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2019-01-28
Violenze, omicidi e Isis. Ecco che cosa si nasconde in certi negozi degli egiziani
Le Iene
Insospettabili macellerie in Lombardia e nel Nord Italia, frutterie multiservice nella capitale, anonimi autolavaggi in Ciociaria. Si entra con una valigetta piena di contanti e grazie all'Hawala, un antico sistema che risale al medioevo e che si basa sull'onore e su una rete impressionante di broker, è possibile trasferire denaro sporco in Egitto, ma anche in altri Paesi del Nord Africa. Nella mala importata dal Medio Oriente è considerato più sicuro dei money transfer e anche del deep web (il lato oscuro di internet, che permette di navigare nella più completa illegalità e di mettere a punto qualsiasi traffico criminale, ndr). L'Hawala non lascia traccia. Il cliente raggiunge il mediatore in una anonima macelleria e gli consegna la somma da trasferire. Il broker, acquisite le banconote, dà l'ok al suo uomo di riferimento in Egitto che, come concordato dall'Italia, consegna il denaro alla persona indicata dal cliente. E il gioco è fatto. I magistrati della Direzione nazionale antimafia conoscono bene questo meccanismo finanziario illegale e monitorano le inchieste in cui compare. Non è sfuggito il servizio delle Iene sulle macellerie milanesi. Ma c'è un'inchiesta, affidata dal procuratore aggiunto che coordina il pool milanese antiterrorismo, Alberto Nobili, al pm Adriano Scudieri, che ha messo in luce, tracciato e accertato tutti i meccanismi dell'Hawala.
La notizia degli arresti, un anno fa, passò quasi in sordina. Ma insieme a 13 ordinanze di custodia cautelare (sei egiziani, cinque siriani e due marocchini, tutti ufficialmente imprenditori e in regola con i documenti) gli investigatori della Guardia di finanza sequestrarono un milione di euro in contanti che erano appena stati consegnati e che dovevano finire in Egitto. Nel fascicolo c'era anche una traccia inquietante, che i magistrati stanno ancora sviluppando: una parte di quei soldi sarebbero serviti a finanziare la rete del terrorismo internazionale dell'Isis. Il punto di contatto tra estremisti islamici e l'hub occulto di broker illegali milanesi, che avrebbe movimentato fino a 10 milioni di euro partiti dall'Italia, è un libico «contiguo ad ambienti di integralismo islamico»: Salem Bashir Mazan Rajah. Anche per lui c'era un mandato di cattura, ma non si è fatto acciuffare ed è ancora irreperibile.
La primula rossa, però, è monitorata ormai da oltre quattro anni: nel 2015, quando era ancora uno sconosciuto, la polizia dell'aeroporto lo fermò a Linate, dove era atterrato da Malta. Alla richiesta dei doganieri di indicare quanto contante c'era in una valigetta, su un pezzo di carta scrisse: 296.000 euro. Una cifra difficile da far passare in aeroporto senza una minima giustificazione. E, così, quell'uomo dall'aspetto molto religioso, con il Corano in una borsetta e un bel po' di bigliettoni in una 24 ore, venne denunciato a piede libero con l'accusa di riciclaggio di denaro. Gli sequestrarono anche il telefono cellulare. E da lì, grazie ai suoi contatti, si aprirono due piste: una internazionale, legata a nomi di importanti jihadisti, e una milanese che ha portato alla scoperta della centrale finanziaria dell'Hawala.
Il campanello d'allarme del terrorismo internazionale suonò sin dai primi istanti: sul telefonino, annotarono gli investigatori, c'erano «fotografie, video ed email dal chiaro contenuto religioso islamista, anche di tipo radicale». E da una piccola ricerca saltò fuori che il libico aveva effettuato in Germania, Francia e Olanda, tra il 2013 e il 2015, «dichiarazioni doganali per circa 50 milioni di euro». La banda che forniva il servizio di trasferimento di denaro illecito a carattere transnazionale, si scoprì, era organizzata in due gruppi tra loro collegati: il network Sadig e il network Haj Ibrahim. I clienti individuati, tra l'altro, in quel momento erano quasi tutti sotto inchiesta per le loro attività illecite in diverse città italiane: Genova, Torino, Como, Venezia, Brescia, Cagliari, Catania e Ascoli Piceno. Per Roma e per il Sud Italia, invece, c'è un altro hub. E si annida principalmente nelle frutterie. È meno frequentato da uomini d'affari e colletti bianchi e a volte risulta essere molto rozzo. Ma, soprattutto, ammazza. Proprio come la criminalità comune.
Sono diversi gli egiziani morti in circostanze all'apparenza mai chiarite. Il 28 ottobre 2013, ad esempio, trovarono il proprietario di tre frutterie, Mohamed Ebraim Leshein con le mani legate dietro la schiena e la faccia a terra, in zona Settebagni, a Roma. Gli investigatori della Squadra mobile si convinsero che il movente di quell'omicidio fosse un tentativo di estorsione o usura. Ma, si sa, nessun aguzzino ha interesse a far fuori la propria fonte di reddito. E allora si è fatta strada l'altra ipotesi, legata all'onore. Se spariscono i soldi dell'Hawala, allora sì che sono guai.
Nel 2015 la storia si ripete. Hashem El Sayed Gaafar, anche lui fruttivendolo, viene trovato incaprettato proprio davanti al suo negozio. Aveva appena ritirato 5.000 euro in contanti. Una rapina, ipotizzarono gli investigatori. Ma il fratello disse da subito che «doveva dei soldi alle persone sbagliate». E si addrizzò il tiro verso un giro d'usura. Dalla Squadra mobile spiegarono che la provenienza dei soldi che aveva addosso non era affatto chiara, ma precisarono che l'egiziano prima di morire era stato brutalmente picchiato. Quasi torturato. E anche questo delitto è diventato un cold case. Basta chiedere poi alla sala operativa della Questura per capire che casi di accoltellamento tra egiziani sono quasi all'ordine del giorno. E sono tutti regolamenti di conti. Poi, nel dicembre 2016, sette egiziani vennero arrestati con l'accusa di aver tentato di uccidere, nell'agosto 2015, due connazionali nel Centro agroalimentare romano, a Guidonia. Emerse che un gruppo di egiziani, per affermare la propria forza intimidatoria, aveva organizzato una spedizione punitiva nei confronti dei due ragazzi, che nel centro lavoravano come facchini, perché non volevano riconoscere l'autorità della banda che si occupava di approvvigionamento all'ingrosso di ortofrutticoli. La classica buccia di banana. Perché il vero affare era il controllo delle frutterie romane. Gli indizi: i negozi di frutta e verdura degli egiziani finiscono spesso in fumo. A qualcuno è capitato anche più di una volta. È il caso della Nabil frutta di Guidonia, gestita da egiziani, bruciata per ben tre volte. E infatti gli investigatori l'hanno definito il racket della frutta. La banda di egiziani controllava almeno 13 frutterie tra Roma, Guidonia, Montecelio, Monterotondo, Palombara Sabina, Lavinio e Orvieto.
Nell'ultimo anno, a Roma, stando ai dati della Camera di commercio, hanno chiuso i battenti 33 frutterie autoctone e altrettante in provincia. Molte sono state rilevate da egiziani che, occupandosi anche delle forniture, spesso, dopo essere riusciti a far indebitare le attività che riforniscono, alla fine le acquisiscono. Anche nel giro delle pizzerie, scoprì la Procura di Roma, c'erano bande che cercavano di estromettere i connazionali dalla gestione delle attività commerciali, dopo aver concesso prestiti usurai. Le pizzerie, una in via Pollenza e l'altra in via Ratto delle Sabine, furono oggetto di veri e propri raid.
Lo stesso meccanismo c'è dietro agli autolavaggi in Ciociaria. Lo ha svelato lo scorso anno l'operazione Gold wash, che ha disarticolato una banda che con la violenza aveva imposto il controllo esclusivo nella gestione degli autolavaggi di Cassino. Anche lì ci furono tentati omicidi e pestaggi, reati spia che spesso riescono a svelare ben altro.
I cinesi smerciano buoni spesa per migranti
Anche i cinesi, nel business sotterraneo dei minimarket, fanno la loro parte. Che vendano merce importata in modo non del tutto legale, contraffatta o poco sicura, sequestrata ogni anno a tonnellate, non fa certamente più notizia, ma non stanno tutte lì le furbizie messe in atto per aumentare i guadagni. A Lecce, per esempio, qualche giorno fa, i carabinieri hanno multato un negozio che aveva messo in vendita capi di abbigliamento adornati con pelliccia di gatto.
A Milano, qualche mese fa, in zona Paolo Sarpi, ben nascosti dietro barattoli di integratori erboristici la polizia locale aveva trovato farmaci di importazione, tra cui anche pillole abortive che venivano vendute illegalmente senza prescrizione medica.
E ancora, a Firenze, ogni settimana, si tiene puntualmente un mercato abusivo di frutta e verdura, coltivata nelle campagne toscane e proveniente da semi importati, che nel nostro Paese sono vietati. A Ferrara, invece, fino a qualche tempo fa, i negozi cinesi (e anche pakistani) si trasformavano, spesso e volentieri, in centri di riciclaggio per i buoni spesa della Coop, destinati ai richiedenti asilo, che preferivano acquistare superalcolici lì, piuttosto che andare a spenderli nei supermercati.
Il blitz che i carabinieri hanno messo in atto a Surano, in provincia di Lecce, lo scorso 19 gennaio, non è uguale a tutti gli altri: in un negozio gestito da cinesi hanno sequestrato decine di capi con inserzioni di pelo vero, proveniente con ogni probabilità da animali maltrattati prima di essere uccisi e poi scuoiati per ricavarne inserti di pelliccia da vendere a poco prezzo. Nel nostro Paese è vietato l'utilizzo di pellami e pellicce di animali come il gatto, il procione, la lince, il coyote e ovviamente il cane, provenienti da Paesi che non rispettano le normative anti sofferenza. In Cina, invece, come hanno testimoniato più volte i documentari di attivisti animalisti, è usuale l'utilizzo delle pelli di cane e di gatto, catturati per strada o nei cortili delle case e poi barbaramente uccisi, per l'industria dell'abbigliamento.
Nel 2018 tra i fenomeni di vendita abusiva negli esercizi gestiti da immigrati è spuntato anche quello della vendita dei farmaci. Prodotti di origine ignota, non commercializzati in Italia, e privi di indicazioni terapeutiche specifiche che vengono venduti sfusi, senza ricetta né prescrizioni del medico. Sono destinati soprattutto alla comunità cinese, che invece di rifornirsi in farmacia preferisce fare spesa dai connazionali. La primavera scorsa, durante un controllo del nucleo anti abusivismo, la polizia locale di Milano, in zona Paolo Sarpi, in un negozio di cineserie ha trovato migliaia di pillole occultate in barattoli etichettati come semplici integratori: si trattava in realtà di antibiotici, antinfiammatori e altri presidi medici non commercializzati in Italia e di provenienza ignota. Tra i farmaci illegali, tutti sequestrati e distrutti, sono state trovate persino confezioni della pillola del giorno dopo, ben nascoste in barattoli che pubblicizzavano prodotti a base di erbe e radici.
Spostandoci a Firenze, nella periferia della città, precisamente in via Di Vittorio, da anni possiamo trovare ogni settimana un mercato della frutta e della verdura, gestito da cinesi, completamente abusivo. Cassette a terra o su banconi improvvisati in barba a qualsiasi regola sanitaria, nessun permesso per occupazione di suolo pubblico e niente scontrini, ovviamente, visto che di registratori di cassa non c'è nemmeno l'ombra.
A parte qualche multa ogni tanto, il fenomeno è ben noto e tollerato dalle istituzioni, nonostante si tratti dell'ultimo passaggio di una filiera abusiva che rischia di danneggiare la nostra agricoltura e il mercato. Sui banchi dell'improvvisato market si trovano infatti «ortaggi di dimensioni anomale, non tracciati e modificati in laboratorio», con ogni probabilità provenienti da coltivazioni ricavate da «semi importati illegalmente dalla Cina e coltivati in Lazio, Sicilia e Campania», probabilmente «modificati geneticamente o ibridati», dunque potenzialmente pericolosi per le coltivazioni autoctone.
A Ferrara, fino a qualche tempo fa, andava di gran moda un giro d'affari illecito che utilizzava come moneta di scambio i buoni pasto della Coop forniti ai richiedenti asilo, ospiti delle strutture di accoglienza. Funzionava così: nel pacchetto da 35 euro al giorno, previsto per il mantenimento dei finti profughi, erano compresi anche i buoni spesa per l'approvvigionamento autonomo dei soggetti sistemati presso appartamenti o stanze delle cooperative locali. I buoni venivano consegnati direttamente agli immigrati e avevano stampigliato, oltre al marchio del supermercato convenzionato, anche il logo della coop ospitante, in modo da diventare tracciabili. Per evitare di incorrere in qualche controllo sugli acquisti, però, i finti profughi avevano trovato una strada alternativa: svendevano i buoni spesa nei market gestiti da cinesi a un prezzo inferiore al loro valore e in cambio ottenevano la possibilità di rifornirsi liberamente di alcol o cibi etnici. E anche per i gestori si trattava di un affare: una volta accumulati i buoni, pagati la metà del valore, questi si recavano nei supermercati a marchio Coop per fare incetta, a loro volta, di articoli scontati, da rivendere poi negli stessi minimarket, a prezzo pieno.
Cibi non tracciati, igiene carente: gli stranieri ci rovinano la tavola
Ogni anno, gli italiani ordinano sulle piattaforme di Food delivery oltre 25.000 chili di sushi. I ristoranti etnici, nel nostro Paese, sono più di 50.000. Ci sono 13.000 minimarket gestiti da bengalesi e più di 6.000 frutterie egiziane. Ma dietro la proliferazione di pesce crudo, involtini primavera, alimentari aperti 24 ore e arance a buon mercato, spesso c'è del marcio. Letteralmente. Cibo non tracciabile o mal conservato. Locali laidi. Dipendenti in nero. E, addirittura, spaccio di droga. Per Coldiretti, il 20% delle merci straniere non rispetta le norme italiane su ambiente, sanità e lavoro.
A novembre, a Modena, i Nas hanno sequestrato 122 chili di carne e pesce congelati in un minimarket etnico. Gli alimenti erano totalmente privi di etichette. Impossibile stabilire da dove venissero e quando scadessero. Stessa scena, poche settimane dopo, nel Chietino: 2.800 euro di merce non etichettata. A fine novembre, in Friuli Venezia Giulia, i Nas hanno visitato i market gestiti da romeni, ucraini e ungheresi. Nell'Europa dell'Est, infatti, è in atto un'epidemia di peste suina. La malattia non è trasmissibile all'uomo, ma se si trasporta bestiame infetto, si rischiano di contagiare altri animali. Dai controlli non è emersa traccia del virus. Ma di 200 chili di carne era impossibile conoscere provenienza e scadenza.
Con la carne, i negozi etnici hanno un rapporto complicato. Il caso più eclatante a Latina. I Nas avevano dovuto mettere i sigilli a un minimarket con annesso laboratorio di sezionamento di carni congelate, allestito in un bagno fatiscente e ovviamente lurido. Pure con il pesce si casca male. La scorsa primavera, nell'Aquilano, i Nas avevano sequestrato ben 300 chili di sushi e sashimi, prodotti senza notifica alle autorità (che è obbligatoria nel caso di prodotti ittici da consumare crudi).
Non bisogna fidarsi nemmeno degli ingrossi cinesi. A fine ottobre, i Nas di Roma e Parma hanno trovato, in confezioni di brodo aromatizzato al pollo vendute da un grossista, «ingredienti di origine animale non dichiarati in etichetta». Insomma, nel brodo di pollo non c'era solo il pollo.
Non mancano le irregolarità neppure nelle rivendite di frutta e verdura. A Pavia, due commercianti egiziani sono stati multati per la mancata tracciabilità dei prodotti ortofrutticoli. A Pescara, i Nas hanno documentato gravi carenze igienico-sanitarie in un'ortofrutta gestita da nordafricani.
C'è pure il capitolo dei lavoratori in nero. Nella zona di Mantova, a novembre, la Guardia di finanza ha disposto lo stop per un negozio etnico che impiegava vari dipendenti irregolari. Ad Alba Adriatica, in Abruzzo, i carabinieri avevano sorpreso un dipendente in nero in un esercizio commerciale gestito da uno straniero. Sul litorale Catanzarese, i Nas ne avevano trovati altri in un ristorante orientale. Al Lido di Venezia era scattata la sospensione per alcuni negozi etnici di cittadini del Bangladesh.
I market stranieri sono, notoriamente, luogo di bivacco. Matteo Salvini aveva promesso una stretta sugli orari di chiusura nel dl Sicurezza. Ma di questa disposizione, nel testo finale si sono perse le tracce. E così, i negozietti di cingalesi, indiani e bangladesi continuano a rifornire di alcol a poco prezzo il popolo della notte. E c'è persino chi, dietro la vetrina, nasconde il traffico di droga. È successo a Prato, dove, ad agosto, era stata disposta la sospensione per un minimarket etnico. La titolare, una nigeriana di 32 anni, consentiva agli spacciatori del luogo di smerciare gli stupefacenti all'interno del suo punto vendita. Sarà stato per solidarietà: le forze dell'ordine avevano già arrestato suo fratello, sorpreso con due dosi di eroina mentre usciva dal negozio.
La colonizzazione del nostro Paese passa per i sushi bar alla moda e i più modesti minimarket etnici. I commercianti italiani lo denunciano da anni: dove prima c'erano vetrine eleganti, adesso compaiono frutterie-bugigattolo. Le attività degli stranieri crescono a ritmi cinque volte superiori rispetto a quelle dei nostri connazionali. Di questo passo, tra pochi anni resteranno solo loro. Visti i cibi che somministrano, faranno prima a sostituirci o ad avvelenarci?
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Macellerie che diventano centrali per il finanziamento dei terroristi. Traffici di soldi, prestiti a usura, business illeciti di ogni tipo. Le Procure indagano. I cinesi smerciano buoni spesa per migranti. A Ferrara, gli immigrati li cedevano ai gestori di un alimentari orientale in cambio di alcolici. I titolari li usavano per comprare prodotti che rivendevano a prezzo pieno in negozio. A Milano, gli asiatici vendevano pillole abortive senza prescrizione medica. Cibi non tracciati, igiene carente: gli stranieri ci rovinano la tavola. Dal centro per lavorazione della carne allestito in un wc, al minimarket nigeriano dove si spacciavano droghe. Proliferano ristoranti e locali etnici ma per molti le regole sono un optional. Lo speciale contiene tre articoli. Insospettabili macellerie in Lombardia e nel Nord Italia, frutterie multiservice nella capitale, anonimi autolavaggi in Ciociaria. Si entra con una valigetta piena di contanti e grazie all'Hawala, un antico sistema che risale al medioevo e che si basa sull'onore e su una rete impressionante di broker, è possibile trasferire denaro sporco in Egitto, ma anche in altri Paesi del Nord Africa. Nella mala importata dal Medio Oriente è considerato più sicuro dei money transfer e anche del deep web (il lato oscuro di internet, che permette di navigare nella più completa illegalità e di mettere a punto qualsiasi traffico criminale, ndr). L'Hawala non lascia traccia. Il cliente raggiunge il mediatore in una anonima macelleria e gli consegna la somma da trasferire. Il broker, acquisite le banconote, dà l'ok al suo uomo di riferimento in Egitto che, come concordato dall'Italia, consegna il denaro alla persona indicata dal cliente. E il gioco è fatto. I magistrati della Direzione nazionale antimafia conoscono bene questo meccanismo finanziario illegale e monitorano le inchieste in cui compare. Non è sfuggito il servizio delle Iene sulle macellerie milanesi. Ma c'è un'inchiesta, affidata dal procuratore aggiunto che coordina il pool milanese antiterrorismo, Alberto Nobili, al pm Adriano Scudieri, che ha messo in luce, tracciato e accertato tutti i meccanismi dell'Hawala. La notizia degli arresti, un anno fa, passò quasi in sordina. Ma insieme a 13 ordinanze di custodia cautelare (sei egiziani, cinque siriani e due marocchini, tutti ufficialmente imprenditori e in regola con i documenti) gli investigatori della Guardia di finanza sequestrarono un milione di euro in contanti che erano appena stati consegnati e che dovevano finire in Egitto. Nel fascicolo c'era anche una traccia inquietante, che i magistrati stanno ancora sviluppando: una parte di quei soldi sarebbero serviti a finanziare la rete del terrorismo internazionale dell'Isis. Il punto di contatto tra estremisti islamici e l'hub occulto di broker illegali milanesi, che avrebbe movimentato fino a 10 milioni di euro partiti dall'Italia, è un libico «contiguo ad ambienti di integralismo islamico»: Salem Bashir Mazan Rajah. Anche per lui c'era un mandato di cattura, ma non si è fatto acciuffare ed è ancora irreperibile. La primula rossa, però, è monitorata ormai da oltre quattro anni: nel 2015, quando era ancora uno sconosciuto, la polizia dell'aeroporto lo fermò a Linate, dove era atterrato da Malta. Alla richiesta dei doganieri di indicare quanto contante c'era in una valigetta, su un pezzo di carta scrisse: 296.000 euro. Una cifra difficile da far passare in aeroporto senza una minima giustificazione. E, così, quell'uomo dall'aspetto molto religioso, con il Corano in una borsetta e un bel po' di bigliettoni in una 24 ore, venne denunciato a piede libero con l'accusa di riciclaggio di denaro. Gli sequestrarono anche il telefono cellulare. E da lì, grazie ai suoi contatti, si aprirono due piste: una internazionale, legata a nomi di importanti jihadisti, e una milanese che ha portato alla scoperta della centrale finanziaria dell'Hawala. Il campanello d'allarme del terrorismo internazionale suonò sin dai primi istanti: sul telefonino, annotarono gli investigatori, c'erano «fotografie, video ed email dal chiaro contenuto religioso islamista, anche di tipo radicale». E da una piccola ricerca saltò fuori che il libico aveva effettuato in Germania, Francia e Olanda, tra il 2013 e il 2015, «dichiarazioni doganali per circa 50 milioni di euro». La banda che forniva il servizio di trasferimento di denaro illecito a carattere transnazionale, si scoprì, era organizzata in due gruppi tra loro collegati: il network Sadig e il network Haj Ibrahim. I clienti individuati, tra l'altro, in quel momento erano quasi tutti sotto inchiesta per le loro attività illecite in diverse città italiane: Genova, Torino, Como, Venezia, Brescia, Cagliari, Catania e Ascoli Piceno. Per Roma e per il Sud Italia, invece, c'è un altro hub. E si annida principalmente nelle frutterie. È meno frequentato da uomini d'affari e colletti bianchi e a volte risulta essere molto rozzo. Ma, soprattutto, ammazza. Proprio come la criminalità comune. Sono diversi gli egiziani morti in circostanze all'apparenza mai chiarite. Il 28 ottobre 2013, ad esempio, trovarono il proprietario di tre frutterie, Mohamed Ebraim Leshein con le mani legate dietro la schiena e la faccia a terra, in zona Settebagni, a Roma. Gli investigatori della Squadra mobile si convinsero che il movente di quell'omicidio fosse un tentativo di estorsione o usura. Ma, si sa, nessun aguzzino ha interesse a far fuori la propria fonte di reddito. E allora si è fatta strada l'altra ipotesi, legata all'onore. Se spariscono i soldi dell'Hawala, allora sì che sono guai. Nel 2015 la storia si ripete. Hashem El Sayed Gaafar, anche lui fruttivendolo, viene trovato incaprettato proprio davanti al suo negozio. Aveva appena ritirato 5.000 euro in contanti. Una rapina, ipotizzarono gli investigatori. Ma il fratello disse da subito che «doveva dei soldi alle persone sbagliate». E si addrizzò il tiro verso un giro d'usura. Dalla Squadra mobile spiegarono che la provenienza dei soldi che aveva addosso non era affatto chiara, ma precisarono che l'egiziano prima di morire era stato brutalmente picchiato. Quasi torturato. E anche questo delitto è diventato un cold case. Basta chiedere poi alla sala operativa della Questura per capire che casi di accoltellamento tra egiziani sono quasi all'ordine del giorno. E sono tutti regolamenti di conti. Poi, nel dicembre 2016, sette egiziani vennero arrestati con l'accusa di aver tentato di uccidere, nell'agosto 2015, due connazionali nel Centro agroalimentare romano, a Guidonia. Emerse che un gruppo di egiziani, per affermare la propria forza intimidatoria, aveva organizzato una spedizione punitiva nei confronti dei due ragazzi, che nel centro lavoravano come facchini, perché non volevano riconoscere l'autorità della banda che si occupava di approvvigionamento all'ingrosso di ortofrutticoli. La classica buccia di banana. Perché il vero affare era il controllo delle frutterie romane. Gli indizi: i negozi di frutta e verdura degli egiziani finiscono spesso in fumo. A qualcuno è capitato anche più di una volta. È il caso della Nabil frutta di Guidonia, gestita da egiziani, bruciata per ben tre volte. E infatti gli investigatori l'hanno definito il racket della frutta. La banda di egiziani controllava almeno 13 frutterie tra Roma, Guidonia, Montecelio, Monterotondo, Palombara Sabina, Lavinio e Orvieto. Nell'ultimo anno, a Roma, stando ai dati della Camera di commercio, hanno chiuso i battenti 33 frutterie autoctone e altrettante in provincia. Molte sono state rilevate da egiziani che, occupandosi anche delle forniture, spesso, dopo essere riusciti a far indebitare le attività che riforniscono, alla fine le acquisiscono. Anche nel giro delle pizzerie, scoprì la Procura di Roma, c'erano bande che cercavano di estromettere i connazionali dalla gestione delle attività commerciali, dopo aver concesso prestiti usurai. Le pizzerie, una in via Pollenza e l'altra in via Ratto delle Sabine, furono oggetto di veri e propri raid. Lo stesso meccanismo c'è dietro agli autolavaggi in Ciociaria. Lo ha svelato lo scorso anno l'operazione Gold wash, che ha disarticolato una banda che con la violenza aveva imposto il controllo esclusivo nella gestione degli autolavaggi di Cassino. Anche lì ci furono tentati omicidi e pestaggi, reati spia che spesso riescono a svelare ben altro. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/violenze-omicidi-e-isis-ecco-che-cosa-si-nasconde-nei-negozi-degli-egiziani-2627246208.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="i-cinesi-smerciano-buoni-spesa-per-migranti" data-post-id="2627246208" data-published-at="1781252363" data-use-pagination="False"> I cinesi smerciano buoni spesa per migranti Anche i cinesi, nel business sotterraneo dei minimarket, fanno la loro parte. 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A Ferrara, invece, fino a qualche tempo fa, i negozi cinesi (e anche pakistani) si trasformavano, spesso e volentieri, in centri di riciclaggio per i buoni spesa della Coop, destinati ai richiedenti asilo, che preferivano acquistare superalcolici lì, piuttosto che andare a spenderli nei supermercati. Il blitz che i carabinieri hanno messo in atto a Surano, in provincia di Lecce, lo scorso 19 gennaio, non è uguale a tutti gli altri: in un negozio gestito da cinesi hanno sequestrato decine di capi con inserzioni di pelo vero, proveniente con ogni probabilità da animali maltrattati prima di essere uccisi e poi scuoiati per ricavarne inserti di pelliccia da vendere a poco prezzo. Nel nostro Paese è vietato l'utilizzo di pellami e pellicce di animali come il gatto, il procione, la lince, il coyote e ovviamente il cane, provenienti da Paesi che non rispettano le normative anti sofferenza. In Cina, invece, come hanno testimoniato più volte i documentari di attivisti animalisti, è usuale l'utilizzo delle pelli di cane e di gatto, catturati per strada o nei cortili delle case e poi barbaramente uccisi, per l'industria dell'abbigliamento. Nel 2018 tra i fenomeni di vendita abusiva negli esercizi gestiti da immigrati è spuntato anche quello della vendita dei farmaci. Prodotti di origine ignota, non commercializzati in Italia, e privi di indicazioni terapeutiche specifiche che vengono venduti sfusi, senza ricetta né prescrizioni del medico. Sono destinati soprattutto alla comunità cinese, che invece di rifornirsi in farmacia preferisce fare spesa dai connazionali. La primavera scorsa, durante un controllo del nucleo anti abusivismo, la polizia locale di Milano, in zona Paolo Sarpi, in un negozio di cineserie ha trovato migliaia di pillole occultate in barattoli etichettati come semplici integratori: si trattava in realtà di antibiotici, antinfiammatori e altri presidi medici non commercializzati in Italia e di provenienza ignota. Tra i farmaci illegali, tutti sequestrati e distrutti, sono state trovate persino confezioni della pillola del giorno dopo, ben nascoste in barattoli che pubblicizzavano prodotti a base di erbe e radici. Spostandoci a Firenze, nella periferia della città, precisamente in via Di Vittorio, da anni possiamo trovare ogni settimana un mercato della frutta e della verdura, gestito da cinesi, completamente abusivo. Cassette a terra o su banconi improvvisati in barba a qualsiasi regola sanitaria, nessun permesso per occupazione di suolo pubblico e niente scontrini, ovviamente, visto che di registratori di cassa non c'è nemmeno l'ombra. A parte qualche multa ogni tanto, il fenomeno è ben noto e tollerato dalle istituzioni, nonostante si tratti dell'ultimo passaggio di una filiera abusiva che rischia di danneggiare la nostra agricoltura e il mercato. Sui banchi dell'improvvisato market si trovano infatti «ortaggi di dimensioni anomale, non tracciati e modificati in laboratorio», con ogni probabilità provenienti da coltivazioni ricavate da «semi importati illegalmente dalla Cina e coltivati in Lazio, Sicilia e Campania», probabilmente «modificati geneticamente o ibridati», dunque potenzialmente pericolosi per le coltivazioni autoctone. A Ferrara, fino a qualche tempo fa, andava di gran moda un giro d'affari illecito che utilizzava come moneta di scambio i buoni pasto della Coop forniti ai richiedenti asilo, ospiti delle strutture di accoglienza. Funzionava così: nel pacchetto da 35 euro al giorno, previsto per il mantenimento dei finti profughi, erano compresi anche i buoni spesa per l'approvvigionamento autonomo dei soggetti sistemati presso appartamenti o stanze delle cooperative locali. I buoni venivano consegnati direttamente agli immigrati e avevano stampigliato, oltre al marchio del supermercato convenzionato, anche il logo della coop ospitante, in modo da diventare tracciabili. Per evitare di incorrere in qualche controllo sugli acquisti, però, i finti profughi avevano trovato una strada alternativa: svendevano i buoni spesa nei market gestiti da cinesi a un prezzo inferiore al loro valore e in cambio ottenevano la possibilità di rifornirsi liberamente di alcol o cibi etnici. E anche per i gestori si trattava di un affare: una volta accumulati i buoni, pagati la metà del valore, questi si recavano nei supermercati a marchio Coop per fare incetta, a loro volta, di articoli scontati, da rivendere poi negli stessi minimarket, a prezzo pieno. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/violenze-omicidi-e-isis-ecco-che-cosa-si-nasconde-nei-negozi-degli-egiziani-2627246208.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="cibi-non-tracciati-igiene-carente-gli-stranieri-ci-rovinano-la-tavola" data-post-id="2627246208" data-published-at="1781252363" data-use-pagination="False"> Cibi non tracciati, igiene carente: gli stranieri ci rovinano la tavola Ogni anno, gli italiani ordinano sulle piattaforme di Food delivery oltre 25.000 chili di sushi. I ristoranti etnici, nel nostro Paese, sono più di 50.000. Ci sono 13.000 minimarket gestiti da bengalesi e più di 6.000 frutterie egiziane. Ma dietro la proliferazione di pesce crudo, involtini primavera, alimentari aperti 24 ore e arance a buon mercato, spesso c'è del marcio. Letteralmente. Cibo non tracciabile o mal conservato. Locali laidi. Dipendenti in nero. E, addirittura, spaccio di droga. Per Coldiretti, il 20% delle merci straniere non rispetta le norme italiane su ambiente, sanità e lavoro. A novembre, a Modena, i Nas hanno sequestrato 122 chili di carne e pesce congelati in un minimarket etnico. Gli alimenti erano totalmente privi di etichette. Impossibile stabilire da dove venissero e quando scadessero. Stessa scena, poche settimane dopo, nel Chietino: 2.800 euro di merce non etichettata. A fine novembre, in Friuli Venezia Giulia, i Nas hanno visitato i market gestiti da romeni, ucraini e ungheresi. Nell'Europa dell'Est, infatti, è in atto un'epidemia di peste suina. La malattia non è trasmissibile all'uomo, ma se si trasporta bestiame infetto, si rischiano di contagiare altri animali. Dai controlli non è emersa traccia del virus. Ma di 200 chili di carne era impossibile conoscere provenienza e scadenza. Con la carne, i negozi etnici hanno un rapporto complicato. Il caso più eclatante a Latina. I Nas avevano dovuto mettere i sigilli a un minimarket con annesso laboratorio di sezionamento di carni congelate, allestito in un bagno fatiscente e ovviamente lurido. Pure con il pesce si casca male. La scorsa primavera, nell'Aquilano, i Nas avevano sequestrato ben 300 chili di sushi e sashimi, prodotti senza notifica alle autorità (che è obbligatoria nel caso di prodotti ittici da consumare crudi). Non bisogna fidarsi nemmeno degli ingrossi cinesi. A fine ottobre, i Nas di Roma e Parma hanno trovato, in confezioni di brodo aromatizzato al pollo vendute da un grossista, «ingredienti di origine animale non dichiarati in etichetta». Insomma, nel brodo di pollo non c'era solo il pollo. Non mancano le irregolarità neppure nelle rivendite di frutta e verdura. A Pavia, due commercianti egiziani sono stati multati per la mancata tracciabilità dei prodotti ortofrutticoli. A Pescara, i Nas hanno documentato gravi carenze igienico-sanitarie in un'ortofrutta gestita da nordafricani. C'è pure il capitolo dei lavoratori in nero. Nella zona di Mantova, a novembre, la Guardia di finanza ha disposto lo stop per un negozio etnico che impiegava vari dipendenti irregolari. Ad Alba Adriatica, in Abruzzo, i carabinieri avevano sorpreso un dipendente in nero in un esercizio commerciale gestito da uno straniero. Sul litorale Catanzarese, i Nas ne avevano trovati altri in un ristorante orientale. Al Lido di Venezia era scattata la sospensione per alcuni negozi etnici di cittadini del Bangladesh. I market stranieri sono, notoriamente, luogo di bivacco. Matteo Salvini aveva promesso una stretta sugli orari di chiusura nel dl Sicurezza. Ma di questa disposizione, nel testo finale si sono perse le tracce. E così, i negozietti di cingalesi, indiani e bangladesi continuano a rifornire di alcol a poco prezzo il popolo della notte. E c'è persino chi, dietro la vetrina, nasconde il traffico di droga. È successo a Prato, dove, ad agosto, era stata disposta la sospensione per un minimarket etnico. La titolare, una nigeriana di 32 anni, consentiva agli spacciatori del luogo di smerciare gli stupefacenti all'interno del suo punto vendita. Sarà stato per solidarietà: le forze dell'ordine avevano già arrestato suo fratello, sorpreso con due dosi di eroina mentre usciva dal negozio. La colonizzazione del nostro Paese passa per i sushi bar alla moda e i più modesti minimarket etnici. I commercianti italiani lo denunciano da anni: dove prima c'erano vetrine eleganti, adesso compaiono frutterie-bugigattolo. Le attività degli stranieri crescono a ritmi cinque volte superiori rispetto a quelle dei nostri connazionali. Di questo passo, tra pochi anni resteranno solo loro. Visti i cibi che somministrano, faranno prima a sostituirci o ad avvelenarci?
Donald Trump (Ansa)
Nelle prime ore di giovedì, le forze armate americane hanno lanciato una nuova ondata di bombardamenti contro obiettivi militari iraniani, la seconda nel giro di 48 ore, alimentando il timore che la guerra a bassa intensità che da mesi coinvolge Washington, Teheran e Israele possa trasformarsi in un conflitto regionale aperto. Secondo il Comando centrale statunitense (Centcom), l’operazione è iniziata poco dopo la mezzanotte, ora di Teheran, e si è conclusa circa quattro ore più tardi. Nel mirino sono finiti sistemi radar, reti di comunicazione militare e batterie di difesa aerea distribuite in diverse aree del Paese. Washington ha definito l’azione una misura di autodifesa e una risposta diretta alle attività ostili attribuite alla Repubblica islamica.
Le esplosioni sono state segnalate soprattutto nelle province meridionali iraniane, nelle vicinanze dello Stretto di Hormuz. Trump ha successivamente rivelato che gli Stati Uniti hanno impiegato 49 missili Tomahawk contro infrastrutture militari iraniane, alcune situate a circa 65 chilometri da Teheran. Per il Wall Street Journal, Washington avrebbe comunicato a Teheran, attraverso la mediazione del Qatar, che l’operazione rappresenta una risposta limitata e non l’inizio di una guerra su vasta scala. Trump, tuttavia, ha ulteriormente alzato il livello dello scontro. In un’intervista a Fox News ha sostenuto che l’Iran sarebbe ormai privo di reali capacità difensive e che gli Usa potrebbero, se lo volessero, «conquistare l’intero Paese». Ancora più pesante il messaggio pubblicato su Truth. «Stanotte gli Stati Uniti colpiranno l’Iran con la massima durezza», ha scritto Trump, minacciando anche di assumere il controllo di infrastrutture energetiche strategiche. Nel messaggio ha indicato esplicitamente l’isola di Kharg, principale terminal petrolifero dell’Iran e snodo essenziale per le esportazioni di greggio. «Questa notte prenderemo l’isola», ha affermato.
Teheran ha reagito respingendo le dichiarazioni americane e negando l’esistenza di nuovi negoziati con Washington. Un duro avvertimento è arrivato da Mohammad Ghalibaf, presidente del Parlamento iraniano, che ha affermato che «eventuali decisioni impulsive» da parte degli Stati Uniti rischierebbero di destabilizzare ulteriormente la regione, colpire i mercati energetici globali e trascinare Washington in una crisi prolungata. «Vedrete un Iran diverso», ha dichiarato. Le Guardie rivoluzionarie hanno annunciato la chiusura completa dello Stretto di Hormuz, mentre l’Autorità dello Stretto del Golfo Persico ha confermato il blocco «fino a nuovo avviso», invitando tutte le navi autorizzate al transito ad attendere nuove istruzioni. Il Centcom ha invece ribadito che l’Iran non controlla il passaggio marittimo strategico e che le rotte restano accessibili alle imbarcazioni che rispettano le sanzioni statunitensi contro Teheran. Il comandante delle forze aerospaziali dei Pasdaran, il generale Seyed Majid Mousavi, ha minacciato direttamente Washington. «Faremo di questa regione un inferno per voi», ha dichiarato, mentre la Marina delle Guardie rivoluzionarie ha avvertito che qualsiasi imbarcazione si avvicinerà allo Stretto potrà «essere sottoposta a misure decisive». Le autorità iraniane hanno inoltre ampliato la lista dei bersagli in caso di nuove escalation, includendo interessi economici riconducibili a Elon Musk in Medio Oriente.
Poi in serata è arrivata l’ennesima svolta inattesa. Il presidente degli Stati Uniti ha annunciato di aver sospeso gli attacchi contro l’Iran e che il regime di Teheran avrebbe accettato un accordo per porre fine alla guerra. «Considerato che le discussioni con la Repubblica islamica dell’Iran sono state portate ai massimi livelli della leadership iraniana e approvate, io, in qualità di presidente degli Stati Uniti d’America, ho annullato gli attacchi e i bombardamenti programmati contro l’Iran per questa sera. Le discussioni e i punti finali sono stati approvati, sia a livello concettuale che nei dettagli, da tutte le parti coinvolte, inclusi Stati Uniti, Israele, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Turchia, Pakistan, Bahrein, Kuwait, Giordania, Egitto e altri. Il blocco navale rimarrà in vigore fino al completamento di questa transazione: data e luogo della firma saranno annunciati a breve», ha scritto Trump su Truth. Non solo, secondo Axios, Qatar e Teheran avrebbero già un testo comune. Si attenderebbe l’ok di Khamenei (e degli Usa).
Sul fronte israeliano, il premier Benjamin Netanyahu ha convocato una riunione straordinaria con i principali ministri e i responsabili della sicurezza. Il leader israeliano ha dichiarato che le forze armate stanno «colpendo duramente Hezbollah» e che «centinaia di terroristi vengono eliminati ogni settimana». Nel frattempo, l’Idf ha annunciato di aver assunto il controllo operativo dell’area a Nord del fiume Saluki, nel Libano meridionale. Secondo l’esercito israeliano, nel corso dell’operazione sono stati eliminati miliziani di Hezbollah e smantellate infrastrutture utilizzate dal movimento sciita filo-iraniano. L’operazione conferma l’intensificazione delle attività militari israeliane lungo il fronte settentrionale e il tentativo di creare una fascia di sicurezza contro le minacce provenienti dal Libano.
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Andrea Bocelli e EJAE si esibiscono alla cerimonia di apertura dei Mondiali 2026 allo Stadio Azteca di Città del Messico (Getty Images)
Il Messico apre il Mondiale 2026 superando 2-0 il Sudafrica nello stadio che ha ospitato la «partita del secolo» e le magie di Maradona. Dalla cerimonia con Shakira e Bocelli alle proteste per i desaparecidos, fino al primo annuncio Var della storia del torneo e alle tre espulsioni. Nella notte la Corea del Sud rimonta e batte 2-1 la Repubblica Ceca. Stasera Canada-Bosnia e Usa-Paraguay.
Il Mondiale 2026 è ufficialmente cominciato e lo ha fatto nel segno del Messico. Davanti agli oltre 80.000 spettatori dello stadio Azteca El Tricolor ha battuto 2-0 nella gara d'esordio il Sudafrica e ha conquistato i primi tre punti del Gruppo A. Una partita inaugurale che è già passata alla storia per il primo annuncio Var della storia dei Mondiali, diventato virale per l'incertezza linguistica dell'arbitro brasiliano Wilton Sampaio, il record di tre espulsioni e per l'Azteca diventato il primo stadio ad aver ospitato tre gare d’apertura della Coppa del Mondo.
Per inaugurare il primo Mondiale a 48 squadre non poteva esserci, infatti, scenario più adatto dello stadio Azteca. Uno degli impianti più iconici del calcio mondiale dove la Coppa del Mondo è tornata quarant'anni dopo l'ultima volta. Era già accaduto nel 1970 e nel 1986; con questa edizione l'Azteca diventa il primo stadio della storia ad aver ospitato tre partite inaugurali del torneo. Un dettaglio statistico che racconta bene il valore simbolico di questo luogo per intere generazioni di appassionati.
L'Azteca, infatti, è molto più di un semplice stadio. Qui il 17 giugno 1970 andò in scena quella che è passata alla storia come la «partita del secolo», il 4-3 con cui l'Italia di Ferruccio Valcareggi eliminò la Germania Ovest conquistando la finale mondiale. Pochi giorni dopo, sempre su questo prato, Pelé segnò di testa nella finale contro gli azzurri, sovrastando un gigante come Tarcisio Burgnich nel gol che aprì il successo del Brasile. Ma è soprattutto il Mondiale del 1986 ad aver consegnato definitivamente l'Azteca alla leggenda. Nei quarti di finale tra Argentina e Inghilterra, Diego Armando Maradona realizzò nel giro di quattro minuti due reti destinate a entrare nella storia per motivi opposti: la prima, segnata con la mano e poi ribattezzata Mano de Dios; la seconda, frutto di una straordinaria azione personale iniziata nella propria metà campo e conclusa dopo aver superato mezza squadra inglese, passata agli annali come il «gol del secolo». In quello stesso Mondiale e sempre all'Azteca, nell'ottavo di finale tra Messico e Bulgaria, il gol dei padroni di casa segnato in sforbiciata da Manuel Negrete fece registrare il boato più potente del pubblico mai ascoltato in uno stadio. Insomma, a queste altitudini - all'Estadio Azteca si gioca a 2.240 metri sopra il livello del mare - si respira storia del calcio a pieni polmoni. Una storia che il popolo messicano custodisce orgogliosamente e che, prima ancora del fischio d'inizio, è stata celebrata attraverso una cerimonia inaugurale pensata per raccontare al mondo l'identità e la tradizione del Paese ospitante.
La cerimonia di apertura della Coppa del Mondo Fifa 2026 allo Stadio Azteca di Città del Messico (Getty Images)
Un gigantesco pallone dorato, poi diventato una Coppa del Mondo al centro del campo, ha accompagnato uno spettacolo costruito attorno alla cultura messicana e alla celebrazione del torneo. Ad aprire la serata sono stati i Manà, seguiti da J Balvin e da altri artisti latinoamericani. Il boato più forte è stato però riservato a Shakira, tornata protagonista di un Mondiale sedici anni dopo il successo di Waka Waka, questa volta con Dai Dai, interpretata insieme a Burna Boy. A chiudere la cerimonia ci hanno pensato Andrea Bocelli ed EJAE con Dna (More Than A Game), mentre sul terreno di gioco sfilavano le bandiere delle 48 nazionali partecipanti. L'apertura ufficiale della competizione è stata affidata al presidente della Fifa, Gianni Infantino, accompagnato dall'attrice messicana Salma Hayek. Fuori dall'impianto, intanto, alcuni manifestanti hanno protestato per chiedere giustizia per i desaparecidos, dando vita a momenti di tensione con le forze dell'ordine nei pressi dello stadio.
Poi finalmente palla al campo, dove il Messico ha confermato i favori del pronostico, sbloccando il risultato appena dopo 9' grazie a Julián Quiñones, capocannoniere dell'ultima Saudi Pro League con 33 gol. El Tricolor, sfruttando anche la superiorità numerica causata dall'espulsione di Sithole a inizio ripresa, ha continuato a spingere trovando il raddoppio con un colpo di testa di Raúl Jiménez, al 47° centro in nazionale, secondo miglior marcatore nella storia messicana alle spalle del solo Chicharito Hernández. Il finale è stato caratterizzato da altri due cartellini rossi: quello diretto a Zwane, dopo la revisione al Var, e quello mostrato nel recupero al messicano Montes. Un record per una partita inaugurale di un Mondiale. Proprio l'espulsione del sudafricano Zwane ha dato vita a uno degli episodi più curiosi della serata. Chiamato a comunicare la decisione al pubblico attraverso il nuovo sistema di annunci arbitrali introdotto dalla Fifa, il brasiliano Wilton Sampaio si è inceppato nell'inglese prima di riuscire a spiegare il provvedimento disciplinare. Le immagini dei giocatori sudafricani intenti a cercare di interpretare le sue parole hanno fatto rapidamente il giro del web, trasformando il primo annuncio Var della storia dei Mondiali in un inatteso momento virale.
Themba Zwane del Sudafrica viene espulso dall'arbitro Wilton Sampaio (Getty Images)
Nell'altra partita del Gruppo A, disputata nella notte italiana a Guadalajara, la Corea del Sud ha superato 2-1 in rimonta la Repubblica Ceca, agganciando così il Messico in testa alla classifica del girone. Dopo un primo tempo senza reti, sono stati i cechi a passare in vantaggio al 58' con Ladislav Krejci. La reazione asiatica, però, è stata immediata: In-Beom Hwang ha ristabilito la parità al 67'. Dieci minuti più tardi Tomas Soucek aveva riportato avanti la Repubblica Ceca, ma il Var ha annullato la rete per fuorigioco. A decidere l'incontro è stato quindi Hyeon-Gyu Oh, che all'81' ha firmato il definitivo 2-1.
Oggi si prosegue con l'esordio delle altre due nazioni ospitanti. Alle 21 italiane, a Toronto, il Canada affronterà la Bosnia-Erzegovina nella prima sfida del Gruppo B. Nella notte tra venerdì e sabato, alle 3 italiane, toccherà invece agli Stati Uniti, impegnati a Los Angeles contro il Paraguay nel match inaugurale del Gruppo D. Dopo la serata dell'Azteca, la Coppa del Mondo entrerà così definitivamente nel vivo, coinvolgendo tutti e tre i Paesi organizzatori della rassegna.
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Silvia Slis (Ansa)
Nel giorno del bilancio del suo primo anno da sindaco di Genova, Silvia Salis tenta l’approccio da leader nazionale più che da sindaco: sicurezza, immigrazione, rimpatri, campo largo. Tutto, rigorosamente, con il governo nel mirino.
Da giorni la strategia dell’ex campionessa di lancio del martello per mettere in difficoltà l’esecutivo è quella di insistere sulle presunte promesse disattese in materia di espulsioni. Ma dal Viminale hanno provato a rovinarle la passeggiata sul tappeto rosso steso per la liturgia della conferenza stampa organizzata nei minimi dettagli (dal Comune hanno persino provato a chiedere ai cronisti di conoscere le domande in anticipo).
Il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, ha annunciato la sua visita nel capoluogo ligure per affrontare alcune questioni spinose del dossier sicurezza: taser, videosorveglianza, organici e, soprattutto, rimpatri. Mercoledì, in aula, Piantedosi aveva snocciolato qualche dato, che si è rivelato diametralmente opposto alla lettura della Salis: dal 2023 al 2025 «il numero totale dei rimpatri è cresciuto di oltre il 40%» e nei primi mesi del 2026 il dato sarebbe «ancora in crescita, superando del 30% il dato dello stesso periodo dell’anno precedente».
Ma soprattutto, secondo il ministro, sarebbe aumentato il rapporto tra immigrati irregolari sbarcati e immigrati rimpatriati: «Dal 3% del 2023 al 10% dell’anno scorso e addirittura al 31 dall’inizio dell’anno». Ma il dato politico di giornata è un altro. Il Viminale si è detto pronto ad accogliere quella che appare come un’implicita richiesta della nuova Salis ultrà dei rimpatri, con la realizzazione di un Cpr proprio a Genova. E, così, mentre il sindaco scarica sul governo il caos sicurezza, il governo trova la soluzione facendola passare proprio da Genova. Una mossa a sorpresa che ha subito ridotto l’impatto della conferenza autocelebrativa di Palazzo Tursi. Sulla sicurezza il sindaco ha insistito sul tema delle volanti insufficienti, che «se insistono in un quartiere ne lasciano scoperto un altro».
Salis ha rivendicato «294 delibere in un anno», ha parlato di «città che si prende cura» di grandi eventi, cultura, verde e riqualificazioni. Ma fuori dalla sala stampa il centrodestra organizzava una contro-conferenza accusando la giunta di governare una «città immobile e poco sicura». L’ex sindaco reggente Pietro Piciocchi ha parlato di «narrazione stucchevole». Secondo il capogruppo di Vince Genova, la giunta avrebbe ereditato «un Comune con un avanzo consistente e un debito ridotto», ritrovandosi, invece, oggi con «le tasse comunali più alte d’Italia e con l’aliquota massima applicata sull’Irpef». Ma la vera ferita politica si chiama Amt.
La municipalizzata dei trasporti è stata raccontata dalla stessa giunta come un malato in terapia intensiva. Il vicesindaco Alessandro Terrile ha ammesso «errori», ha parlato di un’azienda «inseguita dai creditori» e di un servizio che «non sarà all’altezza per diversi mesi». La Salis ha ringraziato sindacati, lavoratori e cittadini «pazienti». Tutti, tranne la Regione del governatore Marco Bucci. Nessun grazie per gli anticipi milionari e, soprattutto, per i 40 milioni di euro a fondo perduto che hanno consentito alla municipalizzata di continuare a pagare stipendi e servizi e la sua ricapitalizzazione. Nessun riconoscimento politico a chi, secondo l’opposizione, avrebbe materialmente evitato il collasso immediato dell’azienda.
Ma ha continuato a ripetere che farà «la sindaca per cinque anni» e che non cambierà idea. Nonostante la postura da leader nazionale che cerca di darsi. Lo dimostra anche il passaggio sul campo largo: «È imprescindibile». Anche se un giornalista l’ha ricondotta alla realtà ricordandole che a Venezia non è andata così bene. Ma c’è stato anche il momento in cui ha rivendicato di essere stata «scandagliata» più di ogni altro sindaco perché Genova starebbe facendo «qualcosa di importante anche in opposizione al governo». Un attivismo che il centrodestra liquida, invece, come propaganda permanente.
La leghista Paola Bordilli ha ricordato la concretezza dei risultati delle giunte di centrodestra, confrontandola con l’attuale stato di abbandono del centro storico. Mario Mascia, capogruppo di Forza Italia, ha parlato di una «proliferazione preoccupante» di studi e consulenze su verde, rifiuti e cabinovia, accusando la giunta di non avere «il coraggio di affrontare i temi da un punto di vista politico». Un argomento sul quale durante la conferenza stampa si è innestata la domanda di Giulia Mietta, giornalista di Genova24 e Ansa, moglie del portavoce del sindaco, Simone D’Ambrosio.
La risposta è stata prontissima: con Salis le consulenze costano meno rispetto all’era Bucci. Il sindaco non è quasi mai stata sorpresa dalle domande che, anzi, le hanno dato la possibilità di decantare l’operato della sua giunta. Uno dei pochi momenti fuori copione è arrivato quando un cronista del Fatto quotidiano le ha chiesto conto dei servizi comunicativi dell’agenzia Jump di Matteo Agnoletti, ex spin-doctor di Matteo Renzi (ricordiamo che proprio il fu Rottamatore è stato l’ideatore della discesa in campo della Salis) e oggi regista dell’immagine pubblica e mediatica della Salis.
Una domanda su costi e finanziatori alla quale la prima cittadina ha provato a sottrarsi così: «È una cosa personale, questa è una domanda che riguarda solo me. E avevamo chiesto di restringere le domande all’amministrazione della città». Una risposta che ha finito inevitabilmente per alimentare altri quesiti, soprattutto dopo una conferenza stampa costruita sul controllo preventivo dei temi da affrontare. Resta da capire se l’arrivo di Piantedosi metterà in discussione una narrazione che in pochi in città provano a smontare.
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Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 12 giugno con Carlo Cambi