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2021-08-03
Vanessa fa la cannibale. A 30 anni vince un argento battendo pure la sorte
Vanessa Ferrari (Ansa)
Nella fisica epicurea lo chiamavano clinamen: la deviazione spontanea degli atomi nel corso della loro caduta in linea retta nel vuoto, una deviazione casuale nel tempo e nello spazio la cui spontaneità potrebbe persino coincidere col grado di libertà dell'uomo nel determinare le proprie azioni. Con esagerata licenza concettuale, qualcosa di simile succede pure nella ginnastica artistica: gli atleti volteggiano nell'aria, danno ordine geometrico al caos dello slancio muscolare, poi ricadono sulla pedana e basta uno sviamento impercettibile nella caduta a stabilire se un punteggio è vincente o no. Lì sta in agguato il destino. E Vanessa Ferrari da Orzinuovi, 30 anni, uno scricciolo compatto di 146 centimetri per 45 chilogrammi, al suo destino ha impresso quella svolta che attendeva da ben tre edizioni dei Giochi olimpici. Ieri a Tokyo, nella finale della specialità corpo libero femminile, ha agguantato la medaglia d'argento, sofferta, voluta, una preda rincorsa senza successo a Pechino nel 2008 - aveva solo 18 anni - dopo essersi laureata campionessa del mondo nel 2006, poi a Londra nel 2012, quando la serata del suo riscatto ha coinciso con la beffa delle beffe: terzo miglior punteggio assieme alla tatara Alija Mustafina, e però gli ex aequo non erano contemplati dalla giuria e il bronzo venne assegnato alla ginnasta delle steppe. Consapevole che la caparbietà è l'unica qualità da sfoderare in una sfida quando il talento ne è l'avamposto di meticolosa coerenza, ha ritentato a Rio 2016. Ennesimo quarto posto, un mezzo passo di troppo le sporcò i movimenti, il sogno sfumò e un anno dopo arrivò addirittura l'infortunio al tendine d'Achille, ciliegina avvelenata su una torta indigesta.
«Non sapevo se avrei ripreso la carriera, pensavo di dover smettere», ricorda lei, l'argento al collo. Adesso è la prima ginnasta italiana sul podio delle Olimpiadi, nella storia c'era stato solo il successo della squadra femminile ad Amsterdam nel 1928, le restanti soddisfazioni erano sempre state appannaggio dei colleghi maschi. Il secondo posto per l'atleta già campionessa mondiale e europea vestita dai colori del gruppo sportivo dell'Esercito italiano giunge al termine di una giornata senza sbavature.
Ha dato inizio ai volteggi la russa Listunova, sedicenne dotata, troppo nervosa per risultare convincente. Per lei subito un errore e l'abbandono della rotta verso il medagliere. Poi è toccato a Jade Carey, statunitense di 21 anni, quattro diagonali di salti impeccabili, volteggi acrobatici da antologia, voto alle stelle, 14,366. 14,000 tondo tondo per Jessica Gadirova, 14,166 per la Melinkova. Vanessa si esibisce subito dopo, sceglie le note d'accompagnamento di Andrea Bocelli, quel Con te partirò, segnale di una partenza convincente e di un approdo sicuro nel paese delle meraviglie. Pare che i primi ad accorgersi di quanto stesse accadendo siano stati i telecronisti brasiliani, trepidanti per la loro stellina nazionale, Rebecca Andrade, penalizzata da un errore e meno precisa dell'atleta nostrana: «La Ferrari è stata eccezionale, di sicuro agguanterà una medaglia», avrebbero commentato. 14,200 il punteggio, con la giapponese Mai Murakami ferma a 14,166. Vuol dire argento italiano e bronzo nipponico, dietro l'inarrivabile Carey.
Significa anche imprimere al proprio percorso una virata da leggenda. «Ma non avendo vinto l'oro, chissà, potrebbe riprovarci alle prossime Olimpiadi, ne abbiamo già parlato», sorride il suo allenatore e direttore tecnico della Nazionale Enrico Casella, bresciano come lei, suo mentore fin dagli esordi, motivatore dalle poche, acuminate parole che non ha mai smesso di starle accanto dopo gli innumerevoli infortuni, rimettendola in piedi dopo che la Ferrari ha contratto il Covid-19, per non farsi mancare nulla nei guanti di sfida lanciati dalla sorte. Casella è un ex rugbysta classe 1957, coriaceo come lo sport praticato in gioventù. Se la tenuta mentale della ragazza lombarda non ha subito flessioni apparenti, il merito è anche suo.
Lo sport agonistico a questi livelli è un frullatore in cui la psiche può svolazzare a briglia sciolta e disegnare fantasmi a volte impossibili da esorcizzare senza un supporto adeguato. Basti pensare a Simon Biles, collega e rivale di Vanessa, stella della ginnastica americana da poco finita sotto i riflettori per aver annunciato il ritiro dai Giochi olimpici a squadre e da quelli a corpo libero perché sconvolta dalla pressione mentale. «Mi dispiace, spero si riprenda e che vinca alla trave», le augura l'italiana.
Piccola nota di colore: la nostra campionessa gode di due soprannomi. Il primo è «La farfalla di Orzinuovi», l'altro è «La cannibale». Niente da eccepire. Per piroettare arrivando a compiere uno «Tsukahara avvitato» - nel gergo ginnico sarebbe una rondata seguita da un doppio salto mortale raggruppato all'indietro con avvitamento - nelle occasioni in cui la tremarella regna sovrana, occorrono le ali, ma pure una fame inestinguibile di primato.
I giornali Usa e britannici provano a guastarci la festa col doping
Son state ore di grandi festeggiamenti, quelle consumatesi a Casa Italia per le medaglie d'oro conquistate domenica rispettivamente nel salto in alto e nei 100 metri da Gianmarco Tamberi e Marcell Jacobs, con quest'ultimo che, oltre a trionfare sui rivali, ha pure stabilito il record europeo della sua disciplina. Le danze hanno preso il via col rientro alla base azzurra del presidente del Coni, Giovanni Malagò, e sono proseguite alternando tifo da stadio a varie canzoni, da Azzurro all'immancabile Po-popopo-popo, che, dopo i Mondiali del 2006, è ormai un classico. Al centro delle esultanze, le prodezze di Tamberi e Jacobs, ma non solo.
Protagonista e mattatrice della serata è stata anche, se non soprattutto, Federica Pellegrini, alla quale è stato riservato l'onore di stappare una bottiglia di spumante magnum per brindare ai successi a Tokyo ma anche quale riconoscimento alla sua inarrivabile carriera, conclusasi comunque in gloria con la quinta finale raggiunta, un traguardo leggendario: come lei nessuna mai. Dopo la festa, gli azzurri del nuoto e della scherma sono ripartiti per l'Italia ma il nostro medagliere ha continuato a lievitare. Ieri è infatti arrivato l'argento nel corpo libero di ginnastica di Vanessa Ferrari (l'oro è andato all'americana Jade Carrey) la quale, dopo i quarti posti di Londra 2012 e Rio 2016, ha potuto così prendersi una rivincita anche contro il fattore anagrafico. Commosso Malagò: «Quella di Vanessa Ferrari è una storia incredibile, lei trentenne ha battuto delle sedicenni».
Oltre al suo podio, la Ferrari ha portato pure una felice notizia: quella del superamento, ormai certo, delle 28 medaglie che furono il bottino nazionale delle citate edizioni del 2012 e del 2016. Per il nostro Paese quella che sta per concludersi è dunque un'edizione da incorniciare che solo l'invidia può provare ad offuscare. E difatti è proprio così, coi maligni stranieri che iniziano a dubitare della prestazione dell'uomo più veloce del mondo, il nostro Jacobs.
Il Washington Post ha subito battezzato il velocista come «Obscure Italian from Texas», ossia un parvenu dell'atletica, da tenere d'occhio. Più precisamente, la testata Usa, pur cercando di nasconder la mano («non è colpa di Jacobs»), ha tirato un sasso pesante alludendo a un suo «miglioramento improvviso e immenso», che ricorda come «gli annali di questo sport» siano «disseminati di campioni pop-up che, in seguito, si sono rivelati essere collegati al doping».
Alle congetture si è prestato pure Matt Lawton del Times, secondo cui Jacobs è migliorato troppo in fretta. Ma il nostro velocista non è nato domenica, dato che già a marzo - mesi fa - ha vinto la medaglia d'oro nei 60 metri piani agli Europei indoor di Torun facendo il nuovo record italiano e miglior prestazione mondiale stagionale, mentre a maggio, nei 100 metri, è sceso sotto i 10 secondi. Certo, chi non aveva prestato attenzione a tutto ciò ora può solo commentare una vittoria inattesa e, probabilmente, guardata con invidia, brutta bestia.
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Vanessa Ferrari alla terza Olimpiade, inseguita da sfortuna e infortuni, non perde la calma davanti alle giovanissime avversarie e si prende il posto che cercava da 12 anni.Veleni dai Paesi sconfitti sull'ascesa «troppo rapida» del centometrista sconosciuto.Lo speciale contiene due articoli.Nella fisica epicurea lo chiamavano clinamen: la deviazione spontanea degli atomi nel corso della loro caduta in linea retta nel vuoto, una deviazione casuale nel tempo e nello spazio la cui spontaneità potrebbe persino coincidere col grado di libertà dell'uomo nel determinare le proprie azioni. Con esagerata licenza concettuale, qualcosa di simile succede pure nella ginnastica artistica: gli atleti volteggiano nell'aria, danno ordine geometrico al caos dello slancio muscolare, poi ricadono sulla pedana e basta uno sviamento impercettibile nella caduta a stabilire se un punteggio è vincente o no. Lì sta in agguato il destino. E Vanessa Ferrari da Orzinuovi, 30 anni, uno scricciolo compatto di 146 centimetri per 45 chilogrammi, al suo destino ha impresso quella svolta che attendeva da ben tre edizioni dei Giochi olimpici. Ieri a Tokyo, nella finale della specialità corpo libero femminile, ha agguantato la medaglia d'argento, sofferta, voluta, una preda rincorsa senza successo a Pechino nel 2008 - aveva solo 18 anni - dopo essersi laureata campionessa del mondo nel 2006, poi a Londra nel 2012, quando la serata del suo riscatto ha coinciso con la beffa delle beffe: terzo miglior punteggio assieme alla tatara Alija Mustafina, e però gli ex aequo non erano contemplati dalla giuria e il bronzo venne assegnato alla ginnasta delle steppe. Consapevole che la caparbietà è l'unica qualità da sfoderare in una sfida quando il talento ne è l'avamposto di meticolosa coerenza, ha ritentato a Rio 2016. Ennesimo quarto posto, un mezzo passo di troppo le sporcò i movimenti, il sogno sfumò e un anno dopo arrivò addirittura l'infortunio al tendine d'Achille, ciliegina avvelenata su una torta indigesta. «Non sapevo se avrei ripreso la carriera, pensavo di dover smettere», ricorda lei, l'argento al collo. Adesso è la prima ginnasta italiana sul podio delle Olimpiadi, nella storia c'era stato solo il successo della squadra femminile ad Amsterdam nel 1928, le restanti soddisfazioni erano sempre state appannaggio dei colleghi maschi. Il secondo posto per l'atleta già campionessa mondiale e europea vestita dai colori del gruppo sportivo dell'Esercito italiano giunge al termine di una giornata senza sbavature.Ha dato inizio ai volteggi la russa Listunova, sedicenne dotata, troppo nervosa per risultare convincente. Per lei subito un errore e l'abbandono della rotta verso il medagliere. Poi è toccato a Jade Carey, statunitense di 21 anni, quattro diagonali di salti impeccabili, volteggi acrobatici da antologia, voto alle stelle, 14,366. 14,000 tondo tondo per Jessica Gadirova, 14,166 per la Melinkova. Vanessa si esibisce subito dopo, sceglie le note d'accompagnamento di Andrea Bocelli, quel Con te partirò, segnale di una partenza convincente e di un approdo sicuro nel paese delle meraviglie. Pare che i primi ad accorgersi di quanto stesse accadendo siano stati i telecronisti brasiliani, trepidanti per la loro stellina nazionale, Rebecca Andrade, penalizzata da un errore e meno precisa dell'atleta nostrana: «La Ferrari è stata eccezionale, di sicuro agguanterà una medaglia», avrebbero commentato. 14,200 il punteggio, con la giapponese Mai Murakami ferma a 14,166. Vuol dire argento italiano e bronzo nipponico, dietro l'inarrivabile Carey. Significa anche imprimere al proprio percorso una virata da leggenda. «Ma non avendo vinto l'oro, chissà, potrebbe riprovarci alle prossime Olimpiadi, ne abbiamo già parlato», sorride il suo allenatore e direttore tecnico della Nazionale Enrico Casella, bresciano come lei, suo mentore fin dagli esordi, motivatore dalle poche, acuminate parole che non ha mai smesso di starle accanto dopo gli innumerevoli infortuni, rimettendola in piedi dopo che la Ferrari ha contratto il Covid-19, per non farsi mancare nulla nei guanti di sfida lanciati dalla sorte. Casella è un ex rugbysta classe 1957, coriaceo come lo sport praticato in gioventù. Se la tenuta mentale della ragazza lombarda non ha subito flessioni apparenti, il merito è anche suo. Lo sport agonistico a questi livelli è un frullatore in cui la psiche può svolazzare a briglia sciolta e disegnare fantasmi a volte impossibili da esorcizzare senza un supporto adeguato. Basti pensare a Simon Biles, collega e rivale di Vanessa, stella della ginnastica americana da poco finita sotto i riflettori per aver annunciato il ritiro dai Giochi olimpici a squadre e da quelli a corpo libero perché sconvolta dalla pressione mentale. «Mi dispiace, spero si riprenda e che vinca alla trave», le augura l'italiana. Piccola nota di colore: la nostra campionessa gode di due soprannomi. Il primo è «La farfalla di Orzinuovi», l'altro è «La cannibale». Niente da eccepire. Per piroettare arrivando a compiere uno «Tsukahara avvitato» - nel gergo ginnico sarebbe una rondata seguita da un doppio salto mortale raggruppato all'indietro con avvitamento - nelle occasioni in cui la tremarella regna sovrana, occorrono le ali, ma pure una fame inestinguibile di primato. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/vanessa-fa-la-cannibale-a-30-anni-vince-un-argento-battendo-pure-la-sorte-2654376304.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="i-giornali-usa-e-britannici-provano-a-guastarci-la-festa-col-doping" data-post-id="2654376304" data-published-at="1627930221" data-use-pagination="False"> I giornali Usa e britannici provano a guastarci la festa col doping Son state ore di grandi festeggiamenti, quelle consumatesi a Casa Italia per le medaglie d'oro conquistate domenica rispettivamente nel salto in alto e nei 100 metri da Gianmarco Tamberi e Marcell Jacobs, con quest'ultimo che, oltre a trionfare sui rivali, ha pure stabilito il record europeo della sua disciplina. Le danze hanno preso il via col rientro alla base azzurra del presidente del Coni, Giovanni Malagò, e sono proseguite alternando tifo da stadio a varie canzoni, da Azzurro all'immancabile Po-popopo-popo, che, dopo i Mondiali del 2006, è ormai un classico. Al centro delle esultanze, le prodezze di Tamberi e Jacobs, ma non solo. Protagonista e mattatrice della serata è stata anche, se non soprattutto, Federica Pellegrini, alla quale è stato riservato l'onore di stappare una bottiglia di spumante magnum per brindare ai successi a Tokyo ma anche quale riconoscimento alla sua inarrivabile carriera, conclusasi comunque in gloria con la quinta finale raggiunta, un traguardo leggendario: come lei nessuna mai. Dopo la festa, gli azzurri del nuoto e della scherma sono ripartiti per l'Italia ma il nostro medagliere ha continuato a lievitare. Ieri è infatti arrivato l'argento nel corpo libero di ginnastica di Vanessa Ferrari (l'oro è andato all'americana Jade Carrey) la quale, dopo i quarti posti di Londra 2012 e Rio 2016, ha potuto così prendersi una rivincita anche contro il fattore anagrafico. Commosso Malagò: «Quella di Vanessa Ferrari è una storia incredibile, lei trentenne ha battuto delle sedicenni». Oltre al suo podio, la Ferrari ha portato pure una felice notizia: quella del superamento, ormai certo, delle 28 medaglie che furono il bottino nazionale delle citate edizioni del 2012 e del 2016. Per il nostro Paese quella che sta per concludersi è dunque un'edizione da incorniciare che solo l'invidia può provare ad offuscare. E difatti è proprio così, coi maligni stranieri che iniziano a dubitare della prestazione dell'uomo più veloce del mondo, il nostro Jacobs. Il Washington Post ha subito battezzato il velocista come «Obscure Italian from Texas», ossia un parvenu dell'atletica, da tenere d'occhio. Più precisamente, la testata Usa, pur cercando di nasconder la mano («non è colpa di Jacobs»), ha tirato un sasso pesante alludendo a un suo «miglioramento improvviso e immenso», che ricorda come «gli annali di questo sport» siano «disseminati di campioni pop-up che, in seguito, si sono rivelati essere collegati al doping». Alle congetture si è prestato pure Matt Lawton del Times, secondo cui Jacobs è migliorato troppo in fretta. Ma il nostro velocista non è nato domenica, dato che già a marzo - mesi fa - ha vinto la medaglia d'oro nei 60 metri piani agli Europei indoor di Torun facendo il nuovo record italiano e miglior prestazione mondiale stagionale, mentre a maggio, nei 100 metri, è sceso sotto i 10 secondi. Certo, chi non aveva prestato attenzione a tutto ciò ora può solo commentare una vittoria inattesa e, probabilmente, guardata con invidia, brutta bestia.
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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