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2023-01-29
L'ultima beffa dei vaccini Covid. Non ci servono, li strapaghiamo
Ansa
Se non fosse che il conto lo pagano i cittadini dell’Unione europea con le loro tasse, l’ «affare» stipulato tra Ursula von der Leyen in rappresentanza della Commissione Ue e Albert Bourla, amministratore delegato di Pfizer, per la vendita dei vaccini anti Covid in Europa ricorda molto il raggiro della vendita del Colosseo magistralmente raccontato nel film Totò Truffa. Stando a quanto riportato da Reuters, l’Unione europea potrebbe pagare più soldi per avere meno dosi di vaccino. Possibile che, pur calando la domanda, il prezzo salga? Nell’Ue di Ursula von der Leyen, sì. Secondo i colloqui riservati tenuti tra le parti, sul tavolo ci potrebbe essere anche l’estensione del termine per la consegna alla seconda metà del 2024.
È complicato raccontare i dettagli del maxi accordo stretto tra l’Ue e Pfizer, perché - a dispetto degli appelli della Corte dei conti europea, e delle sollecitazioni del Parlamento europeo a una maggiore trasparenza - i contratti non sono mai stati pubblicati. O meglio: Ursula von der Leyen ha reso pubblico l’accordo contrattuale con intere pagine sbianchettate proprio nei passaggi cruciali, quelli in cui erano definiti prezzo, scadenze e postille che Pfizer era riuscita a strappare all’Ue. Ma le notizie filtrate confermano ciò che nei mesi scorsi era stato denunciato dai membri della commissione Covid del Parlamento Ue, in particolare dall’europarlamentare rumeno Cristian Terhes, da quello olandese Rob Roos (che mise in difficoltà la rappresentante Pfizer Janine Small, costretta ad ammettere che l’azienda non aveva eseguito trial sulla protezione dal contagio), dalla francese Virginie Joron e dall’italiana Francesca Donato. Anche per questo, a ottobre 2022, la Procura dell’Ue ha confermato di aver avviato un’indagine sull’acquisizione dei vaccini.
Nel maggio 2021, la funzionaria incaricata di negoziare per conto della Commissione Ue, l’italiana Sandra Gallina, ha sottoscritto un accordo con Pfizer e Biontech, autorizzato da Ursula von der Leyen, per acquistare 900 milioni di dosi, con un’opzione per ulteriori 900 milioni di dosi, entro la fine del 2023. Circa la metà, o poco più, dei primi 900 milioni di dosi previste in quel contratto non sono state però consegnate, perché la domanda, nel 2022, è diminuita. Anche il Mago Otelma, in effetti, avrebbe saputo prevedere che, dopo un anno e mezzo di pandemia, il virus sarebbe diventato endemico e meno letale grazie alle varianti, e l’impulso alla vaccinazione meno urgente. Intorno a metà dicembre del 2021, quando è arrivata Omicron, le somministrazioni hanno registrato un’impennata, che si è rapidamente esaurita nel giro di un mese. Da metà gennaio 2022, il calo delle vaccinazioni in Europa è stato più o meno costante. È per questo motivo che, a giugno del 2022, una coalizione di dieci Paesi membri dell’Ue (Bulgaria, Croazia, Estonia, Ungheria, Lettonia, Lituania, Polonia, Romania, Slovacchia e Slovenia) ha preso carta e penna e scritto a Ursula von der Leyen comunicando che essi non avrebbero acquisito più nuove dosi: «C’è un’eccedenza significativa di vaccini, c’è troppo spreco di risorse pubbliche». Lo stesso neoministro Orazio Schillaci, parlando al Consiglio dei ministri europei della salute che si è tenuto a Bruxelles il 9 dicembre, aveva suonato la sveglia sulle eccedenze: «Reputo necessaria la rinegoziazione dei contratti: un’allocazione non efficiente della spesa, oltre a rappresentare uno spreco in sé, sarebbe difficilmente compresa dai cittadini». Nella stessa occasione, la commissaria Ue per la Salute, Stella Kyriakides, aveva piagnucolato contro le aziende che «dovrebbero mostrare flessibilità», ma erano lacrime di coccodrillo: con ogni probabilità, l’Ue ha negoziato male e si trova adesso con le mani legate, con buona pace dei cittadini europei che hanno pagato gli errori di valutazione della Commissione Ue con le loro tasse.
L’esito dei negoziati e le dichiarazioni delle aziende non promettono bene. Sandra Gallina ha lavorato talmente bene che oggi per avere meno dosi ci troviamo a pagare di più. Biontech ha diplomaticamente dichiarato che continuerà a operare «per trovare soluzioni pragmatiche nel rispetto dei principi fondamentali concordati nel contratto». Un modo come un altro per lasciar intendere che i margini di manovra sono pochi. Quanto a Pfizer, pur dichiarando che essa intende «soddisfare le preoccupazioni degli Stati membri», l’azienda ha involontariamente confermato che ogni Paese ha negoziato un prezzo a dose diverso. È verosimile che l’Italia, acquistando 321 milioni di dosi, di cui 140 milioni non somministrate, si trovi a pagare un conto salato.
Con un prezzo a dose fissato, nel 2021, a 19,50 euro, l’importo che i governi europei sarebbero contrattualmente obbligati a pagare quest’anno varia tra i 7,8 miliardi e i 9,7 miliardi di euro. Nessuna notizia su quale sarà il prezzo rinegoziato, senza contare che negli Usa Pfizer spera di riuscire a vendere i vaccini dai 110 ai 130 dollari a dose. Sarà forse per questo che le autorità sanitarie continuano a raccomandare la vaccinazione anche a chi non ne ha bisogno e anche se il virus è ormai endemico: non sia mai che a qualcuno venga in mente di chiamarle a rispondere di tutto il denaro pubblico sprecato negli ultimi due anni.
Per lodare le punture l’Iss confonde le acque
Il report dell’Iss cambia ancora. Sul sito di Epicentro si legge che, d’ora in poi, i dati sull’efficacia dei vaccini «saranno presentati in un documento separato che avrà cadenza mensile». Il motivo è sensato: poiché ormai moltissimi italiani hanno preso il Covid, è diventato difficile «stimare correttamente l’impatto della sola vaccinazione disgiunto dall’immunità conferita dall’infezione pregressa».
Le conclusioni cui giunge l’indagine sono quelle che hanno affollato i comunicati stampa già da venerdì: «In generale, in tutte le fasce di età, si osserva un aumento del rischio di infezione per gli individui non vaccinati e/o senza pregressa diagnosi». Quanto alla malattia severa, i pericoli crescono «all’aumentare dell’età, a esclusione della fascia 0-4 anni». In generale, «il rischio di malattia severa per la popolazione con età maggiore di 12 anni e senza una diagnosi pregressa di infezione da Sars-Cov-2 è approssimativamente otto volte più alto nei non vaccinati rispetto ai vaccinati».
Il senso del ragionamento è che l’immunità ibrida, cioè la mescolanza tra vaccinazioni e infezioni, è quella più efficace. E ciò prova che, mancato l’obiettivo della sterilizzazione, i medicinali a mRna sono serviti essenzialmente da terapia preventiva. Non è poco, considerato come stavamo nel 2020. Ma non è nemmeno un miracolo. Dopodiché, è difficile resistere al sospetto che, per l’ansia di promuovere i prodigi dei vaccini, l’istituto guidato da Silvio Brusaferro abbia confuso un po’ le acque.
Sorvoliamo sul fatto che i report saranno basati su un cruscotto statistico superato: quello appena uscito, ad esempio, fa riferimento a ottobre. Partiamo piuttosto dalle cose che mancano nel documento.
1 Da nessuna parte si legge che il numero reale di infezioni, in una fase in cui chi si «denuncia» è una ristretta minoranza, potrebbe essere ampiamente sottostimato. Tuttavia, nei vecchi bollettini di Epicentro, la circostanza veniva addotta per giustificare l’incidenza più elevata dei contagi tra i vaccinati a vario titolo. Com’è possibile che lo stesso elemento, che rendeva inaccurata la precedente stima, adesso non sia più preso in considerazione?
2 Questo ci porta alla questione del tasso di incidenza delle infezioni. Secondo l’Iss, «aver ricevuto almeno una dose di vaccino e una diagnosi di infezione fra i 90 e 180 giorni precedenti riduce di due volte il rischio di infezione rispetto al non essersi mai vaccinati e aver avuto una diagnosi di infezione tra i 90 e 180 giorni precedenti». Ma dai grafici che tenevano in considerazione soltanto lo status vaccinale, risultava che i vaccinati si contagiavano di più dei non vaccinati, con due eccezioni: gli over 60 con quarta dose da meno di quattro mesi e tutti gli over 80 inoculati. Com’è possibile che, nella nuova elaborazione, il vantaggio per i vaccinati sia ravvisabile «indipendentemente dalla fascia di età»? È l’effetto, appunto, di aver combinato status vaccinale ed eventuale infezione pregressa. L’immunità ibrida è quella che funziona di più? Allora, bisognerà ammettere che il vero game changer non sono stati i farmaci a mRna in sé, bensì la circolazione del Covid in una popolazione già in parte protetta grazie alle inoculazioni. Per lodare il vaccino è legittimo sfruttare il mix tra vaccino e infezione?
3 Combinare il fattore puntura e il fattore contagio condiziona soprattutto la possibilità di comparare il vantaggio relativo offerto dai booster. Un dettaglio che, al contrario, chiarivano i bollettini diffusi fino alla settimana scorsa. Era istruttiva la tabella sugli ultraottantenni, tra i quali figuravano quadridosati da oltre e da meno di quattro mesi. Si notava così che, passati 120 giorni, la quarta dose proteggeva dal ricovero, dalla terapia intensiva e dal decesso come, se non peggio, della terza. E il dato era utile per aprire una discussione: è logico andare avanti di richiamo in richiamo, ogni quattro mesi? Oppure è ora di concentrarsi sulle cure precoci dei soggetti che, nonostante siano vaccinati, restano più esposti al Covid grave?
4 L’Iss continua a ignorare il pericolo relativo di malattia grave e morte nelle varie categorie anagrafiche, in rapporto agli effetti avversi delle inoculazioni. Non è granché importante che «in tutte le classi di età sopra i 12 anni» si osservi «una tendenza alla riduzione del rischio di malattia Covid-19 severa associato alla vaccinazione». Vivaddio: il vaccino protegge da ricoveri e decessi. Ci mancava che non lo facesse. Ma per stabilire se sia opportuno vaccinarsi, bisogna soppesare rischi e benefici degli shot: che probabilità ha un ragazzino di 20 anni di infettarsi e di finire intubato? In che misura limiterà tale pericolo vaccinandosi? E il contenimento del pericolo sarà compensato dalla possibilità che incorra in una reazione grave al farmaco? Messa diversamente: quante dosi andranno somministrate per prevenire un’ospedalizzazione o una morte in una specifica classe d’età? E ogni quante dosi si verificherà un ricovero o un decesso a causa di un effetto collaterale?
Ps: la «tendenza alla riduzione del rischio» grazie ai vaccini, dice l’Iss, è ravvisabile dai 12 anni in su. Bene. Chi va a bussare ai pediatri che terrorizzavano i genitori, per rifilare le dosi anche ai bambini?
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Indagine Reuters: in Europa continueremo ad acquistare dosi da Pfizer & C. Ma nonostante la domanda sia in calo, i prezzi del farmaco saliranno. Perché gli accordi (segretati) garantiscono alle case ricavi certi.Integrando status vaccinale e contagio pregresso, i nuovi bollettini offuscano il reale impatto delle iniezioni.Lo speciale contiene due articoli.Se non fosse che il conto lo pagano i cittadini dell’Unione europea con le loro tasse, l’ «affare» stipulato tra Ursula von der Leyen in rappresentanza della Commissione Ue e Albert Bourla, amministratore delegato di Pfizer, per la vendita dei vaccini anti Covid in Europa ricorda molto il raggiro della vendita del Colosseo magistralmente raccontato nel film Totò Truffa. Stando a quanto riportato da Reuters, l’Unione europea potrebbe pagare più soldi per avere meno dosi di vaccino. Possibile che, pur calando la domanda, il prezzo salga? Nell’Ue di Ursula von der Leyen, sì. Secondo i colloqui riservati tenuti tra le parti, sul tavolo ci potrebbe essere anche l’estensione del termine per la consegna alla seconda metà del 2024. È complicato raccontare i dettagli del maxi accordo stretto tra l’Ue e Pfizer, perché - a dispetto degli appelli della Corte dei conti europea, e delle sollecitazioni del Parlamento europeo a una maggiore trasparenza - i contratti non sono mai stati pubblicati. O meglio: Ursula von der Leyen ha reso pubblico l’accordo contrattuale con intere pagine sbianchettate proprio nei passaggi cruciali, quelli in cui erano definiti prezzo, scadenze e postille che Pfizer era riuscita a strappare all’Ue. Ma le notizie filtrate confermano ciò che nei mesi scorsi era stato denunciato dai membri della commissione Covid del Parlamento Ue, in particolare dall’europarlamentare rumeno Cristian Terhes, da quello olandese Rob Roos (che mise in difficoltà la rappresentante Pfizer Janine Small, costretta ad ammettere che l’azienda non aveva eseguito trial sulla protezione dal contagio), dalla francese Virginie Joron e dall’italiana Francesca Donato. Anche per questo, a ottobre 2022, la Procura dell’Ue ha confermato di aver avviato un’indagine sull’acquisizione dei vaccini.Nel maggio 2021, la funzionaria incaricata di negoziare per conto della Commissione Ue, l’italiana Sandra Gallina, ha sottoscritto un accordo con Pfizer e Biontech, autorizzato da Ursula von der Leyen, per acquistare 900 milioni di dosi, con un’opzione per ulteriori 900 milioni di dosi, entro la fine del 2023. Circa la metà, o poco più, dei primi 900 milioni di dosi previste in quel contratto non sono state però consegnate, perché la domanda, nel 2022, è diminuita. Anche il Mago Otelma, in effetti, avrebbe saputo prevedere che, dopo un anno e mezzo di pandemia, il virus sarebbe diventato endemico e meno letale grazie alle varianti, e l’impulso alla vaccinazione meno urgente. Intorno a metà dicembre del 2021, quando è arrivata Omicron, le somministrazioni hanno registrato un’impennata, che si è rapidamente esaurita nel giro di un mese. Da metà gennaio 2022, il calo delle vaccinazioni in Europa è stato più o meno costante. È per questo motivo che, a giugno del 2022, una coalizione di dieci Paesi membri dell’Ue (Bulgaria, Croazia, Estonia, Ungheria, Lettonia, Lituania, Polonia, Romania, Slovacchia e Slovenia) ha preso carta e penna e scritto a Ursula von der Leyen comunicando che essi non avrebbero acquisito più nuove dosi: «C’è un’eccedenza significativa di vaccini, c’è troppo spreco di risorse pubbliche». Lo stesso neoministro Orazio Schillaci, parlando al Consiglio dei ministri europei della salute che si è tenuto a Bruxelles il 9 dicembre, aveva suonato la sveglia sulle eccedenze: «Reputo necessaria la rinegoziazione dei contratti: un’allocazione non efficiente della spesa, oltre a rappresentare uno spreco in sé, sarebbe difficilmente compresa dai cittadini». Nella stessa occasione, la commissaria Ue per la Salute, Stella Kyriakides, aveva piagnucolato contro le aziende che «dovrebbero mostrare flessibilità», ma erano lacrime di coccodrillo: con ogni probabilità, l’Ue ha negoziato male e si trova adesso con le mani legate, con buona pace dei cittadini europei che hanno pagato gli errori di valutazione della Commissione Ue con le loro tasse. L’esito dei negoziati e le dichiarazioni delle aziende non promettono bene. Sandra Gallina ha lavorato talmente bene che oggi per avere meno dosi ci troviamo a pagare di più. Biontech ha diplomaticamente dichiarato che continuerà a operare «per trovare soluzioni pragmatiche nel rispetto dei principi fondamentali concordati nel contratto». Un modo come un altro per lasciar intendere che i margini di manovra sono pochi. Quanto a Pfizer, pur dichiarando che essa intende «soddisfare le preoccupazioni degli Stati membri», l’azienda ha involontariamente confermato che ogni Paese ha negoziato un prezzo a dose diverso. È verosimile che l’Italia, acquistando 321 milioni di dosi, di cui 140 milioni non somministrate, si trovi a pagare un conto salato. Con un prezzo a dose fissato, nel 2021, a 19,50 euro, l’importo che i governi europei sarebbero contrattualmente obbligati a pagare quest’anno varia tra i 7,8 miliardi e i 9,7 miliardi di euro. Nessuna notizia su quale sarà il prezzo rinegoziato, senza contare che negli Usa Pfizer spera di riuscire a vendere i vaccini dai 110 ai 130 dollari a dose. Sarà forse per questo che le autorità sanitarie continuano a raccomandare la vaccinazione anche a chi non ne ha bisogno e anche se il virus è ormai endemico: non sia mai che a qualcuno venga in mente di chiamarle a rispondere di tutto il denaro pubblico sprecato negli ultimi due anni.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/vaccini-covid-non-servono-strapaghiamo-2659323976.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="per-lodare-le-punture-liss-confonde-le-acque" data-post-id="2659323976" data-published-at="1674942464" data-use-pagination="False"> Per lodare le punture l’Iss confonde le acque Il report dell’Iss cambia ancora. Sul sito di Epicentro si legge che, d’ora in poi, i dati sull’efficacia dei vaccini «saranno presentati in un documento separato che avrà cadenza mensile». Il motivo è sensato: poiché ormai moltissimi italiani hanno preso il Covid, è diventato difficile «stimare correttamente l’impatto della sola vaccinazione disgiunto dall’immunità conferita dall’infezione pregressa». Le conclusioni cui giunge l’indagine sono quelle che hanno affollato i comunicati stampa già da venerdì: «In generale, in tutte le fasce di età, si osserva un aumento del rischio di infezione per gli individui non vaccinati e/o senza pregressa diagnosi». Quanto alla malattia severa, i pericoli crescono «all’aumentare dell’età, a esclusione della fascia 0-4 anni». In generale, «il rischio di malattia severa per la popolazione con età maggiore di 12 anni e senza una diagnosi pregressa di infezione da Sars-Cov-2 è approssimativamente otto volte più alto nei non vaccinati rispetto ai vaccinati». Il senso del ragionamento è che l’immunità ibrida, cioè la mescolanza tra vaccinazioni e infezioni, è quella più efficace. E ciò prova che, mancato l’obiettivo della sterilizzazione, i medicinali a mRna sono serviti essenzialmente da terapia preventiva. Non è poco, considerato come stavamo nel 2020. Ma non è nemmeno un miracolo. Dopodiché, è difficile resistere al sospetto che, per l’ansia di promuovere i prodigi dei vaccini, l’istituto guidato da Silvio Brusaferro abbia confuso un po’ le acque. Sorvoliamo sul fatto che i report saranno basati su un cruscotto statistico superato: quello appena uscito, ad esempio, fa riferimento a ottobre. Partiamo piuttosto dalle cose che mancano nel documento. 1 Da nessuna parte si legge che il numero reale di infezioni, in una fase in cui chi si «denuncia» è una ristretta minoranza, potrebbe essere ampiamente sottostimato. Tuttavia, nei vecchi bollettini di Epicentro, la circostanza veniva addotta per giustificare l’incidenza più elevata dei contagi tra i vaccinati a vario titolo. Com’è possibile che lo stesso elemento, che rendeva inaccurata la precedente stima, adesso non sia più preso in considerazione? 2 Questo ci porta alla questione del tasso di incidenza delle infezioni. Secondo l’Iss, «aver ricevuto almeno una dose di vaccino e una diagnosi di infezione fra i 90 e 180 giorni precedenti riduce di due volte il rischio di infezione rispetto al non essersi mai vaccinati e aver avuto una diagnosi di infezione tra i 90 e 180 giorni precedenti». Ma dai grafici che tenevano in considerazione soltanto lo status vaccinale, risultava che i vaccinati si contagiavano di più dei non vaccinati, con due eccezioni: gli over 60 con quarta dose da meno di quattro mesi e tutti gli over 80 inoculati. Com’è possibile che, nella nuova elaborazione, il vantaggio per i vaccinati sia ravvisabile «indipendentemente dalla fascia di età»? È l’effetto, appunto, di aver combinato status vaccinale ed eventuale infezione pregressa. L’immunità ibrida è quella che funziona di più? Allora, bisognerà ammettere che il vero game changer non sono stati i farmaci a mRna in sé, bensì la circolazione del Covid in una popolazione già in parte protetta grazie alle inoculazioni. Per lodare il vaccino è legittimo sfruttare il mix tra vaccino e infezione? 3 Combinare il fattore puntura e il fattore contagio condiziona soprattutto la possibilità di comparare il vantaggio relativo offerto dai booster. Un dettaglio che, al contrario, chiarivano i bollettini diffusi fino alla settimana scorsa. Era istruttiva la tabella sugli ultraottantenni, tra i quali figuravano quadridosati da oltre e da meno di quattro mesi. Si notava così che, passati 120 giorni, la quarta dose proteggeva dal ricovero, dalla terapia intensiva e dal decesso come, se non peggio, della terza. E il dato era utile per aprire una discussione: è logico andare avanti di richiamo in richiamo, ogni quattro mesi? Oppure è ora di concentrarsi sulle cure precoci dei soggetti che, nonostante siano vaccinati, restano più esposti al Covid grave? 4 L’Iss continua a ignorare il pericolo relativo di malattia grave e morte nelle varie categorie anagrafiche, in rapporto agli effetti avversi delle inoculazioni. Non è granché importante che «in tutte le classi di età sopra i 12 anni» si osservi «una tendenza alla riduzione del rischio di malattia Covid-19 severa associato alla vaccinazione». Vivaddio: il vaccino protegge da ricoveri e decessi. Ci mancava che non lo facesse. Ma per stabilire se sia opportuno vaccinarsi, bisogna soppesare rischi e benefici degli shot: che probabilità ha un ragazzino di 20 anni di infettarsi e di finire intubato? In che misura limiterà tale pericolo vaccinandosi? E il contenimento del pericolo sarà compensato dalla possibilità che incorra in una reazione grave al farmaco? Messa diversamente: quante dosi andranno somministrate per prevenire un’ospedalizzazione o una morte in una specifica classe d’età? E ogni quante dosi si verificherà un ricovero o un decesso a causa di un effetto collaterale? Ps: la «tendenza alla riduzione del rischio» grazie ai vaccini, dice l’Iss, è ravvisabile dai 12 anni in su. Bene. Chi va a bussare ai pediatri che terrorizzavano i genitori, per rifilare le dosi anche ai bambini?
Da sinistra: Bruno Migale, Ezio Simonelli, Vittorio Pisani, Luigi De Siervo, Diego Parente e Maurizio Improta
Questa mattina la Lega Serie A ha ricevuto il capo della Polizia, prefetto Vittorio Pisani, insieme ad altri vertici della Polizia, per un incontro dedicato alla sicurezza negli stadi e alla gestione dell’ordine pubblico. Obiettivo comune: sviluppare strumenti e iniziative per un calcio più sicuro, inclusivo e rispettoso.
Oggi, negli uffici milanesi della Lega Calcio Serie A, il mondo del calcio professionistico ha ospitato le istituzioni di pubblica sicurezza per un confronto diretto e costruttivo.
Il capo della Polizia, prefetto Vittorio Pisani, accompagnato da alcune delle figure chiave del dipartimento - il questore di Milano Bruno Migale, il dirigente generale di P.S. prefetto Diego Parente e il presidente dell’Osservatorio nazionale sulle manifestazioni sportive Maurizio Improta - ha incontrato i vertici della Lega, guidati dal presidente Ezio Simonelli, dall’amministratore delegato Luigi De Siervo e dall’head of competitions Andrea Butti.
Al centro dell’incontro, durato circa un’ora, temi di grande rilevanza per il calcio italiano: la sicurezza negli stadi e la gestione dell’ordine pubblico durante le partite di Serie A. Secondo quanto emerso, si è trattato di un momento di dialogo concreto, volto a rafforzare la collaborazione tra istituzioni e club, con l’obiettivo di rendere le competizioni sportive sempre più sicure per tifosi, giocatori e operatori.
Il confronto ha permesso di condividere esperienze, criticità e prospettive future, aprendo la strada a un percorso comune per sviluppare strumenti e iniziative capaci di garantire un ambiente rispettoso e inclusivo. La volontà di entrambe le parti è chiara: non solo prevenire episodi di violenza o disordine, ma anche favorire la cultura del rispetto, elemento indispensabile per la crescita del calcio italiano e per la tutela dei tifosi.
«L’incontro di oggi rappresenta un passo importante nella collaborazione tra Lega e Forze dell’Ordine», si sottolinea nella nota ufficiale diffusa al termine della visita dalla Lega Serie A. L’intenzione condivisa è quella di creare un dialogo costante, capace di tradursi in azioni concrete, procedure aggiornate e interventi mirati negli stadi di tutta Italia.
In un contesto sportivo sempre più complesso, dove la passione dei tifosi può trasformarsi rapidamente in tensione, il dialogo tra Lega e Polizia appare strategico. La sfida, spiegano i partecipanti, è costruire una rete di sicurezza che sia preventiva, reattiva e sostenibile, tutelando chi partecipa agli eventi senza compromettere l’atmosfera che caratterizza il calcio italiano.
L’appuntamento di Milano conferma come la sicurezza negli stadi non sia solo un tema operativo, ma un valore condiviso: la Serie A e le forze dell’ordine intendono camminare insieme, passo dopo passo, verso un calcio sempre più sicuro, inclusivo e rispettoso.
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Due bambini svaniti nel nulla. Mamma e papà non hanno potuto fargli neppure gli auguri di compleanno, qualche giorno fa, quando i due fratellini hanno compiuto 5 e 9 anni in comunità. Eppure una telefonata non si nega neanche al peggior delinquente. Dunque perché a questi genitori viene negato il diritto di vedere e sentire i loro figli? Qual è la grave colpa che avrebbero commesso visto che i bimbi stavano bene?
Un allontanamento che oggi mostra troppi lati oscuri. A partire dal modo in cui quel 16 ottobre i bimbi sono stati portati via con la forza, tra le urla strazianti. Alle ore 11.10, come denunciano le telecamere di sorveglianza della casa, i genitori vengono attirati fuori al cancello da due carabinieri. Alle 11.29 spuntano dal bosco una decina di agenti, armati di tutto punto e col giubbotto antiproiettile. E mentre gridano «Pigliali, pigliali tutti!» fanno irruzione nella casa, dove si trovano, da soli, i bambini. I due fratellini vengono portati fuori dagli agenti, il più piccolo messo a sedere, sulle scale, col pigiamino e senza scarpe. E solo quindici minuti dopo, alle 11,43, come registrano le telecamere, arrivano le assistenti sociali che portano via i bambini tra le urla disperate.
Una procedura al di fuori di ogni regola. Che però ottiene l’appoggio della giudice Nadia Todeschini, del Tribunale dei minori di Firenze. Come riferisce un ispettore ripreso dalle telecamere di sorveglianza della casa: «Ho telefonato alla giudice e le ho detto: “Dottoressa, l’operazione è andata bene. I bambini sono con i carabinieri. E adesso sono arrivati gli assistenti sociali”. E la giudice ha risposto: “Non so come ringraziarvi!”».
Dunque, chi ha dato l’ordine di agire in questo modo? E che trauma è stato inferto a questi bambini? Giriamo la domanda a Marina Terragni, Garante per l’infanzia e l’adolescenza. «Per la nostra Costituzione un bambino non può essere prelevato con la forza», conferma, «per di più se non è in borghese. Ci sono delle sentenze della Cassazione. Queste modalità non sono conformi allo Stato di diritto. Se il bambino non vuole andare, i servizi sociali si debbono fermare. Purtroppo ci stiamo abituando a qualcosa che è fuori legge».
Proviamo a chiedere spiegazioni ai servizi sociali dell’unione Montana dei comuni Valtiberina, ma l’accoglienza non è delle migliori. Prima minacciano di chiamare i carabinieri. Poi, la più giovane ci chiude la porta in faccia con un calcio. È Veronica Savignani, che quella mattina, come mostrano le telecamere, afferra il bimbo come un pacco. E mentre lui scalcia e grida disperato - «Aiuto! Lasciatemi andare» - lei lo rimprovera: «Ma perché urli?». Dopo un po’ i toni cambiano. Esce a parlarci Sara Spaterna. C’era anche lei quel giorno, con la collega Roberta Agostini, per portare via i bambini. Ma l’unica cosa di cui si preoccupa è che «è stata rovinata la sua immagine». E alle nostre domande ripete come una cantilena: «Non posso rispondere». Anche la responsabile dei servizi, Francesca Meazzini, contattata al telefono, si trincera dietro un «non posso dirle nulla».
Al Tribunale dei Minoridi Firenze, invece, parte lo scarica barile. La presidente, Silvia Chiarantini, dice che «l’allontanamento è avvenuto secondo le regole di legge». E ci conferma che i genitori possono vedere i figli in incontri protetti. E allora perché da due mesi a mamma e papà non è stata concessa neppure una telefonata? E chi pagherà per il trauma fatto a questi bambini?
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Il premier: «Il governo ci ha creduto fin dall’inizio, impulso decisivo per nuovi traguardi».
«Il governo ha creduto fin dall’inizio in questa sfida e ha fatto la sua parte per raggiungere questo traguardo. Ringrazio i ministri Lollobrigida e Giuli che hanno seguito il dossier, ma è stata una partita che non abbiamo giocato da soli: abbiamo vinto questa sfida insieme al popolo italiano. Questo riconoscimento imprimerà al sistema Italia un impulso decisivo per raggiungere nuovi traguardi».
Lo ha detto la premier Giorgia Meloni in un videomessaggio celebrando l’entrata della cucina italiana nei patrimoni culturali immateriali dell’umanità. È la prima cucina al mondo a essere riconosciuta nella sua interezza. A deliberarlo, all’unanimità, è stato il Comitato intergovernativo dell’Unesco, riunito a New Delhi, in India.
Ansa
I vaccini a Rna messaggero contro il Covid favoriscono e velocizzano, se a dosi ripetute, la crescita di piccoli tumori già presenti nell’organismo e velocizzano la crescita di metastasi. È quanto emerge dalla letteratura scientifica e, in particolare, dagli esperimenti fatti in vitro sulle cellule e quelli sui topi, così come viene esposto nello studio pubblicato lo scorso 2 dicembre sulla rivista Mdpi da Ciro Isidoro, biologo, medico, patologo e oncologo sperimentale, nonché professore ordinario di patologia generale all’Università del Piemonte orientale di Novara. Lo studio è una review, ovvero una sintesi critica dei lavori scientifici pubblicati finora sull’argomento, e le conclusioni a cui arriva sono assai preoccupanti. Dai dati scientifici emerge che sia il vaccino a mRna contro il Covid sia lo stesso virus possono favorire la crescita di tumori e metastasi già esistenti. Inoltre, alla luce dei dati clinici a disposizione, emerge sempre più chiaramente che a questo rischio di tumori e metastasi «accelerati» appaiono più esposti i vaccinati con più dosi. Fa notare Isidoro: «Proprio a causa delle ripetute vaccinazioni i vaccinati sono più soggetti a contagiarsi e dunque - sebbene sia vero che il vaccino li protegge, ma temporaneamente, dal Covid grave - queste persone si ritrovano nella condizione di poter subire contemporaneamente i rischi oncologici provocati da vaccino e virus naturale messi insieme».
Sono diversi i meccanismi cellulari attraverso cui il vaccino può velocizzare l’andamento del cancro analizzati negli studi citati nella review di Isidoro, intitolata «Sars-Cov2 e vaccini anti-Covid-19 a mRna: Esiste un plausibile legame meccanicistico con il cancro?». Tra questi studi, alcuni rilevano che, in conseguenza della vaccinazione anti-Covid a mRna - e anche in conseguenza del Covid -, «si riduce Ace 2», enzima convertitore di una molecola chiamata angiotensina II, favorendo il permanere di questa molecola che favorisce a sua volta la proliferazione dei tumori. Altri dati analizzati nella review dimostrano inoltre che sia il virus che i vaccini di nuova generazione portano ad attivazione di geni e dunque all’attivazione di cellule tumorali. Altri dati ancora mostrano come sia il virus che il vaccino inibiscano l’espressione di proteine che proteggono dalle mutazioni del Dna.
Insomma, il vaccino anti-Covid, così come il virus, interferisce nei meccanismi cellulari di protezione dal cancro esponendo a maggiori rischi chi ha già una predisposizione genetica alla formazione di cellule tumorali e i malati oncologici con tumori dormienti, spiega Isidoro, facendo notare come i vaccinati con tre o più dosi si sono rivelati più esposti al contagio «perché il sistema immunitario in qualche modo viene ingannato e si adatta alla spike e dunque rende queste persone più suscettibili ad infettarsi».
Nella review anche alcune conferme agli esperimenti in vitro che arrivano dal mondo reale, come uno studio retrospettivo basato su un’ampia coorte di individui non vaccinati (595.007) e vaccinati (2.380.028) a Seul, che ha rilevato un’associazione tra vaccinazione e aumento del rischio di cancro alla tiroide, allo stomaco, al colon-retto, al polmone, al seno e alla prostata. «Questi dati se considerati nel loro insieme», spiega Isidoro, «convergono alla stessa conclusione: dovrebbero suscitare sospetti e stimolare una discussione nella comunità scientifica».
D’altra parte, anche Katalin Karikó, la biochimica vincitrice nel 2023 del Nobel per la Medicina proprio in virtù dei suoi studi sull’Rna applicati ai vaccini anti Covid, aveva parlato di questi possibili effetti collaterali di «acceleratore di tumori già esistenti». In particolare, in un’intervista rilasciata a Die Welt lo scorso gennaio, la ricercatrice ungherese aveva riferito della conversazione con una donna sulla quale, due giorni dopo l’inoculazione, era comparso «un grosso nodulo al seno». La signora aveva attribuito l’insorgenza del cancro al vaccino, mentre la scienziata lo escludeva ma tuttavia forniva una spiegazione del fenomeno: «Il cancro c’era già», spiegava Karikó, «e la vaccinazione ha dato una spinta in più al sistema immunitario, così che le cellule di difesa immunitaria si sono precipitate in gran numero sul nemico», sostenendo, infine, che il vaccino avrebbe consentito alla malcapitata di «scoprire più velocemente il cancro», affermazione che ha lasciato e ancor di più oggi lascia - alla luce di questo studio di Isidoro - irrisolti tanti interrogativi, soprattutto di fronte all’incremento in numero dei cosiddetti turbo-cancri e alla riattivazione di metastasi in malati oncologici, tutti eventi che si sono manifestati post vaccinazione anti- Covid e non hanno trovato altro tipo di plausibilità biologica diversa da una possibile correlazione con i preparati a mRna.
«Marginale il gabinetto di Speranza»
Mentre eravamo chiusi in casa durante il lockdown, il più lungo di tutti i Paesi occidentali, ognuno di noi era certo in cuor suo che i decisori che apparecchiavano ogni giorno alle 18 il tragico rito della lettura dei contagi e dei decessi sapessero ciò che stavano facendo. In realtà, al netto di un accettabile margine di impreparazione vista l’emergenza del tutto nuova, nelle tante stanze dei bottoni che il governo Pd-M5S di allora, guidato da Giuseppe Conte, aveva istituito, andavano tutti in ordine sparso. E l’audizione in commissione Covid del proctologo del San Raffaele Pierpaolo Sileri, allora viceministro alla Salute in quota 5 stelle, ha reso ancor più tangibile il livello d’improvvisazione e sciatteria di chi allora prese le decisioni e oggi è impegnato in tripli salti carpiati pur di rinnegarne la paternità. È il caso, ad esempio, del senatore Francesco Boccia del Pd, che ieri è intervenuto con zelante sollecitudine rivolgendo a Sileri alcune domande che son suonate più come ingannevoli asseverazioni. Una per tutte: «Io penso che il gabinetto del ministero della salute (guidato da Roberto Speranza, ndr) fosse assolutamente marginale, decidevano Protezione civile e coordinamento dei ministri». Il senso dell’intervento di Boccia non è difficile da cogliere: minimizzare le responsabilità del primo imputato della malagestione pandemica, Speranza, collega di partito di Boccia, e rovesciare gli oneri ora sul Cts, ora sulla Protezione civile, eventualmente sul governo ma in senso collegiale. «Puoi chiarire questi aspetti così li mettiamo a verbale?», ha chiesto Boccia a Sileri. L’ex sottosegretario alla salute, però, non ha dato la risposta desiderata: «Il mio ruolo era marginale», ha dichiarato Sileri, impegnato a sua volta a liberarsi del peso degli errori e delle omissioni in nome di un malcelato «io non c’ero, e se c’ero dormivo», «il Cts faceva la valutazione scientifica e la dava alla politica. Era il governo che poi decideva». Quello stesso governo dove Speranza, per forza di cose, allora era il componente più rilevante. Sileri ha dichiarato di essere stato isolato dai funzionari del ministero: «Alle riunioni non credo aver preso parte se non una volta» e «i Dpcm li ricevevo direttamente in aula, non ne avevo nemmeno una copia». Che questo racconto sia funzionale all’obiettivo di scaricare le responsabilità su altri, è un dato di fatto, ma l’immagine che ne esce è quella di decisori «inadeguati e tragicomici», come ebbe già ad ammettere l’altro sottosegretario Sandra Zampa (Pd).Anche sull’adozione dell’antiscientifica «terapia» a base di paracetamolo (Tachipirina) e vigile attesa, Sileri ha dichiarato di essere totalmente estraneo alla decisione: «Non so chi ha redatto la circolare del 30 novembre 2020 che dava agli antinfiammatori un ruolo marginale, ne ho scoperto l’esistenza soltanto dopo che era già uscita». Certo, ha ammesso, a novembre poteva essere dato maggiore spazio ai Fans perché «da marzo avevamo capito che non erano poi così malvagi». Bontà sua. Per Alice Buonguerrieri (Fdi) «è la conferma che la gestione del Covid affogasse nella confusione più assoluta». Boccia è tornato all’attacco anche sul piano pandemico: «Alcuni virologi hanno ribadito che era scientificamente impossibile averlo su Sars Cov-2, confermi?». «L'impatto era inatteso, ma ovviamente avere un piano pandemico aggiornato avrebbe fatto grosse differenze», ha replicato Sileri, che nel corso dell’audizione ha anche preso le distanze dalle misure suggerite dall’Oms che «aveva un grosso peso politico da parte dalla Cina». «I burocrati nominati da Speranza sono stati lasciati spadroneggiare per coprire le scelte errate dei vertici politici», è il commento di Antonella Zedda, vicepresidente dei senatori di Fratelli d’Italia, alla «chicca» emersa in commissione: un messaggio di fuoco che l’allora capo di gabinetto del ministero Goffredo Zaccardi indirizzò a Sileri («Stai buono o tiro fuori i dossier che ho nel cassetto», avrebbe scritto).In che mani siamo stati.
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