True
2023-01-11
Vaccini, si scopre una balla al giorno
La Cina è in difficoltà. Airfinity, un gruppo di ricerca britannico, sostiene che Omicron abbia già ucciso 209.000 persone e che, entro la fine di aprile, i morti saranno 1 milione e 700.000. Il Washington Post ha ottenuto immagini satellitari dei forni crematori dalla Maxar technologies e, combinandole con il materiale pubblicato sui social network, ha concluso che «le pompe funebri di tutto il Paese hanno registrato un drammatico aumento dell’attività». In alcune metropoli, il plateau delle infezioni sarebbe stato già raggiunto. Adesso, però, in vista del capodanno, preoccupa il destino delle aree rurali, dove si riverserà una fiumana di potenziali untori.
Il disastro ha un colpevole? Sì, dicono: il vaccino nazionale, sviluppato da Sinovac e rivelatosi mezzo farlocco. Le autorità hanno aggravato la situazione perché, pur di evitare uno smacco geopolitico, rifiutano di comperare dosi a mRna o di accettare quelle che l’Ue ha offerto in dono. Così, se in Occidente le restrizioni sono sparite senza stragi, è grazie ai prodigiosi farmaci di Pfizer e Moderna. Ma le cose stanno come ce le raccontano?
Sulla questione è intervenuta anche Maria Rita Gismondo, del Sacco di Milano, sul Fatto Quotidiano: «Fra le cause» del fallimento cinese «è stata tirata in ballo l’inefficacia del vaccino. Bufala», ha tuonato la professoressa, citando le verifiche del comitato indipendente dell’Oms.
Gismondo ha sottolineato che Sinovac è tornato utile per «l’impiego nei Paesi a basso reddito», poiché non ha bisogno di essere conservato realizzando una complessa catena del freddo. Il rimedio, come aveva ricordato Roberto Cauda, infettivologo del Gemelli di Roma, «utilizza il virus intero inattivato». Si tratta, «né più né meno», del vaccino «che facciamo tutti gli anni contro l’influenza».
Sono tesi dirompenti, benché ignorate da media ed esperti. Ci siamo presi la briga di fare qualche verifica. Uno studio recentemente diffuso e menzionato nei talk dovrebbe essere quello svolto a Hong Kong e pubblicato, su Lancet infectious diseases, a luglio 2022. I suoi autori hanno attinto a una cornucopia di dati: le inoculazioni (13,2 milioni) effettuate, nella città Stato, tra il 31 dicembre 2020 e il 16 marzo 2022, usando sia l’antidoto cinese sia quello di Pfizer-Biontech. I conti dello scienziato dell’Humanitas tornano. Lo iato tra i due vaccini si vede soprattutto dopo la prima dose: quella con il farmaco occidentale protegge decisamente di più sia dalla malattia blanda, sia da quella grave, sia dalla morte. Già dalla seconda dose, il divario si assottiglia. Ciò potrebbe spiegare i problemi in cui incapparono, nel 2021, le Seychelles e il Cile: l’arcipelago dell’Oceano indiano, ipervaccinato, dovette tornare in lockdown per una travolgente ondata di infezioni. Alla nazione andina toccò una sorte analoga. Se però si osservano le curve epidemiche di Cile e Italia, si nota un dettaglio interessante: in Sudamerica si verificarono più contagi tra aprile e luglio 2021; poi, però, i picchi sono rimasti molto inferiori a quelli registrati nello Stivale, anche dopo l’arrivo di Omicron.
Secondo l’indagine di Hong Kong, comunque, alla terza dose, il vantaggio di Pfizer si azzera. Anzi, in alcune categorie anagrafiche, il Coronavac di Sinovac batte di misura il concorrente occidentale. Prendiamo i casi di patologia severa: tra 20 e 59 anni, l’efficacia del booster arriva al 98,8% per il Sinovac, contro il 98,6% del Bnt162b2. E tra gli over 80, Coronavac supera Pfizer 97,3 a 97,1. Sono forbici non statisticamente significative, come ha spiegato Mantovani. Ma il prodotto cinese non sembra tanto più scadente di quello ideato da tedeschi e americani.
L’errore del regime di Xi Jinping, semmai, è stato trascurare la campagna per i richiami e aver privilegiato, in virtù di un peculiare cinismo produttivista, le somministrazioni alle persone in età lavorativa - meno a rischio di decesso - ritardando la profilassi sugli anziani. A ciò bisogna aggiungere le asimmetrie dell’assistenza ospedaliera: in Cina, accanto a punte d’eccellenza, coesistono realtà caratterizzate da una profonda arretratezza. Naturalmente, non ci avventuriamo in un’apologia del Sinovac. Tuttavia, se quel vaccino non è una ciofeca, i nostri non sono pozioni miracolose. Il sospetto è che, alla propaganda degli inaffidabili comunisti orientali, si stia sommando quella di chi, alle nostre latitudini, cerca di mitizzare gli elisir di lunga vita. Che si prevede debbano essere impiegati altresì come terapie preventive per il cancro. Funzioneranno? Speriamo siano all’altezza delle aspettative alimentate da cotanto battage.
Quanto ai cinesi, la mancanza di trasparenza non consente di accertare se e dove gli ospedali siano al collasso e se si moltiplichino le pire delle vittime del Covid. Ma la trasparenza mancava anche prima. Quando, chi oggi bacchetta Xi e soci, cinguettava: facciamo come la Cina.
Lo Sputnik a San Marino: giù ricoveri e spese
C’è vaccino e vaccino, ci stanno dicendo. Quelli a mRna sarebbero prodigiosi, gli altri insomma, vedete un po’ quello che sta capitando in Cina, ripetono giornaloni e virostar.
Dimenticano che nella Repubblica di San Marino, enclave confinante con Marche e Romagna, il russo Sputnik V aveva spazzato via contagi e ospedalizzazioni in tempi rapidissimi. «Stiamo già iniettando le seconde dosi, lo Sputnik funziona», dichiarava il 23 marzo 2021 Sergio Rabini, direttore sanitario nel terzo Stato più piccolo d’Europa e uno dei meno popolosi (33.500 abitanti, perlopiù over 49).
Un mese prima, il 25 febbraio, con ritardo rispetto all’Unione europea di cui non fa parte, erano iniziate le prime somministrazioni dell’anti Covid a vettore virale, realizzato e messo a punto dal Centro nazionale di epidemiologia e microbiologia Gamaleya in Russia. La Ue lo rifiutava, il segretario di Stato alla Sanità e sicurezza sociale di San Marino, Roberto Ciavatta, non si preoccupò. «Da vent’anni ci siamo affrancati dalle Agenzie del farmaco italiana ed europea, per cui se un medicinale è approvato da un ente regolatore, anche extra Ue, noi lo importiamo», sostenne. Due giorni prima erano arrivate direttamente da Mosca, con un volo su Milano, le prime 7.500 dosi che, a differenza dei vaccini a mRna, non hanno bisogno della catena del freddo per lo stoccaggio e la distribuzione.
La popolazione del Titano rispose compatta alla campagna vaccinale, con risultati sorprendenti, nei nove distretti amministrativi detti Castelli in cui è suddiviso il territorio, appena 61 chilometri quadrati.
Se il 25 febbraio di quell’anno c’erano 374 positivi, 47 nuovi contagi e 26 ospedalizzazioni, dopo due mesi (il 23 aprile) erano scesi rispettivamente a 103, con 2 contagi giornalieri, 13 ricoveri in reparto ordinario. Dal 27 aprile, non ci furono più decessi Covid. Il 2 maggio, la drastica riduzione risultò ancor più evidente con 42 positivi e 7 ospedalizzati.
Il 10 maggio 2021, 18.925 persone erano già state vaccinate con la prima dose di Sputnik V e appena 2.464 con Pfizer. Cinque giorni prima, «venne chiuso il reparto di isolamento perché non c’erano più pazienti ricoverati per e con Covid e dal 28 maggio non si è registrato alcun caso di positività fino a metà luglio, quando qualche sammarinesi ritornò contagiato dalle vacanze all’estero», fanno sapere dalla segreteria di Stato.
«Lo Sputnik V ha aiutato San Marino a diventare il primo Stato in Europa a sconfiggere il Covid-19», annunciò su Twitter Kirill Dmitriev, amministratore delegato di Rdif, il Fondo russo per gli investimenti diretti da cui San Marino acquistò direttamente il vaccino. Ricordiamo che il primo di aprile, Rdif aveva comunicato l’accordo raggiunto con la società cinese TopRidge Pharma per la produzione di oltre 100 milioni di dosi l’anno, in Cina, del vaccino russo contro il Covid-19, che sarebbe stato distribuito nella Cina continentale così come a Hong Kong, Macao e Taiwan. Certo, i cinesi sono un miliardo e mezzo, ma cominciarono pure loro a essere inoculati con Sputnik V.
Dal 17 maggio 2021, la Repubblica di San Marino aprì le porte anche al turismo vaccinale, al costo di 50 euro per la doppia dose, con soggiorno di almeno tre notti per due volte nell’intervallo di tempo di 21 giorni richiesto tra la prima e la seconda somministrazione.
Il 5 luglio, «nessuna persona risulta positiva e non ci sono persone in quarantena sul territorio di San Marino», riportava il bollettino sanitario.
L’inverno del 2021 vide aumentare i contagi, inevitabilmente con le nuove varianti, ma il numero delle ospedalizzazioni variavano da due a 20. Nella settimana tra il 13 e il 19 dicembre 2021, degli 862 positivi a quella data, 842 erano seguiti a livello domiciliare e solo per venti c’era stata necessità del ricovero.
Oggi, l’81,86% della popolazione di San Marino con più di 5 anni ha effettuato il ciclo primario e più della metà (54,7%) ha ricevuto Sputnik V come prima e seconda dose. Il booster, invece, inoculato al 72,6% dei residenti over 12, è stato principalmente fatto con Pfizer mentre solo mille sammarinesi hanno ricevuto Sputnik light. Anche perché le ultime dosi sono arrivate nel febbraio 2022.
Nella prima settimana di quest’anno, con un tasso di incidenza di 328 su 100.000 abitanti, i ricoverati sono appena 5, nessuno dei quali in terapia intensiva. E il doppio richiamo, con Pfizer, se lo sono fatti solo 1.921 residenti. Il vaccino russo, dunque, ha funzionato nella Repubblica del Titano.
L’aveva detto subito l’ospedale Spallanzani sostenendo, a febbraio 2021, «l’ottimo profilo di sicurezza a breve termine», di Sputnik V per poi ribadire la stessa conclusione nel gennaio di un anno fa perché oltre il 70% delle persone «mantengono un’attività neutralizzante contro Omicron, e tale attività si mantiene in buona parte anche a distanza di 3-6 mesi dalla vaccinazione».
Il tutto, senza che il Titano fosse travolto dall’emergenza. Nella relazione del 22 dicembre scorso, il segretario di Stato alla Sanità, Roberto Ciavatta, ha dichiarato che in un periodo storico, quello del Covid, in cui le sanità di mezzo mondo hanno visto esplodere la propria spesa, a San Marino (nonostante le ingentissime spese per l’acquisto di vaccini, farmaci, tamponi), la spesa della sanità è rimasta stabile, con lievissima riduzione strutturale».
Continua a leggereRiduci
Maria Rita Gismondo conferma: «Inefficace? È una bufala». E secondo uno studio pubblicato sulla rivista Lancet, tre dosi proteggerebbero gli over 80 anche più di Pfizer.Lo Sputnik a San Marino: giù ricoveri e spese. Il vaccino made in Mosca ha permesso al Titano di spazzare via contagi e ospedalizzazioni in tempi rapidi mantenendo sotto controllo i costi della sanità. L’ospedale Spallanzani ne aveva sottolineato «l’ottimo profilo di sicurezza». Ma l’Ue l’ha rifiutato.Lo speciale comprende due articoli.La Cina è in difficoltà. Airfinity, un gruppo di ricerca britannico, sostiene che Omicron abbia già ucciso 209.000 persone e che, entro la fine di aprile, i morti saranno 1 milione e 700.000. Il Washington Post ha ottenuto immagini satellitari dei forni crematori dalla Maxar technologies e, combinandole con il materiale pubblicato sui social network, ha concluso che «le pompe funebri di tutto il Paese hanno registrato un drammatico aumento dell’attività». In alcune metropoli, il plateau delle infezioni sarebbe stato già raggiunto. Adesso, però, in vista del capodanno, preoccupa il destino delle aree rurali, dove si riverserà una fiumana di potenziali untori.Il disastro ha un colpevole? Sì, dicono: il vaccino nazionale, sviluppato da Sinovac e rivelatosi mezzo farlocco. Le autorità hanno aggravato la situazione perché, pur di evitare uno smacco geopolitico, rifiutano di comperare dosi a mRna o di accettare quelle che l’Ue ha offerto in dono. Così, se in Occidente le restrizioni sono sparite senza stragi, è grazie ai prodigiosi farmaci di Pfizer e Moderna. Ma le cose stanno come ce le raccontano? Sulla questione è intervenuta anche Maria Rita Gismondo, del Sacco di Milano, sul Fatto Quotidiano: «Fra le cause» del fallimento cinese «è stata tirata in ballo l’inefficacia del vaccino. Bufala», ha tuonato la professoressa, citando le verifiche del comitato indipendente dell’Oms.Gismondo ha sottolineato che Sinovac è tornato utile per «l’impiego nei Paesi a basso reddito», poiché non ha bisogno di essere conservato realizzando una complessa catena del freddo. Il rimedio, come aveva ricordato Roberto Cauda, infettivologo del Gemelli di Roma, «utilizza il virus intero inattivato». Si tratta, «né più né meno», del vaccino «che facciamo tutti gli anni contro l’influenza».Sono tesi dirompenti, benché ignorate da media ed esperti. Ci siamo presi la briga di fare qualche verifica. Uno studio recentemente diffuso e menzionato nei talk dovrebbe essere quello svolto a Hong Kong e pubblicato, su Lancet infectious diseases, a luglio 2022. I suoi autori hanno attinto a una cornucopia di dati: le inoculazioni (13,2 milioni) effettuate, nella città Stato, tra il 31 dicembre 2020 e il 16 marzo 2022, usando sia l’antidoto cinese sia quello di Pfizer-Biontech. I conti dello scienziato dell’Humanitas tornano. Lo iato tra i due vaccini si vede soprattutto dopo la prima dose: quella con il farmaco occidentale protegge decisamente di più sia dalla malattia blanda, sia da quella grave, sia dalla morte. Già dalla seconda dose, il divario si assottiglia. Ciò potrebbe spiegare i problemi in cui incapparono, nel 2021, le Seychelles e il Cile: l’arcipelago dell’Oceano indiano, ipervaccinato, dovette tornare in lockdown per una travolgente ondata di infezioni. Alla nazione andina toccò una sorte analoga. Se però si osservano le curve epidemiche di Cile e Italia, si nota un dettaglio interessante: in Sudamerica si verificarono più contagi tra aprile e luglio 2021; poi, però, i picchi sono rimasti molto inferiori a quelli registrati nello Stivale, anche dopo l’arrivo di Omicron. Secondo l’indagine di Hong Kong, comunque, alla terza dose, il vantaggio di Pfizer si azzera. Anzi, in alcune categorie anagrafiche, il Coronavac di Sinovac batte di misura il concorrente occidentale. Prendiamo i casi di patologia severa: tra 20 e 59 anni, l’efficacia del booster arriva al 98,8% per il Sinovac, contro il 98,6% del Bnt162b2. E tra gli over 80, Coronavac supera Pfizer 97,3 a 97,1. Sono forbici non statisticamente significative, come ha spiegato Mantovani. Ma il prodotto cinese non sembra tanto più scadente di quello ideato da tedeschi e americani.L’errore del regime di Xi Jinping, semmai, è stato trascurare la campagna per i richiami e aver privilegiato, in virtù di un peculiare cinismo produttivista, le somministrazioni alle persone in età lavorativa - meno a rischio di decesso - ritardando la profilassi sugli anziani. A ciò bisogna aggiungere le asimmetrie dell’assistenza ospedaliera: in Cina, accanto a punte d’eccellenza, coesistono realtà caratterizzate da una profonda arretratezza. Naturalmente, non ci avventuriamo in un’apologia del Sinovac. Tuttavia, se quel vaccino non è una ciofeca, i nostri non sono pozioni miracolose. Il sospetto è che, alla propaganda degli inaffidabili comunisti orientali, si stia sommando quella di chi, alle nostre latitudini, cerca di mitizzare gli elisir di lunga vita. Che si prevede debbano essere impiegati altresì come terapie preventive per il cancro. Funzioneranno? Speriamo siano all’altezza delle aspettative alimentate da cotanto battage.Quanto ai cinesi, la mancanza di trasparenza non consente di accertare se e dove gli ospedali siano al collasso e se si moltiplichino le pire delle vittime del Covid. Ma la trasparenza mancava anche prima. Quando, chi oggi bacchetta Xi e soci, cinguettava: facciamo come la Cina.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/vaccini-si-scopre-una-balla-al-giorno-2659096446.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lo-sputnik-a-san-marino-giu-ricoveri-e-spese" data-post-id="2659096446" data-published-at="1673382866" data-use-pagination="False"> Lo Sputnik a San Marino: giù ricoveri e spese C’è vaccino e vaccino, ci stanno dicendo. Quelli a mRna sarebbero prodigiosi, gli altri insomma, vedete un po’ quello che sta capitando in Cina, ripetono giornaloni e virostar. Dimenticano che nella Repubblica di San Marino, enclave confinante con Marche e Romagna, il russo Sputnik V aveva spazzato via contagi e ospedalizzazioni in tempi rapidissimi. «Stiamo già iniettando le seconde dosi, lo Sputnik funziona», dichiarava il 23 marzo 2021 Sergio Rabini, direttore sanitario nel terzo Stato più piccolo d’Europa e uno dei meno popolosi (33.500 abitanti, perlopiù over 49). Un mese prima, il 25 febbraio, con ritardo rispetto all’Unione europea di cui non fa parte, erano iniziate le prime somministrazioni dell’anti Covid a vettore virale, realizzato e messo a punto dal Centro nazionale di epidemiologia e microbiologia Gamaleya in Russia. La Ue lo rifiutava, il segretario di Stato alla Sanità e sicurezza sociale di San Marino, Roberto Ciavatta, non si preoccupò. «Da vent’anni ci siamo affrancati dalle Agenzie del farmaco italiana ed europea, per cui se un medicinale è approvato da un ente regolatore, anche extra Ue, noi lo importiamo», sostenne. Due giorni prima erano arrivate direttamente da Mosca, con un volo su Milano, le prime 7.500 dosi che, a differenza dei vaccini a mRna, non hanno bisogno della catena del freddo per lo stoccaggio e la distribuzione. La popolazione del Titano rispose compatta alla campagna vaccinale, con risultati sorprendenti, nei nove distretti amministrativi detti Castelli in cui è suddiviso il territorio, appena 61 chilometri quadrati. Se il 25 febbraio di quell’anno c’erano 374 positivi, 47 nuovi contagi e 26 ospedalizzazioni, dopo due mesi (il 23 aprile) erano scesi rispettivamente a 103, con 2 contagi giornalieri, 13 ricoveri in reparto ordinario. Dal 27 aprile, non ci furono più decessi Covid. Il 2 maggio, la drastica riduzione risultò ancor più evidente con 42 positivi e 7 ospedalizzati. Il 10 maggio 2021, 18.925 persone erano già state vaccinate con la prima dose di Sputnik V e appena 2.464 con Pfizer. Cinque giorni prima, «venne chiuso il reparto di isolamento perché non c’erano più pazienti ricoverati per e con Covid e dal 28 maggio non si è registrato alcun caso di positività fino a metà luglio, quando qualche sammarinesi ritornò contagiato dalle vacanze all’estero», fanno sapere dalla segreteria di Stato. «Lo Sputnik V ha aiutato San Marino a diventare il primo Stato in Europa a sconfiggere il Covid-19», annunciò su Twitter Kirill Dmitriev, amministratore delegato di Rdif, il Fondo russo per gli investimenti diretti da cui San Marino acquistò direttamente il vaccino. Ricordiamo che il primo di aprile, Rdif aveva comunicato l’accordo raggiunto con la società cinese TopRidge Pharma per la produzione di oltre 100 milioni di dosi l’anno, in Cina, del vaccino russo contro il Covid-19, che sarebbe stato distribuito nella Cina continentale così come a Hong Kong, Macao e Taiwan. Certo, i cinesi sono un miliardo e mezzo, ma cominciarono pure loro a essere inoculati con Sputnik V. Dal 17 maggio 2021, la Repubblica di San Marino aprì le porte anche al turismo vaccinale, al costo di 50 euro per la doppia dose, con soggiorno di almeno tre notti per due volte nell’intervallo di tempo di 21 giorni richiesto tra la prima e la seconda somministrazione. Il 5 luglio, «nessuna persona risulta positiva e non ci sono persone in quarantena sul territorio di San Marino», riportava il bollettino sanitario. L’inverno del 2021 vide aumentare i contagi, inevitabilmente con le nuove varianti, ma il numero delle ospedalizzazioni variavano da due a 20. Nella settimana tra il 13 e il 19 dicembre 2021, degli 862 positivi a quella data, 842 erano seguiti a livello domiciliare e solo per venti c’era stata necessità del ricovero. Oggi, l’81,86% della popolazione di San Marino con più di 5 anni ha effettuato il ciclo primario e più della metà (54,7%) ha ricevuto Sputnik V come prima e seconda dose. Il booster, invece, inoculato al 72,6% dei residenti over 12, è stato principalmente fatto con Pfizer mentre solo mille sammarinesi hanno ricevuto Sputnik light. Anche perché le ultime dosi sono arrivate nel febbraio 2022. Nella prima settimana di quest’anno, con un tasso di incidenza di 328 su 100.000 abitanti, i ricoverati sono appena 5, nessuno dei quali in terapia intensiva. E il doppio richiamo, con Pfizer, se lo sono fatti solo 1.921 residenti. Il vaccino russo, dunque, ha funzionato nella Repubblica del Titano. L’aveva detto subito l’ospedale Spallanzani sostenendo, a febbraio 2021, «l’ottimo profilo di sicurezza a breve termine», di Sputnik V per poi ribadire la stessa conclusione nel gennaio di un anno fa perché oltre il 70% delle persone «mantengono un’attività neutralizzante contro Omicron, e tale attività si mantiene in buona parte anche a distanza di 3-6 mesi dalla vaccinazione». Il tutto, senza che il Titano fosse travolto dall’emergenza. Nella relazione del 22 dicembre scorso, il segretario di Stato alla Sanità, Roberto Ciavatta, ha dichiarato che in un periodo storico, quello del Covid, in cui le sanità di mezzo mondo hanno visto esplodere la propria spesa, a San Marino (nonostante le ingentissime spese per l’acquisto di vaccini, farmaci, tamponi), la spesa della sanità è rimasta stabile, con lievissima riduzione strutturale».
Xi Jinping e Donald Trump (Ansa)
Che scandalo: Trump fa affari, Trump sta al gioco di Xi, Trump molla gli alleati in Asia, Trump lascia sola l’Europa. Tutti salgono in cattedra per spiegare cos’è la trappola di Tucidide, evocata dal leader cinese: se una potenza emergente minaccia di scalzare la potenza egemone ma traballante, l’esito inevitabile è il conflitto. E allora? Che dovrebbe fare Trump, piuttosto che cercare un modus vivendi con l’avversario? Fargli la guerra santa? Morire per Taipei? Lui un’idea ce l’ha: «Non voglio che qualcuno dichiari l’indipendenza», ha detto ieri, «e che gli Usa debbano percorrere 15.000 chilometri per andare in guerra». Avesse ragionato così con l’Iran...
Pure la destra critica The Donald: le frange radicali del mondo Maga gli rinfacciano che l’appeasement con Pechino sarebbe un tradimento dell’America first. È vero: il tycoon prometteva di risolvere gli scompensi provocati dall’irruzione del Dragone nel commercio mondiale, con il loro impatto sull’occupazione e i salari negli Usa. Ma nelle attuali condizioni, egli può ottenere più di un accordo che consenta a lui e alla nazione di «fare affari»? Ci ha messo del suo per complicarsi la vita: i dazi non hanno piegato la Cina, alla quale non saranno sfuggite le cattive prestazioni belliche degli statunitensi. Se però, oggi, il regime gusta la crisi del «complesso americano» (La Stampa), è anche perché, alle spalle, c’è un paio di decenni di clamorosi abbagli strategici dell’Occidente. A propiziare l’ingresso della «tigre» nel Wto, in nome dell’inarrestabile diffusione della democrazia liberale, fu Bill Clinton. Mica Trump.
Francis Fukuyama, altro protagonista di quegli anni di ubriacatura ottimistica, ormai teorico semipentito della «fine della Storia», su Repubblica si impunta sul principio: «A Trump», dice, «non importa sostenere le democrazie nel mondo». «In un “deal”», rincara la dose, sul quotidiano di Torino, Stefano Stefanini, «tutte le pedine intermedie sono poi spendibili, se il prezzo è giusto. Anche Taiwan. Anche Kiev». È la logica volgare del «fare affari», no?
La vera domanda, in realtà, è se chi illustra la trappola di Tucidide ne abbia colto le implicazioni. Per chiarirle, insieme all’ideatore della formula, il politologo Graham Allison, vale la pena citare la «tragedia delle grandi potenze», che è al centro del realismo offensivo di John Mearsheimer: la struttura del sistema internazionale e la competizione per l’egemonia regionale, secondo lo studioso, rendono la guerra l’esito più probabile. Di fronte a una prospettiva del genere, la versione alternativa al realismo politico, il realismo difensivo, confida che la strada del compromesso rimanga sempre percorribile. Occorre una sorta di autolimitazione, che preservi gli interessi principali di ogni parte in causa, allontanando lo spettro della lotta senza quartiere. E se la posta in ballo è tanto delicata, se l’effetto collaterale di un fallimento è tanto pernicioso, è logico che siano necessarie rinunce pesanti. Anche sul piano morale.
In un suo saggio recente, Charles Glaser, esponente di spicco di tale corrente, suggerisce esattamente questo agli Stati Uniti: arretrare (nel senso di attestarsi su una linea più sicura); difendersi; continuare a competere. Applicata alla regione dell’Indo-Pacifico, l’argomentazione dovrà scandalizzare le anime belle degli editorialisti: la prima vittima della pace potrebbe essere l’indipendenza di Taipei. «Combattere una guerra in Asia orientale per preservare la democrazia a Taiwan», scrive Glaser, «metterebbe la sicurezza ed eventualmente persino la sopravvivenza degli Usa in serio pericolo». «La migliore opzione degli Stati Uniti», che non significa quella perfetta, solo la più adeguata alla situazione, «è terminare il loro impegno nei confronti di Taiwan […], conservando invece i loro impegni di alleanza nei confronti di Giappone, Corea del Sud e Filippine». Significa che si può eliminare il fattore da cui nascerebbe un grave incidente, precisando, al contempo, che le «linee rosse» (Il Foglio) esistono a Washington come a Pechino.
Naturalmente, ciò presuppone che Trump, a parte «fare affari», voglia tenere in piedi certe alleanze tradizionali che costano, ma sono segno della capacità americana di proiettare influenza. E, dunque, esercitano funzioni deterrenti sulle ambizioni cinesi. D’altro canto, l’indignazione per il distacco da Taipei trascura che Xi gode, sì, di tanti vantaggi, però sconta altrettanti elementi di debolezza. L’Armada di The Donald non ha offerto una prova memorabile in Iran. Ma il Dragone, militarmente, è ancora indietro. E sui chip, benché lo neghi, l’expertise a stelle e strisce gli serve. L’ex sottosegretario Onu, Kim Won-soo, lo ha spiegato al Corriere: la leadership cinese preferirebbe un’annessione pacifica di Taiwan. «Non può permettersi di impegnarsi in una guerra lunga e potenzialmente dolorosa». Anziché combattere, gli Usa possono «fare affari» sfruttando le loro leve. A differenza dell’Ue, che gli affari li lascia fare a Pechino, offrendosi sul piatto d’argento.
Il destino delle relazioni tra i due blocchi, almeno nell’immediato, difficilmente poggerà su qualcosa di meglio di una dinamica frenante. Un’ambiguità che scoraggi imprese sconsiderate della Cina. Un katéchon che rallenti l’ascesa della potenza emergente e, magari, il tracollo di quella declinante. Nessun automatismo, nel bene e nel male, può considerarsi dato. Il futuro dell’umanità si decide sul filo degli equilibri precari indicati da Massimo Cacciari: la riscoperta del senso del limite, anzitutto spaziale; ergo, la volontà politica di trovare un accomodamento, piuttosto che inseguire la chimera dello Stato mondiale, che si espande all’infinito. «Il progresso», deve riconoscere Fukuyama, «incontra ostacoli importanti». Toh: la fine della Storia può attendere.
Continua a leggereRiduci