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2020-09-06
Zingaretti sogna di usare i fondi Ue. E Bruxelles tira subito il guinzaglio
Nicola Zingaretti (Ansa)
Dopo la giornata di ieri, c'è da chiedersi se Nicola Zingaretti, segretario del Pd, e Frans Timmermans, vicepresidente della Commissione Ue, abbiano avuto altre occasioni di incontro dopo il 24 maggio 2019, quando abbracciandosi chiusero la campagna per le elezioni europee. A giudicare dalle parole usate da Timmermans sul Recovery fund nell'intervista alla Stampa di ieri, pare proprio che il dialogo si sia interrotto. Altrimenti non avremmo potuto riscontrare, a distanza di poche ore l'uno dall'altro, posizioni così sideralmente distanti a proposito del Recovery fund (ufficialmente Next generation Eu).
Il copione recitato ieri da Zingaretti e dall'olandese non è poi così diverso da quello che va in scena ormai da qualche settimana: in Italia si sogna, e in Europa si sta ai fatti e ai documenti.
Forse ancora nervoso per aver perso la corsa alla presidenza Ue, Timmermans dapprima ha usato toni imperativi: «I piani nazionali per il Recovery fund vanno presentati molto in fretta e devono riflettere gli orientamenti europei per i quali sono stati definiti. La Commissione sarà ferma e chiara nel controllare che si vada nella giusta direzione». Poi ha aggiunto, ove mai qualcuno non avesse compreso, di auspicare che «il governo italiano insista nel percorso di riforme necessario già prima della pandemia e rispetti gli impegni che ha preso sinora». E, per essere definitivamente convincente, ha pure posato sul tavolo la pistola, affermando che «quando le cose andranno meglio, la Bce comprerà meno titoli e il Patto di stabilità tornerà stringente». Per quanto riguarda il debito italiano, ha rimarcato, «molto dipende dalla velocità, dalla direzione e dalla determinazione del governo e degli investitori privati».
Per i nostri lettori, nulla di nuovo. È esattamente quanto andiamo ripetendo dallo scorso 21 luglio: i fondi Ue hanno un ben preciso vincolo di destinazione e la Commissione avrà un ruolo decisivo nel verificare la conformità dei piani nazionali alle linee guida prefissate. L'utilizzo di quei fondi sarà severamente condizionato dal rispetto di condizioni (le solite riforme strutturali) che potrebbero essere molto dannose per il nostro Paese e, qualora l'Italia si azzardi a deviare dalla retta via indicata da Bruxelles, c'è sempre la Bce che potrebbe far volteggiare il manganello dello spread. In ogni caso - in contrasto con le parole di Paolo Gentiloni di qualche giorno fa, che predicavano prudenza sulla sua reintroduzione, dopo i disastri del 2012 - c'è sempre il Patto di stabilità pronto a rientrare in vigore. Roba da far rimpiangere il tedesco Wolfgang Schäuble, in quanto a rudezza dei modi.
L'aggressività verbale dell'olandese potrebbe trovare spiegazione nella situazione di relativa difficoltà in cui versa il suo Paese, che registra il livello di debito privato tra i più alti in Europa ed è da anni sotto il tiro (innocuo) della Commissione a causa delle pratiche fiscali aggressive che ne fanno un semi paradiso fiscale nel cuore del continente. Poiché da quell'orecchio l'Olanda non ci sente, allora la miglior difesa è l'attacco, cioè ricordare gli inadempimenti degli altri, peraltro tutti da verificare, anziché quelli propri, su cui c'è invece cristallina certezza.
Quando Zingaretti ha mostrato davanti alle telecamere la proposta del suo partito per i fondi europei, lo stridore tra le due linee espositive ci è sembrato evidente. Il segretario Pd ha enunciato i titoli di «sette cantieri» (infrastrutture, produttività e innovazione, economia e cura, scuola e formazione, lotta alle diseguaglianze) la cui genericità e mancanza di focalizzazione, rispetto alle linee guida tracciate da Bruxelles, lasciano intendere come egli abbia ancora poco chiaro che non ci sarà consentito toccare palla o quasi. I piani «devono riflettere gli orientamenti europei» e non, come sarebbe invece auspicabile, gli specifici fabbisogni di un Paese che viene da 25 anni di distruttivo avanzo primario del bilancio statale, è assieme alla Grecia un'area a rischio sismico e reca ancora nel proprio tessuto produttivo le ferite inferte dalla sciagurata stretta di bilancio del 2012, che perfino Gentiloni ha definito un errore.
«Non dobbiamo mettere indietro le lancette dell'orologio, vogliamo utilizzare questa opportunità per costruire e puntare a un nuovo modello italiano», ha sottolineato Zingaretti. Condivisibile, se non fosse per il decisivo dettaglio che esiste un unico modello europeo e a quello bisogna uniformarsi.
Constatiamo con rammarico che il presidente Sergio Mattarella, rappresentante dell'unità nazionale, sembra anch'egli appiattito su una posizione acritica, visto che ha parlato di «una occasione unica e forse irripetibile di disporre di risorse consistenti per compiere riforme strutturali in grado non solo di consentire l'uscita dalla crisi ma di assicurare prosperità e benessere alle future generazioni».
Ci permettiamo di obiettare al presidente che, se si vuole puntare a un modello italiano, la soluzione è finanziarlo con soldi italiani e con condizioni dettate dalle nostre istituzioni democraticamente elette, non da burocrati chiusi a Palazzo Berlaymont. L'Italia può farcela.
Più soldi per i burocrati europei
L'Europa è la protagonista del Forum Ambrosetti di Cernobbio. Solidarietà, collaborazione, nuova era sono le espressioni che più ricorrono negli interventi dei big della politica e dell'economia, riuniti come consuetudine sul lago di Como per fare il punto sulle prospettive del Paese. Una colata di melassa zuccherosa su quanto è efficace il bazooka messo in campo da Bruxelles per combattere la crisi del Covid. Nessuno vuol ricordare quando all'inizio della pandemia, il capo dello Stato, Sergio Mattarella, richiamava l'Europa alla solidarietà e a non porre ostacoli mentre da Bruxelles non arrivava la risposta necessaria. Acqua passata. Ma tutti soprattutto fanno finta di non accorgersi quanto stridano le dichiarazioni entusiastiche su una presunta nuova era dell'Europa con le strategie delineate dal bilancio settennale della Ue. Numeri, non opinioni. Da questo emerge la vecchia politica di Bruxelles poco attenta ai cambiamenti e alle priorità degli Stati membri e molto autoreferenziale.
Innanzitutto emerge che nemmeno il Covid è riuscito a scalfire il vecchio vizio di destinare sempre più risorse alla burocrazia. La pubblica amministrazione europea, alla faccia della crisi della pandemia, riceve più del doppio di quanto è destinato alle gestione dell'immigrazione e alla sicurezza. Alla faccia della crisi economica e dell'aumento dei flussi migratori dall'Africa. Alla macchina burocratica sono riservati 73,1 miliardi, ben 10 miliardi in più rispetto al precedente bilancio (61,6 miliardi). Alla voce «Migrazione e gestione delle frontiere», che si occupa di diritto di asilo e gestione appunto delle frontiere esterne, ne vanno solo 22,67, mentre per le politiche comuni di difesa, compresa quella interna degli impianti nucleari, vanno 13,19 miliardi. Entrambe le voci valgono 35,86 miliardi, cioè contano meno del costo dei burocrati di Bruxelles.
A Cernobbio si è fatto spesso riferimento alla politica verde, a un'Europa capace di mettere l'ecosostenibilità al centro della sua agenda e quindi al valore della ricerca. Allora torniamo a verificare quanto in realtà pensa di fare Bruxelles su questi fronti, sempre numeri alla mano.
Per i programmi Horizon Eu, piani ambiziosi dedicati alla ricerca scientifica e all'innovazione, i fondi stanziati sono diminuiti del 13,8%, come fa notare il report di Truenumbers. Eppure la Commissione europea guidata da Ursula von der Leyen a maggio aveva sollecitato un maggiore impegno. La voce «Mercato unico, innovazione e agenda digitale» è un gran calderone che riunisce i programmi per la digitalizzazione, che avrebbero sicuramente meritato una posta di bilancio a parte, il piano spaziale, le dogane, gli interventi per aumentare la competitività delle imprese e misure varie a favore delle aziende. Per digitale e innovazione il budget destina 132,78 miliardi validi per il settennato 2021-2027.
E siccome a Cernobbio si è fatto un gran parlare anche del Recovery fund, vediamo che proprio sul tema strategico dell'innovazione e della ricerca scientifica, due politiche in grado davvero di dare una sterzata di modernità al nostro sistema produttivo, ci sono solo 10,6 miliardi. Briciole.
Il termine «verde» è rimbalzato nelle dichiarazioni del Forum Ambrosetti ma il bilancio europeo, anche su questo tema, non è del tutto all'altezza di tale attenzione. Sono stati stanziati 356,37 miliardi che vanno non solo alla difesa dell'ambiente e alle politiche climatiche ma anche all'agricoltura e alla pesca. Il bilancio 2014-2020 prevedeva 399,6 miliardi. Durante la discussione del budget per i prossimi sette anni sono riemerse le critiche sull'eccessivo spazio dato all'agricoltura. La politica estera dell'Europa, in cui rientrano le iniziative umanitarie, riceve 40 miliardi in più nel bilancio, pari a 98,42 miliardi. Circa 20 miliardi in più di quanto il budget destina alla burocrazia comunitaria.
Il Recovery fund dedica poca attenzione all'innovazione, al digitale, e alle politiche di sostenibilità, che invece sono stati presenti negli interventi di Cernobbio. Complessivamente circa 28 miliardi di cui 10,6 alla digitalizzazione e 17,5 alle strategie per gestore i cambiamenti climatici. Come dire che c'è un gap tra gli elogi all'Europa e quello che effettivamente ha pianificato di fare.
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Mentre il segretario del Pd presenta il suoi «sette cantieri» e Sergio Mattarella parla di occasione unica, arriva lo stop: Frans Timmermans ricorda che i piani nazionali devono «riflettere gli orientamenti comunitari».Nel bilancio 73 miliardi per la pubblica amministrazione, contro i 22 per controllare l'immigrazione. La solidarietà sulla gestione delle frontiere esiste solo a paroleLo speciale contiene due articoliDopo la giornata di ieri, c'è da chiedersi se Nicola Zingaretti, segretario del Pd, e Frans Timmermans, vicepresidente della Commissione Ue, abbiano avuto altre occasioni di incontro dopo il 24 maggio 2019, quando abbracciandosi chiusero la campagna per le elezioni europee. A giudicare dalle parole usate da Timmermans sul Recovery fund nell'intervista alla Stampa di ieri, pare proprio che il dialogo si sia interrotto. Altrimenti non avremmo potuto riscontrare, a distanza di poche ore l'uno dall'altro, posizioni così sideralmente distanti a proposito del Recovery fund (ufficialmente Next generation Eu).Il copione recitato ieri da Zingaretti e dall'olandese non è poi così diverso da quello che va in scena ormai da qualche settimana: in Italia si sogna, e in Europa si sta ai fatti e ai documenti.Forse ancora nervoso per aver perso la corsa alla presidenza Ue, Timmermans dapprima ha usato toni imperativi: «I piani nazionali per il Recovery fund vanno presentati molto in fretta e devono riflettere gli orientamenti europei per i quali sono stati definiti. La Commissione sarà ferma e chiara nel controllare che si vada nella giusta direzione». Poi ha aggiunto, ove mai qualcuno non avesse compreso, di auspicare che «il governo italiano insista nel percorso di riforme necessario già prima della pandemia e rispetti gli impegni che ha preso sinora». E, per essere definitivamente convincente, ha pure posato sul tavolo la pistola, affermando che «quando le cose andranno meglio, la Bce comprerà meno titoli e il Patto di stabilità tornerà stringente». Per quanto riguarda il debito italiano, ha rimarcato, «molto dipende dalla velocità, dalla direzione e dalla determinazione del governo e degli investitori privati».Per i nostri lettori, nulla di nuovo. È esattamente quanto andiamo ripetendo dallo scorso 21 luglio: i fondi Ue hanno un ben preciso vincolo di destinazione e la Commissione avrà un ruolo decisivo nel verificare la conformità dei piani nazionali alle linee guida prefissate. L'utilizzo di quei fondi sarà severamente condizionato dal rispetto di condizioni (le solite riforme strutturali) che potrebbero essere molto dannose per il nostro Paese e, qualora l'Italia si azzardi a deviare dalla retta via indicata da Bruxelles, c'è sempre la Bce che potrebbe far volteggiare il manganello dello spread. In ogni caso - in contrasto con le parole di Paolo Gentiloni di qualche giorno fa, che predicavano prudenza sulla sua reintroduzione, dopo i disastri del 2012 - c'è sempre il Patto di stabilità pronto a rientrare in vigore. Roba da far rimpiangere il tedesco Wolfgang Schäuble, in quanto a rudezza dei modi.L'aggressività verbale dell'olandese potrebbe trovare spiegazione nella situazione di relativa difficoltà in cui versa il suo Paese, che registra il livello di debito privato tra i più alti in Europa ed è da anni sotto il tiro (innocuo) della Commissione a causa delle pratiche fiscali aggressive che ne fanno un semi paradiso fiscale nel cuore del continente. Poiché da quell'orecchio l'Olanda non ci sente, allora la miglior difesa è l'attacco, cioè ricordare gli inadempimenti degli altri, peraltro tutti da verificare, anziché quelli propri, su cui c'è invece cristallina certezza. Quando Zingaretti ha mostrato davanti alle telecamere la proposta del suo partito per i fondi europei, lo stridore tra le due linee espositive ci è sembrato evidente. Il segretario Pd ha enunciato i titoli di «sette cantieri» (infrastrutture, produttività e innovazione, economia e cura, scuola e formazione, lotta alle diseguaglianze) la cui genericità e mancanza di focalizzazione, rispetto alle linee guida tracciate da Bruxelles, lasciano intendere come egli abbia ancora poco chiaro che non ci sarà consentito toccare palla o quasi. I piani «devono riflettere gli orientamenti europei» e non, come sarebbe invece auspicabile, gli specifici fabbisogni di un Paese che viene da 25 anni di distruttivo avanzo primario del bilancio statale, è assieme alla Grecia un'area a rischio sismico e reca ancora nel proprio tessuto produttivo le ferite inferte dalla sciagurata stretta di bilancio del 2012, che perfino Gentiloni ha definito un errore.«Non dobbiamo mettere indietro le lancette dell'orologio, vogliamo utilizzare questa opportunità per costruire e puntare a un nuovo modello italiano», ha sottolineato Zingaretti. Condivisibile, se non fosse per il decisivo dettaglio che esiste un unico modello europeo e a quello bisogna uniformarsi.Constatiamo con rammarico che il presidente Sergio Mattarella, rappresentante dell'unità nazionale, sembra anch'egli appiattito su una posizione acritica, visto che ha parlato di «una occasione unica e forse irripetibile di disporre di risorse consistenti per compiere riforme strutturali in grado non solo di consentire l'uscita dalla crisi ma di assicurare prosperità e benessere alle future generazioni».Ci permettiamo di obiettare al presidente che, se si vuole puntare a un modello italiano, la soluzione è finanziarlo con soldi italiani e con condizioni dettate dalle nostre istituzioni democraticamente elette, non da burocrati chiusi a Palazzo Berlaymont. 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Nessuno vuol ricordare quando all'inizio della pandemia, il capo dello Stato, Sergio Mattarella, richiamava l'Europa alla solidarietà e a non porre ostacoli mentre da Bruxelles non arrivava la risposta necessaria. Acqua passata. Ma tutti soprattutto fanno finta di non accorgersi quanto stridano le dichiarazioni entusiastiche su una presunta nuova era dell'Europa con le strategie delineate dal bilancio settennale della Ue. Numeri, non opinioni. Da questo emerge la vecchia politica di Bruxelles poco attenta ai cambiamenti e alle priorità degli Stati membri e molto autoreferenziale. Innanzitutto emerge che nemmeno il Covid è riuscito a scalfire il vecchio vizio di destinare sempre più risorse alla burocrazia. La pubblica amministrazione europea, alla faccia della crisi della pandemia, riceve più del doppio di quanto è destinato alle gestione dell'immigrazione e alla sicurezza. Alla faccia della crisi economica e dell'aumento dei flussi migratori dall'Africa. Alla macchina burocratica sono riservati 73,1 miliardi, ben 10 miliardi in più rispetto al precedente bilancio (61,6 miliardi). Alla voce «Migrazione e gestione delle frontiere», che si occupa di diritto di asilo e gestione appunto delle frontiere esterne, ne vanno solo 22,67, mentre per le politiche comuni di difesa, compresa quella interna degli impianti nucleari, vanno 13,19 miliardi. Entrambe le voci valgono 35,86 miliardi, cioè contano meno del costo dei burocrati di Bruxelles. A Cernobbio si è fatto spesso riferimento alla politica verde, a un'Europa capace di mettere l'ecosostenibilità al centro della sua agenda e quindi al valore della ricerca. Allora torniamo a verificare quanto in realtà pensa di fare Bruxelles su questi fronti, sempre numeri alla mano. Per i programmi Horizon Eu, piani ambiziosi dedicati alla ricerca scientifica e all'innovazione, i fondi stanziati sono diminuiti del 13,8%, come fa notare il report di Truenumbers. Eppure la Commissione europea guidata da Ursula von der Leyen a maggio aveva sollecitato un maggiore impegno. La voce «Mercato unico, innovazione e agenda digitale» è un gran calderone che riunisce i programmi per la digitalizzazione, che avrebbero sicuramente meritato una posta di bilancio a parte, il piano spaziale, le dogane, gli interventi per aumentare la competitività delle imprese e misure varie a favore delle aziende. Per digitale e innovazione il budget destina 132,78 miliardi validi per il settennato 2021-2027. E siccome a Cernobbio si è fatto un gran parlare anche del Recovery fund, vediamo che proprio sul tema strategico dell'innovazione e della ricerca scientifica, due politiche in grado davvero di dare una sterzata di modernità al nostro sistema produttivo, ci sono solo 10,6 miliardi. Briciole. Il termine «verde» è rimbalzato nelle dichiarazioni del Forum Ambrosetti ma il bilancio europeo, anche su questo tema, non è del tutto all'altezza di tale attenzione. Sono stati stanziati 356,37 miliardi che vanno non solo alla difesa dell'ambiente e alle politiche climatiche ma anche all'agricoltura e alla pesca. Il bilancio 2014-2020 prevedeva 399,6 miliardi. Durante la discussione del budget per i prossimi sette anni sono riemerse le critiche sull'eccessivo spazio dato all'agricoltura. La politica estera dell'Europa, in cui rientrano le iniziative umanitarie, riceve 40 miliardi in più nel bilancio, pari a 98,42 miliardi. Circa 20 miliardi in più di quanto il budget destina alla burocrazia comunitaria. Il Recovery fund dedica poca attenzione all'innovazione, al digitale, e alle politiche di sostenibilità, che invece sono stati presenti negli interventi di Cernobbio. Complessivamente circa 28 miliardi di cui 10,6 alla digitalizzazione e 17,5 alle strategie per gestore i cambiamenti climatici. Come dire che c'è un gap tra gli elogi all'Europa e quello che effettivamente ha pianificato di fare.
Giovanni Malagò durante l'Assemblea elettorale della Figc (Getty Images)
L'ex numero uno del Coni è il nuovo presidente della Figc, eletto con il 68,58% dei voti dopo le dimissioni di Gravina. Ora la Federazione apre la fase delle riforme e della scelta del nuovo ct della Nazionale.
Giovanni Malagò è il nuovo presidente della Figc. L’assemblea elettiva riunita oggi a Roma lo ha eletto con il 68,58% dei voti, affidandogli la guida del calcio italiano dopo le dimissioni di Gabriele Gravina, arrivate all’indomani della mancata qualificazione della Nazionale ai Mondiali del 2026.
La votazione ha chiuso una giornata iniziata nella tarda mattinata all’hotel Astoria, dove i delegati delle diverse componenti federali si sono riuniti per ridisegnare gli equilibri del calcio italiano. In corsa per la presidenza c’erano Giovanni Malagò e Giancarlo Abete, due profili diversi per esperienza e percorso, ma entrambi interni al sistema sportivo.
La procedura di voto è stata aperta poco dopo le 14, con la presenza di 266 delegati su 273 aventi diritto. I voti complessivi erano 502,946: per essere eletti era necessaria la soglia dei 252. Un passaggio tecnico che ha preceduto l’esito finale arrivato nel primo pomeriggio. Nel corso dell’assemblea non sono mancati gli interventi dei principali rappresentanti del calcio italiano. Il presidente della Lega Serie A Ezio Maria Simonelli ha parlato di una «ferita profonda» lasciata dalle mancate qualificazioni ai Mondiali, sottolineando la necessità di trasformare la crisi in un punto di ripartenza. «Serve il coraggio delle riforme e la volontà di lavorare insieme», ha detto. Più duro il presidente della Lega Pro Matteo Marani, che ha richiamato un «declino che dura da trent’anni» e una difficoltà strutturale del sistema nel trovare responsabilità condivise. Dal fronte dei calciatori, il presidente dell’Aic Umberto Calcagno ha parlato di «odio» che ha colpito il presidente dimissionario Gravina, indicando la necessità di una guida forte e di un cambiamento profondo.
Anche la Uefa, con il vicepresidente Armand Duka, ha richiamato l’Italia all’urgenza delle infrastrutture in vista di Euro 2032, sottolineando la necessità di un intervento strutturale per garantire un’eredità duratura al sistema. Nel suo intervento in assemblea, Malagò ha rivendicato il proprio legame con la federazione: «Non sono un Papa nero, sono uno di voi, sono figlio della Figc e ho un solo scopo, fare grande l’Italia». Ha poi aggiunto di sentire «fortissimo il peso delle responsabilità», ricordando di essere arrivato a questa candidatura dopo una lunga esperienza nel mondo dello sport e della dirigenza.
Dalla parte opposta, Giancarlo Abete ha contestato il metodo che ha portato all’elezione, definendolo «un percorso incomprensibile», e ha criticato la gestione della fase successiva alle dimissioni di Gravina, sottolineando la necessità di affrontare i problemi del calcio italiano con un confronto più diretto sui contenuti.
Proprio Gravina, nel suo intervento di apertura, ha difeso la scelta delle dimissioni come «convinta, meditata e sofferta», rivendicando un atto di responsabilità istituzionale e personale. Ha poi parlato di un sistema attraversato da tensioni e da una forte polarizzazione, che avrebbe reso necessario un passo indietro per evitare ulteriori divisioni.
A chiudere la giornata, l’esito del voto ha consegnato a Giovanni Malagò la guida della Federcalcio con una maggioranza netta, aprendo una nuova fase per il calcio italiano, chiamato ora a confrontarsi con le riforme e le criticità emerse nel corso dell’assemblea. Il primo nodo da sciogliere per Malagò, sarà ora la scelta del nuovo commissario tecnico della Nazionale. Tra i favoriti sembrerebbe esserci Roberto Mancini, pronto a tornare dopo l'addio burrascoso dell'estate 2023. Sul piano operativo, la nuova gestione avrebbe già individuato alcune priorità su cui intervenire a stretto giro. Tra queste, la volontà di inserire nell’organigramma federale una figura di raccordo tecnico tra presidenza e area sportiva, con competenze calcistiche specifiche, chiamata a incidere sia sulla scelta dei commissari tecnici delle varie nazionali sia sul rapporto quotidiano con lo staff della Nazionale maggiore. Tra i profili presi in considerazione circolano quelli di Paolo Maldini e di Frederic Massara, mentre l’impostazione complessiva rimanda anche all’idea, sostenuta da diverse componenti del mondo dei calciatori, di rafforzare la struttura tecnica del Club Italia e valorizzare figure come Sara Gama. La scelta del nuovo commissario tecnico non sarà comunque immediata e richiederà ulteriori settimane di confronto interno.
Sul fronte politico-istituzionale, l’agenda del nuovo presidente dovrebbe aprirsi con un confronto con il governo su alcuni dossier ritenuti strategici per il sistema calcio: dalla possibile reintroduzione di un meccanismo simile al Decreto Crescita, alla revisione del divieto di pubblicità legato al betting, fino all’ipotesi di destinare una quota dei proventi delle scommesse sul calcio a un fondo dedicato allo sviluppo del movimento. Risorse che, nelle intenzioni, verrebbero poi indirizzate soprattutto su settori giovanili e infrastrutture, considerate le due criticità strutturali su cui il sistema viene chiamato da tempo a intervenire.
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