
Per l’ex governatore pugliese Nichi Vendola la prescrizione è stata più veloce della verità giudiziaria. E, con la sua posizione, dal processo ribattezzato «Ambiente svenduto», che gli era costato 3 anni e 6 mesi prima che una Corte d’appello decidesse che era tutto da rifare, trasferendo il fascicolo da Taranto a Potenza, escono dalle aule di udienza anche le famose, intercettate, risate sulle domande per i tumori.
Non con un’assoluzione nel merito, né con una sentenza che certifichi che il fatto non sussiste. Ma con un «non luogo a procedere per intervenuta prescrizione». Lo ha deciso, ieri, la Corte d’assise di Potenza, presieduta da Marcello Rotondi, durante la terza udienza dibattimentale. Per l’ex presidente della Regione Puglia e altri 14 imputati, stando alla giustizia, il tempo è scaduto. D’altra parte, tenere in vita un procedimento enorme, con 350 parti civili (che poi sono diventate 280), esploso come uno dei più devastanti processi ambientali italiani e ripartito da zero dopo l’annullamento della sentenza di primo grado, non era facile. Dentro quei faldoni c’erano i quartieri rossi di polvere minerale, le ciminiere diventate orizzonte obbligatorio, la conta dei tumori, gli operai sul filo che divideva il loro futuro tra stipendio e salute. I 270 anni di carcere complessivi per i 26 condannati del primo processo (risalente al 31 maggio 2021) sono evaporati per un vizio che sembra uscito da un manuale di cavillistica giudiziaria: la presenza di due giudici onorari tra le parti civili (che al momento della costituzione avevano pure già dismesso le funzioni esercitate in quel distretto). Un dettaglio procedurale al quale, però, la Corte d’Assise d’Appello di Taranto ha dato un peso notevole, tanto da averlo considerato sufficiente per cancellare tutto il primo giudizio. E, così, il processo-monstre (nel palazzo di giustizia di Potenza per ospitare imputati, difensori e parti civili è stato necessario collegare tre diverse aule in videoconferenza), presentato all’epoca come la Norimberga ambientale italiana, è stato risucchiato nelle sabbie mobili della procedura. Nonostante il calendario serrato col quale i giudici potentini hanno cercato di tenere in pista i faldoni giunti dalla Puglia, infatti, altri 14 imputati, oltre a Vendola, prendono l’uscita laterale e lasciano definitivamente l’aula. Il Codacons, che ha annunciato di valutare la possibilità di procedere in sede civile contro l’ex governatore, ha cercato di aggrapparsi a una consolazione: «L’unica nota positiva è che la prescrizione non consiste in un riconoscimento di innocenza e si verifica poiché ci è voluto troppo tempo per svolgere il processo». E il tempo è il cuore di questa vicenda simbolo di una doppia paralisi italiana: quella industriale, per una delle fabbriche più contestate del Paese, e quella giudiziaria, per una macchina processuale che è stata capace di divorare reati gravissimi. Come la concussione, accusa che veniva contestata a Vendola, leader della sinistra radicale e ambientalista. Finché non sono arrivate le intercettazioni. E quel passaggio sui tumori, nell’estate del 2010 (ma diventato pubblico nel 2013), destinato a inseguirlo per sempre: mentre era al telefono con Girolamo Archinà, ex responsabile delle relazioni istituzionali dell’Ilva, commentò di aver riso di gusto («complimenti, io e il mio capo di gabinetto siamo stati a ridere per un quarto d’ora») quando lo stesso Archinà aveva strappato il microfono dalle mani di un giornalista che stava facendo a Emilio Riva alcune domande sull’incidenza delle malattie. Una «scena fantastica», la definì l’ex presidente pugliese. E per qualche istante l’attenzione si spostò dalla questione giudiziaria a quella politica. Ma Archinà era considerato dagli inquirenti uno dei principali artefici delle presunte attività illecite del polo siderurgico tarantino. «Dica a Riva che il presidente non si è defilato», assicurò Vendola ad Archinà proprio durante quella chiacchierata. E finì sul registro degli indagati per concussione, in concorso proprio con Archinà, per ipotizzate pressioni esercitate sul direttore generale di Arpa Puglia Giorgio Assennato, orientate ad ammorbidire un report sui dati ambientali legati all’inquinamento attribuito all’Ilva. Vendola non si dimise (né per le risate né per le accuse). E tentò un’arrampicata sostenendo che non stava certo ridendo delle morti per i tumori ma del gesto di Archinà di fronte al giornalista. L’unico a cui ha chiesto scusa. Una posizione che diventò politicamente imbarazzante quando la Procura tarantina dispose il sequestro degli impianti. E raggiunse livelli critici quando scattarono gli arresti per sette persone, Archinà compreso, accusato di aver elargito una mazzetta a un consulente tecnico della Procura. Da quel momento l’Ilva non fu più soltanto una fabbrica. Diventò il romanzo nero dell’industrialismo italiano. Con vagoni di documentazione investigativa passati già attraverso una quantità impressionante di stazioni giudiziarie: indagine, rinvio a giudizio, primo dibattimento, sentenza di condanna, appello, annullamento totale del processo, trasferimento da Taranto a Potenza, nuova udienza preliminare, nuovo rinvio a giudizio e nuova ripartenza davanti alla Corte d’assise lucana. A ogni stazione è sceso qualcuno. All’ultima è toccato a Vendola e al suo bagaglio di imbarazzanti intercettazioni. Ma, ricorda il Codacons, «uscire da un processo contenente accuse così gravi con una sentenza di prescrizione fa riflettere, anche perché esiste un istituto apposito che consente all’imputato di rinunciare alla prescrizione, percorrendo la strada della ricerca dell’assoluzione piena, nel merito. In questo caso, almeno per ora, non è stato così». Vendola si era già autoassolto, definendo, all’epoca, la sua condanna a Taranto «una mostruosità giuridica». Ora alla sbarra restano 16 imputati e tre società. Ma il terminal del primo grado è ancora lontano.






