True
2020-09-06
Zingaretti sogna di usare i fondi Ue. E Bruxelles tira subito il guinzaglio
Nicola Zingaretti (Ansa)
Dopo la giornata di ieri, c'è da chiedersi se Nicola Zingaretti, segretario del Pd, e Frans Timmermans, vicepresidente della Commissione Ue, abbiano avuto altre occasioni di incontro dopo il 24 maggio 2019, quando abbracciandosi chiusero la campagna per le elezioni europee. A giudicare dalle parole usate da Timmermans sul Recovery fund nell'intervista alla Stampa di ieri, pare proprio che il dialogo si sia interrotto. Altrimenti non avremmo potuto riscontrare, a distanza di poche ore l'uno dall'altro, posizioni così sideralmente distanti a proposito del Recovery fund (ufficialmente Next generation Eu).
Il copione recitato ieri da Zingaretti e dall'olandese non è poi così diverso da quello che va in scena ormai da qualche settimana: in Italia si sogna, e in Europa si sta ai fatti e ai documenti.
Forse ancora nervoso per aver perso la corsa alla presidenza Ue, Timmermans dapprima ha usato toni imperativi: «I piani nazionali per il Recovery fund vanno presentati molto in fretta e devono riflettere gli orientamenti europei per i quali sono stati definiti. La Commissione sarà ferma e chiara nel controllare che si vada nella giusta direzione». Poi ha aggiunto, ove mai qualcuno non avesse compreso, di auspicare che «il governo italiano insista nel percorso di riforme necessario già prima della pandemia e rispetti gli impegni che ha preso sinora». E, per essere definitivamente convincente, ha pure posato sul tavolo la pistola, affermando che «quando le cose andranno meglio, la Bce comprerà meno titoli e il Patto di stabilità tornerà stringente». Per quanto riguarda il debito italiano, ha rimarcato, «molto dipende dalla velocità, dalla direzione e dalla determinazione del governo e degli investitori privati».
Per i nostri lettori, nulla di nuovo. È esattamente quanto andiamo ripetendo dallo scorso 21 luglio: i fondi Ue hanno un ben preciso vincolo di destinazione e la Commissione avrà un ruolo decisivo nel verificare la conformità dei piani nazionali alle linee guida prefissate. L'utilizzo di quei fondi sarà severamente condizionato dal rispetto di condizioni (le solite riforme strutturali) che potrebbero essere molto dannose per il nostro Paese e, qualora l'Italia si azzardi a deviare dalla retta via indicata da Bruxelles, c'è sempre la Bce che potrebbe far volteggiare il manganello dello spread. In ogni caso - in contrasto con le parole di Paolo Gentiloni di qualche giorno fa, che predicavano prudenza sulla sua reintroduzione, dopo i disastri del 2012 - c'è sempre il Patto di stabilità pronto a rientrare in vigore. Roba da far rimpiangere il tedesco Wolfgang Schäuble, in quanto a rudezza dei modi.
L'aggressività verbale dell'olandese potrebbe trovare spiegazione nella situazione di relativa difficoltà in cui versa il suo Paese, che registra il livello di debito privato tra i più alti in Europa ed è da anni sotto il tiro (innocuo) della Commissione a causa delle pratiche fiscali aggressive che ne fanno un semi paradiso fiscale nel cuore del continente. Poiché da quell'orecchio l'Olanda non ci sente, allora la miglior difesa è l'attacco, cioè ricordare gli inadempimenti degli altri, peraltro tutti da verificare, anziché quelli propri, su cui c'è invece cristallina certezza.
Quando Zingaretti ha mostrato davanti alle telecamere la proposta del suo partito per i fondi europei, lo stridore tra le due linee espositive ci è sembrato evidente. Il segretario Pd ha enunciato i titoli di «sette cantieri» (infrastrutture, produttività e innovazione, economia e cura, scuola e formazione, lotta alle diseguaglianze) la cui genericità e mancanza di focalizzazione, rispetto alle linee guida tracciate da Bruxelles, lasciano intendere come egli abbia ancora poco chiaro che non ci sarà consentito toccare palla o quasi. I piani «devono riflettere gli orientamenti europei» e non, come sarebbe invece auspicabile, gli specifici fabbisogni di un Paese che viene da 25 anni di distruttivo avanzo primario del bilancio statale, è assieme alla Grecia un'area a rischio sismico e reca ancora nel proprio tessuto produttivo le ferite inferte dalla sciagurata stretta di bilancio del 2012, che perfino Gentiloni ha definito un errore.
«Non dobbiamo mettere indietro le lancette dell'orologio, vogliamo utilizzare questa opportunità per costruire e puntare a un nuovo modello italiano», ha sottolineato Zingaretti. Condivisibile, se non fosse per il decisivo dettaglio che esiste un unico modello europeo e a quello bisogna uniformarsi.
Constatiamo con rammarico che il presidente Sergio Mattarella, rappresentante dell'unità nazionale, sembra anch'egli appiattito su una posizione acritica, visto che ha parlato di «una occasione unica e forse irripetibile di disporre di risorse consistenti per compiere riforme strutturali in grado non solo di consentire l'uscita dalla crisi ma di assicurare prosperità e benessere alle future generazioni».
Ci permettiamo di obiettare al presidente che, se si vuole puntare a un modello italiano, la soluzione è finanziarlo con soldi italiani e con condizioni dettate dalle nostre istituzioni democraticamente elette, non da burocrati chiusi a Palazzo Berlaymont. L'Italia può farcela.
Più soldi per i burocrati europei
L'Europa è la protagonista del Forum Ambrosetti di Cernobbio. Solidarietà, collaborazione, nuova era sono le espressioni che più ricorrono negli interventi dei big della politica e dell'economia, riuniti come consuetudine sul lago di Como per fare il punto sulle prospettive del Paese. Una colata di melassa zuccherosa su quanto è efficace il bazooka messo in campo da Bruxelles per combattere la crisi del Covid. Nessuno vuol ricordare quando all'inizio della pandemia, il capo dello Stato, Sergio Mattarella, richiamava l'Europa alla solidarietà e a non porre ostacoli mentre da Bruxelles non arrivava la risposta necessaria. Acqua passata. Ma tutti soprattutto fanno finta di non accorgersi quanto stridano le dichiarazioni entusiastiche su una presunta nuova era dell'Europa con le strategie delineate dal bilancio settennale della Ue. Numeri, non opinioni. Da questo emerge la vecchia politica di Bruxelles poco attenta ai cambiamenti e alle priorità degli Stati membri e molto autoreferenziale.
Innanzitutto emerge che nemmeno il Covid è riuscito a scalfire il vecchio vizio di destinare sempre più risorse alla burocrazia. La pubblica amministrazione europea, alla faccia della crisi della pandemia, riceve più del doppio di quanto è destinato alle gestione dell'immigrazione e alla sicurezza. Alla faccia della crisi economica e dell'aumento dei flussi migratori dall'Africa. Alla macchina burocratica sono riservati 73,1 miliardi, ben 10 miliardi in più rispetto al precedente bilancio (61,6 miliardi). Alla voce «Migrazione e gestione delle frontiere», che si occupa di diritto di asilo e gestione appunto delle frontiere esterne, ne vanno solo 22,67, mentre per le politiche comuni di difesa, compresa quella interna degli impianti nucleari, vanno 13,19 miliardi. Entrambe le voci valgono 35,86 miliardi, cioè contano meno del costo dei burocrati di Bruxelles.
A Cernobbio si è fatto spesso riferimento alla politica verde, a un'Europa capace di mettere l'ecosostenibilità al centro della sua agenda e quindi al valore della ricerca. Allora torniamo a verificare quanto in realtà pensa di fare Bruxelles su questi fronti, sempre numeri alla mano.
Per i programmi Horizon Eu, piani ambiziosi dedicati alla ricerca scientifica e all'innovazione, i fondi stanziati sono diminuiti del 13,8%, come fa notare il report di Truenumbers. Eppure la Commissione europea guidata da Ursula von der Leyen a maggio aveva sollecitato un maggiore impegno. La voce «Mercato unico, innovazione e agenda digitale» è un gran calderone che riunisce i programmi per la digitalizzazione, che avrebbero sicuramente meritato una posta di bilancio a parte, il piano spaziale, le dogane, gli interventi per aumentare la competitività delle imprese e misure varie a favore delle aziende. Per digitale e innovazione il budget destina 132,78 miliardi validi per il settennato 2021-2027.
E siccome a Cernobbio si è fatto un gran parlare anche del Recovery fund, vediamo che proprio sul tema strategico dell'innovazione e della ricerca scientifica, due politiche in grado davvero di dare una sterzata di modernità al nostro sistema produttivo, ci sono solo 10,6 miliardi. Briciole.
Il termine «verde» è rimbalzato nelle dichiarazioni del Forum Ambrosetti ma il bilancio europeo, anche su questo tema, non è del tutto all'altezza di tale attenzione. Sono stati stanziati 356,37 miliardi che vanno non solo alla difesa dell'ambiente e alle politiche climatiche ma anche all'agricoltura e alla pesca. Il bilancio 2014-2020 prevedeva 399,6 miliardi. Durante la discussione del budget per i prossimi sette anni sono riemerse le critiche sull'eccessivo spazio dato all'agricoltura. La politica estera dell'Europa, in cui rientrano le iniziative umanitarie, riceve 40 miliardi in più nel bilancio, pari a 98,42 miliardi. Circa 20 miliardi in più di quanto il budget destina alla burocrazia comunitaria.
Il Recovery fund dedica poca attenzione all'innovazione, al digitale, e alle politiche di sostenibilità, che invece sono stati presenti negli interventi di Cernobbio. Complessivamente circa 28 miliardi di cui 10,6 alla digitalizzazione e 17,5 alle strategie per gestore i cambiamenti climatici. Come dire che c'è un gap tra gli elogi all'Europa e quello che effettivamente ha pianificato di fare.
Continua a leggereRiduci
Mentre il segretario del Pd presenta il suoi «sette cantieri» e Sergio Mattarella parla di occasione unica, arriva lo stop: Frans Timmermans ricorda che i piani nazionali devono «riflettere gli orientamenti comunitari».Nel bilancio 73 miliardi per la pubblica amministrazione, contro i 22 per controllare l'immigrazione. La solidarietà sulla gestione delle frontiere esiste solo a paroleLo speciale contiene due articoliDopo la giornata di ieri, c'è da chiedersi se Nicola Zingaretti, segretario del Pd, e Frans Timmermans, vicepresidente della Commissione Ue, abbiano avuto altre occasioni di incontro dopo il 24 maggio 2019, quando abbracciandosi chiusero la campagna per le elezioni europee. A giudicare dalle parole usate da Timmermans sul Recovery fund nell'intervista alla Stampa di ieri, pare proprio che il dialogo si sia interrotto. Altrimenti non avremmo potuto riscontrare, a distanza di poche ore l'uno dall'altro, posizioni così sideralmente distanti a proposito del Recovery fund (ufficialmente Next generation Eu).Il copione recitato ieri da Zingaretti e dall'olandese non è poi così diverso da quello che va in scena ormai da qualche settimana: in Italia si sogna, e in Europa si sta ai fatti e ai documenti.Forse ancora nervoso per aver perso la corsa alla presidenza Ue, Timmermans dapprima ha usato toni imperativi: «I piani nazionali per il Recovery fund vanno presentati molto in fretta e devono riflettere gli orientamenti europei per i quali sono stati definiti. La Commissione sarà ferma e chiara nel controllare che si vada nella giusta direzione». Poi ha aggiunto, ove mai qualcuno non avesse compreso, di auspicare che «il governo italiano insista nel percorso di riforme necessario già prima della pandemia e rispetti gli impegni che ha preso sinora». E, per essere definitivamente convincente, ha pure posato sul tavolo la pistola, affermando che «quando le cose andranno meglio, la Bce comprerà meno titoli e il Patto di stabilità tornerà stringente». Per quanto riguarda il debito italiano, ha rimarcato, «molto dipende dalla velocità, dalla direzione e dalla determinazione del governo e degli investitori privati».Per i nostri lettori, nulla di nuovo. È esattamente quanto andiamo ripetendo dallo scorso 21 luglio: i fondi Ue hanno un ben preciso vincolo di destinazione e la Commissione avrà un ruolo decisivo nel verificare la conformità dei piani nazionali alle linee guida prefissate. L'utilizzo di quei fondi sarà severamente condizionato dal rispetto di condizioni (le solite riforme strutturali) che potrebbero essere molto dannose per il nostro Paese e, qualora l'Italia si azzardi a deviare dalla retta via indicata da Bruxelles, c'è sempre la Bce che potrebbe far volteggiare il manganello dello spread. In ogni caso - in contrasto con le parole di Paolo Gentiloni di qualche giorno fa, che predicavano prudenza sulla sua reintroduzione, dopo i disastri del 2012 - c'è sempre il Patto di stabilità pronto a rientrare in vigore. Roba da far rimpiangere il tedesco Wolfgang Schäuble, in quanto a rudezza dei modi.L'aggressività verbale dell'olandese potrebbe trovare spiegazione nella situazione di relativa difficoltà in cui versa il suo Paese, che registra il livello di debito privato tra i più alti in Europa ed è da anni sotto il tiro (innocuo) della Commissione a causa delle pratiche fiscali aggressive che ne fanno un semi paradiso fiscale nel cuore del continente. Poiché da quell'orecchio l'Olanda non ci sente, allora la miglior difesa è l'attacco, cioè ricordare gli inadempimenti degli altri, peraltro tutti da verificare, anziché quelli propri, su cui c'è invece cristallina certezza. Quando Zingaretti ha mostrato davanti alle telecamere la proposta del suo partito per i fondi europei, lo stridore tra le due linee espositive ci è sembrato evidente. Il segretario Pd ha enunciato i titoli di «sette cantieri» (infrastrutture, produttività e innovazione, economia e cura, scuola e formazione, lotta alle diseguaglianze) la cui genericità e mancanza di focalizzazione, rispetto alle linee guida tracciate da Bruxelles, lasciano intendere come egli abbia ancora poco chiaro che non ci sarà consentito toccare palla o quasi. I piani «devono riflettere gli orientamenti europei» e non, come sarebbe invece auspicabile, gli specifici fabbisogni di un Paese che viene da 25 anni di distruttivo avanzo primario del bilancio statale, è assieme alla Grecia un'area a rischio sismico e reca ancora nel proprio tessuto produttivo le ferite inferte dalla sciagurata stretta di bilancio del 2012, che perfino Gentiloni ha definito un errore.«Non dobbiamo mettere indietro le lancette dell'orologio, vogliamo utilizzare questa opportunità per costruire e puntare a un nuovo modello italiano», ha sottolineato Zingaretti. Condivisibile, se non fosse per il decisivo dettaglio che esiste un unico modello europeo e a quello bisogna uniformarsi.Constatiamo con rammarico che il presidente Sergio Mattarella, rappresentante dell'unità nazionale, sembra anch'egli appiattito su una posizione acritica, visto che ha parlato di «una occasione unica e forse irripetibile di disporre di risorse consistenti per compiere riforme strutturali in grado non solo di consentire l'uscita dalla crisi ma di assicurare prosperità e benessere alle future generazioni».Ci permettiamo di obiettare al presidente che, se si vuole puntare a un modello italiano, la soluzione è finanziarlo con soldi italiani e con condizioni dettate dalle nostre istituzioni democraticamente elette, non da burocrati chiusi a Palazzo Berlaymont. L'Italia può farcela.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/zingaretti-sogna-di-usare-i-fondi-ue-e-bruxelles-tira-subito-il-guinzaglio-2647472708.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="piu-soldi-per-i-burocrati-europei" data-post-id="2647472708" data-published-at="1599348774" data-use-pagination="False"> Più soldi per i burocrati europei L'Europa è la protagonista del Forum Ambrosetti di Cernobbio. Solidarietà, collaborazione, nuova era sono le espressioni che più ricorrono negli interventi dei big della politica e dell'economia, riuniti come consuetudine sul lago di Como per fare il punto sulle prospettive del Paese. Una colata di melassa zuccherosa su quanto è efficace il bazooka messo in campo da Bruxelles per combattere la crisi del Covid. Nessuno vuol ricordare quando all'inizio della pandemia, il capo dello Stato, Sergio Mattarella, richiamava l'Europa alla solidarietà e a non porre ostacoli mentre da Bruxelles non arrivava la risposta necessaria. Acqua passata. Ma tutti soprattutto fanno finta di non accorgersi quanto stridano le dichiarazioni entusiastiche su una presunta nuova era dell'Europa con le strategie delineate dal bilancio settennale della Ue. Numeri, non opinioni. Da questo emerge la vecchia politica di Bruxelles poco attenta ai cambiamenti e alle priorità degli Stati membri e molto autoreferenziale. Innanzitutto emerge che nemmeno il Covid è riuscito a scalfire il vecchio vizio di destinare sempre più risorse alla burocrazia. La pubblica amministrazione europea, alla faccia della crisi della pandemia, riceve più del doppio di quanto è destinato alle gestione dell'immigrazione e alla sicurezza. Alla faccia della crisi economica e dell'aumento dei flussi migratori dall'Africa. Alla macchina burocratica sono riservati 73,1 miliardi, ben 10 miliardi in più rispetto al precedente bilancio (61,6 miliardi). Alla voce «Migrazione e gestione delle frontiere», che si occupa di diritto di asilo e gestione appunto delle frontiere esterne, ne vanno solo 22,67, mentre per le politiche comuni di difesa, compresa quella interna degli impianti nucleari, vanno 13,19 miliardi. Entrambe le voci valgono 35,86 miliardi, cioè contano meno del costo dei burocrati di Bruxelles. A Cernobbio si è fatto spesso riferimento alla politica verde, a un'Europa capace di mettere l'ecosostenibilità al centro della sua agenda e quindi al valore della ricerca. Allora torniamo a verificare quanto in realtà pensa di fare Bruxelles su questi fronti, sempre numeri alla mano. Per i programmi Horizon Eu, piani ambiziosi dedicati alla ricerca scientifica e all'innovazione, i fondi stanziati sono diminuiti del 13,8%, come fa notare il report di Truenumbers. Eppure la Commissione europea guidata da Ursula von der Leyen a maggio aveva sollecitato un maggiore impegno. La voce «Mercato unico, innovazione e agenda digitale» è un gran calderone che riunisce i programmi per la digitalizzazione, che avrebbero sicuramente meritato una posta di bilancio a parte, il piano spaziale, le dogane, gli interventi per aumentare la competitività delle imprese e misure varie a favore delle aziende. Per digitale e innovazione il budget destina 132,78 miliardi validi per il settennato 2021-2027. E siccome a Cernobbio si è fatto un gran parlare anche del Recovery fund, vediamo che proprio sul tema strategico dell'innovazione e della ricerca scientifica, due politiche in grado davvero di dare una sterzata di modernità al nostro sistema produttivo, ci sono solo 10,6 miliardi. Briciole. Il termine «verde» è rimbalzato nelle dichiarazioni del Forum Ambrosetti ma il bilancio europeo, anche su questo tema, non è del tutto all'altezza di tale attenzione. Sono stati stanziati 356,37 miliardi che vanno non solo alla difesa dell'ambiente e alle politiche climatiche ma anche all'agricoltura e alla pesca. Il bilancio 2014-2020 prevedeva 399,6 miliardi. Durante la discussione del budget per i prossimi sette anni sono riemerse le critiche sull'eccessivo spazio dato all'agricoltura. La politica estera dell'Europa, in cui rientrano le iniziative umanitarie, riceve 40 miliardi in più nel bilancio, pari a 98,42 miliardi. Circa 20 miliardi in più di quanto il budget destina alla burocrazia comunitaria. Il Recovery fund dedica poca attenzione all'innovazione, al digitale, e alle politiche di sostenibilità, che invece sono stati presenti negli interventi di Cernobbio. Complessivamente circa 28 miliardi di cui 10,6 alla digitalizzazione e 17,5 alle strategie per gestore i cambiamenti climatici. Come dire che c'è un gap tra gli elogi all'Europa e quello che effettivamente ha pianificato di fare.
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
Continua a leggereRiduci
Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
Continua a leggereRiduci