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2023-11-19
Zelensky teme il golpe, l’Europa il salasso
Doveva essere il nuovo Churchill, ma ormai si sente più un Napoleone a Sant’Elena. Venerdì - ci informa Repubblica - Volodymyr Zelensky ha convocato la stampa e ha svelato i piani per l’ultima grande congiura del Cremlino: organizzare una «Maidan 3», con l’obiettivo di destituirlo. E di capovolgere il cambio di regime prodotto dalle manifestazioni che si svolsero a Kiev dal 21 novembre 2013 al 23 febbraio 2014, culminate con la cacciata del presidente vicino ai russi, Viktor Janukovyc. «Per loro Maidan è un colpo di Stato», ha commentato l’ex comico, «quindi l’operazione è comprensibile». Il leader della resistenza teme - stando a uno dei fondatori del battaglione Azov - che i suoi giorni al potere siano «praticamente finiti». Non a caso, terrà chiuse le urne elettorale. E il suo senso di accerchiamento può tradursi in un’ulteriore involuzione autoritaria.
Zelensky ha già liquidato vari funzionari e vertici militari, è ai ferri corti con il capo delle forze armate, Valery Zaluzhny, il quale ha ammesso le difficoltà al fronte, e percepisce che il consenso tra i coscritti e la popolazione si sta erodendo. Intanto, l’entusiasmo di Washington si raffredda. Le munizioni promesse dall’Europa non arrivano. E le consegne di armamenti sono ulteriormente rallentate, da quando è scoppiata la guerra in Medio Oriente. I nervi dell’eroe che rifiutò la fuga davanti ai tank nemici, ora, si stanno spezzando. L’ha raccontato all’Economist il suo entourage: il presidente ha una fede messianica nella vittoria finale e si rifiuta di sentire dai consiglieri che gli ucraini, sul terreno, stanno perdendo.
Le conseguenze della débâcle minacciano di ripercuotersi sul Vecchio continente. Ironia della sorte, giusto l’altro ieri, un portavoce di Charles Michel ha riferito che il numero uno del Consiglio Ue, la settimana prossima, visiterà il Paese aggredito, per commemorare gli eventi di Euromaidan. Basta che arrivi prima degli agenti di Vladimir Putin…
La scelta di Michel va letta in parallelo con un’affermazione di Josep Borrell, l’Alto rappresentante di Bruxelles: «Noi europei», ha detto sabato scorso, «dobbiamo essere pronti politicamente e materialmente ad aiutare l’Ucraina e persino a sostituirci agli Stati Uniti se, come forse è probabile, il loro sostegno dovesse diminuire».
Invero, sul piano dell’assistenza finanziaria, l’Unione fa già la parte del leone. Il rischio concreto è che ci dovremo sobbarcare altresì il peso delle forniture belliche, sulle quali il nostro contributo, rispetto a quello della Casa Bianca, è stato marginale. Checché ne pensi Borrell, i mezzi non li abbiamo. Non li ha nemmeno l’America. Ogni mese, gli Usa fabbricano 28.000 munizioni in calibro 155, quelle di cui gli ucraini hanno disperatamente bisogno per alimentare l’artiglieria. È poco più del numero di proiettili sparati dai cannoni di Putin ogni 24 ore, nel primo anno del conflitto. Anche gli arsenali dello zar si sono ridotti, ma l’industria russa è tutta concentrata sulla produzione militare. E adesso conta sulla collaborazione della Corea del Nord, autocrazia a esclusiva vocazione marziale.
Il bandolo della matassa l’ha indicato un editoriale del Wall Street Journal. Lucidamente, il quotidiano conservatore invita ad «abbandonare il pensiero magico» sul sicuro trionfo ucraino. Né la controffensiva, né una presunta crisi economica in Russia, né le sanzioni, neppure il tentato golpe della Wagner si sono rivelati decisivi. Come deve comportarsi l’Occidente? Su X, Andrew S. Weiss, uno degli analisti che hanno vergato l’articolo, ha spiegato che bisognerà dare una mano a Kiev a «navigare verso il posto che le spetta di diritto in Europa», impegnandosi a soddisfare i suoi «bisogni di sicurezza e uno sforzo di ricostruzione che costituirà un’impresa lunga generazioni».
Ecco. La direzione di Washington rimarrebbe. Però il fardello si sposterebbe sull’Ue. Il conto per allargare il club dei 27 agli ucraini ammonta a 186 miliardi in sette anni. Dopodiché, appunto, ci sarà un’intera nazione da rimettere in piedi. È complicato l’ingresso di Kiev nella Nato, i cui esponenti hanno suggerito che un tentativo ragionevole sarebbe cedere a Mosca le zone occupate, in cambio dell’entrata del resto dell’Ucraina nell’Alleanza. L’alternativa più plausibile è che siano proprio gli Stati del Vecchio continente a garantire un ombrello difensivo; è lo stesso Trattato di Lisbona a imporre ai partner Ue la mutua assistenza in caso di attacco.
Dopo 634 giorni di combattimenti e centinaia di migliaia di morti, l’Europa s’è fatta un bell’autogol. Si ritroverà un conto salatissimo e un arcinemico da tenere sotto tiro.
I parenti dei rapiti a Gerusalemme: «Pronti a marciare fino a Gaza»
La marcia per chiedere a gran voce al governo israeliano di fare di più per ottenere la liberazione degli ostaggi nelle mani di Hamas si è conclusa ieri nel tardo pomeriggio a Gerusalemme. Partiti martedì scorso da Tel Aviv, dopo 63 chilometri percorsi a piedi, i familiari uniti a migliaia di persone, tra cui il leader dell’opposizione Yair Lapid, si sono radunati fuori dal gabinetto di guerra dell’esecutivo guidato da Benjamin Netanyahu, a cui è stato chiesto di compiere ogni sforzo per far tornare a casa i propri cari. A qualunque condizione. Secondo quanto scritto dalla stampa israeliana, una delegazione è riuscita a ottenere un colloquio con l’ex capo dell’esercito Benny Gantz e l’ex capo di Stato maggiore Gadi Eisenkot, nominati membri del governo di emergenza nazionale dopo i fatti del 7 ottobre. Quest’ultimo ha rassicurato i familiari dicendo loro che «la liberazione degli ostaggi è prioritaria rispetto alla distruzione di Hamas». La richiesta di incontrare Netanyahu, il ministro della difesa Yoav Gallant e quello degli Affari strategici Ron Dermer, invece, sarebbe stata rifiutata. Il premier israeliano ha fatto poi sapere che nei prossimi giorni riceverà i rappresentanti delle persone sequestrate da Hamas. Familiari per nulla soddisfatti della gestione della crisi, al punto da «essere disposti ad arrivare fino a Gaza se dovesse servire», ha urlato la madre di un ostaggio sotto l’ufficio di Netanyahu. Il premier in serata si è palesato in conferenza stampa affermando di «essere determinato a combattere fino alla vittoria, fino a quando Israele avrà distrutto il nemico e recuperato gli ostaggi» e smentendo qualsiasi accordo coi terroristi. Dalla Germania, poco prima di far rientro in Turchia, è tornato sulla questione Recep Tayyip Erdogan. Secondo il leader di Ankara, che ha detto di aver ricevuto una lettera con cui le famiglie dei rapiti chiedono al suo governo di mediare nella trattativa con i terroristi, «Hamas è disposta a liberare gli ostaggi israeliani».
E non è mancata nemmeno questa volta una stilettata allo Stato ebraico: «Noi non vogliamo che ci siano ostaggi, ma dobbiamo guardare da entrambe le parti e Israele ha tantissimi palestinesi in carcere, tra cui bambini di cinque anni» - ha tuonato il presidente turco - «gli ostaggi israeliani sarebbero stati già liberati se il loro esercito non avesse bombardato indiscriminatamente». A questo va aggiunta la volontà della Turchia di denunciare eventuali crimini di guerra commessi da Israele: «Ricostruiremo Gaza e dopo agiremo in tutte le sedi opportune. Tutti parlano dei civili israeliani uccisi ma purtroppo sono stati uccisi 13.000 civili innocenti palestinesi».
Quello degli ostaggi continua a essere un tema chiave nell’ambito del conflitto, giunto al 44° giorno. Ieri, l’inviato per il Medio Oriente del governo americano, Brett McGurk, ha affermato durante una conferenza sulla sicurezza che si è svolta a Manama in Bahrain, che «qualora Hamas rilasciasse gli ostaggi, questo porterebbe a una pausa significativa nei combattimenti e a un aumento nella quantità degli aiuti umanitari consegnati alla popolazione della Striscia». Sulla questione è intervenuto direttamente anche Joe Biden. Il presidente americano, stando a quanto si legge su un post pubblicato sul social X dalla Casa Bianca, ha telefonato all’emiro del Qatar, Tamim Bin Hamad Al-Thani, per «discutere dell’urgente necessità che tutti gli ostaggi detenuti da Hamas vengano rilasciati senza ulteriori indugi». A Doha ieri è sbarcato, con l’obiettivo di contribuire alla mediazione per il rilascio degli ostaggi, tra cui se ne contano 8 francesi, il ministro delle Forze armate transalpino Sebastien Lecornu.
Nel frattempo, però, a Gaza si continua a combattere e non mancano gli episodi controversi e relativi rimpalli di responsabilità. L’Idf ha avviato un’indagine per chiarire quanto accaduto alla scuola di al Fakhoura, luogo usato come rifugio dagli sfollati, dove ci sono state oltre 50 vittime. A Nablus, in Cisgiordania, in un raid aereo sul campo profughi di Balata, sono morti 5 palestinesi, tra cui l’esponente di spicco della brigata dei Martiri di al Aqsa, Muhammad Zahed. E mentre l’esercito israeliano ha deciso di allargare le operazioni militari nel Nord della Striscia, in particolare nelle aree di Zaitun e Jabalya, dove si ritiene ci sia il comando e il centro di controllo della brigata Nord di Gaza, oltre a quattro battaglioni operativi di Hamas, a Gaza City si intensifica la pressione attorno a tre ospedali.
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Nervi tesi per il presidente ucraino, alle prese con le sconfitte sul campo e convinto che la Russia presto proverà a destituirlo. Insuccessi che rischia di pagare l’Ue, la quale sogna di sostituirsi agli Usa negli aiuti militari accollandosi spese insostenibili.A Gaza raid dell’Idf su una scuola a Jabalya. Benjamin Netanyahu: «Nessun accordo sugli ostaggi».Lo speciale contiene due articoli.Doveva essere il nuovo Churchill, ma ormai si sente più un Napoleone a Sant’Elena. Venerdì - ci informa Repubblica - Volodymyr Zelensky ha convocato la stampa e ha svelato i piani per l’ultima grande congiura del Cremlino: organizzare una «Maidan 3», con l’obiettivo di destituirlo. E di capovolgere il cambio di regime prodotto dalle manifestazioni che si svolsero a Kiev dal 21 novembre 2013 al 23 febbraio 2014, culminate con la cacciata del presidente vicino ai russi, Viktor Janukovyc. «Per loro Maidan è un colpo di Stato», ha commentato l’ex comico, «quindi l’operazione è comprensibile». Il leader della resistenza teme - stando a uno dei fondatori del battaglione Azov - che i suoi giorni al potere siano «praticamente finiti». Non a caso, terrà chiuse le urne elettorale. E il suo senso di accerchiamento può tradursi in un’ulteriore involuzione autoritaria.Zelensky ha già liquidato vari funzionari e vertici militari, è ai ferri corti con il capo delle forze armate, Valery Zaluzhny, il quale ha ammesso le difficoltà al fronte, e percepisce che il consenso tra i coscritti e la popolazione si sta erodendo. Intanto, l’entusiasmo di Washington si raffredda. Le munizioni promesse dall’Europa non arrivano. E le consegne di armamenti sono ulteriormente rallentate, da quando è scoppiata la guerra in Medio Oriente. I nervi dell’eroe che rifiutò la fuga davanti ai tank nemici, ora, si stanno spezzando. L’ha raccontato all’Economist il suo entourage: il presidente ha una fede messianica nella vittoria finale e si rifiuta di sentire dai consiglieri che gli ucraini, sul terreno, stanno perdendo.Le conseguenze della débâcle minacciano di ripercuotersi sul Vecchio continente. Ironia della sorte, giusto l’altro ieri, un portavoce di Charles Michel ha riferito che il numero uno del Consiglio Ue, la settimana prossima, visiterà il Paese aggredito, per commemorare gli eventi di Euromaidan. Basta che arrivi prima degli agenti di Vladimir Putin…La scelta di Michel va letta in parallelo con un’affermazione di Josep Borrell, l’Alto rappresentante di Bruxelles: «Noi europei», ha detto sabato scorso, «dobbiamo essere pronti politicamente e materialmente ad aiutare l’Ucraina e persino a sostituirci agli Stati Uniti se, come forse è probabile, il loro sostegno dovesse diminuire».Invero, sul piano dell’assistenza finanziaria, l’Unione fa già la parte del leone. Il rischio concreto è che ci dovremo sobbarcare altresì il peso delle forniture belliche, sulle quali il nostro contributo, rispetto a quello della Casa Bianca, è stato marginale. Checché ne pensi Borrell, i mezzi non li abbiamo. Non li ha nemmeno l’America. Ogni mese, gli Usa fabbricano 28.000 munizioni in calibro 155, quelle di cui gli ucraini hanno disperatamente bisogno per alimentare l’artiglieria. È poco più del numero di proiettili sparati dai cannoni di Putin ogni 24 ore, nel primo anno del conflitto. Anche gli arsenali dello zar si sono ridotti, ma l’industria russa è tutta concentrata sulla produzione militare. E adesso conta sulla collaborazione della Corea del Nord, autocrazia a esclusiva vocazione marziale.Il bandolo della matassa l’ha indicato un editoriale del Wall Street Journal. Lucidamente, il quotidiano conservatore invita ad «abbandonare il pensiero magico» sul sicuro trionfo ucraino. Né la controffensiva, né una presunta crisi economica in Russia, né le sanzioni, neppure il tentato golpe della Wagner si sono rivelati decisivi. Come deve comportarsi l’Occidente? Su X, Andrew S. Weiss, uno degli analisti che hanno vergato l’articolo, ha spiegato che bisognerà dare una mano a Kiev a «navigare verso il posto che le spetta di diritto in Europa», impegnandosi a soddisfare i suoi «bisogni di sicurezza e uno sforzo di ricostruzione che costituirà un’impresa lunga generazioni». Ecco. La direzione di Washington rimarrebbe. Però il fardello si sposterebbe sull’Ue. Il conto per allargare il club dei 27 agli ucraini ammonta a 186 miliardi in sette anni. Dopodiché, appunto, ci sarà un’intera nazione da rimettere in piedi. È complicato l’ingresso di Kiev nella Nato, i cui esponenti hanno suggerito che un tentativo ragionevole sarebbe cedere a Mosca le zone occupate, in cambio dell’entrata del resto dell’Ucraina nell’Alleanza. L’alternativa più plausibile è che siano proprio gli Stati del Vecchio continente a garantire un ombrello difensivo; è lo stesso Trattato di Lisbona a imporre ai partner Ue la mutua assistenza in caso di attacco.Dopo 634 giorni di combattimenti e centinaia di migliaia di morti, l’Europa s’è fatta un bell’autogol. 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Partiti martedì scorso da Tel Aviv, dopo 63 chilometri percorsi a piedi, i familiari uniti a migliaia di persone, tra cui il leader dell’opposizione Yair Lapid, si sono radunati fuori dal gabinetto di guerra dell’esecutivo guidato da Benjamin Netanyahu, a cui è stato chiesto di compiere ogni sforzo per far tornare a casa i propri cari. A qualunque condizione. Secondo quanto scritto dalla stampa israeliana, una delegazione è riuscita a ottenere un colloquio con l’ex capo dell’esercito Benny Gantz e l’ex capo di Stato maggiore Gadi Eisenkot, nominati membri del governo di emergenza nazionale dopo i fatti del 7 ottobre. Quest’ultimo ha rassicurato i familiari dicendo loro che «la liberazione degli ostaggi è prioritaria rispetto alla distruzione di Hamas». La richiesta di incontrare Netanyahu, il ministro della difesa Yoav Gallant e quello degli Affari strategici Ron Dermer, invece, sarebbe stata rifiutata. Il premier israeliano ha fatto poi sapere che nei prossimi giorni riceverà i rappresentanti delle persone sequestrate da Hamas. Familiari per nulla soddisfatti della gestione della crisi, al punto da «essere disposti ad arrivare fino a Gaza se dovesse servire», ha urlato la madre di un ostaggio sotto l’ufficio di Netanyahu. Il premier in serata si è palesato in conferenza stampa affermando di «essere determinato a combattere fino alla vittoria, fino a quando Israele avrà distrutto il nemico e recuperato gli ostaggi» e smentendo qualsiasi accordo coi terroristi. Dalla Germania, poco prima di far rientro in Turchia, è tornato sulla questione Recep Tayyip Erdogan. Secondo il leader di Ankara, che ha detto di aver ricevuto una lettera con cui le famiglie dei rapiti chiedono al suo governo di mediare nella trattativa con i terroristi, «Hamas è disposta a liberare gli ostaggi israeliani». E non è mancata nemmeno questa volta una stilettata allo Stato ebraico: «Noi non vogliamo che ci siano ostaggi, ma dobbiamo guardare da entrambe le parti e Israele ha tantissimi palestinesi in carcere, tra cui bambini di cinque anni» - ha tuonato il presidente turco - «gli ostaggi israeliani sarebbero stati già liberati se il loro esercito non avesse bombardato indiscriminatamente». A questo va aggiunta la volontà della Turchia di denunciare eventuali crimini di guerra commessi da Israele: «Ricostruiremo Gaza e dopo agiremo in tutte le sedi opportune. Tutti parlano dei civili israeliani uccisi ma purtroppo sono stati uccisi 13.000 civili innocenti palestinesi». Quello degli ostaggi continua a essere un tema chiave nell’ambito del conflitto, giunto al 44° giorno. Ieri, l’inviato per il Medio Oriente del governo americano, Brett McGurk, ha affermato durante una conferenza sulla sicurezza che si è svolta a Manama in Bahrain, che «qualora Hamas rilasciasse gli ostaggi, questo porterebbe a una pausa significativa nei combattimenti e a un aumento nella quantità degli aiuti umanitari consegnati alla popolazione della Striscia». Sulla questione è intervenuto direttamente anche Joe Biden. Il presidente americano, stando a quanto si legge su un post pubblicato sul social X dalla Casa Bianca, ha telefonato all’emiro del Qatar, Tamim Bin Hamad Al-Thani, per «discutere dell’urgente necessità che tutti gli ostaggi detenuti da Hamas vengano rilasciati senza ulteriori indugi». A Doha ieri è sbarcato, con l’obiettivo di contribuire alla mediazione per il rilascio degli ostaggi, tra cui se ne contano 8 francesi, il ministro delle Forze armate transalpino Sebastien Lecornu. Nel frattempo, però, a Gaza si continua a combattere e non mancano gli episodi controversi e relativi rimpalli di responsabilità. L’Idf ha avviato un’indagine per chiarire quanto accaduto alla scuola di al Fakhoura, luogo usato come rifugio dagli sfollati, dove ci sono state oltre 50 vittime. A Nablus, in Cisgiordania, in un raid aereo sul campo profughi di Balata, sono morti 5 palestinesi, tra cui l’esponente di spicco della brigata dei Martiri di al Aqsa, Muhammad Zahed. E mentre l’esercito israeliano ha deciso di allargare le operazioni militari nel Nord della Striscia, in particolare nelle aree di Zaitun e Jabalya, dove si ritiene ci sia il comando e il centro di controllo della brigata Nord di Gaza, oltre a quattro battaglioni operativi di Hamas, a Gaza City si intensifica la pressione attorno a tre ospedali.
«Dopo Geo Barents la sentenza sul risarcimento a Sea Watch? Noi, fino a ora, abbiamo praticato il confronto con queste sentenze impugnandole e continueremo a farlo, quindi valorizzando il sistema giudiziario che prevede tre gradi di giudizio. Anche in questo caso faremo così».
Così il ministro dell’Interno ha risposto a margine dell’evento di questa mattina alla Stazione Termini di Roma, dove è stato inaugurato un nuovo ufficio della Questura.
L’operazione ha portato all’individuazione, nell’area industriale di Ciserano, di un capannone privo di insegne e apparentemente dismesso. In realtà, lo stabile mostrava segnali incompatibili con lo stato di abbandono, quali ad esempio movimenti di mezzi nelle ore notturne ed emissioni di fumo.
Il controllo di uno dei mezzi utilizzati ha consentito di individuare anche un secondo sito nel comune di Treviolo, ritenuto funzionale alle attività logistiche.
È scattato quindi l’intervento coordinato su entrambi gli obiettivi. A Treviolo, durante il controllo di un autoarticolato in fase di scarico, i finanzieri hanno rinvenuto circa 1.500 kg di tabacco in foglia e numerosi colli contenenti filtri per sigarette. Contestualmente, nel capannone di Ciserano, è stata scoperta una vera e propria fabbrica clandestina, dotata di un impianto completo capace di gestire l'intero ciclo produttivo, dall'essiccazione del tabacco al confezionamento dei pacchetti, con una potenziale capacità produttive di sigarette di oltre un milione al giorno.
All'interno dello stabilimento sono stati rinvenuti 12 lavoratori stranieri e locali allestiti a dormitorio nonché una cucina e cospicue scorte alimentari.
L’opificio era gestito con particolare accortezza per blindare la produzione nel massimo riserbo: le pareti erano state rivestite con materiale fonoassorbente per attutire i rumori dei macchinari, mentre l'uso di gruppi elettrogeni serviva a mascherare i picchi di consumo elettrico che sarebbero stati rilevati attraverso la fornitura di energia elettrica.
A conferma dell'elevato profilo criminale, la presenza di un capillare sistema di videosorveglianza esterno e il rinvenimento di due rilevatori di microspie, misure finalizzate ad eludere eventuali controlli delle Forze dell'ordine.
Il bilancio dell’operazione è rilevante: sequestrati oltre 530.000 pacchetti di sigarette contraffatte riconducibili a marchi di largo consumo (pari a più di 21 tonnellate di prodotto finito), 38 tonnellate di tabacco, milioni di filtri e fustelle per il confezionamento, 11 macchinari industriali e diversi mezzi utilizzati per il trasporto.
Il valore complessivo dei prodotti sottratti al mercato illegale e dell’intera linea di produzione è stimato tra i 12 e i 14 milioni di euro.
Conformemente al parere dell’Autorità Giudiziaria di Bergamo due persone sono state arrestate, mentre i lavoratori presenti sono stati denunciati a piede libero per contrabbando di tabacchi lavorati e contraffazione di marchi.
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Poche ore dopo il grave disastro avvenuto il 1° gennaio a Crans Montana, mentre il sistema sanitario svizzero chiedeva supporto urgente per la gestione di pazienti con gravi ustioni – tra cui cittadini italiani ricoverati negli ospedali di Sion, Losanna, Ginevra, Zurigo e Aarau – la macchina dell’emergenza lombarda era già operativa.
Alle 10.30 Areu ha attivato la Centrale Operativa Maxiemergenze presso la Soreu Metropolitana (Sala Operativa Regionale Emergenza Urgenza), assumendo la regia sanitaria dell’intervento e allestendo una vera e propria sala crisi dedicata. Una risposta immediata, strutturata e coordinata, che ha consentito di affrontare sin dalle prime ore uno scenario internazionale complesso.
Da quel momento si è sviluppato un impegno crescente, in stretta collaborazione con la Regione Lombardia, la Presidenza, l’assessore al Welfare Guido Bertolaso, il Dipartimento della Protezione Civile – attivato attraverso il Meccanismo Europeo di Protezione Civile su richiesta del Governo svizzero – e il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale.
Alle 16.30 l’elisoccorso di Como decollava alla volta di Sion, seguito a breve distanza dai mezzi di Bergamo e Milano, consentendo già nella stessa giornata il trasferimento di tre ragazzi presso il Centro Grandi Ustioni dell’Ospedale Niguarda di Milano.
Un’operazione che nei giorni successivi si è ampliata fino a coinvolgere complessivamente 12 giovani gravemente feriti, evacuati in sicurezza con l’ultimo trasferimento effettuato l’11 gennaio 2026.
Anche per questo impegno straordinario, il presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana, affiancato dal vicepresidente Marco Alparone e dall’assessore Guido Bertolaso, ha conferito al direttore generale di Areu, Massimo Lombardo, la Rosa Camuna, la massima onorificenza regionale. Il riconoscimento è stato attribuito anche al personale dell’Ospedale Niguarda e della Fondazione Irccs Ca’ Granda- Ospedale Maggiore Policlinico di Milano.
«Sono grato al presidente Fontana e all’assessore Bertolaso – ha dichiarato Lombardo – per aver voluto consegnare ad Areu la Rosa Camuna. È un riconoscimento al grande lavoro di squadra svolto in quei giorni terribili, coordinando professionisti con competenze diverse ma tra loro perfettamente complementari».
«Areu una comunità di donne e uomini che lavorano sull’emergenza – ha aggiunto – e Crans Montana è stata la dimostrazione concreta della nostra capacità operativa e della tempestività della macchina organizzativa. In pochissimo tempo abbiamo attivato gli elicotteri di Como, Milano e Bergamo attraverso la nostra Centrale Regionale Elisoccorso (Creli), le centrali operative, la struttura Maxiemergenze e numerosi altri operatori che hanno lavorato giorno e notte fino al completamento dei 12 trasferimenti. Un’operazione estremamente complessa, perché abbiamo evacuato ragazzi con ustioni gravissime, molti dei quali ricoverati in terapia intensiva. Una complessità che corrisponde al nostro modo di lavorare: integrazione di competenze e coordinamento continuo».
La Centrale Maxiemergenze è rimasta operativa con presidio dedicato fino al 6 gennaio e successivamente in regime di reperibilità, assicurando continuità di coordinamento per tutta la durata dell’emergenza.
Determinante anche l’attivazione di un Burn Assessment Team congiunto Niguarda–Areu – composto da rianimatore, chirurgo plastico, infermieri di area critica, psicologo e tecnici autisti-soccorritori – inviato in Svizzera per supportare la selezione dei pazienti, la valutazione dell’idoneità al volo, il raccordo clinico con il centro ricevente e il sostegno ai familiari. Un secondo team ha garantito la continuità della missione nei giorni successivi.
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