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2020-09-06
Zingaretti sogna di usare i fondi Ue. E Bruxelles tira subito il guinzaglio
Nicola Zingaretti (Ansa)
Dopo la giornata di ieri, c'è da chiedersi se Nicola Zingaretti, segretario del Pd, e Frans Timmermans, vicepresidente della Commissione Ue, abbiano avuto altre occasioni di incontro dopo il 24 maggio 2019, quando abbracciandosi chiusero la campagna per le elezioni europee. A giudicare dalle parole usate da Timmermans sul Recovery fund nell'intervista alla Stampa di ieri, pare proprio che il dialogo si sia interrotto. Altrimenti non avremmo potuto riscontrare, a distanza di poche ore l'uno dall'altro, posizioni così sideralmente distanti a proposito del Recovery fund (ufficialmente Next generation Eu).
Il copione recitato ieri da Zingaretti e dall'olandese non è poi così diverso da quello che va in scena ormai da qualche settimana: in Italia si sogna, e in Europa si sta ai fatti e ai documenti.
Forse ancora nervoso per aver perso la corsa alla presidenza Ue, Timmermans dapprima ha usato toni imperativi: «I piani nazionali per il Recovery fund vanno presentati molto in fretta e devono riflettere gli orientamenti europei per i quali sono stati definiti. La Commissione sarà ferma e chiara nel controllare che si vada nella giusta direzione». Poi ha aggiunto, ove mai qualcuno non avesse compreso, di auspicare che «il governo italiano insista nel percorso di riforme necessario già prima della pandemia e rispetti gli impegni che ha preso sinora». E, per essere definitivamente convincente, ha pure posato sul tavolo la pistola, affermando che «quando le cose andranno meglio, la Bce comprerà meno titoli e il Patto di stabilità tornerà stringente». Per quanto riguarda il debito italiano, ha rimarcato, «molto dipende dalla velocità, dalla direzione e dalla determinazione del governo e degli investitori privati».
Per i nostri lettori, nulla di nuovo. È esattamente quanto andiamo ripetendo dallo scorso 21 luglio: i fondi Ue hanno un ben preciso vincolo di destinazione e la Commissione avrà un ruolo decisivo nel verificare la conformità dei piani nazionali alle linee guida prefissate. L'utilizzo di quei fondi sarà severamente condizionato dal rispetto di condizioni (le solite riforme strutturali) che potrebbero essere molto dannose per il nostro Paese e, qualora l'Italia si azzardi a deviare dalla retta via indicata da Bruxelles, c'è sempre la Bce che potrebbe far volteggiare il manganello dello spread. In ogni caso - in contrasto con le parole di Paolo Gentiloni di qualche giorno fa, che predicavano prudenza sulla sua reintroduzione, dopo i disastri del 2012 - c'è sempre il Patto di stabilità pronto a rientrare in vigore. Roba da far rimpiangere il tedesco Wolfgang Schäuble, in quanto a rudezza dei modi.
L'aggressività verbale dell'olandese potrebbe trovare spiegazione nella situazione di relativa difficoltà in cui versa il suo Paese, che registra il livello di debito privato tra i più alti in Europa ed è da anni sotto il tiro (innocuo) della Commissione a causa delle pratiche fiscali aggressive che ne fanno un semi paradiso fiscale nel cuore del continente. Poiché da quell'orecchio l'Olanda non ci sente, allora la miglior difesa è l'attacco, cioè ricordare gli inadempimenti degli altri, peraltro tutti da verificare, anziché quelli propri, su cui c'è invece cristallina certezza.
Quando Zingaretti ha mostrato davanti alle telecamere la proposta del suo partito per i fondi europei, lo stridore tra le due linee espositive ci è sembrato evidente. Il segretario Pd ha enunciato i titoli di «sette cantieri» (infrastrutture, produttività e innovazione, economia e cura, scuola e formazione, lotta alle diseguaglianze) la cui genericità e mancanza di focalizzazione, rispetto alle linee guida tracciate da Bruxelles, lasciano intendere come egli abbia ancora poco chiaro che non ci sarà consentito toccare palla o quasi. I piani «devono riflettere gli orientamenti europei» e non, come sarebbe invece auspicabile, gli specifici fabbisogni di un Paese che viene da 25 anni di distruttivo avanzo primario del bilancio statale, è assieme alla Grecia un'area a rischio sismico e reca ancora nel proprio tessuto produttivo le ferite inferte dalla sciagurata stretta di bilancio del 2012, che perfino Gentiloni ha definito un errore.
«Non dobbiamo mettere indietro le lancette dell'orologio, vogliamo utilizzare questa opportunità per costruire e puntare a un nuovo modello italiano», ha sottolineato Zingaretti. Condivisibile, se non fosse per il decisivo dettaglio che esiste un unico modello europeo e a quello bisogna uniformarsi.
Constatiamo con rammarico che il presidente Sergio Mattarella, rappresentante dell'unità nazionale, sembra anch'egli appiattito su una posizione acritica, visto che ha parlato di «una occasione unica e forse irripetibile di disporre di risorse consistenti per compiere riforme strutturali in grado non solo di consentire l'uscita dalla crisi ma di assicurare prosperità e benessere alle future generazioni».
Ci permettiamo di obiettare al presidente che, se si vuole puntare a un modello italiano, la soluzione è finanziarlo con soldi italiani e con condizioni dettate dalle nostre istituzioni democraticamente elette, non da burocrati chiusi a Palazzo Berlaymont. L'Italia può farcela.
Più soldi per i burocrati europei
L'Europa è la protagonista del Forum Ambrosetti di Cernobbio. Solidarietà, collaborazione, nuova era sono le espressioni che più ricorrono negli interventi dei big della politica e dell'economia, riuniti come consuetudine sul lago di Como per fare il punto sulle prospettive del Paese. Una colata di melassa zuccherosa su quanto è efficace il bazooka messo in campo da Bruxelles per combattere la crisi del Covid. Nessuno vuol ricordare quando all'inizio della pandemia, il capo dello Stato, Sergio Mattarella, richiamava l'Europa alla solidarietà e a non porre ostacoli mentre da Bruxelles non arrivava la risposta necessaria. Acqua passata. Ma tutti soprattutto fanno finta di non accorgersi quanto stridano le dichiarazioni entusiastiche su una presunta nuova era dell'Europa con le strategie delineate dal bilancio settennale della Ue. Numeri, non opinioni. Da questo emerge la vecchia politica di Bruxelles poco attenta ai cambiamenti e alle priorità degli Stati membri e molto autoreferenziale.
Innanzitutto emerge che nemmeno il Covid è riuscito a scalfire il vecchio vizio di destinare sempre più risorse alla burocrazia. La pubblica amministrazione europea, alla faccia della crisi della pandemia, riceve più del doppio di quanto è destinato alle gestione dell'immigrazione e alla sicurezza. Alla faccia della crisi economica e dell'aumento dei flussi migratori dall'Africa. Alla macchina burocratica sono riservati 73,1 miliardi, ben 10 miliardi in più rispetto al precedente bilancio (61,6 miliardi). Alla voce «Migrazione e gestione delle frontiere», che si occupa di diritto di asilo e gestione appunto delle frontiere esterne, ne vanno solo 22,67, mentre per le politiche comuni di difesa, compresa quella interna degli impianti nucleari, vanno 13,19 miliardi. Entrambe le voci valgono 35,86 miliardi, cioè contano meno del costo dei burocrati di Bruxelles.
A Cernobbio si è fatto spesso riferimento alla politica verde, a un'Europa capace di mettere l'ecosostenibilità al centro della sua agenda e quindi al valore della ricerca. Allora torniamo a verificare quanto in realtà pensa di fare Bruxelles su questi fronti, sempre numeri alla mano.
Per i programmi Horizon Eu, piani ambiziosi dedicati alla ricerca scientifica e all'innovazione, i fondi stanziati sono diminuiti del 13,8%, come fa notare il report di Truenumbers. Eppure la Commissione europea guidata da Ursula von der Leyen a maggio aveva sollecitato un maggiore impegno. La voce «Mercato unico, innovazione e agenda digitale» è un gran calderone che riunisce i programmi per la digitalizzazione, che avrebbero sicuramente meritato una posta di bilancio a parte, il piano spaziale, le dogane, gli interventi per aumentare la competitività delle imprese e misure varie a favore delle aziende. Per digitale e innovazione il budget destina 132,78 miliardi validi per il settennato 2021-2027.
E siccome a Cernobbio si è fatto un gran parlare anche del Recovery fund, vediamo che proprio sul tema strategico dell'innovazione e della ricerca scientifica, due politiche in grado davvero di dare una sterzata di modernità al nostro sistema produttivo, ci sono solo 10,6 miliardi. Briciole.
Il termine «verde» è rimbalzato nelle dichiarazioni del Forum Ambrosetti ma il bilancio europeo, anche su questo tema, non è del tutto all'altezza di tale attenzione. Sono stati stanziati 356,37 miliardi che vanno non solo alla difesa dell'ambiente e alle politiche climatiche ma anche all'agricoltura e alla pesca. Il bilancio 2014-2020 prevedeva 399,6 miliardi. Durante la discussione del budget per i prossimi sette anni sono riemerse le critiche sull'eccessivo spazio dato all'agricoltura. La politica estera dell'Europa, in cui rientrano le iniziative umanitarie, riceve 40 miliardi in più nel bilancio, pari a 98,42 miliardi. Circa 20 miliardi in più di quanto il budget destina alla burocrazia comunitaria.
Il Recovery fund dedica poca attenzione all'innovazione, al digitale, e alle politiche di sostenibilità, che invece sono stati presenti negli interventi di Cernobbio. Complessivamente circa 28 miliardi di cui 10,6 alla digitalizzazione e 17,5 alle strategie per gestore i cambiamenti climatici. Come dire che c'è un gap tra gli elogi all'Europa e quello che effettivamente ha pianificato di fare.
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Mentre il segretario del Pd presenta il suoi «sette cantieri» e Sergio Mattarella parla di occasione unica, arriva lo stop: Frans Timmermans ricorda che i piani nazionali devono «riflettere gli orientamenti comunitari».Nel bilancio 73 miliardi per la pubblica amministrazione, contro i 22 per controllare l'immigrazione. La solidarietà sulla gestione delle frontiere esiste solo a paroleLo speciale contiene due articoliDopo la giornata di ieri, c'è da chiedersi se Nicola Zingaretti, segretario del Pd, e Frans Timmermans, vicepresidente della Commissione Ue, abbiano avuto altre occasioni di incontro dopo il 24 maggio 2019, quando abbracciandosi chiusero la campagna per le elezioni europee. A giudicare dalle parole usate da Timmermans sul Recovery fund nell'intervista alla Stampa di ieri, pare proprio che il dialogo si sia interrotto. Altrimenti non avremmo potuto riscontrare, a distanza di poche ore l'uno dall'altro, posizioni così sideralmente distanti a proposito del Recovery fund (ufficialmente Next generation Eu).Il copione recitato ieri da Zingaretti e dall'olandese non è poi così diverso da quello che va in scena ormai da qualche settimana: in Italia si sogna, e in Europa si sta ai fatti e ai documenti.Forse ancora nervoso per aver perso la corsa alla presidenza Ue, Timmermans dapprima ha usato toni imperativi: «I piani nazionali per il Recovery fund vanno presentati molto in fretta e devono riflettere gli orientamenti europei per i quali sono stati definiti. La Commissione sarà ferma e chiara nel controllare che si vada nella giusta direzione». Poi ha aggiunto, ove mai qualcuno non avesse compreso, di auspicare che «il governo italiano insista nel percorso di riforme necessario già prima della pandemia e rispetti gli impegni che ha preso sinora». E, per essere definitivamente convincente, ha pure posato sul tavolo la pistola, affermando che «quando le cose andranno meglio, la Bce comprerà meno titoli e il Patto di stabilità tornerà stringente». Per quanto riguarda il debito italiano, ha rimarcato, «molto dipende dalla velocità, dalla direzione e dalla determinazione del governo e degli investitori privati».Per i nostri lettori, nulla di nuovo. È esattamente quanto andiamo ripetendo dallo scorso 21 luglio: i fondi Ue hanno un ben preciso vincolo di destinazione e la Commissione avrà un ruolo decisivo nel verificare la conformità dei piani nazionali alle linee guida prefissate. L'utilizzo di quei fondi sarà severamente condizionato dal rispetto di condizioni (le solite riforme strutturali) che potrebbero essere molto dannose per il nostro Paese e, qualora l'Italia si azzardi a deviare dalla retta via indicata da Bruxelles, c'è sempre la Bce che potrebbe far volteggiare il manganello dello spread. In ogni caso - in contrasto con le parole di Paolo Gentiloni di qualche giorno fa, che predicavano prudenza sulla sua reintroduzione, dopo i disastri del 2012 - c'è sempre il Patto di stabilità pronto a rientrare in vigore. Roba da far rimpiangere il tedesco Wolfgang Schäuble, in quanto a rudezza dei modi.L'aggressività verbale dell'olandese potrebbe trovare spiegazione nella situazione di relativa difficoltà in cui versa il suo Paese, che registra il livello di debito privato tra i più alti in Europa ed è da anni sotto il tiro (innocuo) della Commissione a causa delle pratiche fiscali aggressive che ne fanno un semi paradiso fiscale nel cuore del continente. Poiché da quell'orecchio l'Olanda non ci sente, allora la miglior difesa è l'attacco, cioè ricordare gli inadempimenti degli altri, peraltro tutti da verificare, anziché quelli propri, su cui c'è invece cristallina certezza. Quando Zingaretti ha mostrato davanti alle telecamere la proposta del suo partito per i fondi europei, lo stridore tra le due linee espositive ci è sembrato evidente. Il segretario Pd ha enunciato i titoli di «sette cantieri» (infrastrutture, produttività e innovazione, economia e cura, scuola e formazione, lotta alle diseguaglianze) la cui genericità e mancanza di focalizzazione, rispetto alle linee guida tracciate da Bruxelles, lasciano intendere come egli abbia ancora poco chiaro che non ci sarà consentito toccare palla o quasi. I piani «devono riflettere gli orientamenti europei» e non, come sarebbe invece auspicabile, gli specifici fabbisogni di un Paese che viene da 25 anni di distruttivo avanzo primario del bilancio statale, è assieme alla Grecia un'area a rischio sismico e reca ancora nel proprio tessuto produttivo le ferite inferte dalla sciagurata stretta di bilancio del 2012, che perfino Gentiloni ha definito un errore.«Non dobbiamo mettere indietro le lancette dell'orologio, vogliamo utilizzare questa opportunità per costruire e puntare a un nuovo modello italiano», ha sottolineato Zingaretti. Condivisibile, se non fosse per il decisivo dettaglio che esiste un unico modello europeo e a quello bisogna uniformarsi.Constatiamo con rammarico che il presidente Sergio Mattarella, rappresentante dell'unità nazionale, sembra anch'egli appiattito su una posizione acritica, visto che ha parlato di «una occasione unica e forse irripetibile di disporre di risorse consistenti per compiere riforme strutturali in grado non solo di consentire l'uscita dalla crisi ma di assicurare prosperità e benessere alle future generazioni».Ci permettiamo di obiettare al presidente che, se si vuole puntare a un modello italiano, la soluzione è finanziarlo con soldi italiani e con condizioni dettate dalle nostre istituzioni democraticamente elette, non da burocrati chiusi a Palazzo Berlaymont. L'Italia può farcela.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/zingaretti-sogna-di-usare-i-fondi-ue-e-bruxelles-tira-subito-il-guinzaglio-2647472708.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="piu-soldi-per-i-burocrati-europei" data-post-id="2647472708" data-published-at="1599348774" data-use-pagination="False"> Più soldi per i burocrati europei L'Europa è la protagonista del Forum Ambrosetti di Cernobbio. Solidarietà, collaborazione, nuova era sono le espressioni che più ricorrono negli interventi dei big della politica e dell'economia, riuniti come consuetudine sul lago di Como per fare il punto sulle prospettive del Paese. Una colata di melassa zuccherosa su quanto è efficace il bazooka messo in campo da Bruxelles per combattere la crisi del Covid. Nessuno vuol ricordare quando all'inizio della pandemia, il capo dello Stato, Sergio Mattarella, richiamava l'Europa alla solidarietà e a non porre ostacoli mentre da Bruxelles non arrivava la risposta necessaria. Acqua passata. Ma tutti soprattutto fanno finta di non accorgersi quanto stridano le dichiarazioni entusiastiche su una presunta nuova era dell'Europa con le strategie delineate dal bilancio settennale della Ue. Numeri, non opinioni. Da questo emerge la vecchia politica di Bruxelles poco attenta ai cambiamenti e alle priorità degli Stati membri e molto autoreferenziale. Innanzitutto emerge che nemmeno il Covid è riuscito a scalfire il vecchio vizio di destinare sempre più risorse alla burocrazia. La pubblica amministrazione europea, alla faccia della crisi della pandemia, riceve più del doppio di quanto è destinato alle gestione dell'immigrazione e alla sicurezza. Alla faccia della crisi economica e dell'aumento dei flussi migratori dall'Africa. Alla macchina burocratica sono riservati 73,1 miliardi, ben 10 miliardi in più rispetto al precedente bilancio (61,6 miliardi). Alla voce «Migrazione e gestione delle frontiere», che si occupa di diritto di asilo e gestione appunto delle frontiere esterne, ne vanno solo 22,67, mentre per le politiche comuni di difesa, compresa quella interna degli impianti nucleari, vanno 13,19 miliardi. Entrambe le voci valgono 35,86 miliardi, cioè contano meno del costo dei burocrati di Bruxelles. A Cernobbio si è fatto spesso riferimento alla politica verde, a un'Europa capace di mettere l'ecosostenibilità al centro della sua agenda e quindi al valore della ricerca. Allora torniamo a verificare quanto in realtà pensa di fare Bruxelles su questi fronti, sempre numeri alla mano. Per i programmi Horizon Eu, piani ambiziosi dedicati alla ricerca scientifica e all'innovazione, i fondi stanziati sono diminuiti del 13,8%, come fa notare il report di Truenumbers. Eppure la Commissione europea guidata da Ursula von der Leyen a maggio aveva sollecitato un maggiore impegno. La voce «Mercato unico, innovazione e agenda digitale» è un gran calderone che riunisce i programmi per la digitalizzazione, che avrebbero sicuramente meritato una posta di bilancio a parte, il piano spaziale, le dogane, gli interventi per aumentare la competitività delle imprese e misure varie a favore delle aziende. Per digitale e innovazione il budget destina 132,78 miliardi validi per il settennato 2021-2027. E siccome a Cernobbio si è fatto un gran parlare anche del Recovery fund, vediamo che proprio sul tema strategico dell'innovazione e della ricerca scientifica, due politiche in grado davvero di dare una sterzata di modernità al nostro sistema produttivo, ci sono solo 10,6 miliardi. Briciole. Il termine «verde» è rimbalzato nelle dichiarazioni del Forum Ambrosetti ma il bilancio europeo, anche su questo tema, non è del tutto all'altezza di tale attenzione. Sono stati stanziati 356,37 miliardi che vanno non solo alla difesa dell'ambiente e alle politiche climatiche ma anche all'agricoltura e alla pesca. Il bilancio 2014-2020 prevedeva 399,6 miliardi. Durante la discussione del budget per i prossimi sette anni sono riemerse le critiche sull'eccessivo spazio dato all'agricoltura. La politica estera dell'Europa, in cui rientrano le iniziative umanitarie, riceve 40 miliardi in più nel bilancio, pari a 98,42 miliardi. Circa 20 miliardi in più di quanto il budget destina alla burocrazia comunitaria. Il Recovery fund dedica poca attenzione all'innovazione, al digitale, e alle politiche di sostenibilità, che invece sono stati presenti negli interventi di Cernobbio. Complessivamente circa 28 miliardi di cui 10,6 alla digitalizzazione e 17,5 alle strategie per gestore i cambiamenti climatici. Come dire che c'è un gap tra gli elogi all'Europa e quello che effettivamente ha pianificato di fare.
Antonio Decaro (Imagoeconomica)
La richiesta si basa, in gran parte, su una sentenza del Tar dell’Emilia-Romagna, a cui la Regione fortino del Pd - che con Michele De Pascale punta ad ergersi capofila nazionale delle politiche sanitarie autonome regionali - si è appellata per evitare di erogare, retroattivamente, gli stessi emolumenti, mai corrisposti, ai propri camici bianchi. La pretesa restituzione dei compensi, che per ogni singolo medico ammonterebbe a circa 70.000 euro, è arrivata la sera di Capodanno, lanciata via Pec alle 20.48 da qualche dirigente bontempone, ma ora rischia di trasformarsi in una valanga. I medici di base, infatti, non hanno preso bene l’idea di dover restituire decine di migliaia di euro a testa all’ente che per anni li ha erogati senza battere ciglio e, oltre ad aver dato mandato ai legali di resistere in giudizio a quello che definiscono «un vero furto», minacciano di fare «non uno, ma quattro passi indietro» nei confronti degli impegni assunti con Regione in relazione alle Case di Comunità, finanziate con 350 milioni di euro di fondi Pnrr, tra i fiori all’occhiello della campagna elettorale di Decaro. «Stiamo reagendo dal punto di vista legale sia a livello regionale che di singole Asl e abbiamo già dato mandato ai legali per impugnare la circolare e ottenerne la sospensiva immediata della direttiva regionale», spiega Antonio De Maria, segretario regionale del sindacato dei medici Fimmg. «La situazione del sistema sanitario della Puglia è già al collasso e in questo momento ci vuole coesione e grande collaborazione tra le parti. Innescare adesso un meccanismo del genere è pericolosissimo e ci auguriamo che questa richiesta, arrivata con modalità offensive dal dipartimento regionale della Sanità, non abbia l’avvallo politico. Avvisiamo già che non ci fermeremo e che a fronte di questo atto siamo pronti a rimettere completamente in discussione la nostra presenza e collaborazione al progetto delle Case di Comunità dell’intero territorio regionale». I sindacati dei medici sono uniti in questa battaglia: «Quanto avvenuto è sconcertante e si tratta di un attacco inopportuno e, a nostro parere, totalmente illegittimo. Appariamo come professionisti che hanno percepito dei soldi che non gli spettavano: è assolutamente falso. Quest’azione rappresenta l’espressione della situazione caotica che ormai da un anno viviamo nell’organizzazione della medicina territoriale a livello pugliese. Se qualcuno pensa di risanare in questo modo le finanze regionali, tagli dove si spreca», ha aggiunto Luigi Nigri, segretario regionale Puglia e vicepresidente nazionale Finp. Eppure, nonostante la posta in gioco, non sarà semplice per Decaro fare un passo indietro sulla questione. Rinunciare al prelievo dalle tasche dei dottori significherebbe, infatti, sconfessare la linea dell’Emilia-Romagna, che quegli stessi assegni, negli ultimi dieci anni, ai suoi medici non li ha mai versati e che ora rischia - a causa di un’azione legale partita da Rimini - di dover sborsare oltre 100 milioni di euro in un colpo solo. La Regione rossa, infatti, è in attesa del pronunciamento della Cassazione e, negli ambienti, si racconta che qualche settimana fa, presso la sede romana della Sisac - Struttura interregionale sanitari convenzionati, ossia il luogo in cui si costruiscono gli Accordi nazionali collettivi che stabiliscono gli emolumenti per i sanitari - si è tenuta una plenaria durante la quale, sul tema dei compensi ai medici, è stata dettata e condivisa una linea comune. Il mandato più o meno esplicito sarebbe stato quello di «evitare di pagare per non far finire nei guai chi non ha nulla in cassa». In sostanza, marciare uniti a scapito dei camici bianchi. E a quanto pare, la Puglia ha preso l’indicazione come un ordine. «Mi pare sia evidente che la sinistra in Italia abbia perso qualsiasi titolo per parlare di sanità: chiedono di aumentare le risorse che hanno tagliato durante i loro governi e stanno dimostrando di non saper neppure gestire quelle che hanno nelle Regioni che governano. La situazione che si è venuta a creare in Puglia credo sia abbastanza emblematica; tra l’altro la Puglia ha erogato questi integrativi, così Decaro si è fatto bello per le elezioni regionali ed oggi, dopo la vittoria, gli chiede indietro ai medici di base a cui magari pochi mesi fa chiedeva il voto», commenta il senatore Fdi Marco Lisei. «Un comportamento immorale, che però non lascia immune da critiche neppure la Regione Emilia-Romagna, che quegli integrativi avrebbe dovuto coprirli. Ora serve chiarezza, ma soprattutto servono tutele per i professionisti sanitari. Per questo come governo abbiamo destinato risorse dedicate per aumentare gli stipendi e tutelare chi nel corso degli anni ha tenuto in piedi il sistema sanitario mentre la sinistra lo sfasciava». Il prossimo 12 gennaio, per Decaro, sarà una data importante: il report sulla realizzazione delle Case di Comunità verrà trasmesso all’Autorità di missione Pnrr, presso il ministero della Salute, per una valutazione sullo stato di avanzamento del progetto. La promessa - nonché condizione necessaria per il raggiungimento del target e dunque per l’ottenimento dei fondi Pnrr - è che al 30 giugno 2026 la Puglia avrà 123 Case di comunità, ma la Corte dei Conti, che ha già un fascicolo aperto sui ritardi nella realizzazione delle opere, ha ricordato esplicitamente che per essere soddisfatto pienamente il target di giugno «non implica solo la realizzazione, ma la completa messa a disposizione delle strutture dotate di tutte le attrezzature necessarie al funzionamento». Medici compresi.
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La riaffermazione di tale principio si accompagna, tuttavia, nella stessa sentenza n. 204/2025, alla declaratoria di illegittimità costituzionale dell’articolo 7 della legge regionale oggetto di ricorso, che, apparentemente in linea con il suddetto principio, impegnava le aziende sanitarie locali a fornire all’aspirante suicida «il supporto tecnico e farmacologico nonché l’assistenza sanitaria per la preparazione all’autosomministrazione del farmaco autorizzato».
L’incostituzionalità di tale disposizione - afferma la Corte - è dovuta al fatto che essa «invade la riserva allo Stato della fissazione dei principi fondamentali in materia di tutela della salute», dal momento che non si limita a semplici «norme di dettaglio» attuative dei suddetti principi, ma avrebbe dato luogo a «una illegittima determinazione degli stessi da parte della legislazione regionale». Giova, in proposito, ricordare che la tutela della salute è, appunto, una delle materie in cui, ai sensi dell’articolo 117, comma III, della Costituzione, la potestà legislativa spetta alle Regioni, «salvo che per la determinazione dei principi fondamentali, riservati alla legislazione dello Stato».
Il ragionamento della Corte non farebbe una grinza se non fosse per il fatto che, nella sentenza n. 204/2025, la stessa Corte ha cura di precisare che la ritenuta incostituzionalità dell’articolo 7 della legge regionale toscana «lascia intatto il diritto», riconosciuto all’aspirante suicida dalla sentenza n. 132/ 2025, «di ottenere dalle aziende del Servizio sanitario regionale il farmaco, i dispositivi eventualmente occorrenti all’autosomministrazione, nonché l’assistenza sanitaria anche durante l’esecuzione di questa procedura». Ciò in forza della «portata autoapplicativa» da riconoscersi - afferma sempre la Corte - alla suddetta sentenza. Ma una sentenza della Corte Costituzionale che abbia «portata autoapplicativa» e nella quale vengano - come nel caso di specie - dettati principi del tutto analoghi a quelli che potrebbero essere stabiliti con legge dello Stato, dovrebbe, con ogni evidenza, essere considerata idonea ad assolvere alla stessa funzione che l’articolo 117, comma III, della Costituzione assegna alla legge statale per la determinazione dei principi fondamentali ai quali dovrebbe poi attenersi la legislazione regionale. L’articolo 7 della legge regionale toscana, quindi, siccome del tutto aderente a quanto stabilito dalla Corte Costituzionale con la sentenza in questione, non sarebbe stato da dichiarare incostituzionale.
La declaratoria di incostituzionalità si rivela, però, paradossalmente, corretta proprio considerando che, in realtà, contrariamente a quanto ritenuto dalla Corte, al principio affermato nella sentenza n. 132/2025 e confermato in quella n. 204/2025 non sembra affatto che possa attribuirsi carattere vincolante e meno che mai, quindi, «portata autoapplicativa». Si tratta, infatti, di un principio che non è in alcun modo conseguenziale alla già ricordata sentenza della stessa Corte n. 242/2019, essendosi questa limitata a rendere non punibile, a determinate condizioni, mediante declaratoria di parziale incostituzionalità dell’articolo 580 del codice penale, la condotta di chi presti aiuto al suicidio, senza con ciò attribuire all’aspirante suicida alcun diritto a ottenere quell’aiuto da parte di chicchessia, ivi compreso il Servizio sanitario nazionale. A quest’ultimo, infatti, la Corte affida il solo compito di accertare che le suddette condizioni siano effettivamente sussistenti e che le modalità stabilite dall’interessato e dal medico di sua fiducia per l’esecuzione del suicidio non siano tali da offendere la dignità della persona e cagionarle sofferenze.
Lo stesso principio, inoltre, non può neppure dirsi funzionale alla decisione a suo tempo assunta con la sentenza n. 132/2025, in cui esso è enunciato, dal momento che tale sentenza, a sostegno della ritenuta inammissibilità della questione di legittimità costituzionale dell’articolo 579 del codice penale, che punisce l’omicidio del consenziente, fece essenzialmente leva sul fatto che, contrariamente a quanto affermato dai ricorrenti, non poteva dirsi accertata, in linea di fatto, l’assoluta irreperibilità, sul mercato, di strumenti che consentissero all’aspirante suicida, nonostante la sua condizione di paraplegico, l’autonoma assunzione del farmaco mortale. L’affermazione che del reperimento di quegli strumenti dovesse farsi carico, se necessario, il Servizio sanitario nazionale, rispondendo ciò a un diritto dell’interessato, aveva carattere meramente incidentale (c.d. «obiter dictum»); il che, secondo quanto pacificamente ritenuto dalla dottrina giuridica, esclude in radice che ad essa possa attribuirsi carattere vincolante tanto nei confronti del Servizio sanitario nazionale quanto in quelli del legislatore ordinario.
Non può in alcun modo condividersi, quindi, l’opinione di chi - come il senatore del Pd Alfredo Bazoli, secondo quanto riferito sulla Verità del 31 dicembre scorso nell’articolo a firma di Carlo Tarallo - sostiene che il legislatore ordinario, nel dettare la disciplina generale in materia di fine vita, non potrebbe «in alcun modo derogare» al principio in questione giacché quello in esso affermato sarebbe «un diritto pienamente riconosciuto e dunque pienamente eseguibile». Deve invece ritenersi, al contrario, che il legislatore ordinario sia perfettamente libero di seguire o non seguire l’indicazione della Corte Costituzionale circa il ruolo da attribuirsi al Servizio sanitario nazionale, senza che, nella seconda di tali ipotesi, la sua scelta possa cadere, alla prima occasione, sotto la mannaia della stessa Corte; ciò sempre che, naturalmente, quest’ultima resista alla ricorrente tentazione di esorbitare dai limiti delle proprie funzioni; sul che, ovviamente, dati i numerosi precedenti, nessuno può azzardarsi a mettere la mano sul fuoco.
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«Io sono notizia» (Netflix)
Non una biografia, ma un modo, più accattivante del solo accademico, di ripercorrere la storia dell'Italia: gli anni Novanta e il momento, senza data precisa, in cui il confine tra vita privata e pubblica apparenza, tra famiglia e spettacolo, si è fatto labile.
Fabrizio Corona - Io sono notizia, docuserie in cinque episodi disponibile su Netflix a partire da venerdì 9 gennaio, promette di sfruttare la parabola di un singolo individuo (opportunamente discusso e divisivo) per trovare, poi, gli stilemi di un racconto universale. Non è Corona, dunque, re dei paparazzi, ma il sistema moderno, declinato nel nostro Paese sul berlusconismo, sulla faziosità, vera o presunta, dei media, sul modo in cui il giornalismo si è progressivamente piegato al gossip e alla ricerca della notorietà, dimenticando ogni deontologia professionale.
Io sono notizia, il cui avvento Fabrizio Corona ha annunciato sui propri social network in pompa magna, con l'orgoglio di chi non ha paura di veder riproposta la propria crescita umana, prende il via da lontano. Fabrizio è giovane, figlio di un padre - Vittorio Corona - tanto visionario e talentuoso quanto ingombrante. Corona, padre, avrebbe cambiato il volto dell'editoria, salvo poi essere fatto fuori da quella stessa gente che diceva apprezzarlo. Fabrizio, ragazzo, è cresciuto così, con il complesso, forse inconscio, di dover tenere il passo del genitore, esserne all'altezza. L'ambiente del padre, dunque, è stato l'obiettivo del figlio. Che, diversamente, però, ha deciso di sfruttarlo in altro modo. Fabrizio Corona avrebbe messo in ginocchio i salotti bene, e il gossip sarebbe stato merce di scambio. Lo strappo, che la docuserie ricostruisce, sarebbe arrivato con Vallettopoli e le accuse di estorsione.
Allora, il re dei paparazzi avrebbe perso parte del proprio appeal, trasformandosi nel bersaglio di una giustizia che, per alcuni, ne avrebbe fatto un capro espiatorio. Quel che segue sono processi, dibattiti, prime pagine e opinioni, è lo scontro fra chi considera Corona un demone e chi, invece, lo vorrebbe assolto.
Quel che segue è la rapida ascesa dei social network, di cui il re Mida del gossip ha saputo intuire il potenziale e le criticità, sfruttandoli, come nessun altro, per tessere la propria tela. Ed è qui, tra le pieghe di questa metamorfosi, da ragazzo d'oro a figura confusa, che Netflix racconta essere nato il Fabrizio di oggi, l'essere capace di fare della propria vita un'opera, d'arte o meno sia dibattuto in altra sede.
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