davanti al capo dello Stato, durante le consultazioni al Quirinale. La Waterloo del segretario dem è tutta riassunta nelle sue parole che, nello stesso momento in cui accettano Conte, continuano a invocare una discontinuità con il passato. Un paradosso che evidenzia la totale sconfitta della linea di Zingaretti. Ma per lui i problemi non finiscono qui. Perché anche su un altro punto potrebbe essere ben presto costretto a cedere. Ieri, il segretario ha infatti ribadito che, nella formazione del nuovo governo, occorra «una visione condivisa» perché «solo così sarà possibile parlare di un governo di legislatura». Peccato per lui che un governo di legislatura non sembri costituire esattamente l'obiettivo a cui punta il vero dominus del Pd, Matteo Renzi. Proprio ieri, mentre stavano per iniziare le consultazioni, il senatore fiorentino se n'è infatti uscito sibillinamente con un post su Facebook. «Quando si forma un governo», ha scritto, «è normale che si affaccino ambizioni, richieste, desideri. Ma questo governo nasce sulla base di un'emergenza: evitare che le tasse salgano e che l'Italia vada in recessione. È un atto di servizio al Paese, innanzitutto. Per questo invito tutti a mettere da parte le ambizioni personali e dare una mano per il bene comune». Una linea sostanzialmente ribadita in serata, quando Renzi - intervenendo a Radio 1 - ha scaricato innanzitutto la responsabilità della crisi su Matteo Salvini, per poi parlare di fatto come capo del Pd. «A me dare la fiducia a un governo del quale faranno parte esponenti dei 5 stelle costa», ha affermato, difendendo comunque a spada tratta il suo sostegno alla nuova maggioranza. «Se fossimo andati a elezioni in estate avremmo avuto l'Italia in ginocchio per la recessione. […] L'Italia è totalmente out dalla discussione politica europea». Alle accuse che il nuovo governo possa esser nato da una manovra di Bruxelles, ha invece replicato: «Meglio una manovra europea che un finanziamento russo». Ora, senza voler fare delle dietrologie, appare chiaro che - da un punto di vista logico - «governo di legislatura» e «governo di emergenza» siano due concetti abbastanza diversi: quantomeno per la prospettiva della loro durata. Siccome la saggezza andreottiana ci insegna che a pensar male si farà anche peccato ma spesso ci si azzecca, le parole di Renzi potrebbero in realtà evidenziare quello che è ormai il proverbiale segreto di Pulcinella. E cioè che il senatore non solo si è riservato il diritto di dare origine alla nuova maggioranza, scavalcando di fatto Zingaretti nel suo ruolo di segretario. Ma anche - e soprattutto - che ha tutta l'intenzione di continuare a dare lui stesso le carte in futuro. Renzi, in parole povere, sta probabilmente ribadendo che il governo giallorosso sia una sua creatura. E che, come ha deciso lui sulla sua nascita, così deciderà anche sulla sua (prevedibilmente) prematura fine. Una fine che, magari, sarà pronto a decretare non appena riuscirà a costituire la sua forza centrista, per abbandonare un Pd ormai al naufragio. Perché, alla fine, il problema è proprio questo. La crisi di Ferragosto rappresentava un'ottima occasione per Zingaretti. Il segretario dem aveva infatti tutto l'interesse ad andare a elezioni anticipate: una soluzione che gli avrebbe consentito di mettere i renziani all'angolo e di assumere saldamente le redini del partito. Senza considerare che, con il Movimento 5 stelle in fase calante, il Pd avrebbe potuto approfittarne per sottrargli preziosi consensi alle urne. Tuttavia l'improvvisa apertura di Renzi ai grillini ha destabilizzato la situazione. Davanti al senatore di Rignano che si comportava come un segretario de facto, Zingaretti aveva due possibilità: o rimettere Renzi al suo posto e proseguire sulla strada del voto anticipato o cercare di trovare un compromesso con il suo rivale interno. Ha scelto la seconda via. E si è ritrovato progressivamente fagocitato. Fino all'epilogo di ieri. Probabilmente lo ha fatto per evitare fratture nel partito. Ma agendo così, ha dato l'ok a una maggioranza totalmente innaturale di cui gli elettori si ricorderanno. Consegnando il partito a Renzi. Il quale non aspetta altro che liquidarlo. Del resto, come sosteneva Benjamin Disraeli, il successo è figlio dell'audacia. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/a-cose-fatte-renzi-esce-allo-scoperto-e-si-piazza-al-timone-dellaccrocchio-2640092362.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="calenda-e-il-primo-a-farsi-da-parte" data-post-id="2640092362" data-published-at="1778859522" data-use-pagination="False"> Calenda è il primo a farsi da parte È così Carlo Calenda se ne va, e il Pd paga l'accordo con il M5s con una ennesima scissione. Ufficialmente tutto parte con un annuncio di dimissioni dalla direzione, ma dietro questo primo passo si intuisce già il sentiero dello scisma: «Sarò coerente», dice l'ex ministro di prima mattina, «dal primo giorno in cui mi sono iscritto al Pd ho detto che non sarei rimasto se ci fosse stato un accordo con il M5s. Uno può fare accordi con chi ha idee diverse ma non con chi ha valori diversi». Se ne va dunque Calenda, e la notizia successiva è che fonda un nuovo partito. Ma forse - come vi abbiamo spiegato nei giorni scorsi - c'è qualcosa di meno drammatico di quanto non appaia, in questo strappo, che rompe ancora una volta il mito dell'unanimismo democratico, il sogno mai archiviato della vocazione maggioritaria. Nicola Zingaretti non è certo contento, e tuttavia ci sono alcuni effetti della mossa calendiana che non possono sfuggire. «Siamo Europei» - la formazione dell'ex ministro - era già nata come un logo elettorale, e aveva ottenuto un rodaggio e una promozione incredibile, quando Zingaretti aveva concesso a Calenda di occupare metà del simbolo sulla scheda delle elezioni europee. Già allora, molto prima del voto, l'ex ministro meditava l'idea di fondare una su formazione autonoma. Era stato a lungo corteggiato da Più Europa perché capitanasse le liste delle europee, e aveva nel cassetto un sondaggio che lo accreditava - in alleanza con la Bonino - di un clamoroso 6,5%. Solo un sogno per sondaggisti? Oppure una soglia sensibile in grado di garantire a Calenda la forza per far nascere una nuova formazione? Con questi pensieri nella testa il segretario e l'ex manager si incontrarono in un giorno di primavera. In quel faccia a faccia Zingaretti spiegò a Calenda: «Il Pd ha bisogno di unire dopo le rotture, di mandare un messaggio di collegialità e di concordia». Il segretario ricordò ad una persona che stimava e che considerava leale il rischio di uno scisma renziano da scongiurare con un risultato in cui la forza del Pd fosse affermata senza possibilità di equivoco. Calenda accettò per spirito di appartenenza, ma il sondaggio e il sogno del 6,5% rimasero nel cassetto. Ora dice: «Lavorerò per costruire una casa per chi non si sente rappresentato da questo rapporto con il Movimento 5 stelle che nasce male». E la sua idea è quella di battezzare una formazione che sia alleata del Pd. Inutile dire che al Nazareno l'idea di una rottura che si celebra proprio nel giorno del successo politico fa storcere il naso. L'unico effetto collaterale positivo - per Zingaretti - è che i fuoriusciti occuperanno un'area del centrosinistra in cui avrebbero voluto atterrare i possibili transfughi renziani. Questo significa che l'operazione Calenda, pur sottraendo dei consensi al Pd, ha la funzione di recuperare gli scontenti, è quella di fare «barrage» contro l'uomo di Rignano. Non è un mistero che, dalla nascita del governo di Gentiloni in poi, fra Renzi e Calenda sia calato il gelo. Il Rottamatore considera lui e Gentiloni «due traditori» (vedi la polemica sull'audio dalla scuola dei giovani). E Calenda dal 2016, pur definendolo «il miglior premier della storia d'Italia», considera Renzi, «un leader sconfitto e privo di strategia». Ieri su di lui Calenda era caustico: «La scissione non è nel suo Dna, non l'ha mai voluta fare», spiegava, «vuole tenere sotto scacco il Pd, delegittimare Zingaretti e ripresentarsi alle elezioni». Il leader di Siamo europei ha considerato un grave errore avergli lasciato tutto quello spazio di manovra. E oggi ne approfitta per scavalcarlo, convinto che esistano spazi per far crescere una formazione laica e liberale, che cresce al fianco del Pd, senza sottrargli spazio. Ma è esattamente questo che non piace a Zingaretti: proprio mentre gli sta riuscendo l'impresa di costituire una alleanza sui territori e in vista delle regionali con il M5s, uno scisma che fondi la sua identità costitutiva sulla non alleabilità con il M5s, smette di essere un aiuto e può diventare un problema. Ecco perché da oggi con Calenda sarà il gelo. Poi, nel futuro, saranno i rapporti di forza a decidere. Ai mal di pancia dei democratici si aggiunge anche quello di Matteo Richetti, il quale si è espresso contrariamente riguardo al mandato a Zingaretti per formare un esecutivo assieme al Movimento 5 stelle: «Il mio voto contrario? Un'invocazione a ragionare», ha spiegato in un'intervista a Repubblica, «un conto è un governo di altissimo profilo politico, con le più alte competenze. Altro è dover subire un veto dietro l'altro da Luigi Di Maio. Per rispetto della mia funzione, preferisco l'irrilevanza politica». E ancora: «Se questo governo non è all'altezza delle sfide che abbiamo davanti, si rischia un'operazione molto pericolosa».
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Nell’era della digitalizzazione e dell’Intelligenza artificiale, però, gli sprovveduti sono una platea molto più numerosa e facilmente aggirabile per la perfezione dell’inganno. Ieri vi abbiamo raccontato della truffa ai danni dei risparmiatori realizzata clonando la mia identità e immaginando uno scontro con il ceo di Intesa Sanpaolo negli studi di Porta a Porta. Nella trasmissione di Bruno Vespa avrei «sbugiardato» il banchiere cattivo, nella fattispecie Carlo Messina, e lanciato una piattaforma di trading online che, al contrario del sistema creditizio, avrebbe in cura i risparmi degli italiani e con un investimento minimo di 250 euro avrebbe assicurato una buona rendita.
Questa truffa - per la quale mi sto muovendo legalmente con il mio avvocato Eugenio Piccolo, anche a tutela del giornale - l’abbiamo raccontata perché ne avevamo trovato traccia in un banner pubblicitario inserito nella homepage di Repubblica (come da foto pubblicate). Cliccando si apriva l’articolo fake con la grafica di Repubblica altrettanto fake e le foto della finta trasmissione di Vespa. Ovviamente tutti i protagonisti sono all’oscuro: da me a Messina, da Vespa ai colleghi di Repubblica.
Abbiamo anche spiegato il meccanismo. Un’azienda anonima (nel mio caso la Url riporta a una certa «woodupp«) carica la sua pubblicità su uno o più network pubblicitari internazionali. Qui si tratta di MediaGo, di proprietà del colosso cinese Baidu, il secondo motore di ricerca dopo Google. In automatico MediaGo distribuisce su molti grandi siti italiani con cui ha accordi commerciali, inclusa Repubblica, attraverso aste in tempo reale (programmatic advertising) che «atterrano» sulla base del cliente meglio profilato. È il meccanismo con cui lavorano tutti i top player del settore. Repubblica non sceglie quella pubblicità: la riceve automaticamente. La redazione di Repubblica non sa nemmeno che qualcuno ha creato un articolo «come se fosse di Repubblica»: lo sa a segnalazione avvenuta. Però Repubblica incassa perché la raccolta pubblicitaria si contrae e la prende come tutti dai «predatori», i cosiddetti Ott, gli Over the Top (Amazon, Meta, Google…) che raccolgono tutto e smistano alle condizioni di mercato che vogliono. Nel calderone pubblicitario c’è tutto, anche le truffe che quand’anche non fossero create da loro, nei loro vettori viaggiano che è una bellezza, quindi indirettamente ci guadagnano. Perché questo è il far west del Capitalismo della sorveglianza, generato secondo la legge del più forte.
Lo stesso meccanismo distorto è la linfa dell’Intelligenza artificiale, la quale si sta imponendo esattamente replicando la pirateria delle Big Tech quando cominciarono a lavorare sui nostri dati senza avere il permesso di farlo.
Sì può fare qualcosa? Si deve, ma la classe dirigente è troppo impegnata a difendere se stessa. Alcuni mesi fa, Marina Berlusconi, nel ruolo di presidente di Mondadori, aveva lanciato un monito scrivendo una lettera al Corriere e pubblicando contemporaneamente tre titoli per i tipi della Silvio Berlusconi Editore, tre «pezzi» per capire le potenzialità e le minacce della nuova frontiera digitale: Careless People, Gente che se ne frega» (libro boicottato da Zuckerberg) di Sarah Wynn-Williams; La Repubblica tecnologica, di Alex Karp, ceo di Palantir, socio di Peter Thiel (quello delle lezioni sull’anticristo), e La Società Tecnologica», un libro del filosofo e teologo Jacques Ellul.
Vi riporto alcune riflessioni di Marina Berlusconi in quella lettera di presentazione. «Oggi le prime cinque Big Tech assieme - Nvidia, Microsoft, Apple, Alphabet, Amazon - sono arrivate a superare il Pil dell’area euro. Ma attenzione: ridurre tutto ai valori economici non basta, il potere dei giganti della tecnologia va ben oltre. È un potere che rifiuta le regole, cioè la base di qualsiasi società davvero funzionante. Noi editori tradizionali paghiamo le tasse, rispettiamo le leggi, tuteliamo il diritto d’autore e i posti di lavoro - basti pensare che in Italia le piattaforme occupano appena un trentesimo dei lavoratori del settore. Eppure, quasi due terzi del mercato pubblicitario globale vengono inghiottiti dai colossi della Silicon Valley, che fanno esattamente il contrario: per dirla con il titolo del saggio firmato dalla ex-Meta Sarah Wynn-Williams, sono Careless People, “gente che se ne frega”. È concorrenza sleale bella e buona».
E ancora: «I giganti del Tech mettono sul piatto generosi finanziamenti e i dati di miliardi di persone […] Questi colossi non sono più solo aziende private, sono attori politici». Ha ragione!
Si può fare qualcosa, per contrastare questo mondo messo in piedi da predoni e pirati, di cui noi siamo vittime più o meno consapevoli? Sì. E lo dico al governo di centrodestra, al governo «sovranista»: mettete un tetto alla raccolta pubblicitaria di questi Ott, oppure obbligateli a destinare delle quote all’editoria che stanno uccidendo. Lo dice Marina Berlusconi, lo dice la Confindustria del settore col presidente Antonio Marano, lo dicono i grandi, i medi e i piccoli editori. Proprio discutendo di Careless People, Gente che se frega con il deputato di Forza Italia, Francesco Battistoni, riflettevamo che tutti siamo coinvolti, dalla politica alle università, dal giornalismo ai centri studi e persino alla Chiesa: è un tema di libertà, di sicurezza, di resistenza rispetto a questi nuovi Padroni. Che si credono dio.
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Per Keir Starmer, già travolto dal disastroso risultato delle amministrative e dall’avanzata di Nigel Farage, si tratta probabilmente del momento più difficile da quando è arrivato a Downing Street. Anche perché Streeting non è un oppositore interno qualsiasi: appartiene, infatti, alla stessa ala moderata e «blairiana» del premier. E proprio per questo il suo attacco rischia di essere devastante.
Nella lunga lettera inviata a Starmer, l’ormai ex ministro della Sanità ha spiegato di avere «perso fiducia» nella sua leadership e, quindi, di non poter restare nel governo «per questione di principio e di onore». Non solo: «Dove servirebbe una visione, abbiamo il vuoto. Dove servirebbe una direzione, siamo alla deriva», ha scritto Streeting, attribuendo direttamente all’impopolarità dell’esecutivo le pesanti sconfitte subite dai laburisti in Inghilterra, Scozia e Galles. Ancora più clamoroso il passaggio finale della lettera: «È ormai chiaro che non sarai tu a guidare il Partito laburista alle prossime elezioni». Un necrologio anticipato.
Streeting, inoltre, ha attaccato duramente la gestione dell’immigrazione da parte del premier, citando polemicamente il controverso discorso sull’«isola di stranieri», con cui Starmer aveva inaugurato la linea dura del Labour (più a parole, invero, che nei fatti), nel tentativo di fermare l’emorragia di consensi verso Reform Uk. Secondo l’ex ministro, però, quella strategia avrebbe contribuito a lasciare il Paese «senza capire chi siamo e che cosa rappresentiamo davvero». In pratica, il premier è riuscito in un colpo solo a non sottrarre voti a Farage e ad alienarsi una parte della propria base progressista.
Per scalzare di Starmer, tuttavia, non basteranno le sole dimissioni dei ministri, seppur eccellenti. Le regole del partito, infatti, prevedono che, per candidarsi alla leadership, serve il sostegno del 20% dei deputati laburisti: oggi significa almeno 81 parlamentari. Solo dopo scatterebbe il voto degli iscritti e dei sindacati. Ed è proprio qui che iniziano i problemi dei possibili successori. Lo stesso Streeting, che presto dovrebbe annunciare formalmente la propria candidatura, ha sì acceso la miccia della rivolta interna, ma non sembra avere numeri sufficienti per conquistare davvero il partito: molti iscritti continuano a considerarlo troppo vicino alla stessa linea moderata che oggi viene contestata a Starmer.
Più insidiosa potrebbe rivelarsi, invece, la candidatura di Angela Rayner, ex vicepremier ed esponente dell’ala sindacale del Labour, appena scagionata nell’inchiesta fiscale che l’aveva costretta alle dimissioni lo scorso anno. Il vero e più credibile antagonista di Starmer, tuttavia, resta Andy Burnham, il popolarissimo sindaco di Manchester soprannominato «il re del Nord». Secondo diversi sondaggi interni, sarebbe proprio Burnham l’unico in grado di battere nettamente Starmer tra gli iscritti del partito. Il problema è che, per candidarsi, dovrebbe prima tornare ai Comuni attraverso un’elezione suppletiva, dato che attualmente non è deputato.
A Westminster, insomma, regna ancora la massima incertezza. Nessuno sa davvero se Starmer riuscirà a resistere o chi, eventualmente, riuscirà a prenderne il posto. Ma una cosa appare ormai chiara a tutti: la partita per il dopo-Starmer è ufficialmente iniziata.
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L’attività ha preso il via nel 2025 quando, a seguito di un ordinario controllo di polizia in mare, si è deciso di procedere velocemente ad una capillare ricognizione nei porti sardi. Nel mirino delle Fiamme gialle il fenomeno del cosiddetto flagging out, una strategia spesso utilizzata da italiani per aggirare il sistema fiscale nazionale con l’immatricolazione di yacht e navi da diporto in registri esteri. Questa pratica, mirata all'abbattimento di costi gestionali e assicurativi, viene frequentemente utilizzata per sottrarsi anche agli obblighi di trasparenza verso il fisco.
Il cuore dell'operazione è stata la verifica del rispetto della normativa sul monitoraggio fiscale, che impone ai residenti in Italia di dichiarare puntualmente, nel quadro denominato «RW» della dichiarazione dei redditi, il possesso di beni mobili registrati all'estero. In sostanza, l’omessa indicazione nella dichiarazione dei redditi del bene immatricolato in uno Stato estero costituisce una violazione finalizzata a nascondere al fisco la reale capacità contributiva ed è sanzionata dalle norme vigenti in misura proporzionale al valore del bene.
L’attività operativa svolta dalla Stazione Navale della Guardia di finanza di Cagliari ha assunto vaste proporzioni anche per la residenza fiscale dei proprietari delle barche da diporto. La meticolosa ricostruzione ha permesso di risalire ai soggetti omissivi nella dichiarazione dei redditi, distribuiti sull’intero territorio nazionale, tramite un'azione mirata da parte di diversi reparti del Corpo. Per perfezionare gli accertamenti, la Stazione Navale di Cagliari ha collaborato con i Reparti territoriali, in base alla residenza dei proprietari, tramite l’incrocio dei dati rilevati durante i riscontri diretti con le banche dati, per garantire la massima precisione nella ricostruzione delle posizioni fiscali.
I risultati finali delineano un quadro di eccezionale rilievo, individuando imbarcazioni e navi da diporto per un valore di mercato complessivo superiore ai 48 milioni di euro. Altrettanto significative le sanzioni amministrative contestate, che potranno raggiungere i 23 milioni di euro, in relazione al valore d’acquisto o di mercato dei beni non dichiarati.
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