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2023-05-14
Zelensky da Meloni, Mattarella e Papa. Chigi e Vaticano, convergenze parallele
Volodymyr Zelensky e Papa Francesco (Ansa)
La testa a Washington, il cuore in Vaticano: Giorgia Meloni non si discosta di un millimetro dalla rotta tracciata dal sistema di alleanze internazionali, che impone all’Italia di continuare sulla linea della fermezza per quel che riguarda la guerra in Ucraina, ma al tempo stesso spera che il Vaticano possa riuscire nel tentativo, difficilissimo, di aprire un varco che conduca a un percorso di pace tra Kiev e Mosca. Lo dice esplicitamente, la premier, nel corso della conferenza stampa congiunta con Volodymyr Zelensky: «Apprezziamo l’impegno del Papa e della Santa Sede per la pace e siamo molto contenti che il presidente Zelensky vada a incontrare il Pontefice».
Ambienti molto vicini a Meloni, al termine dell’incontro con Zelensky, ci suggeriscono di rileggere quanto affermò il presidente del Consiglio lo scorso 13 marzo, quando partecipò, presso la sede della rivista Civiltà Cattolica, alla presentazione del libro di padre Antonio Spadaro L’Atlante di Francesco. Vaticano e politica internazionale, insieme al segretario di Stato vaticano, il cardinale Pietro Parolin: «Nel ruolo degli Stati nazionali», disse Meloni, «io credo che la cosa più preziosa che si possa fare sia creare un equilibrio tra le forze in campo, che è da sempre la precondizione per qualsiasi tavolo negoziale, perché se qualcuno vince e qualcuno perde non c’è bisogno di mettersi d’accordo. Però, da questo punto di vista, io credo che sia proprio la Santa Sede quella più idonea a favorire una soluzione negoziale», aggiunse Meloni, «perché non ha altro interesse che non sia quello di una soluzione giusta di questo conflitto, non ha un interesse nazionale che muove gli Stati e quindi, inevitabilmente, ha sempre anche delle postille. Quindi io davvero sostengo questo sforzo che ho visto e che spero si intensifichi e sul quale la Santa Sede può assolutamente contare sul nostro aiuto».
Perché l’invito a rileggere queste parole? Semplice: spiegano quanto, a differenza di quanto possa trasparire dalle dichiarazioni ufficiali, Giorgia Meloni sia fiduciosa nella possibilità che papa Francesco riesca davvero a rimettere in moto la macchina della pace, perché il Vaticano non ha «postille» che, invece, può avere il tentativo negoziale messo in campo dalla Cina, considerata sempre e comunque un alleato di Vladimir Putin, e nemmeno ha «interessi nazionali», quelli che invece l’Italia ha eccome, in quanto nazione inserita in un preciso sistema di alleanze economico, militare, politico, dal quale non ci si può discostare.
Così come è molto importante il passaggio di Meloni sulla necessità di «creare un equilibrio tra le forze in campo, che è da sempre la precondizione per qualsiasi tavolo negoziale, perché se qualcuno vince e qualcuno perde non c’è bisogno di mettersi d’accordo»: un concetto che proprio in questi giorni di stallo sul campo di battaglia acquista ancora più valore.
Lo stallo, l’equilibrio tra le forze in campo, è l’unica condizione che può convincere entrambe le parti a negoziare, a scongelare le rispettive posizioni, a intavolare una trattativa che porti, in prospettiva, a fermare il bagno di sangue. In quest’ottica assume un significato simbolico molto profondo il succedersi degli eventi degli ultimi giorni: venerdì scorso papa Francesco e Giorgia Meloni insieme sul palco degli Stati generali della natalità, in un clima cordiale, anzi affettuoso. La scelta di Giorgia di vestirsi di bianco ha scatenato i soliti criticoni a prescindere, ma il bianco altro non è che il colore della pace: Meloni lo ha scelto certamente non per caso, già sapendo che avrebbe suscitato livori e meschinità da parte degli osservatori pregiudizialmente ostili, ma volendo lanciare un messaggio destinato a essere colto solo da chi osserva la situazione internazionale senza preconcetti, esattamente 24 ore prima di incontrare Zelensky e di ribadire il sostegno dell’Italia alla resistenza dell’Ucraina.
Zelensky che, a quanto apprende La Verità, ha ribadito di confidare molto sulla controffensiva, è apparso assai determinato e assolutamente non convinto dalle proposte di mediazioni che sono sul tavolo, a cominciare da quella cinese.
Il cuore in Vaticano, la testa a Washington, i piedi ben saldi in Europa, nella Nato. Giorgia Meloni si trova ad affrontare un compito che definire gravoso è un eufemismo, ma la sua convinzione è granitica: qualsiasi sbandamento dell’Italia, anche di un solo millimetro, rispetto alla linea atlantista, provocherebbe conseguenze pesantissime per il nostro paese, e non produrrebbe alcun risultato concreto per quel che riguarda l’obiettivo di spegnere l’incendio che sta devastando l’Ucraina, l’Europa e il mondo intero. Il terzo vertice del triangolo è poi, naturalmente, il Quirinale. Tra il Capo dello Stato Sergio Mattarella e Meloni la sintonia è totale, la strategia condivisa, l’obiettivo identico: tenere l’Italia saldamente ancorata agli alleati, e se e quando ce ne sarà la possibilità, sostenere l’impegno diplomatico della Santa Sede.
Meloni promette più armi a Zelensky: «Puntiamo sulla vittoria di Kiev»
«L’Italia era ed è dalla parte giusta, dalla parte della verità in questa guerra». Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, nella sua prima visita di Stato in Italia dopo l’inizio del conflitto, ha ribadito la sua gratitudine per la posizione coerente dell’Italia sul sostegno all’Ucraina. La giornata è iniziata con un colloquio al Quirinale con il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Un incontro di 25 minuti in cui si è discusso di pace, di Unione europea con una riflessione sul rapimento di bambini ucraini da parte della Russia.
«Sono in gioco non solo l’indipendenza e l’integrità territoriale dell’Ucraina, ma anche la libertà dei popoli e l’ordine internazionale» avrebbe detto Mattarella al leader ucraino, ribadendo il pieno sostegno al processo di integrazione di Kiev nell’Unione europea: «La decisione dell’Unione europea di avviare il processo di integrazione dell’Ucraina è stata storica». E «l’Italia punta ora ad aiutare l’Ucraina per il raggiungimento dei parametri».
Uno spazio di riflessione è stato dedicato anche al tema del rapimento di bambini ucraini da parte di Mosca. Gli altri argomenti trattati, secondo quanto riferito da fonti del Quirinale, hanno riguardato l’efficacia delle sanzioni economiche alla Russia, la questione della centrale nucleare di Zaporizhzhia, la lotta alle fake news con la necessità di azioni più efficaci a livello europeo, i bombardamenti delle strutture civili, la ricostruzione, i crimini di guerra.
La visita del presidente ucraino è poi proseguita a Palazzo Chigi per l’incontro con il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni. Al suo arrivo, alle 13, i due si sono stretti in un abbraccio e il faccia a faccia, che si è tenuto in inglese senza interpreti, è durato un’ora e dieci, il più lungo della giornata di Zelensky. Dopo il pranzo allargato a entrambe le delegazioni, è arrivato il momento della dichiarazione congiunta alla stampa.
Meloni ha ribadito il pieno e chiarissimo sostegno all’Ucraina, parlando di pace giusta e ricostruzione di cui l’Italia vuole rendersi protagonista: «Abbiamo realizzato lo scorso 26 aprile una grande conferenza per la ricostruzione dell’Ucraina per dimostrare che la nostra nazione vuole svolgere un ruolo di primo piano per la ricostruzione. Noi scommettiamo sulla vittoria dell’Ucraina». Vittoria e pace giusta, queste le parole chiave dell’incontro per sottolineare che un semplice cessate il fuoco, in questo momento, significherebbe resa o addirittura la sconfitta per Kiev. «Non siamo così ipocriti», ha spiegato Meloni, «da chiamare pace qualsiasi cosa che possa somigliare a un’invasione». È per questo che il presidente del Consiglio si è appellata a Mosca per chiedere non solo di fermare l’aggressione ma anche di ritirare le truppe.
Meloni ha poi fatto ampio riferimento alla proposta di pace presentata da Zelensky senza, invece, parlare di altre intermediazioni o missioni, come quella cinese o quella della Santa Sede. «Sosteniamo la formula di pace in 10 punti del presidente Zelensky. E riconosciamo le legittime aspirazioni europee dell’Ucraina». Anche il governo, infatti, si allinea all’auspicio del Quirinale circa l’ingresso dell’Ucraina nella Ue, parlando di un futuro europeo per l’Ucraina. Mentre, sul tema Nato, Meloni si è mostrata più prudente, non parlando esplicitamente di ingresso: «Siamo pronti a sostenere un’ulteriore intensificazione del partenariato dell’Ucraina con la Nato, ne parleremo a Vilnius al vertice di luglio, sarà probabilmente il tema centrale». Il presidente del Consiglio ha parlato anche del sostegno militare: «Continueremo a fornire aiuti, anche militari, perché l’Ucraina possa arrivare ai negoziati con una posizione solida. Questo è importante perché alla pace non si può arrivare con nessuna posizione di resa».
Infine, il premier si è mostrato contento per l’incontro che sarebbe seguito tra Zelensky e papa Francesco: «Conosciamo il forte sentimento d’affetto del Papa per l’Ucraina. Oggi è una giornata importante. E lo ribadiamo ancora una volta: l’Italia c’è».
La dichiarazione di Zelensky è stata più asciutta e sintetica e, al contrario di Meloni, non ha mai fatto riferimento al successivo incontro con papa Francesco. Ha iniziato il suo discorso ringraziando direttamente «Giorgia per il suo sostegno personale». Ha rivolto un messaggio di gratitudine anche agli italiani che hanno accolto i cittadini ucraina in fuga dalla guerra. «La guerra è sul nostro territorio, ma noi abbiamo scelto la pace. Grazie per l’assistenza che ci date per difendere le famiglie ucraine, le case dei nostri civili e le vite dei nostri militari. Forse qualcuno non ha visto cos’è l’aggressione russa».
Anche il premier ucraino ha ricordato la proposta di pace in dieci punti presentata da Kiev ormai qualche mese fa. Ha poi parlato di Europa e anche di Nato. «L’Europa «per noi è molto importante, rispetteremo tutte le indicazioni richieste per entrare nell’Ue». E, riguardo alla Nato, ha detto che l’Ucraina si sta già comportando come un Paese dell’Alleanza atlantica, in attesa della decisione del summit.
Nessuno dei due leader ha speso parole per commentare l’iniziativa di intermediazione della Cina (il delegato cinese è impegnato in un tour europeo che si concluderà a Mosca), probabilmente perché Pechino insiste per ottenere il cessate il fuoco che però, senza ritiro delle truppe di Mosca, significherebbe la resa di Kiev.
Zelensky si è, poi, spostato di pochi km, nella Città del Vaticano, per l’incontro con papa Francesco. Il presidente ucraino è entrato nell’auletta per l’incontro con il Papa alle 16.10, uscendone 40 minuti dopo. La formula di pace di Kiev e la condanna dei crimini russi sono stati tra i temi affrontati. «Ho chiesto» al Pontefice «di condannare i crimini russi in Ucraina perché non può esserci uguaglianza tra la vittima e l’aggressore», ha scritto Zelensky su Telegram. Aggiungendo: «Ho anche parlato della nostra formula di pace come dell’unico algoritmo efficace per raggiungere una pace giusta. Il Papa si è offerto di unirsi alla sua attuazione». Più sfumata la versione del Vaticano: «Il Papa ha assicurato la sua preghiera costante. Il Papa ha sottolineato in particolare la necessità urgente di “gesti di umanità” nei confronti delle persone più fragili, vittime innocenti del conflitto».
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Il presidente del Consiglio italiano, ufficialmente, non si discosta dalla linea della fermezza dettata dalle alleanze internazionali. Però spera che Francesco possa avviare trattative di pace. Una convergenza tra le sponde del Tevere «benedetta» dal Quirinale.Conclusa la visita a Roma del leader ucraino: con il presidente della Repubblica ha parlato di integrazione del suo Paese nell’Ue. Il premier ha assicurato nuovi aiuti militari: «Non ci basta un semplice cessate il fuoco, Putin ritiri le truppe».Lo speciale contiene due articoli.La testa a Washington, il cuore in Vaticano: Giorgia Meloni non si discosta di un millimetro dalla rotta tracciata dal sistema di alleanze internazionali, che impone all’Italia di continuare sulla linea della fermezza per quel che riguarda la guerra in Ucraina, ma al tempo stesso spera che il Vaticano possa riuscire nel tentativo, difficilissimo, di aprire un varco che conduca a un percorso di pace tra Kiev e Mosca. Lo dice esplicitamente, la premier, nel corso della conferenza stampa congiunta con Volodymyr Zelensky: «Apprezziamo l’impegno del Papa e della Santa Sede per la pace e siamo molto contenti che il presidente Zelensky vada a incontrare il Pontefice». Ambienti molto vicini a Meloni, al termine dell’incontro con Zelensky, ci suggeriscono di rileggere quanto affermò il presidente del Consiglio lo scorso 13 marzo, quando partecipò, presso la sede della rivista Civiltà Cattolica, alla presentazione del libro di padre Antonio Spadaro L’Atlante di Francesco. Vaticano e politica internazionale, insieme al segretario di Stato vaticano, il cardinale Pietro Parolin: «Nel ruolo degli Stati nazionali», disse Meloni, «io credo che la cosa più preziosa che si possa fare sia creare un equilibrio tra le forze in campo, che è da sempre la precondizione per qualsiasi tavolo negoziale, perché se qualcuno vince e qualcuno perde non c’è bisogno di mettersi d’accordo. Però, da questo punto di vista, io credo che sia proprio la Santa Sede quella più idonea a favorire una soluzione negoziale», aggiunse Meloni, «perché non ha altro interesse che non sia quello di una soluzione giusta di questo conflitto, non ha un interesse nazionale che muove gli Stati e quindi, inevitabilmente, ha sempre anche delle postille. Quindi io davvero sostengo questo sforzo che ho visto e che spero si intensifichi e sul quale la Santa Sede può assolutamente contare sul nostro aiuto». Perché l’invito a rileggere queste parole? Semplice: spiegano quanto, a differenza di quanto possa trasparire dalle dichiarazioni ufficiali, Giorgia Meloni sia fiduciosa nella possibilità che papa Francesco riesca davvero a rimettere in moto la macchina della pace, perché il Vaticano non ha «postille» che, invece, può avere il tentativo negoziale messo in campo dalla Cina, considerata sempre e comunque un alleato di Vladimir Putin, e nemmeno ha «interessi nazionali», quelli che invece l’Italia ha eccome, in quanto nazione inserita in un preciso sistema di alleanze economico, militare, politico, dal quale non ci si può discostare. Così come è molto importante il passaggio di Meloni sulla necessità di «creare un equilibrio tra le forze in campo, che è da sempre la precondizione per qualsiasi tavolo negoziale, perché se qualcuno vince e qualcuno perde non c’è bisogno di mettersi d’accordo»: un concetto che proprio in questi giorni di stallo sul campo di battaglia acquista ancora più valore. Lo stallo, l’equilibrio tra le forze in campo, è l’unica condizione che può convincere entrambe le parti a negoziare, a scongelare le rispettive posizioni, a intavolare una trattativa che porti, in prospettiva, a fermare il bagno di sangue. In quest’ottica assume un significato simbolico molto profondo il succedersi degli eventi degli ultimi giorni: venerdì scorso papa Francesco e Giorgia Meloni insieme sul palco degli Stati generali della natalità, in un clima cordiale, anzi affettuoso. La scelta di Giorgia di vestirsi di bianco ha scatenato i soliti criticoni a prescindere, ma il bianco altro non è che il colore della pace: Meloni lo ha scelto certamente non per caso, già sapendo che avrebbe suscitato livori e meschinità da parte degli osservatori pregiudizialmente ostili, ma volendo lanciare un messaggio destinato a essere colto solo da chi osserva la situazione internazionale senza preconcetti, esattamente 24 ore prima di incontrare Zelensky e di ribadire il sostegno dell’Italia alla resistenza dell’Ucraina. Zelensky che, a quanto apprende La Verità, ha ribadito di confidare molto sulla controffensiva, è apparso assai determinato e assolutamente non convinto dalle proposte di mediazioni che sono sul tavolo, a cominciare da quella cinese. Il cuore in Vaticano, la testa a Washington, i piedi ben saldi in Europa, nella Nato. Giorgia Meloni si trova ad affrontare un compito che definire gravoso è un eufemismo, ma la sua convinzione è granitica: qualsiasi sbandamento dell’Italia, anche di un solo millimetro, rispetto alla linea atlantista, provocherebbe conseguenze pesantissime per il nostro paese, e non produrrebbe alcun risultato concreto per quel che riguarda l’obiettivo di spegnere l’incendio che sta devastando l’Ucraina, l’Europa e il mondo intero. Il terzo vertice del triangolo è poi, naturalmente, il Quirinale. Tra il Capo dello Stato Sergio Mattarella e Meloni la sintonia è totale, la strategia condivisa, l’obiettivo identico: tenere l’Italia saldamente ancorata agli alleati, e se e quando ce ne sarà la possibilità, sostenere l’impegno diplomatico della Santa Sede.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/zelensky-da-meloni-mattarella-papa-2660127970.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="meloni-promette-piu-armi-a-zelensky-puntiamo-sulla-vittoria-di-kiev" data-post-id="2660127970" data-published-at="1684040096" data-use-pagination="False"> Meloni promette più armi a Zelensky: «Puntiamo sulla vittoria di Kiev» «L’Italia era ed è dalla parte giusta, dalla parte della verità in questa guerra». Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, nella sua prima visita di Stato in Italia dopo l’inizio del conflitto, ha ribadito la sua gratitudine per la posizione coerente dell’Italia sul sostegno all’Ucraina. La giornata è iniziata con un colloquio al Quirinale con il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Un incontro di 25 minuti in cui si è discusso di pace, di Unione europea con una riflessione sul rapimento di bambini ucraini da parte della Russia. «Sono in gioco non solo l’indipendenza e l’integrità territoriale dell’Ucraina, ma anche la libertà dei popoli e l’ordine internazionale» avrebbe detto Mattarella al leader ucraino, ribadendo il pieno sostegno al processo di integrazione di Kiev nell’Unione europea: «La decisione dell’Unione europea di avviare il processo di integrazione dell’Ucraina è stata storica». E «l’Italia punta ora ad aiutare l’Ucraina per il raggiungimento dei parametri». Uno spazio di riflessione è stato dedicato anche al tema del rapimento di bambini ucraini da parte di Mosca. Gli altri argomenti trattati, secondo quanto riferito da fonti del Quirinale, hanno riguardato l’efficacia delle sanzioni economiche alla Russia, la questione della centrale nucleare di Zaporizhzhia, la lotta alle fake news con la necessità di azioni più efficaci a livello europeo, i bombardamenti delle strutture civili, la ricostruzione, i crimini di guerra. La visita del presidente ucraino è poi proseguita a Palazzo Chigi per l’incontro con il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni. Al suo arrivo, alle 13, i due si sono stretti in un abbraccio e il faccia a faccia, che si è tenuto in inglese senza interpreti, è durato un’ora e dieci, il più lungo della giornata di Zelensky. Dopo il pranzo allargato a entrambe le delegazioni, è arrivato il momento della dichiarazione congiunta alla stampa. Meloni ha ribadito il pieno e chiarissimo sostegno all’Ucraina, parlando di pace giusta e ricostruzione di cui l’Italia vuole rendersi protagonista: «Abbiamo realizzato lo scorso 26 aprile una grande conferenza per la ricostruzione dell’Ucraina per dimostrare che la nostra nazione vuole svolgere un ruolo di primo piano per la ricostruzione. Noi scommettiamo sulla vittoria dell’Ucraina». Vittoria e pace giusta, queste le parole chiave dell’incontro per sottolineare che un semplice cessate il fuoco, in questo momento, significherebbe resa o addirittura la sconfitta per Kiev. «Non siamo così ipocriti», ha spiegato Meloni, «da chiamare pace qualsiasi cosa che possa somigliare a un’invasione». È per questo che il presidente del Consiglio si è appellata a Mosca per chiedere non solo di fermare l’aggressione ma anche di ritirare le truppe. Meloni ha poi fatto ampio riferimento alla proposta di pace presentata da Zelensky senza, invece, parlare di altre intermediazioni o missioni, come quella cinese o quella della Santa Sede. «Sosteniamo la formula di pace in 10 punti del presidente Zelensky. E riconosciamo le legittime aspirazioni europee dell’Ucraina». Anche il governo, infatti, si allinea all’auspicio del Quirinale circa l’ingresso dell’Ucraina nella Ue, parlando di un futuro europeo per l’Ucraina. Mentre, sul tema Nato, Meloni si è mostrata più prudente, non parlando esplicitamente di ingresso: «Siamo pronti a sostenere un’ulteriore intensificazione del partenariato dell’Ucraina con la Nato, ne parleremo a Vilnius al vertice di luglio, sarà probabilmente il tema centrale». Il presidente del Consiglio ha parlato anche del sostegno militare: «Continueremo a fornire aiuti, anche militari, perché l’Ucraina possa arrivare ai negoziati con una posizione solida. Questo è importante perché alla pace non si può arrivare con nessuna posizione di resa». Infine, il premier si è mostrato contento per l’incontro che sarebbe seguito tra Zelensky e papa Francesco: «Conosciamo il forte sentimento d’affetto del Papa per l’Ucraina. Oggi è una giornata importante. E lo ribadiamo ancora una volta: l’Italia c’è». La dichiarazione di Zelensky è stata più asciutta e sintetica e, al contrario di Meloni, non ha mai fatto riferimento al successivo incontro con papa Francesco. Ha iniziato il suo discorso ringraziando direttamente «Giorgia per il suo sostegno personale». Ha rivolto un messaggio di gratitudine anche agli italiani che hanno accolto i cittadini ucraina in fuga dalla guerra. «La guerra è sul nostro territorio, ma noi abbiamo scelto la pace. Grazie per l’assistenza che ci date per difendere le famiglie ucraine, le case dei nostri civili e le vite dei nostri militari. Forse qualcuno non ha visto cos’è l’aggressione russa». Anche il premier ucraino ha ricordato la proposta di pace in dieci punti presentata da Kiev ormai qualche mese fa. Ha poi parlato di Europa e anche di Nato. «L’Europa «per noi è molto importante, rispetteremo tutte le indicazioni richieste per entrare nell’Ue». E, riguardo alla Nato, ha detto che l’Ucraina si sta già comportando come un Paese dell’Alleanza atlantica, in attesa della decisione del summit. Nessuno dei due leader ha speso parole per commentare l’iniziativa di intermediazione della Cina (il delegato cinese è impegnato in un tour europeo che si concluderà a Mosca), probabilmente perché Pechino insiste per ottenere il cessate il fuoco che però, senza ritiro delle truppe di Mosca, significherebbe la resa di Kiev. Zelensky si è, poi, spostato di pochi km, nella Città del Vaticano, per l’incontro con papa Francesco. Il presidente ucraino è entrato nell’auletta per l’incontro con il Papa alle 16.10, uscendone 40 minuti dopo. La formula di pace di Kiev e la condanna dei crimini russi sono stati tra i temi affrontati. «Ho chiesto» al Pontefice «di condannare i crimini russi in Ucraina perché non può esserci uguaglianza tra la vittima e l’aggressore», ha scritto Zelensky su Telegram. Aggiungendo: «Ho anche parlato della nostra formula di pace come dell’unico algoritmo efficace per raggiungere una pace giusta. Il Papa si è offerto di unirsi alla sua attuazione». Più sfumata la versione del Vaticano: «Il Papa ha assicurato la sua preghiera costante. Il Papa ha sottolineato in particolare la necessità urgente di “gesti di umanità” nei confronti delle persone più fragili, vittime innocenti del conflitto».
Papa Leone XIV (Ansa)
L’ennesimo codazzo del disordine sinodale è la pubblicazione del rapporto finale del nono Gruppo di studio sulle «questioni dottrinali, pastorali ed etiche emergenti». In sostanza, il rapporto con i fedeli Lgbt. L’ennesima mina che a Robert Francis Prevost toccherà disinnescare, dopo il caso delle benedizioni gay in Germania.
La relazione, infatti, cerca di occultare, dietro l’uso della neolingua catto-woke, un vero e proprio assalto al magistero. Lo si intuisce già dallo slittamento semantico che propone: gli autori dicono di ritenere «più appropriato qualificare le questioni in oggetto come questioni “emergenti” piuttosto che come questioni “controverse”». Essi annunciano, così, un «cambio di paradigma», che consentirebbe di trattare certe situazioni non più alla stregua di un «problema» da risolvere, evidenziando invece «la qualità globale dell’impegno che concerne l’insieme della comunità ecclesiale e l’integralità della persona», oltre che rimandando a «una possibile risorsa da discernere nella “conversazione nello Spirito” e nella “conversione relazionale”». Cristallino, eh? Se Gesù si fosse espresso in questi termini, non si sarebbe capito nemmeno da solo.
Quel che si capisce benissimo è dove che vogliano andare a parare le 24 pagine (su 32 totali) che precedono la prima occorrenza della parola «omosessuali»: a legittimare, appunto, le relazioni gay. Se non il matrimonio tra persone dello stesso sesso.
Al volumetto sono state allegate alcune testimonianze anonime, in particolare una proveniente dal Portogallo e l’altra dagli Stati Uniti, di cattolici Lgbt accolti dalle locali comunità ecclesiali, dopo un periodo di travagli e discriminazioni.
Il fedele lusitano allude apertamente al «mio matrimonio» e a «mio marito». Matrimonio. Marito. La Chiesa ritiene che l’unione omosessuale sia equiparabile alle nozze tra uomo e donna? Strano, perché il Dicastero per la Dottrina della fede, pur retto dal bergogliano Víctor Manuel Fernández, ha appena diffuso il testo di una lettera che il cardinale, nel 2024, indirizzò a monsignor Stephen Ackermann, vescovo di Trier, in risposta alla posizione della Conferenza episcopale tedesca sulle «benedizioni per le coppie che si amano». Il capo dell’ex Sant’Uffizio spiegava che, nonostante Fiducia Supplicans avesse liberalizzato - in modo maldestro - la pratica di benedire le unioni irregolari, la Chiesa di Germania si stava spingendo troppo in là. Tucho ricordava che la Chiesa «non ha il potere di conferire la sua benedizione liturgica» a coppie omosessuali e divorziati risposati, che non voleva «legittimare nulla» né «sancire […] nulla» e che non bisognava, dunque, «creare confusione», introducendo un «rito liturgico» o «forme di benedizioni simili a sacramentali». Tirare fuori quella missiva è stata la risposta della Santa Sede, ora guidata dal pontefice americano, all’ennesima fuga in avanti dei teutonici: il cardinale Reinhard Marx ha chiesto ai sacerdoti della sua diocesi, Monaco e Frisinga, di mettere a «fondamento della pratica pastorale» le benedizioni già bocciate dal Dicastero della Fede.
Ma nel rapporto del Gruppo di studio n. 9 del Sinodo compare un’intervista dagli Usa, che è ancora più esplicita di quella realizzata in Portogallo. La corrispondente vaticana Diane Montagna ha identificato il testimone statunitense, il quale ringrazia Dio «per mio marito» e si presenta come l’autore del libro Lgbtq catholic ministry, past and present, che reca la prefazione del noto prete arcobaleno, il gesuita James Martin. L’innominato, allora, non può che essere Jason Steidl: è l’uomo la cui foto con il compagno, mentre entrambi venivano benedetti dallo stesso padre Martin, comparve il 21 dicembre 2023 sul New York Times, scatenando un vespaio di polemiche. L’immagine, in effetti, somigliava alla celebrazione di un matrimonio gay.
D’altronde, nel comitato di teologi che ha prodotto il documento compaiono figure quali Maurizio Chiodi, sostenitore della pastorale Lgbt e convinto che, in alcune circostanze, gli atti omosessuali siano «moralmente buoni». Tutto coerente con i toni della relazione sinodale, che per giustificare l’inosservanza della dottrina pattina tra espressioni alate e retoriche evanescenti: la «narrazione», la «cultura della trasparenza» e quella «del rendiconto e della valutazione», il dovere di accogliere le «istanze che le pratiche credenti esprimono e mettono in atto», nonché di piegare i principi alle esigenze dei «contesti».
Se la decisione di nominare vescovi senza il consenso di Roma romperà, per ovvi motivi, la comunione della Fraternità San Pio X con la Santa Sede, sarebbe bizzarro se il Vaticano non iniziasse a prendere provvedimenti seri anche per arginare queste martellanti campagne di demolizione del magistero «da sinistra». Per il Papa chiamato a riparare le crepe che si erano aperte durante il pontificato di Francesco, lo scisma arcobaleno è più allarmante degli attacchi di Trump. Il presidente Usa non è eterno e le sue sparate, semmai, stanno compattando i cattolici. La vera grana - il Vangelo insegna - un regno ce l’ha quando si divide in sé stesso.
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A Roma, al termine del Med9, il vicepremier Antonio Tajani annuncia la nascita di una coalizione tra Ue, Balcani, Golfo, Nord Africa e Lega Araba per garantire sicurezza alimentare e accesso ai fertilizzanti attraverso lo stretto di Hormuz dopo un cessate il fuoco stabile.
Laura Boldrini (Ansa)
La missione guidata da Laura Boldrini nei campi sahrawi si inserisce in un contesto altamente sensibile, tra accuse sul ruolo dell’Algeria nella destabilizzazione del Sahara e del Sahel e la controversa posizione del Fronte Polisario, che alimentano tensioni politiche e diplomatiche.
La recente missione istituzionale del Comitato permanente della Camera sui diritti umani nei campi sahrawi di Tindouf arriva in uno dei momenti più delicati per la sicurezza del Sahel. Una visita che rischia di trasformarsi in un errore politico e diplomatico. Dietro la narrativa umanitaria sul Fronte Polisario e sulla causa sahrawi si muovono infatti accuse pesantissime che chiamano in causa il ruolo dell’Algeria e dell’Iran nella destabilizzazione del Sahara e del Mali attraverso reti jihadiste, infiltrazioni dei servizi segreti e gruppi armati utilizzati come strumenti geopolitici.
La delegazione guidata da Laura Boldrini ha visitato i campi profughi di Tindouf, in Algeria, per incontrare esponenti del Fronte Polisario, movimento nato nel 1973 e sostenuto da Algeri. Prima della visita ai campi, i parlamentari italiani hanno visto anche le autorità algerine, compreso il vicepresidente del Parlamento. Formalmente si è trattato di una missione dedicata ai diritti umani e alla situazione del popolo sahrawi. Politicamente, però, il viaggio rischia di essere interpretato come una legittimazione di un sistema opaco attorno al quale ruotano accuse di collusioni con reti jihadiste e traffici nel Sahel.
A rendere ancora più controversa questa visita è la recente posizione degli Stati Uniti. Washington ha infatti condannato gli attacchi attribuiti al Fronte Polisario contro la città di Smara, nel Sahara Occidentale, sostenendo che tali azioni compromettano gli sforzi diplomatici e minaccino la stabilità regionale. In un messaggio pubblicato su X, la missione americana presso le Nazioni Unite ha denunciato violenze «contrarie allo spirito dei recenti negoziati», chiedendo una soluzione definitiva del conflitto nel Sahara. Nel frattempo anche l’Unione Europea ha rafforzato il sostegno al piano di autonomia proposto dal Marocco come base per la soluzione della controversia. Durante una visita ufficiale a Rabat, l’Alta rappresentante dell’Ue per gli Affari esteri, Kaja Kallas, ha dichiarato che «una vera autonomia potrebbe rappresentare una delle soluzioni più realistiche» per arrivare a una soluzione politica definitiva. Kallas ha inoltre invitato tutte le parti a partecipare ai negoziati «senza precondizioni e sulla base del piano di autonomia presentato dal Marocco».
La posizione europea, approvata dai 27 Stati membri, è stata formalizzata in un comunicato congiunto diffuso al termine dell’incontro con il ministro degli Esteri marocchino Nasser Bourita. Bruxelles ha inoltre accolto favorevolmente la Risoluzione 2797 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, che sostiene il rilancio del processo politico sulla base dell’iniziativa marocchina di autonomia sotto sovranità di Rabat. Un orientamento che rappresenta un ulteriore isolamento politico del Fronte Polisario e della linea sostenuta dall’Algeria. A denunciare il ruolo ambiguo di Algeri è soprattutto l’antropologo britannico Jeremy H. Keenan, autore di The Dark Sahara, testo che descrive il rapporto tra servizi segreti algerini e terrorismo islamista nel Nord Africa. Secondo Keenan, dalla fine degli anni Novanta il Mali settentrionale sarebbe stato trasformato in un laboratorio di destabilizzazione controllata.
In quel periodo numerosi militanti del GIA, il Gruppo Islamico Armato protagonista della guerra civile algerina, sarebbero stati progressivamente spinti verso il Sahara. Non come una forza militare visibile, ma come una presenza destinata a radicarsi tra le comunità tuareg attraverso matrimoni, commerci e traffici illegali. L’obiettivo sarebbe stato creare nel Sahel un ecosistema instabile ma controllabile. Per Keenan la svolta avvenne dopo l’11 settembre 2001. Il presidente algerino Abdelaziz Bouteflika comprese che la guerra globale al terrorismo lanciata dagli Stati Uniti poteva diventare un’enorme opportunità strategica. L’Algeria usciva dal Decennio Nero, segnato da massacri, accuse contro esercito e servizi segreti, isolamento internazionale e sanzioni. Aveva bisogno di ricostruire la propria immagine e ottenere nuove forniture militari occidentali.
Secondo Keenan, Algeri doveva presentarsi come un partner indispensabile nella lotta al terrorismo. Ma per riuscirci era necessario che la minaccia jihadista si espandesse nel Sahara. Le accuse diventano ancora più gravi quando Keenan affronta il ruolo del DRS, i servizi segreti algerini. Nel suo libro sostiene che il DRS non si sarebbe limitato a infiltrare i gruppi islamisti, ma avrebbe contribuito direttamente alla loro creazione e manipolazione. Arriva persino a sostenere che Djamel Zitouni, storico leader del GIA, fosse controllato dai servizi algerini.
Keenan cita anche le dichiarazioni di John Schindler, ex funzionario dell’intelligence americana, secondo cui il GIA sarebbe stato in larga parte una creazione del DRS, utilizzata per screditare gli islamisti attraverso massacri indiscriminati e attentati. Questo schema, sostiene Keenan, sarebbe stato successivamente esportato nel Sahel attraverso il GSPC, poi trasformato in AQMI, Al-Qaeda nel Maghreb Islamico. Secondo questa ricostruzione, l’Algeria avrebbe favorito anche l’ascesa di gruppi come MUJAO e Ansar al-Din per colpire politicamente i movimenti tuareg laici e autonomisti. Nel 2003 il rapimento di 32 turisti europei nel Sahara da parte del gruppo guidato da Amari Saifi, noto come «El Para», ex militare delle forze speciali algerine, segnò un punto di svolta. L’episodio venne utilizzato per presentare il Sahara come nuovo fronte di Al-Qaeda e favorì il dispiegamento occidentale nel Sahel attraverso l’Iniziativa Pan-Sahel, antenata dell’AFRICOM americano.
Le conseguenze furono devastanti soprattutto per le popolazioni tuareg. Il turismo sahariano crollò, intere economie locali vennero distrutte e le comunità nomadi finirono associate al terrorismo internazionale. Nel 2012, dopo la caduta di Gheddafi in Libia e il ritorno nel Sahel di combattenti tuareg armati, scoppiò la nuova rivolta dell’Azawad. Il MNLA proclamò l’indipendenza del nord del Mali, ma poco dopo AQMI, Ansar al-Din e MUJAO presero il controllo delle principali città del nord. Per Keenan anche questa dinamica sarebbe stata favorita dal DRS algerino per impedire il consolidamento di un’entità tuareg autonoma. Dietro la partita militare si muovevano anche enormi interessi energetici. I bacini di Taoudeni e Gao, ricchi di petrolio, gas, oro e uranio, rappresentano una delle grandi poste strategiche del Sahara. Secondo Keenan, Algeri avrebbe utilizzato la propria influenza politica per favorire Sonatrach e ottenere concessioni energetiche nel nord del Mali. È in questo contesto che la visita della delegazione italiana nei campi di Tindouf appare profondamente inopportuna. Quei campi non sono semplicemente un simbolo umanitario, ma uno dei centri nevralgici di una crisi geopolitica e securitaria che da anni alimenta instabilità nel Sahel. Mentre il Mali sprofonda nel caos, i gruppi jihadisti proliferano e il Sahel continua a trasformarsi in una delle aree più instabili del pianeta, una visita istituzionale italiana nei campi controllati dal Polisario rischia dunque di assumere un significato politico ben diverso da quello ufficialmente dichiarato.
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Ansa
Prefetto e i vertici delle forze dell’ordine hanno valutato bene contesto, circostanze e condizioni e ieri hanno comunicato agli organizzatori dell’iniziativa che il raduno degli esponenti di estrema destra, quindi, non si terrà più in piazza Galvani, nel centro storico, ma in piazza della Pace. Le motivazioni della scelta sono ben chiare: l’obiettivo è quello di evitare possibili scontri e momenti di tensione e conflitti ideologici che potrebbero degenerare. Quello che si potrebbe temere è che ci possano essere anche delle contro manifestazioni da parte di collettivi che non gradiscono l’operato del raduno della Remigrazione. In realtà, al momento, non si ha notizia di eventuali proteste da parte di altri movimenti. Però sia la scelta della precedente location che, adesso, lo spostamento del luogo hanno sollevato un mare di polemiche.
Collettivi e movimenti di sinistra non volevano la manifestazione nel centro storico; mentre gli organizzatori non sono soddisfatti di questo spostamento. Ieri mattina, sono stati convocati in Questura e hanno appreso del cambiamento del luogo dell’evento, nonostante ne avessero avuto conferma. La manifestazione è in programma per le 16 di sabato e prevede la formazione di un presidio finalizzato alla raccolta firme per la legge sulla remigrazione. Stefano Colato, referente per Bologna del comitato «Remigrazione e Riconquista», ha spiegato perché è stata scelta quella piazza: «Non c’è stato praticamente margine di trattativa, ci hanno consegnato una lista di prescrizioni per qualsiasi posto a parte piazza della Pace. Ci hanno assegnato d’ufficio quella piazza». In realtà, dopo il divieto di riunirsi in piazza Galvani, nel centro storico, gli organizzatori avevano proposto di spostarsi in altri luoghi della città come piazza Minghetti o piazza Carducci. Ma nessuna loro richiesta è stata accolta. E come ha precisato Colato non c’è stato modo di far accogliere la loro richiesta: «Ripeto: non c’è stato margine di trattativa. Il motivo della necessità dello spostamento? Ragioni di ordine pubblico, ci è stato detto». Da quanto è emerso i partecipanti non dovrebbero essere tantissimi, tra i cento e i centocinquanta.
In realtà, l’organizzazione del raduno della Remigrazione ha sollevato non poche polemiche e creato diverse tensioni perché, da quanto è emerso nel corso di una riunione, il sindaco di Bologna Matteo Lepore e la sua Giunta avrebbero espresso più volte il loro disaccordo allo svolgimento della manifestazione. Il loro timore è che questo evento possa degenerare causando momenti di violenza e aggressioni fisiche. Alla fine, quindi, al termine del vertice in Prefettura, si è deciso di proseguire sul terreno della prudenza e cercare una location che possa garantire la sicurezza e tutelare l’incolumità pubblica. Tutto si dovrà svolgere senza alcun rischio ed evitando qualsiasi tipi di disordine. Galeazzo Bignami, capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera, è rimasto molto «deluso» dallo spostamento della location dell’evento e all’agenzia Dire ha spiegato il perché: «Con lo spostamento della manifestazione per la remigrazione prevista sabato a Bologna in piazza Galvani, ma appunto traslocata in piazza della Pace, si è fatta una scelta che premia i prepotenti. Si crea un precedente per il quale manifestazioni che qualcuno sostiene essere foriere di problemi di ordine pubblico non si possono svolgere come previsto. Da ora in poi anche le manifestazioni dei Pro Pal e dei violenti, quelli davvero violenti, vengano decentrate. Altrimenti passerebbe il messaggio che è la sinistra che decide chi può dire cosa e dove, il che è inaccettabile».
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