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2023-05-14
Zelensky da Meloni, Mattarella e Papa. Chigi e Vaticano, convergenze parallele
Volodymyr Zelensky e Papa Francesco (Ansa)
La testa a Washington, il cuore in Vaticano: Giorgia Meloni non si discosta di un millimetro dalla rotta tracciata dal sistema di alleanze internazionali, che impone all’Italia di continuare sulla linea della fermezza per quel che riguarda la guerra in Ucraina, ma al tempo stesso spera che il Vaticano possa riuscire nel tentativo, difficilissimo, di aprire un varco che conduca a un percorso di pace tra Kiev e Mosca. Lo dice esplicitamente, la premier, nel corso della conferenza stampa congiunta con Volodymyr Zelensky: «Apprezziamo l’impegno del Papa e della Santa Sede per la pace e siamo molto contenti che il presidente Zelensky vada a incontrare il Pontefice».
Ambienti molto vicini a Meloni, al termine dell’incontro con Zelensky, ci suggeriscono di rileggere quanto affermò il presidente del Consiglio lo scorso 13 marzo, quando partecipò, presso la sede della rivista Civiltà Cattolica, alla presentazione del libro di padre Antonio Spadaro L’Atlante di Francesco. Vaticano e politica internazionale, insieme al segretario di Stato vaticano, il cardinale Pietro Parolin: «Nel ruolo degli Stati nazionali», disse Meloni, «io credo che la cosa più preziosa che si possa fare sia creare un equilibrio tra le forze in campo, che è da sempre la precondizione per qualsiasi tavolo negoziale, perché se qualcuno vince e qualcuno perde non c’è bisogno di mettersi d’accordo. Però, da questo punto di vista, io credo che sia proprio la Santa Sede quella più idonea a favorire una soluzione negoziale», aggiunse Meloni, «perché non ha altro interesse che non sia quello di una soluzione giusta di questo conflitto, non ha un interesse nazionale che muove gli Stati e quindi, inevitabilmente, ha sempre anche delle postille. Quindi io davvero sostengo questo sforzo che ho visto e che spero si intensifichi e sul quale la Santa Sede può assolutamente contare sul nostro aiuto».
Perché l’invito a rileggere queste parole? Semplice: spiegano quanto, a differenza di quanto possa trasparire dalle dichiarazioni ufficiali, Giorgia Meloni sia fiduciosa nella possibilità che papa Francesco riesca davvero a rimettere in moto la macchina della pace, perché il Vaticano non ha «postille» che, invece, può avere il tentativo negoziale messo in campo dalla Cina, considerata sempre e comunque un alleato di Vladimir Putin, e nemmeno ha «interessi nazionali», quelli che invece l’Italia ha eccome, in quanto nazione inserita in un preciso sistema di alleanze economico, militare, politico, dal quale non ci si può discostare.
Così come è molto importante il passaggio di Meloni sulla necessità di «creare un equilibrio tra le forze in campo, che è da sempre la precondizione per qualsiasi tavolo negoziale, perché se qualcuno vince e qualcuno perde non c’è bisogno di mettersi d’accordo»: un concetto che proprio in questi giorni di stallo sul campo di battaglia acquista ancora più valore.
Lo stallo, l’equilibrio tra le forze in campo, è l’unica condizione che può convincere entrambe le parti a negoziare, a scongelare le rispettive posizioni, a intavolare una trattativa che porti, in prospettiva, a fermare il bagno di sangue. In quest’ottica assume un significato simbolico molto profondo il succedersi degli eventi degli ultimi giorni: venerdì scorso papa Francesco e Giorgia Meloni insieme sul palco degli Stati generali della natalità, in un clima cordiale, anzi affettuoso. La scelta di Giorgia di vestirsi di bianco ha scatenato i soliti criticoni a prescindere, ma il bianco altro non è che il colore della pace: Meloni lo ha scelto certamente non per caso, già sapendo che avrebbe suscitato livori e meschinità da parte degli osservatori pregiudizialmente ostili, ma volendo lanciare un messaggio destinato a essere colto solo da chi osserva la situazione internazionale senza preconcetti, esattamente 24 ore prima di incontrare Zelensky e di ribadire il sostegno dell’Italia alla resistenza dell’Ucraina.
Zelensky che, a quanto apprende La Verità, ha ribadito di confidare molto sulla controffensiva, è apparso assai determinato e assolutamente non convinto dalle proposte di mediazioni che sono sul tavolo, a cominciare da quella cinese.
Il cuore in Vaticano, la testa a Washington, i piedi ben saldi in Europa, nella Nato. Giorgia Meloni si trova ad affrontare un compito che definire gravoso è un eufemismo, ma la sua convinzione è granitica: qualsiasi sbandamento dell’Italia, anche di un solo millimetro, rispetto alla linea atlantista, provocherebbe conseguenze pesantissime per il nostro paese, e non produrrebbe alcun risultato concreto per quel che riguarda l’obiettivo di spegnere l’incendio che sta devastando l’Ucraina, l’Europa e il mondo intero. Il terzo vertice del triangolo è poi, naturalmente, il Quirinale. Tra il Capo dello Stato Sergio Mattarella e Meloni la sintonia è totale, la strategia condivisa, l’obiettivo identico: tenere l’Italia saldamente ancorata agli alleati, e se e quando ce ne sarà la possibilità, sostenere l’impegno diplomatico della Santa Sede.
Meloni promette più armi a Zelensky: «Puntiamo sulla vittoria di Kiev»
«L’Italia era ed è dalla parte giusta, dalla parte della verità in questa guerra». Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, nella sua prima visita di Stato in Italia dopo l’inizio del conflitto, ha ribadito la sua gratitudine per la posizione coerente dell’Italia sul sostegno all’Ucraina. La giornata è iniziata con un colloquio al Quirinale con il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Un incontro di 25 minuti in cui si è discusso di pace, di Unione europea con una riflessione sul rapimento di bambini ucraini da parte della Russia.
«Sono in gioco non solo l’indipendenza e l’integrità territoriale dell’Ucraina, ma anche la libertà dei popoli e l’ordine internazionale» avrebbe detto Mattarella al leader ucraino, ribadendo il pieno sostegno al processo di integrazione di Kiev nell’Unione europea: «La decisione dell’Unione europea di avviare il processo di integrazione dell’Ucraina è stata storica». E «l’Italia punta ora ad aiutare l’Ucraina per il raggiungimento dei parametri».
Uno spazio di riflessione è stato dedicato anche al tema del rapimento di bambini ucraini da parte di Mosca. Gli altri argomenti trattati, secondo quanto riferito da fonti del Quirinale, hanno riguardato l’efficacia delle sanzioni economiche alla Russia, la questione della centrale nucleare di Zaporizhzhia, la lotta alle fake news con la necessità di azioni più efficaci a livello europeo, i bombardamenti delle strutture civili, la ricostruzione, i crimini di guerra.
La visita del presidente ucraino è poi proseguita a Palazzo Chigi per l’incontro con il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni. Al suo arrivo, alle 13, i due si sono stretti in un abbraccio e il faccia a faccia, che si è tenuto in inglese senza interpreti, è durato un’ora e dieci, il più lungo della giornata di Zelensky. Dopo il pranzo allargato a entrambe le delegazioni, è arrivato il momento della dichiarazione congiunta alla stampa.
Meloni ha ribadito il pieno e chiarissimo sostegno all’Ucraina, parlando di pace giusta e ricostruzione di cui l’Italia vuole rendersi protagonista: «Abbiamo realizzato lo scorso 26 aprile una grande conferenza per la ricostruzione dell’Ucraina per dimostrare che la nostra nazione vuole svolgere un ruolo di primo piano per la ricostruzione. Noi scommettiamo sulla vittoria dell’Ucraina». Vittoria e pace giusta, queste le parole chiave dell’incontro per sottolineare che un semplice cessate il fuoco, in questo momento, significherebbe resa o addirittura la sconfitta per Kiev. «Non siamo così ipocriti», ha spiegato Meloni, «da chiamare pace qualsiasi cosa che possa somigliare a un’invasione». È per questo che il presidente del Consiglio si è appellata a Mosca per chiedere non solo di fermare l’aggressione ma anche di ritirare le truppe.
Meloni ha poi fatto ampio riferimento alla proposta di pace presentata da Zelensky senza, invece, parlare di altre intermediazioni o missioni, come quella cinese o quella della Santa Sede. «Sosteniamo la formula di pace in 10 punti del presidente Zelensky. E riconosciamo le legittime aspirazioni europee dell’Ucraina». Anche il governo, infatti, si allinea all’auspicio del Quirinale circa l’ingresso dell’Ucraina nella Ue, parlando di un futuro europeo per l’Ucraina. Mentre, sul tema Nato, Meloni si è mostrata più prudente, non parlando esplicitamente di ingresso: «Siamo pronti a sostenere un’ulteriore intensificazione del partenariato dell’Ucraina con la Nato, ne parleremo a Vilnius al vertice di luglio, sarà probabilmente il tema centrale». Il presidente del Consiglio ha parlato anche del sostegno militare: «Continueremo a fornire aiuti, anche militari, perché l’Ucraina possa arrivare ai negoziati con una posizione solida. Questo è importante perché alla pace non si può arrivare con nessuna posizione di resa».
Infine, il premier si è mostrato contento per l’incontro che sarebbe seguito tra Zelensky e papa Francesco: «Conosciamo il forte sentimento d’affetto del Papa per l’Ucraina. Oggi è una giornata importante. E lo ribadiamo ancora una volta: l’Italia c’è».
La dichiarazione di Zelensky è stata più asciutta e sintetica e, al contrario di Meloni, non ha mai fatto riferimento al successivo incontro con papa Francesco. Ha iniziato il suo discorso ringraziando direttamente «Giorgia per il suo sostegno personale». Ha rivolto un messaggio di gratitudine anche agli italiani che hanno accolto i cittadini ucraina in fuga dalla guerra. «La guerra è sul nostro territorio, ma noi abbiamo scelto la pace. Grazie per l’assistenza che ci date per difendere le famiglie ucraine, le case dei nostri civili e le vite dei nostri militari. Forse qualcuno non ha visto cos’è l’aggressione russa».
Anche il premier ucraino ha ricordato la proposta di pace in dieci punti presentata da Kiev ormai qualche mese fa. Ha poi parlato di Europa e anche di Nato. «L’Europa «per noi è molto importante, rispetteremo tutte le indicazioni richieste per entrare nell’Ue». E, riguardo alla Nato, ha detto che l’Ucraina si sta già comportando come un Paese dell’Alleanza atlantica, in attesa della decisione del summit.
Nessuno dei due leader ha speso parole per commentare l’iniziativa di intermediazione della Cina (il delegato cinese è impegnato in un tour europeo che si concluderà a Mosca), probabilmente perché Pechino insiste per ottenere il cessate il fuoco che però, senza ritiro delle truppe di Mosca, significherebbe la resa di Kiev.
Zelensky si è, poi, spostato di pochi km, nella Città del Vaticano, per l’incontro con papa Francesco. Il presidente ucraino è entrato nell’auletta per l’incontro con il Papa alle 16.10, uscendone 40 minuti dopo. La formula di pace di Kiev e la condanna dei crimini russi sono stati tra i temi affrontati. «Ho chiesto» al Pontefice «di condannare i crimini russi in Ucraina perché non può esserci uguaglianza tra la vittima e l’aggressore», ha scritto Zelensky su Telegram. Aggiungendo: «Ho anche parlato della nostra formula di pace come dell’unico algoritmo efficace per raggiungere una pace giusta. Il Papa si è offerto di unirsi alla sua attuazione». Più sfumata la versione del Vaticano: «Il Papa ha assicurato la sua preghiera costante. Il Papa ha sottolineato in particolare la necessità urgente di “gesti di umanità” nei confronti delle persone più fragili, vittime innocenti del conflitto».
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Il presidente del Consiglio italiano, ufficialmente, non si discosta dalla linea della fermezza dettata dalle alleanze internazionali. Però spera che Francesco possa avviare trattative di pace. Una convergenza tra le sponde del Tevere «benedetta» dal Quirinale.Conclusa la visita a Roma del leader ucraino: con il presidente della Repubblica ha parlato di integrazione del suo Paese nell’Ue. Il premier ha assicurato nuovi aiuti militari: «Non ci basta un semplice cessate il fuoco, Putin ritiri le truppe».Lo speciale contiene due articoli.La testa a Washington, il cuore in Vaticano: Giorgia Meloni non si discosta di un millimetro dalla rotta tracciata dal sistema di alleanze internazionali, che impone all’Italia di continuare sulla linea della fermezza per quel che riguarda la guerra in Ucraina, ma al tempo stesso spera che il Vaticano possa riuscire nel tentativo, difficilissimo, di aprire un varco che conduca a un percorso di pace tra Kiev e Mosca. Lo dice esplicitamente, la premier, nel corso della conferenza stampa congiunta con Volodymyr Zelensky: «Apprezziamo l’impegno del Papa e della Santa Sede per la pace e siamo molto contenti che il presidente Zelensky vada a incontrare il Pontefice». Ambienti molto vicini a Meloni, al termine dell’incontro con Zelensky, ci suggeriscono di rileggere quanto affermò il presidente del Consiglio lo scorso 13 marzo, quando partecipò, presso la sede della rivista Civiltà Cattolica, alla presentazione del libro di padre Antonio Spadaro L’Atlante di Francesco. Vaticano e politica internazionale, insieme al segretario di Stato vaticano, il cardinale Pietro Parolin: «Nel ruolo degli Stati nazionali», disse Meloni, «io credo che la cosa più preziosa che si possa fare sia creare un equilibrio tra le forze in campo, che è da sempre la precondizione per qualsiasi tavolo negoziale, perché se qualcuno vince e qualcuno perde non c’è bisogno di mettersi d’accordo. Però, da questo punto di vista, io credo che sia proprio la Santa Sede quella più idonea a favorire una soluzione negoziale», aggiunse Meloni, «perché non ha altro interesse che non sia quello di una soluzione giusta di questo conflitto, non ha un interesse nazionale che muove gli Stati e quindi, inevitabilmente, ha sempre anche delle postille. Quindi io davvero sostengo questo sforzo che ho visto e che spero si intensifichi e sul quale la Santa Sede può assolutamente contare sul nostro aiuto». Perché l’invito a rileggere queste parole? Semplice: spiegano quanto, a differenza di quanto possa trasparire dalle dichiarazioni ufficiali, Giorgia Meloni sia fiduciosa nella possibilità che papa Francesco riesca davvero a rimettere in moto la macchina della pace, perché il Vaticano non ha «postille» che, invece, può avere il tentativo negoziale messo in campo dalla Cina, considerata sempre e comunque un alleato di Vladimir Putin, e nemmeno ha «interessi nazionali», quelli che invece l’Italia ha eccome, in quanto nazione inserita in un preciso sistema di alleanze economico, militare, politico, dal quale non ci si può discostare. Così come è molto importante il passaggio di Meloni sulla necessità di «creare un equilibrio tra le forze in campo, che è da sempre la precondizione per qualsiasi tavolo negoziale, perché se qualcuno vince e qualcuno perde non c’è bisogno di mettersi d’accordo»: un concetto che proprio in questi giorni di stallo sul campo di battaglia acquista ancora più valore. Lo stallo, l’equilibrio tra le forze in campo, è l’unica condizione che può convincere entrambe le parti a negoziare, a scongelare le rispettive posizioni, a intavolare una trattativa che porti, in prospettiva, a fermare il bagno di sangue. In quest’ottica assume un significato simbolico molto profondo il succedersi degli eventi degli ultimi giorni: venerdì scorso papa Francesco e Giorgia Meloni insieme sul palco degli Stati generali della natalità, in un clima cordiale, anzi affettuoso. La scelta di Giorgia di vestirsi di bianco ha scatenato i soliti criticoni a prescindere, ma il bianco altro non è che il colore della pace: Meloni lo ha scelto certamente non per caso, già sapendo che avrebbe suscitato livori e meschinità da parte degli osservatori pregiudizialmente ostili, ma volendo lanciare un messaggio destinato a essere colto solo da chi osserva la situazione internazionale senza preconcetti, esattamente 24 ore prima di incontrare Zelensky e di ribadire il sostegno dell’Italia alla resistenza dell’Ucraina. Zelensky che, a quanto apprende La Verità, ha ribadito di confidare molto sulla controffensiva, è apparso assai determinato e assolutamente non convinto dalle proposte di mediazioni che sono sul tavolo, a cominciare da quella cinese. Il cuore in Vaticano, la testa a Washington, i piedi ben saldi in Europa, nella Nato. Giorgia Meloni si trova ad affrontare un compito che definire gravoso è un eufemismo, ma la sua convinzione è granitica: qualsiasi sbandamento dell’Italia, anche di un solo millimetro, rispetto alla linea atlantista, provocherebbe conseguenze pesantissime per il nostro paese, e non produrrebbe alcun risultato concreto per quel che riguarda l’obiettivo di spegnere l’incendio che sta devastando l’Ucraina, l’Europa e il mondo intero. Il terzo vertice del triangolo è poi, naturalmente, il Quirinale. Tra il Capo dello Stato Sergio Mattarella e Meloni la sintonia è totale, la strategia condivisa, l’obiettivo identico: tenere l’Italia saldamente ancorata agli alleati, e se e quando ce ne sarà la possibilità, sostenere l’impegno diplomatico della Santa Sede.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/zelensky-da-meloni-mattarella-papa-2660127970.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="meloni-promette-piu-armi-a-zelensky-puntiamo-sulla-vittoria-di-kiev" data-post-id="2660127970" data-published-at="1684040096" data-use-pagination="False"> Meloni promette più armi a Zelensky: «Puntiamo sulla vittoria di Kiev» «L’Italia era ed è dalla parte giusta, dalla parte della verità in questa guerra». Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, nella sua prima visita di Stato in Italia dopo l’inizio del conflitto, ha ribadito la sua gratitudine per la posizione coerente dell’Italia sul sostegno all’Ucraina. La giornata è iniziata con un colloquio al Quirinale con il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Un incontro di 25 minuti in cui si è discusso di pace, di Unione europea con una riflessione sul rapimento di bambini ucraini da parte della Russia. «Sono in gioco non solo l’indipendenza e l’integrità territoriale dell’Ucraina, ma anche la libertà dei popoli e l’ordine internazionale» avrebbe detto Mattarella al leader ucraino, ribadendo il pieno sostegno al processo di integrazione di Kiev nell’Unione europea: «La decisione dell’Unione europea di avviare il processo di integrazione dell’Ucraina è stata storica». E «l’Italia punta ora ad aiutare l’Ucraina per il raggiungimento dei parametri». Uno spazio di riflessione è stato dedicato anche al tema del rapimento di bambini ucraini da parte di Mosca. Gli altri argomenti trattati, secondo quanto riferito da fonti del Quirinale, hanno riguardato l’efficacia delle sanzioni economiche alla Russia, la questione della centrale nucleare di Zaporizhzhia, la lotta alle fake news con la necessità di azioni più efficaci a livello europeo, i bombardamenti delle strutture civili, la ricostruzione, i crimini di guerra. La visita del presidente ucraino è poi proseguita a Palazzo Chigi per l’incontro con il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni. Al suo arrivo, alle 13, i due si sono stretti in un abbraccio e il faccia a faccia, che si è tenuto in inglese senza interpreti, è durato un’ora e dieci, il più lungo della giornata di Zelensky. Dopo il pranzo allargato a entrambe le delegazioni, è arrivato il momento della dichiarazione congiunta alla stampa. Meloni ha ribadito il pieno e chiarissimo sostegno all’Ucraina, parlando di pace giusta e ricostruzione di cui l’Italia vuole rendersi protagonista: «Abbiamo realizzato lo scorso 26 aprile una grande conferenza per la ricostruzione dell’Ucraina per dimostrare che la nostra nazione vuole svolgere un ruolo di primo piano per la ricostruzione. Noi scommettiamo sulla vittoria dell’Ucraina». Vittoria e pace giusta, queste le parole chiave dell’incontro per sottolineare che un semplice cessate il fuoco, in questo momento, significherebbe resa o addirittura la sconfitta per Kiev. «Non siamo così ipocriti», ha spiegato Meloni, «da chiamare pace qualsiasi cosa che possa somigliare a un’invasione». È per questo che il presidente del Consiglio si è appellata a Mosca per chiedere non solo di fermare l’aggressione ma anche di ritirare le truppe. Meloni ha poi fatto ampio riferimento alla proposta di pace presentata da Zelensky senza, invece, parlare di altre intermediazioni o missioni, come quella cinese o quella della Santa Sede. «Sosteniamo la formula di pace in 10 punti del presidente Zelensky. E riconosciamo le legittime aspirazioni europee dell’Ucraina». Anche il governo, infatti, si allinea all’auspicio del Quirinale circa l’ingresso dell’Ucraina nella Ue, parlando di un futuro europeo per l’Ucraina. Mentre, sul tema Nato, Meloni si è mostrata più prudente, non parlando esplicitamente di ingresso: «Siamo pronti a sostenere un’ulteriore intensificazione del partenariato dell’Ucraina con la Nato, ne parleremo a Vilnius al vertice di luglio, sarà probabilmente il tema centrale». Il presidente del Consiglio ha parlato anche del sostegno militare: «Continueremo a fornire aiuti, anche militari, perché l’Ucraina possa arrivare ai negoziati con una posizione solida. Questo è importante perché alla pace non si può arrivare con nessuna posizione di resa». Infine, il premier si è mostrato contento per l’incontro che sarebbe seguito tra Zelensky e papa Francesco: «Conosciamo il forte sentimento d’affetto del Papa per l’Ucraina. Oggi è una giornata importante. E lo ribadiamo ancora una volta: l’Italia c’è». La dichiarazione di Zelensky è stata più asciutta e sintetica e, al contrario di Meloni, non ha mai fatto riferimento al successivo incontro con papa Francesco. Ha iniziato il suo discorso ringraziando direttamente «Giorgia per il suo sostegno personale». Ha rivolto un messaggio di gratitudine anche agli italiani che hanno accolto i cittadini ucraina in fuga dalla guerra. «La guerra è sul nostro territorio, ma noi abbiamo scelto la pace. Grazie per l’assistenza che ci date per difendere le famiglie ucraine, le case dei nostri civili e le vite dei nostri militari. Forse qualcuno non ha visto cos’è l’aggressione russa». Anche il premier ucraino ha ricordato la proposta di pace in dieci punti presentata da Kiev ormai qualche mese fa. Ha poi parlato di Europa e anche di Nato. «L’Europa «per noi è molto importante, rispetteremo tutte le indicazioni richieste per entrare nell’Ue». E, riguardo alla Nato, ha detto che l’Ucraina si sta già comportando come un Paese dell’Alleanza atlantica, in attesa della decisione del summit. Nessuno dei due leader ha speso parole per commentare l’iniziativa di intermediazione della Cina (il delegato cinese è impegnato in un tour europeo che si concluderà a Mosca), probabilmente perché Pechino insiste per ottenere il cessate il fuoco che però, senza ritiro delle truppe di Mosca, significherebbe la resa di Kiev. Zelensky si è, poi, spostato di pochi km, nella Città del Vaticano, per l’incontro con papa Francesco. Il presidente ucraino è entrato nell’auletta per l’incontro con il Papa alle 16.10, uscendone 40 minuti dopo. La formula di pace di Kiev e la condanna dei crimini russi sono stati tra i temi affrontati. «Ho chiesto» al Pontefice «di condannare i crimini russi in Ucraina perché non può esserci uguaglianza tra la vittima e l’aggressore», ha scritto Zelensky su Telegram. Aggiungendo: «Ho anche parlato della nostra formula di pace come dell’unico algoritmo efficace per raggiungere una pace giusta. Il Papa si è offerto di unirsi alla sua attuazione». Più sfumata la versione del Vaticano: «Il Papa ha assicurato la sua preghiera costante. Il Papa ha sottolineato in particolare la necessità urgente di “gesti di umanità” nei confronti delle persone più fragili, vittime innocenti del conflitto».
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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