True
2020-09-06
Zingaretti sogna di usare i fondi Ue. E Bruxelles tira subito il guinzaglio
Nicola Zingaretti (Ansa)
Dopo la giornata di ieri, c'è da chiedersi se Nicola Zingaretti, segretario del Pd, e Frans Timmermans, vicepresidente della Commissione Ue, abbiano avuto altre occasioni di incontro dopo il 24 maggio 2019, quando abbracciandosi chiusero la campagna per le elezioni europee. A giudicare dalle parole usate da Timmermans sul Recovery fund nell'intervista alla Stampa di ieri, pare proprio che il dialogo si sia interrotto. Altrimenti non avremmo potuto riscontrare, a distanza di poche ore l'uno dall'altro, posizioni così sideralmente distanti a proposito del Recovery fund (ufficialmente Next generation Eu).
Il copione recitato ieri da Zingaretti e dall'olandese non è poi così diverso da quello che va in scena ormai da qualche settimana: in Italia si sogna, e in Europa si sta ai fatti e ai documenti.
Forse ancora nervoso per aver perso la corsa alla presidenza Ue, Timmermans dapprima ha usato toni imperativi: «I piani nazionali per il Recovery fund vanno presentati molto in fretta e devono riflettere gli orientamenti europei per i quali sono stati definiti. La Commissione sarà ferma e chiara nel controllare che si vada nella giusta direzione». Poi ha aggiunto, ove mai qualcuno non avesse compreso, di auspicare che «il governo italiano insista nel percorso di riforme necessario già prima della pandemia e rispetti gli impegni che ha preso sinora». E, per essere definitivamente convincente, ha pure posato sul tavolo la pistola, affermando che «quando le cose andranno meglio, la Bce comprerà meno titoli e il Patto di stabilità tornerà stringente». Per quanto riguarda il debito italiano, ha rimarcato, «molto dipende dalla velocità, dalla direzione e dalla determinazione del governo e degli investitori privati».
Per i nostri lettori, nulla di nuovo. È esattamente quanto andiamo ripetendo dallo scorso 21 luglio: i fondi Ue hanno un ben preciso vincolo di destinazione e la Commissione avrà un ruolo decisivo nel verificare la conformità dei piani nazionali alle linee guida prefissate. L'utilizzo di quei fondi sarà severamente condizionato dal rispetto di condizioni (le solite riforme strutturali) che potrebbero essere molto dannose per il nostro Paese e, qualora l'Italia si azzardi a deviare dalla retta via indicata da Bruxelles, c'è sempre la Bce che potrebbe far volteggiare il manganello dello spread. In ogni caso - in contrasto con le parole di Paolo Gentiloni di qualche giorno fa, che predicavano prudenza sulla sua reintroduzione, dopo i disastri del 2012 - c'è sempre il Patto di stabilità pronto a rientrare in vigore. Roba da far rimpiangere il tedesco Wolfgang Schäuble, in quanto a rudezza dei modi.
L'aggressività verbale dell'olandese potrebbe trovare spiegazione nella situazione di relativa difficoltà in cui versa il suo Paese, che registra il livello di debito privato tra i più alti in Europa ed è da anni sotto il tiro (innocuo) della Commissione a causa delle pratiche fiscali aggressive che ne fanno un semi paradiso fiscale nel cuore del continente. Poiché da quell'orecchio l'Olanda non ci sente, allora la miglior difesa è l'attacco, cioè ricordare gli inadempimenti degli altri, peraltro tutti da verificare, anziché quelli propri, su cui c'è invece cristallina certezza.
Quando Zingaretti ha mostrato davanti alle telecamere la proposta del suo partito per i fondi europei, lo stridore tra le due linee espositive ci è sembrato evidente. Il segretario Pd ha enunciato i titoli di «sette cantieri» (infrastrutture, produttività e innovazione, economia e cura, scuola e formazione, lotta alle diseguaglianze) la cui genericità e mancanza di focalizzazione, rispetto alle linee guida tracciate da Bruxelles, lasciano intendere come egli abbia ancora poco chiaro che non ci sarà consentito toccare palla o quasi. I piani «devono riflettere gli orientamenti europei» e non, come sarebbe invece auspicabile, gli specifici fabbisogni di un Paese che viene da 25 anni di distruttivo avanzo primario del bilancio statale, è assieme alla Grecia un'area a rischio sismico e reca ancora nel proprio tessuto produttivo le ferite inferte dalla sciagurata stretta di bilancio del 2012, che perfino Gentiloni ha definito un errore.
«Non dobbiamo mettere indietro le lancette dell'orologio, vogliamo utilizzare questa opportunità per costruire e puntare a un nuovo modello italiano», ha sottolineato Zingaretti. Condivisibile, se non fosse per il decisivo dettaglio che esiste un unico modello europeo e a quello bisogna uniformarsi.
Constatiamo con rammarico che il presidente Sergio Mattarella, rappresentante dell'unità nazionale, sembra anch'egli appiattito su una posizione acritica, visto che ha parlato di «una occasione unica e forse irripetibile di disporre di risorse consistenti per compiere riforme strutturali in grado non solo di consentire l'uscita dalla crisi ma di assicurare prosperità e benessere alle future generazioni».
Ci permettiamo di obiettare al presidente che, se si vuole puntare a un modello italiano, la soluzione è finanziarlo con soldi italiani e con condizioni dettate dalle nostre istituzioni democraticamente elette, non da burocrati chiusi a Palazzo Berlaymont. L'Italia può farcela.
Più soldi per i burocrati europei
L'Europa è la protagonista del Forum Ambrosetti di Cernobbio. Solidarietà, collaborazione, nuova era sono le espressioni che più ricorrono negli interventi dei big della politica e dell'economia, riuniti come consuetudine sul lago di Como per fare il punto sulle prospettive del Paese. Una colata di melassa zuccherosa su quanto è efficace il bazooka messo in campo da Bruxelles per combattere la crisi del Covid. Nessuno vuol ricordare quando all'inizio della pandemia, il capo dello Stato, Sergio Mattarella, richiamava l'Europa alla solidarietà e a non porre ostacoli mentre da Bruxelles non arrivava la risposta necessaria. Acqua passata. Ma tutti soprattutto fanno finta di non accorgersi quanto stridano le dichiarazioni entusiastiche su una presunta nuova era dell'Europa con le strategie delineate dal bilancio settennale della Ue. Numeri, non opinioni. Da questo emerge la vecchia politica di Bruxelles poco attenta ai cambiamenti e alle priorità degli Stati membri e molto autoreferenziale.
Innanzitutto emerge che nemmeno il Covid è riuscito a scalfire il vecchio vizio di destinare sempre più risorse alla burocrazia. La pubblica amministrazione europea, alla faccia della crisi della pandemia, riceve più del doppio di quanto è destinato alle gestione dell'immigrazione e alla sicurezza. Alla faccia della crisi economica e dell'aumento dei flussi migratori dall'Africa. Alla macchina burocratica sono riservati 73,1 miliardi, ben 10 miliardi in più rispetto al precedente bilancio (61,6 miliardi). Alla voce «Migrazione e gestione delle frontiere», che si occupa di diritto di asilo e gestione appunto delle frontiere esterne, ne vanno solo 22,67, mentre per le politiche comuni di difesa, compresa quella interna degli impianti nucleari, vanno 13,19 miliardi. Entrambe le voci valgono 35,86 miliardi, cioè contano meno del costo dei burocrati di Bruxelles.
A Cernobbio si è fatto spesso riferimento alla politica verde, a un'Europa capace di mettere l'ecosostenibilità al centro della sua agenda e quindi al valore della ricerca. Allora torniamo a verificare quanto in realtà pensa di fare Bruxelles su questi fronti, sempre numeri alla mano.
Per i programmi Horizon Eu, piani ambiziosi dedicati alla ricerca scientifica e all'innovazione, i fondi stanziati sono diminuiti del 13,8%, come fa notare il report di Truenumbers. Eppure la Commissione europea guidata da Ursula von der Leyen a maggio aveva sollecitato un maggiore impegno. La voce «Mercato unico, innovazione e agenda digitale» è un gran calderone che riunisce i programmi per la digitalizzazione, che avrebbero sicuramente meritato una posta di bilancio a parte, il piano spaziale, le dogane, gli interventi per aumentare la competitività delle imprese e misure varie a favore delle aziende. Per digitale e innovazione il budget destina 132,78 miliardi validi per il settennato 2021-2027.
E siccome a Cernobbio si è fatto un gran parlare anche del Recovery fund, vediamo che proprio sul tema strategico dell'innovazione e della ricerca scientifica, due politiche in grado davvero di dare una sterzata di modernità al nostro sistema produttivo, ci sono solo 10,6 miliardi. Briciole.
Il termine «verde» è rimbalzato nelle dichiarazioni del Forum Ambrosetti ma il bilancio europeo, anche su questo tema, non è del tutto all'altezza di tale attenzione. Sono stati stanziati 356,37 miliardi che vanno non solo alla difesa dell'ambiente e alle politiche climatiche ma anche all'agricoltura e alla pesca. Il bilancio 2014-2020 prevedeva 399,6 miliardi. Durante la discussione del budget per i prossimi sette anni sono riemerse le critiche sull'eccessivo spazio dato all'agricoltura. La politica estera dell'Europa, in cui rientrano le iniziative umanitarie, riceve 40 miliardi in più nel bilancio, pari a 98,42 miliardi. Circa 20 miliardi in più di quanto il budget destina alla burocrazia comunitaria.
Il Recovery fund dedica poca attenzione all'innovazione, al digitale, e alle politiche di sostenibilità, che invece sono stati presenti negli interventi di Cernobbio. Complessivamente circa 28 miliardi di cui 10,6 alla digitalizzazione e 17,5 alle strategie per gestore i cambiamenti climatici. Come dire che c'è un gap tra gli elogi all'Europa e quello che effettivamente ha pianificato di fare.
Continua a leggereRiduci
Mentre il segretario del Pd presenta il suoi «sette cantieri» e Sergio Mattarella parla di occasione unica, arriva lo stop: Frans Timmermans ricorda che i piani nazionali devono «riflettere gli orientamenti comunitari».Nel bilancio 73 miliardi per la pubblica amministrazione, contro i 22 per controllare l'immigrazione. La solidarietà sulla gestione delle frontiere esiste solo a paroleLo speciale contiene due articoliDopo la giornata di ieri, c'è da chiedersi se Nicola Zingaretti, segretario del Pd, e Frans Timmermans, vicepresidente della Commissione Ue, abbiano avuto altre occasioni di incontro dopo il 24 maggio 2019, quando abbracciandosi chiusero la campagna per le elezioni europee. A giudicare dalle parole usate da Timmermans sul Recovery fund nell'intervista alla Stampa di ieri, pare proprio che il dialogo si sia interrotto. Altrimenti non avremmo potuto riscontrare, a distanza di poche ore l'uno dall'altro, posizioni così sideralmente distanti a proposito del Recovery fund (ufficialmente Next generation Eu).Il copione recitato ieri da Zingaretti e dall'olandese non è poi così diverso da quello che va in scena ormai da qualche settimana: in Italia si sogna, e in Europa si sta ai fatti e ai documenti.Forse ancora nervoso per aver perso la corsa alla presidenza Ue, Timmermans dapprima ha usato toni imperativi: «I piani nazionali per il Recovery fund vanno presentati molto in fretta e devono riflettere gli orientamenti europei per i quali sono stati definiti. La Commissione sarà ferma e chiara nel controllare che si vada nella giusta direzione». Poi ha aggiunto, ove mai qualcuno non avesse compreso, di auspicare che «il governo italiano insista nel percorso di riforme necessario già prima della pandemia e rispetti gli impegni che ha preso sinora». E, per essere definitivamente convincente, ha pure posato sul tavolo la pistola, affermando che «quando le cose andranno meglio, la Bce comprerà meno titoli e il Patto di stabilità tornerà stringente». Per quanto riguarda il debito italiano, ha rimarcato, «molto dipende dalla velocità, dalla direzione e dalla determinazione del governo e degli investitori privati».Per i nostri lettori, nulla di nuovo. È esattamente quanto andiamo ripetendo dallo scorso 21 luglio: i fondi Ue hanno un ben preciso vincolo di destinazione e la Commissione avrà un ruolo decisivo nel verificare la conformità dei piani nazionali alle linee guida prefissate. L'utilizzo di quei fondi sarà severamente condizionato dal rispetto di condizioni (le solite riforme strutturali) che potrebbero essere molto dannose per il nostro Paese e, qualora l'Italia si azzardi a deviare dalla retta via indicata da Bruxelles, c'è sempre la Bce che potrebbe far volteggiare il manganello dello spread. In ogni caso - in contrasto con le parole di Paolo Gentiloni di qualche giorno fa, che predicavano prudenza sulla sua reintroduzione, dopo i disastri del 2012 - c'è sempre il Patto di stabilità pronto a rientrare in vigore. Roba da far rimpiangere il tedesco Wolfgang Schäuble, in quanto a rudezza dei modi.L'aggressività verbale dell'olandese potrebbe trovare spiegazione nella situazione di relativa difficoltà in cui versa il suo Paese, che registra il livello di debito privato tra i più alti in Europa ed è da anni sotto il tiro (innocuo) della Commissione a causa delle pratiche fiscali aggressive che ne fanno un semi paradiso fiscale nel cuore del continente. Poiché da quell'orecchio l'Olanda non ci sente, allora la miglior difesa è l'attacco, cioè ricordare gli inadempimenti degli altri, peraltro tutti da verificare, anziché quelli propri, su cui c'è invece cristallina certezza. Quando Zingaretti ha mostrato davanti alle telecamere la proposta del suo partito per i fondi europei, lo stridore tra le due linee espositive ci è sembrato evidente. Il segretario Pd ha enunciato i titoli di «sette cantieri» (infrastrutture, produttività e innovazione, economia e cura, scuola e formazione, lotta alle diseguaglianze) la cui genericità e mancanza di focalizzazione, rispetto alle linee guida tracciate da Bruxelles, lasciano intendere come egli abbia ancora poco chiaro che non ci sarà consentito toccare palla o quasi. I piani «devono riflettere gli orientamenti europei» e non, come sarebbe invece auspicabile, gli specifici fabbisogni di un Paese che viene da 25 anni di distruttivo avanzo primario del bilancio statale, è assieme alla Grecia un'area a rischio sismico e reca ancora nel proprio tessuto produttivo le ferite inferte dalla sciagurata stretta di bilancio del 2012, che perfino Gentiloni ha definito un errore.«Non dobbiamo mettere indietro le lancette dell'orologio, vogliamo utilizzare questa opportunità per costruire e puntare a un nuovo modello italiano», ha sottolineato Zingaretti. Condivisibile, se non fosse per il decisivo dettaglio che esiste un unico modello europeo e a quello bisogna uniformarsi.Constatiamo con rammarico che il presidente Sergio Mattarella, rappresentante dell'unità nazionale, sembra anch'egli appiattito su una posizione acritica, visto che ha parlato di «una occasione unica e forse irripetibile di disporre di risorse consistenti per compiere riforme strutturali in grado non solo di consentire l'uscita dalla crisi ma di assicurare prosperità e benessere alle future generazioni».Ci permettiamo di obiettare al presidente che, se si vuole puntare a un modello italiano, la soluzione è finanziarlo con soldi italiani e con condizioni dettate dalle nostre istituzioni democraticamente elette, non da burocrati chiusi a Palazzo Berlaymont. L'Italia può farcela.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/zingaretti-sogna-di-usare-i-fondi-ue-e-bruxelles-tira-subito-il-guinzaglio-2647472708.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="piu-soldi-per-i-burocrati-europei" data-post-id="2647472708" data-published-at="1599348774" data-use-pagination="False"> Più soldi per i burocrati europei L'Europa è la protagonista del Forum Ambrosetti di Cernobbio. Solidarietà, collaborazione, nuova era sono le espressioni che più ricorrono negli interventi dei big della politica e dell'economia, riuniti come consuetudine sul lago di Como per fare il punto sulle prospettive del Paese. Una colata di melassa zuccherosa su quanto è efficace il bazooka messo in campo da Bruxelles per combattere la crisi del Covid. Nessuno vuol ricordare quando all'inizio della pandemia, il capo dello Stato, Sergio Mattarella, richiamava l'Europa alla solidarietà e a non porre ostacoli mentre da Bruxelles non arrivava la risposta necessaria. Acqua passata. Ma tutti soprattutto fanno finta di non accorgersi quanto stridano le dichiarazioni entusiastiche su una presunta nuova era dell'Europa con le strategie delineate dal bilancio settennale della Ue. Numeri, non opinioni. Da questo emerge la vecchia politica di Bruxelles poco attenta ai cambiamenti e alle priorità degli Stati membri e molto autoreferenziale. Innanzitutto emerge che nemmeno il Covid è riuscito a scalfire il vecchio vizio di destinare sempre più risorse alla burocrazia. La pubblica amministrazione europea, alla faccia della crisi della pandemia, riceve più del doppio di quanto è destinato alle gestione dell'immigrazione e alla sicurezza. Alla faccia della crisi economica e dell'aumento dei flussi migratori dall'Africa. Alla macchina burocratica sono riservati 73,1 miliardi, ben 10 miliardi in più rispetto al precedente bilancio (61,6 miliardi). Alla voce «Migrazione e gestione delle frontiere», che si occupa di diritto di asilo e gestione appunto delle frontiere esterne, ne vanno solo 22,67, mentre per le politiche comuni di difesa, compresa quella interna degli impianti nucleari, vanno 13,19 miliardi. Entrambe le voci valgono 35,86 miliardi, cioè contano meno del costo dei burocrati di Bruxelles. A Cernobbio si è fatto spesso riferimento alla politica verde, a un'Europa capace di mettere l'ecosostenibilità al centro della sua agenda e quindi al valore della ricerca. Allora torniamo a verificare quanto in realtà pensa di fare Bruxelles su questi fronti, sempre numeri alla mano. Per i programmi Horizon Eu, piani ambiziosi dedicati alla ricerca scientifica e all'innovazione, i fondi stanziati sono diminuiti del 13,8%, come fa notare il report di Truenumbers. Eppure la Commissione europea guidata da Ursula von der Leyen a maggio aveva sollecitato un maggiore impegno. La voce «Mercato unico, innovazione e agenda digitale» è un gran calderone che riunisce i programmi per la digitalizzazione, che avrebbero sicuramente meritato una posta di bilancio a parte, il piano spaziale, le dogane, gli interventi per aumentare la competitività delle imprese e misure varie a favore delle aziende. Per digitale e innovazione il budget destina 132,78 miliardi validi per il settennato 2021-2027. E siccome a Cernobbio si è fatto un gran parlare anche del Recovery fund, vediamo che proprio sul tema strategico dell'innovazione e della ricerca scientifica, due politiche in grado davvero di dare una sterzata di modernità al nostro sistema produttivo, ci sono solo 10,6 miliardi. Briciole. Il termine «verde» è rimbalzato nelle dichiarazioni del Forum Ambrosetti ma il bilancio europeo, anche su questo tema, non è del tutto all'altezza di tale attenzione. Sono stati stanziati 356,37 miliardi che vanno non solo alla difesa dell'ambiente e alle politiche climatiche ma anche all'agricoltura e alla pesca. Il bilancio 2014-2020 prevedeva 399,6 miliardi. Durante la discussione del budget per i prossimi sette anni sono riemerse le critiche sull'eccessivo spazio dato all'agricoltura. La politica estera dell'Europa, in cui rientrano le iniziative umanitarie, riceve 40 miliardi in più nel bilancio, pari a 98,42 miliardi. Circa 20 miliardi in più di quanto il budget destina alla burocrazia comunitaria. Il Recovery fund dedica poca attenzione all'innovazione, al digitale, e alle politiche di sostenibilità, che invece sono stati presenti negli interventi di Cernobbio. Complessivamente circa 28 miliardi di cui 10,6 alla digitalizzazione e 17,5 alle strategie per gestore i cambiamenti climatici. Come dire che c'è un gap tra gli elogi all'Europa e quello che effettivamente ha pianificato di fare.
Ansa
Del resto quando degradi l’idea stessa di cultura allo schema del prodotto di consumo e quando utilizzi ostentatamente le strategie di marketing per dire che «il marketing è oppressione», quando denunci la mercificazione e vendi il tuo letto disfatto per milioni di sterline, allora sei tu ad essere il cuore stesso del sistema che pensavi di denunciare. E mentre diventi multimilionario e ti godi il riconoscimento del ruolo di artista e di intellettuale - ormai le due cose non possono più essere disgiunte - non ti accorgi che nel frattempo il «popolo» al quale pensi di parlare non è la massa ma è l’élite straricca di coloro che frequentano il salotto del tuo gallerista per partecipare al gioco (fiscale) dell’arte contemporanea.
L’ultimo grande eroe dell’arte trasgressiva e della denuncia sociale è caduto l’altro giorno sotto una meritata salva di fischi e derisioni. L’opera raffigurante un uomo che marcia accecato dalla propria bandiera, installata nottetempo in Waterloo Place a Londra senza autorizzazione apparente e con la solita modalità «pirata» dal collettivo che utilizza il nome Banksy, viene immediatamente adottata dal Westminster City Council e dal sindaco Sadiq Khan: alle prime luci dell’alba compaiono barriere di protezione e dichiarazioni ufficiali con tanto di cartella stampa che definiscono l’installazione «un vibrante contributo alla scena artistica pubblica».
Senonché la Bbc fa un servizio in cui solleva dubbi sulla presunta «trasgressività» dell’installazione provocando l’ulteriore conferma dall’amministrazione londinese che dichiara che l’opera «non è autorizzata» ma che verrà mantenuta e transennata fino alle elezioni locali come «motivo di riflessione contro i nazionalismi». Inaspettatamente, però, su X si solleva una pressoché unanime protesta non tanto contro l’installazione, che ha un effettivo potenziale comunicativo e «di rottura» inferiore ad un manifesto pubblicitario di una serie Netflix, quanto nei confronti del palese e ormai ridicolo cortocircuito tra politica, artisti sovvenzionati e mercato dell’arte. Tutti elementi interni al mondo della Sinistra che ormai non riesce più a fuoriuscire dai riti e dai linguaggi che ha stabilito con tale solerzia e convinzione da giungere all’inevitabile deriva finale: il comico.
I più furbi, notando le reazioni del pubblico, si sono a loro volta uniformati alla nuova ondata di rigetto ed hanno, candidamente e con la nonchalance che ne contraddistingue l’esistenza, elaborato nuove analisi nelle quali effettivamente si riconosce che Banksy è un paraculo, che è da sempre d’accordo con le istituzioni (o almeno da quando ha una quotazione di mercato) e che la politica gli ha in pratica commissionato l’opera. Improvvisamente anche per le riviste impegnate l’artista-collettivo multimilionario, da decenni allineato all’agenda ufficiale, che finanzia le Ong immigrazioniste e che non perde occasione per condannare il populismo, non solo incarna «il provocative conformism» ma la sua opera non fa altro che «proiettare l’ansia elitaria verso il populismo reazionario piuttosto che sfidare il vero potere». I commentatori chic britannici si sono così accorti che Banksy più che ad Andy Warhol guarda a Greta Thunberg offrendo al mercato ribelle il prodotto giusto, quello che consente la trasgressione estetica confermando l’ortodossia culturale.
Esattamente come le magliette dei trasgressivi che attaccano le pericolosissime masse populiste e corrono a difendere il debole e inerme Quirinale, esattamente come le solite «battaglie culturali» sempre allineate al mainstream e sempre dotate di merchandising già pronto il primo giorno di «manifestazioni spontanee», ormai ogni discorso ribelle è merce che consolida il dominio producendo verità attraverso il consenso culturale.
Il fatto è che mai nella storia si è chiesto alle avanguardie una ricetta politica alternativa ma solo la lucidità per denunciare la narrazione dominante e distaccarsene radicalmente. La ribellione al sistema di un Johnny Rotten rifuggiva ogni programma politico e si limitava a smascherare ogni forma di falsa coscienza; oggi l’artista contemporaneo non vede l’ora di farsi cooptare dal potere e di farsi quotare nel sistema dell’arte contemporanea, correndo a confermare ogni battaglia culturale woke e decidendo così di farsi attivista politico proprio mentre l’ex cantante dei Sex Pistols liquida il woke come «una banda di pazzi» e ammette che oggi è la sinistra ad incarnare tutto ciò che è divertente odiare. E mentre Rolling Stone retrocede Eric Clapton dalla decima alla trentacinquesima posizione della sua hall of fame per «le sue critiche al vaccino Covid e la sua scelta di non discriminare l’ingresso ai suoi concerti durante la pandemia», siamo tutti chiamati a ricordare che l’arte autentica è affermazione vitale e non risentimento mascherato da progressismo, rifiuto della conformità e non ricerca ossessiva delle benedizioni istituzionali.
Questa volta, con l’ennesima installazione pedagogica del buon Banksy, si cominciano ad intravedere i segni di un diffuso rigetto nei confronti di forme obsolete, utili solo a mantenere privilegi elitari, controllo della narrazione ed estromissione dei veri temi critici dall’agenda narrativa dominante. Fino a che un giorno chi scrive quell’agenda si accorgerà che viene letta solo ai vernissage di certe gallerie.
Continua a leggereRiduci
Michele Emiliano (Ansa)
Dal rapporto burrascoso con il governatore della Puglia e suo ex pupillo, Antonio Decaro, a un ritorno in toga, Emiliano va a ruota libera in un’intervista rilasciata a Telenorba. Dopo 23 anni di aspettativa politica è in attesa della decisione della Terza commissione del Csm per ottenere il via libera a un’altra aspettativa per diventare consulente giuridico della Regione Puglia, domanda già bocciata tre volte.
Ieri doveva arrivare la decisione che non è arrivata. La discussione sul contratto proposto da Decaro al suo predecessore (con uno stipendio di circa 130.000 euro all’anno) ha fatto emergere diverse obiezioni, tra cui quella secondo cui «un consigliere non è la stessa cosa di un operativo: il via libera creerebbe un precedente per il quale tutti gli enti territoriali potrebbero chiedere un magistrato in aspettativa per affidargli compiti dirigenziali.
«Il presidente Decaro mi ha chiesto di dargli una mano come consulente», spiega Emiliano, «io gli ho detto: “Sono disposto a darti consulenze pure telefoniche gratuitamente”, però evidentemente voleva darmi il segno della sua vicinanza. Io avevo detto che era una costruzione un po’ ardita, ma lui ha voluto andare avanti. Dopodiché il Pd ha chiesto alla commissione sugli incidenti del lavoro di inserirmi come consulente. Ma se io dovessi scegliere, non vedrei l’ora di rimettermi la toga, di andare a fare il pubblico ministero in una Procura».
La legge attuale impedisce ai magistrati che hanno fatto politica di rientrare negli uffici giudiziari, ma a lui questa legge non si applica essendo andato in aspettativa prima. «Temo solo che la Procura dove rischio di andare sarebbe un po’ perseguitata dai giornalisti», aggiunge. Ecco la scusa. «Sto cercando di evitare di rientrare in servizio proprio per evitare questo. Dopodiché, se mi costringono a rientrare, sarò felicissimo perché chi nasce magistrato muore magistrato».
Ma non esita a dire anche che «se il Pd decidesse di candidarmi» alle Politiche 2027 «sarei felice», perché «la politica obiettivamente è la bacchetta magica che se funziona, cambia tutto, come al contrario se non funziona fa un disastro». A Emiliano ha cambiato davvero tutto.
Quindi? «Non è che uno per sopravvivere deve fare politica per forza», insiste. «Mi rendo conto però che se qualcuno mi chiedesse di fare il deputato farebbe una cosa intelligente perché ho una certa esperienza. Se non me lo chiedesse perché sono troppo ingombrante a me la vita non me la cambiano». E ne ha anche per il sindaco di Genova, Silvia Salis, che scarica per ingraziarsi il segretario Pd, Elly Schlein: «Non credo abbia le carte in regola per essere candidata premier del centrosinistra. È appena diventata sindaco, non ha nessuna storia politica e non ha nessuna connessione con tutto il mondo progressista. È una figura interessante per il futuro, non per il presente».
Emiliano manda poi una serie di messaggi a Decaro, delfino che si è smarcato dal suo mentore. «Antonio è reo confesso: lo dice chiaramente a tutti che soffre la mia presenza, ma questo lo capisco». Tuttavia, gli tende la mano: «Io, comunque, qualunque cosa dovesse fare Antonio, sono dalla sua parte e lo sosterrò in tutte le maniere perché ovviamente, come diceva mia madre, l’ho fatto io, non è che lo posso distruggere».
Nel corso dell’intervista, Emiliano ha anche presentato il suo romanzo noir, L’Alba di San Nicola, raccontandone la genesi: «Se non mi avessero messo a riposo forzato, probabilmente non l’avrei finito. È stato un momento per riorganizzare la propria vita».
Anche se per il momento la vita di Emiliano assomiglia di più a un giallo.
Continua a leggereRiduci
Nicola Magrini (Ansa)
L’affermazione è stata fatta nel contesto delle misure prese durante la seconda ondata, da settembre a dicembre 2020. Innanzitutto, l’ex dg ha voluto precisare che nei primi protocolli di trattamento domiciliare Aifa le indicazioni «non erano di vigile attesa ma di watchful waiting, monitoraggio attento e presente, non da remoto, dell’evoluzione clinica del paziente».
Peccato che la circolare dell’allora ministro della Salute, Roberto Speranza, firmata il 30 novembre 2020 dall’ex direttore generale della Prevenzione sanitaria Giovanni Rezza e uscita dopo 8 mesi con le linee guida sulla gestione domiciliare dei pazienti con infezione da Sars-Cov-2, riportasse proprio «vigile attesa» e «trattamenti sintomatici (ad esempio paracetamolo)». L’accoppiata tachipirina e vigile attesa che lasciava senza cure centinaia di migliaia di persone atterrite dal virus, quando rimanevano contagiate e sapevano di non poter andare al Pronto soccorso. Quanto al «monitoraggio non da remoto», sappiamo che la maggior parte dei medici si rifiutava di visitare i propri assistiti, lasciandoli spesso anche senza risposte telefoniche. Magrini, che è specializzato in farmacologia clinica, ha poi spiegato ai parlamentari della commissione che gli studi clinici randomizzati (Rct) sono lo strumento più affidabile anche durante la pandemia per valutare efficacia e sicurezza dei farmaci. «Undici trattamenti non hanno dimostrato nessuna efficacia su mortalità, durata ricovero e ventilazione e qualche potenziale danno. Li cito rapidamente, l’idrossiclorochina, il lopinavir […] il plasma dei convalescenti che in Italia ha avuto faticose polemiche, l’aspirina…».
Non si è trattato solo dell’ennesimo insulto al professor Giuseppe De Donno, l’ex primario di pneumologia dell’ospedale Carlo Poma di Mantova che per primo aveva iniziato la cura del Covid con le trasfusioni di plasma iperimmune (e che si tolse la vita nel luglio del 2021), ma anche della negazione dell’efficacia dell’infusione di sangue di contagiati dal coronavirus, opportunamente trattato, in altri pazienti, riconosciuta da studi autorevoli.
Come quello dell’ottobre 2023, uscito su The New England Journal of Medicine (Nejm) e che dimostrava una mortalità ridotta nei pazienti affetti da sindrome da distress respiratorio acuto (Ards), indotta da Covid-19, ai quali era stato somministrato plasma raccolto da donatori convalescenti, entro 5 giorni dall’inizio della ventilazione meccanica invasiva. Non solo, tra l’inizio di aprile 2020 e la fine di agosto 2020, quasi 100.000 pazienti ricoverati in circa 2.200 ospedali statunitensi con infezioni da Sars-CoV-2 furono trattati con plasma convalescente nell’ambito di un programma autorizzato dalla Fda.
In Italia, invece, lo studio clinico randomizzato e controllato chiamato Tsunami, promosso da Istituto superiore della sanità e Aifa «non evidenziò benefici» e la cura venne bocciata. Forse perché costava poco. Ancora oggi, Magrini insiste nel definire il plasma iperimmune inefficace, magari con qualche potenziale danno. E vogliamo parlare dell’aspirina? Solo guardando agli studi dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri pubblicati nel 2021, 2022 e 2023, era documentata l’importanza di farmaci antinfiammatori non steroidei quali l’aspirina. Nel gennaio di quest’anno, un nuovo lavoro pubblicato su Frontiers in Immunology, prendeva in esame i meccanismi molecolari dell’effetto dell’aspirina sulla struttura della proteina Spike, riducendo la capacità del virus di legarsi alle cellule dell’ospite e limitando il danno polmonare. E per fortuna che l’ex dg di Aifa ha affermato: «Le linee guida terapeutiche progrediscono con il progredire delle evidenze, che nel caso del Covid sono progredite di mese in mese, in alcuni momenti anche di settimana in settimana». Nessun mea culpa per quello che la nostra agenzia regolatoria impedì che venisse attuato, escludendo trattamenti importanti?
Magrini ha spiegato in commissione che aveva ragione l’articolo apparso il 14 aprile su Nejm dal titolo «Valutazione dei farmaci durante la pandemia di Covid-19», nel quale «Jerry Avorn affermava che avremo problemi, come disegni di studi clinici inadeguati e sicurezza in studi randomizzati prima della immissione sul mercato o loro autorizzazione». Nel testo si affermava che «l’ampliamento dell’accesso a terapie sperimentali non ancora completamente valutate potrebbe avere diverse conseguenze indesiderate» e Magrini ha fatto l’esempio di Trump. «Diceva che aveva l’intuito che funzionasse l’idrossiclorochina, la preoccupazione della scienza era di un input politico […] occorre proteggere le persone da farmaci inefficaci o poco sicuri». L’ex dg non ha dubbi: «La salute dei singoli pazienti, sia della popolazione si preserverà restando fedeli ai principi di valutazione delle attività regolatorie». Il giudizio su Aifa, guardando all’epoca pandemica, invece per molti italiani non è affatto positivo.
Continua a leggereRiduci
Secondo Il Tg 1 Andrea Sempio sarebbe stato intercettato in macchina mentre parlava da solo. Dopo aver visto i suoi video insieme a Stasi avrebbe telefonato a Chiara per farle delle avances, ma lei lo avrebbe duramente respinto. Marco Poggi, però, difende l'amico: mai visto con lui i video di Chiara