True
2024-07-13
Lobby, Ong, altre tasse e divieti: il vero conto dei Verdi in Europa
Ignazio Marino e Leoluca Orlando (Ansa)
Fissata l’agenda della plenaria: giovedì prossimo alle 13 si vota per il bis di Ursula von der Leyen. I Socialisti che a oggi sono i primi azionisti del gruppo (assieme al Ppe) hanno fatto sapere che serve «una maggioranza larga che coinvolga pienamente e strutturalmente i Verdi». A dirlo Brando Benifei, capo delegazione del Pd a Bruxelles. Durante l’incontro gli esponenti delle delegazioni dei gruppi parlamentari sono rimasti abbastanza vaghi in merito al voto sulla maggioranza guidata dalla politica tedesca. Hanno ovviamente fatto eccezione i Popolari (il gruppo di cui fa parte la Von der Leyen) che le assicurano la fiducia e la Lega, che invece ha ribadito un secco «no» condiviso dal neonato gruppo dei Patrioti.
Meno categorico invece Nicola Procaccini, vicepresidente dei Conservatori e riformisti (Ecr) per Fratelli d’Italia. L’emissario di Giorgia Meloni in Europa punta sui temi e sull’agenda. Un modo anche per lasciare aperte le porte sia in termini di vicepresidenza all’Eurocamera (Ecr punta ad almeno due incarichi, uno di questi potrebbe essere Antonella Sberna), sia per garantire i margini di trattativa necessari per assicurare all’Italia un commissario europeo di peso. Possiamo parlare invece di consenso unanime da parte delle delegazioni italiane di tutti gli schieramenti intorno al nome di Roberta Metsola (Ppe), che punta a godere di un ampio consenso per il suo secondo mandato in qualità di presidente del Parlamento europeo. L’obiettivo della politica maltese è farsi il secondo giro e a metà mandato, come da libretto, e lasciare per candidarsi a premier dell’isola. E a quel punto avere i galloni per presentarsi alla presidenza della Commissione fra cinque anni. Per carità, un’era geologica.
Intanto i giochi veri saranno da fare immediatamente dopo il 18, cioè all’indomani dell’elezione della Von der Leyen. E qui si torna al nodo cruciale. Che peso avranno i Verdi? Benifei ha dichiarato che il gruppo S&D sta portando avanti un confronto con la Von der Leyen, a cui ha chiesto di «lavorare con una maggioranza larga che coinvolga pienamente e strutturalmente i Verdi». Rispetto al voto l’eurodeputato ha però precisato che «le premesse sono buone», ma che i socialisti hanno bisogno di maggiore chiarezza su alcuni temi cari ai socialisti: la tutela della libertà di informazione, l’agenda sociale europea, la transizione ecologica e digitale, il diritto alla casa. Su questi aspetti, ha ribadito, «abbiamo avuto solo un inizio di risposta». Dopo un sì manifestato su Twitter la scorsa settimana dal copresidente dei Verdi Terry Reintke, Ignazio Marino (eletto assieme a Leoluca Orlando, Benedetta Scuderi, Cristina Guarda, mentre Ilaria Salis e Mimmo Lucano sono passati a The Left) ha parlato di una «discussione ancora in corso nel gruppo dirigente».
Purtroppo per chi ha a cuore l’industria del Vecchio continente, Marino ha aggiunto che «le risposte sulla transizione climatica risultano soddisfacenti», salvo specificare che i Verdi sono in dubbio rispetto al modo in cui la candidata alla presidenza intende affrontare la guerra in Ucraina così come il tema «delle stragi in Israele e a Gaza», dato che la Von der Leyen «finora non ha parlato di cessate il fuoco», ha concluso Marino. Niente di che meravigliarsi se per stare in piedi il Ppe tira a bordo certi eletti la cui linea elettorale li vedrebbe meglio in un Parlamento del Medio Oriente o in Iran. Il dato preoccupante sta nel fatto che il tentativo di Renew di scalare la classifica dei gruppi, superando Ecr, sia saltato per colpa dei deputati di Volt che si sono aggiunti al gruppo Verdi Ale. Il che riporta l’agenda della transizione green di nuovo in cima alle priorità. Tradotto significherebbe andare avanti con l’elettrico, le imposizioni sulla legge Natura, i divieti e le progressive tasse sulle emissioni e su tutto ciò che è industria e manifatturiero.
In molti elettori di centro destra alberga una speranza. Cioè che una volta eletta la Von der Leyen possa decidere di tradire le promesse fatte ai Verdi e virare verso le richieste di Ecr, il gruppo di destra più moderato.
In fondo non sarebbe la prima volta. Tanto più che il Parlamento dopo il voto di fiducia non viene minimamente consultato né nella fase di distribuzione delle commissioni né in quella delle deleghe e dei relativi portafogli. L’Ambiente potrebbe finire spacchettato, ad esempio. Come è successo con l’Economia finita nelle mani di Paolo Gentiloni nel 2019. Speranze a parte va tenuta presente la classe dirigente presente a Bruxelles. Negli anni nominata dai Socialisti, oppure da francesi e tedeschi. Qui la cultura è contigua al modello del Green new deal. C’è quindi da aspettarsi che anche se Ursula decidesse di tradire le promesse ai Verdi, la strategia rientrerebbe dalla finestra. Alla fine conta chi scrive le leggi a Bruxelles più ancora di chi le presenta. E ad avere carta e penna sono appunto i funzionari che politicamente si rivolgono ai dem e a tutte quelle Ong e o a quei think tank che negli ultimi cinque anni sono servita da scusa e sponda per la transizione green impostata dall’olandese Frans Timmermans. Gli industriali italiani alzino le orecchie: sono momenti delicati.
Così la Commissione usa la «scienza» per imporre la transizione ecologica
Esperti o presunti tali, atenei, Ong spesso a stelle e strisce. Ecco le armi della Commissione per giustificare le politiche green. Un gioco di sponda che, grazie al mantra «lo dice la scienza» che si è imposto con la pandemia, punta a zittire chi critica la transizione verde. Un meccanismo che funziona anche perché l’Ue decide attraverso procedure talmente complicate da lasciare enormi spazi all’azione dei gruppi di pressione. Tra questi, come La Verità ha già denunciato, spiccano associazioni americane di sinistra.
L’Unione europea ha un registro per la trasparenza a cui le lobby devono iscriversi. Lo scorso anno figuravano 12.143 soggetti. Qual è il nodo? Commissione, Parlamento e Consiglio utilizzano spesso delle commissioni, o piattaforme, o comitati di esperti, o sotto comitati, o gruppi di altro genere che a vario titolo intervengono nel processo legislativo. È in questo sottobosco che alcuni gruppi di pressione prosperano. Ad esempio, abbiamo esaminato le attività dell’americana Transport & Environment (T&E), che sostiene «un sistema di mobilità a emissioni zero». Sul suo sito l’organizzazione spiega: «Nel 2022, la campagna di T&E ha portato il Parlamento europeo e gli Stati membri ad accettare di porre fine alle vendite di nuove auto e furgoni con motore a combustione entro il 2035». L’anno scorso il gruppo era attivo in undici tra comitati di esperti, sottogruppi, osservatori, forum vari. Ha partecipato a 41 consultazioni pubbliche e a 28 capitoli del programma della Commissione. Ha anche presieduto un sottogruppo sulle navi da crociera contro cui Identità e democrazia presentò un’interrogazione perché «le riunioni [...] sembrano essere organizzate in modo alquanto caotico ed opaco. Ad esempio, non viene distribuito alcun documento preparatorio prima delle riunioni e si riscontra l’assenza di argomentazioni fondate su basi scientifiche».
Nel 2022 il bilancio di T&E è stato di 12 milioni di euro, per circa la metà forniti da quattro Ong più grandi: Climate imperative foundation, Climateworks foundation, European climate foundation (Ecf) e Schwab charitable Fund. Climate imperative foundation è una Ong basata in California che nel 2021 ha ricevuto un contributo di 20 milioni di dollari dalla Silicon Valley community foundation che ha fra i suoi sostenitori Jack Dorsey, fondatore di Twitter, e Mark Zuckerberg, papà di Facebook. La Climateworks foundation, sempre con sede in California, è stata finanziata dalle fondazioni che portano il nome dei creatori della Hewlett-Packard computer e che sostengono direttamente anche Transport & Environment. La Ecf è un luogo di incontro di finanziatori europei e Usa tra cui spiccano Bloomberg philatropies, che fa capo a Michael Bloomberg, ex sindaco di New York, e il Rockefeller brothers fund. Lo Schwab charitable fund ha dietro la famiglia del finanziere americano Charles Robert Schwab, la cui figlia ha collaborato con Barack Obama. Un altro finanziatore diretto di T&E è New venture fund: alcuni sui ex dirigenti sono entrati nell’amministrazione Biden.
Spuntano poi a sorpresa altri due grandi finanziatori di T&E: il ministero dell’Ambiente tedesco e la Commissione europea, che nel 2022 ha erogato 739.000 euro. Un cortocircuito possibile attraverso il Climate, infrastructure and environment executive agency (Cinea), agenzia che «sostiene le parti interessate nella realizzazione del Green deal» a cui la Commissione ha affidato vari compiti, compresa la destinazione di finanziamenti. I fondi vengono concessi da Cinea su presentazione di progetti da parte delle Ong ed erogati se la Commissione ritiene che il progetto sia in linea con gli obiettivi europei. Dunque, i gruppi di pressione giocano su più tavoli e hanno più ruoli. Sono dei colegislatori di fatto, influenzano le decisioni, ricevono denaro dalle istituzioni europee per fare quello che la Commissione vuole fare e, presumibilmente, per dire alla Commissione ciò che vuole sentire. Tutto nella massima trasparenza, visto che i dati sono pubblicati. Ma la trasparenza può diventare un alibi.
Uno schema simile si è visto anche a gennaio 2024 per il regolamento Count emission Ue, ovvero il metodo attraverso il quale vengono calcolate le quantità di CO2 emesse dai mezzi di trasporto. In quel caso, determinate fu l’apporto di Alan McKinnon, prof universitario cooptato nel World economic forum nel 2008 e poi chiamato dalla Commissione a ricoprire diversi incarichi di peso. Se si prende in considerazione l’iniziativa Refuel maritime per l’adozione di combustibili marittimi sostenibili, si nota la partecipazione di due società di consulenza olandesi, Ecorys e Ce Delft, che hanno redatto uno studio poi adottato e pubblicato direttamente con il marchio della Commissione. Un’altra organizzazione no profit olandese coinvolta spesso nelle dinamiche di Bruxelles è Tno, i cui membri del board sono nominati dal governo. A quanto pare, sul tema Amsterdam ci tiene a influenzare la regolazione Ue già in fase preliminare. Tutto lecito, ma è bene conoscere certi meccanismi.
Continua a leggereRiduci
Puniti alle urne, gli ambientalisti sono ora la stampella preferita di Ursula von der Leyen. Ma il loro potere, attraverso enti privati e burocrazia, porta ideologie disastrose. Che il centrodestra dice di voler combattere.Un complesso reticolo di associazioni, professori, presunti esperti e Ong, anche finanziato da Bruxelles, ha un ruolo chiave nel processo decisionale. Ascoltati e sovvenzionati pure gruppi di pressione Usa.Lo speciale contiene due articoli.Fissata l’agenda della plenaria: giovedì prossimo alle 13 si vota per il bis di Ursula von der Leyen. I Socialisti che a oggi sono i primi azionisti del gruppo (assieme al Ppe) hanno fatto sapere che serve «una maggioranza larga che coinvolga pienamente e strutturalmente i Verdi». A dirlo Brando Benifei, capo delegazione del Pd a Bruxelles. Durante l’incontro gli esponenti delle delegazioni dei gruppi parlamentari sono rimasti abbastanza vaghi in merito al voto sulla maggioranza guidata dalla politica tedesca. Hanno ovviamente fatto eccezione i Popolari (il gruppo di cui fa parte la Von der Leyen) che le assicurano la fiducia e la Lega, che invece ha ribadito un secco «no» condiviso dal neonato gruppo dei Patrioti.Meno categorico invece Nicola Procaccini, vicepresidente dei Conservatori e riformisti (Ecr) per Fratelli d’Italia. L’emissario di Giorgia Meloni in Europa punta sui temi e sull’agenda. Un modo anche per lasciare aperte le porte sia in termini di vicepresidenza all’Eurocamera (Ecr punta ad almeno due incarichi, uno di questi potrebbe essere Antonella Sberna), sia per garantire i margini di trattativa necessari per assicurare all’Italia un commissario europeo di peso. Possiamo parlare invece di consenso unanime da parte delle delegazioni italiane di tutti gli schieramenti intorno al nome di Roberta Metsola (Ppe), che punta a godere di un ampio consenso per il suo secondo mandato in qualità di presidente del Parlamento europeo. L’obiettivo della politica maltese è farsi il secondo giro e a metà mandato, come da libretto, e lasciare per candidarsi a premier dell’isola. E a quel punto avere i galloni per presentarsi alla presidenza della Commissione fra cinque anni. Per carità, un’era geologica.Intanto i giochi veri saranno da fare immediatamente dopo il 18, cioè all’indomani dell’elezione della Von der Leyen. E qui si torna al nodo cruciale. Che peso avranno i Verdi? Benifei ha dichiarato che il gruppo S&D sta portando avanti un confronto con la Von der Leyen, a cui ha chiesto di «lavorare con una maggioranza larga che coinvolga pienamente e strutturalmente i Verdi». Rispetto al voto l’eurodeputato ha però precisato che «le premesse sono buone», ma che i socialisti hanno bisogno di maggiore chiarezza su alcuni temi cari ai socialisti: la tutela della libertà di informazione, l’agenda sociale europea, la transizione ecologica e digitale, il diritto alla casa. Su questi aspetti, ha ribadito, «abbiamo avuto solo un inizio di risposta». Dopo un sì manifestato su Twitter la scorsa settimana dal copresidente dei Verdi Terry Reintke, Ignazio Marino (eletto assieme a Leoluca Orlando, Benedetta Scuderi, Cristina Guarda, mentre Ilaria Salis e Mimmo Lucano sono passati a The Left) ha parlato di una «discussione ancora in corso nel gruppo dirigente». Purtroppo per chi ha a cuore l’industria del Vecchio continente, Marino ha aggiunto che «le risposte sulla transizione climatica risultano soddisfacenti», salvo specificare che i Verdi sono in dubbio rispetto al modo in cui la candidata alla presidenza intende affrontare la guerra in Ucraina così come il tema «delle stragi in Israele e a Gaza», dato che la Von der Leyen «finora non ha parlato di cessate il fuoco», ha concluso Marino. Niente di che meravigliarsi se per stare in piedi il Ppe tira a bordo certi eletti la cui linea elettorale li vedrebbe meglio in un Parlamento del Medio Oriente o in Iran. Il dato preoccupante sta nel fatto che il tentativo di Renew di scalare la classifica dei gruppi, superando Ecr, sia saltato per colpa dei deputati di Volt che si sono aggiunti al gruppo Verdi Ale. Il che riporta l’agenda della transizione green di nuovo in cima alle priorità. Tradotto significherebbe andare avanti con l’elettrico, le imposizioni sulla legge Natura, i divieti e le progressive tasse sulle emissioni e su tutto ciò che è industria e manifatturiero. In molti elettori di centro destra alberga una speranza. Cioè che una volta eletta la Von der Leyen possa decidere di tradire le promesse fatte ai Verdi e virare verso le richieste di Ecr, il gruppo di destra più moderato. In fondo non sarebbe la prima volta. Tanto più che il Parlamento dopo il voto di fiducia non viene minimamente consultato né nella fase di distribuzione delle commissioni né in quella delle deleghe e dei relativi portafogli. L’Ambiente potrebbe finire spacchettato, ad esempio. Come è successo con l’Economia finita nelle mani di Paolo Gentiloni nel 2019. Speranze a parte va tenuta presente la classe dirigente presente a Bruxelles. Negli anni nominata dai Socialisti, oppure da francesi e tedeschi. Qui la cultura è contigua al modello del Green new deal. C’è quindi da aspettarsi che anche se Ursula decidesse di tradire le promesse ai Verdi, la strategia rientrerebbe dalla finestra. Alla fine conta chi scrive le leggi a Bruxelles più ancora di chi le presenta. E ad avere carta e penna sono appunto i funzionari che politicamente si rivolgono ai dem e a tutte quelle Ong e o a quei think tank che negli ultimi cinque anni sono servita da scusa e sponda per la transizione green impostata dall’olandese Frans Timmermans. Gli industriali italiani alzino le orecchie: sono momenti delicati.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/vero-conto-verdi-europa-2668737868.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="cosi-la-commissione-usa-la-scienza-per-imporre-la-transizione-ecologica" data-post-id="2668737868" data-published-at="1720821750" data-use-pagination="False"> Così la Commissione usa la «scienza» per imporre la transizione ecologica Esperti o presunti tali, atenei, Ong spesso a stelle e strisce. Ecco le armi della Commissione per giustificare le politiche green. Un gioco di sponda che, grazie al mantra «lo dice la scienza» che si è imposto con la pandemia, punta a zittire chi critica la transizione verde. Un meccanismo che funziona anche perché l’Ue decide attraverso procedure talmente complicate da lasciare enormi spazi all’azione dei gruppi di pressione. Tra questi, come La Verità ha già denunciato, spiccano associazioni americane di sinistra. L’Unione europea ha un registro per la trasparenza a cui le lobby devono iscriversi. Lo scorso anno figuravano 12.143 soggetti. Qual è il nodo? Commissione, Parlamento e Consiglio utilizzano spesso delle commissioni, o piattaforme, o comitati di esperti, o sotto comitati, o gruppi di altro genere che a vario titolo intervengono nel processo legislativo. È in questo sottobosco che alcuni gruppi di pressione prosperano. Ad esempio, abbiamo esaminato le attività dell’americana Transport & Environment (T&E), che sostiene «un sistema di mobilità a emissioni zero». Sul suo sito l’organizzazione spiega: «Nel 2022, la campagna di T&E ha portato il Parlamento europeo e gli Stati membri ad accettare di porre fine alle vendite di nuove auto e furgoni con motore a combustione entro il 2035». L’anno scorso il gruppo era attivo in undici tra comitati di esperti, sottogruppi, osservatori, forum vari. Ha partecipato a 41 consultazioni pubbliche e a 28 capitoli del programma della Commissione. Ha anche presieduto un sottogruppo sulle navi da crociera contro cui Identità e democrazia presentò un’interrogazione perché «le riunioni [...] sembrano essere organizzate in modo alquanto caotico ed opaco. Ad esempio, non viene distribuito alcun documento preparatorio prima delle riunioni e si riscontra l’assenza di argomentazioni fondate su basi scientifiche». Nel 2022 il bilancio di T&E è stato di 12 milioni di euro, per circa la metà forniti da quattro Ong più grandi: Climate imperative foundation, Climateworks foundation, European climate foundation (Ecf) e Schwab charitable Fund. Climate imperative foundation è una Ong basata in California che nel 2021 ha ricevuto un contributo di 20 milioni di dollari dalla Silicon Valley community foundation che ha fra i suoi sostenitori Jack Dorsey, fondatore di Twitter, e Mark Zuckerberg, papà di Facebook. La Climateworks foundation, sempre con sede in California, è stata finanziata dalle fondazioni che portano il nome dei creatori della Hewlett-Packard computer e che sostengono direttamente anche Transport & Environment. La Ecf è un luogo di incontro di finanziatori europei e Usa tra cui spiccano Bloomberg philatropies, che fa capo a Michael Bloomberg, ex sindaco di New York, e il Rockefeller brothers fund. Lo Schwab charitable fund ha dietro la famiglia del finanziere americano Charles Robert Schwab, la cui figlia ha collaborato con Barack Obama. Un altro finanziatore diretto di T&E è New venture fund: alcuni sui ex dirigenti sono entrati nell’amministrazione Biden. Spuntano poi a sorpresa altri due grandi finanziatori di T&E: il ministero dell’Ambiente tedesco e la Commissione europea, che nel 2022 ha erogato 739.000 euro. Un cortocircuito possibile attraverso il Climate, infrastructure and environment executive agency (Cinea), agenzia che «sostiene le parti interessate nella realizzazione del Green deal» a cui la Commissione ha affidato vari compiti, compresa la destinazione di finanziamenti. I fondi vengono concessi da Cinea su presentazione di progetti da parte delle Ong ed erogati se la Commissione ritiene che il progetto sia in linea con gli obiettivi europei. Dunque, i gruppi di pressione giocano su più tavoli e hanno più ruoli. Sono dei colegislatori di fatto, influenzano le decisioni, ricevono denaro dalle istituzioni europee per fare quello che la Commissione vuole fare e, presumibilmente, per dire alla Commissione ciò che vuole sentire. Tutto nella massima trasparenza, visto che i dati sono pubblicati. Ma la trasparenza può diventare un alibi. Uno schema simile si è visto anche a gennaio 2024 per il regolamento Count emission Ue, ovvero il metodo attraverso il quale vengono calcolate le quantità di CO2 emesse dai mezzi di trasporto. In quel caso, determinate fu l’apporto di Alan McKinnon, prof universitario cooptato nel World economic forum nel 2008 e poi chiamato dalla Commissione a ricoprire diversi incarichi di peso. Se si prende in considerazione l’iniziativa Refuel maritime per l’adozione di combustibili marittimi sostenibili, si nota la partecipazione di due società di consulenza olandesi, Ecorys e Ce Delft, che hanno redatto uno studio poi adottato e pubblicato direttamente con il marchio della Commissione. Un’altra organizzazione no profit olandese coinvolta spesso nelle dinamiche di Bruxelles è Tno, i cui membri del board sono nominati dal governo. A quanto pare, sul tema Amsterdam ci tiene a influenzare la regolazione Ue già in fase preliminare. Tutto lecito, ma è bene conoscere certi meccanismi.
Antonio Decaro (Imagoeconomica)
La richiesta si basa, in gran parte, su una sentenza del Tar dell’Emilia-Romagna, a cui la Regione fortino del Pd - che con Michele De Pascale punta ad ergersi capofila nazionale delle politiche sanitarie autonome regionali - si è appellata per evitare di erogare, retroattivamente, gli stessi emolumenti, mai corrisposti, ai propri camici bianchi. La pretesa restituzione dei compensi, che per ogni singolo medico ammonterebbe a circa 70.000 euro, è arrivata la sera di Capodanno, lanciata via Pec alle 20.48 da qualche dirigente bontempone, ma ora rischia di trasformarsi in una valanga. I medici di base, infatti, non hanno preso bene l’idea di dover restituire decine di migliaia di euro a testa all’ente che per anni li ha erogati senza battere ciglio e, oltre ad aver dato mandato ai legali di resistere in giudizio a quello che definiscono «un vero furto», minacciano di fare «non uno, ma quattro passi indietro» nei confronti degli impegni assunti con Regione in relazione alle Case di Comunità, finanziate con 350 milioni di euro di fondi Pnrr, tra i fiori all’occhiello della campagna elettorale di Decaro. «Stiamo reagendo dal punto di vista legale sia a livello regionale che di singole Asl e abbiamo già dato mandato ai legali per impugnare la circolare e ottenerne la sospensiva immediata della direttiva regionale», spiega Antonio De Maria, segretario regionale del sindacato dei medici Fimmg. «La situazione del sistema sanitario della Puglia è già al collasso e in questo momento ci vuole coesione e grande collaborazione tra le parti. Innescare adesso un meccanismo del genere è pericolosissimo e ci auguriamo che questa richiesta, arrivata con modalità offensive dal dipartimento regionale della Sanità, non abbia l’avvallo politico. Avvisiamo già che non ci fermeremo e che a fronte di questo atto siamo pronti a rimettere completamente in discussione la nostra presenza e collaborazione al progetto delle Case di Comunità dell’intero territorio regionale». I sindacati dei medici sono uniti in questa battaglia: «Quanto avvenuto è sconcertante e si tratta di un attacco inopportuno e, a nostro parere, totalmente illegittimo. Appariamo come professionisti che hanno percepito dei soldi che non gli spettavano: è assolutamente falso. Quest’azione rappresenta l’espressione della situazione caotica che ormai da un anno viviamo nell’organizzazione della medicina territoriale a livello pugliese. Se qualcuno pensa di risanare in questo modo le finanze regionali, tagli dove si spreca», ha aggiunto Luigi Nigri, segretario regionale Puglia e vicepresidente nazionale Finp. Eppure, nonostante la posta in gioco, non sarà semplice per Decaro fare un passo indietro sulla questione. Rinunciare al prelievo dalle tasche dei dottori significherebbe, infatti, sconfessare la linea dell’Emilia-Romagna, che quegli stessi assegni, negli ultimi dieci anni, ai suoi medici non li ha mai versati e che ora rischia - a causa di un’azione legale partita da Rimini - di dover sborsare oltre 100 milioni di euro in un colpo solo. La Regione rossa, infatti, è in attesa del pronunciamento della Cassazione e, negli ambienti, si racconta che qualche settimana fa, presso la sede romana della Sisac - Struttura interregionale sanitari convenzionati, ossia il luogo in cui si costruiscono gli Accordi nazionali collettivi che stabiliscono gli emolumenti per i sanitari - si è tenuta una plenaria durante la quale, sul tema dei compensi ai medici, è stata dettata e condivisa una linea comune. Il mandato più o meno esplicito sarebbe stato quello di «evitare di pagare per non far finire nei guai chi non ha nulla in cassa». In sostanza, marciare uniti a scapito dei camici bianchi. E a quanto pare, la Puglia ha preso l’indicazione come un ordine. «Mi pare sia evidente che la sinistra in Italia abbia perso qualsiasi titolo per parlare di sanità: chiedono di aumentare le risorse che hanno tagliato durante i loro governi e stanno dimostrando di non saper neppure gestire quelle che hanno nelle Regioni che governano. La situazione che si è venuta a creare in Puglia credo sia abbastanza emblematica; tra l’altro la Puglia ha erogato questi integrativi, così Decaro si è fatto bello per le elezioni regionali ed oggi, dopo la vittoria, gli chiede indietro ai medici di base a cui magari pochi mesi fa chiedeva il voto», commenta il senatore Fdi Marco Lisei. «Un comportamento immorale, che però non lascia immune da critiche neppure la Regione Emilia-Romagna, che quegli integrativi avrebbe dovuto coprirli. Ora serve chiarezza, ma soprattutto servono tutele per i professionisti sanitari. Per questo come governo abbiamo destinato risorse dedicate per aumentare gli stipendi e tutelare chi nel corso degli anni ha tenuto in piedi il sistema sanitario mentre la sinistra lo sfasciava». Il prossimo 12 gennaio, per Decaro, sarà una data importante: il report sulla realizzazione delle Case di Comunità verrà trasmesso all’Autorità di missione Pnrr, presso il ministero della Salute, per una valutazione sullo stato di avanzamento del progetto. La promessa - nonché condizione necessaria per il raggiungimento del target e dunque per l’ottenimento dei fondi Pnrr - è che al 30 giugno 2026 la Puglia avrà 123 Case di comunità, ma la Corte dei Conti, che ha già un fascicolo aperto sui ritardi nella realizzazione delle opere, ha ricordato esplicitamente che per essere soddisfatto pienamente il target di giugno «non implica solo la realizzazione, ma la completa messa a disposizione delle strutture dotate di tutte le attrezzature necessarie al funzionamento». Medici compresi.
Continua a leggereRiduci
iStock
La riaffermazione di tale principio si accompagna, tuttavia, nella stessa sentenza n. 204/2025, alla declaratoria di illegittimità costituzionale dell’articolo 7 della legge regionale oggetto di ricorso, che, apparentemente in linea con il suddetto principio, impegnava le aziende sanitarie locali a fornire all’aspirante suicida «il supporto tecnico e farmacologico nonché l’assistenza sanitaria per la preparazione all’autosomministrazione del farmaco autorizzato».
L’incostituzionalità di tale disposizione - afferma la Corte - è dovuta al fatto che essa «invade la riserva allo Stato della fissazione dei principi fondamentali in materia di tutela della salute», dal momento che non si limita a semplici «norme di dettaglio» attuative dei suddetti principi, ma avrebbe dato luogo a «una illegittima determinazione degli stessi da parte della legislazione regionale». Giova, in proposito, ricordare che la tutela della salute è, appunto, una delle materie in cui, ai sensi dell’articolo 117, comma III, della Costituzione, la potestà legislativa spetta alle Regioni, «salvo che per la determinazione dei principi fondamentali, riservati alla legislazione dello Stato».
Il ragionamento della Corte non farebbe una grinza se non fosse per il fatto che, nella sentenza n. 204/2025, la stessa Corte ha cura di precisare che la ritenuta incostituzionalità dell’articolo 7 della legge regionale toscana «lascia intatto il diritto», riconosciuto all’aspirante suicida dalla sentenza n. 132/ 2025, «di ottenere dalle aziende del Servizio sanitario regionale il farmaco, i dispositivi eventualmente occorrenti all’autosomministrazione, nonché l’assistenza sanitaria anche durante l’esecuzione di questa procedura». Ciò in forza della «portata autoapplicativa» da riconoscersi - afferma sempre la Corte - alla suddetta sentenza. Ma una sentenza della Corte Costituzionale che abbia «portata autoapplicativa» e nella quale vengano - come nel caso di specie - dettati principi del tutto analoghi a quelli che potrebbero essere stabiliti con legge dello Stato, dovrebbe, con ogni evidenza, essere considerata idonea ad assolvere alla stessa funzione che l’articolo 117, comma III, della Costituzione assegna alla legge statale per la determinazione dei principi fondamentali ai quali dovrebbe poi attenersi la legislazione regionale. L’articolo 7 della legge regionale toscana, quindi, siccome del tutto aderente a quanto stabilito dalla Corte Costituzionale con la sentenza in questione, non sarebbe stato da dichiarare incostituzionale.
La declaratoria di incostituzionalità si rivela, però, paradossalmente, corretta proprio considerando che, in realtà, contrariamente a quanto ritenuto dalla Corte, al principio affermato nella sentenza n. 132/2025 e confermato in quella n. 204/2025 non sembra affatto che possa attribuirsi carattere vincolante e meno che mai, quindi, «portata autoapplicativa». Si tratta, infatti, di un principio che non è in alcun modo conseguenziale alla già ricordata sentenza della stessa Corte n. 242/2019, essendosi questa limitata a rendere non punibile, a determinate condizioni, mediante declaratoria di parziale incostituzionalità dell’articolo 580 del codice penale, la condotta di chi presti aiuto al suicidio, senza con ciò attribuire all’aspirante suicida alcun diritto a ottenere quell’aiuto da parte di chicchessia, ivi compreso il Servizio sanitario nazionale. A quest’ultimo, infatti, la Corte affida il solo compito di accertare che le suddette condizioni siano effettivamente sussistenti e che le modalità stabilite dall’interessato e dal medico di sua fiducia per l’esecuzione del suicidio non siano tali da offendere la dignità della persona e cagionarle sofferenze.
Lo stesso principio, inoltre, non può neppure dirsi funzionale alla decisione a suo tempo assunta con la sentenza n. 132/2025, in cui esso è enunciato, dal momento che tale sentenza, a sostegno della ritenuta inammissibilità della questione di legittimità costituzionale dell’articolo 579 del codice penale, che punisce l’omicidio del consenziente, fece essenzialmente leva sul fatto che, contrariamente a quanto affermato dai ricorrenti, non poteva dirsi accertata, in linea di fatto, l’assoluta irreperibilità, sul mercato, di strumenti che consentissero all’aspirante suicida, nonostante la sua condizione di paraplegico, l’autonoma assunzione del farmaco mortale. L’affermazione che del reperimento di quegli strumenti dovesse farsi carico, se necessario, il Servizio sanitario nazionale, rispondendo ciò a un diritto dell’interessato, aveva carattere meramente incidentale (c.d. «obiter dictum»); il che, secondo quanto pacificamente ritenuto dalla dottrina giuridica, esclude in radice che ad essa possa attribuirsi carattere vincolante tanto nei confronti del Servizio sanitario nazionale quanto in quelli del legislatore ordinario.
Non può in alcun modo condividersi, quindi, l’opinione di chi - come il senatore del Pd Alfredo Bazoli, secondo quanto riferito sulla Verità del 31 dicembre scorso nell’articolo a firma di Carlo Tarallo - sostiene che il legislatore ordinario, nel dettare la disciplina generale in materia di fine vita, non potrebbe «in alcun modo derogare» al principio in questione giacché quello in esso affermato sarebbe «un diritto pienamente riconosciuto e dunque pienamente eseguibile». Deve invece ritenersi, al contrario, che il legislatore ordinario sia perfettamente libero di seguire o non seguire l’indicazione della Corte Costituzionale circa il ruolo da attribuirsi al Servizio sanitario nazionale, senza che, nella seconda di tali ipotesi, la sua scelta possa cadere, alla prima occasione, sotto la mannaia della stessa Corte; ciò sempre che, naturalmente, quest’ultima resista alla ricorrente tentazione di esorbitare dai limiti delle proprie funzioni; sul che, ovviamente, dati i numerosi precedenti, nessuno può azzardarsi a mettere la mano sul fuoco.
Continua a leggereRiduci
«Io sono notizia» (Netflix)
Non una biografia, ma un modo, più accattivante del solo accademico, di ripercorrere la storia dell'Italia: gli anni Novanta e il momento, senza data precisa, in cui il confine tra vita privata e pubblica apparenza, tra famiglia e spettacolo, si è fatto labile.
Fabrizio Corona - Io sono notizia, docuserie in cinque episodi disponibile su Netflix a partire da venerdì 9 gennaio, promette di sfruttare la parabola di un singolo individuo (opportunamente discusso e divisivo) per trovare, poi, gli stilemi di un racconto universale. Non è Corona, dunque, re dei paparazzi, ma il sistema moderno, declinato nel nostro Paese sul berlusconismo, sulla faziosità, vera o presunta, dei media, sul modo in cui il giornalismo si è progressivamente piegato al gossip e alla ricerca della notorietà, dimenticando ogni deontologia professionale.
Io sono notizia, il cui avvento Fabrizio Corona ha annunciato sui propri social network in pompa magna, con l'orgoglio di chi non ha paura di veder riproposta la propria crescita umana, prende il via da lontano. Fabrizio è giovane, figlio di un padre - Vittorio Corona - tanto visionario e talentuoso quanto ingombrante. Corona, padre, avrebbe cambiato il volto dell'editoria, salvo poi essere fatto fuori da quella stessa gente che diceva apprezzarlo. Fabrizio, ragazzo, è cresciuto così, con il complesso, forse inconscio, di dover tenere il passo del genitore, esserne all'altezza. L'ambiente del padre, dunque, è stato l'obiettivo del figlio. Che, diversamente, però, ha deciso di sfruttarlo in altro modo. Fabrizio Corona avrebbe messo in ginocchio i salotti bene, e il gossip sarebbe stato merce di scambio. Lo strappo, che la docuserie ricostruisce, sarebbe arrivato con Vallettopoli e le accuse di estorsione.
Allora, il re dei paparazzi avrebbe perso parte del proprio appeal, trasformandosi nel bersaglio di una giustizia che, per alcuni, ne avrebbe fatto un capro espiatorio. Quel che segue sono processi, dibattiti, prime pagine e opinioni, è lo scontro fra chi considera Corona un demone e chi, invece, lo vorrebbe assolto.
Quel che segue è la rapida ascesa dei social network, di cui il re Mida del gossip ha saputo intuire il potenziale e le criticità, sfruttandoli, come nessun altro, per tessere la propria tela. Ed è qui, tra le pieghe di questa metamorfosi, da ragazzo d'oro a figura confusa, che Netflix racconta essere nato il Fabrizio di oggi, l'essere capace di fare della propria vita un'opera, d'arte o meno sia dibattuto in altra sede.
Continua a leggereRiduci