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2023-11-19
Zelensky teme il golpe, l’Europa il salasso
Doveva essere il nuovo Churchill, ma ormai si sente più un Napoleone a Sant’Elena. Venerdì - ci informa Repubblica - Volodymyr Zelensky ha convocato la stampa e ha svelato i piani per l’ultima grande congiura del Cremlino: organizzare una «Maidan 3», con l’obiettivo di destituirlo. E di capovolgere il cambio di regime prodotto dalle manifestazioni che si svolsero a Kiev dal 21 novembre 2013 al 23 febbraio 2014, culminate con la cacciata del presidente vicino ai russi, Viktor Janukovyc. «Per loro Maidan è un colpo di Stato», ha commentato l’ex comico, «quindi l’operazione è comprensibile». Il leader della resistenza teme - stando a uno dei fondatori del battaglione Azov - che i suoi giorni al potere siano «praticamente finiti». Non a caso, terrà chiuse le urne elettorale. E il suo senso di accerchiamento può tradursi in un’ulteriore involuzione autoritaria.
Zelensky ha già liquidato vari funzionari e vertici militari, è ai ferri corti con il capo delle forze armate, Valery Zaluzhny, il quale ha ammesso le difficoltà al fronte, e percepisce che il consenso tra i coscritti e la popolazione si sta erodendo. Intanto, l’entusiasmo di Washington si raffredda. Le munizioni promesse dall’Europa non arrivano. E le consegne di armamenti sono ulteriormente rallentate, da quando è scoppiata la guerra in Medio Oriente. I nervi dell’eroe che rifiutò la fuga davanti ai tank nemici, ora, si stanno spezzando. L’ha raccontato all’Economist il suo entourage: il presidente ha una fede messianica nella vittoria finale e si rifiuta di sentire dai consiglieri che gli ucraini, sul terreno, stanno perdendo.
Le conseguenze della débâcle minacciano di ripercuotersi sul Vecchio continente. Ironia della sorte, giusto l’altro ieri, un portavoce di Charles Michel ha riferito che il numero uno del Consiglio Ue, la settimana prossima, visiterà il Paese aggredito, per commemorare gli eventi di Euromaidan. Basta che arrivi prima degli agenti di Vladimir Putin…
La scelta di Michel va letta in parallelo con un’affermazione di Josep Borrell, l’Alto rappresentante di Bruxelles: «Noi europei», ha detto sabato scorso, «dobbiamo essere pronti politicamente e materialmente ad aiutare l’Ucraina e persino a sostituirci agli Stati Uniti se, come forse è probabile, il loro sostegno dovesse diminuire».
Invero, sul piano dell’assistenza finanziaria, l’Unione fa già la parte del leone. Il rischio concreto è che ci dovremo sobbarcare altresì il peso delle forniture belliche, sulle quali il nostro contributo, rispetto a quello della Casa Bianca, è stato marginale. Checché ne pensi Borrell, i mezzi non li abbiamo. Non li ha nemmeno l’America. Ogni mese, gli Usa fabbricano 28.000 munizioni in calibro 155, quelle di cui gli ucraini hanno disperatamente bisogno per alimentare l’artiglieria. È poco più del numero di proiettili sparati dai cannoni di Putin ogni 24 ore, nel primo anno del conflitto. Anche gli arsenali dello zar si sono ridotti, ma l’industria russa è tutta concentrata sulla produzione militare. E adesso conta sulla collaborazione della Corea del Nord, autocrazia a esclusiva vocazione marziale.
Il bandolo della matassa l’ha indicato un editoriale del Wall Street Journal. Lucidamente, il quotidiano conservatore invita ad «abbandonare il pensiero magico» sul sicuro trionfo ucraino. Né la controffensiva, né una presunta crisi economica in Russia, né le sanzioni, neppure il tentato golpe della Wagner si sono rivelati decisivi. Come deve comportarsi l’Occidente? Su X, Andrew S. Weiss, uno degli analisti che hanno vergato l’articolo, ha spiegato che bisognerà dare una mano a Kiev a «navigare verso il posto che le spetta di diritto in Europa», impegnandosi a soddisfare i suoi «bisogni di sicurezza e uno sforzo di ricostruzione che costituirà un’impresa lunga generazioni».
Ecco. La direzione di Washington rimarrebbe. Però il fardello si sposterebbe sull’Ue. Il conto per allargare il club dei 27 agli ucraini ammonta a 186 miliardi in sette anni. Dopodiché, appunto, ci sarà un’intera nazione da rimettere in piedi. È complicato l’ingresso di Kiev nella Nato, i cui esponenti hanno suggerito che un tentativo ragionevole sarebbe cedere a Mosca le zone occupate, in cambio dell’entrata del resto dell’Ucraina nell’Alleanza. L’alternativa più plausibile è che siano proprio gli Stati del Vecchio continente a garantire un ombrello difensivo; è lo stesso Trattato di Lisbona a imporre ai partner Ue la mutua assistenza in caso di attacco.
Dopo 634 giorni di combattimenti e centinaia di migliaia di morti, l’Europa s’è fatta un bell’autogol. Si ritroverà un conto salatissimo e un arcinemico da tenere sotto tiro.
I parenti dei rapiti a Gerusalemme: «Pronti a marciare fino a Gaza»
La marcia per chiedere a gran voce al governo israeliano di fare di più per ottenere la liberazione degli ostaggi nelle mani di Hamas si è conclusa ieri nel tardo pomeriggio a Gerusalemme. Partiti martedì scorso da Tel Aviv, dopo 63 chilometri percorsi a piedi, i familiari uniti a migliaia di persone, tra cui il leader dell’opposizione Yair Lapid, si sono radunati fuori dal gabinetto di guerra dell’esecutivo guidato da Benjamin Netanyahu, a cui è stato chiesto di compiere ogni sforzo per far tornare a casa i propri cari. A qualunque condizione. Secondo quanto scritto dalla stampa israeliana, una delegazione è riuscita a ottenere un colloquio con l’ex capo dell’esercito Benny Gantz e l’ex capo di Stato maggiore Gadi Eisenkot, nominati membri del governo di emergenza nazionale dopo i fatti del 7 ottobre. Quest’ultimo ha rassicurato i familiari dicendo loro che «la liberazione degli ostaggi è prioritaria rispetto alla distruzione di Hamas». La richiesta di incontrare Netanyahu, il ministro della difesa Yoav Gallant e quello degli Affari strategici Ron Dermer, invece, sarebbe stata rifiutata. Il premier israeliano ha fatto poi sapere che nei prossimi giorni riceverà i rappresentanti delle persone sequestrate da Hamas. Familiari per nulla soddisfatti della gestione della crisi, al punto da «essere disposti ad arrivare fino a Gaza se dovesse servire», ha urlato la madre di un ostaggio sotto l’ufficio di Netanyahu. Il premier in serata si è palesato in conferenza stampa affermando di «essere determinato a combattere fino alla vittoria, fino a quando Israele avrà distrutto il nemico e recuperato gli ostaggi» e smentendo qualsiasi accordo coi terroristi. Dalla Germania, poco prima di far rientro in Turchia, è tornato sulla questione Recep Tayyip Erdogan. Secondo il leader di Ankara, che ha detto di aver ricevuto una lettera con cui le famiglie dei rapiti chiedono al suo governo di mediare nella trattativa con i terroristi, «Hamas è disposta a liberare gli ostaggi israeliani».
E non è mancata nemmeno questa volta una stilettata allo Stato ebraico: «Noi non vogliamo che ci siano ostaggi, ma dobbiamo guardare da entrambe le parti e Israele ha tantissimi palestinesi in carcere, tra cui bambini di cinque anni» - ha tuonato il presidente turco - «gli ostaggi israeliani sarebbero stati già liberati se il loro esercito non avesse bombardato indiscriminatamente». A questo va aggiunta la volontà della Turchia di denunciare eventuali crimini di guerra commessi da Israele: «Ricostruiremo Gaza e dopo agiremo in tutte le sedi opportune. Tutti parlano dei civili israeliani uccisi ma purtroppo sono stati uccisi 13.000 civili innocenti palestinesi».
Quello degli ostaggi continua a essere un tema chiave nell’ambito del conflitto, giunto al 44° giorno. Ieri, l’inviato per il Medio Oriente del governo americano, Brett McGurk, ha affermato durante una conferenza sulla sicurezza che si è svolta a Manama in Bahrain, che «qualora Hamas rilasciasse gli ostaggi, questo porterebbe a una pausa significativa nei combattimenti e a un aumento nella quantità degli aiuti umanitari consegnati alla popolazione della Striscia». Sulla questione è intervenuto direttamente anche Joe Biden. Il presidente americano, stando a quanto si legge su un post pubblicato sul social X dalla Casa Bianca, ha telefonato all’emiro del Qatar, Tamim Bin Hamad Al-Thani, per «discutere dell’urgente necessità che tutti gli ostaggi detenuti da Hamas vengano rilasciati senza ulteriori indugi». A Doha ieri è sbarcato, con l’obiettivo di contribuire alla mediazione per il rilascio degli ostaggi, tra cui se ne contano 8 francesi, il ministro delle Forze armate transalpino Sebastien Lecornu.
Nel frattempo, però, a Gaza si continua a combattere e non mancano gli episodi controversi e relativi rimpalli di responsabilità. L’Idf ha avviato un’indagine per chiarire quanto accaduto alla scuola di al Fakhoura, luogo usato come rifugio dagli sfollati, dove ci sono state oltre 50 vittime. A Nablus, in Cisgiordania, in un raid aereo sul campo profughi di Balata, sono morti 5 palestinesi, tra cui l’esponente di spicco della brigata dei Martiri di al Aqsa, Muhammad Zahed. E mentre l’esercito israeliano ha deciso di allargare le operazioni militari nel Nord della Striscia, in particolare nelle aree di Zaitun e Jabalya, dove si ritiene ci sia il comando e il centro di controllo della brigata Nord di Gaza, oltre a quattro battaglioni operativi di Hamas, a Gaza City si intensifica la pressione attorno a tre ospedali.
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Nervi tesi per il presidente ucraino, alle prese con le sconfitte sul campo e convinto che la Russia presto proverà a destituirlo. Insuccessi che rischia di pagare l’Ue, la quale sogna di sostituirsi agli Usa negli aiuti militari accollandosi spese insostenibili.A Gaza raid dell’Idf su una scuola a Jabalya. Benjamin Netanyahu: «Nessun accordo sugli ostaggi».Lo speciale contiene due articoli.Doveva essere il nuovo Churchill, ma ormai si sente più un Napoleone a Sant’Elena. Venerdì - ci informa Repubblica - Volodymyr Zelensky ha convocato la stampa e ha svelato i piani per l’ultima grande congiura del Cremlino: organizzare una «Maidan 3», con l’obiettivo di destituirlo. E di capovolgere il cambio di regime prodotto dalle manifestazioni che si svolsero a Kiev dal 21 novembre 2013 al 23 febbraio 2014, culminate con la cacciata del presidente vicino ai russi, Viktor Janukovyc. «Per loro Maidan è un colpo di Stato», ha commentato l’ex comico, «quindi l’operazione è comprensibile». Il leader della resistenza teme - stando a uno dei fondatori del battaglione Azov - che i suoi giorni al potere siano «praticamente finiti». Non a caso, terrà chiuse le urne elettorale. E il suo senso di accerchiamento può tradursi in un’ulteriore involuzione autoritaria.Zelensky ha già liquidato vari funzionari e vertici militari, è ai ferri corti con il capo delle forze armate, Valery Zaluzhny, il quale ha ammesso le difficoltà al fronte, e percepisce che il consenso tra i coscritti e la popolazione si sta erodendo. Intanto, l’entusiasmo di Washington si raffredda. Le munizioni promesse dall’Europa non arrivano. E le consegne di armamenti sono ulteriormente rallentate, da quando è scoppiata la guerra in Medio Oriente. I nervi dell’eroe che rifiutò la fuga davanti ai tank nemici, ora, si stanno spezzando. L’ha raccontato all’Economist il suo entourage: il presidente ha una fede messianica nella vittoria finale e si rifiuta di sentire dai consiglieri che gli ucraini, sul terreno, stanno perdendo.Le conseguenze della débâcle minacciano di ripercuotersi sul Vecchio continente. Ironia della sorte, giusto l’altro ieri, un portavoce di Charles Michel ha riferito che il numero uno del Consiglio Ue, la settimana prossima, visiterà il Paese aggredito, per commemorare gli eventi di Euromaidan. Basta che arrivi prima degli agenti di Vladimir Putin…La scelta di Michel va letta in parallelo con un’affermazione di Josep Borrell, l’Alto rappresentante di Bruxelles: «Noi europei», ha detto sabato scorso, «dobbiamo essere pronti politicamente e materialmente ad aiutare l’Ucraina e persino a sostituirci agli Stati Uniti se, come forse è probabile, il loro sostegno dovesse diminuire».Invero, sul piano dell’assistenza finanziaria, l’Unione fa già la parte del leone. Il rischio concreto è che ci dovremo sobbarcare altresì il peso delle forniture belliche, sulle quali il nostro contributo, rispetto a quello della Casa Bianca, è stato marginale. Checché ne pensi Borrell, i mezzi non li abbiamo. Non li ha nemmeno l’America. Ogni mese, gli Usa fabbricano 28.000 munizioni in calibro 155, quelle di cui gli ucraini hanno disperatamente bisogno per alimentare l’artiglieria. È poco più del numero di proiettili sparati dai cannoni di Putin ogni 24 ore, nel primo anno del conflitto. Anche gli arsenali dello zar si sono ridotti, ma l’industria russa è tutta concentrata sulla produzione militare. E adesso conta sulla collaborazione della Corea del Nord, autocrazia a esclusiva vocazione marziale.Il bandolo della matassa l’ha indicato un editoriale del Wall Street Journal. Lucidamente, il quotidiano conservatore invita ad «abbandonare il pensiero magico» sul sicuro trionfo ucraino. Né la controffensiva, né una presunta crisi economica in Russia, né le sanzioni, neppure il tentato golpe della Wagner si sono rivelati decisivi. Come deve comportarsi l’Occidente? Su X, Andrew S. Weiss, uno degli analisti che hanno vergato l’articolo, ha spiegato che bisognerà dare una mano a Kiev a «navigare verso il posto che le spetta di diritto in Europa», impegnandosi a soddisfare i suoi «bisogni di sicurezza e uno sforzo di ricostruzione che costituirà un’impresa lunga generazioni». Ecco. La direzione di Washington rimarrebbe. Però il fardello si sposterebbe sull’Ue. Il conto per allargare il club dei 27 agli ucraini ammonta a 186 miliardi in sette anni. Dopodiché, appunto, ci sarà un’intera nazione da rimettere in piedi. È complicato l’ingresso di Kiev nella Nato, i cui esponenti hanno suggerito che un tentativo ragionevole sarebbe cedere a Mosca le zone occupate, in cambio dell’entrata del resto dell’Ucraina nell’Alleanza. L’alternativa più plausibile è che siano proprio gli Stati del Vecchio continente a garantire un ombrello difensivo; è lo stesso Trattato di Lisbona a imporre ai partner Ue la mutua assistenza in caso di attacco.Dopo 634 giorni di combattimenti e centinaia di migliaia di morti, l’Europa s’è fatta un bell’autogol. Si ritroverà un conto salatissimo e un arcinemico da tenere sotto tiro.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/zelensky-teme-golpe-europa-salasso-2666306686.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="i-parenti-dei-rapiti-a-gerusalemme-pronti-a-marciare-fino-a-gaza" data-post-id="2666306686" data-published-at="1700356028" data-use-pagination="False"> I parenti dei rapiti a Gerusalemme: «Pronti a marciare fino a Gaza» La marcia per chiedere a gran voce al governo israeliano di fare di più per ottenere la liberazione degli ostaggi nelle mani di Hamas si è conclusa ieri nel tardo pomeriggio a Gerusalemme. Partiti martedì scorso da Tel Aviv, dopo 63 chilometri percorsi a piedi, i familiari uniti a migliaia di persone, tra cui il leader dell’opposizione Yair Lapid, si sono radunati fuori dal gabinetto di guerra dell’esecutivo guidato da Benjamin Netanyahu, a cui è stato chiesto di compiere ogni sforzo per far tornare a casa i propri cari. A qualunque condizione. Secondo quanto scritto dalla stampa israeliana, una delegazione è riuscita a ottenere un colloquio con l’ex capo dell’esercito Benny Gantz e l’ex capo di Stato maggiore Gadi Eisenkot, nominati membri del governo di emergenza nazionale dopo i fatti del 7 ottobre. Quest’ultimo ha rassicurato i familiari dicendo loro che «la liberazione degli ostaggi è prioritaria rispetto alla distruzione di Hamas». La richiesta di incontrare Netanyahu, il ministro della difesa Yoav Gallant e quello degli Affari strategici Ron Dermer, invece, sarebbe stata rifiutata. Il premier israeliano ha fatto poi sapere che nei prossimi giorni riceverà i rappresentanti delle persone sequestrate da Hamas. Familiari per nulla soddisfatti della gestione della crisi, al punto da «essere disposti ad arrivare fino a Gaza se dovesse servire», ha urlato la madre di un ostaggio sotto l’ufficio di Netanyahu. Il premier in serata si è palesato in conferenza stampa affermando di «essere determinato a combattere fino alla vittoria, fino a quando Israele avrà distrutto il nemico e recuperato gli ostaggi» e smentendo qualsiasi accordo coi terroristi. Dalla Germania, poco prima di far rientro in Turchia, è tornato sulla questione Recep Tayyip Erdogan. Secondo il leader di Ankara, che ha detto di aver ricevuto una lettera con cui le famiglie dei rapiti chiedono al suo governo di mediare nella trattativa con i terroristi, «Hamas è disposta a liberare gli ostaggi israeliani». E non è mancata nemmeno questa volta una stilettata allo Stato ebraico: «Noi non vogliamo che ci siano ostaggi, ma dobbiamo guardare da entrambe le parti e Israele ha tantissimi palestinesi in carcere, tra cui bambini di cinque anni» - ha tuonato il presidente turco - «gli ostaggi israeliani sarebbero stati già liberati se il loro esercito non avesse bombardato indiscriminatamente». A questo va aggiunta la volontà della Turchia di denunciare eventuali crimini di guerra commessi da Israele: «Ricostruiremo Gaza e dopo agiremo in tutte le sedi opportune. Tutti parlano dei civili israeliani uccisi ma purtroppo sono stati uccisi 13.000 civili innocenti palestinesi». Quello degli ostaggi continua a essere un tema chiave nell’ambito del conflitto, giunto al 44° giorno. Ieri, l’inviato per il Medio Oriente del governo americano, Brett McGurk, ha affermato durante una conferenza sulla sicurezza che si è svolta a Manama in Bahrain, che «qualora Hamas rilasciasse gli ostaggi, questo porterebbe a una pausa significativa nei combattimenti e a un aumento nella quantità degli aiuti umanitari consegnati alla popolazione della Striscia». Sulla questione è intervenuto direttamente anche Joe Biden. Il presidente americano, stando a quanto si legge su un post pubblicato sul social X dalla Casa Bianca, ha telefonato all’emiro del Qatar, Tamim Bin Hamad Al-Thani, per «discutere dell’urgente necessità che tutti gli ostaggi detenuti da Hamas vengano rilasciati senza ulteriori indugi». A Doha ieri è sbarcato, con l’obiettivo di contribuire alla mediazione per il rilascio degli ostaggi, tra cui se ne contano 8 francesi, il ministro delle Forze armate transalpino Sebastien Lecornu. Nel frattempo, però, a Gaza si continua a combattere e non mancano gli episodi controversi e relativi rimpalli di responsabilità. L’Idf ha avviato un’indagine per chiarire quanto accaduto alla scuola di al Fakhoura, luogo usato come rifugio dagli sfollati, dove ci sono state oltre 50 vittime. A Nablus, in Cisgiordania, in un raid aereo sul campo profughi di Balata, sono morti 5 palestinesi, tra cui l’esponente di spicco della brigata dei Martiri di al Aqsa, Muhammad Zahed. E mentre l’esercito israeliano ha deciso di allargare le operazioni militari nel Nord della Striscia, in particolare nelle aree di Zaitun e Jabalya, dove si ritiene ci sia il comando e il centro di controllo della brigata Nord di Gaza, oltre a quattro battaglioni operativi di Hamas, a Gaza City si intensifica la pressione attorno a tre ospedali.
E’ un classico che più classico non si può, ma se non volete banalizzarvi con le solite colombe pasquali e volete allestire una colazione dai sapori della campagna e dal gusto appena retrò – ricordatevi che questa è la torta di Nonna Papera! – ecco una versione un po’ più ricca, ma egualmente elementare della torta di mele.
Ingredienti – 4 mele (noi abbiamo usato quelle dei Sibillini, l’importante è che siano dolci e succose) 300 gr di farina 00, 150 gr di zucchero semolato, 80 gr di burro, 15 gr di lievito per dolci meglio se vaniglinato, 100 ml di latte, 4 cucchiai di uva sultanina, 10 noci. Facoltativo un cucchiaino di cannella.
Procedimento – Fate sciogliere a bagnomaria ¾ del burro (quello che resta vi servirà per imburrare la teglia), mettete a rivenire in acqua o se preferite in un goccio di rum l’uva sultanina, e nella planetaria, oppure in una ciotola molto capiente e agendo con forza con la frusta, montate le uova con lo zucchero, poi aggiungete il burro fuso e continuate a mescolare. Ora piano piano aggiungete la farina e il lievito. Sbucciate le mele e sgusciate le noci. Tre mele fatele a pezzettoni, la quarta a fettine sottili. Aggiungete all’impasto che deve risultare morbido i pezzi di mela (non le fettine che terrete da parte per guarnizione), l’uva sultanina, i gherigli di noci tritati grossolanamente. Se volete aggiungete la polvere di cannella. Mescolate bene. Ora imburrate e poi infarinate una teglia da forno da 24 cm di diametro e versatevi il composto. Livellate con una Marisa il composto, poi sistemate sulla superfice a guarnire le fettine di mela. Infornate a forno statico a 180 gradi per circa 50 minuti. Fate comunque sempre la prova dello stuzzicadenti (se infilato nella torta riemerge asciutto vuol dire che è cotta a puntino), sformate e lasciate intiepidire.
Come far divertire i bambini – Fate fare a loro la guarnizione in superficie con le fettine di mela.
Abbinamento – Il massimo è il Moscato di Pantelleria passito, vanno bene tutti gli altri moscato
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Ansa
Manco per niente: in piazza, tra le forze politiche del fronte progressista, era presente solo Avs, in fondo al corteo, con una discreta partecipazione: neanche mezza bandiera di Pd e M5s, ma una serie infinita di sigle che con la coalizione di opposizione hanno poco o nulla a che fare.
Manifestazione più che riuscita, dicevamo: circa 100.000 persone hanno sfilato tra canti, balli, Bella ciao, e slogan contro la guerra, contro Israele, contro Donald Trump e a favore della Palestina e della pace. Tanti anche i cartelli e gli striscioni contro il governo Meloni, ovviamente, ma l’immagine restituita dal corteo è quella di un popolo che non si riconosce nell’asse Pd-M5s che si pone alla guida dell’alternativa, e men che meno, figuriamoci, per gli alleati centristi. Sfilano le bandiere di Rifondazione comunista, del Partito dei lavoratori, dei centri sociali di tutta Italia, dell’Anpi, di Emergency, di Amnesty international, di vari movimenti pacifisti, lo stendardo della «Comune», «organizzazione umanista e socialista», una grande, massiccia rappresentanza della Cgil e della Fiom.
Ma sono scesi in campo anche vecchi arnesi della lotta di classe, come i Carc (i Comitati di appoggio alla resistenza per il comunismo, grandi produttori di liste di proscrizione di presunti simpatizzanti dello Stato di Israele), e dell’anarchia parolaia, tipo circolo anarchico del Ponte della Ghisolfa. Si sono uniti al corteo anche i militanti del «Partito comunista internazionale» e del «Partito di alternativa comunista», gente che ancora oggi vagheggia la rivoluzione, come si legge in uno dei volantini distribuiti nel corteo. Pure i cori erano piuttosto polverosi e non proprio eccitanti. Roba come «Unità solidale per poter cambiare» o «Non c’è vittoria, non c’è conquista senza impegno pacifista» o ancora «Fronte unico pacifista contro la guerra imperialista» o «Intelligenza artificiale, inganno criminale». Chi non si solleverebbe con simili parole d’ordine?
Insomma, in piazza ha sfilato quella galassia che, tutta unita dal no alla guerra, a Israele, a Trump, lo scorso fine settimana è andata in massa alle urne, ha contribuito in maniera più che determinante alla vittoria del No, ma è lontana anni luce dai partiti (Avs a parte) che si riconoscono nel centrosinistra parlamentare. Significativi i contenuti di alcuni dei volantini distribuiti durante il corteo: il Partito comunista internazionale sostiene che «guerra e fascismo saranno fermati solo dalla lotta di classe con l’abbattimento rivoluzionario del capitalismo» invocando la rivoluzione comunista e arriva a condannare, pensate, pure «il regime capitalista di Pechino, la via cinese alla falsificazione ormai evidente del socialismo, che vanta ormai la seconda spesa militare al mondo, in continua crescita», mentre il Partito di alternativa comunista dimostra di avere le idee chiare rispetto al centrosinistra: «Anche in Italia le oceaniche manifestazioni e gli scioperi dello scorso autunno hanno dimostrato che la lotta di classe può esplodere mettendo in difficoltà i governi borghesi. La recente vittoria del No al referendum è il sottoprodotto di quelle grandi mobilitazioni. Ma le lotte da sole non bastano: i partiti liberali e riformisti sono pronti a governare per conto dei capitalisti e continuare a colpire le classi povere».
Una vittoria, quindi, quella del No al referendum, rivendicata da queste decine di migliaia di manifestanti, ma fuori da ogni logica politicista. Del resto di quelli che hanno sfilato a Roma evidentemente Pd e M5s non si fidano nemmeno: l’assenza delle bandiere dei due partiti alla manifestazione è l’evidente segnale che i leader temevano scontri, tafferugli, vandalismi. I pentastellati hanno mandato in piazza una minuscola delegazione, composta tra gli altri da Riccardo Ricciardi, capogruppo alla Camera, e dai deputati Francesco Silvestri e Gilda Sportiello. Il segretario del Pd, Elly Schlein, mentre il corteo sfilava, era alla convention di Più Europa, così come Giuseppe Conte, pure lui alla larga dalla manifestazione. Considerato il numero di partecipanti assai superiore alle attese, il corteo, autorizzato dalla questura, si è diretto verso il Verano. È finito tutto a tarallucci e vino, con i manifestanti che si sono rifocillati dopo la lunga camminata.
L’analisi politica da fare è quindi precisa: il popolo del No al referendum, quello che solitamente non va a votare e che, affluendo in massa alle urne, ha determinato lo stop alla riforma, non si riconosce nei partiti di centrosinistra (Avs a parte) e i partiti di centrosinistra non si fidano del popolo del no. Le opposizioni hanno una sfida ai limiti dell’impossibile: convincere queste persone ad andare a votare per loro nel 2027. Uomini e donne compattati ancora intorno a un no, anzi a vari no: alla guerra e quindi al bellicismo di Usa e Israele, al governo Meloni, alle bombe, ai missili, allo sterminio di Gaza, ma pur sempre un corpo estraneo rispetto ai partiti politici. E, quando si tratterà di dire sì (a Conte, alla Schlein, a chiunque si proporrà come alternativa a Giorgia Meloni), molto difficilmente usciranno di nuovo dall’astensionismo in cui si erano fino ad ora rifugiati.
Mai come ieri la distanza tra la piazza e le logiche di potere che già stanno dilaniando il centrosinistra, tra favorevoli e contrari alle primarie, tra ambizioni di leadership e relativi sgambetti, è apparsa così plastica, cristallina. Per Pd e M5s il segnale arrivato dal corteo «No Kings» è, quindi, tutt’altro che favorevole.
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Donald Trump (Ansa)
Il rafforzamento della presenza militare statunitense in Medio Oriente prosegue mentre sul terreno si moltiplicano attacchi, dichiarazioni contraddittorie e rivendicazioni difficili da verificare. Le Guardie rivoluzionarie iraniane hanno annunciato di aver individuato e neutralizzato 120 bombe a grappolo nella provincia meridionale di Fars. Gli ordigni sarebbero stati sganciati durante i raid condotti da Stati Uniti e Israele nei pressi del villaggio di Kafri. L’affermazione non è stata accompagnata da elementi verificabili in modo indipendente e si inserisce in un contesto dominato dalla guerra dell’informazione.
Altri elementi arrivano da un’analisi open source. Il gruppo di ricerca Bellingcat, in un’inchiesta rilanciata dal New York Times, sostiene che gli Usa potrebbero aver disperso mine anti carro nel Sud dell’Iran, forse propedeutiche a un’offensiva via terra. Immagini circolate sui social mostrerebbero ordigni compatibili con mine americane Blu-91 e Blu-92, rilasciate da una bomba a grappolo esplosa in quota. Gli oggetti sarebbero stati individuati a Kafari, vicino alla base missilistica di Shiraz. La tv iraniana ha riferito di possibili vittime, invitando la popolazione a non toccare gli ordigni. Anche in questo caso mancano verifiche indipendenti. A questo si aggiunge il tema dell’intensità degli attacchi statunitensi. Nelle prime quattro settimane di guerra, secondo il Washington Post, gli Stati Uniti avrebbero impiegato oltre 850 missili Tomahawk. Il dato ha spinto il Pentagono a valutare un aumento della disponibilità. Tuttavia, la produzione annua resta limitata a poche centinaia di unità, creando problemi di scorte. Secondo fonti dell’amministrazione, il numero di missili disponibili in Medio Oriente sarebbe già sceso a livelli bassi, con il rischio di avvicinarsi alla fase di «Winchester», cioè l’esaurimento delle munizioni.
Le tensioni si sono intensificate anche dopo un attacco iraniano contro la base aerea Prince Sultan in Arabia Saudita. Media statunitensi riferiscono che almeno dodici soldati americani sono rimasti feriti, due in condizioni gravi. L’attacco avrebbe coinvolto un missile e diversi droni. Teheran ha giustificato l’operazione come rappresaglia contro i Paesi del Golfo accusati di offrire supporto logistico agli Stati Uniti. Anche qui la macchina propagandistica iraniana ha diffuso numeri molto diversi. L’agenzia Fars ha sostenuto che oltre 40 militari americani sarebbero stati colpiti, senza fornire riscontri indipendenti. In questa cornice si inserisce la smentita del Comando centrale degli Stati Uniti su un presunto attacco iraniano a Dubai. «Nessun militare statunitense è stato attaccato a Dubai. Il regime iraniano sta diffondendo menzogne sui social media per nascondere che le sue capacità militari sono innegabilmente sopraffatte e indebolite», ha scritto il Centcom su X. I pasdaran avevano sostenuto che missili e droni iraniani avessero colpito due postazioni negli Emirati Arabi Uniti con oltre 500 soldati americani. L’Iran ha anche rivendicato di aver preso di mira una nave statunitense impegnata, secondo Teheran, in attività di supporto logistico alle operazioni militari americane. L’azione sarebbe avvenuta «a una distanza considerevole» dal porto di Salalah, in Oman. A renderlo noto è stato Ebrahim Zolfaghari, portavoce del Comando militare centrale iraniano, in una dichiarazione trasmessa dalla televisione di Stato. Anche qui, però, non c’è nessuna conferma.
Sul fronte israeliano, un attacco missilistico iraniano ha provocato undici feriti a Eshtaol, nei pressi di Gerusalemme, secondo il servizio di emergenza Magen David Adom. Nel frattempo, il conflitto si intreccia con nuovi equilibri regionali. Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha effettuato visite a sorpresa negli Emirati Arabi Uniti e in Qatar mentre Kiev cerca di utilizzare la propria esperienza nel campo dei droni per aiutare gli Stati del Golfo a contrastare gli attacchi iraniani. Zelensky ha dichiarato che l’Ucraina ha già firmato accordi di sicurezza decennali con Arabia Saudita e Qatar e prevede un’intesa simile con gli Emirati Arabi Uniti. L’Ucraina è diventata uno dei principali produttori di droni intercettori a basso costo, collaudati contro l’invasione russa.
L’aeronautica israeliana ha bombardato il quartier generale dell’Organizzazione iraniana per le industrie marittime, incaricata della produzione di armi e navi militari. Secondo l’Idf, la struttura era responsabile della ricerca e dello sviluppo di armamenti navali, comprese navi di superficie, sottomarine e sistemi senza equipaggio.
Secondo fonti dell’intelligence statunitense, citate da Reuters, dopo circa un mese di guerra gli Stati Uniti avrebbero distrutto circa un terzo dell’arsenale missilistico e dei droni iraniani. Un ulteriore terzo sarebbe danneggiato o nascosto in tunnel e bunker, quindi non immediatamente utilizzabile. Nonostante le perdite, Teheran conserverebbe capacità significative. Il conflitto appare segnato da una crescente sovrapposizione tra operazioni militari, diplomazia parallela e guerra dell’informazione. Le fake news diffuse dai media iraniani, insieme alle rivendicazioni non verificabili, rendono complesso l’accertamento dei fatti.
Vance: «La guerra? Avanti ancora un po’». Pezeshkian si affida al Pakistan «paciere»
Proseguono i tentativi diplomatici per cercare di porre fine al conflitto iraniano. Secondo l’Afp, il Pakistan ospiterà domani dei colloqui con Turchia, Arabia Saudita ed Egitto sulla crisi mediorientale. Non dimentichiamo che proprio il governo di Islamabad sta da giorni cercando di ritagliarsi un ruolo di primo piano nella mediazione tra Washington e Teheran.
Sotto questo aspetto, è significativo un «dettaglio». Ieri, il presidente iraniano, Masoud Pezeshkian, ha avuto una conversazione telefonica con il primo ministro pakistano, Shehbaz Sharif. Nell’occasione, secondo Reuters, «Pezeshkian avrebbe elogiato gli sforzi diplomatici del Pakistan e i due leader avrebbero discusso delle ostilità nella regione e degli sforzi per porre fine al conflitto». Lodando gli sforzi diplomatici di Islamabad, Pezeshkian, che pure ieri ha promesso «ritorsioni» in caso le infrastrutture iraniane dovessero essere colpite, ha implicitamente riconosciuto il lavoro di mediazione che il governo pakistano sta portando avanti tra Teheran e Washington. Questo avvalora l’ipotesi che il regime khomeinista sia al suo interno spaccato tra un’ala dialogante e un’altra che, gravitante attorno ai pasdaran, auspica la linea dura nei confronti degli Stati Uniti. Un ulteriore segnale di questo stato di cose risiede nel fatto che la risposta ufficiale di Teheran al piano di pace della Casa Bianca, originariamente attesa per venerdì, ieri sera non era ancora arrivata.
Nel frattempo, parlando al podcast «Benny Show», il vicepresidente americano, JD Vance, ha affermato che gli Stati Uniti si ritireranno presto dall’Iran. «Il presidente continuerà a insistere ancora per un po' per assicurarsi che, una volta usciti dal Paese, non dovremo più ripetere questa operazione per molto, molto tempo», ha dichiarato, riferendosi a Donald Trump. «Dobbiamo neutralizzare il governo iraniano per un periodo lunghissimo, e questo è l’obiettivo», ha aggiunto. «Credo che il presidente sia stato molto chiaro al riguardo: non ci interessa rimanere in Iran un anno o due. Stiamo portando a termine il nostro compito, ce ne andremo presto e i prezzi del gas torneranno a scendere», ha proseguito.
Le parole del numero due della Casa Bianca sono significative soprattutto alla luce del fatto che proprio lui potrebbe assumere un ruolo di primo piano negli eventuali colloqui tra Washington e Teheran. Se dovesse mettere il suo vice a capo del team negoziale statunitense, ciò confermerebbe la volontà di Trump di chiudere il prima possibile il conflitto, adottando una soluzione venezuelana: scegliere, cioè, come interlocutore un pezzo del vecchio sistema di potere, dopo averlo adeguatamente addomesticato. In particolare, c’è chi ipotizza che il presidente statunitense possa cercare una sponda nell’esercito convenzionale iraniano (l’Artesh) con l’obiettivo di arginare le Guardie della rivoluzione. Fatto sta che la soluzione venezuelana piace poco a Benjamin Netanyahu. Quello stesso Netanyahu con cui, secondo Axios, Vance avrebbe recentemente avuto una telefonata piuttosto tesa. Del resto, già a ottobre si erano registrate delle fibrillazioni tra i due. Trump potrebbe quindi decidere di «schierare» il suo vice anche per spingere il premier israeliano ad allinearsi ai desiderata di Washington, oltre che per tendere la mano a quei settori della base elettorale statunitense che guardano con freddezza al conflitto in Iran, temendo costosi processi di nation building.
Non si sopiscono intanto le tensioni tra Trump e gli alleati della Nato. Secondo quanto riferito dal Telegraph, il presidente americano starebbe valutando la possibilità di ritirare le truppe statunitensi dalla Germania. «A nessun Paese che non contribuisca con il 5% dovrebbe essere consentito di votare sulle future spese della Nato», ha dichiarato alla testata una fonte vicina alla Casa Bianca. La settimana scorsa, Trump si era lamentato dell’Alleanza atlantica, accusandola di scarsa collaborazione nel tentativo di sbloccare lo Stretto di Hormuz. D’altronde, nonostante stia puntando molto sull’iniziativa diplomatica, non è un mistero che il presidente americano continui a tenere sul tavolo un’opzione: l’invasione militare dell’isola di Kharg. Da quest’ultima dipende circa il 90% dell’export iraniano di petrolio. Nel caso la diplomazia fallisse, Trump potrebbe cercare di conquistarla per costringere i pasdaran a riaprire Hormuz. Del resto, al netto del tentativo di avviare dei colloqui con Teheran, il presidente americano continua a tenere alta la pressione militare sul regime khomeinista: nelle scorse ore, è infatti arrivata in Medio Oriente la portaerei Tripoli con a bordo circa 2.500 marines. Non solo.
Il prossimo obiettivo
La Casa Bianca punta anche a isolare ulteriormente l’Iran sotto il profilo internazionale. Venerdì, Trump ha in tal senso detto che «Cuba sarà la prossima» a cadere: non dimentichiamo che il regime castrista è storicamente uno dei principali punti di riferimento di Teheran in America Latina.
Scontro Kallas-Rubio sulle sanzioni a Mosca
La crescente insofferenza di Bruxelles verso la Casa Bianca è venuta a galla durante la riunione dei ministri degli Esteri del G7 a Parigi: l’Alto rappresentante dell’Ue, Kaja Kallas, ha tacciato gli Stati Uniti di essere troppo accondiscendenti con Mosca. E nel farlo, si è rivolta direttamente al segretario di Stato americano, Marco Rubio.
A rivelarlo è Axios: tre fonti hanno raccontato che il vertice è stato caratterizzato da «un teso scambio di battute» tra i due durante le discussioni sull’Ucraina. Davanti a tutti i ministri, Kallas ha ricordato a Rubio che un anno fa, nello stesso forum, aveva detto che se Mosca avesse ostacolato i tentativi americani per arrivare alla pace, Washington avrebbe perso la pazienza e adottato misure più severe contro il Cremlino. È quindi passata ad accusare l’amministrazione americana di non aver adottato una linea dura, ovvero le sanzioni: «È passato un anno e la Russia non si è mossa. Quando finirà la vostra pazienza?» ha chiesto Kallas a Rubio.
Piccata è stata la risposta del segretario di Stato americano, che avrebbe anche alzato la voce: «Stiamo facendo del nostro meglio per porre fine alla guerra. Se pensate di poter fare di meglio, fate pure. Noi ci faremo da parte». Rubio ha peraltro sottolineato che gli Stati Uniti stanno dialogando con entrambi i protagonisti del conflitto, ma che a essere aiutata, in primis con armi e intelligence, è solo l’Ucraina. Dopo il botta e risposta, stando a quanto riferito da una fonte ad Axios, a manifestare l’apprezzamento del lavoro diplomatico svolto dalla Casa Bianca, auspicando che continui, sono stati alcuni ministri europei. E pare che al termine del vertice, dietro le quinte, Kallas e Rubio abbiano cercato di stemperare i toni. Tra l’altro, di fronte ai giornalisti, il segretario di Stato americano ha voluto negare le tensioni.
In merito al timore che Washington dirotti le armi destinate all’Ucraina in Medio Oriente, a fornire qualche rassicurazione, almeno sullo stato attuale, è stato lo stesso presidente ucraino, Volodymyr Zelensky. Come riportato da Interfax, ha dichiarato: «Non è successo nulla del genere. Non posso dire quali saranno gli sviluppi futuri. Credo che dipenda da molti fattori».
Ma è sulle trattative che il leader di Kiev è particolarmente critico, lamentandosi addirittura di essere stato messo all’angolo nei negoziati: «Parliamo con gli Stati Uniti ogni giorno. La nostra squadra negoziale è in contatto con le loro controparti. Ma abbiamo ancora questa difficoltà: ci sentiamo come mediatori in questo processo piuttosto che come parte in causa». Ma non solo. Il punto di frizione con la Casa Bianca riguarda le garanzie. Dopo che Rubio ha smentito le dichiarazioni di Zelensky secondo cui le garanzie di sicurezza americane sono legate al ritiro ucraino dal Donbass, il leader di Kiev è tornato sul punto. Sostenendo di aver rivelato «solo la punta dell’iceberg», ha dichiarato: «Tutti i segnali emersi durante il processo negoziale suggeriscono che potremmo ricevere garanzie di sicurezza dagli Stati Uniti non prima di un cessate il fuoco, non prima della fine della guerra, ma dopo il ritiro delle nostre truppe dal Donbass». La frustrazione del presidente ucraino riguarda anche le restrizioni sulle sedi dei colloqui trilaterali. Zelensky ha dichiarato che Kiev è al lavoro «per garantire che gli incontri si svolgano in Europa, in Turchia, in Svizzera o ovunque. Anche in Medio Oriente».
Ed è proprio in Medio Oriente che Zelensky ha sancito nuovi accordi in materia di difesa durante il tour nei Paesi del Golfo. Dopo l’Arabia Saudita, ieri è stato il turno degli Emirati Arabi Uniti e del Qatar, nel tentativo di portarli nell’orbita ucraina grazie all’esperienza maturata da Kiev sui droni intercettori. Eppure, per l’amministratore delegato di Rheinmetall, Armin Papperger, non sarebbero così efficienti: ha paragonato infatti i velivoli senza pilota ucraini a dei «Lego» e a «un lavoro da casalinga». A suo dire, l’Ucraina non avrebbe fatto passi da gigante, visto che assembla i droni utilizzando componenti già disponibili, anche tramite la stampa 3D.
Intanto, dopo aver incontrato il presidente degli Emirati, Mohamed bin Zayed, e l’emiro del Qatar, Tamim bin Hamad al-Thani, il leader ucraino ha annunciato «partnership decennali». Ai giornalisti ha spiegato: «Abbiamo già firmato un accordo in tal senso con l’Arabia Saudita, abbiamo appena firmato un accordo simile con il Qatar, anch’esso decennale, e ne firmeremo uno con gli Emirati. Nel corso di questi dieci anni, ci siamo impegnati nella costruzione di stabilimenti in entrambi i Paesi, con linee di produzione in Ucraina e in questi Stati». Andando più nello specifico, ha sottolineato che stanno discutendo «diverse aree per garantire una cooperazione reciprocamente vantaggiosa: la prima riguarda gli armamenti, la produzione, lo scambio di esperienze e lo scambio di risorse che potrebbero non essere disponibili in un Paese o nell’altro; la seconda riguarda la cooperazione energetica a lungo termine».
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