True
2023-11-19
Zelensky teme il golpe, l’Europa il salasso
Doveva essere il nuovo Churchill, ma ormai si sente più un Napoleone a Sant’Elena. Venerdì - ci informa Repubblica - Volodymyr Zelensky ha convocato la stampa e ha svelato i piani per l’ultima grande congiura del Cremlino: organizzare una «Maidan 3», con l’obiettivo di destituirlo. E di capovolgere il cambio di regime prodotto dalle manifestazioni che si svolsero a Kiev dal 21 novembre 2013 al 23 febbraio 2014, culminate con la cacciata del presidente vicino ai russi, Viktor Janukovyc. «Per loro Maidan è un colpo di Stato», ha commentato l’ex comico, «quindi l’operazione è comprensibile». Il leader della resistenza teme - stando a uno dei fondatori del battaglione Azov - che i suoi giorni al potere siano «praticamente finiti». Non a caso, terrà chiuse le urne elettorale. E il suo senso di accerchiamento può tradursi in un’ulteriore involuzione autoritaria.
Zelensky ha già liquidato vari funzionari e vertici militari, è ai ferri corti con il capo delle forze armate, Valery Zaluzhny, il quale ha ammesso le difficoltà al fronte, e percepisce che il consenso tra i coscritti e la popolazione si sta erodendo. Intanto, l’entusiasmo di Washington si raffredda. Le munizioni promesse dall’Europa non arrivano. E le consegne di armamenti sono ulteriormente rallentate, da quando è scoppiata la guerra in Medio Oriente. I nervi dell’eroe che rifiutò la fuga davanti ai tank nemici, ora, si stanno spezzando. L’ha raccontato all’Economist il suo entourage: il presidente ha una fede messianica nella vittoria finale e si rifiuta di sentire dai consiglieri che gli ucraini, sul terreno, stanno perdendo.
Le conseguenze della débâcle minacciano di ripercuotersi sul Vecchio continente. Ironia della sorte, giusto l’altro ieri, un portavoce di Charles Michel ha riferito che il numero uno del Consiglio Ue, la settimana prossima, visiterà il Paese aggredito, per commemorare gli eventi di Euromaidan. Basta che arrivi prima degli agenti di Vladimir Putin…
La scelta di Michel va letta in parallelo con un’affermazione di Josep Borrell, l’Alto rappresentante di Bruxelles: «Noi europei», ha detto sabato scorso, «dobbiamo essere pronti politicamente e materialmente ad aiutare l’Ucraina e persino a sostituirci agli Stati Uniti se, come forse è probabile, il loro sostegno dovesse diminuire».
Invero, sul piano dell’assistenza finanziaria, l’Unione fa già la parte del leone. Il rischio concreto è che ci dovremo sobbarcare altresì il peso delle forniture belliche, sulle quali il nostro contributo, rispetto a quello della Casa Bianca, è stato marginale. Checché ne pensi Borrell, i mezzi non li abbiamo. Non li ha nemmeno l’America. Ogni mese, gli Usa fabbricano 28.000 munizioni in calibro 155, quelle di cui gli ucraini hanno disperatamente bisogno per alimentare l’artiglieria. È poco più del numero di proiettili sparati dai cannoni di Putin ogni 24 ore, nel primo anno del conflitto. Anche gli arsenali dello zar si sono ridotti, ma l’industria russa è tutta concentrata sulla produzione militare. E adesso conta sulla collaborazione della Corea del Nord, autocrazia a esclusiva vocazione marziale.
Il bandolo della matassa l’ha indicato un editoriale del Wall Street Journal. Lucidamente, il quotidiano conservatore invita ad «abbandonare il pensiero magico» sul sicuro trionfo ucraino. Né la controffensiva, né una presunta crisi economica in Russia, né le sanzioni, neppure il tentato golpe della Wagner si sono rivelati decisivi. Come deve comportarsi l’Occidente? Su X, Andrew S. Weiss, uno degli analisti che hanno vergato l’articolo, ha spiegato che bisognerà dare una mano a Kiev a «navigare verso il posto che le spetta di diritto in Europa», impegnandosi a soddisfare i suoi «bisogni di sicurezza e uno sforzo di ricostruzione che costituirà un’impresa lunga generazioni».
Ecco. La direzione di Washington rimarrebbe. Però il fardello si sposterebbe sull’Ue. Il conto per allargare il club dei 27 agli ucraini ammonta a 186 miliardi in sette anni. Dopodiché, appunto, ci sarà un’intera nazione da rimettere in piedi. È complicato l’ingresso di Kiev nella Nato, i cui esponenti hanno suggerito che un tentativo ragionevole sarebbe cedere a Mosca le zone occupate, in cambio dell’entrata del resto dell’Ucraina nell’Alleanza. L’alternativa più plausibile è che siano proprio gli Stati del Vecchio continente a garantire un ombrello difensivo; è lo stesso Trattato di Lisbona a imporre ai partner Ue la mutua assistenza in caso di attacco.
Dopo 634 giorni di combattimenti e centinaia di migliaia di morti, l’Europa s’è fatta un bell’autogol. Si ritroverà un conto salatissimo e un arcinemico da tenere sotto tiro.
I parenti dei rapiti a Gerusalemme: «Pronti a marciare fino a Gaza»
La marcia per chiedere a gran voce al governo israeliano di fare di più per ottenere la liberazione degli ostaggi nelle mani di Hamas si è conclusa ieri nel tardo pomeriggio a Gerusalemme. Partiti martedì scorso da Tel Aviv, dopo 63 chilometri percorsi a piedi, i familiari uniti a migliaia di persone, tra cui il leader dell’opposizione Yair Lapid, si sono radunati fuori dal gabinetto di guerra dell’esecutivo guidato da Benjamin Netanyahu, a cui è stato chiesto di compiere ogni sforzo per far tornare a casa i propri cari. A qualunque condizione. Secondo quanto scritto dalla stampa israeliana, una delegazione è riuscita a ottenere un colloquio con l’ex capo dell’esercito Benny Gantz e l’ex capo di Stato maggiore Gadi Eisenkot, nominati membri del governo di emergenza nazionale dopo i fatti del 7 ottobre. Quest’ultimo ha rassicurato i familiari dicendo loro che «la liberazione degli ostaggi è prioritaria rispetto alla distruzione di Hamas». La richiesta di incontrare Netanyahu, il ministro della difesa Yoav Gallant e quello degli Affari strategici Ron Dermer, invece, sarebbe stata rifiutata. Il premier israeliano ha fatto poi sapere che nei prossimi giorni riceverà i rappresentanti delle persone sequestrate da Hamas. Familiari per nulla soddisfatti della gestione della crisi, al punto da «essere disposti ad arrivare fino a Gaza se dovesse servire», ha urlato la madre di un ostaggio sotto l’ufficio di Netanyahu. Il premier in serata si è palesato in conferenza stampa affermando di «essere determinato a combattere fino alla vittoria, fino a quando Israele avrà distrutto il nemico e recuperato gli ostaggi» e smentendo qualsiasi accordo coi terroristi. Dalla Germania, poco prima di far rientro in Turchia, è tornato sulla questione Recep Tayyip Erdogan. Secondo il leader di Ankara, che ha detto di aver ricevuto una lettera con cui le famiglie dei rapiti chiedono al suo governo di mediare nella trattativa con i terroristi, «Hamas è disposta a liberare gli ostaggi israeliani».
E non è mancata nemmeno questa volta una stilettata allo Stato ebraico: «Noi non vogliamo che ci siano ostaggi, ma dobbiamo guardare da entrambe le parti e Israele ha tantissimi palestinesi in carcere, tra cui bambini di cinque anni» - ha tuonato il presidente turco - «gli ostaggi israeliani sarebbero stati già liberati se il loro esercito non avesse bombardato indiscriminatamente». A questo va aggiunta la volontà della Turchia di denunciare eventuali crimini di guerra commessi da Israele: «Ricostruiremo Gaza e dopo agiremo in tutte le sedi opportune. Tutti parlano dei civili israeliani uccisi ma purtroppo sono stati uccisi 13.000 civili innocenti palestinesi».
Quello degli ostaggi continua a essere un tema chiave nell’ambito del conflitto, giunto al 44° giorno. Ieri, l’inviato per il Medio Oriente del governo americano, Brett McGurk, ha affermato durante una conferenza sulla sicurezza che si è svolta a Manama in Bahrain, che «qualora Hamas rilasciasse gli ostaggi, questo porterebbe a una pausa significativa nei combattimenti e a un aumento nella quantità degli aiuti umanitari consegnati alla popolazione della Striscia». Sulla questione è intervenuto direttamente anche Joe Biden. Il presidente americano, stando a quanto si legge su un post pubblicato sul social X dalla Casa Bianca, ha telefonato all’emiro del Qatar, Tamim Bin Hamad Al-Thani, per «discutere dell’urgente necessità che tutti gli ostaggi detenuti da Hamas vengano rilasciati senza ulteriori indugi». A Doha ieri è sbarcato, con l’obiettivo di contribuire alla mediazione per il rilascio degli ostaggi, tra cui se ne contano 8 francesi, il ministro delle Forze armate transalpino Sebastien Lecornu.
Nel frattempo, però, a Gaza si continua a combattere e non mancano gli episodi controversi e relativi rimpalli di responsabilità. L’Idf ha avviato un’indagine per chiarire quanto accaduto alla scuola di al Fakhoura, luogo usato come rifugio dagli sfollati, dove ci sono state oltre 50 vittime. A Nablus, in Cisgiordania, in un raid aereo sul campo profughi di Balata, sono morti 5 palestinesi, tra cui l’esponente di spicco della brigata dei Martiri di al Aqsa, Muhammad Zahed. E mentre l’esercito israeliano ha deciso di allargare le operazioni militari nel Nord della Striscia, in particolare nelle aree di Zaitun e Jabalya, dove si ritiene ci sia il comando e il centro di controllo della brigata Nord di Gaza, oltre a quattro battaglioni operativi di Hamas, a Gaza City si intensifica la pressione attorno a tre ospedali.
Continua a leggereRiduci
Nervi tesi per il presidente ucraino, alle prese con le sconfitte sul campo e convinto che la Russia presto proverà a destituirlo. Insuccessi che rischia di pagare l’Ue, la quale sogna di sostituirsi agli Usa negli aiuti militari accollandosi spese insostenibili.A Gaza raid dell’Idf su una scuola a Jabalya. Benjamin Netanyahu: «Nessun accordo sugli ostaggi».Lo speciale contiene due articoli.Doveva essere il nuovo Churchill, ma ormai si sente più un Napoleone a Sant’Elena. Venerdì - ci informa Repubblica - Volodymyr Zelensky ha convocato la stampa e ha svelato i piani per l’ultima grande congiura del Cremlino: organizzare una «Maidan 3», con l’obiettivo di destituirlo. E di capovolgere il cambio di regime prodotto dalle manifestazioni che si svolsero a Kiev dal 21 novembre 2013 al 23 febbraio 2014, culminate con la cacciata del presidente vicino ai russi, Viktor Janukovyc. «Per loro Maidan è un colpo di Stato», ha commentato l’ex comico, «quindi l’operazione è comprensibile». Il leader della resistenza teme - stando a uno dei fondatori del battaglione Azov - che i suoi giorni al potere siano «praticamente finiti». Non a caso, terrà chiuse le urne elettorale. E il suo senso di accerchiamento può tradursi in un’ulteriore involuzione autoritaria.Zelensky ha già liquidato vari funzionari e vertici militari, è ai ferri corti con il capo delle forze armate, Valery Zaluzhny, il quale ha ammesso le difficoltà al fronte, e percepisce che il consenso tra i coscritti e la popolazione si sta erodendo. Intanto, l’entusiasmo di Washington si raffredda. Le munizioni promesse dall’Europa non arrivano. E le consegne di armamenti sono ulteriormente rallentate, da quando è scoppiata la guerra in Medio Oriente. I nervi dell’eroe che rifiutò la fuga davanti ai tank nemici, ora, si stanno spezzando. L’ha raccontato all’Economist il suo entourage: il presidente ha una fede messianica nella vittoria finale e si rifiuta di sentire dai consiglieri che gli ucraini, sul terreno, stanno perdendo.Le conseguenze della débâcle minacciano di ripercuotersi sul Vecchio continente. Ironia della sorte, giusto l’altro ieri, un portavoce di Charles Michel ha riferito che il numero uno del Consiglio Ue, la settimana prossima, visiterà il Paese aggredito, per commemorare gli eventi di Euromaidan. Basta che arrivi prima degli agenti di Vladimir Putin…La scelta di Michel va letta in parallelo con un’affermazione di Josep Borrell, l’Alto rappresentante di Bruxelles: «Noi europei», ha detto sabato scorso, «dobbiamo essere pronti politicamente e materialmente ad aiutare l’Ucraina e persino a sostituirci agli Stati Uniti se, come forse è probabile, il loro sostegno dovesse diminuire».Invero, sul piano dell’assistenza finanziaria, l’Unione fa già la parte del leone. Il rischio concreto è che ci dovremo sobbarcare altresì il peso delle forniture belliche, sulle quali il nostro contributo, rispetto a quello della Casa Bianca, è stato marginale. Checché ne pensi Borrell, i mezzi non li abbiamo. Non li ha nemmeno l’America. Ogni mese, gli Usa fabbricano 28.000 munizioni in calibro 155, quelle di cui gli ucraini hanno disperatamente bisogno per alimentare l’artiglieria. È poco più del numero di proiettili sparati dai cannoni di Putin ogni 24 ore, nel primo anno del conflitto. Anche gli arsenali dello zar si sono ridotti, ma l’industria russa è tutta concentrata sulla produzione militare. E adesso conta sulla collaborazione della Corea del Nord, autocrazia a esclusiva vocazione marziale.Il bandolo della matassa l’ha indicato un editoriale del Wall Street Journal. Lucidamente, il quotidiano conservatore invita ad «abbandonare il pensiero magico» sul sicuro trionfo ucraino. Né la controffensiva, né una presunta crisi economica in Russia, né le sanzioni, neppure il tentato golpe della Wagner si sono rivelati decisivi. Come deve comportarsi l’Occidente? Su X, Andrew S. Weiss, uno degli analisti che hanno vergato l’articolo, ha spiegato che bisognerà dare una mano a Kiev a «navigare verso il posto che le spetta di diritto in Europa», impegnandosi a soddisfare i suoi «bisogni di sicurezza e uno sforzo di ricostruzione che costituirà un’impresa lunga generazioni». Ecco. La direzione di Washington rimarrebbe. Però il fardello si sposterebbe sull’Ue. Il conto per allargare il club dei 27 agli ucraini ammonta a 186 miliardi in sette anni. Dopodiché, appunto, ci sarà un’intera nazione da rimettere in piedi. È complicato l’ingresso di Kiev nella Nato, i cui esponenti hanno suggerito che un tentativo ragionevole sarebbe cedere a Mosca le zone occupate, in cambio dell’entrata del resto dell’Ucraina nell’Alleanza. L’alternativa più plausibile è che siano proprio gli Stati del Vecchio continente a garantire un ombrello difensivo; è lo stesso Trattato di Lisbona a imporre ai partner Ue la mutua assistenza in caso di attacco.Dopo 634 giorni di combattimenti e centinaia di migliaia di morti, l’Europa s’è fatta un bell’autogol. Si ritroverà un conto salatissimo e un arcinemico da tenere sotto tiro.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/zelensky-teme-golpe-europa-salasso-2666306686.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="i-parenti-dei-rapiti-a-gerusalemme-pronti-a-marciare-fino-a-gaza" data-post-id="2666306686" data-published-at="1700356028" data-use-pagination="False"> I parenti dei rapiti a Gerusalemme: «Pronti a marciare fino a Gaza» La marcia per chiedere a gran voce al governo israeliano di fare di più per ottenere la liberazione degli ostaggi nelle mani di Hamas si è conclusa ieri nel tardo pomeriggio a Gerusalemme. Partiti martedì scorso da Tel Aviv, dopo 63 chilometri percorsi a piedi, i familiari uniti a migliaia di persone, tra cui il leader dell’opposizione Yair Lapid, si sono radunati fuori dal gabinetto di guerra dell’esecutivo guidato da Benjamin Netanyahu, a cui è stato chiesto di compiere ogni sforzo per far tornare a casa i propri cari. A qualunque condizione. Secondo quanto scritto dalla stampa israeliana, una delegazione è riuscita a ottenere un colloquio con l’ex capo dell’esercito Benny Gantz e l’ex capo di Stato maggiore Gadi Eisenkot, nominati membri del governo di emergenza nazionale dopo i fatti del 7 ottobre. Quest’ultimo ha rassicurato i familiari dicendo loro che «la liberazione degli ostaggi è prioritaria rispetto alla distruzione di Hamas». La richiesta di incontrare Netanyahu, il ministro della difesa Yoav Gallant e quello degli Affari strategici Ron Dermer, invece, sarebbe stata rifiutata. Il premier israeliano ha fatto poi sapere che nei prossimi giorni riceverà i rappresentanti delle persone sequestrate da Hamas. Familiari per nulla soddisfatti della gestione della crisi, al punto da «essere disposti ad arrivare fino a Gaza se dovesse servire», ha urlato la madre di un ostaggio sotto l’ufficio di Netanyahu. Il premier in serata si è palesato in conferenza stampa affermando di «essere determinato a combattere fino alla vittoria, fino a quando Israele avrà distrutto il nemico e recuperato gli ostaggi» e smentendo qualsiasi accordo coi terroristi. Dalla Germania, poco prima di far rientro in Turchia, è tornato sulla questione Recep Tayyip Erdogan. Secondo il leader di Ankara, che ha detto di aver ricevuto una lettera con cui le famiglie dei rapiti chiedono al suo governo di mediare nella trattativa con i terroristi, «Hamas è disposta a liberare gli ostaggi israeliani». E non è mancata nemmeno questa volta una stilettata allo Stato ebraico: «Noi non vogliamo che ci siano ostaggi, ma dobbiamo guardare da entrambe le parti e Israele ha tantissimi palestinesi in carcere, tra cui bambini di cinque anni» - ha tuonato il presidente turco - «gli ostaggi israeliani sarebbero stati già liberati se il loro esercito non avesse bombardato indiscriminatamente». A questo va aggiunta la volontà della Turchia di denunciare eventuali crimini di guerra commessi da Israele: «Ricostruiremo Gaza e dopo agiremo in tutte le sedi opportune. Tutti parlano dei civili israeliani uccisi ma purtroppo sono stati uccisi 13.000 civili innocenti palestinesi». Quello degli ostaggi continua a essere un tema chiave nell’ambito del conflitto, giunto al 44° giorno. Ieri, l’inviato per il Medio Oriente del governo americano, Brett McGurk, ha affermato durante una conferenza sulla sicurezza che si è svolta a Manama in Bahrain, che «qualora Hamas rilasciasse gli ostaggi, questo porterebbe a una pausa significativa nei combattimenti e a un aumento nella quantità degli aiuti umanitari consegnati alla popolazione della Striscia». Sulla questione è intervenuto direttamente anche Joe Biden. Il presidente americano, stando a quanto si legge su un post pubblicato sul social X dalla Casa Bianca, ha telefonato all’emiro del Qatar, Tamim Bin Hamad Al-Thani, per «discutere dell’urgente necessità che tutti gli ostaggi detenuti da Hamas vengano rilasciati senza ulteriori indugi». A Doha ieri è sbarcato, con l’obiettivo di contribuire alla mediazione per il rilascio degli ostaggi, tra cui se ne contano 8 francesi, il ministro delle Forze armate transalpino Sebastien Lecornu. Nel frattempo, però, a Gaza si continua a combattere e non mancano gli episodi controversi e relativi rimpalli di responsabilità. L’Idf ha avviato un’indagine per chiarire quanto accaduto alla scuola di al Fakhoura, luogo usato come rifugio dagli sfollati, dove ci sono state oltre 50 vittime. A Nablus, in Cisgiordania, in un raid aereo sul campo profughi di Balata, sono morti 5 palestinesi, tra cui l’esponente di spicco della brigata dei Martiri di al Aqsa, Muhammad Zahed. E mentre l’esercito israeliano ha deciso di allargare le operazioni militari nel Nord della Striscia, in particolare nelle aree di Zaitun e Jabalya, dove si ritiene ci sia il comando e il centro di controllo della brigata Nord di Gaza, oltre a quattro battaglioni operativi di Hamas, a Gaza City si intensifica la pressione attorno a tre ospedali.
Vladimir Putin (Ansa)
Il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov ha fatto sapere di non aver «avuto segnali dall’Europa riguardo a un dialogo ma non è mai troppo tardi». Il presidente Putin, ha continuato, «è aperto a discutere le questioni più impellenti». Insomma, segnali positivi da parte del Cremlino ci sono stati, ma questo non basta a riaprire i rubinetti dell’oro nero. «Da parte degli europei non è giunto alcun segnale di voler avviare un dialogo» in merito alla cooperazione energetica, ha ribadito il portavoce del Cremlino durante una conferenza stampa. «Ci sono stati segnali da parte degli europei di voler sedere al tavolo dei negoziati sulla soluzione del conflitto ucraino, cosa che noi non riteniamo opportuna», ha dichiarato. «Per quanto riguarda l’incarico del presidente Vladimir Putin di valutare la possibilità di un ritiro anticipato dai mercati europei del gas, questo tema è all’esame. Richiede un’analisi abbastanza approfondita», ha concluso. Del resto, i problemi in Medio Oriente «rendono difficile per tutti prevedere l’andamento dei mercati», ha aggiunto Peskov. «L’Unione europea ha predisposto lo stop completo agli acquisti di fonti di energia dalla Russia dal 2027. Dal prossimo 25 aprile entreranno in vigore altre restrizioni sull’acquisto di idrocarburi russi, incluso Gnl. In questo quadro, potrebbe essere più conveniente per la Russia anticipare i tempi e, in questo momento di instabilità, re indirizzare i suoi prodotti altrove, verso destinazioni più interessanti».
Insomma, una cooperazione energetica con la Russia è di là da venire. E il tema non è solo la provenienza del greggio. «Il problema è il prezzo del petrolio, non dove trovarlo», ha detto il ministro della Difesa Guido Crosetto a Mattino 5, il quale conferma che al momento non c’è necessità per l’Italia di aprire un dialogo con Putin per il petrolio, perché lo venderebbe allo stesso prezzo a cui viene acquistato da altri: «In questo momento è così», spiega.
Anche al di fuori dai confini italiani, il pensiero sul petrolio russo sembra unanime. La ripresa di «normali relazioni energetiche» con la Russia per l’Ue semplicemente «non è un’opzione», ha detto ieri il premier polacco Donald Tusk, parlando a Danzica alla vigilia del Consiglio europeo, dopo che il primo ministro belga Bart De Wever ha dichiarato nel fine settimana al quotidiano L'Echo che l’Ue dovrebbe fare un accordo con Mosca, per riprendere ad importare idrocarburi dalla Russia. La Polonia, ha fatto sapere Tusk, secondo una traduzione dal polacco fornita da fonti diplomatiche a Bruxelles, «è determinata, e ci aspettiamo lo stesso dall’Europa, a non dipendere mai più dal petrolio o dal gas russi. È una questione di vera sovranità. Collaboreremo con coloro dei quali possiamo fidarci, non con chi rappresenta una minaccia. Sento voci», ha detto «che suggeriscono che, alla luce della crisi energetica o del conflitto in Medio Oriente, forse si dovrebbero allentare le sanzioni e ripristinare le normali relazioni energetiche con la Russia. Questa non è un’opzione. Si tratta di sicurezza. Si tratta della sopravvivenza dell’intera comunità occidentale: l’Europa, la Polonia e l’alleanza transatlantica. E conto non solo sulla comprensione, ma sulla piena collaborazione dei nostri partner», ha concluso.
Continua a leggereRiduci
Donald Trump (Ansa)
Ieri, il Comando centrale degli Usa in Medio Oriente, il Centcom, ha dichiarato che le forze armate hanno colpito siti missilistici nemici nell’area dello Stretto, che «rappresentavano un rischio per la navigazione internazionale», con ordigni penetranti da oltre 2.000 chili. Poi è intervenuto Israele: con l’assenso americano, ha compiuto un raid sul giacimento di gas naturale di South Pars, condiviso da Qatar e Iran e situato in prossimità del braccio di mare messo sotto scacco dagli ayatollah. «Un segnale di ciò che potrebbe accadere in seguito», ha commentato un funzionario dello Stato ebraico con Axios.
I bombardamenti non hanno allentato le tensioni sui mercati. In seguito agli attacchi, il Brent è schizzato a oltre 108,60 dollari al barile e il Wti a 98,01. Ha fatto breccia la minaccia di Teheran, che evoca una «guerra economica su vasta scala». Anche se i colossi dell’energia si stanno arrangiando: secondo Standard & Poor’s, le imbarcazioni deviano verso la rotta atlantica, con il rischio di congestionarla; l’Iraq, intanto, ha ripreso le esportazioni da Kirkuk verso il porto turco di Ceyhan. L’Organizzazione marittima internazionale ha comunicato che circa 20.000 marinai sono bloccati su 3.200 natanti nel Golfo. E il Financial Times ha scritto che è diventato un «far west» anche il sistema del trasporto merci, dato che i container viaggiano per il 90% in acqua e il 5% di quelle spedizioni transita per Hormuz.
Trump ha ricominciato a punzecchiare i partner. «Mi chiedo», ha scritto ieri sul social Truth, «cosa accadrebbe se “finissimo” ciò che resta dello Stato terroristico iraniano e lasciassimo che i Paesi che lo usano - non noi - siano responsabili del cosiddetto Stretto. Questo darebbe una smossa ad alcuni dei nostri “alleati” non reattivi e velocemente!!!». Gli ha fatto eco la portavoce della Casa Bianca, Karoline Leavitt, spiegando che la riapertura dei traffici avvantaggerebbe più i membri Nato che gli Usa. Proprio il segretario generale dell’organizzazione, Mark Rutte, ieri ha provato a salvare capra e cavoli: le cautele degli europei e la necessità di evitare strappi con Washington. «Ovviamente siamo tutti d’accordo che lo Stretto debba essere riaperto», ha dichiarato. «Gli alleati stanno lavorando insieme e discutendo su come farlo al meglio». Il nostro ministro della Difesa, Guido Crosetto, ha però ribadito l’indisponibilità a partecipare a una missione su sollecitazione statunitense o israeliana: ciò verrebbe interpretato alla stregua di un coinvolgimento nel conflitto, «non come la costruzione di un corridoio». Di qui, l’idea di coinvolgere le Nazioni Unite: «Stiamo suggerendo di utilizzare un approccio multilaterale, cioè l’Onu, di coinvolgere il mondo». È una linea che nell’Ue condividono: un alto boiardo europeo, in vista del Consiglio di oggi, ha assicurato che al vertice ci sarà «una discussione sulle possibili soluzioni» per Hormuz e ha aggiunto di aspettarsi che «anche il segretario generale dell’Onu, António Guterres, porti un paio di suggerimenti». Semmai, il problema è che al tavolo manca il protagonista: l’America.
Pare essersi guastato il clima di concordia tra il tycoon e il cancelliere tedesco. Ieri, Friedrich Merz ha affermato che avrebbe sconsigliato al presidente di iniziare le ostilità, se la Germania fosse stata consultata in anticipo. «Ecco perché abbiamo dichiarato che, finché la guerra continuerà, non vi prenderemo parte». Merz ha ugualmente manifestato l’auspicio che gli attriti non diventino «un peso sulle relazioni transatlantiche. Diremo dove vediamo le nostre preoccupazioni e dove abbiamo interessi differenti. L’Europa», ha concluso, «ha interesse a una veloce fine di questa guerra». È il senso della posizione comune di Berlino e Parigi: il ministro degli Esteri tedesco, Johann Wadephul, ha espresso preoccupazione per il «potenziale di escalation» del conflitto, «che potrebbe far precipitare non solo» il Medio Oriente, «ma il mondo intero in una gravissima crisi»; il suo omologo francese, Jean-Noël Barrot, ha ribadito che sarebbe l’«economia globale» a risentire di un ulteriore allargamento dei combattimenti. E nel Vecchio continente serpeggia un’ulteriore angoscia: che un’eventuale emergenza alimentare in Africa, come ha osservato Wadephul, inneschi «un afflusso di rifugiati».
In teoria, anche gli Stati Uniti dovrebbero augurarsi di uscire velocemente dal pantano iraniano. Sia perché un pezzo di elettorato e classe dirigente trumpiani - lo dimostrano le dimissioni di Joe Kent, il capo dell’antiterrorismo - non ha digerito la campagna a rimorchio di Benjamin Netanyahu; sia perché si avvicina il medio termine e gli auspici non sono i migliori. Ieri, JD Vance ha garantito che The Donald «non è interessato a invischiarci nel genere di pantani di lungo termine che abbiamo visto negli anni passati».
Trump, dal canto suo, fa lo smargiasso, fingendo che il blocco di Hormuz non lo riguardi. Ma ieri, per contrastare la spirale inflazionistica, è stato costretto a disporre una sospensione di due mesi del Jones act: si tratta della legge protezionista del 1920, che impone alle spedizioni nazionali di petrolio di viaggiare su navi 100% americane, il che provoca un’impennata dei costi. Gli analisti Usa prevedono incrementi prolungati delle tariffe dei carburanti. Nell’amministrazione l’inquietudine è tale che, oggi, il vicepresidente incontrerà i pezzi grossi dell’industria petrolifera per studiare rimedi al caro prezzi, benché lo giudichi un «problema temporaneo» di una guerra che «non durerà in eterno». Non l’avevano già stravinta?
Continua a leggereRiduci
Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 19 marzo con Flaminia Camilletti
Il sassofonista, direttore artistico di Bergamo Jazz Festival, racconta con la voce e con il suo strumento la storia dei musicisti che hanno «segnato il passo» nella sua vita: dal padre, «Big T» Lovano, a Hank Jones fino a Miles Davis e John Coltrane.