Se non sfori il 3%, il Pil non cresce, però l’Europa vuole tenerci a dieta

- La Francia ha il rapporto deficit/Pil costantemente sopra al 5%, mentre la Germania usa i fondi speciali fuori bilancio per investire senza i vincoli di Bruxelles. Poi c’è la Spagna che da tre anni non approva una nuova manovra e quindi tiene i conti ancorati al 2023.
- Ue e Bce aprono a deroghe al Patto per gli investimenti verdi. Meloni in pressing: «Bruxelles agisca con coraggio sull’energia».
Lo speciale contiene due articoli.
Qualche giorno fa Giorgia Meloni ha scritto a Ursula von der Leyen chiedendo di estendere alla crisi energetica la stessa flessibilità già concessa alle spese per la difesa, la clausola di salvaguardia nazionale che consente temporaneamente di sforare i limiti del Patto. Probabilmente si tratta di una coincidenza, ma tre documenti usciti in questi giorni certificano la fondatezza della posizione italiana e misurano il costo che l’Italia paga per rispettare regole che gli altri Paesi interpretano con molta più libertà.
Il primo documento è il rapporto Ocse sulle politiche industriali di venti Paesi sviluppati. Nel complesso, tra il 2019 e i 2023 la spesa media in sussidi e sgravi fiscali alle imprese è salita dall’1,34% all’1,55% del Pil. Quasi tutti i Paesi analizzati hanno aumentato il sostegno pubblico alle proprie industrie. La Germania ha quasi triplicato la propria spesa, portandola dallo 0,52% all’1,16% del Pil in quattro anni, spingendo soprattutto sui sussidi diretti, cresciuti dallo 0,24% allo 0,84% del Pil. La Francia si è mantenuta all’1,73%. Il Regno Unito ha superato il 3% del Pil, mentre Slovenia, Ungheria e Repubblica Ceca hanno addirittura beneficiato dei fondi strutturali europei, che hanno moltiplicato la loro capacità di intervento. L’Italia si è fermata intorno all'1% del Pil, nella metà bassa della classifica.
Il rapporto Ocse entra anche nella qualità della spesa, e lì scopriamo che l’Italia è il Paese che più di tutti si affida a strumenti finanziari come garanzie e prestiti pubblici, che nel 2023 erano l’1,42% del Pil, il secondo valore più alto tra i Paesi analizzati. Il fondo di garanzia per le Pmi e strumenti analoghi sono classificati dal rapporto come strumenti difensivi, utili per sostenere le imprese esistenti ma non per trasformarne la struttura produttiva. Nel frattempo, Germania, Finlandia e Lituania hanno aumentato il venture capital pubblico. La Germania ha quasi raddoppiato i sussidi diretti alle imprese in quattro anni finanziando in buona parte i programmi di copertura dei costi energetici industriali, il cosiddetto freno sul prezzo dell’elettricità e del gas, misure che da sole valgono rispettivamente lo 0,27% e lo 0,20% del Pil tedesco. Risorse che la Germania ha trovato in parte attraverso i Sondervermögen, fondi speciali fuori bilancio che aggirano il freno costituzionale al debito, finanziando investimenti che non figurano nei conti pubblici ordinari. La Francia sfora stabilmente il 5% di deficit (previsto il 5,7% nel 2027) ma non pare che a Bruxelles si strappino i capelli per questo. In queste condizioni, l’Italia cresce meno perché più attenta all’equilibrio dei conti.
Il secondo documento è la mappa delle misure anticrisi energetica adottate dopo il blocco dello stretto di Hormuz, pubblicata dalla Commissione europea. Questa fotografa lo stesso divario registrato dall’Ocse, ma su un piano più contingente legato alla crisi energetica attuale.
Il governo italiano ha emanato provvedimenti per il taglio delle accise sui carburanti, per un costo attorno al miliardo di euro. La Spagna ha varato un pacchetto da 5 miliardi. L'Irlanda da 750 milioni. La Francia oltre 300 milioni per il solo mese di maggio. Il caso spagnolo merita una nota a parte, perché la Spagna non approva una legge di bilancio dal 2023, senza aver neppure presentato una bozza per gli anni successivi, con i conti prorogati da tre anni per le difficoltà parlamentari del governo di Pedro Sánchez.
Il terzo documento, pubblicato giovedì, è la summa delle previsioni economiche di primavera della Commissione, che tagliano le stime di crescita dell’Italia allo 0,5% per il 2026.
Le previsioni aggiungono un elemento che mette in difficoltà la posizione italiana, perché nonostante le chiare difficoltà e i problemi che stanno per arrivare, annunciati da più parti, la crescita del Pil italiano è rivista allo 0,5% nel 2026, contro lo 0,8% stimato lo scorso autunno. Secondo le regole europee, una crescita, per quanto anemica, ci sarà, e dunque non ci sarebbe bisogno di nessuna flessibilità. Quello 0,5% è però figlio di uno scenario intermedio, non dello scenario peggiore, che è quello che invece ha le maggiori probabilità di avverarsi. Del resto, le previsioni economiche della Ue sono note per essere sbagliate. Ma perché farci finire in recessione quando lo si può evitare?
Il risultato pratico è che l’Italia non può intervenire con la stessa forza degli altri Paesi colpiti dalla stessa crisi energetica, perché la sua economia non è ancora abbastanza in difficoltà da giustificare deroghe, ma è già abbastanza in difficoltà da subire lo choc. A quanto pare, insomma, in Europa solo chi infrange le regole può crescere. Si tratta di una asimmetria evidente, certificata dai numeri della stessa Commissione e dell’Ocse. Ieri il Commissario europeo per l’Economia, Valdis Dombrovskis, dopo la riunione dell’Ecofin, ha affermato: «Le previsioni economiche primaverili della Commissione europea confermano che la crisi energetica scatenata dal conflitto in Medio Oriente sta creando uno choc stagflazionistico per l’economia europea. Stiamo valutando diverse opzioni». Quali che siano, non c’è da sperare che Bruxelles cambi atteggiamento.
L'Europa ci fa sforare solo se continuiamo a ucciderci di green
Nei palazzi di Bruxelles le parole non fanno rumore. Scivolano piuttosto tra una clausola e un allegato tecnico. Eppure, sotto questa superficie liscia si sta consumando una partita tutt’altro che neutra: chi paga la transizione? Chi paga l’energia? Chi paga - in ultima istanza - la crescita quando la crescita non cresce abbastanza? La sintesi è questa: l’Europa ci concede spazio di bilancio, solo se continuiamo a ucciderci di green mal digerito.
Non è una frase ufficiale. È il sottotesto. La prima a forzare il perimetro è Giorgia Meloni che, dopo l’incontro a Palazzo Chigi con il primo ministro irlandese Micheál Martin prova a spostare l’asse della discussione: energia come sicurezza nazionale, non come variabile della contabilità pubblica. «Viviamo in un contesto di circostanze eccezionali che legittimano una estensione della flessibilità già concessa per le spese in sicurezza e difesa, anche agli investimenti necessari a far fronte alla crisi energetica. Anche l’energia è sicurezza, anche l’economia è sicurezza. Non si tratta di essere autorizzati a fare maggiore debito ma di allocare meglio quello già previsto». È un cambio di grammatica politica: la sicurezza non è solo tutela dei confini e armi, ma bolletta e produzione industriale. Non meno deciso il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti al termine della riunione dell’Eurogruppo. Nessuna retorica, solo contabilità che cerca spazio dentro altra contabilità. «Ci sono diverse soluzioni», dice, «un mix di possibilità: utilizzo dei fondi di coesione, rimodulazione delle risorse del Pnrr, e possibili margini sulla spesa netta che il Tesoro sta ancora valutando nei numeri». Non cambiare il tavolo, ma limarne gli angoli.
Dall’altra parte la Commissione non chiude, ma neppure apre. Ursula von der Leyen non ha ancora risposto alla richiesta italiana. E questo silenzio è già una posizione. Vuol dire prudenza, attesa. Più esplicito il commissario all’Economia Valdis Dombrovskis, che mette il punto tecnico dove la politica vorrebbe mettere una virgola: «L’Italia è il Paese che chiede più costantemente ulteriore flessibilità. Complessivamente c’è accordo sulla necessità di una risposta di finanziamenti pubblici che sia mirata, non ricorrendo a uno stimolo di bilancio ampio e generalizzato». Sì ai cerotti, no alle medicazioni sistemiche. Poi arriva la vera chiave di lettura, quella che spiega tutto. La presidente della Bce Christine Lagarde sintetizza il paradigma in tre parole: «Qualsiasi deviazione da questi tre principi - temporanee, mirate (targeted) e calibrate su misura (tailored) - sarebbe dannosa e porterebbe di conseguenza a un diverso orientamento della politica monetaria».
Le famose tre T.
Temporanee: perché ciò che diventa permanente cambia il debito strutturale.
Mirate (targeted): perché il denaro pubblico non deve più essere pioggia, ma bisturi (per esempio investimenti green).
Calibrate (tailored): perché ogni Paese ha una sua fragilità, ma nessuno può trasformarla in licenza di spesa.
Ed è qui che il discorso diventa meno tecnico e più politico. Perché il punto non è solo quanto si spende, ma per cosa si spende. La Commissione segnala che una larga parte delle misure energetiche adottate negli ultimi anni non è stata selettiva: tagli generalizzati, riduzioni orizzontali, interventi che abbassano il prezzo dei carburanti ma non cambiano la struttura. Da qui il paradosso che diventa provocazione: l’Europa concede flessibilità solo se la spesa non alimenta il consumo di gas e petrolio. Se invece lo prolunga, la flessibilità si restringe. Una disciplina climatico-fiscale. Quasi una doppia chiave di lettura: bilancio e CO2. Il quadro finale è quello di un’Europa che non è né rigida né flessibile. È selettiva. Il debito italiano resta tra i più alti dell’Unione. I margini fiscali si riducono. I tassi tendono a salire. La crescita non decolla abbastanza da rendere il problema meno urgente. Alla fine, la questione non è se l’Europa ci farà sforare o no. La domanda vera è un’altra: in quale direzione ci lascia sforare. Se verso la riproposizione delle vecchie abitudini energetiche, la risposta sarà no. Se verso l’obbligo green, allora il margine si apre. Ed è qui che il linguaggio tecnico si trasforma in politica pura: perché dietro ogni «targeted measure» o «temporary deviation» si nasconde la stessa scelta di fondo: quale economia costruire mentre si cerca di non far saltare quella che già esiste. Tutta questione di tempo, direzione e pazienza istituzionale.






