True
2023-05-14
Zelensky da Meloni, Mattarella e Papa. Chigi e Vaticano, convergenze parallele
Volodymyr Zelensky e Papa Francesco (Ansa)
La testa a Washington, il cuore in Vaticano: Giorgia Meloni non si discosta di un millimetro dalla rotta tracciata dal sistema di alleanze internazionali, che impone all’Italia di continuare sulla linea della fermezza per quel che riguarda la guerra in Ucraina, ma al tempo stesso spera che il Vaticano possa riuscire nel tentativo, difficilissimo, di aprire un varco che conduca a un percorso di pace tra Kiev e Mosca. Lo dice esplicitamente, la premier, nel corso della conferenza stampa congiunta con Volodymyr Zelensky: «Apprezziamo l’impegno del Papa e della Santa Sede per la pace e siamo molto contenti che il presidente Zelensky vada a incontrare il Pontefice».
Ambienti molto vicini a Meloni, al termine dell’incontro con Zelensky, ci suggeriscono di rileggere quanto affermò il presidente del Consiglio lo scorso 13 marzo, quando partecipò, presso la sede della rivista Civiltà Cattolica, alla presentazione del libro di padre Antonio Spadaro L’Atlante di Francesco. Vaticano e politica internazionale, insieme al segretario di Stato vaticano, il cardinale Pietro Parolin: «Nel ruolo degli Stati nazionali», disse Meloni, «io credo che la cosa più preziosa che si possa fare sia creare un equilibrio tra le forze in campo, che è da sempre la precondizione per qualsiasi tavolo negoziale, perché se qualcuno vince e qualcuno perde non c’è bisogno di mettersi d’accordo. Però, da questo punto di vista, io credo che sia proprio la Santa Sede quella più idonea a favorire una soluzione negoziale», aggiunse Meloni, «perché non ha altro interesse che non sia quello di una soluzione giusta di questo conflitto, non ha un interesse nazionale che muove gli Stati e quindi, inevitabilmente, ha sempre anche delle postille. Quindi io davvero sostengo questo sforzo che ho visto e che spero si intensifichi e sul quale la Santa Sede può assolutamente contare sul nostro aiuto».
Perché l’invito a rileggere queste parole? Semplice: spiegano quanto, a differenza di quanto possa trasparire dalle dichiarazioni ufficiali, Giorgia Meloni sia fiduciosa nella possibilità che papa Francesco riesca davvero a rimettere in moto la macchina della pace, perché il Vaticano non ha «postille» che, invece, può avere il tentativo negoziale messo in campo dalla Cina, considerata sempre e comunque un alleato di Vladimir Putin, e nemmeno ha «interessi nazionali», quelli che invece l’Italia ha eccome, in quanto nazione inserita in un preciso sistema di alleanze economico, militare, politico, dal quale non ci si può discostare.
Così come è molto importante il passaggio di Meloni sulla necessità di «creare un equilibrio tra le forze in campo, che è da sempre la precondizione per qualsiasi tavolo negoziale, perché se qualcuno vince e qualcuno perde non c’è bisogno di mettersi d’accordo»: un concetto che proprio in questi giorni di stallo sul campo di battaglia acquista ancora più valore.
Lo stallo, l’equilibrio tra le forze in campo, è l’unica condizione che può convincere entrambe le parti a negoziare, a scongelare le rispettive posizioni, a intavolare una trattativa che porti, in prospettiva, a fermare il bagno di sangue. In quest’ottica assume un significato simbolico molto profondo il succedersi degli eventi degli ultimi giorni: venerdì scorso papa Francesco e Giorgia Meloni insieme sul palco degli Stati generali della natalità, in un clima cordiale, anzi affettuoso. La scelta di Giorgia di vestirsi di bianco ha scatenato i soliti criticoni a prescindere, ma il bianco altro non è che il colore della pace: Meloni lo ha scelto certamente non per caso, già sapendo che avrebbe suscitato livori e meschinità da parte degli osservatori pregiudizialmente ostili, ma volendo lanciare un messaggio destinato a essere colto solo da chi osserva la situazione internazionale senza preconcetti, esattamente 24 ore prima di incontrare Zelensky e di ribadire il sostegno dell’Italia alla resistenza dell’Ucraina.
Zelensky che, a quanto apprende La Verità, ha ribadito di confidare molto sulla controffensiva, è apparso assai determinato e assolutamente non convinto dalle proposte di mediazioni che sono sul tavolo, a cominciare da quella cinese.
Il cuore in Vaticano, la testa a Washington, i piedi ben saldi in Europa, nella Nato. Giorgia Meloni si trova ad affrontare un compito che definire gravoso è un eufemismo, ma la sua convinzione è granitica: qualsiasi sbandamento dell’Italia, anche di un solo millimetro, rispetto alla linea atlantista, provocherebbe conseguenze pesantissime per il nostro paese, e non produrrebbe alcun risultato concreto per quel che riguarda l’obiettivo di spegnere l’incendio che sta devastando l’Ucraina, l’Europa e il mondo intero. Il terzo vertice del triangolo è poi, naturalmente, il Quirinale. Tra il Capo dello Stato Sergio Mattarella e Meloni la sintonia è totale, la strategia condivisa, l’obiettivo identico: tenere l’Italia saldamente ancorata agli alleati, e se e quando ce ne sarà la possibilità, sostenere l’impegno diplomatico della Santa Sede.
Meloni promette più armi a Zelensky: «Puntiamo sulla vittoria di Kiev»
«L’Italia era ed è dalla parte giusta, dalla parte della verità in questa guerra». Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, nella sua prima visita di Stato in Italia dopo l’inizio del conflitto, ha ribadito la sua gratitudine per la posizione coerente dell’Italia sul sostegno all’Ucraina. La giornata è iniziata con un colloquio al Quirinale con il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Un incontro di 25 minuti in cui si è discusso di pace, di Unione europea con una riflessione sul rapimento di bambini ucraini da parte della Russia.
«Sono in gioco non solo l’indipendenza e l’integrità territoriale dell’Ucraina, ma anche la libertà dei popoli e l’ordine internazionale» avrebbe detto Mattarella al leader ucraino, ribadendo il pieno sostegno al processo di integrazione di Kiev nell’Unione europea: «La decisione dell’Unione europea di avviare il processo di integrazione dell’Ucraina è stata storica». E «l’Italia punta ora ad aiutare l’Ucraina per il raggiungimento dei parametri».
Uno spazio di riflessione è stato dedicato anche al tema del rapimento di bambini ucraini da parte di Mosca. Gli altri argomenti trattati, secondo quanto riferito da fonti del Quirinale, hanno riguardato l’efficacia delle sanzioni economiche alla Russia, la questione della centrale nucleare di Zaporizhzhia, la lotta alle fake news con la necessità di azioni più efficaci a livello europeo, i bombardamenti delle strutture civili, la ricostruzione, i crimini di guerra.
La visita del presidente ucraino è poi proseguita a Palazzo Chigi per l’incontro con il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni. Al suo arrivo, alle 13, i due si sono stretti in un abbraccio e il faccia a faccia, che si è tenuto in inglese senza interpreti, è durato un’ora e dieci, il più lungo della giornata di Zelensky. Dopo il pranzo allargato a entrambe le delegazioni, è arrivato il momento della dichiarazione congiunta alla stampa.
Meloni ha ribadito il pieno e chiarissimo sostegno all’Ucraina, parlando di pace giusta e ricostruzione di cui l’Italia vuole rendersi protagonista: «Abbiamo realizzato lo scorso 26 aprile una grande conferenza per la ricostruzione dell’Ucraina per dimostrare che la nostra nazione vuole svolgere un ruolo di primo piano per la ricostruzione. Noi scommettiamo sulla vittoria dell’Ucraina». Vittoria e pace giusta, queste le parole chiave dell’incontro per sottolineare che un semplice cessate il fuoco, in questo momento, significherebbe resa o addirittura la sconfitta per Kiev. «Non siamo così ipocriti», ha spiegato Meloni, «da chiamare pace qualsiasi cosa che possa somigliare a un’invasione». È per questo che il presidente del Consiglio si è appellata a Mosca per chiedere non solo di fermare l’aggressione ma anche di ritirare le truppe.
Meloni ha poi fatto ampio riferimento alla proposta di pace presentata da Zelensky senza, invece, parlare di altre intermediazioni o missioni, come quella cinese o quella della Santa Sede. «Sosteniamo la formula di pace in 10 punti del presidente Zelensky. E riconosciamo le legittime aspirazioni europee dell’Ucraina». Anche il governo, infatti, si allinea all’auspicio del Quirinale circa l’ingresso dell’Ucraina nella Ue, parlando di un futuro europeo per l’Ucraina. Mentre, sul tema Nato, Meloni si è mostrata più prudente, non parlando esplicitamente di ingresso: «Siamo pronti a sostenere un’ulteriore intensificazione del partenariato dell’Ucraina con la Nato, ne parleremo a Vilnius al vertice di luglio, sarà probabilmente il tema centrale». Il presidente del Consiglio ha parlato anche del sostegno militare: «Continueremo a fornire aiuti, anche militari, perché l’Ucraina possa arrivare ai negoziati con una posizione solida. Questo è importante perché alla pace non si può arrivare con nessuna posizione di resa».
Infine, il premier si è mostrato contento per l’incontro che sarebbe seguito tra Zelensky e papa Francesco: «Conosciamo il forte sentimento d’affetto del Papa per l’Ucraina. Oggi è una giornata importante. E lo ribadiamo ancora una volta: l’Italia c’è».
La dichiarazione di Zelensky è stata più asciutta e sintetica e, al contrario di Meloni, non ha mai fatto riferimento al successivo incontro con papa Francesco. Ha iniziato il suo discorso ringraziando direttamente «Giorgia per il suo sostegno personale». Ha rivolto un messaggio di gratitudine anche agli italiani che hanno accolto i cittadini ucraina in fuga dalla guerra. «La guerra è sul nostro territorio, ma noi abbiamo scelto la pace. Grazie per l’assistenza che ci date per difendere le famiglie ucraine, le case dei nostri civili e le vite dei nostri militari. Forse qualcuno non ha visto cos’è l’aggressione russa».
Anche il premier ucraino ha ricordato la proposta di pace in dieci punti presentata da Kiev ormai qualche mese fa. Ha poi parlato di Europa e anche di Nato. «L’Europa «per noi è molto importante, rispetteremo tutte le indicazioni richieste per entrare nell’Ue». E, riguardo alla Nato, ha detto che l’Ucraina si sta già comportando come un Paese dell’Alleanza atlantica, in attesa della decisione del summit.
Nessuno dei due leader ha speso parole per commentare l’iniziativa di intermediazione della Cina (il delegato cinese è impegnato in un tour europeo che si concluderà a Mosca), probabilmente perché Pechino insiste per ottenere il cessate il fuoco che però, senza ritiro delle truppe di Mosca, significherebbe la resa di Kiev.
Zelensky si è, poi, spostato di pochi km, nella Città del Vaticano, per l’incontro con papa Francesco. Il presidente ucraino è entrato nell’auletta per l’incontro con il Papa alle 16.10, uscendone 40 minuti dopo. La formula di pace di Kiev e la condanna dei crimini russi sono stati tra i temi affrontati. «Ho chiesto» al Pontefice «di condannare i crimini russi in Ucraina perché non può esserci uguaglianza tra la vittima e l’aggressore», ha scritto Zelensky su Telegram. Aggiungendo: «Ho anche parlato della nostra formula di pace come dell’unico algoritmo efficace per raggiungere una pace giusta. Il Papa si è offerto di unirsi alla sua attuazione». Più sfumata la versione del Vaticano: «Il Papa ha assicurato la sua preghiera costante. Il Papa ha sottolineato in particolare la necessità urgente di “gesti di umanità” nei confronti delle persone più fragili, vittime innocenti del conflitto».
Continua a leggereRiduci
Il presidente del Consiglio italiano, ufficialmente, non si discosta dalla linea della fermezza dettata dalle alleanze internazionali. Però spera che Francesco possa avviare trattative di pace. Una convergenza tra le sponde del Tevere «benedetta» dal Quirinale.Conclusa la visita a Roma del leader ucraino: con il presidente della Repubblica ha parlato di integrazione del suo Paese nell’Ue. Il premier ha assicurato nuovi aiuti militari: «Non ci basta un semplice cessate il fuoco, Putin ritiri le truppe».Lo speciale contiene due articoli.La testa a Washington, il cuore in Vaticano: Giorgia Meloni non si discosta di un millimetro dalla rotta tracciata dal sistema di alleanze internazionali, che impone all’Italia di continuare sulla linea della fermezza per quel che riguarda la guerra in Ucraina, ma al tempo stesso spera che il Vaticano possa riuscire nel tentativo, difficilissimo, di aprire un varco che conduca a un percorso di pace tra Kiev e Mosca. Lo dice esplicitamente, la premier, nel corso della conferenza stampa congiunta con Volodymyr Zelensky: «Apprezziamo l’impegno del Papa e della Santa Sede per la pace e siamo molto contenti che il presidente Zelensky vada a incontrare il Pontefice». Ambienti molto vicini a Meloni, al termine dell’incontro con Zelensky, ci suggeriscono di rileggere quanto affermò il presidente del Consiglio lo scorso 13 marzo, quando partecipò, presso la sede della rivista Civiltà Cattolica, alla presentazione del libro di padre Antonio Spadaro L’Atlante di Francesco. Vaticano e politica internazionale, insieme al segretario di Stato vaticano, il cardinale Pietro Parolin: «Nel ruolo degli Stati nazionali», disse Meloni, «io credo che la cosa più preziosa che si possa fare sia creare un equilibrio tra le forze in campo, che è da sempre la precondizione per qualsiasi tavolo negoziale, perché se qualcuno vince e qualcuno perde non c’è bisogno di mettersi d’accordo. Però, da questo punto di vista, io credo che sia proprio la Santa Sede quella più idonea a favorire una soluzione negoziale», aggiunse Meloni, «perché non ha altro interesse che non sia quello di una soluzione giusta di questo conflitto, non ha un interesse nazionale che muove gli Stati e quindi, inevitabilmente, ha sempre anche delle postille. Quindi io davvero sostengo questo sforzo che ho visto e che spero si intensifichi e sul quale la Santa Sede può assolutamente contare sul nostro aiuto». Perché l’invito a rileggere queste parole? Semplice: spiegano quanto, a differenza di quanto possa trasparire dalle dichiarazioni ufficiali, Giorgia Meloni sia fiduciosa nella possibilità che papa Francesco riesca davvero a rimettere in moto la macchina della pace, perché il Vaticano non ha «postille» che, invece, può avere il tentativo negoziale messo in campo dalla Cina, considerata sempre e comunque un alleato di Vladimir Putin, e nemmeno ha «interessi nazionali», quelli che invece l’Italia ha eccome, in quanto nazione inserita in un preciso sistema di alleanze economico, militare, politico, dal quale non ci si può discostare. Così come è molto importante il passaggio di Meloni sulla necessità di «creare un equilibrio tra le forze in campo, che è da sempre la precondizione per qualsiasi tavolo negoziale, perché se qualcuno vince e qualcuno perde non c’è bisogno di mettersi d’accordo»: un concetto che proprio in questi giorni di stallo sul campo di battaglia acquista ancora più valore. Lo stallo, l’equilibrio tra le forze in campo, è l’unica condizione che può convincere entrambe le parti a negoziare, a scongelare le rispettive posizioni, a intavolare una trattativa che porti, in prospettiva, a fermare il bagno di sangue. In quest’ottica assume un significato simbolico molto profondo il succedersi degli eventi degli ultimi giorni: venerdì scorso papa Francesco e Giorgia Meloni insieme sul palco degli Stati generali della natalità, in un clima cordiale, anzi affettuoso. La scelta di Giorgia di vestirsi di bianco ha scatenato i soliti criticoni a prescindere, ma il bianco altro non è che il colore della pace: Meloni lo ha scelto certamente non per caso, già sapendo che avrebbe suscitato livori e meschinità da parte degli osservatori pregiudizialmente ostili, ma volendo lanciare un messaggio destinato a essere colto solo da chi osserva la situazione internazionale senza preconcetti, esattamente 24 ore prima di incontrare Zelensky e di ribadire il sostegno dell’Italia alla resistenza dell’Ucraina. Zelensky che, a quanto apprende La Verità, ha ribadito di confidare molto sulla controffensiva, è apparso assai determinato e assolutamente non convinto dalle proposte di mediazioni che sono sul tavolo, a cominciare da quella cinese. Il cuore in Vaticano, la testa a Washington, i piedi ben saldi in Europa, nella Nato. Giorgia Meloni si trova ad affrontare un compito che definire gravoso è un eufemismo, ma la sua convinzione è granitica: qualsiasi sbandamento dell’Italia, anche di un solo millimetro, rispetto alla linea atlantista, provocherebbe conseguenze pesantissime per il nostro paese, e non produrrebbe alcun risultato concreto per quel che riguarda l’obiettivo di spegnere l’incendio che sta devastando l’Ucraina, l’Europa e il mondo intero. Il terzo vertice del triangolo è poi, naturalmente, il Quirinale. Tra il Capo dello Stato Sergio Mattarella e Meloni la sintonia è totale, la strategia condivisa, l’obiettivo identico: tenere l’Italia saldamente ancorata agli alleati, e se e quando ce ne sarà la possibilità, sostenere l’impegno diplomatico della Santa Sede.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/zelensky-da-meloni-mattarella-papa-2660127970.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="meloni-promette-piu-armi-a-zelensky-puntiamo-sulla-vittoria-di-kiev" data-post-id="2660127970" data-published-at="1684040096" data-use-pagination="False"> Meloni promette più armi a Zelensky: «Puntiamo sulla vittoria di Kiev» «L’Italia era ed è dalla parte giusta, dalla parte della verità in questa guerra». Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, nella sua prima visita di Stato in Italia dopo l’inizio del conflitto, ha ribadito la sua gratitudine per la posizione coerente dell’Italia sul sostegno all’Ucraina. La giornata è iniziata con un colloquio al Quirinale con il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Un incontro di 25 minuti in cui si è discusso di pace, di Unione europea con una riflessione sul rapimento di bambini ucraini da parte della Russia. «Sono in gioco non solo l’indipendenza e l’integrità territoriale dell’Ucraina, ma anche la libertà dei popoli e l’ordine internazionale» avrebbe detto Mattarella al leader ucraino, ribadendo il pieno sostegno al processo di integrazione di Kiev nell’Unione europea: «La decisione dell’Unione europea di avviare il processo di integrazione dell’Ucraina è stata storica». E «l’Italia punta ora ad aiutare l’Ucraina per il raggiungimento dei parametri». Uno spazio di riflessione è stato dedicato anche al tema del rapimento di bambini ucraini da parte di Mosca. Gli altri argomenti trattati, secondo quanto riferito da fonti del Quirinale, hanno riguardato l’efficacia delle sanzioni economiche alla Russia, la questione della centrale nucleare di Zaporizhzhia, la lotta alle fake news con la necessità di azioni più efficaci a livello europeo, i bombardamenti delle strutture civili, la ricostruzione, i crimini di guerra. La visita del presidente ucraino è poi proseguita a Palazzo Chigi per l’incontro con il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni. Al suo arrivo, alle 13, i due si sono stretti in un abbraccio e il faccia a faccia, che si è tenuto in inglese senza interpreti, è durato un’ora e dieci, il più lungo della giornata di Zelensky. Dopo il pranzo allargato a entrambe le delegazioni, è arrivato il momento della dichiarazione congiunta alla stampa. Meloni ha ribadito il pieno e chiarissimo sostegno all’Ucraina, parlando di pace giusta e ricostruzione di cui l’Italia vuole rendersi protagonista: «Abbiamo realizzato lo scorso 26 aprile una grande conferenza per la ricostruzione dell’Ucraina per dimostrare che la nostra nazione vuole svolgere un ruolo di primo piano per la ricostruzione. Noi scommettiamo sulla vittoria dell’Ucraina». Vittoria e pace giusta, queste le parole chiave dell’incontro per sottolineare che un semplice cessate il fuoco, in questo momento, significherebbe resa o addirittura la sconfitta per Kiev. «Non siamo così ipocriti», ha spiegato Meloni, «da chiamare pace qualsiasi cosa che possa somigliare a un’invasione». È per questo che il presidente del Consiglio si è appellata a Mosca per chiedere non solo di fermare l’aggressione ma anche di ritirare le truppe. Meloni ha poi fatto ampio riferimento alla proposta di pace presentata da Zelensky senza, invece, parlare di altre intermediazioni o missioni, come quella cinese o quella della Santa Sede. «Sosteniamo la formula di pace in 10 punti del presidente Zelensky. E riconosciamo le legittime aspirazioni europee dell’Ucraina». Anche il governo, infatti, si allinea all’auspicio del Quirinale circa l’ingresso dell’Ucraina nella Ue, parlando di un futuro europeo per l’Ucraina. Mentre, sul tema Nato, Meloni si è mostrata più prudente, non parlando esplicitamente di ingresso: «Siamo pronti a sostenere un’ulteriore intensificazione del partenariato dell’Ucraina con la Nato, ne parleremo a Vilnius al vertice di luglio, sarà probabilmente il tema centrale». Il presidente del Consiglio ha parlato anche del sostegno militare: «Continueremo a fornire aiuti, anche militari, perché l’Ucraina possa arrivare ai negoziati con una posizione solida. Questo è importante perché alla pace non si può arrivare con nessuna posizione di resa». Infine, il premier si è mostrato contento per l’incontro che sarebbe seguito tra Zelensky e papa Francesco: «Conosciamo il forte sentimento d’affetto del Papa per l’Ucraina. Oggi è una giornata importante. E lo ribadiamo ancora una volta: l’Italia c’è». La dichiarazione di Zelensky è stata più asciutta e sintetica e, al contrario di Meloni, non ha mai fatto riferimento al successivo incontro con papa Francesco. Ha iniziato il suo discorso ringraziando direttamente «Giorgia per il suo sostegno personale». Ha rivolto un messaggio di gratitudine anche agli italiani che hanno accolto i cittadini ucraina in fuga dalla guerra. «La guerra è sul nostro territorio, ma noi abbiamo scelto la pace. Grazie per l’assistenza che ci date per difendere le famiglie ucraine, le case dei nostri civili e le vite dei nostri militari. Forse qualcuno non ha visto cos’è l’aggressione russa». Anche il premier ucraino ha ricordato la proposta di pace in dieci punti presentata da Kiev ormai qualche mese fa. Ha poi parlato di Europa e anche di Nato. «L’Europa «per noi è molto importante, rispetteremo tutte le indicazioni richieste per entrare nell’Ue». E, riguardo alla Nato, ha detto che l’Ucraina si sta già comportando come un Paese dell’Alleanza atlantica, in attesa della decisione del summit. Nessuno dei due leader ha speso parole per commentare l’iniziativa di intermediazione della Cina (il delegato cinese è impegnato in un tour europeo che si concluderà a Mosca), probabilmente perché Pechino insiste per ottenere il cessate il fuoco che però, senza ritiro delle truppe di Mosca, significherebbe la resa di Kiev. Zelensky si è, poi, spostato di pochi km, nella Città del Vaticano, per l’incontro con papa Francesco. Il presidente ucraino è entrato nell’auletta per l’incontro con il Papa alle 16.10, uscendone 40 minuti dopo. La formula di pace di Kiev e la condanna dei crimini russi sono stati tra i temi affrontati. «Ho chiesto» al Pontefice «di condannare i crimini russi in Ucraina perché non può esserci uguaglianza tra la vittima e l’aggressore», ha scritto Zelensky su Telegram. Aggiungendo: «Ho anche parlato della nostra formula di pace come dell’unico algoritmo efficace per raggiungere una pace giusta. Il Papa si è offerto di unirsi alla sua attuazione». Più sfumata la versione del Vaticano: «Il Papa ha assicurato la sua preghiera costante. Il Papa ha sottolineato in particolare la necessità urgente di “gesti di umanità” nei confronti delle persone più fragili, vittime innocenti del conflitto».
Antonio Decaro (Imagoeconomica)
La richiesta si basa, in gran parte, su una sentenza del Tar dell’Emilia-Romagna, a cui la Regione fortino del Pd - che con Michele De Pascale punta ad ergersi capofila nazionale delle politiche sanitarie autonome regionali - si è appellata per evitare di erogare, retroattivamente, gli stessi emolumenti, mai corrisposti, ai propri camici bianchi. La pretesa restituzione dei compensi, che per ogni singolo medico ammonterebbe a circa 70.000 euro, è arrivata la sera di Capodanno, lanciata via Pec alle 20.48 da qualche dirigente bontempone, ma ora rischia di trasformarsi in una valanga. I medici di base, infatti, non hanno preso bene l’idea di dover restituire decine di migliaia di euro a testa all’ente che per anni li ha erogati senza battere ciglio e, oltre ad aver dato mandato ai legali di resistere in giudizio a quello che definiscono «un vero furto», minacciano di fare «non uno, ma quattro passi indietro» nei confronti degli impegni assunti con Regione in relazione alle Case di Comunità, finanziate con 350 milioni di euro di fondi Pnrr, tra i fiori all’occhiello della campagna elettorale di Decaro. «Stiamo reagendo dal punto di vista legale sia a livello regionale che di singole Asl e abbiamo già dato mandato ai legali per impugnare la circolare e ottenerne la sospensiva immediata della direttiva regionale», spiega Antonio De Maria, segretario regionale del sindacato dei medici Fimmg. «La situazione del sistema sanitario della Puglia è già al collasso e in questo momento ci vuole coesione e grande collaborazione tra le parti. Innescare adesso un meccanismo del genere è pericolosissimo e ci auguriamo che questa richiesta, arrivata con modalità offensive dal dipartimento regionale della Sanità, non abbia l’avvallo politico. Avvisiamo già che non ci fermeremo e che a fronte di questo atto siamo pronti a rimettere completamente in discussione la nostra presenza e collaborazione al progetto delle Case di Comunità dell’intero territorio regionale». I sindacati dei medici sono uniti in questa battaglia: «Quanto avvenuto è sconcertante e si tratta di un attacco inopportuno e, a nostro parere, totalmente illegittimo. Appariamo come professionisti che hanno percepito dei soldi che non gli spettavano: è assolutamente falso. Quest’azione rappresenta l’espressione della situazione caotica che ormai da un anno viviamo nell’organizzazione della medicina territoriale a livello pugliese. Se qualcuno pensa di risanare in questo modo le finanze regionali, tagli dove si spreca», ha aggiunto Luigi Nigri, segretario regionale Puglia e vicepresidente nazionale Finp. Eppure, nonostante la posta in gioco, non sarà semplice per Decaro fare un passo indietro sulla questione. Rinunciare al prelievo dalle tasche dei dottori significherebbe, infatti, sconfessare la linea dell’Emilia-Romagna, che quegli stessi assegni, negli ultimi dieci anni, ai suoi medici non li ha mai versati e che ora rischia - a causa di un’azione legale partita da Rimini - di dover sborsare oltre 100 milioni di euro in un colpo solo. La Regione rossa, infatti, è in attesa del pronunciamento della Cassazione e, negli ambienti, si racconta che qualche settimana fa, presso la sede romana della Sisac - Struttura interregionale sanitari convenzionati, ossia il luogo in cui si costruiscono gli Accordi nazionali collettivi che stabiliscono gli emolumenti per i sanitari - si è tenuta una plenaria durante la quale, sul tema dei compensi ai medici, è stata dettata e condivisa una linea comune. Il mandato più o meno esplicito sarebbe stato quello di «evitare di pagare per non far finire nei guai chi non ha nulla in cassa». In sostanza, marciare uniti a scapito dei camici bianchi. E a quanto pare, la Puglia ha preso l’indicazione come un ordine. «Mi pare sia evidente che la sinistra in Italia abbia perso qualsiasi titolo per parlare di sanità: chiedono di aumentare le risorse che hanno tagliato durante i loro governi e stanno dimostrando di non saper neppure gestire quelle che hanno nelle Regioni che governano. La situazione che si è venuta a creare in Puglia credo sia abbastanza emblematica; tra l’altro la Puglia ha erogato questi integrativi, così Decaro si è fatto bello per le elezioni regionali ed oggi, dopo la vittoria, gli chiede indietro ai medici di base a cui magari pochi mesi fa chiedeva il voto», commenta il senatore Fdi Marco Lisei. «Un comportamento immorale, che però non lascia immune da critiche neppure la Regione Emilia-Romagna, che quegli integrativi avrebbe dovuto coprirli. Ora serve chiarezza, ma soprattutto servono tutele per i professionisti sanitari. Per questo come governo abbiamo destinato risorse dedicate per aumentare gli stipendi e tutelare chi nel corso degli anni ha tenuto in piedi il sistema sanitario mentre la sinistra lo sfasciava». Il prossimo 12 gennaio, per Decaro, sarà una data importante: il report sulla realizzazione delle Case di Comunità verrà trasmesso all’Autorità di missione Pnrr, presso il ministero della Salute, per una valutazione sullo stato di avanzamento del progetto. La promessa - nonché condizione necessaria per il raggiungimento del target e dunque per l’ottenimento dei fondi Pnrr - è che al 30 giugno 2026 la Puglia avrà 123 Case di comunità, ma la Corte dei Conti, che ha già un fascicolo aperto sui ritardi nella realizzazione delle opere, ha ricordato esplicitamente che per essere soddisfatto pienamente il target di giugno «non implica solo la realizzazione, ma la completa messa a disposizione delle strutture dotate di tutte le attrezzature necessarie al funzionamento». Medici compresi.
Continua a leggereRiduci
iStock
La riaffermazione di tale principio si accompagna, tuttavia, nella stessa sentenza n. 204/2025, alla declaratoria di illegittimità costituzionale dell’articolo 7 della legge regionale oggetto di ricorso, che, apparentemente in linea con il suddetto principio, impegnava le aziende sanitarie locali a fornire all’aspirante suicida «il supporto tecnico e farmacologico nonché l’assistenza sanitaria per la preparazione all’autosomministrazione del farmaco autorizzato».
L’incostituzionalità di tale disposizione - afferma la Corte - è dovuta al fatto che essa «invade la riserva allo Stato della fissazione dei principi fondamentali in materia di tutela della salute», dal momento che non si limita a semplici «norme di dettaglio» attuative dei suddetti principi, ma avrebbe dato luogo a «una illegittima determinazione degli stessi da parte della legislazione regionale». Giova, in proposito, ricordare che la tutela della salute è, appunto, una delle materie in cui, ai sensi dell’articolo 117, comma III, della Costituzione, la potestà legislativa spetta alle Regioni, «salvo che per la determinazione dei principi fondamentali, riservati alla legislazione dello Stato».
Il ragionamento della Corte non farebbe una grinza se non fosse per il fatto che, nella sentenza n. 204/2025, la stessa Corte ha cura di precisare che la ritenuta incostituzionalità dell’articolo 7 della legge regionale toscana «lascia intatto il diritto», riconosciuto all’aspirante suicida dalla sentenza n. 132/ 2025, «di ottenere dalle aziende del Servizio sanitario regionale il farmaco, i dispositivi eventualmente occorrenti all’autosomministrazione, nonché l’assistenza sanitaria anche durante l’esecuzione di questa procedura». Ciò in forza della «portata autoapplicativa» da riconoscersi - afferma sempre la Corte - alla suddetta sentenza. Ma una sentenza della Corte Costituzionale che abbia «portata autoapplicativa» e nella quale vengano - come nel caso di specie - dettati principi del tutto analoghi a quelli che potrebbero essere stabiliti con legge dello Stato, dovrebbe, con ogni evidenza, essere considerata idonea ad assolvere alla stessa funzione che l’articolo 117, comma III, della Costituzione assegna alla legge statale per la determinazione dei principi fondamentali ai quali dovrebbe poi attenersi la legislazione regionale. L’articolo 7 della legge regionale toscana, quindi, siccome del tutto aderente a quanto stabilito dalla Corte Costituzionale con la sentenza in questione, non sarebbe stato da dichiarare incostituzionale.
La declaratoria di incostituzionalità si rivela, però, paradossalmente, corretta proprio considerando che, in realtà, contrariamente a quanto ritenuto dalla Corte, al principio affermato nella sentenza n. 132/2025 e confermato in quella n. 204/2025 non sembra affatto che possa attribuirsi carattere vincolante e meno che mai, quindi, «portata autoapplicativa». Si tratta, infatti, di un principio che non è in alcun modo conseguenziale alla già ricordata sentenza della stessa Corte n. 242/2019, essendosi questa limitata a rendere non punibile, a determinate condizioni, mediante declaratoria di parziale incostituzionalità dell’articolo 580 del codice penale, la condotta di chi presti aiuto al suicidio, senza con ciò attribuire all’aspirante suicida alcun diritto a ottenere quell’aiuto da parte di chicchessia, ivi compreso il Servizio sanitario nazionale. A quest’ultimo, infatti, la Corte affida il solo compito di accertare che le suddette condizioni siano effettivamente sussistenti e che le modalità stabilite dall’interessato e dal medico di sua fiducia per l’esecuzione del suicidio non siano tali da offendere la dignità della persona e cagionarle sofferenze.
Lo stesso principio, inoltre, non può neppure dirsi funzionale alla decisione a suo tempo assunta con la sentenza n. 132/2025, in cui esso è enunciato, dal momento che tale sentenza, a sostegno della ritenuta inammissibilità della questione di legittimità costituzionale dell’articolo 579 del codice penale, che punisce l’omicidio del consenziente, fece essenzialmente leva sul fatto che, contrariamente a quanto affermato dai ricorrenti, non poteva dirsi accertata, in linea di fatto, l’assoluta irreperibilità, sul mercato, di strumenti che consentissero all’aspirante suicida, nonostante la sua condizione di paraplegico, l’autonoma assunzione del farmaco mortale. L’affermazione che del reperimento di quegli strumenti dovesse farsi carico, se necessario, il Servizio sanitario nazionale, rispondendo ciò a un diritto dell’interessato, aveva carattere meramente incidentale (c.d. «obiter dictum»); il che, secondo quanto pacificamente ritenuto dalla dottrina giuridica, esclude in radice che ad essa possa attribuirsi carattere vincolante tanto nei confronti del Servizio sanitario nazionale quanto in quelli del legislatore ordinario.
Non può in alcun modo condividersi, quindi, l’opinione di chi - come il senatore del Pd Alfredo Bazoli, secondo quanto riferito sulla Verità del 31 dicembre scorso nell’articolo a firma di Carlo Tarallo - sostiene che il legislatore ordinario, nel dettare la disciplina generale in materia di fine vita, non potrebbe «in alcun modo derogare» al principio in questione giacché quello in esso affermato sarebbe «un diritto pienamente riconosciuto e dunque pienamente eseguibile». Deve invece ritenersi, al contrario, che il legislatore ordinario sia perfettamente libero di seguire o non seguire l’indicazione della Corte Costituzionale circa il ruolo da attribuirsi al Servizio sanitario nazionale, senza che, nella seconda di tali ipotesi, la sua scelta possa cadere, alla prima occasione, sotto la mannaia della stessa Corte; ciò sempre che, naturalmente, quest’ultima resista alla ricorrente tentazione di esorbitare dai limiti delle proprie funzioni; sul che, ovviamente, dati i numerosi precedenti, nessuno può azzardarsi a mettere la mano sul fuoco.
Continua a leggereRiduci
«Io sono notizia» (Netflix)
Non una biografia, ma un modo, più accattivante del solo accademico, di ripercorrere la storia dell'Italia: gli anni Novanta e il momento, senza data precisa, in cui il confine tra vita privata e pubblica apparenza, tra famiglia e spettacolo, si è fatto labile.
Fabrizio Corona - Io sono notizia, docuserie in cinque episodi disponibile su Netflix a partire da venerdì 9 gennaio, promette di sfruttare la parabola di un singolo individuo (opportunamente discusso e divisivo) per trovare, poi, gli stilemi di un racconto universale. Non è Corona, dunque, re dei paparazzi, ma il sistema moderno, declinato nel nostro Paese sul berlusconismo, sulla faziosità, vera o presunta, dei media, sul modo in cui il giornalismo si è progressivamente piegato al gossip e alla ricerca della notorietà, dimenticando ogni deontologia professionale.
Io sono notizia, il cui avvento Fabrizio Corona ha annunciato sui propri social network in pompa magna, con l'orgoglio di chi non ha paura di veder riproposta la propria crescita umana, prende il via da lontano. Fabrizio è giovane, figlio di un padre - Vittorio Corona - tanto visionario e talentuoso quanto ingombrante. Corona, padre, avrebbe cambiato il volto dell'editoria, salvo poi essere fatto fuori da quella stessa gente che diceva apprezzarlo. Fabrizio, ragazzo, è cresciuto così, con il complesso, forse inconscio, di dover tenere il passo del genitore, esserne all'altezza. L'ambiente del padre, dunque, è stato l'obiettivo del figlio. Che, diversamente, però, ha deciso di sfruttarlo in altro modo. Fabrizio Corona avrebbe messo in ginocchio i salotti bene, e il gossip sarebbe stato merce di scambio. Lo strappo, che la docuserie ricostruisce, sarebbe arrivato con Vallettopoli e le accuse di estorsione.
Allora, il re dei paparazzi avrebbe perso parte del proprio appeal, trasformandosi nel bersaglio di una giustizia che, per alcuni, ne avrebbe fatto un capro espiatorio. Quel che segue sono processi, dibattiti, prime pagine e opinioni, è lo scontro fra chi considera Corona un demone e chi, invece, lo vorrebbe assolto.
Quel che segue è la rapida ascesa dei social network, di cui il re Mida del gossip ha saputo intuire il potenziale e le criticità, sfruttandoli, come nessun altro, per tessere la propria tela. Ed è qui, tra le pieghe di questa metamorfosi, da ragazzo d'oro a figura confusa, che Netflix racconta essere nato il Fabrizio di oggi, l'essere capace di fare della propria vita un'opera, d'arte o meno sia dibattuto in altra sede.
Continua a leggereRiduci