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2023-05-14
Zelensky da Meloni, Mattarella e Papa. Chigi e Vaticano, convergenze parallele
Volodymyr Zelensky e Papa Francesco (Ansa)
La testa a Washington, il cuore in Vaticano: Giorgia Meloni non si discosta di un millimetro dalla rotta tracciata dal sistema di alleanze internazionali, che impone all’Italia di continuare sulla linea della fermezza per quel che riguarda la guerra in Ucraina, ma al tempo stesso spera che il Vaticano possa riuscire nel tentativo, difficilissimo, di aprire un varco che conduca a un percorso di pace tra Kiev e Mosca. Lo dice esplicitamente, la premier, nel corso della conferenza stampa congiunta con Volodymyr Zelensky: «Apprezziamo l’impegno del Papa e della Santa Sede per la pace e siamo molto contenti che il presidente Zelensky vada a incontrare il Pontefice».
Ambienti molto vicini a Meloni, al termine dell’incontro con Zelensky, ci suggeriscono di rileggere quanto affermò il presidente del Consiglio lo scorso 13 marzo, quando partecipò, presso la sede della rivista Civiltà Cattolica, alla presentazione del libro di padre Antonio Spadaro L’Atlante di Francesco. Vaticano e politica internazionale, insieme al segretario di Stato vaticano, il cardinale Pietro Parolin: «Nel ruolo degli Stati nazionali», disse Meloni, «io credo che la cosa più preziosa che si possa fare sia creare un equilibrio tra le forze in campo, che è da sempre la precondizione per qualsiasi tavolo negoziale, perché se qualcuno vince e qualcuno perde non c’è bisogno di mettersi d’accordo. Però, da questo punto di vista, io credo che sia proprio la Santa Sede quella più idonea a favorire una soluzione negoziale», aggiunse Meloni, «perché non ha altro interesse che non sia quello di una soluzione giusta di questo conflitto, non ha un interesse nazionale che muove gli Stati e quindi, inevitabilmente, ha sempre anche delle postille. Quindi io davvero sostengo questo sforzo che ho visto e che spero si intensifichi e sul quale la Santa Sede può assolutamente contare sul nostro aiuto».
Perché l’invito a rileggere queste parole? Semplice: spiegano quanto, a differenza di quanto possa trasparire dalle dichiarazioni ufficiali, Giorgia Meloni sia fiduciosa nella possibilità che papa Francesco riesca davvero a rimettere in moto la macchina della pace, perché il Vaticano non ha «postille» che, invece, può avere il tentativo negoziale messo in campo dalla Cina, considerata sempre e comunque un alleato di Vladimir Putin, e nemmeno ha «interessi nazionali», quelli che invece l’Italia ha eccome, in quanto nazione inserita in un preciso sistema di alleanze economico, militare, politico, dal quale non ci si può discostare.
Così come è molto importante il passaggio di Meloni sulla necessità di «creare un equilibrio tra le forze in campo, che è da sempre la precondizione per qualsiasi tavolo negoziale, perché se qualcuno vince e qualcuno perde non c’è bisogno di mettersi d’accordo»: un concetto che proprio in questi giorni di stallo sul campo di battaglia acquista ancora più valore.
Lo stallo, l’equilibrio tra le forze in campo, è l’unica condizione che può convincere entrambe le parti a negoziare, a scongelare le rispettive posizioni, a intavolare una trattativa che porti, in prospettiva, a fermare il bagno di sangue. In quest’ottica assume un significato simbolico molto profondo il succedersi degli eventi degli ultimi giorni: venerdì scorso papa Francesco e Giorgia Meloni insieme sul palco degli Stati generali della natalità, in un clima cordiale, anzi affettuoso. La scelta di Giorgia di vestirsi di bianco ha scatenato i soliti criticoni a prescindere, ma il bianco altro non è che il colore della pace: Meloni lo ha scelto certamente non per caso, già sapendo che avrebbe suscitato livori e meschinità da parte degli osservatori pregiudizialmente ostili, ma volendo lanciare un messaggio destinato a essere colto solo da chi osserva la situazione internazionale senza preconcetti, esattamente 24 ore prima di incontrare Zelensky e di ribadire il sostegno dell’Italia alla resistenza dell’Ucraina.
Zelensky che, a quanto apprende La Verità, ha ribadito di confidare molto sulla controffensiva, è apparso assai determinato e assolutamente non convinto dalle proposte di mediazioni che sono sul tavolo, a cominciare da quella cinese.
Il cuore in Vaticano, la testa a Washington, i piedi ben saldi in Europa, nella Nato. Giorgia Meloni si trova ad affrontare un compito che definire gravoso è un eufemismo, ma la sua convinzione è granitica: qualsiasi sbandamento dell’Italia, anche di un solo millimetro, rispetto alla linea atlantista, provocherebbe conseguenze pesantissime per il nostro paese, e non produrrebbe alcun risultato concreto per quel che riguarda l’obiettivo di spegnere l’incendio che sta devastando l’Ucraina, l’Europa e il mondo intero. Il terzo vertice del triangolo è poi, naturalmente, il Quirinale. Tra il Capo dello Stato Sergio Mattarella e Meloni la sintonia è totale, la strategia condivisa, l’obiettivo identico: tenere l’Italia saldamente ancorata agli alleati, e se e quando ce ne sarà la possibilità, sostenere l’impegno diplomatico della Santa Sede.
Meloni promette più armi a Zelensky: «Puntiamo sulla vittoria di Kiev»
«L’Italia era ed è dalla parte giusta, dalla parte della verità in questa guerra». Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, nella sua prima visita di Stato in Italia dopo l’inizio del conflitto, ha ribadito la sua gratitudine per la posizione coerente dell’Italia sul sostegno all’Ucraina. La giornata è iniziata con un colloquio al Quirinale con il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Un incontro di 25 minuti in cui si è discusso di pace, di Unione europea con una riflessione sul rapimento di bambini ucraini da parte della Russia.
«Sono in gioco non solo l’indipendenza e l’integrità territoriale dell’Ucraina, ma anche la libertà dei popoli e l’ordine internazionale» avrebbe detto Mattarella al leader ucraino, ribadendo il pieno sostegno al processo di integrazione di Kiev nell’Unione europea: «La decisione dell’Unione europea di avviare il processo di integrazione dell’Ucraina è stata storica». E «l’Italia punta ora ad aiutare l’Ucraina per il raggiungimento dei parametri».
Uno spazio di riflessione è stato dedicato anche al tema del rapimento di bambini ucraini da parte di Mosca. Gli altri argomenti trattati, secondo quanto riferito da fonti del Quirinale, hanno riguardato l’efficacia delle sanzioni economiche alla Russia, la questione della centrale nucleare di Zaporizhzhia, la lotta alle fake news con la necessità di azioni più efficaci a livello europeo, i bombardamenti delle strutture civili, la ricostruzione, i crimini di guerra.
La visita del presidente ucraino è poi proseguita a Palazzo Chigi per l’incontro con il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni. Al suo arrivo, alle 13, i due si sono stretti in un abbraccio e il faccia a faccia, che si è tenuto in inglese senza interpreti, è durato un’ora e dieci, il più lungo della giornata di Zelensky. Dopo il pranzo allargato a entrambe le delegazioni, è arrivato il momento della dichiarazione congiunta alla stampa.
Meloni ha ribadito il pieno e chiarissimo sostegno all’Ucraina, parlando di pace giusta e ricostruzione di cui l’Italia vuole rendersi protagonista: «Abbiamo realizzato lo scorso 26 aprile una grande conferenza per la ricostruzione dell’Ucraina per dimostrare che la nostra nazione vuole svolgere un ruolo di primo piano per la ricostruzione. Noi scommettiamo sulla vittoria dell’Ucraina». Vittoria e pace giusta, queste le parole chiave dell’incontro per sottolineare che un semplice cessate il fuoco, in questo momento, significherebbe resa o addirittura la sconfitta per Kiev. «Non siamo così ipocriti», ha spiegato Meloni, «da chiamare pace qualsiasi cosa che possa somigliare a un’invasione». È per questo che il presidente del Consiglio si è appellata a Mosca per chiedere non solo di fermare l’aggressione ma anche di ritirare le truppe.
Meloni ha poi fatto ampio riferimento alla proposta di pace presentata da Zelensky senza, invece, parlare di altre intermediazioni o missioni, come quella cinese o quella della Santa Sede. «Sosteniamo la formula di pace in 10 punti del presidente Zelensky. E riconosciamo le legittime aspirazioni europee dell’Ucraina». Anche il governo, infatti, si allinea all’auspicio del Quirinale circa l’ingresso dell’Ucraina nella Ue, parlando di un futuro europeo per l’Ucraina. Mentre, sul tema Nato, Meloni si è mostrata più prudente, non parlando esplicitamente di ingresso: «Siamo pronti a sostenere un’ulteriore intensificazione del partenariato dell’Ucraina con la Nato, ne parleremo a Vilnius al vertice di luglio, sarà probabilmente il tema centrale». Il presidente del Consiglio ha parlato anche del sostegno militare: «Continueremo a fornire aiuti, anche militari, perché l’Ucraina possa arrivare ai negoziati con una posizione solida. Questo è importante perché alla pace non si può arrivare con nessuna posizione di resa».
Infine, il premier si è mostrato contento per l’incontro che sarebbe seguito tra Zelensky e papa Francesco: «Conosciamo il forte sentimento d’affetto del Papa per l’Ucraina. Oggi è una giornata importante. E lo ribadiamo ancora una volta: l’Italia c’è».
La dichiarazione di Zelensky è stata più asciutta e sintetica e, al contrario di Meloni, non ha mai fatto riferimento al successivo incontro con papa Francesco. Ha iniziato il suo discorso ringraziando direttamente «Giorgia per il suo sostegno personale». Ha rivolto un messaggio di gratitudine anche agli italiani che hanno accolto i cittadini ucraina in fuga dalla guerra. «La guerra è sul nostro territorio, ma noi abbiamo scelto la pace. Grazie per l’assistenza che ci date per difendere le famiglie ucraine, le case dei nostri civili e le vite dei nostri militari. Forse qualcuno non ha visto cos’è l’aggressione russa».
Anche il premier ucraino ha ricordato la proposta di pace in dieci punti presentata da Kiev ormai qualche mese fa. Ha poi parlato di Europa e anche di Nato. «L’Europa «per noi è molto importante, rispetteremo tutte le indicazioni richieste per entrare nell’Ue». E, riguardo alla Nato, ha detto che l’Ucraina si sta già comportando come un Paese dell’Alleanza atlantica, in attesa della decisione del summit.
Nessuno dei due leader ha speso parole per commentare l’iniziativa di intermediazione della Cina (il delegato cinese è impegnato in un tour europeo che si concluderà a Mosca), probabilmente perché Pechino insiste per ottenere il cessate il fuoco che però, senza ritiro delle truppe di Mosca, significherebbe la resa di Kiev.
Zelensky si è, poi, spostato di pochi km, nella Città del Vaticano, per l’incontro con papa Francesco. Il presidente ucraino è entrato nell’auletta per l’incontro con il Papa alle 16.10, uscendone 40 minuti dopo. La formula di pace di Kiev e la condanna dei crimini russi sono stati tra i temi affrontati. «Ho chiesto» al Pontefice «di condannare i crimini russi in Ucraina perché non può esserci uguaglianza tra la vittima e l’aggressore», ha scritto Zelensky su Telegram. Aggiungendo: «Ho anche parlato della nostra formula di pace come dell’unico algoritmo efficace per raggiungere una pace giusta. Il Papa si è offerto di unirsi alla sua attuazione». Più sfumata la versione del Vaticano: «Il Papa ha assicurato la sua preghiera costante. Il Papa ha sottolineato in particolare la necessità urgente di “gesti di umanità” nei confronti delle persone più fragili, vittime innocenti del conflitto».
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Il presidente del Consiglio italiano, ufficialmente, non si discosta dalla linea della fermezza dettata dalle alleanze internazionali. Però spera che Francesco possa avviare trattative di pace. Una convergenza tra le sponde del Tevere «benedetta» dal Quirinale.Conclusa la visita a Roma del leader ucraino: con il presidente della Repubblica ha parlato di integrazione del suo Paese nell’Ue. Il premier ha assicurato nuovi aiuti militari: «Non ci basta un semplice cessate il fuoco, Putin ritiri le truppe».Lo speciale contiene due articoli.La testa a Washington, il cuore in Vaticano: Giorgia Meloni non si discosta di un millimetro dalla rotta tracciata dal sistema di alleanze internazionali, che impone all’Italia di continuare sulla linea della fermezza per quel che riguarda la guerra in Ucraina, ma al tempo stesso spera che il Vaticano possa riuscire nel tentativo, difficilissimo, di aprire un varco che conduca a un percorso di pace tra Kiev e Mosca. Lo dice esplicitamente, la premier, nel corso della conferenza stampa congiunta con Volodymyr Zelensky: «Apprezziamo l’impegno del Papa e della Santa Sede per la pace e siamo molto contenti che il presidente Zelensky vada a incontrare il Pontefice». Ambienti molto vicini a Meloni, al termine dell’incontro con Zelensky, ci suggeriscono di rileggere quanto affermò il presidente del Consiglio lo scorso 13 marzo, quando partecipò, presso la sede della rivista Civiltà Cattolica, alla presentazione del libro di padre Antonio Spadaro L’Atlante di Francesco. Vaticano e politica internazionale, insieme al segretario di Stato vaticano, il cardinale Pietro Parolin: «Nel ruolo degli Stati nazionali», disse Meloni, «io credo che la cosa più preziosa che si possa fare sia creare un equilibrio tra le forze in campo, che è da sempre la precondizione per qualsiasi tavolo negoziale, perché se qualcuno vince e qualcuno perde non c’è bisogno di mettersi d’accordo. Però, da questo punto di vista, io credo che sia proprio la Santa Sede quella più idonea a favorire una soluzione negoziale», aggiunse Meloni, «perché non ha altro interesse che non sia quello di una soluzione giusta di questo conflitto, non ha un interesse nazionale che muove gli Stati e quindi, inevitabilmente, ha sempre anche delle postille. Quindi io davvero sostengo questo sforzo che ho visto e che spero si intensifichi e sul quale la Santa Sede può assolutamente contare sul nostro aiuto». Perché l’invito a rileggere queste parole? Semplice: spiegano quanto, a differenza di quanto possa trasparire dalle dichiarazioni ufficiali, Giorgia Meloni sia fiduciosa nella possibilità che papa Francesco riesca davvero a rimettere in moto la macchina della pace, perché il Vaticano non ha «postille» che, invece, può avere il tentativo negoziale messo in campo dalla Cina, considerata sempre e comunque un alleato di Vladimir Putin, e nemmeno ha «interessi nazionali», quelli che invece l’Italia ha eccome, in quanto nazione inserita in un preciso sistema di alleanze economico, militare, politico, dal quale non ci si può discostare. Così come è molto importante il passaggio di Meloni sulla necessità di «creare un equilibrio tra le forze in campo, che è da sempre la precondizione per qualsiasi tavolo negoziale, perché se qualcuno vince e qualcuno perde non c’è bisogno di mettersi d’accordo»: un concetto che proprio in questi giorni di stallo sul campo di battaglia acquista ancora più valore. Lo stallo, l’equilibrio tra le forze in campo, è l’unica condizione che può convincere entrambe le parti a negoziare, a scongelare le rispettive posizioni, a intavolare una trattativa che porti, in prospettiva, a fermare il bagno di sangue. In quest’ottica assume un significato simbolico molto profondo il succedersi degli eventi degli ultimi giorni: venerdì scorso papa Francesco e Giorgia Meloni insieme sul palco degli Stati generali della natalità, in un clima cordiale, anzi affettuoso. La scelta di Giorgia di vestirsi di bianco ha scatenato i soliti criticoni a prescindere, ma il bianco altro non è che il colore della pace: Meloni lo ha scelto certamente non per caso, già sapendo che avrebbe suscitato livori e meschinità da parte degli osservatori pregiudizialmente ostili, ma volendo lanciare un messaggio destinato a essere colto solo da chi osserva la situazione internazionale senza preconcetti, esattamente 24 ore prima di incontrare Zelensky e di ribadire il sostegno dell’Italia alla resistenza dell’Ucraina. Zelensky che, a quanto apprende La Verità, ha ribadito di confidare molto sulla controffensiva, è apparso assai determinato e assolutamente non convinto dalle proposte di mediazioni che sono sul tavolo, a cominciare da quella cinese. Il cuore in Vaticano, la testa a Washington, i piedi ben saldi in Europa, nella Nato. Giorgia Meloni si trova ad affrontare un compito che definire gravoso è un eufemismo, ma la sua convinzione è granitica: qualsiasi sbandamento dell’Italia, anche di un solo millimetro, rispetto alla linea atlantista, provocherebbe conseguenze pesantissime per il nostro paese, e non produrrebbe alcun risultato concreto per quel che riguarda l’obiettivo di spegnere l’incendio che sta devastando l’Ucraina, l’Europa e il mondo intero. Il terzo vertice del triangolo è poi, naturalmente, il Quirinale. Tra il Capo dello Stato Sergio Mattarella e Meloni la sintonia è totale, la strategia condivisa, l’obiettivo identico: tenere l’Italia saldamente ancorata agli alleati, e se e quando ce ne sarà la possibilità, sostenere l’impegno diplomatico della Santa Sede.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/zelensky-da-meloni-mattarella-papa-2660127970.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="meloni-promette-piu-armi-a-zelensky-puntiamo-sulla-vittoria-di-kiev" data-post-id="2660127970" data-published-at="1684040096" data-use-pagination="False"> Meloni promette più armi a Zelensky: «Puntiamo sulla vittoria di Kiev» «L’Italia era ed è dalla parte giusta, dalla parte della verità in questa guerra». Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, nella sua prima visita di Stato in Italia dopo l’inizio del conflitto, ha ribadito la sua gratitudine per la posizione coerente dell’Italia sul sostegno all’Ucraina. La giornata è iniziata con un colloquio al Quirinale con il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Un incontro di 25 minuti in cui si è discusso di pace, di Unione europea con una riflessione sul rapimento di bambini ucraini da parte della Russia. «Sono in gioco non solo l’indipendenza e l’integrità territoriale dell’Ucraina, ma anche la libertà dei popoli e l’ordine internazionale» avrebbe detto Mattarella al leader ucraino, ribadendo il pieno sostegno al processo di integrazione di Kiev nell’Unione europea: «La decisione dell’Unione europea di avviare il processo di integrazione dell’Ucraina è stata storica». E «l’Italia punta ora ad aiutare l’Ucraina per il raggiungimento dei parametri». Uno spazio di riflessione è stato dedicato anche al tema del rapimento di bambini ucraini da parte di Mosca. Gli altri argomenti trattati, secondo quanto riferito da fonti del Quirinale, hanno riguardato l’efficacia delle sanzioni economiche alla Russia, la questione della centrale nucleare di Zaporizhzhia, la lotta alle fake news con la necessità di azioni più efficaci a livello europeo, i bombardamenti delle strutture civili, la ricostruzione, i crimini di guerra. La visita del presidente ucraino è poi proseguita a Palazzo Chigi per l’incontro con il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni. Al suo arrivo, alle 13, i due si sono stretti in un abbraccio e il faccia a faccia, che si è tenuto in inglese senza interpreti, è durato un’ora e dieci, il più lungo della giornata di Zelensky. Dopo il pranzo allargato a entrambe le delegazioni, è arrivato il momento della dichiarazione congiunta alla stampa. Meloni ha ribadito il pieno e chiarissimo sostegno all’Ucraina, parlando di pace giusta e ricostruzione di cui l’Italia vuole rendersi protagonista: «Abbiamo realizzato lo scorso 26 aprile una grande conferenza per la ricostruzione dell’Ucraina per dimostrare che la nostra nazione vuole svolgere un ruolo di primo piano per la ricostruzione. Noi scommettiamo sulla vittoria dell’Ucraina». Vittoria e pace giusta, queste le parole chiave dell’incontro per sottolineare che un semplice cessate il fuoco, in questo momento, significherebbe resa o addirittura la sconfitta per Kiev. «Non siamo così ipocriti», ha spiegato Meloni, «da chiamare pace qualsiasi cosa che possa somigliare a un’invasione». È per questo che il presidente del Consiglio si è appellata a Mosca per chiedere non solo di fermare l’aggressione ma anche di ritirare le truppe. Meloni ha poi fatto ampio riferimento alla proposta di pace presentata da Zelensky senza, invece, parlare di altre intermediazioni o missioni, come quella cinese o quella della Santa Sede. «Sosteniamo la formula di pace in 10 punti del presidente Zelensky. E riconosciamo le legittime aspirazioni europee dell’Ucraina». Anche il governo, infatti, si allinea all’auspicio del Quirinale circa l’ingresso dell’Ucraina nella Ue, parlando di un futuro europeo per l’Ucraina. Mentre, sul tema Nato, Meloni si è mostrata più prudente, non parlando esplicitamente di ingresso: «Siamo pronti a sostenere un’ulteriore intensificazione del partenariato dell’Ucraina con la Nato, ne parleremo a Vilnius al vertice di luglio, sarà probabilmente il tema centrale». Il presidente del Consiglio ha parlato anche del sostegno militare: «Continueremo a fornire aiuti, anche militari, perché l’Ucraina possa arrivare ai negoziati con una posizione solida. Questo è importante perché alla pace non si può arrivare con nessuna posizione di resa». Infine, il premier si è mostrato contento per l’incontro che sarebbe seguito tra Zelensky e papa Francesco: «Conosciamo il forte sentimento d’affetto del Papa per l’Ucraina. Oggi è una giornata importante. E lo ribadiamo ancora una volta: l’Italia c’è». La dichiarazione di Zelensky è stata più asciutta e sintetica e, al contrario di Meloni, non ha mai fatto riferimento al successivo incontro con papa Francesco. Ha iniziato il suo discorso ringraziando direttamente «Giorgia per il suo sostegno personale». Ha rivolto un messaggio di gratitudine anche agli italiani che hanno accolto i cittadini ucraina in fuga dalla guerra. «La guerra è sul nostro territorio, ma noi abbiamo scelto la pace. Grazie per l’assistenza che ci date per difendere le famiglie ucraine, le case dei nostri civili e le vite dei nostri militari. Forse qualcuno non ha visto cos’è l’aggressione russa». Anche il premier ucraino ha ricordato la proposta di pace in dieci punti presentata da Kiev ormai qualche mese fa. Ha poi parlato di Europa e anche di Nato. «L’Europa «per noi è molto importante, rispetteremo tutte le indicazioni richieste per entrare nell’Ue». E, riguardo alla Nato, ha detto che l’Ucraina si sta già comportando come un Paese dell’Alleanza atlantica, in attesa della decisione del summit. Nessuno dei due leader ha speso parole per commentare l’iniziativa di intermediazione della Cina (il delegato cinese è impegnato in un tour europeo che si concluderà a Mosca), probabilmente perché Pechino insiste per ottenere il cessate il fuoco che però, senza ritiro delle truppe di Mosca, significherebbe la resa di Kiev. Zelensky si è, poi, spostato di pochi km, nella Città del Vaticano, per l’incontro con papa Francesco. Il presidente ucraino è entrato nell’auletta per l’incontro con il Papa alle 16.10, uscendone 40 minuti dopo. La formula di pace di Kiev e la condanna dei crimini russi sono stati tra i temi affrontati. «Ho chiesto» al Pontefice «di condannare i crimini russi in Ucraina perché non può esserci uguaglianza tra la vittima e l’aggressore», ha scritto Zelensky su Telegram. Aggiungendo: «Ho anche parlato della nostra formula di pace come dell’unico algoritmo efficace per raggiungere una pace giusta. Il Papa si è offerto di unirsi alla sua attuazione». Più sfumata la versione del Vaticano: «Il Papa ha assicurato la sua preghiera costante. Il Papa ha sottolineato in particolare la necessità urgente di “gesti di umanità” nei confronti delle persone più fragili, vittime innocenti del conflitto».
Dario Amodei
Olah non ha seguito un percorso universitario tradizionale e non ha conseguito una laurea. Frequentò l’università per circa un anno, poi la lasciò per stare vicino a un conoscente accusato di terrorismo, poi prosciolto da tutte le accuse. Nel 2012 Olah ha ricevuto il Thiel Fellowship, una borsa da 100.000 dollari destinata agli under 22 che rinunciano agli studi universitari per sviluppare i propri progetti, finanziata da Peter Thiel, lo stesso che ha fondato Palantir, la nota azienda di sorveglianza di massa. Com’è piccola la California.
Da quel momento Olah si è dedicato agli algoritmi. Un tirocinio in Google Brain, il gruppo di ricerca poi confluito in DeepMind, dove ha contribuito al progetto DeepDream, rete neurale capace di generare immagini allucinatorie. Nel 2018 è entrato in OpenAI come capo tecnico del gruppo di interpretabilità, poi nel 2021 è diventato uno dei cofondatori di Anthropic, dove guida tuttora la ricerca sulla stessa materia. La sua specialità, l’interpretabilità dei modelli linguistici, consiste nello studio dei meccanismi interni con cui un modello di Intelligenza artificiale arriva alle sue risposte. Nel 2024 il Time lo ha inserito nella lista dei cento protagonisti più influenti dell’IA.
Il nome più noto di Anthropic è però Amodei, ovvero la coppia dei fratelli Amodei. Dario e Daniela, 43 e 39 anni, sono nati a San Francisco da genitori italiani. Il geniaccio è Dario, che ha studiato fisica nelle prestigiose università Caltech, Stanford e Princeton. Daniela si è data da fare in letteratura inglese e musica all’Università della California di Santa Cruz. Poi entrambi hanno lavorato in OpenAI, il rivale guidato da Sam Altman, prima di lasciare e fondare Anthropic nel 2021, insieme a Olah e ad altri ex colleghi. Dario è ceo e si occupa dei modelli, Daniela è presidente e gestisce l’organizzazione, le finanze, le relazioni con i clienti. L’azienda, con sede a San Francisco, è oggi valutata intorno ai 500 miliardi di dollari ma viaggia verso valutazioni stellari da 900 miliardi.
All’inizio del 2026 Anthropic è diventata celebre per aver rifiutato di allentare i propri vincoli etici sull’uso militare di Claude, rinunciando a un contratto da circa 200 milioni di dollari con il Dipartimento della Difesa americano. L’azienda si è opposta alla richiesta di consentire l’uso indiscriminato dei propri modelli per la sorveglianza di massa e per le armi autonome. Il Pentagono ha poi siglato accordi con otto altri colossi, OpenAI e Google incluse, escludendo esplicitamente Anthropic.
Il gesto ha avuto un costo reale ma ha fruttato un capitale reputazionale enorme, dando ad Anthropic la targa di unica «Big tech etica». Ora, con la casacca dei buoni indosso, gli Amodei e Olah costruiscono la propria identità pubblica attorno alla narrativa di un’azienda che conosce i rischi dell’IA meglio di chiunque altra, che li racconta ad alta voce, che accetta di perdere contratti pur di non tradire i propri principi.
Dario Amodei interviene spesso sull’impatto potenzialmente catastrofico dell’Intelligenza artificiale. Olah invoca controlli esterni all’industria. Daniela cita Joan Didion e Umberto Eco, parlando di quanto sia importante non ripetere gli errori dei social media. Dietro le quinte, in un gioco di vedo-non vedo che stuzzica gli appetiti, si parla di Mythos, un altro prodotto della premiata ditta, così devastante che i creatori avrebbero deciso di non divulgarlo. Una specie di impalpabile segreto alchemico mantenuto tale dagli scrupoli etici dei creatori. La stessa azienda che evoca il rischio si presenta anche come il soggetto più adatto a costruire il rimedio.
L’invito in Vaticano per presentare l’Enciclica papale non nasce quindi dal nulla. Da aprile, Anthropic ha avviato una serie di incontri sull’etica dell’IA con leader religiosi, cominciando dai rappresentanti del mondo cristiano e annunciando di voler estendere la conversazione ad altre tradizioni.
Qualcosa stride, però. Anthropic fa mostra di nutrire dubbi sulla natura di ciò che essa stessa sta costruendo, con posizioni pubbliche che sfiorano l’ipotesi che l’Intelligenza artificiale abbia una forma embrionale di esperienza soggettiva, qualcosa di simile a un io. La tragicomica intervista di Walter Veltroni a Claude fa parte di questa rappresentazione. Sono posizioni esposte con cautela, come ipotesi di lavoro, ma contribuiscono a costruire un’aura attorno a Anthropic che è funzionale tanto alla ricerca quanto al marketing.
L’ostentata prudenza, cioè, finisce per costruire una narrazione molto favorevole all’azienda e ai suoi prodotti. Claude non appare come un semplice chatbot, ma come qualcosa di così avanzato da meritare persino domande sulla coscienza. Suggerendo cautela, relazione e perfino una possibile interiorità della macchina, si aumenta il fascino dell’oggetto da cui si invita a stare in guardia. In altri termini, oggi Anthropic produce cornici culturali, in cui si stabiliscono le paure accettabili e la lingua attraverso cui il potere tecnologico chiede la patente di coscienza critica di sé stesso.
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Il quadro resta favorevole anche per il comparto artigiano, che mostra continuità e resilienza: produzione in crescita dello 0,3%, fatturato al +0,2% e ordini esteri in aumento dello 0,7%. Numeri che confermano la capacità delle imprese lombarde, grandi e piccole, di generare valore anche in una fase segnata da tensioni geopolitiche, volatilità dei mercati e rincari delle materie prime.
Su base annua, la Lombardia continua a distinguersi per performance superiori alla media europea. La produzione industriale cresce del 2,4%, mentre l’artigianato segna un +2,0%. Ancora più significativa la dinamica del fatturato: +2,8% per l’industria e +1,9% per l’artigianato. L’export resta uno dei principali punti di forza, con il 38,9% del fatturato industriale realizzato sui mercati internazionali, mentre la domanda interna si rafforza con ordini industriali in aumento del 3,2% rispetto allo stesso periodo del 2025.
Positivi anche i dati occupazionali: nell’industria il saldo tra ingressi e uscite torna favorevole (+0,4%), mentre nell’artigianato raggiunge il +0,8%. Resta contenuto il ricorso alla Cassa integrazione, a conferma della buona tenuta complessiva del sistema produttivo lombardo.
La crescita appare diffusa in diversi settori manifatturieri. Nell’industria spiccano mezzi di trasporto, legno-arredo, siderurgia, meccanica e sistema moda ad alto valore aggiunto. Nell’artigianato risultano in espansione alimentare, tessile, carta-stampa e manifatture innovative.
Restano, però, forti elementi di preoccupazione. «Teniamo duro ma non è facile», ha detto l’assessore allo Sviluppo Economico di Regione Lombardia, Guido Guidesi, «ora o c’è un cambiamento radicale rispetto ai vincoli europei e al protagonismo dei territori o rischiamo veramente di uscire dalla competitività».
Sulla stessa linea Gian Domenico Auricchio: «I numeri di questo primo trimestre confermano la tenuta e la forza del nostro sistema produttivo. In uno scenario internazionale complesso, la Lombardia continua a dimostrare competitività, capacità di esportazione e grande qualità manifatturiera».
Più cauto Giuseppe Pasini, presidente di Confindustria Lombardia, secondo cui «il 2026 per le imprese si prefigura duro e ricco di incognite». Pasini richiama l’attenzione su guerre, crisi permanenti, prezzi delle materie prime e costi energetici, sottolineando che «chi controlla l’energia e le materie prime controlla la crescita».
Dubbi condivisi anche dal mondo artigiano. «Le principali preoccupazioni degli artigiani, in questo momento, sono sicuramente l’impennata dei costi energetici e dei prezzi delle materie prime in questo contesto di crisi internazionali», ha dichiarato Stefano Fugazza, presidente Unione artigiani Lombardia.
Il quadro complessivo conferma, dunque, una Lombardia ancora forte, competitiva e proiettata sui mercati esteri, ma chiamata ad affrontare nodi strutturali decisivi: energia, materie prime, credito, competenze e ricambio generazionale.
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La Commissione Ue sta preparando l’ennesimo giro di vite sul tabacco con una revisione della direttiva europea (Tpd), il quadro normativo che disciplina sigarette e nuovi prodotti senza combustione. Il primo passo è stato già fatto, con l’avvio della consultazione pubblica. Il punto di partenza è però controverso. L’Evaluation Report pubblicato dalla Commissione, che dovrebbe fornire una valutazione oggettiva delle regole attuali, è stato oggetto di rilievi interni: il Regulatory Scrutiny Board ha infatti espresso un parere negativo su una sua versione preliminare, segnalando l’uso di evidenze incomplete e selettive. Il che fa sorgere il sospetto che dietro a questa partita le motivazioni siano più politiche che altro. A conferma di questo c’è l’assenza, nel dibattito europeo, della valutazione dell’impatto che misure più restrittive avrebbero su un settore pesante nell’economia dell’Unione. È quello che è accaduto quando si è dichiarata guerra all’auto a combustione senza mettere in conto che avrebbe annientato l’industria competitiva europea e aperto le porte ai giganti cinesi del motore elettrico.
Il protocollo è simile: più restrizioni e più divieti con l’aggravante di mettere sullo stesso piano prodotti diversi, con una omogeneità regolatoria. Nel dettaglio, la Commissione sembra orientata a trattare allo stesso modo le sigarette tradizionali, quelle che bruciano il tabacco e producono fumo e i prodotti alternativi come sigarette elettroniche, dispositivi a tabacco riscaldato o prodotti a base di nicotina orale, che non prevedono combustione e quindi presentano profili di rischio differenti. Le conseguenze di questa strategia sarebbero un boomerang per il settore. Il rischio è l’espansione del mercato illecito, già oggi un fenomeno massiccio: miliardi di sigarette illegali circolano ogni anno in Europa, con perdite fiscali stimate nell’ordine di decine di miliardi.
C’è anche un altro aspetto che i regolatori di Bruxelles non tengono presente, ovvero che i prodotti alternativi sono sempre più usati dai consumatori per abbandonare la dipendenza dalle sigarette tradizionali in modo anche totale. Eppure il dibattito europeo tende a non distinguere pienamente tra le diverse categorie di prodotti, mettendo in secondo piano il principio di proporzionalità basato sul rischio. Il rischio è di non centrare gli obiettivi dichiarati. La prevalenza del fumo nell’Ue resta intorno al 24,6% e, secondo le attuali proiezioni, è destinata a scendere solo gradualmente nei prossimi anni, restando ben lontana dal target del 5%. Non per mancanza di norme, ma per l’inefficacia di un approccio che non incide sulle dinamiche reali dei consumatori. C’è uno iato tra la politica di Bruxelles e la realtà del fumo.
In Europa c’è chi si muove diversamente e con risultati concreti. La Svezia ha adottato politiche che hanno consentito la diffusione di prodotti alternativi al consumo di sigarette e il numero di fumatori si è ridotto a livelli inferiori al 5%.
La Commissione però con l’avvio della consultazione, intende andare avanti. Resta da capire se sarà disposta a integrare realmente dati ed evidenze, oppure se la revisione della direttiva seguirà un percorso già tracciato, con il rischio di ripetere contraddizioni e limiti già emersi.
In Italia, tutta la filiera del tabacco è in allarme e anche la sinistra fa fronte comune con il governo sollecitando un intervento sulla Commissione Ue. Ieri si è riunito il tavolo permanente dell’Emilia-Romagna per il comparto tabacco (avviato l’anno corso su iniziativa del vicepresidente della Regione, Vincenzo Colla, e dell’assessore regionale al Lavoro, Giovanni Paglia) a cui partecipa la Regione, i sindacati e le imprese del settore, e al termine dell’incontro è partita una richiesta di presa di posizione decisa dell’Italia a Bruxelles, con un intervento urgente del governo con le istituzioni europee, affinché «venga scongiurata la presentazione di una proposta di revisione in una fase già segnata da una complessa congiuntura economica e internazionale». Tutti concordano sul fatto che «se la Commissione dovesse andare avanti in questa direzione, si metterebbe a rischio un comparto strategico, fatto di agricoltura, manifattura avanzata, ricerca e innovazione, con conseguenze su occupazione, investimenti ed export nazionali».
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