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2019-08-29
A cose fatte Renzi esce allo scoperto e si piazza al timone dell’accrocchio
Ansa
Alla fine ha ceduto. Nicola Zingaretti esce politicamente sconfitto dalla crisi di Ferragosto. La sua linea, che ha sempre chiesto una forte discontinuità nella formazione di un governo con il M5s, è naufragata nel corso della direzione Pd di ieri, quando il segretario dem ha alla fine ritirato il proprio veto sulla premiership di Giuseppe Conte. «Oggi, dopo la stagione consumata con la crisi voluta dalla Lega, Conte sarà il candidato presidente indicato dai 5 stelle per la guida di un governo fondato su un impianto e un programma diversi», ha spiegato nella relazione. «Noi riconosciamo in questa scelta l'autonoma decisione del partito di maggioranza relativa in questa legislatura. Con questa volontà il M5s, ed è legittimo, rivendica la presidenza del governo. Ha rifiutato altre ipotesi». «Noi abbiamo accettato», ha anche spiegato, «il peso della responsabilità nei confronti del Paese. Chiederemo una discontinuità. Potevamo scegliere diversamente? Forse. A partire dalla figura del premier. Ma abbiamo deciso di aprire alla scelta di Conte perché così ha deciso il M5s». Una disponibilità formalizzata, ieri pomeriggio, davanti al capo dello Stato, durante le consultazioni al Quirinale.
La Waterloo del segretario dem è tutta riassunta nelle sue parole che, nello stesso momento in cui accettano Conte, continuano a invocare una discontinuità con il passato. Un paradosso che evidenzia la totale sconfitta della linea di Zingaretti. Ma per lui i problemi non finiscono qui. Perché anche su un altro punto potrebbe essere ben presto costretto a cedere. Ieri, il segretario ha infatti ribadito che, nella formazione del nuovo governo, occorra «una visione condivisa» perché «solo così sarà possibile parlare di un governo di legislatura». Peccato per lui che un governo di legislatura non sembri costituire esattamente l'obiettivo a cui punta il vero dominus del Pd, Matteo Renzi. Proprio ieri, mentre stavano per iniziare le consultazioni, il senatore fiorentino se n'è infatti uscito sibillinamente con un post su Facebook. «Quando si forma un governo», ha scritto, «è normale che si affaccino ambizioni, richieste, desideri. Ma questo governo nasce sulla base di un'emergenza: evitare che le tasse salgano e che l'Italia vada in recessione. È un atto di servizio al Paese, innanzitutto. Per questo invito tutti a mettere da parte le ambizioni personali e dare una mano per il bene comune». Una linea sostanzialmente ribadita in serata, quando Renzi - intervenendo a Radio 1 - ha scaricato innanzitutto la responsabilità della crisi su Matteo Salvini, per poi parlare di fatto come capo del Pd. «A me dare la fiducia a un governo del quale faranno parte esponenti dei 5 stelle costa», ha affermato, difendendo comunque a spada tratta il suo sostegno alla nuova maggioranza. «Se fossimo andati a elezioni in estate avremmo avuto l'Italia in ginocchio per la recessione. […] L'Italia è totalmente out dalla discussione politica europea». Alle accuse che il nuovo governo possa esser nato da una manovra di Bruxelles, ha invece replicato: «Meglio una manovra europea che un finanziamento russo». Ora, senza voler fare delle dietrologie, appare chiaro che - da un punto di vista logico - «governo di legislatura» e «governo di emergenza» siano due concetti abbastanza diversi: quantomeno per la prospettiva della loro durata.
Siccome la saggezza andreottiana ci insegna che a pensar male si farà anche peccato ma spesso ci si azzecca, le parole di Renzi potrebbero in realtà evidenziare quello che è ormai il proverbiale segreto di Pulcinella. E cioè che il senatore non solo si è riservato il diritto di dare origine alla nuova maggioranza, scavalcando di fatto Zingaretti nel suo ruolo di segretario. Ma anche - e soprattutto - che ha tutta l'intenzione di continuare a dare lui stesso le carte in futuro. Renzi, in parole povere, sta probabilmente ribadendo che il governo giallorosso sia una sua creatura. E che, come ha deciso lui sulla sua nascita, così deciderà anche sulla sua (prevedibilmente) prematura fine. Una fine che, magari, sarà pronto a decretare non appena riuscirà a costituire la sua forza centrista, per abbandonare un Pd ormai al naufragio.
Perché, alla fine, il problema è proprio questo. La crisi di Ferragosto rappresentava un'ottima occasione per Zingaretti. Il segretario dem aveva infatti tutto l'interesse ad andare a elezioni anticipate: una soluzione che gli avrebbe consentito di mettere i renziani all'angolo e di assumere saldamente le redini del partito. Senza considerare che, con il Movimento 5 stelle in fase calante, il Pd avrebbe potuto approfittarne per sottrargli preziosi consensi alle urne. Tuttavia l'improvvisa apertura di Renzi ai grillini ha destabilizzato la situazione. Davanti al senatore di Rignano che si comportava come un segretario de facto, Zingaretti aveva due possibilità: o rimettere Renzi al suo posto e proseguire sulla strada del voto anticipato o cercare di trovare un compromesso con il suo rivale interno. Ha scelto la seconda via. E si è ritrovato progressivamente fagocitato. Fino all'epilogo di ieri. Probabilmente lo ha fatto per evitare fratture nel partito. Ma agendo così, ha dato l'ok a una maggioranza totalmente innaturale di cui gli elettori si ricorderanno. Consegnando il partito a Renzi. Il quale non aspetta altro che liquidarlo. Del resto, come sosteneva Benjamin Disraeli, il successo è figlio dell'audacia.
Calenda è il primo a farsi da parte
È così Carlo Calenda se ne va, e il Pd paga l'accordo con il M5s con una ennesima scissione. Ufficialmente tutto parte con un annuncio di dimissioni dalla direzione, ma dietro questo primo passo si intuisce già il sentiero dello scisma: «Sarò coerente», dice l'ex ministro di prima mattina, «dal primo giorno in cui mi sono iscritto al Pd ho detto che non sarei rimasto se ci fosse stato un accordo con il M5s. Uno può fare accordi con chi ha idee diverse ma non con chi ha valori diversi».
Se ne va dunque Calenda, e la notizia successiva è che fonda un nuovo partito. Ma forse - come vi abbiamo spiegato nei giorni scorsi - c'è qualcosa di meno drammatico di quanto non appaia, in questo strappo, che rompe ancora una volta il mito dell'unanimismo democratico, il sogno mai archiviato della vocazione maggioritaria. Nicola Zingaretti non è certo contento, e tuttavia ci sono alcuni effetti della mossa calendiana che non possono sfuggire. «Siamo Europei» - la formazione dell'ex ministro - era già nata come un logo elettorale, e aveva ottenuto un rodaggio e una promozione incredibile, quando Zingaretti aveva concesso a Calenda di occupare metà del simbolo sulla scheda delle elezioni europee. Già allora, molto prima del voto, l'ex ministro meditava l'idea di fondare una su formazione autonoma. Era stato a lungo corteggiato da Più Europa perché capitanasse le liste delle europee, e aveva nel cassetto un sondaggio che lo accreditava - in alleanza con la Bonino - di un clamoroso 6,5%. Solo un sogno per sondaggisti? Oppure una soglia sensibile in grado di garantire a Calenda la forza per far nascere una nuova formazione? Con questi pensieri nella testa il segretario e l'ex manager si incontrarono in un giorno di primavera. In quel faccia a faccia Zingaretti spiegò a Calenda: «Il Pd ha bisogno di unire dopo le rotture, di mandare un messaggio di collegialità e di concordia». Il segretario ricordò ad una persona che stimava e che considerava leale il rischio di uno scisma renziano da scongiurare con un risultato in cui la forza del Pd fosse affermata senza possibilità di equivoco. Calenda accettò per spirito di appartenenza, ma il sondaggio e il sogno del 6,5% rimasero nel cassetto. Ora dice: «Lavorerò per costruire una casa per chi non si sente rappresentato da questo rapporto con il Movimento 5 stelle che nasce male». E la sua idea è quella di battezzare una formazione che sia alleata del Pd. Inutile dire che al Nazareno l'idea di una rottura che si celebra proprio nel giorno del successo politico fa storcere il naso.
L'unico effetto collaterale positivo - per Zingaretti - è che i fuoriusciti occuperanno un'area del centrosinistra in cui avrebbero voluto atterrare i possibili transfughi renziani. Questo significa che l'operazione Calenda, pur sottraendo dei consensi al Pd, ha la funzione di recuperare gli scontenti, è quella di fare «barrage» contro l'uomo di Rignano. Non è un mistero che, dalla nascita del governo di Gentiloni in poi, fra Renzi e Calenda sia calato il gelo. Il Rottamatore considera lui e Gentiloni «due traditori» (vedi la polemica sull'audio dalla scuola dei giovani). E Calenda dal 2016, pur definendolo «il miglior premier della storia d'Italia», considera Renzi, «un leader sconfitto e privo di strategia». Ieri su di lui Calenda era caustico: «La scissione non è nel suo Dna, non l'ha mai voluta fare», spiegava, «vuole tenere sotto scacco il Pd, delegittimare Zingaretti e ripresentarsi alle elezioni». Il leader di Siamo europei ha considerato un grave errore avergli lasciato tutto quello spazio di manovra. E oggi ne approfitta per scavalcarlo, convinto che esistano spazi per far crescere una formazione laica e liberale, che cresce al fianco del Pd, senza sottrargli spazio. Ma è esattamente questo che non piace a Zingaretti: proprio mentre gli sta riuscendo l'impresa di costituire una alleanza sui territori e in vista delle regionali con il M5s, uno scisma che fondi la sua identità costitutiva sulla non alleabilità con il M5s, smette di essere un aiuto e può diventare un problema. Ecco perché da oggi con Calenda sarà il gelo. Poi, nel futuro, saranno i rapporti di forza a decidere.
Ai mal di pancia dei democratici si aggiunge anche quello di Matteo Richetti, il quale si è espresso contrariamente riguardo al mandato a Zingaretti per formare un esecutivo assieme al Movimento 5 stelle: «Il mio voto contrario? Un'invocazione a ragionare», ha spiegato in un'intervista a Repubblica, «un conto è un governo di altissimo profilo politico, con le più alte competenze. Altro è dover subire un veto dietro l'altro da Luigi Di Maio. Per rispetto della mia funzione, preferisco l'irrilevanza politica». E ancora: «Se questo governo non è all'altezza delle sfide che abbiamo davanti, si rischia un'operazione molto pericolosa».
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Per tutta la giornata, mentre Nicola Zingaretti mette la firma su un patto suicida per il Pd, il Bullo rimarca il proprio ruolo per evitare le elezioni e lancia un segnale: questo esecutivo durerà finché servirà a lui.Carlo Calenda rassegna le dimissioni dalla direzione del Partito democratico. Anche Matteo Richetti si iscrive al gruppo degli scontenti: «Voto contro, è un'invocazione a ragionare».Lo speciale contiene due articoli. Alla fine ha ceduto. Nicola Zingaretti esce politicamente sconfitto dalla crisi di Ferragosto. La sua linea, che ha sempre chiesto una forte discontinuità nella formazione di un governo con il M5s, è naufragata nel corso della direzione Pd di ieri, quando il segretario dem ha alla fine ritirato il proprio veto sulla premiership di Giuseppe Conte. «Oggi, dopo la stagione consumata con la crisi voluta dalla Lega, Conte sarà il candidato presidente indicato dai 5 stelle per la guida di un governo fondato su un impianto e un programma diversi», ha spiegato nella relazione. «Noi riconosciamo in questa scelta l'autonoma decisione del partito di maggioranza relativa in questa legislatura. Con questa volontà il M5s, ed è legittimo, rivendica la presidenza del governo. Ha rifiutato altre ipotesi». «Noi abbiamo accettato», ha anche spiegato, «il peso della responsabilità nei confronti del Paese. Chiederemo una discontinuità. Potevamo scegliere diversamente? Forse. A partire dalla figura del premier. Ma abbiamo deciso di aprire alla scelta di Conte perché così ha deciso il M5s». Una disponibilità formalizzata, ieri pomeriggio, davanti al capo dello Stato, durante le consultazioni al Quirinale. La Waterloo del segretario dem è tutta riassunta nelle sue parole che, nello stesso momento in cui accettano Conte, continuano a invocare una discontinuità con il passato. Un paradosso che evidenzia la totale sconfitta della linea di Zingaretti. Ma per lui i problemi non finiscono qui. Perché anche su un altro punto potrebbe essere ben presto costretto a cedere. Ieri, il segretario ha infatti ribadito che, nella formazione del nuovo governo, occorra «una visione condivisa» perché «solo così sarà possibile parlare di un governo di legislatura». Peccato per lui che un governo di legislatura non sembri costituire esattamente l'obiettivo a cui punta il vero dominus del Pd, Matteo Renzi. Proprio ieri, mentre stavano per iniziare le consultazioni, il senatore fiorentino se n'è infatti uscito sibillinamente con un post su Facebook. «Quando si forma un governo», ha scritto, «è normale che si affaccino ambizioni, richieste, desideri. Ma questo governo nasce sulla base di un'emergenza: evitare che le tasse salgano e che l'Italia vada in recessione. È un atto di servizio al Paese, innanzitutto. Per questo invito tutti a mettere da parte le ambizioni personali e dare una mano per il bene comune». Una linea sostanzialmente ribadita in serata, quando Renzi - intervenendo a Radio 1 - ha scaricato innanzitutto la responsabilità della crisi su Matteo Salvini, per poi parlare di fatto come capo del Pd. «A me dare la fiducia a un governo del quale faranno parte esponenti dei 5 stelle costa», ha affermato, difendendo comunque a spada tratta il suo sostegno alla nuova maggioranza. «Se fossimo andati a elezioni in estate avremmo avuto l'Italia in ginocchio per la recessione. […] L'Italia è totalmente out dalla discussione politica europea». Alle accuse che il nuovo governo possa esser nato da una manovra di Bruxelles, ha invece replicato: «Meglio una manovra europea che un finanziamento russo». Ora, senza voler fare delle dietrologie, appare chiaro che - da un punto di vista logico - «governo di legislatura» e «governo di emergenza» siano due concetti abbastanza diversi: quantomeno per la prospettiva della loro durata. Siccome la saggezza andreottiana ci insegna che a pensar male si farà anche peccato ma spesso ci si azzecca, le parole di Renzi potrebbero in realtà evidenziare quello che è ormai il proverbiale segreto di Pulcinella. E cioè che il senatore non solo si è riservato il diritto di dare origine alla nuova maggioranza, scavalcando di fatto Zingaretti nel suo ruolo di segretario. Ma anche - e soprattutto - che ha tutta l'intenzione di continuare a dare lui stesso le carte in futuro. Renzi, in parole povere, sta probabilmente ribadendo che il governo giallorosso sia una sua creatura. E che, come ha deciso lui sulla sua nascita, così deciderà anche sulla sua (prevedibilmente) prematura fine. Una fine che, magari, sarà pronto a decretare non appena riuscirà a costituire la sua forza centrista, per abbandonare un Pd ormai al naufragio. Perché, alla fine, il problema è proprio questo. La crisi di Ferragosto rappresentava un'ottima occasione per Zingaretti. Il segretario dem aveva infatti tutto l'interesse ad andare a elezioni anticipate: una soluzione che gli avrebbe consentito di mettere i renziani all'angolo e di assumere saldamente le redini del partito. Senza considerare che, con il Movimento 5 stelle in fase calante, il Pd avrebbe potuto approfittarne per sottrargli preziosi consensi alle urne. Tuttavia l'improvvisa apertura di Renzi ai grillini ha destabilizzato la situazione. Davanti al senatore di Rignano che si comportava come un segretario de facto, Zingaretti aveva due possibilità: o rimettere Renzi al suo posto e proseguire sulla strada del voto anticipato o cercare di trovare un compromesso con il suo rivale interno. Ha scelto la seconda via. E si è ritrovato progressivamente fagocitato. Fino all'epilogo di ieri. Probabilmente lo ha fatto per evitare fratture nel partito. Ma agendo così, ha dato l'ok a una maggioranza totalmente innaturale di cui gli elettori si ricorderanno. Consegnando il partito a Renzi. Il quale non aspetta altro che liquidarlo. Del resto, come sosteneva Benjamin Disraeli, il successo è figlio dell'audacia. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/a-cose-fatte-renzi-esce-allo-scoperto-e-si-piazza-al-timone-dellaccrocchio-2640092362.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="calenda-e-il-primo-a-farsi-da-parte" data-post-id="2640092362" data-published-at="1781295413" data-use-pagination="False"> Calenda è il primo a farsi da parte È così Carlo Calenda se ne va, e il Pd paga l'accordo con il M5s con una ennesima scissione. Ufficialmente tutto parte con un annuncio di dimissioni dalla direzione, ma dietro questo primo passo si intuisce già il sentiero dello scisma: «Sarò coerente», dice l'ex ministro di prima mattina, «dal primo giorno in cui mi sono iscritto al Pd ho detto che non sarei rimasto se ci fosse stato un accordo con il M5s. Uno può fare accordi con chi ha idee diverse ma non con chi ha valori diversi». Se ne va dunque Calenda, e la notizia successiva è che fonda un nuovo partito. Ma forse - come vi abbiamo spiegato nei giorni scorsi - c'è qualcosa di meno drammatico di quanto non appaia, in questo strappo, che rompe ancora una volta il mito dell'unanimismo democratico, il sogno mai archiviato della vocazione maggioritaria. Nicola Zingaretti non è certo contento, e tuttavia ci sono alcuni effetti della mossa calendiana che non possono sfuggire. «Siamo Europei» - la formazione dell'ex ministro - era già nata come un logo elettorale, e aveva ottenuto un rodaggio e una promozione incredibile, quando Zingaretti aveva concesso a Calenda di occupare metà del simbolo sulla scheda delle elezioni europee. Già allora, molto prima del voto, l'ex ministro meditava l'idea di fondare una su formazione autonoma. Era stato a lungo corteggiato da Più Europa perché capitanasse le liste delle europee, e aveva nel cassetto un sondaggio che lo accreditava - in alleanza con la Bonino - di un clamoroso 6,5%. Solo un sogno per sondaggisti? Oppure una soglia sensibile in grado di garantire a Calenda la forza per far nascere una nuova formazione? Con questi pensieri nella testa il segretario e l'ex manager si incontrarono in un giorno di primavera. In quel faccia a faccia Zingaretti spiegò a Calenda: «Il Pd ha bisogno di unire dopo le rotture, di mandare un messaggio di collegialità e di concordia». Il segretario ricordò ad una persona che stimava e che considerava leale il rischio di uno scisma renziano da scongiurare con un risultato in cui la forza del Pd fosse affermata senza possibilità di equivoco. Calenda accettò per spirito di appartenenza, ma il sondaggio e il sogno del 6,5% rimasero nel cassetto. Ora dice: «Lavorerò per costruire una casa per chi non si sente rappresentato da questo rapporto con il Movimento 5 stelle che nasce male». E la sua idea è quella di battezzare una formazione che sia alleata del Pd. Inutile dire che al Nazareno l'idea di una rottura che si celebra proprio nel giorno del successo politico fa storcere il naso. L'unico effetto collaterale positivo - per Zingaretti - è che i fuoriusciti occuperanno un'area del centrosinistra in cui avrebbero voluto atterrare i possibili transfughi renziani. Questo significa che l'operazione Calenda, pur sottraendo dei consensi al Pd, ha la funzione di recuperare gli scontenti, è quella di fare «barrage» contro l'uomo di Rignano. Non è un mistero che, dalla nascita del governo di Gentiloni in poi, fra Renzi e Calenda sia calato il gelo. Il Rottamatore considera lui e Gentiloni «due traditori» (vedi la polemica sull'audio dalla scuola dei giovani). E Calenda dal 2016, pur definendolo «il miglior premier della storia d'Italia», considera Renzi, «un leader sconfitto e privo di strategia». Ieri su di lui Calenda era caustico: «La scissione non è nel suo Dna, non l'ha mai voluta fare», spiegava, «vuole tenere sotto scacco il Pd, delegittimare Zingaretti e ripresentarsi alle elezioni». Il leader di Siamo europei ha considerato un grave errore avergli lasciato tutto quello spazio di manovra. E oggi ne approfitta per scavalcarlo, convinto che esistano spazi per far crescere una formazione laica e liberale, che cresce al fianco del Pd, senza sottrargli spazio. Ma è esattamente questo che non piace a Zingaretti: proprio mentre gli sta riuscendo l'impresa di costituire una alleanza sui territori e in vista delle regionali con il M5s, uno scisma che fondi la sua identità costitutiva sulla non alleabilità con il M5s, smette di essere un aiuto e può diventare un problema. Ecco perché da oggi con Calenda sarà il gelo. Poi, nel futuro, saranno i rapporti di forza a decidere. Ai mal di pancia dei democratici si aggiunge anche quello di Matteo Richetti, il quale si è espresso contrariamente riguardo al mandato a Zingaretti per formare un esecutivo assieme al Movimento 5 stelle: «Il mio voto contrario? Un'invocazione a ragionare», ha spiegato in un'intervista a Repubblica, «un conto è un governo di altissimo profilo politico, con le più alte competenze. Altro è dover subire un veto dietro l'altro da Luigi Di Maio. Per rispetto della mia funzione, preferisco l'irrilevanza politica». E ancora: «Se questo governo non è all'altezza delle sfide che abbiamo davanti, si rischia un'operazione molto pericolosa».
Dietro i risultati economici ci sono investimenti continui nelle persone, nei servizi, nell’innovazione e nel territorio: una strategia che ha permesso all’azienda di consolidare il proprio ruolo di riferimento nel panorama automotive italiano, affrontando con fiducia le sfide di un settore in profonda trasformazione.
Parole che diventano realtà guardando i numeri: il 2025 si è, infatti, chiuso con un fatturato globale di 478 milioni di euro, in crescita del 13% rispetto all’anno precedente. Un risultato che conferma la traiettoria di sviluppo del dealer. Ma è il 2026 ad accendere davvero l’entusiasmo: nel solo primo trimestre, il fatturato è cresciuto del 42% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, segnando uno dei migliori avvii nella storia dell’azienda.
Il comparto Service - spesso il vero termometro della fiducia del cliente - ha raggiunto 26,3 milioni di euro nel 2025, con una crescita del 6%. Un trend confermato nel primo trimestre 2026, con un ulteriore +8,31%. «Questi risultati confermano la solidità del nostro modello di business e la capacità di Fratelli Giacomel di generare crescita anche in un contesto di mercato in continua evoluzione. L’ottimo avvio del 2026 rafforza la nostra fiducia e ci spinge a proseguire con determinazione nel percorso di sviluppo e innovazione che abbiamo intrapreso», ha spiegato Alberto Giacomel, direttore generale Fratelli Giacomel. Nei primi tre mesi del 2026 sono state consegnate 4.242 vetture nuove: 1.478 unità in più rispetto allo stesso periodo del 2025, con una crescita superiore al 50%. Un’accelerazione trainata in modo decisivo dal canale flotte aziendali.
Questo comparto, infatti, è passato da oltre il 50% nel 2025 al 70% del primo trimestre 2026, per un totale di circa 3.000 vetture consegnate. Un dato che non è solo la fotografia di un trimestre eccezionale: è il segnale di una trasformazione strutturale del mercato, con le aziende che scelgono sempre più motorizzazioni sostenibili - plug-in hybrid ed elettriche - spinte da vantaggi fiscali significativi sui fringe benefit.
Nel 2025, le vendite di vetture usate sono cresciute del 17%, quelle del nuovo del 5,5%. Il post-vendita ha confermato il proprio ruolo strategico con un +6% di fatturato e un +3% dei contatti d’officina. L’usato continua a rappresentare uno dei pilastri della strategia di Fratelli Giacomel, non come alternativa al nuovo, ma come una scelta sempre più consapevole da parte dei clienti. Nel 2025 oltre il 60% delle vetture ritirate è stato destinato al mercato dei privati, mentre il restante 40% è stato gestito attraverso canali professionali B2B.
A fare la differenza è soprattutto la qualità dell’offerta: oltre il 90% delle vetture vendute ai clienti privati è certificato secondo i programmi ufficiali delle Case rappresentate dal dealer e può beneficiare di estensioni di garanzia fino a 48 mesi.
Un livello di controllo, trasparenza e tutela che consente di affrontare l’acquisto di un’auto usata con la stessa serenità e affidabilità che si ricerca nel nuovo, trasformando questo comparto in uno dei principali punti di forza dell’azienda. «Il settore sta vivendo una trasformazione senza precedenti. I costruttori europei dovranno essere sempre più rapidi e flessibili. Tuttavia disponiamo di un vantaggio competitivo straordinario: una rete di distribuzione fatta di competenze, relazioni e professionalità costruite nel tempo. Sarà questo patrimonio umano a fare la differenza anche in futuro», conclude Alberto Giacomel.
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Mentre molti costruttori riducono progressivamente l’offerta di motorizzazioni a gasolio, la Casa di Stoccarda continua a credere nelle potenzialità del diesel, soprattutto quando abbinato a sistemi elettrificati capaci di migliorarne efficienza e fluidità. Il risultato? Un suv premium che, come nello stile della casa, coniuga prestazioni elevate e comfort. E, in questo caso, consumi tutto sommato contenuti. L’abbiamo provata.
Partiamo dal design. Dagli esterni. A guardarla, la Glc 450 d trasmette una sensazione di solida eleganza. Le proporzioni sono equilibrate. Riesce ad essere perfino sinuosa. La sua presenza su strada è importante ma mai eccessiva. Il frontale è dominato, come ormai abitudine, dalla grande calandra Mercedes. I gruppi ottici affilati e le superfici pulite contribuiscono a creare un design moderno e raffinato. Anche in questo caso, puro stile Mercedes.
Saliamo a bordo. Nel nostro caso, l’auto era dotata di interni chiari. Una volta entrati nell’abitacolo, si viene accolti dalla pure tradizione Mercedes nel segmento premium, soprattutto nel caso in cui si possa scegliere la versione Amg. La qualità percepita è elevata, grazie a materiali accuratamente selezionati, assemblaggi precisi e una cura dei dettagli che emerge in ogni elemento. La plancia è dominata dal grande display centrale verticale del sistema Mbux, intuitivo e ricco di funzionalità, mentre il quadro strumenti digitale offre numerose possibilità di personalizzazione.
In quest’auto stanno comodi sia chi si trova nei sedili anteriori sia chi si trova in quelli posteriori. Questi ultimi, infatti, possono contare su una buona abitabilità anche nei lunghi viaggi, mentre il bagagliaio si dimostra adeguato alle esigenze di una famiglia. Tutto è progettato per garantire comfort e praticità, senza rinunciare a quell’atmosfera tecnologica che caratterizza le Mercedes più recenti.
Il vero protagonista, come sempre per la casa di Stoccarda, è il motore. Sotto il cofano troviamo un sei cilindri in linea diesel da 3,0 litri abbinato alla tecnologia mild hybrid a 48 volt. Una configurazione sempre più rara sul mercato che, però, continua a offrire parecchi vantaggi. La potenza è abbondante e la coppia disponibile praticamente a ogni regime, consentendo accelerazioni brillanti e riprese immediate.
Alla guida, la Glc 450 d sorprende soprattutto per la fluidità di funzionamento. Il sei cilindri lavora con una regolarità quasi impercettibile, tanto che in molte situazioni è facile dimenticare di essere al volante di un diesel. L’assistenza elettrica contribuisce a rendere le partenze più dolci e le transizioni ancora più lineari, mentre il cambio automatico 9G-Tronic gestisce i rapporti con rapidità e precisione. Lo abbiamo provato sia su strade urbane sia extraurbane.
In città questo suv si muove con una disinvoltura superiore rispetto a quanto le dimensioni potrebbero far pensare. Lo sterzo è leggero nelle manovre, la visibilità è buona e i numerosi sistemi di assistenza aiutano a gestire traffico e parcheggi. È però sulle strade extraurbane e in autostrada che emergono le sue qualità migliori. A velocità di crociera la Glc 450 d mostra una notevole capacità di isolamento acustico. Fruscii aerodinamici e rumori di rotolamento sono praticamente inesistenti, creando un ambiente rilassante anche dopo molte ore al volante. Le sospensioni assorbono efficacemente le irregolarità dell’asfalto, mentre la trazione integrale 4Matic garantisce sempre elevati livelli di sicurezza e stabilità.
Nonostante il peso e la vocazione turistica, il comportamento dinamico risulta convincente anche tra le curve. Il telaio è ben bilanciato e il controllo dei movimenti della carrozzeria è efficace. Non si tratta di un suv sportivo in senso stretto, ma la precisione dell’avantreno e la generosa spinta del sei cilindri permettono di affrontare i percorsi più guidati con soddisfazione. Ma non solo. È anche possibile utilizzare la trazione integrale, andando così ovunque. Uno degli aspetti più interessanti riguarda i consumi. Pur disponendo di prestazioni di alto livello, la Glc 450 d riesce a mantenere valori parecchio contenuti. Nei lunghi trasferimenti autostradali è possibile percorrere distanze importanti senza frequenti soste al distributore, confermando uno dei tradizionali punti di forza della tecnologia diesel. Sul fronte tecnologico, la dotazione è ricca e comprende sistemi avanzati di assistenza alla guida, con funzioni di mantenimento della corsia, cruise control adattivo e monitoraggio dell’ambiente circostante. Il sistema Mbux continua inoltre a rappresentare uno dei riferimenti del segmento per qualità grafica, rapidità di risposta e integrazione dei comandi vocali.
In un panorama automobilistico dominato dall’elettrificazione, la Glc 450 d dimostra che il diesel ha ancora molto da dire quando viene sviluppato con competenza e integrato con le tecnologie più avanzate. Forse non sarà questo il futuro a lungo termine dell’automobile, ma oggi rappresenta una delle proposte più convincenti per chi cerca un suv premium capace di macinare chilometri nel massimo comfort, senza sacrificare piacere di guida ed efficienza.
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Leone XIV (Ansa)
Peraltro, rimarcando un caposaldo della dottrina sociale della Chiesa cattolica che aveva già richiamato anche nel suo importante discorso al Parlamento spagnolo a Madrid martedì scorso. Ma deve esserci un qualche riflesso pavloviano che scatta inesorabile nelle redazioni quando si pensano i titoli sul Papa che parla di migranti.
Il quotidiano Repubblica nella sua homepage titolava ieri sul grido morale del Papa che richiama l’Europa a non abituarsi «a un Mediterraneo cimitero dei migranti», così allo stesso modo il Corriere della Sera. E il quotidiano devi vescovi italiani Avvenire altrettanto, pur ponendo l’accento sul fatto sacrosanto che «nessuno ha il diritto di disprezzarli». Tutto vero, ma anche parziale.
Perché se il Papa alle Canarie nel suo sesto giorno di viaggio apostolico in Spagna ha certamente detto che «l’Europa […] non può proclamare la dignità umana e abituarsi a che il Mediterraneo e l’Atlantico siano cimiteri senza lapidi», lo ha fatto però in un ragionamento molto più ampio, che chi ha letto il testo integrale non può ignorare. Infatti, il Papa ha chiamato in causa tutti: i Paesi di origine, quelli di transito, l’Europa e l’intera comunità internazionale, ciascuno con responsabilità precise. Non è un dettaglio: è la struttura stessa del discorso. Una complessità che troppo spesso passa in secondo piano, perché si vuole fare dell’accoglienza un assoluto dal sapore politico, finendo per avere una lettura distorta come quella di chi è animato da odio. Semplificazioni.
Nella dottrina sociale della Chiesa, infatti, il diritto a emigrare è inseparabile dal diritto a non emigrare. La persona ha diritto a cercare altrove condizioni di vita dignitose, ma ha anche diritto a non essere costretta a farlo. E questo implica un dovere politico preciso: creare condizioni di giustizia, pace e sviluppo nei Paesi di origine. Non solo. Lo stesso papa Leone nel novembre scorso, nell’ormai consueto passaggio con i giornalisti uscendo da Villa Barberini a Castelgandolfo, mentre commentava la dichiarazione del 13 novembre della Conferenza episcopale degli Stati Uniti su migranti e richiedenti asilo, richiamava alla necessità di trattare le persone con dignità, aggiungendo: «Penso che ogni Paese abbia il diritto di determinare chi, come e quando le persone entrano». È ancora una volta un richiamo alla dottrina sociale della Chiesa che appunto riconosce alle autorità politiche il diritto di porre condizioni al fenomeno migratorio per preservare il bene comune, controllare le frontiere e regolare i flussi. Questi sono i punti che di solito spariscono dai titoli, eppure aiutano a comprendere veramente la posizione della Chiesa e del Papa.
È una linea che tiene insieme due principi che nel dibattito pubblico vengono sistematicamente separati: sovranità e dignità. Eppure, nei titoli, resta quasi sempre solo uno dei due. Il risultato è un cortocircuito: il Papa viene arruolato a forza dentro categorie che non sono le sue. Diventa, a seconda dei casi, un campione dell’accoglienza senza limiti o un moralista che ignora la realtà. Ma nessuna delle due caricature regge al discorso pronunciato ieri a Gran Canaria o a quanto detto dal Papa davanti ai Parlamentari spagnoli martedì.
Il Papa fa il Papa e tiene insieme accoglienza e responsabilità, diritti dei migranti e doveri delle istituzioni, solidarietà immediata e giustizia strutturale. Dire che il Mediterraneo non può essere un cimitero non significa ignorare il problema dei flussi. Significa rifiutare che la soluzione sia la morte. Così porre domande sulle possibilità e modalità di accoglienza non può significare che chi le fa sia una qualcuno che si gira dall’altra parte di fronte alle persone che chiedono aiuto. Dare letture parziali al fenomeno dei migranti, magari utilizzando il Papa, è un altro modo per calare l’ideologia sulla realtà.
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Fin qui nulla da dire, anzi ben venga, tanto più di questi tempi, che la proposta educativa oratoriale risulti sia attiva e partecipata. In effetti, tante sono le attività, dal basket al rugby fino appunto ai laboratori durante la fase estiva, che la parrocchia milanese - preparata anche ad accogliere i bambini con disabilità - offre; e di questo non si può che esser grati.
Il punctum dolens dell’attività di tale oratorio sta nella decisione presa dal parroco, don Giovanni Salatino, di renderlo «inclusivo e aperto al dialogo» fino al punto di concedere anche ai ragazzi musulmani un loro momento di preghiera. A questo verranno riservati spazi, momenti di preghiera per l’appunto, e perfino animatori del Grest…già islamici. Nessuna esagerazione, è lo stesso don Salatino - intervistato sul sito diocesano ChiesadiMilano.it - a dichiarare di avere «la fortuna di avere alcuni animatori, già grandi, di fede islamica: saranno loro, quindi, a guidare la preghiera con i ragazzi, in un luogo separato». Da quanto è dato capire anche i giovani islamici seguiranno, con altri, un percorso di condivisione fatto di riflessione sul tema di volta in volta al centro delle singole giornate, seguendo la storia dell’anno, sulla vita di San Francesco.
Poi però a questi ragazzi, guidati lo si ripete da animatori anch’essi musulmani, sarà concesso di appartarsi per propri momenti di preghiera. «Immagino che la preghiera si possa concludere con la formula islamica del Bismillah», è al riguardo il commento del parroco, secondo cui «è sempre meglio aiutare i ragazzi a pregare» dato che, prosegue don Salatino, «preghiamo lo stesso Dio, certamente all’interno di tradizioni religiose differenti. E riconoscere all’altro la propria identità è nello spirito del Vangelo». Ora, senza minimamente dubitare delle ottime intenzioni del sacerdote, sono diversi i profili, rispetto a questa iniziativa, che destano qualche perplessità. A partire dal fatto, come lo stesso articolo di ChiesadiMilano.it riporta, che «non sono molti i ragazzi di fede musulmana» nel quartiere di Baggio.
Non che una più sostanziosa presenza musulmana avrebbe reso meno singolare l’iniziativa in parola, ovviamente; ma il fatto che questa presenza, se non esigua, risulti comunque quanto meno contenuta, ecco, alimenta ancor più un certo stupore. In effetti, andando a leggere i commenti sui social, ci si imbatte nelle perplessità di non pochi fedeli che, con toni pacati, manifestano imbarazzo e incredulità. Sotto il post Facebook della diocesi di Milano, per esempio, un utente afferma che «la Chiesa deve accogliere, aiutare e amare tutti, rompendo ogni barriera. Quindi è giusto che le parrocchie, le mense per i poveri e la Caritas aiutino tutti al di là della religione». «Ma», aggiunge questa stessa persona, «momenti di preghiera islamica - o di qualsivoglia altra religione - in oratorio no. Questo è sbagliato».
Un altro utente con toni egualmente pacati ha lasciato un commento simile: «Si può fare tutto, ma la preghiera musulmana in oratorio anche no, come dicevate crea confusione, trovate un posto fuori dell’oratorio!». C’è perfino chi, conoscendo e stimando molto don Giovanni Salatino («ci metto la mano sul fuoco, ho fiducia e rispetto. Dio lo benedica sempre!»), lascia trasparire un certo disappunto: «Far pregare i musulmani in oratorio non mi è mai andato a genio».
Dulcis in fundo, non ci si può non chiedere - dato che la sala di preghiera musulmana verrà concessa durante un’«estate francescana», come si legge su ChiesadiMilano.it - cosa penserebbe di tutto questo lui, il santo di Assisi. Che nel 1219, al cospetto del sultano Malik al-Kami, anziché tessere l’elogio del dialogo ad oltranza non esitò a ricorrere a parole oggettivamente forti: «Gesù ha voluto insegnarci che, se anche un uomo ci fosse amico o parente, o perfino fosse a noi caro come la pupilla dell’occhio, dovremmo essere disposti ad allontanarlo, a sradicarlo da noi, se tentasse di allontanarci dalla fede e dall’amore del nostro Dio». «Proprio per questo», concludeva, «i cristiani agiscono secondo giustizia quando invadono le vostre terre e vi combattono, perché voi bestemmiate il nome di Cristo».
Erano tutt’altri tempi, certo: ma san Francesco quello era, quello pensava e diceva. E colpisce che, in nome del dialogo - anche dove «non sono molti i ragazzi di fede musulmana» - spazi di oratori che pure, repetita iuvant, svolgono molte attività lodevoli, finiscano con l’essere appaltati ad altre fedi; con l’amaro risultato di lasciare di sale anche quei fedeli che faticano a riconoscere l’ambiente parrocchiale in cui sono cresciuti e a cui, come tantissimi, si sentono ancora legati.
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