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2019-08-29
A cose fatte Renzi esce allo scoperto e si piazza al timone dell’accrocchio
Ansa
Alla fine ha ceduto. Nicola Zingaretti esce politicamente sconfitto dalla crisi di Ferragosto. La sua linea, che ha sempre chiesto una forte discontinuità nella formazione di un governo con il M5s, è naufragata nel corso della direzione Pd di ieri, quando il segretario dem ha alla fine ritirato il proprio veto sulla premiership di Giuseppe Conte. «Oggi, dopo la stagione consumata con la crisi voluta dalla Lega, Conte sarà il candidato presidente indicato dai 5 stelle per la guida di un governo fondato su un impianto e un programma diversi», ha spiegato nella relazione. «Noi riconosciamo in questa scelta l'autonoma decisione del partito di maggioranza relativa in questa legislatura. Con questa volontà il M5s, ed è legittimo, rivendica la presidenza del governo. Ha rifiutato altre ipotesi». «Noi abbiamo accettato», ha anche spiegato, «il peso della responsabilità nei confronti del Paese. Chiederemo una discontinuità. Potevamo scegliere diversamente? Forse. A partire dalla figura del premier. Ma abbiamo deciso di aprire alla scelta di Conte perché così ha deciso il M5s». Una disponibilità formalizzata, ieri pomeriggio, davanti al capo dello Stato, durante le consultazioni al Quirinale.
La Waterloo del segretario dem è tutta riassunta nelle sue parole che, nello stesso momento in cui accettano Conte, continuano a invocare una discontinuità con il passato. Un paradosso che evidenzia la totale sconfitta della linea di Zingaretti. Ma per lui i problemi non finiscono qui. Perché anche su un altro punto potrebbe essere ben presto costretto a cedere. Ieri, il segretario ha infatti ribadito che, nella formazione del nuovo governo, occorra «una visione condivisa» perché «solo così sarà possibile parlare di un governo di legislatura». Peccato per lui che un governo di legislatura non sembri costituire esattamente l'obiettivo a cui punta il vero dominus del Pd, Matteo Renzi. Proprio ieri, mentre stavano per iniziare le consultazioni, il senatore fiorentino se n'è infatti uscito sibillinamente con un post su Facebook. «Quando si forma un governo», ha scritto, «è normale che si affaccino ambizioni, richieste, desideri. Ma questo governo nasce sulla base di un'emergenza: evitare che le tasse salgano e che l'Italia vada in recessione. È un atto di servizio al Paese, innanzitutto. Per questo invito tutti a mettere da parte le ambizioni personali e dare una mano per il bene comune». Una linea sostanzialmente ribadita in serata, quando Renzi - intervenendo a Radio 1 - ha scaricato innanzitutto la responsabilità della crisi su Matteo Salvini, per poi parlare di fatto come capo del Pd. «A me dare la fiducia a un governo del quale faranno parte esponenti dei 5 stelle costa», ha affermato, difendendo comunque a spada tratta il suo sostegno alla nuova maggioranza. «Se fossimo andati a elezioni in estate avremmo avuto l'Italia in ginocchio per la recessione. […] L'Italia è totalmente out dalla discussione politica europea». Alle accuse che il nuovo governo possa esser nato da una manovra di Bruxelles, ha invece replicato: «Meglio una manovra europea che un finanziamento russo». Ora, senza voler fare delle dietrologie, appare chiaro che - da un punto di vista logico - «governo di legislatura» e «governo di emergenza» siano due concetti abbastanza diversi: quantomeno per la prospettiva della loro durata.
Siccome la saggezza andreottiana ci insegna che a pensar male si farà anche peccato ma spesso ci si azzecca, le parole di Renzi potrebbero in realtà evidenziare quello che è ormai il proverbiale segreto di Pulcinella. E cioè che il senatore non solo si è riservato il diritto di dare origine alla nuova maggioranza, scavalcando di fatto Zingaretti nel suo ruolo di segretario. Ma anche - e soprattutto - che ha tutta l'intenzione di continuare a dare lui stesso le carte in futuro. Renzi, in parole povere, sta probabilmente ribadendo che il governo giallorosso sia una sua creatura. E che, come ha deciso lui sulla sua nascita, così deciderà anche sulla sua (prevedibilmente) prematura fine. Una fine che, magari, sarà pronto a decretare non appena riuscirà a costituire la sua forza centrista, per abbandonare un Pd ormai al naufragio.
Perché, alla fine, il problema è proprio questo. La crisi di Ferragosto rappresentava un'ottima occasione per Zingaretti. Il segretario dem aveva infatti tutto l'interesse ad andare a elezioni anticipate: una soluzione che gli avrebbe consentito di mettere i renziani all'angolo e di assumere saldamente le redini del partito. Senza considerare che, con il Movimento 5 stelle in fase calante, il Pd avrebbe potuto approfittarne per sottrargli preziosi consensi alle urne. Tuttavia l'improvvisa apertura di Renzi ai grillini ha destabilizzato la situazione. Davanti al senatore di Rignano che si comportava come un segretario de facto, Zingaretti aveva due possibilità: o rimettere Renzi al suo posto e proseguire sulla strada del voto anticipato o cercare di trovare un compromesso con il suo rivale interno. Ha scelto la seconda via. E si è ritrovato progressivamente fagocitato. Fino all'epilogo di ieri. Probabilmente lo ha fatto per evitare fratture nel partito. Ma agendo così, ha dato l'ok a una maggioranza totalmente innaturale di cui gli elettori si ricorderanno. Consegnando il partito a Renzi. Il quale non aspetta altro che liquidarlo. Del resto, come sosteneva Benjamin Disraeli, il successo è figlio dell'audacia.
Calenda è il primo a farsi da parte
È così Carlo Calenda se ne va, e il Pd paga l'accordo con il M5s con una ennesima scissione. Ufficialmente tutto parte con un annuncio di dimissioni dalla direzione, ma dietro questo primo passo si intuisce già il sentiero dello scisma: «Sarò coerente», dice l'ex ministro di prima mattina, «dal primo giorno in cui mi sono iscritto al Pd ho detto che non sarei rimasto se ci fosse stato un accordo con il M5s. Uno può fare accordi con chi ha idee diverse ma non con chi ha valori diversi».
Se ne va dunque Calenda, e la notizia successiva è che fonda un nuovo partito. Ma forse - come vi abbiamo spiegato nei giorni scorsi - c'è qualcosa di meno drammatico di quanto non appaia, in questo strappo, che rompe ancora una volta il mito dell'unanimismo democratico, il sogno mai archiviato della vocazione maggioritaria. Nicola Zingaretti non è certo contento, e tuttavia ci sono alcuni effetti della mossa calendiana che non possono sfuggire. «Siamo Europei» - la formazione dell'ex ministro - era già nata come un logo elettorale, e aveva ottenuto un rodaggio e una promozione incredibile, quando Zingaretti aveva concesso a Calenda di occupare metà del simbolo sulla scheda delle elezioni europee. Già allora, molto prima del voto, l'ex ministro meditava l'idea di fondare una su formazione autonoma. Era stato a lungo corteggiato da Più Europa perché capitanasse le liste delle europee, e aveva nel cassetto un sondaggio che lo accreditava - in alleanza con la Bonino - di un clamoroso 6,5%. Solo un sogno per sondaggisti? Oppure una soglia sensibile in grado di garantire a Calenda la forza per far nascere una nuova formazione? Con questi pensieri nella testa il segretario e l'ex manager si incontrarono in un giorno di primavera. In quel faccia a faccia Zingaretti spiegò a Calenda: «Il Pd ha bisogno di unire dopo le rotture, di mandare un messaggio di collegialità e di concordia». Il segretario ricordò ad una persona che stimava e che considerava leale il rischio di uno scisma renziano da scongiurare con un risultato in cui la forza del Pd fosse affermata senza possibilità di equivoco. Calenda accettò per spirito di appartenenza, ma il sondaggio e il sogno del 6,5% rimasero nel cassetto. Ora dice: «Lavorerò per costruire una casa per chi non si sente rappresentato da questo rapporto con il Movimento 5 stelle che nasce male». E la sua idea è quella di battezzare una formazione che sia alleata del Pd. Inutile dire che al Nazareno l'idea di una rottura che si celebra proprio nel giorno del successo politico fa storcere il naso.
L'unico effetto collaterale positivo - per Zingaretti - è che i fuoriusciti occuperanno un'area del centrosinistra in cui avrebbero voluto atterrare i possibili transfughi renziani. Questo significa che l'operazione Calenda, pur sottraendo dei consensi al Pd, ha la funzione di recuperare gli scontenti, è quella di fare «barrage» contro l'uomo di Rignano. Non è un mistero che, dalla nascita del governo di Gentiloni in poi, fra Renzi e Calenda sia calato il gelo. Il Rottamatore considera lui e Gentiloni «due traditori» (vedi la polemica sull'audio dalla scuola dei giovani). E Calenda dal 2016, pur definendolo «il miglior premier della storia d'Italia», considera Renzi, «un leader sconfitto e privo di strategia». Ieri su di lui Calenda era caustico: «La scissione non è nel suo Dna, non l'ha mai voluta fare», spiegava, «vuole tenere sotto scacco il Pd, delegittimare Zingaretti e ripresentarsi alle elezioni». Il leader di Siamo europei ha considerato un grave errore avergli lasciato tutto quello spazio di manovra. E oggi ne approfitta per scavalcarlo, convinto che esistano spazi per far crescere una formazione laica e liberale, che cresce al fianco del Pd, senza sottrargli spazio. Ma è esattamente questo che non piace a Zingaretti: proprio mentre gli sta riuscendo l'impresa di costituire una alleanza sui territori e in vista delle regionali con il M5s, uno scisma che fondi la sua identità costitutiva sulla non alleabilità con il M5s, smette di essere un aiuto e può diventare un problema. Ecco perché da oggi con Calenda sarà il gelo. Poi, nel futuro, saranno i rapporti di forza a decidere.
Ai mal di pancia dei democratici si aggiunge anche quello di Matteo Richetti, il quale si è espresso contrariamente riguardo al mandato a Zingaretti per formare un esecutivo assieme al Movimento 5 stelle: «Il mio voto contrario? Un'invocazione a ragionare», ha spiegato in un'intervista a Repubblica, «un conto è un governo di altissimo profilo politico, con le più alte competenze. Altro è dover subire un veto dietro l'altro da Luigi Di Maio. Per rispetto della mia funzione, preferisco l'irrilevanza politica». E ancora: «Se questo governo non è all'altezza delle sfide che abbiamo davanti, si rischia un'operazione molto pericolosa».
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Per tutta la giornata, mentre Nicola Zingaretti mette la firma su un patto suicida per il Pd, il Bullo rimarca il proprio ruolo per evitare le elezioni e lancia un segnale: questo esecutivo durerà finché servirà a lui.Carlo Calenda rassegna le dimissioni dalla direzione del Partito democratico. Anche Matteo Richetti si iscrive al gruppo degli scontenti: «Voto contro, è un'invocazione a ragionare».Lo speciale contiene due articoli. Alla fine ha ceduto. Nicola Zingaretti esce politicamente sconfitto dalla crisi di Ferragosto. La sua linea, che ha sempre chiesto una forte discontinuità nella formazione di un governo con il M5s, è naufragata nel corso della direzione Pd di ieri, quando il segretario dem ha alla fine ritirato il proprio veto sulla premiership di Giuseppe Conte. «Oggi, dopo la stagione consumata con la crisi voluta dalla Lega, Conte sarà il candidato presidente indicato dai 5 stelle per la guida di un governo fondato su un impianto e un programma diversi», ha spiegato nella relazione. «Noi riconosciamo in questa scelta l'autonoma decisione del partito di maggioranza relativa in questa legislatura. Con questa volontà il M5s, ed è legittimo, rivendica la presidenza del governo. Ha rifiutato altre ipotesi». «Noi abbiamo accettato», ha anche spiegato, «il peso della responsabilità nei confronti del Paese. Chiederemo una discontinuità. Potevamo scegliere diversamente? Forse. A partire dalla figura del premier. Ma abbiamo deciso di aprire alla scelta di Conte perché così ha deciso il M5s». Una disponibilità formalizzata, ieri pomeriggio, davanti al capo dello Stato, durante le consultazioni al Quirinale. La Waterloo del segretario dem è tutta riassunta nelle sue parole che, nello stesso momento in cui accettano Conte, continuano a invocare una discontinuità con il passato. Un paradosso che evidenzia la totale sconfitta della linea di Zingaretti. Ma per lui i problemi non finiscono qui. Perché anche su un altro punto potrebbe essere ben presto costretto a cedere. Ieri, il segretario ha infatti ribadito che, nella formazione del nuovo governo, occorra «una visione condivisa» perché «solo così sarà possibile parlare di un governo di legislatura». Peccato per lui che un governo di legislatura non sembri costituire esattamente l'obiettivo a cui punta il vero dominus del Pd, Matteo Renzi. Proprio ieri, mentre stavano per iniziare le consultazioni, il senatore fiorentino se n'è infatti uscito sibillinamente con un post su Facebook. «Quando si forma un governo», ha scritto, «è normale che si affaccino ambizioni, richieste, desideri. Ma questo governo nasce sulla base di un'emergenza: evitare che le tasse salgano e che l'Italia vada in recessione. È un atto di servizio al Paese, innanzitutto. Per questo invito tutti a mettere da parte le ambizioni personali e dare una mano per il bene comune». Una linea sostanzialmente ribadita in serata, quando Renzi - intervenendo a Radio 1 - ha scaricato innanzitutto la responsabilità della crisi su Matteo Salvini, per poi parlare di fatto come capo del Pd. «A me dare la fiducia a un governo del quale faranno parte esponenti dei 5 stelle costa», ha affermato, difendendo comunque a spada tratta il suo sostegno alla nuova maggioranza. «Se fossimo andati a elezioni in estate avremmo avuto l'Italia in ginocchio per la recessione. […] L'Italia è totalmente out dalla discussione politica europea». Alle accuse che il nuovo governo possa esser nato da una manovra di Bruxelles, ha invece replicato: «Meglio una manovra europea che un finanziamento russo». Ora, senza voler fare delle dietrologie, appare chiaro che - da un punto di vista logico - «governo di legislatura» e «governo di emergenza» siano due concetti abbastanza diversi: quantomeno per la prospettiva della loro durata. Siccome la saggezza andreottiana ci insegna che a pensar male si farà anche peccato ma spesso ci si azzecca, le parole di Renzi potrebbero in realtà evidenziare quello che è ormai il proverbiale segreto di Pulcinella. E cioè che il senatore non solo si è riservato il diritto di dare origine alla nuova maggioranza, scavalcando di fatto Zingaretti nel suo ruolo di segretario. Ma anche - e soprattutto - che ha tutta l'intenzione di continuare a dare lui stesso le carte in futuro. Renzi, in parole povere, sta probabilmente ribadendo che il governo giallorosso sia una sua creatura. E che, come ha deciso lui sulla sua nascita, così deciderà anche sulla sua (prevedibilmente) prematura fine. Una fine che, magari, sarà pronto a decretare non appena riuscirà a costituire la sua forza centrista, per abbandonare un Pd ormai al naufragio. Perché, alla fine, il problema è proprio questo. La crisi di Ferragosto rappresentava un'ottima occasione per Zingaretti. Il segretario dem aveva infatti tutto l'interesse ad andare a elezioni anticipate: una soluzione che gli avrebbe consentito di mettere i renziani all'angolo e di assumere saldamente le redini del partito. Senza considerare che, con il Movimento 5 stelle in fase calante, il Pd avrebbe potuto approfittarne per sottrargli preziosi consensi alle urne. Tuttavia l'improvvisa apertura di Renzi ai grillini ha destabilizzato la situazione. Davanti al senatore di Rignano che si comportava come un segretario de facto, Zingaretti aveva due possibilità: o rimettere Renzi al suo posto e proseguire sulla strada del voto anticipato o cercare di trovare un compromesso con il suo rivale interno. Ha scelto la seconda via. E si è ritrovato progressivamente fagocitato. Fino all'epilogo di ieri. Probabilmente lo ha fatto per evitare fratture nel partito. Ma agendo così, ha dato l'ok a una maggioranza totalmente innaturale di cui gli elettori si ricorderanno. Consegnando il partito a Renzi. Il quale non aspetta altro che liquidarlo. Del resto, come sosteneva Benjamin Disraeli, il successo è figlio dell'audacia. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/a-cose-fatte-renzi-esce-allo-scoperto-e-si-piazza-al-timone-dellaccrocchio-2640092362.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="calenda-e-il-primo-a-farsi-da-parte" data-post-id="2640092362" data-published-at="1782453352" data-use-pagination="False"> Calenda è il primo a farsi da parte È così Carlo Calenda se ne va, e il Pd paga l'accordo con il M5s con una ennesima scissione. Ufficialmente tutto parte con un annuncio di dimissioni dalla direzione, ma dietro questo primo passo si intuisce già il sentiero dello scisma: «Sarò coerente», dice l'ex ministro di prima mattina, «dal primo giorno in cui mi sono iscritto al Pd ho detto che non sarei rimasto se ci fosse stato un accordo con il M5s. Uno può fare accordi con chi ha idee diverse ma non con chi ha valori diversi». Se ne va dunque Calenda, e la notizia successiva è che fonda un nuovo partito. Ma forse - come vi abbiamo spiegato nei giorni scorsi - c'è qualcosa di meno drammatico di quanto non appaia, in questo strappo, che rompe ancora una volta il mito dell'unanimismo democratico, il sogno mai archiviato della vocazione maggioritaria. Nicola Zingaretti non è certo contento, e tuttavia ci sono alcuni effetti della mossa calendiana che non possono sfuggire. «Siamo Europei» - la formazione dell'ex ministro - era già nata come un logo elettorale, e aveva ottenuto un rodaggio e una promozione incredibile, quando Zingaretti aveva concesso a Calenda di occupare metà del simbolo sulla scheda delle elezioni europee. Già allora, molto prima del voto, l'ex ministro meditava l'idea di fondare una su formazione autonoma. Era stato a lungo corteggiato da Più Europa perché capitanasse le liste delle europee, e aveva nel cassetto un sondaggio che lo accreditava - in alleanza con la Bonino - di un clamoroso 6,5%. Solo un sogno per sondaggisti? Oppure una soglia sensibile in grado di garantire a Calenda la forza per far nascere una nuova formazione? Con questi pensieri nella testa il segretario e l'ex manager si incontrarono in un giorno di primavera. In quel faccia a faccia Zingaretti spiegò a Calenda: «Il Pd ha bisogno di unire dopo le rotture, di mandare un messaggio di collegialità e di concordia». Il segretario ricordò ad una persona che stimava e che considerava leale il rischio di uno scisma renziano da scongiurare con un risultato in cui la forza del Pd fosse affermata senza possibilità di equivoco. Calenda accettò per spirito di appartenenza, ma il sondaggio e il sogno del 6,5% rimasero nel cassetto. Ora dice: «Lavorerò per costruire una casa per chi non si sente rappresentato da questo rapporto con il Movimento 5 stelle che nasce male». E la sua idea è quella di battezzare una formazione che sia alleata del Pd. Inutile dire che al Nazareno l'idea di una rottura che si celebra proprio nel giorno del successo politico fa storcere il naso. L'unico effetto collaterale positivo - per Zingaretti - è che i fuoriusciti occuperanno un'area del centrosinistra in cui avrebbero voluto atterrare i possibili transfughi renziani. Questo significa che l'operazione Calenda, pur sottraendo dei consensi al Pd, ha la funzione di recuperare gli scontenti, è quella di fare «barrage» contro l'uomo di Rignano. Non è un mistero che, dalla nascita del governo di Gentiloni in poi, fra Renzi e Calenda sia calato il gelo. Il Rottamatore considera lui e Gentiloni «due traditori» (vedi la polemica sull'audio dalla scuola dei giovani). E Calenda dal 2016, pur definendolo «il miglior premier della storia d'Italia», considera Renzi, «un leader sconfitto e privo di strategia». Ieri su di lui Calenda era caustico: «La scissione non è nel suo Dna, non l'ha mai voluta fare», spiegava, «vuole tenere sotto scacco il Pd, delegittimare Zingaretti e ripresentarsi alle elezioni». Il leader di Siamo europei ha considerato un grave errore avergli lasciato tutto quello spazio di manovra. E oggi ne approfitta per scavalcarlo, convinto che esistano spazi per far crescere una formazione laica e liberale, che cresce al fianco del Pd, senza sottrargli spazio. Ma è esattamente questo che non piace a Zingaretti: proprio mentre gli sta riuscendo l'impresa di costituire una alleanza sui territori e in vista delle regionali con il M5s, uno scisma che fondi la sua identità costitutiva sulla non alleabilità con il M5s, smette di essere un aiuto e può diventare un problema. Ecco perché da oggi con Calenda sarà il gelo. Poi, nel futuro, saranno i rapporti di forza a decidere. Ai mal di pancia dei democratici si aggiunge anche quello di Matteo Richetti, il quale si è espresso contrariamente riguardo al mandato a Zingaretti per formare un esecutivo assieme al Movimento 5 stelle: «Il mio voto contrario? Un'invocazione a ragionare», ha spiegato in un'intervista a Repubblica, «un conto è un governo di altissimo profilo politico, con le più alte competenze. Altro è dover subire un veto dietro l'altro da Luigi Di Maio. Per rispetto della mia funzione, preferisco l'irrilevanza politica». E ancora: «Se questo governo non è all'altezza delle sfide che abbiamo davanti, si rischia un'operazione molto pericolosa».
Maurizio Landini (Ansa)
Succeduto a Frans Timmermans, altro gran campione delle suicide politiche green, Hoekstra credo debba farsi perdonare di aver in passato lavorato per la Shell e dunque per questo non perda occasione di dimostrarsi un ambientalista convinto, anche quando il buon senso suggerirebbe di prendersi una pausa. Per il commissario, le temperature elevate vanno guardate con occhio positivo. Che cosa spinga il commissario a essere ottimista quando il termometro supera i 40 gradi è presto detto. «La buona notizia» ha spiegato «consiste nel fatto che questo caldo ha chiarito a tutti la necessità di portare avanti il sistema Ets, mentre la ottima è che proprio quest’anno siamo riusciti a concordare un obiettivo climatico ambizioso per il 2040». Non so quale sia l’obiettivo di Hoekstra, ma so che se si spengono i condizionatori al 2040 rischiano di arrivarci in pochi. Infatti, se nelle fabbriche e negli uffici non ci fosse l’aria condizionata in molte aziende sarebbe impossibile lavorare. E non parlo di operai che sudano in acciaieria, ma anche di semplici impiegati che senza un raffrescamento passerebbero la giornata in una specie di forno.
Ma che cosa vuole Hoekstra? In poche parole, invece di tirare il freno sulle politiche green, per consentire di far fronte all’ondata di calore, il commissario Ue ha spiegato che «il surriscaldamento delle città ci deve indirizzare verso una maggiore ambizione piuttosto che verso una minore». Peccato che nell’immediato, per tenere a bada temperature che hanno fatto impennare la colonnina di mercurio sopra i 40 gradi, non ci siano molte soluzioni se non accendere l’aria condizionata. E siccome gli impianti di raffrescamento funzionano con l’energia elettrica e questa è ancora in gran parte prodotta con le fonti fossili, gli obiettivi di decarbonizzazione non soltanto appaiono poco credibili, ma addirittura rischiano di essere d’ostacolo.
È vero che quattro anni fa, l’allora premier Mario Draghi, rispondendo a una domanda sulle sanzioni alla Russia e lo stop alle importazioni di gas, disse che si trattava di scegliere tra aria condizionata e libertà. Ma in questo caso non siamo di fronte a un bivio tra sostenere un dittatore e abbassare di qualche grado la temperatura. Oggi non c’è nessun tiranno da contrastare, semmai c’è da sopravvivere al brusco innalzamento del termometro e per raggiungere rapidamente l’obiettivo urge mettere da parte le mete ambiziose e accendere l’aria condizionata, senza troppi indugi ideologici.
Però Hoekstra non è il solo ad avere brillanti idee come dare un giro di vite alla transizione green. Anche Greenpeace e la Cgil si sono spremuti le meningi di fronte al gran caldo e hanno trovato la soluzione al problema in una tassa sulle imprese che guadagnano dai combustibili fossili. Siccome, a sentir loro, se si boccheggia la colpa è delle aziende del petrolio e del gas, tocca a queste mettere mano al portafogli e risarcire i lavoratori. «Non è accettabile che i costi della crisi climatica ricadano sulle persone mentre le aziende energetiche continuano ad accumulare profitti miliardari» dicono gli adepti del sindacato guidato da Maurizio Landini. «Chiediamo che siano proprio le industrie fossili a finanziare le misure necessarie a proteggere la popolazione dagli impatti che hanno contribuito a provocare» fa eco l’associazione ambientalista cara alla sinistra.
In pratica, mentre il mondo va a fuoco, l’Ue e i compagni cavalcano la crisi climatica. La prima per dare un’accelerazione al suicidio industriale dell’Europa, magari con lo spegnimento dei condizionatori allo scopo di rispettare la natura. I secondi inventando nuove tasse che puntano a far chiudere le imprese energetiche. Risultato, con Bruxelles e la sinistra rischiamo di avere inverni senza riscaldamento (per rispettare l’ambiente) ed estati roventi (sempre per rispettare l’ambiente). Insomma, con costoro alla guida facciamo prima a tirare le cuoia.
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Peccato che con Repubblica a volte mi capita che vado per voler ridere e invece mi vien da piangere: a voler vivere pericolosamente, si paga pegno. Insomma, com’è, come non è, mi si chiede di scrivere un commento sul fatto che fa caldo e, a quanto pare, la risposta non può essere: è estate. Perché, mi spiegano, non è «caldo» e basta, ma è «allarme caldo», nessun giugno mai come questo.
Per avere l’ispirazione, allora, come dicevo prima, chiedo a Google: «Repubblica caldo». E voilà, puntuale come la morte, arriva la soddisfazione col titolo di Repubblica: «Due bambini morti in Francia per l’ondata di caldo». Una tragedia, e non c’è proprio niente da ridere. Senonché, non bisogna pensare molto per farsi venire in mente la domanda: come mai l’ondata di caldo ha salvato tutti gli altri – bambini, anziani, persone deboli – della zona? Ecco, quando si legge l’articolo si scopre subito che la mamma aveva lasciato i due bambini nell’auto, nel parcheggio al sole di un supermercato, e nel frattempo faceva la spesa. Insomma, l’ondata di calore – vera o presunta – non c’entra. Esposto al sole, l’abitacolo chiuso di un’auto raggiunge rapidamente temperature che possono essere fatali se ci si permane qualche minuto di troppo. Per completezza: a leggere altre cronache, si ipotizza che nell’auto i bambini ci fossero entrati da soli, eludendo la sorveglianza della madre, circostanza che non so quanto solleverebbe le responsabilità della povera donna, visto che l’età dei bimbi era di 2 e 4 anni. Rimane il fatto che Repubblica non ha dubbi: è stata l’ondata di calore. La narrazione di questo quotidiano – in ottima compagnia – è quella di Greta Thunberg: ogni nuovo anno è più caldo del precedente e ogni mese di giugno più caldo del mese di giugno dell’anno precedente.
Ma è così? Per saperlo bisognerebbe leggere i dati delle temperature registrate. Se uno ci prova, scopre subito che l’impresa è titanica: coloro che raccolgono ‘sti dati devono appartenere ad una sorta di setta pitagorica, ché quelle registrazioni non sono di facile accesso. Non solo: ove sembrerebbero disponibili, l’accesso è così macchinoso – direi vischioso – che non si può non pensare che lo facciano apposta. Armato di molta pazienza, ricostruisco alcuni dati, che reputo significativi, relativi alle registrazioni delle temperature da una stazione meteo: devo soltanto scegliere quale e per quanti anni. Sul quale, cerco quella che dovrebbe produrre il maggiore allarme, e per la scelta mi lascio guidare dal mio faro: Repubblica, che mi suggerisce Milano («il gran caldo non vuole mollare Milano», scrivono).
Con Milano siamo fortunati, perché Milano-Linate, avrebbe le registrazioni fin dal 1938. Peccato che non le renda disponibili. Sembrerebbero disponibili dal 1977, il che consentirebbe di guardare gli ultimi 50 anni, ma la disponibilità si interrompe negli anni 1984-96. Alla fine, mi accontento di esplorare gli anni del nuovo millennio, dal 2000 al 2026 e, comunque, mi tocca annotare i dati uno alla volta, ma alla fine ce la faccio. Nella figura 1 potete vedere da soli qual è stata la temperatura massima registrata a Milano Linate nei mesi di giugno dal 2000 a oggi, e potete decidere da soli se il caldo di questo giugno sia misurato percettibilmente maggiore di quello di uno qualunque degli anni precedenti.
Siccome non basta solo la temperatura massima, ma sarebbe utile sapere quanti sono i giorni «caldi», ho deciso di contare quanti, in ogni mese di giugno, sono stati i giorni con temperatura massima superiore a 27 gradi e quanti con temperatura massima superiore a 30. Anche qui, potete decidere da soli. Da parte mia, ho deciso: non c’è nulla che possa essere oggi, per il corpo di chiunque, apprezzabilmente differente di quanto non lo fosse vent’anni fa. A parte il fatto, naturalmente, che, allora, eravamo tutti vent’anni più giovani.
In conclusione? In conclusione, è estate e fa caldo tanto oggi quanto cinquant’anni fa. Leggo (copyright Repubblica, e chi sennò?) che il ministro Schillaci avrebbe convocato un vertice. Colgo l’occasione per due piccoli suggerimenti. Si adoperi, primo, per favorire con dei bonus l’installazione di climatizzatori, soprattutto alle persone anziane: io ne sono dotato da quarant’anni e, finché sto in casa, soprattutto nelle ore più calde, tutto potrà accadermi fuorché il colpo di calore. Secondo, in sede di consiglio dei ministri, caldeggi la riduzione del prezzo dell’elettricità.
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Marco Tronchetti Provera (Ansa)
Ultimamente come vice presidente esecutivo. La nomina formale arriverà la prossima settimana. Più che un rinnovo del consiglio, quello andato in scena ieri è stato un riequilibrio dei rapporti di forza. La lista presentata da Camfin e Mtp & C., che insieme controllano il 26,48% del capitale, ha ottenuto il 58,07% dei voti presenti in assemblea e ha conquistato 12 consiglieri su 15. Al fianco di Tronchetti resterà Andrea Casaluci, confermato amministratore delegato. Una scelta che unisce continuità manageriale e ritorno alla governance storica.
Da una parte il manager che negli ultimi anni ha gestito il gruppo nel passaggio più delicato della sua storia recente; dall'altra l’uomo che di Pirelli è stato il dominus per oltre tre decenni e che ora si prepara a tornare a pieno titolo sulla plancia di comando. Il dato più significativo è politico prima ancora che industriale. Dieci anni fa l’arrivo di ChemChina, poi confluita in Sinochem, sembrava destinato a inaugurare una lunga stagione di influenza cinese. Oggi quella stagione appartiene al passato. Nel precedente consiglio gli uomini riconducibili al socio cinese rappresentavano la componente dominante. Nel nuovo la governance cambia radicalmente: dodici amministratori arrivano dalla lista italiana e ben undici sono indipendenti. Anche l’inclusione dei tre rappresentanti di Assogestioni nella lista di maggioranza è stata letta dal mercato come un segnale di stabilità e di apertura verso gli investitori istituzionali.
Sul fronte opposto, Sinochem, pur restando il primo azionista con il 34,1% del capitale, deve accontentarsi di tre consiglieri. Non è un dettaglio. I due amministratori indipendenti indicati dal gruppo cinese non avranno incarichi esecutivi né ruoli di vertice. Una configurazione che riflette fedelmente le prescrizioni imposte dal governo attraverso il Golden Power. È proprio qui che si trova la ragione del cambiamento. Dietro la battaglia sulle poltrone si nasconde infatti una partita molto più importante. Palazzo Chigi, con il Dpcm approvato nell’aprile scorso, ha deciso di blindare alcuni asset strategici del gruppo.
L’obiettivo è la salvaguardia del Cyber Tyre, il pneumatico intelligente capace di raccogliere, elaborare e trasmettere dati al conducente sulle condizioni di guida. Una tecnologia considerata sensibile sia sotto il profilo industriale sia sotto quello della sicurezza. L'obiettivo del governo è duplice: proteggere il patrimonio tecnologico italiano e garantire a Pirelli la presenza nel mercato americano, oggi uno dei più importanti per il gruppo. Negli Stati Uniti, infatti, il tema dell’influenza cinese nelle aziende tecnologiche è osservato con crescente attenzione e senza il cambio di governance la multinazionale milanese rischiava di essere messa fuori dal mercato. Sinochem ha impugnato il Golden Power davanti al Tar. La partita legale è ancora aperta. Ma sul piano societario il messaggio arrivato dall’assemblea appare piuttosto chiaro: la governance della Bicocca torna a parlare italiano.Per il resto, l’assemblea ha approvato il bilancio 2025.
Ancora una volta con il voto contrario del socio cinese, e ha dato il via libera praticamente all'unanimità al dividendo. A chiudere la giornata c'è poi una conferma che riguarda proprio Andrea Casaluci. L’amministratore delegato si è infatti aggiudicato per il secondo anno consecutivo il titolo di «Best CEO» europeo nel settore Auto & Parts tra le società di media capitalizzazione secondo l’indagine di Extel. Un riconoscimento assegnato dagli investitori sulla base di credibilità, capacità di comunicazione e leadership. Non è un premio qualsiasi. Perché mentre Tronchetti Provera si prepara a tornare sulla poltrona di presidente, il riconoscimento a Casaluci certifica che la nuova Pirelli non vive soltanto di storia e di grandi azionisti.
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