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2023-01-11
Vaccini, si scopre una balla al giorno
La Cina è in difficoltà. Airfinity, un gruppo di ricerca britannico, sostiene che Omicron abbia già ucciso 209.000 persone e che, entro la fine di aprile, i morti saranno 1 milione e 700.000. Il Washington Post ha ottenuto immagini satellitari dei forni crematori dalla Maxar technologies e, combinandole con il materiale pubblicato sui social network, ha concluso che «le pompe funebri di tutto il Paese hanno registrato un drammatico aumento dell’attività». In alcune metropoli, il plateau delle infezioni sarebbe stato già raggiunto. Adesso, però, in vista del capodanno, preoccupa il destino delle aree rurali, dove si riverserà una fiumana di potenziali untori.
Il disastro ha un colpevole? Sì, dicono: il vaccino nazionale, sviluppato da Sinovac e rivelatosi mezzo farlocco. Le autorità hanno aggravato la situazione perché, pur di evitare uno smacco geopolitico, rifiutano di comperare dosi a mRna o di accettare quelle che l’Ue ha offerto in dono. Così, se in Occidente le restrizioni sono sparite senza stragi, è grazie ai prodigiosi farmaci di Pfizer e Moderna. Ma le cose stanno come ce le raccontano?
Sulla questione è intervenuta anche Maria Rita Gismondo, del Sacco di Milano, sul Fatto Quotidiano: «Fra le cause» del fallimento cinese «è stata tirata in ballo l’inefficacia del vaccino. Bufala», ha tuonato la professoressa, citando le verifiche del comitato indipendente dell’Oms.
Gismondo ha sottolineato che Sinovac è tornato utile per «l’impiego nei Paesi a basso reddito», poiché non ha bisogno di essere conservato realizzando una complessa catena del freddo. Il rimedio, come aveva ricordato Roberto Cauda, infettivologo del Gemelli di Roma, «utilizza il virus intero inattivato». Si tratta, «né più né meno», del vaccino «che facciamo tutti gli anni contro l’influenza».
Sono tesi dirompenti, benché ignorate da media ed esperti. Ci siamo presi la briga di fare qualche verifica. Uno studio recentemente diffuso e menzionato nei talk dovrebbe essere quello svolto a Hong Kong e pubblicato, su Lancet infectious diseases, a luglio 2022. I suoi autori hanno attinto a una cornucopia di dati: le inoculazioni (13,2 milioni) effettuate, nella città Stato, tra il 31 dicembre 2020 e il 16 marzo 2022, usando sia l’antidoto cinese sia quello di Pfizer-Biontech. I conti dello scienziato dell’Humanitas tornano. Lo iato tra i due vaccini si vede soprattutto dopo la prima dose: quella con il farmaco occidentale protegge decisamente di più sia dalla malattia blanda, sia da quella grave, sia dalla morte. Già dalla seconda dose, il divario si assottiglia. Ciò potrebbe spiegare i problemi in cui incapparono, nel 2021, le Seychelles e il Cile: l’arcipelago dell’Oceano indiano, ipervaccinato, dovette tornare in lockdown per una travolgente ondata di infezioni. Alla nazione andina toccò una sorte analoga. Se però si osservano le curve epidemiche di Cile e Italia, si nota un dettaglio interessante: in Sudamerica si verificarono più contagi tra aprile e luglio 2021; poi, però, i picchi sono rimasti molto inferiori a quelli registrati nello Stivale, anche dopo l’arrivo di Omicron.
Secondo l’indagine di Hong Kong, comunque, alla terza dose, il vantaggio di Pfizer si azzera. Anzi, in alcune categorie anagrafiche, il Coronavac di Sinovac batte di misura il concorrente occidentale. Prendiamo i casi di patologia severa: tra 20 e 59 anni, l’efficacia del booster arriva al 98,8% per il Sinovac, contro il 98,6% del Bnt162b2. E tra gli over 80, Coronavac supera Pfizer 97,3 a 97,1. Sono forbici non statisticamente significative, come ha spiegato Mantovani. Ma il prodotto cinese non sembra tanto più scadente di quello ideato da tedeschi e americani.
L’errore del regime di Xi Jinping, semmai, è stato trascurare la campagna per i richiami e aver privilegiato, in virtù di un peculiare cinismo produttivista, le somministrazioni alle persone in età lavorativa - meno a rischio di decesso - ritardando la profilassi sugli anziani. A ciò bisogna aggiungere le asimmetrie dell’assistenza ospedaliera: in Cina, accanto a punte d’eccellenza, coesistono realtà caratterizzate da una profonda arretratezza. Naturalmente, non ci avventuriamo in un’apologia del Sinovac. Tuttavia, se quel vaccino non è una ciofeca, i nostri non sono pozioni miracolose. Il sospetto è che, alla propaganda degli inaffidabili comunisti orientali, si stia sommando quella di chi, alle nostre latitudini, cerca di mitizzare gli elisir di lunga vita. Che si prevede debbano essere impiegati altresì come terapie preventive per il cancro. Funzioneranno? Speriamo siano all’altezza delle aspettative alimentate da cotanto battage.
Quanto ai cinesi, la mancanza di trasparenza non consente di accertare se e dove gli ospedali siano al collasso e se si moltiplichino le pire delle vittime del Covid. Ma la trasparenza mancava anche prima. Quando, chi oggi bacchetta Xi e soci, cinguettava: facciamo come la Cina.
Lo Sputnik a San Marino: giù ricoveri e spese
C’è vaccino e vaccino, ci stanno dicendo. Quelli a mRna sarebbero prodigiosi, gli altri insomma, vedete un po’ quello che sta capitando in Cina, ripetono giornaloni e virostar.
Dimenticano che nella Repubblica di San Marino, enclave confinante con Marche e Romagna, il russo Sputnik V aveva spazzato via contagi e ospedalizzazioni in tempi rapidissimi. «Stiamo già iniettando le seconde dosi, lo Sputnik funziona», dichiarava il 23 marzo 2021 Sergio Rabini, direttore sanitario nel terzo Stato più piccolo d’Europa e uno dei meno popolosi (33.500 abitanti, perlopiù over 49).
Un mese prima, il 25 febbraio, con ritardo rispetto all’Unione europea di cui non fa parte, erano iniziate le prime somministrazioni dell’anti Covid a vettore virale, realizzato e messo a punto dal Centro nazionale di epidemiologia e microbiologia Gamaleya in Russia. La Ue lo rifiutava, il segretario di Stato alla Sanità e sicurezza sociale di San Marino, Roberto Ciavatta, non si preoccupò. «Da vent’anni ci siamo affrancati dalle Agenzie del farmaco italiana ed europea, per cui se un medicinale è approvato da un ente regolatore, anche extra Ue, noi lo importiamo», sostenne. Due giorni prima erano arrivate direttamente da Mosca, con un volo su Milano, le prime 7.500 dosi che, a differenza dei vaccini a mRna, non hanno bisogno della catena del freddo per lo stoccaggio e la distribuzione.
La popolazione del Titano rispose compatta alla campagna vaccinale, con risultati sorprendenti, nei nove distretti amministrativi detti Castelli in cui è suddiviso il territorio, appena 61 chilometri quadrati.
Se il 25 febbraio di quell’anno c’erano 374 positivi, 47 nuovi contagi e 26 ospedalizzazioni, dopo due mesi (il 23 aprile) erano scesi rispettivamente a 103, con 2 contagi giornalieri, 13 ricoveri in reparto ordinario. Dal 27 aprile, non ci furono più decessi Covid. Il 2 maggio, la drastica riduzione risultò ancor più evidente con 42 positivi e 7 ospedalizzati.
Il 10 maggio 2021, 18.925 persone erano già state vaccinate con la prima dose di Sputnik V e appena 2.464 con Pfizer. Cinque giorni prima, «venne chiuso il reparto di isolamento perché non c’erano più pazienti ricoverati per e con Covid e dal 28 maggio non si è registrato alcun caso di positività fino a metà luglio, quando qualche sammarinesi ritornò contagiato dalle vacanze all’estero», fanno sapere dalla segreteria di Stato.
«Lo Sputnik V ha aiutato San Marino a diventare il primo Stato in Europa a sconfiggere il Covid-19», annunciò su Twitter Kirill Dmitriev, amministratore delegato di Rdif, il Fondo russo per gli investimenti diretti da cui San Marino acquistò direttamente il vaccino. Ricordiamo che il primo di aprile, Rdif aveva comunicato l’accordo raggiunto con la società cinese TopRidge Pharma per la produzione di oltre 100 milioni di dosi l’anno, in Cina, del vaccino russo contro il Covid-19, che sarebbe stato distribuito nella Cina continentale così come a Hong Kong, Macao e Taiwan. Certo, i cinesi sono un miliardo e mezzo, ma cominciarono pure loro a essere inoculati con Sputnik V.
Dal 17 maggio 2021, la Repubblica di San Marino aprì le porte anche al turismo vaccinale, al costo di 50 euro per la doppia dose, con soggiorno di almeno tre notti per due volte nell’intervallo di tempo di 21 giorni richiesto tra la prima e la seconda somministrazione.
Il 5 luglio, «nessuna persona risulta positiva e non ci sono persone in quarantena sul territorio di San Marino», riportava il bollettino sanitario.
L’inverno del 2021 vide aumentare i contagi, inevitabilmente con le nuove varianti, ma il numero delle ospedalizzazioni variavano da due a 20. Nella settimana tra il 13 e il 19 dicembre 2021, degli 862 positivi a quella data, 842 erano seguiti a livello domiciliare e solo per venti c’era stata necessità del ricovero.
Oggi, l’81,86% della popolazione di San Marino con più di 5 anni ha effettuato il ciclo primario e più della metà (54,7%) ha ricevuto Sputnik V come prima e seconda dose. Il booster, invece, inoculato al 72,6% dei residenti over 12, è stato principalmente fatto con Pfizer mentre solo mille sammarinesi hanno ricevuto Sputnik light. Anche perché le ultime dosi sono arrivate nel febbraio 2022.
Nella prima settimana di quest’anno, con un tasso di incidenza di 328 su 100.000 abitanti, i ricoverati sono appena 5, nessuno dei quali in terapia intensiva. E il doppio richiamo, con Pfizer, se lo sono fatti solo 1.921 residenti. Il vaccino russo, dunque, ha funzionato nella Repubblica del Titano.
L’aveva detto subito l’ospedale Spallanzani sostenendo, a febbraio 2021, «l’ottimo profilo di sicurezza a breve termine», di Sputnik V per poi ribadire la stessa conclusione nel gennaio di un anno fa perché oltre il 70% delle persone «mantengono un’attività neutralizzante contro Omicron, e tale attività si mantiene in buona parte anche a distanza di 3-6 mesi dalla vaccinazione».
Il tutto, senza che il Titano fosse travolto dall’emergenza. Nella relazione del 22 dicembre scorso, il segretario di Stato alla Sanità, Roberto Ciavatta, ha dichiarato che in un periodo storico, quello del Covid, in cui le sanità di mezzo mondo hanno visto esplodere la propria spesa, a San Marino (nonostante le ingentissime spese per l’acquisto di vaccini, farmaci, tamponi), la spesa della sanità è rimasta stabile, con lievissima riduzione strutturale».
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Maria Rita Gismondo conferma: «Inefficace? È una bufala». E secondo uno studio pubblicato sulla rivista Lancet, tre dosi proteggerebbero gli over 80 anche più di Pfizer.Lo Sputnik a San Marino: giù ricoveri e spese. Il vaccino made in Mosca ha permesso al Titano di spazzare via contagi e ospedalizzazioni in tempi rapidi mantenendo sotto controllo i costi della sanità. L’ospedale Spallanzani ne aveva sottolineato «l’ottimo profilo di sicurezza». Ma l’Ue l’ha rifiutato.Lo speciale comprende due articoli.La Cina è in difficoltà. Airfinity, un gruppo di ricerca britannico, sostiene che Omicron abbia già ucciso 209.000 persone e che, entro la fine di aprile, i morti saranno 1 milione e 700.000. Il Washington Post ha ottenuto immagini satellitari dei forni crematori dalla Maxar technologies e, combinandole con il materiale pubblicato sui social network, ha concluso che «le pompe funebri di tutto il Paese hanno registrato un drammatico aumento dell’attività». In alcune metropoli, il plateau delle infezioni sarebbe stato già raggiunto. Adesso, però, in vista del capodanno, preoccupa il destino delle aree rurali, dove si riverserà una fiumana di potenziali untori.Il disastro ha un colpevole? Sì, dicono: il vaccino nazionale, sviluppato da Sinovac e rivelatosi mezzo farlocco. Le autorità hanno aggravato la situazione perché, pur di evitare uno smacco geopolitico, rifiutano di comperare dosi a mRna o di accettare quelle che l’Ue ha offerto in dono. Così, se in Occidente le restrizioni sono sparite senza stragi, è grazie ai prodigiosi farmaci di Pfizer e Moderna. Ma le cose stanno come ce le raccontano? Sulla questione è intervenuta anche Maria Rita Gismondo, del Sacco di Milano, sul Fatto Quotidiano: «Fra le cause» del fallimento cinese «è stata tirata in ballo l’inefficacia del vaccino. Bufala», ha tuonato la professoressa, citando le verifiche del comitato indipendente dell’Oms.Gismondo ha sottolineato che Sinovac è tornato utile per «l’impiego nei Paesi a basso reddito», poiché non ha bisogno di essere conservato realizzando una complessa catena del freddo. Il rimedio, come aveva ricordato Roberto Cauda, infettivologo del Gemelli di Roma, «utilizza il virus intero inattivato». Si tratta, «né più né meno», del vaccino «che facciamo tutti gli anni contro l’influenza».Sono tesi dirompenti, benché ignorate da media ed esperti. Ci siamo presi la briga di fare qualche verifica. Uno studio recentemente diffuso e menzionato nei talk dovrebbe essere quello svolto a Hong Kong e pubblicato, su Lancet infectious diseases, a luglio 2022. I suoi autori hanno attinto a una cornucopia di dati: le inoculazioni (13,2 milioni) effettuate, nella città Stato, tra il 31 dicembre 2020 e il 16 marzo 2022, usando sia l’antidoto cinese sia quello di Pfizer-Biontech. I conti dello scienziato dell’Humanitas tornano. Lo iato tra i due vaccini si vede soprattutto dopo la prima dose: quella con il farmaco occidentale protegge decisamente di più sia dalla malattia blanda, sia da quella grave, sia dalla morte. Già dalla seconda dose, il divario si assottiglia. Ciò potrebbe spiegare i problemi in cui incapparono, nel 2021, le Seychelles e il Cile: l’arcipelago dell’Oceano indiano, ipervaccinato, dovette tornare in lockdown per una travolgente ondata di infezioni. Alla nazione andina toccò una sorte analoga. Se però si osservano le curve epidemiche di Cile e Italia, si nota un dettaglio interessante: in Sudamerica si verificarono più contagi tra aprile e luglio 2021; poi, però, i picchi sono rimasti molto inferiori a quelli registrati nello Stivale, anche dopo l’arrivo di Omicron. Secondo l’indagine di Hong Kong, comunque, alla terza dose, il vantaggio di Pfizer si azzera. Anzi, in alcune categorie anagrafiche, il Coronavac di Sinovac batte di misura il concorrente occidentale. Prendiamo i casi di patologia severa: tra 20 e 59 anni, l’efficacia del booster arriva al 98,8% per il Sinovac, contro il 98,6% del Bnt162b2. E tra gli over 80, Coronavac supera Pfizer 97,3 a 97,1. Sono forbici non statisticamente significative, come ha spiegato Mantovani. Ma il prodotto cinese non sembra tanto più scadente di quello ideato da tedeschi e americani.L’errore del regime di Xi Jinping, semmai, è stato trascurare la campagna per i richiami e aver privilegiato, in virtù di un peculiare cinismo produttivista, le somministrazioni alle persone in età lavorativa - meno a rischio di decesso - ritardando la profilassi sugli anziani. A ciò bisogna aggiungere le asimmetrie dell’assistenza ospedaliera: in Cina, accanto a punte d’eccellenza, coesistono realtà caratterizzate da una profonda arretratezza. Naturalmente, non ci avventuriamo in un’apologia del Sinovac. Tuttavia, se quel vaccino non è una ciofeca, i nostri non sono pozioni miracolose. Il sospetto è che, alla propaganda degli inaffidabili comunisti orientali, si stia sommando quella di chi, alle nostre latitudini, cerca di mitizzare gli elisir di lunga vita. Che si prevede debbano essere impiegati altresì come terapie preventive per il cancro. Funzioneranno? Speriamo siano all’altezza delle aspettative alimentate da cotanto battage.Quanto ai cinesi, la mancanza di trasparenza non consente di accertare se e dove gli ospedali siano al collasso e se si moltiplichino le pire delle vittime del Covid. Ma la trasparenza mancava anche prima. Quando, chi oggi bacchetta Xi e soci, cinguettava: facciamo come la Cina.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/vaccini-si-scopre-una-balla-al-giorno-2659096446.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lo-sputnik-a-san-marino-giu-ricoveri-e-spese" data-post-id="2659096446" data-published-at="1673382866" data-use-pagination="False"> Lo Sputnik a San Marino: giù ricoveri e spese C’è vaccino e vaccino, ci stanno dicendo. Quelli a mRna sarebbero prodigiosi, gli altri insomma, vedete un po’ quello che sta capitando in Cina, ripetono giornaloni e virostar. Dimenticano che nella Repubblica di San Marino, enclave confinante con Marche e Romagna, il russo Sputnik V aveva spazzato via contagi e ospedalizzazioni in tempi rapidissimi. «Stiamo già iniettando le seconde dosi, lo Sputnik funziona», dichiarava il 23 marzo 2021 Sergio Rabini, direttore sanitario nel terzo Stato più piccolo d’Europa e uno dei meno popolosi (33.500 abitanti, perlopiù over 49). Un mese prima, il 25 febbraio, con ritardo rispetto all’Unione europea di cui non fa parte, erano iniziate le prime somministrazioni dell’anti Covid a vettore virale, realizzato e messo a punto dal Centro nazionale di epidemiologia e microbiologia Gamaleya in Russia. La Ue lo rifiutava, il segretario di Stato alla Sanità e sicurezza sociale di San Marino, Roberto Ciavatta, non si preoccupò. «Da vent’anni ci siamo affrancati dalle Agenzie del farmaco italiana ed europea, per cui se un medicinale è approvato da un ente regolatore, anche extra Ue, noi lo importiamo», sostenne. Due giorni prima erano arrivate direttamente da Mosca, con un volo su Milano, le prime 7.500 dosi che, a differenza dei vaccini a mRna, non hanno bisogno della catena del freddo per lo stoccaggio e la distribuzione. La popolazione del Titano rispose compatta alla campagna vaccinale, con risultati sorprendenti, nei nove distretti amministrativi detti Castelli in cui è suddiviso il territorio, appena 61 chilometri quadrati. Se il 25 febbraio di quell’anno c’erano 374 positivi, 47 nuovi contagi e 26 ospedalizzazioni, dopo due mesi (il 23 aprile) erano scesi rispettivamente a 103, con 2 contagi giornalieri, 13 ricoveri in reparto ordinario. Dal 27 aprile, non ci furono più decessi Covid. Il 2 maggio, la drastica riduzione risultò ancor più evidente con 42 positivi e 7 ospedalizzati. Il 10 maggio 2021, 18.925 persone erano già state vaccinate con la prima dose di Sputnik V e appena 2.464 con Pfizer. Cinque giorni prima, «venne chiuso il reparto di isolamento perché non c’erano più pazienti ricoverati per e con Covid e dal 28 maggio non si è registrato alcun caso di positività fino a metà luglio, quando qualche sammarinesi ritornò contagiato dalle vacanze all’estero», fanno sapere dalla segreteria di Stato. «Lo Sputnik V ha aiutato San Marino a diventare il primo Stato in Europa a sconfiggere il Covid-19», annunciò su Twitter Kirill Dmitriev, amministratore delegato di Rdif, il Fondo russo per gli investimenti diretti da cui San Marino acquistò direttamente il vaccino. Ricordiamo che il primo di aprile, Rdif aveva comunicato l’accordo raggiunto con la società cinese TopRidge Pharma per la produzione di oltre 100 milioni di dosi l’anno, in Cina, del vaccino russo contro il Covid-19, che sarebbe stato distribuito nella Cina continentale così come a Hong Kong, Macao e Taiwan. Certo, i cinesi sono un miliardo e mezzo, ma cominciarono pure loro a essere inoculati con Sputnik V. Dal 17 maggio 2021, la Repubblica di San Marino aprì le porte anche al turismo vaccinale, al costo di 50 euro per la doppia dose, con soggiorno di almeno tre notti per due volte nell’intervallo di tempo di 21 giorni richiesto tra la prima e la seconda somministrazione. Il 5 luglio, «nessuna persona risulta positiva e non ci sono persone in quarantena sul territorio di San Marino», riportava il bollettino sanitario. L’inverno del 2021 vide aumentare i contagi, inevitabilmente con le nuove varianti, ma il numero delle ospedalizzazioni variavano da due a 20. Nella settimana tra il 13 e il 19 dicembre 2021, degli 862 positivi a quella data, 842 erano seguiti a livello domiciliare e solo per venti c’era stata necessità del ricovero. Oggi, l’81,86% della popolazione di San Marino con più di 5 anni ha effettuato il ciclo primario e più della metà (54,7%) ha ricevuto Sputnik V come prima e seconda dose. Il booster, invece, inoculato al 72,6% dei residenti over 12, è stato principalmente fatto con Pfizer mentre solo mille sammarinesi hanno ricevuto Sputnik light. Anche perché le ultime dosi sono arrivate nel febbraio 2022. Nella prima settimana di quest’anno, con un tasso di incidenza di 328 su 100.000 abitanti, i ricoverati sono appena 5, nessuno dei quali in terapia intensiva. E il doppio richiamo, con Pfizer, se lo sono fatti solo 1.921 residenti. Il vaccino russo, dunque, ha funzionato nella Repubblica del Titano. L’aveva detto subito l’ospedale Spallanzani sostenendo, a febbraio 2021, «l’ottimo profilo di sicurezza a breve termine», di Sputnik V per poi ribadire la stessa conclusione nel gennaio di un anno fa perché oltre il 70% delle persone «mantengono un’attività neutralizzante contro Omicron, e tale attività si mantiene in buona parte anche a distanza di 3-6 mesi dalla vaccinazione». Il tutto, senza che il Titano fosse travolto dall’emergenza. Nella relazione del 22 dicembre scorso, il segretario di Stato alla Sanità, Roberto Ciavatta, ha dichiarato che in un periodo storico, quello del Covid, in cui le sanità di mezzo mondo hanno visto esplodere la propria spesa, a San Marino (nonostante le ingentissime spese per l’acquisto di vaccini, farmaci, tamponi), la spesa della sanità è rimasta stabile, con lievissima riduzione strutturale».
A dicembre scorso nei penitenziari della penisola erano trattenute 63.198 persone, ovvero all’incirca un millesimo del totale dei residenti. Ma dalla cifra complessiva fornita dal ministero della Giustizia è necessario scorporare 20.076 carcerati stranieri. In pratica, se dovessimo guardare ai soli detenuti italiani, non soltanto saremmo in linea con la situazione di 30 anni fa, ma avremmo quasi risolto il problema del sovraffollamento.
Che un terzo dei carcerati (con condanna definitiva o in attesa di giudizio) sia straniero è ormai un dato costante nel tempo che si ripete almeno dai primi anni Duemila. Infatti, se all’inizio dell’ultimo decennio del secolo scorso la cifra si era assestata intorno al 15 per cento, poi, in seguito all’aumento dei flussi migratori, è raddoppiata superando il 30 e da allora oscilla sopra quella soglia di qualche punto percentuale. Fin qui nulla di nuovo e neppure di sorprendente. Però è necessario scandagliare il totale dei detenuti stranieri, perché se lo si fa si scoprono cose interessanti. Infatti, di quei 20.000 carcerati quasi 14.000 sono musulmani. Sì, avete letto bene. Nonostante la popolazione di religione islamica in Italia sia una minoranza rispetto al resto degli immigrati (si parla di poco più di un milione e mezzo rispetto a un totale di circa 5,4 milioni di stranieri), oltre i due terzi dei detenuti sono seguaci di Allah. Non solo: di quei 14.000, all’incirca la metà sono praticanti, nel senso che seguono alla lettera i dettami dell’islam. Del resto, dietro le sbarre ci sono ben 36 imam, che regolarmente intonano la preghiera all’interno dei penitenziari. In altre parole, nelle nostre carceri presto potremmo veder nascere delle piccole moschee e non escludo che sorga perfino un qualche minareto per invitare i fedeli - detenuti - a rivolgersi alla Mecca. La mia vi sembra una battuta? No, non sto scherzando, la prospettiva è tutt’altro che da scartare. Anche perché, nella relazione presentata dal ministro Carlo Nordio in Parlamento, oltre ai dati di cui sopra, emerge che nei primi nove mesi del 2025 i detenuti a rischio di radicalizzazione violenta dietro le sbarre erano complessivamente 194, dei quali 65 classificati come pericolosi per terrorismo e per atti di proselitismo, 61 per la vicinanza a movimenti fondamentalisti e altri 68 con un livello di insidiosità più basso. A ciò si aggiunge che, da gennaio a settembre, 37 persone si sono convertite all’islam in cella.
Andando al sodo, da tutto ciò si deduce che abbiamo un problema grande come una casa. Infatti, dietro alle sbarre non soltanto c’è una popolazione che è pari a circa un centesimo dei musulmani in Italia, ma nelle carceri sparse lungo la penisola si fa proselitismo per l’islam. A segnalarlo, oltre alla questione che in prigione ci sono 36 imam c’è anche il fatto che aumentano i detenuti che si convertono ad Allah. Insomma, è facile capire che, se si somma il problema del sovraffollamento con la forte presenza di musulmani, la metà dei quali praticanti e decine radicalizzati, i penitenziari italiani potrebbero trasformarsi in vere e proprie polveriere a rischio esplosione.
In Paesi che hanno avuto un’immigrazione più forte della nostra il pericolo è noto, ma da noi nessuno sembra aver intenzione di imparare la lezione dagli errori degli altri. Anzi, noi gli imam radicalizzati, invece di metterli in cella, li lasciamo liberi di predicare. Come è successo a Torino.
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Anna Rossomando, vicepresidente Pd del Senato, e Francesco Boccia (Ansa)
«Senza la parola “consenso” non voteremo mai quella legge», chiude la porta Anna Rossomando, vicepresidente piddina del Senato. «Il patto è da considerarsi infranto, così si torna al Medioevo», tuona Francesco Boccia, supportato da fluviali ma poco navigabili commenti di Repubblica e Stampa. La canea a orologeria che arriva da sinistra è sconfortante ma non sorprendente. In fondo è il precipitato ideologico di un sistema malato, improntato da chi gestisce il Nazareno alla contrapposizione permanente, costellata di trappole e distinguo lessicali per far scattare nuovi incendi. Che noia.
Il testo passato al vaglio di Montecitorio mostrava due punti deboli, entrambi contenuti nella frase «consenso libero attuale e continuato» che la commissione Giustizia del Senato ha evidenziato: la vaghezza del termine «continuato» che presupporrebbe la certificazione della volontarietà di un’effusione, prima, durante e dopo. Praticamente un Green pass dell’amore vidimato in continuazione. E l’inversione dell’onere della prova, che il Codice da sempre attribuisce all’accusa e che, in questo caso, avrebbe portato la legge sul terreno minato dell’incostituzionalità. Per questo era necessario un correttivo che non sposta di un millimetro l’impianto, lo spirito, lo scopo del provvedimento. Ma che è un appiglio meravigliosamente strumentale per chi vuole avvelenare il clima, rendere irrespirabile l’aria anche su un tema così eticamente alto come la violenza sulle donne. A riportare l’Italia al Medioevo (già di per sé un’idiozia da buvette) sarebbe Giulia Bongiorno, che da anni difende donne violentate, nel 2019 fu artefice della legge Codice rosso per la prevenzione del femminicidio e ha rimesso mano al testo con il semplice scopo di renderlo inattaccabile. In un’intervista al Corriere della Sera, la senatrice della Lega spiega che «il consenso libero e attuale non andava bene perché invertiva l’onere della prova, imponendo all’imputato una serie di prove a volte impossibili da fornire. Qui si valorizza la volontà della donna senza alterare le dinamiche processuali»
Il nuovo testo non lascia alcun dubbio, a meno che non si sia in malafede. Punto 1: «Il reato di violenza si realizza quando l’atto sessuale si compie contro la volontà di una persona». Punto 2: «L’atto è contrario alla volontà della persona anche quando è commesso a sorpresa, ovvero approfittando dell’impossibilità della persona stessa, nelle circostanze del caso concreto, di esprimere il proprio dissenso». Tutto è migliorabile, ma non dovrebbero esserci dubbi sul perimetro giuridico a difesa delle donne, senza scadere in pulsioni boldriniane da proto femminismo. Quanto alle pene, per la violenza sessuale senza altre specificazioni c’è la reclusione da 4 a 10 anni. Per lo stupro commesso «mediante violenza o minaccia, abuso di autorità ovvero approfittando delle condizioni di inferiorità fisica o psichica», c’è la reclusione dai 6 ai 12 anni.
Anche qui l’opposizione ha trovato il modo di salire sui banchi contestando la diminuzione delle pene rispetto all’accordo della Camera che prevedeva per tutto un range da 6 a 12 anni. Bongiorno ha dovuto spiegare: «È stata accolta una richiesta di differenziazione fra la pena senza consenso e quella con minaccia e costrizione». Sapete chi aveva chiesto la differenziazione? Il Pd. Lo stesso partito che oggi grida allo scandalo e parla di patti stracciati.
Bongiorno difende l’architettura giuridica ed è costretta a sottolineare «for dummies» che dissenso significa qualcosa di contrario alla volontà. «Si tratta di un deciso ampliamento della tutela per le vittime di violenza, come quelle con minaccia o costrizione. Con il nuovo testo si garantisce una protezione delle vittime a 360 gradi. È reato ogni atto contro la loro volontà. In più viene introdotto il reato di freezing». È il superamento di un equivoco: l’assoluzione dell’imputato perché non aveva capito quale fosse la volontà della vittima, paralizzata dalla paura. Ora anche questa curva è raddrizzata: quando la donna non manifesta la volontà perché congelata (da qui freezing) dal terrore c’è dissenso. Quindi c’è reato e c’è condanna.
Sull’uso da luna park dei termini da parte dell’opposizione, Bongiorno è chiara: «Esistono le chiacchiere ed esistono i dati oggettivi. L’accordo con Schlein riguardava la sostanza, non gli aggettivi da usare». La legge sarà votata la prossima settimana. E se la sinistra le volterà le spalle, significa che ha più a cuore la bagarre permanente che il destino delle donne violentate.
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Danila Solinas, uno dei due legali della famiglia nel bosco (Getty Images)
Danila Solinas è uno dei due legali della famiglia del bosco. Da poco si è saputo che la data della perizia è stata spostata. Non le pare un’ulteriore e ingiusta perdita di tempo avvocato?
«Il problema che si era posto inizialmente è che, su nostra specifica richiesta, era stato nominato un altro interprete. Perché è evidente che un tema così personale, così impattante in un momento di indiscutibile drammaticità doveva essere fatto rigorosamente in lingua inglese. Una questione che abbiamo sollevato sin dall’inizio dell’assunzione del mandato, visto che la madre ha delle conoscenze linguistiche assolutamente limitate, e per noi assolutamente imprescindibile. Allora era stato nominato un ulteriore interprete in aggiunta a quello nominato da noi, come consulente tecnico di parte. Ma l’interprete scelto dal tribunale aveva poi rinunciato al mandato e, dunque, ne è stato nominato un altro, che tuttavia si è detto disponibile non prima del 25 di gennaio. Anche se avevamo fatto esplicita richiesta di mantenere l’incontro iniziale calendarizzato per il 23 e di portare quindi il nostro interprete, il consulente ha ritenuto che si dovesse aspettare la disponibilità fornita dal nuovo interprete e quindi slittare al 30 l’inizio delle operazioni peritali».
Però in questo modo si perde un’altra settimana, poi ci sono 120 giorni per svolgere la perizia. Insomma, questa famiglia è separata dal 20 di novembre e comincia a diventare un bel po’ di tempo.
«Guardi, io ho avuto modo di sottolinearlo e continuo a farlo oggi con ancora più forza e convinzione: non è tanto il tempo della perizia, ma come ci si arriva. È innegabile che questi due genitori si trovino in una situazione di enorme stress, che non potrà non influire poi sull’esito della consulenza psicologica e che diventa preoccupante da questo punto di vista. C’è una madre che da più di 60 giorni si trova a vivere in una struttura protetta, che sta attraversando uno stravolgimento delle sue abitudini di vita, uno stravolgimento dei suoi affetti, che vede i figli in un tempo assolutamente limitato e che rivive, ogni giorno e a più riprese, il dramma dell’abbandono dei figli. Perché a questi figli qualcuno dovrà spiegare come mai la madre non può accedere tutte le volte che loro vogliono, qualcuno avrà l’onere di spiegare le ragioni di questo distacco».
Cosa fanno i bambini durante la giornata?
«Hanno il tempo scandito dalle regole e dal programma della struttura. Incontrano la madre in tre diversi momenti della giornata per un periodo di tempo che è assolutamente limitato. Il papà li incontra tre volte a settimana per un periodo, torno a dire, estremamente limitato. Quindi i genitori vivono una situazione che potrei definire assolutamente drammatica, e non voglio usare un altro termine perché questo corrisponde meglio degli altri alla situazione attuale».
I bambini sono stati vaccinati. Comincio a pensare che l’idea delle istituzioni sia quella di tenere i bambini nella struttura il più possibile, forse per farli abituare a un nuovo modo di vita, e poi alla fine mandarli alla scuola pubblica e normalizzarli. Sbaglio?
«Io spero che lei sbagli, credo che non sia questa la strategia. Penso ci siano stati una serie di errori macroscopici, e mi riferisco evidentemente alla cosiddetta preparazione del carteggio processuale. Detto in altri termini, di ciò che è finito sulla scrivania del Collegio giudicante. Ci aspettavamo sin dall’inizio un atteggiamento che prendesse atto delle tantissime modifiche comportamentali, o comunque di approccio, di questa famiglia che comunque resta convinta della giustezza del proprio modo di vivere e di un approccio educativo diverso. Ci si è posti con una rigidità eccessiva, in un confronto che non è mai stato dialogante. E io credo che il problema di base che poi ha determinato questa situazione sia proprio la totale mancanza di un’apertura verso la cosiddetta, mi consenta il termine, alterità culturale. Se qualcosa che viene percepito come diverso dagli stereotipi a cui siamo costantemente abituati viene letto con lo stigma della diversità, inevitabilmente l’approdo può essere soltanto uno. E allora io mi chiedo, e lo faccio senza timore, quanto il ruolo dei servizi sociali in tutta questa vicenda abbia inciso. Avrebbero forse dovuto fare un passo indietro?».
Si è detto che i genitori erano conflittuali nei riguardi delle istituzioni.
«Non ci dimentichiamo che la madre ha fatto un esposto a marzo. Si è parlato a più riprese di un rapporto conflittuale dell’assistente sociale con i genitori che è durato più di 15 mesi. Ma in realtà, ed è importante sottolinearlo affinché ci sia una comprensione del percorso che ci ha portato qui, noi parliamo di un totale di cinque incontri, di cui due alla presenza delle forze dell’ordine».
Cinque incontri in tutto non è un gran dialogo.
«Ma lo Stato non è forse in dovere di dialogare con i cittadini che dovrebbe supportare anche e soprattutto laddove ravvisi delle criticità? A me pare che alzare un muro abbia determinato poi lo sradicamento, lo stravolgimento delle abitudini e della capacità di autodeterminazione di questi soggetti che poi si sono evidentemente irrigiditi di fronte all’irrigidimento dello Stato».
Quanto durerà ora l’iter della perizia?
«La Ctu ha giurato il 31 dicembre, quindi i 120 giorni sono a partire da quella data. Noi non vogliamo in alcun modo conculcare o mettere pressione sulla Ctu, ma siamo anche convinti che i tempi possano essere assolutamente abbreviati, devono essere abbreviati in ragione del vissuto di questa famiglia. Perché la Ctu potrebbe tranquillamente essere espletata anche in un diverso contesto, anzi a nostro modo di vedere il contesto più giusto è quello in cui le parti sono libere di esprimersi al netto di situazioni stressanti come quelle che continuano a vivere. Come le ho detto inizialmente, per noi non è tanto il tempo della Ctu, ma come ci si arriva a questa Ctu, qual è il tempo che passano questi due genitori lontani, qual è lo stress che vivono in questo momento e lo stress che soprattutto si riverbera inesorabilmente su tutto il nucleo familiare».
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Ansa
Prima veniamo alla cronaca di ieri. Secondo le prime stime, il ciclone Harry che si è abbattuto sulla Sicilia, devastando porti, stabilimenti balneari attività produttive e recettive, infrastrutture e strade localizzate soprattutto lungo la fascia costiera ionica e quella che si affaccia sul canale di Sicilia, ha provocato danni per oltre 1 miliardo. Ben superiori quindi alla valutazione di 741,5 milioni di euro, effettuata dalla Protezione civile regionale. A questo ammontare vanno infatti ad aggiungersi i mancati redditi delle attività produttive che dovrebbero ricevere ristori e contributi.
Il presidente della Regione Calabria, Roberto Occhiuto, ha spiegato che la richiesta per lo stato di emergenza «è stata deliberata. Abbiamo chiesto al governo 300 milioni per i danni alle infrastrutture e per ristorare i danni dei privati».
Il ministro della Protezione civile, Nello Musumeci durante il sopralluogo a Santa Teresa di Riva (Messina), uno dei luoghi più colpiti, ha sottolineato che grazie all’azione di prevenzione non si sono registrate vittime e neppure feriti.
Ma se si sono evitati lutti, il bilancio è ugualmente drammatico per i danni. Le attività commerciali hanno ricevuto un colpo mortale che rischia di compromettere la stagione primaverile e estiva di grande richiamo turistico. Confcommercio ha chiesto «interventi rapidi per il ripristino delle infrastrutture e per sostenere le attività economiche danneggiate affinché possano tornare quanto prima a operare in condizioni di normalità».
Piangono le attività turistiche. «Le mareggiate eccezionali che hanno colpito il litorale hanno devastato stabilimenti, danneggiato gravemente le infrastrutture e compromesso attrezzature che rappresentano il frutto di anni di investimenti e lavoro da parte degli imprenditori del settore» ha detto la Cna Sicilia. «Ci troviamo di fronte a un’emergenza che rischia di mettere in ginocchio un pilastro dell’economia turistica regionale», dice Mario Fazio, presidente di Cna balneari Sicilia.
Un aiuto a fronteggiare eventi drammatici come questi dovrebbe venire proprio dalle polizze catastrofali, lo strumento creato ad hoc per proteggere le imprese e sollevare lo Stato dall’onere dei ristori. In questa situazione però rischia di non essere efficace. Facciamo un passo indietro per capire. I decreti attuativi del provvedimento hanno stabilito una distinzione tra grandi imprese (quelle con oltre 250 dipendi e un fatturato oltre i 50 milioni di euro) e le Pmi, medie, piccole e micro. Per le grandi imprese la scadenza dell’obbligo a sottoscrivere una polizza catastrofale, è scattata il 31 marzo 2025, per le medie imprese (azienda tra 50 e 250 dipendenti) l’1 ottobre 2025 e per le piccole e micro (incluse le ditte individuali e imprese sotto i 50 addetti) l’1 gennaio scorso. La legge protegge maggiormente le piccole imprese ponendo limiti rigidi alle compagnie assicurative mentre lascia più libertà di negoziazione alle grandi.
Il tessuto imprenditoriale del Mezzogiorno è quasi interamente composto di piccole e micro realtà. Secondo le rilevazioni dell’Istat e dei rapporti di settore del Censis, nel Sud sono attive circa 1,25 milioni di imprese che rappresentano poco più del 27% del totale nazionale. Quelle micro, anche con nove addetti sono oltre il 96%. Parliamo di 1,2 milioni di ditte spesso a conduzione familiare. Le piccole, con 10-49 addetti sono circa 40.000 unità e rappresentano il 3% del tessuto produttivo meridionale. Le medie e grandi non raggiungono l’1% del totale.
I settori prevalenti delle micro e piccole imprese nel Sud sono il commercio al dettaglio e all’ingrosso (35%), i servizi e il turismo (il 25%) e l’agricoltura.
Quindi il grosso dei danni del ciclone Harry, li hanno subiti proprio quelle minuscole imprese che avevano l’obbligo di dotarsi della polizza catastrofale dal 2026. Lo avranno fatto? La normativa dice che in caso di catastrofe ambientale, l’impresa non assicurata non potrà richiedere ristori o contributi per la ricostruzione. In pratica l’imprenditore dovrà ripagare i danni mettendo mano al proprio portafoglio. Non solo. Senza polizza, l’azienda è considerata fragile e questo può portare al rifiuto di prestiti da parte delle banche. Un danno oltre il danno del maltempo. E anche per chi ha sottoscritto le polizze la strada non è sempre in discesa. «Alcuni imprenditori», ha evidenziato Musumeci, «mi hanno detto che delle compagnie di assicurazione, nonostante fossero state sottoscritte le polizze, cominciavano a fare bizantinismi. “Ma questo non è ciclone, questa è una mareggiata, mareggiata di serie A non una mareggiata di serie B”. Io questo linguaggio non lo accetto assolutamente. Lunedì ci sarà un cdm per deliberare lo stato di emergenza con un primo stanziamento per le necessità immediate.
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