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2023-11-19
Zelensky teme il golpe, l’Europa il salasso
Doveva essere il nuovo Churchill, ma ormai si sente più un Napoleone a Sant’Elena. Venerdì - ci informa Repubblica - Volodymyr Zelensky ha convocato la stampa e ha svelato i piani per l’ultima grande congiura del Cremlino: organizzare una «Maidan 3», con l’obiettivo di destituirlo. E di capovolgere il cambio di regime prodotto dalle manifestazioni che si svolsero a Kiev dal 21 novembre 2013 al 23 febbraio 2014, culminate con la cacciata del presidente vicino ai russi, Viktor Janukovyc. «Per loro Maidan è un colpo di Stato», ha commentato l’ex comico, «quindi l’operazione è comprensibile». Il leader della resistenza teme - stando a uno dei fondatori del battaglione Azov - che i suoi giorni al potere siano «praticamente finiti». Non a caso, terrà chiuse le urne elettorale. E il suo senso di accerchiamento può tradursi in un’ulteriore involuzione autoritaria.
Zelensky ha già liquidato vari funzionari e vertici militari, è ai ferri corti con il capo delle forze armate, Valery Zaluzhny, il quale ha ammesso le difficoltà al fronte, e percepisce che il consenso tra i coscritti e la popolazione si sta erodendo. Intanto, l’entusiasmo di Washington si raffredda. Le munizioni promesse dall’Europa non arrivano. E le consegne di armamenti sono ulteriormente rallentate, da quando è scoppiata la guerra in Medio Oriente. I nervi dell’eroe che rifiutò la fuga davanti ai tank nemici, ora, si stanno spezzando. L’ha raccontato all’Economist il suo entourage: il presidente ha una fede messianica nella vittoria finale e si rifiuta di sentire dai consiglieri che gli ucraini, sul terreno, stanno perdendo.
Le conseguenze della débâcle minacciano di ripercuotersi sul Vecchio continente. Ironia della sorte, giusto l’altro ieri, un portavoce di Charles Michel ha riferito che il numero uno del Consiglio Ue, la settimana prossima, visiterà il Paese aggredito, per commemorare gli eventi di Euromaidan. Basta che arrivi prima degli agenti di Vladimir Putin…
La scelta di Michel va letta in parallelo con un’affermazione di Josep Borrell, l’Alto rappresentante di Bruxelles: «Noi europei», ha detto sabato scorso, «dobbiamo essere pronti politicamente e materialmente ad aiutare l’Ucraina e persino a sostituirci agli Stati Uniti se, come forse è probabile, il loro sostegno dovesse diminuire».
Invero, sul piano dell’assistenza finanziaria, l’Unione fa già la parte del leone. Il rischio concreto è che ci dovremo sobbarcare altresì il peso delle forniture belliche, sulle quali il nostro contributo, rispetto a quello della Casa Bianca, è stato marginale. Checché ne pensi Borrell, i mezzi non li abbiamo. Non li ha nemmeno l’America. Ogni mese, gli Usa fabbricano 28.000 munizioni in calibro 155, quelle di cui gli ucraini hanno disperatamente bisogno per alimentare l’artiglieria. È poco più del numero di proiettili sparati dai cannoni di Putin ogni 24 ore, nel primo anno del conflitto. Anche gli arsenali dello zar si sono ridotti, ma l’industria russa è tutta concentrata sulla produzione militare. E adesso conta sulla collaborazione della Corea del Nord, autocrazia a esclusiva vocazione marziale.
Il bandolo della matassa l’ha indicato un editoriale del Wall Street Journal. Lucidamente, il quotidiano conservatore invita ad «abbandonare il pensiero magico» sul sicuro trionfo ucraino. Né la controffensiva, né una presunta crisi economica in Russia, né le sanzioni, neppure il tentato golpe della Wagner si sono rivelati decisivi. Come deve comportarsi l’Occidente? Su X, Andrew S. Weiss, uno degli analisti che hanno vergato l’articolo, ha spiegato che bisognerà dare una mano a Kiev a «navigare verso il posto che le spetta di diritto in Europa», impegnandosi a soddisfare i suoi «bisogni di sicurezza e uno sforzo di ricostruzione che costituirà un’impresa lunga generazioni».
Ecco. La direzione di Washington rimarrebbe. Però il fardello si sposterebbe sull’Ue. Il conto per allargare il club dei 27 agli ucraini ammonta a 186 miliardi in sette anni. Dopodiché, appunto, ci sarà un’intera nazione da rimettere in piedi. È complicato l’ingresso di Kiev nella Nato, i cui esponenti hanno suggerito che un tentativo ragionevole sarebbe cedere a Mosca le zone occupate, in cambio dell’entrata del resto dell’Ucraina nell’Alleanza. L’alternativa più plausibile è che siano proprio gli Stati del Vecchio continente a garantire un ombrello difensivo; è lo stesso Trattato di Lisbona a imporre ai partner Ue la mutua assistenza in caso di attacco.
Dopo 634 giorni di combattimenti e centinaia di migliaia di morti, l’Europa s’è fatta un bell’autogol. Si ritroverà un conto salatissimo e un arcinemico da tenere sotto tiro.
I parenti dei rapiti a Gerusalemme: «Pronti a marciare fino a Gaza»
La marcia per chiedere a gran voce al governo israeliano di fare di più per ottenere la liberazione degli ostaggi nelle mani di Hamas si è conclusa ieri nel tardo pomeriggio a Gerusalemme. Partiti martedì scorso da Tel Aviv, dopo 63 chilometri percorsi a piedi, i familiari uniti a migliaia di persone, tra cui il leader dell’opposizione Yair Lapid, si sono radunati fuori dal gabinetto di guerra dell’esecutivo guidato da Benjamin Netanyahu, a cui è stato chiesto di compiere ogni sforzo per far tornare a casa i propri cari. A qualunque condizione. Secondo quanto scritto dalla stampa israeliana, una delegazione è riuscita a ottenere un colloquio con l’ex capo dell’esercito Benny Gantz e l’ex capo di Stato maggiore Gadi Eisenkot, nominati membri del governo di emergenza nazionale dopo i fatti del 7 ottobre. Quest’ultimo ha rassicurato i familiari dicendo loro che «la liberazione degli ostaggi è prioritaria rispetto alla distruzione di Hamas». La richiesta di incontrare Netanyahu, il ministro della difesa Yoav Gallant e quello degli Affari strategici Ron Dermer, invece, sarebbe stata rifiutata. Il premier israeliano ha fatto poi sapere che nei prossimi giorni riceverà i rappresentanti delle persone sequestrate da Hamas. Familiari per nulla soddisfatti della gestione della crisi, al punto da «essere disposti ad arrivare fino a Gaza se dovesse servire», ha urlato la madre di un ostaggio sotto l’ufficio di Netanyahu. Il premier in serata si è palesato in conferenza stampa affermando di «essere determinato a combattere fino alla vittoria, fino a quando Israele avrà distrutto il nemico e recuperato gli ostaggi» e smentendo qualsiasi accordo coi terroristi. Dalla Germania, poco prima di far rientro in Turchia, è tornato sulla questione Recep Tayyip Erdogan. Secondo il leader di Ankara, che ha detto di aver ricevuto una lettera con cui le famiglie dei rapiti chiedono al suo governo di mediare nella trattativa con i terroristi, «Hamas è disposta a liberare gli ostaggi israeliani».
E non è mancata nemmeno questa volta una stilettata allo Stato ebraico: «Noi non vogliamo che ci siano ostaggi, ma dobbiamo guardare da entrambe le parti e Israele ha tantissimi palestinesi in carcere, tra cui bambini di cinque anni» - ha tuonato il presidente turco - «gli ostaggi israeliani sarebbero stati già liberati se il loro esercito non avesse bombardato indiscriminatamente». A questo va aggiunta la volontà della Turchia di denunciare eventuali crimini di guerra commessi da Israele: «Ricostruiremo Gaza e dopo agiremo in tutte le sedi opportune. Tutti parlano dei civili israeliani uccisi ma purtroppo sono stati uccisi 13.000 civili innocenti palestinesi».
Quello degli ostaggi continua a essere un tema chiave nell’ambito del conflitto, giunto al 44° giorno. Ieri, l’inviato per il Medio Oriente del governo americano, Brett McGurk, ha affermato durante una conferenza sulla sicurezza che si è svolta a Manama in Bahrain, che «qualora Hamas rilasciasse gli ostaggi, questo porterebbe a una pausa significativa nei combattimenti e a un aumento nella quantità degli aiuti umanitari consegnati alla popolazione della Striscia». Sulla questione è intervenuto direttamente anche Joe Biden. Il presidente americano, stando a quanto si legge su un post pubblicato sul social X dalla Casa Bianca, ha telefonato all’emiro del Qatar, Tamim Bin Hamad Al-Thani, per «discutere dell’urgente necessità che tutti gli ostaggi detenuti da Hamas vengano rilasciati senza ulteriori indugi». A Doha ieri è sbarcato, con l’obiettivo di contribuire alla mediazione per il rilascio degli ostaggi, tra cui se ne contano 8 francesi, il ministro delle Forze armate transalpino Sebastien Lecornu.
Nel frattempo, però, a Gaza si continua a combattere e non mancano gli episodi controversi e relativi rimpalli di responsabilità. L’Idf ha avviato un’indagine per chiarire quanto accaduto alla scuola di al Fakhoura, luogo usato come rifugio dagli sfollati, dove ci sono state oltre 50 vittime. A Nablus, in Cisgiordania, in un raid aereo sul campo profughi di Balata, sono morti 5 palestinesi, tra cui l’esponente di spicco della brigata dei Martiri di al Aqsa, Muhammad Zahed. E mentre l’esercito israeliano ha deciso di allargare le operazioni militari nel Nord della Striscia, in particolare nelle aree di Zaitun e Jabalya, dove si ritiene ci sia il comando e il centro di controllo della brigata Nord di Gaza, oltre a quattro battaglioni operativi di Hamas, a Gaza City si intensifica la pressione attorno a tre ospedali.
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Nervi tesi per il presidente ucraino, alle prese con le sconfitte sul campo e convinto che la Russia presto proverà a destituirlo. Insuccessi che rischia di pagare l’Ue, la quale sogna di sostituirsi agli Usa negli aiuti militari accollandosi spese insostenibili.A Gaza raid dell’Idf su una scuola a Jabalya. Benjamin Netanyahu: «Nessun accordo sugli ostaggi».Lo speciale contiene due articoli.Doveva essere il nuovo Churchill, ma ormai si sente più un Napoleone a Sant’Elena. Venerdì - ci informa Repubblica - Volodymyr Zelensky ha convocato la stampa e ha svelato i piani per l’ultima grande congiura del Cremlino: organizzare una «Maidan 3», con l’obiettivo di destituirlo. E di capovolgere il cambio di regime prodotto dalle manifestazioni che si svolsero a Kiev dal 21 novembre 2013 al 23 febbraio 2014, culminate con la cacciata del presidente vicino ai russi, Viktor Janukovyc. «Per loro Maidan è un colpo di Stato», ha commentato l’ex comico, «quindi l’operazione è comprensibile». Il leader della resistenza teme - stando a uno dei fondatori del battaglione Azov - che i suoi giorni al potere siano «praticamente finiti». Non a caso, terrà chiuse le urne elettorale. E il suo senso di accerchiamento può tradursi in un’ulteriore involuzione autoritaria.Zelensky ha già liquidato vari funzionari e vertici militari, è ai ferri corti con il capo delle forze armate, Valery Zaluzhny, il quale ha ammesso le difficoltà al fronte, e percepisce che il consenso tra i coscritti e la popolazione si sta erodendo. Intanto, l’entusiasmo di Washington si raffredda. Le munizioni promesse dall’Europa non arrivano. E le consegne di armamenti sono ulteriormente rallentate, da quando è scoppiata la guerra in Medio Oriente. I nervi dell’eroe che rifiutò la fuga davanti ai tank nemici, ora, si stanno spezzando. L’ha raccontato all’Economist il suo entourage: il presidente ha una fede messianica nella vittoria finale e si rifiuta di sentire dai consiglieri che gli ucraini, sul terreno, stanno perdendo.Le conseguenze della débâcle minacciano di ripercuotersi sul Vecchio continente. Ironia della sorte, giusto l’altro ieri, un portavoce di Charles Michel ha riferito che il numero uno del Consiglio Ue, la settimana prossima, visiterà il Paese aggredito, per commemorare gli eventi di Euromaidan. Basta che arrivi prima degli agenti di Vladimir Putin…La scelta di Michel va letta in parallelo con un’affermazione di Josep Borrell, l’Alto rappresentante di Bruxelles: «Noi europei», ha detto sabato scorso, «dobbiamo essere pronti politicamente e materialmente ad aiutare l’Ucraina e persino a sostituirci agli Stati Uniti se, come forse è probabile, il loro sostegno dovesse diminuire».Invero, sul piano dell’assistenza finanziaria, l’Unione fa già la parte del leone. Il rischio concreto è che ci dovremo sobbarcare altresì il peso delle forniture belliche, sulle quali il nostro contributo, rispetto a quello della Casa Bianca, è stato marginale. Checché ne pensi Borrell, i mezzi non li abbiamo. Non li ha nemmeno l’America. Ogni mese, gli Usa fabbricano 28.000 munizioni in calibro 155, quelle di cui gli ucraini hanno disperatamente bisogno per alimentare l’artiglieria. È poco più del numero di proiettili sparati dai cannoni di Putin ogni 24 ore, nel primo anno del conflitto. Anche gli arsenali dello zar si sono ridotti, ma l’industria russa è tutta concentrata sulla produzione militare. E adesso conta sulla collaborazione della Corea del Nord, autocrazia a esclusiva vocazione marziale.Il bandolo della matassa l’ha indicato un editoriale del Wall Street Journal. Lucidamente, il quotidiano conservatore invita ad «abbandonare il pensiero magico» sul sicuro trionfo ucraino. Né la controffensiva, né una presunta crisi economica in Russia, né le sanzioni, neppure il tentato golpe della Wagner si sono rivelati decisivi. Come deve comportarsi l’Occidente? Su X, Andrew S. Weiss, uno degli analisti che hanno vergato l’articolo, ha spiegato che bisognerà dare una mano a Kiev a «navigare verso il posto che le spetta di diritto in Europa», impegnandosi a soddisfare i suoi «bisogni di sicurezza e uno sforzo di ricostruzione che costituirà un’impresa lunga generazioni». Ecco. La direzione di Washington rimarrebbe. Però il fardello si sposterebbe sull’Ue. Il conto per allargare il club dei 27 agli ucraini ammonta a 186 miliardi in sette anni. Dopodiché, appunto, ci sarà un’intera nazione da rimettere in piedi. È complicato l’ingresso di Kiev nella Nato, i cui esponenti hanno suggerito che un tentativo ragionevole sarebbe cedere a Mosca le zone occupate, in cambio dell’entrata del resto dell’Ucraina nell’Alleanza. L’alternativa più plausibile è che siano proprio gli Stati del Vecchio continente a garantire un ombrello difensivo; è lo stesso Trattato di Lisbona a imporre ai partner Ue la mutua assistenza in caso di attacco.Dopo 634 giorni di combattimenti e centinaia di migliaia di morti, l’Europa s’è fatta un bell’autogol. 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Partiti martedì scorso da Tel Aviv, dopo 63 chilometri percorsi a piedi, i familiari uniti a migliaia di persone, tra cui il leader dell’opposizione Yair Lapid, si sono radunati fuori dal gabinetto di guerra dell’esecutivo guidato da Benjamin Netanyahu, a cui è stato chiesto di compiere ogni sforzo per far tornare a casa i propri cari. A qualunque condizione. Secondo quanto scritto dalla stampa israeliana, una delegazione è riuscita a ottenere un colloquio con l’ex capo dell’esercito Benny Gantz e l’ex capo di Stato maggiore Gadi Eisenkot, nominati membri del governo di emergenza nazionale dopo i fatti del 7 ottobre. Quest’ultimo ha rassicurato i familiari dicendo loro che «la liberazione degli ostaggi è prioritaria rispetto alla distruzione di Hamas». La richiesta di incontrare Netanyahu, il ministro della difesa Yoav Gallant e quello degli Affari strategici Ron Dermer, invece, sarebbe stata rifiutata. Il premier israeliano ha fatto poi sapere che nei prossimi giorni riceverà i rappresentanti delle persone sequestrate da Hamas. Familiari per nulla soddisfatti della gestione della crisi, al punto da «essere disposti ad arrivare fino a Gaza se dovesse servire», ha urlato la madre di un ostaggio sotto l’ufficio di Netanyahu. Il premier in serata si è palesato in conferenza stampa affermando di «essere determinato a combattere fino alla vittoria, fino a quando Israele avrà distrutto il nemico e recuperato gli ostaggi» e smentendo qualsiasi accordo coi terroristi. Dalla Germania, poco prima di far rientro in Turchia, è tornato sulla questione Recep Tayyip Erdogan. Secondo il leader di Ankara, che ha detto di aver ricevuto una lettera con cui le famiglie dei rapiti chiedono al suo governo di mediare nella trattativa con i terroristi, «Hamas è disposta a liberare gli ostaggi israeliani». E non è mancata nemmeno questa volta una stilettata allo Stato ebraico: «Noi non vogliamo che ci siano ostaggi, ma dobbiamo guardare da entrambe le parti e Israele ha tantissimi palestinesi in carcere, tra cui bambini di cinque anni» - ha tuonato il presidente turco - «gli ostaggi israeliani sarebbero stati già liberati se il loro esercito non avesse bombardato indiscriminatamente». A questo va aggiunta la volontà della Turchia di denunciare eventuali crimini di guerra commessi da Israele: «Ricostruiremo Gaza e dopo agiremo in tutte le sedi opportune. Tutti parlano dei civili israeliani uccisi ma purtroppo sono stati uccisi 13.000 civili innocenti palestinesi». Quello degli ostaggi continua a essere un tema chiave nell’ambito del conflitto, giunto al 44° giorno. Ieri, l’inviato per il Medio Oriente del governo americano, Brett McGurk, ha affermato durante una conferenza sulla sicurezza che si è svolta a Manama in Bahrain, che «qualora Hamas rilasciasse gli ostaggi, questo porterebbe a una pausa significativa nei combattimenti e a un aumento nella quantità degli aiuti umanitari consegnati alla popolazione della Striscia». Sulla questione è intervenuto direttamente anche Joe Biden. Il presidente americano, stando a quanto si legge su un post pubblicato sul social X dalla Casa Bianca, ha telefonato all’emiro del Qatar, Tamim Bin Hamad Al-Thani, per «discutere dell’urgente necessità che tutti gli ostaggi detenuti da Hamas vengano rilasciati senza ulteriori indugi». A Doha ieri è sbarcato, con l’obiettivo di contribuire alla mediazione per il rilascio degli ostaggi, tra cui se ne contano 8 francesi, il ministro delle Forze armate transalpino Sebastien Lecornu. Nel frattempo, però, a Gaza si continua a combattere e non mancano gli episodi controversi e relativi rimpalli di responsabilità. L’Idf ha avviato un’indagine per chiarire quanto accaduto alla scuola di al Fakhoura, luogo usato come rifugio dagli sfollati, dove ci sono state oltre 50 vittime. A Nablus, in Cisgiordania, in un raid aereo sul campo profughi di Balata, sono morti 5 palestinesi, tra cui l’esponente di spicco della brigata dei Martiri di al Aqsa, Muhammad Zahed. E mentre l’esercito israeliano ha deciso di allargare le operazioni militari nel Nord della Striscia, in particolare nelle aree di Zaitun e Jabalya, dove si ritiene ci sia il comando e il centro di controllo della brigata Nord di Gaza, oltre a quattro battaglioni operativi di Hamas, a Gaza City si intensifica la pressione attorno a tre ospedali.
Ford Puma Gen-E
Il modello è equipaggiato con una serie avanzata di Adas (Advanced driver assistance systems) abbastanza affidabile: pre-collision assist per intervenire in situazioni critiche; lane keeping system per mantenere la traiettoria; cruise control adattivo con riconoscimento dei segnali stradali; camera a 360°. Il motore promette, secondo la Casa, 523 km di autonomia nel ciclo urbano e 376 km in quello combinato. Dalle prove fatte, se nel ciclo urbano più o meno ci siamo, per quello misto il valore è leggermente inferiore al dichiarato. Onesta la velocità di ricarica: il produttore dichiara dal 10 all’80% in soli 23 minuti, a patto che si utilizzi una stazione di ricarica da 100 kW.
I PRO
Innanzitutto, la linea: la Puma è un’auto che piace agli italiani: lo scorso anno ha venduto, in tutte le sue motorizzazioni, oltre 25.000 esemplari. Non ci sono parti in plastica non verniciata all’esterno e questo, se da un lato rende più filante la linea, dall’altro espone le zone più critiche, come passaruota e fascioni anteriori e posteriori, a rischio di grattata. L’abitacolo è fatto bene: comodi ed esteticamente belli i sedili, gradevole il rivestimento in finta pelle di parte del cruscotto. Molto luminose le luci a led per illuminare l’abitacolo. Sorprende la capacità di carico: tra bagagliaio, profondissimo box immediatamente sotto (basta alzare il pianale per accedervi) e box ricavato nella parte anteriore, si raggiungono oltre 550 litri di spazio. Abbattendo i sedili posteriori (nella configurazione 60-40) si possono superare i 1.300 litri. Comodo e completo il grande quadro strumenti digitale da 12,8 pollici dietro al volante: tutte le informazioni sono al posto giusto e facilmente adocchiabili. Buona l’abitabilità: gli ingegneri Ford hanno saputo realizzare un piccolo capolavoro sfruttando ogni centimetro di spazio per rendere gradevole il soggiorno a bordo. Fanno egregiamente il loro lavoro i fari a led. Comodo il tunnel centrale a due piani, con tanti spazi dove riporre oggetti pure voluminosi e l’ormai immancabile piastra per la ricarica wireless dello smartphone.
I CONTRO
I tasti fisici sono ridotti al lumicino: ce ne sono soltanto quattro, il più utilizzabile è quello delle frecce d’emergenza. Per il resto, ci si deve affidare al grande display touch da 12 pollici centrale che non è immediatamente intuitivo: per trovare i vari comandi, ci si deve distrarre un po’ troppo dalla guida. Scomoda anche la manopola per la gestione delle luci: troppo nascosta dietro al volante e alla leva dei tergicristalli. Se si è un po’ alti, vedere che comando è impostato è un’impresa. Croccanti, come dicono gli esperti di auto, alcune plastiche all’interno. Divertente, ma forse troppo a rischio «deposito di polvere» la grande soundbar integrata sopra il cruscotto del sistema audio firmato da Bang & Olufsen da 575 watt. Altra pecca, l’utilizzo del nero lucido sul tunnel centrale: troppo a rischio graffio.
CONCLUSIONI
Le conclusioni si traggono sempre guardando il prezzo. La Puma Gen-E parte, con il modello base, da 27.250 euro (prezzo in promozione, il listino schizza a 33.250 euro) con già una buona dotazione di serie (fari proiettori e luci diurne a led, cerchi in lega da 17 pollici, gigabox posteriore, climatizzatore automatico). Per il modello definito «Premium» si spendono 2.000 euro in più. Grazie al cumulo tra incentivo statale (fino a 11.000 euro con rottamazione e Isee basso) e lo sconto Ford, il prezzo d’attacco può scendere sotto i 18.000 euro. Una quota che rende l’acquisto molto, molto interessante.
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Cassa Depositi e Prestiti archivia il 2025 con risultati senza precedenti, consolidando il suo ruolo di pilastro strategico per l’economia italiana. Nel primo anno del Piano Strategico 2025-2027, la Cassa ha raggiunto l’utile netto più alto della sua storia, toccando quota 3,4 miliardi di euro, in crescita del 3% rispetto all’anno precedente.
Un dato che non è solo un record finanziario, ma il motore di una potenza di fuoco che ha permesso di impegnare risorse per circa 29,5 miliardi di euro, attivando investimenti complessivi per oltre 73 miliardi grazie a un effetto leva di 2,5 volte.
«Il primo anno del nuovo Piano si chiude con un risultato storico che conferma l’efficacia della nostra strategia», ha sottolineato l’amministratore delegato Dario Scannapieco, in conferenza stampa durante la presentazione dei dati 2025 a Roma.
«Euphoria» (Sky)
Dopo quattro anni torna Euphoria con otto nuovi episodi su Sky. La terza stagione segue Rue cinque anni dopo, tra dipendenze e tentativi di rinascita, mentre i personaggi affrontano il passaggio all’età adulta e la possibilità di un futuro diverso.
Dopo quattro anni di silenzio, il gran ritorno. Euphoria, venticinque nomination agli Emmy e nove vittorie, è pronta a debuttare su Sky, con otto episodi inediti. La terza stagione dello show, incensato unanimemente per la capacità di esporre la realtà dei giovani, quella scomoda e poco patinata, sarà disponibile a partire dalla prima serata di lunedì 13 aprile. Giorno storico che, per chi abbia seguito lo show fin dal principio, legandosi a personaggi che poco hanno di iperbolico o cinematografico.
Rue Bennett, personaggio che ha eletto Zendaya icona globale, è un'adolescente tossica. Sulla carta, dovrebbe rappresentare un'eccezione, diversa dalla miriade di adolescenti che cerca di imbroccare la strada giusta per il mondo dei grandi. Eppure, nelle sue fragilità, opportunamente romanzate per tener viva la narrazione televisiva, riesce a ricalcare le difficoltà dei ragazzi di oggi: la fatica nel costruire un'identità propria, estranea alle pressioni della società e al bisogno quasi epidermico di sentirsi parte di un tutto, le insicurezze, la scarsa fiducia nel domani. Rue Bennett è una tossicodipendente dei sobborghi californiani, figlia di una madre che non ha granché da offrirle. Ed è, però, quel che tanti, tantissimi adolescenti sono.
Euphoria l'ha trovata così, la sua forza: ricalcando con mano pesante la vita vera, le difficoltà comuni a tanti, quelle che, spesso, vengono derubricate a facezie. Ha individuato i problemi dei giovani e, su questi, ha costruito un impianto narrativo che potesse farli sentire visti, ascoltati, capiti. Dunque, mai soli. Anche in età semi-adulta.La terza stagione dello show, difatti, prosegue oltre l'adolescenza, e Rue la trova in Messico, cinque anni più tardi rispetto ai fatti narrati nelle prime stagioni. Cresciuta, ma non cambiata, ha ancora problemi di droga e dipendenza. Ha debiti e una vita segnata dall'improvvisazione, quella che di romantico ha poco. I suoi amici sono cresciuti. Qualcuno sembra avercela fatta, qualcun altro no. Uno è a un passo dalle nozze, un altro iscritto ad una scuola d'arte. Sono distanti, ma chiamati, tutti, a confrontarsi con la fede: non quella religiosa, ma quella che porta a credere che un domani migliore sia cosa possibile e che le risorse per attuarlo siano intrinseche all'essere umano. Anche a Rue, chiamata a scegliere fra paura e coraggio.
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