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2022-12-14
L’uomo della Kaili vuota il sacco e l’Ue trema
Eva Kaili (Ansa)
Da quando è emersa la notizia che tra gli arrestati per il Qatargate ci sarebbe un pentito, nei corridoi del Parlamento europeo si respira un clima che ricorda quello che aleggiava nei palazzi del potere romani durante Mani pulite, con deputati e portaborse che si chiedono: «Chi sarà il prossimo?».
Hannah Neumann, eurodeputata dei Gruenen, gli ecologisti tedeschi (gruppo Verdi/Ale) si aspetta il peggio: «Temo che ce ne saranno altri. Basta guardare la cosa razionalmente: cosa ci fai con un eurodeputato? O provi con altre istituzioni, o devi provare con più eurodeputati. Con uno non ottieni niente». Una paura esternata dopo l’uscita della notizia che durante i primi interrogatori effettuati dall’Ufficio centrale per la repressione della corruzione, una delle quattro persone imputate ha parlato a lungo con gli inquirenti belgi. Tra gli arrestati il più accreditato per il ruolo che ai tempi di Tangentopoli fu di Mario Chiesa è Francesco Giorgi, già assistente dell’ex eurodeputato (eletto nelle liste del Pd) Antonio Panzeri, finito anche lui agli arresti venerdì scorso, insieme alla moglie e alla figlia, che sono in attesa di essere estradate. La Procura belga, interpellata al riguardo, non ha smentito la ricostruzione su Giorgi, che è anche il compagno dell’eurodeputata greca ed ex vicepresidente del Parlamento Eva Kaili, arrestata anche lei venerdì. L’uomo, che è stato il primo ad essere fermato dalla polizia belga, venerdì mattina e che aveva continuato a lavorare come assistente parlamentare per Andrea Cozzolino (non indagato), avrebbe reso lunghissime deposizioni agli inquirenti di Bruxelles, parlando per ore. Tanto che, secondo i media greci, Giorgi sarebbe un «fiume in piena», che avrebbe parlato per ore con il giudice, riempiendo pagine di verbale e rendendo necessario rinviare la seconda parte dell’interrogatorio. All’ex assistente di Panzeri ieri sono stati sequestrati 20.000 euro in contanti, rinvenuti nella sua abitazione di Abbiategrasso, in provincia di Milano.
L’operazione è stata eseguita dalla Gdf milanese in esecuzione di un ordine di investigazione europeo. Per il quotidiano belga L’Echo, durante le deposizioni rese dai quattro arrestati nei giorni scorsi, uno di loro avrebbe citato più volte il nome dell’eurodeputato Marc Tarabella. Il nome dell’italobelga, che al momento non risulta indagato, era già circolato nei giorni scorsi, dopo che le perquisizioni nell’ufficio di uno dei suoi assistenti, avevano portato gli investigatori ad allargare i controlli alla casa dell’eurodeputato, alla presenza della presidente dell’Europarlamento, Roberta Metsola. Nei giorni scorsi i media belgi hanno ricordato come Tarabella, inizialmente furioso per la designazione del Qatar come Paese ospitante dei Mondiali di calcio, si fosse ammorbidito notevolmente l’anno scorso, aumentando anche i suoi interventi a favore del Paese del Golfo, nel quale avrebbe effettuato anche diverse visite ufficiali. Tarabella ha commentato le indiscrezioni su di lui dicendo di non avere «nulla da nascondere», e di voler collaborare con le indagini, ma al Partito socialista belga non è bastato e il parlamentare ieri è stato sospeso. Nel frattempo, il conteggio delle somme in contante sequestrate è salito rispetto al 1.350.000 di euro ipotizzato a oltre un milione e mezzo. Molte delle banconote sono state trovate dalla polizia belga nel corso delle perquisizioni alle abitazioni di Panzeri e della Kaili, mentre circa 600.000 euro sono stati rinvenuti dagli investigatori belgi in un trolley con il quale il padre della donna, Alexandros Kaili, stava lasciando un albergo del centro di Bruxelles. Una mossa azzardata, che ha spalancato le porte al superamento dell’immunità parlamentare, che tutelava la figlia e la sua abitazione.
Le perquisizioni sono proseguite anche ieri, coinvolgendo per la prima volta l’apparato burocratico dell’Europarlamento. Lunedì sera infatti erano stati messi i sigilli all’ufficio di Michelle Rieu, capo unità all’Eurocamera la cui attività negli ultimi mesi è stata legata alla sottocommissione Diritti umani. Dopo aver effettuato la perquisizione del locale, i sigilli sono stati tolti ieri in tarda mattinata. Sarebbe stato perquisito (ma non sigillato) anche l’ufficio di un’altra capo unità, Petra Prossliner, che secondo il suo profilo Linkedin ha frequentato il liceo a Merano e si occupa di affari costituzionali. La donna è un tecnico di lungo corso delle istituzioni europee. Nel 2005 infatti aveva preparato, insieme all’ex europarlamentare italiana Monica Frassoni, un «dossier di valutazione del trattato che istituisce una costituzione per l’Europa», mentre nel 2012, si occupava delle relazioni con i Parlamenti nazionali. Nel pomeriggio di ieri sono stati sequestrati altri dieci uffici del Parlamento europeo. Oltre alla pista del Qatar gli inquirenti stanno approfondendo anche quella, indicata anche nei mandati di arresto della moglie e della figlia di Panzeri, della corruzione dell’ex eurodeputato da parte del Marocco. In quello di Silvia Panzeri, ricordano infatti che le due donne «sembrano essere pienamente consapevoli delle attività del marito e padre e hanno perfino partecipato al trasporto dei “doni” fatti in Marocco da Atmouna Abderrahim (non indagato, ndr), ambasciatore del Marocco in Polonia». I reati sono citati nella trascrizione di intercettazioni telefoniche, durante le quali la signora Panzeri ha commentato la consegna dei «doni», di cui sembra aver beneficiato in seguito».
La pista nordafricana è stata commentata ieri da un’ex collega a Bruxelles dell’uomo, la portoghese Ana Gomes. Che ha ricordato così i suoi scontri con Panzeri sul tema: «Il Marocco avrebbe finanziato Panzeri e compagni da tempo per vanificare le risoluzioni sul Western Sahara. Non riesco a contare le liti che abbiamo avuto su questi argomenti». Intanto la francese Manon leader di The Left cerca di sgonfiare la vicenda accusando gli avversari politici: «Il Qatargate è la punta dell’iceberg, Ppe e liberali vogliono mettere la polvere sotto il tappeto». Ma per Nicola Procaccini, eurodeputato di Fratelli d’Italia, per capire se altri suoi colleghi possano finire sotto la lente degli inquirenti di Bruxelles, basterebbe «andare a guardarsi gli interventi pubblici fatti dagli europarlamentari in difesa del Qatar rispetto a un’eventuale violazione dei diritti umani».
L’Aula destituisce il vicepresidente
Il Parlamento europeo ha approvato ieri la destituzione dalla carica di vicepresidente dell’eurodeputata greca Eva Kaili, arrestata nell’ambito dell’inchiesta sulle mazzette dal Qatar. L’Aula ha votato sì con la maggioranza di oltre due terzi (625 voti), come previsto dal regolamento. Un solo contrario e due astenuti. Il voto si è svolto per appello nominale sotto richiesta dei gruppi S&D, The Left e Id. Ha votato contro Mislav Kolakušic, croato dei non iscritti. Si sono invece astenuti l’olandese di Ecr, Dorien Rookmaker, e il tedesco di Id, Joachim Kuhs. Ora l’Aula dovrà eleggere un nuovo vicepresidente, che sarà ancora una volta esponente del gruppo dei Socialisti e democratici.
La decisione non è stata ancora presa, ma in molti sperano che l’incarico vada a Raphaël Glucksmann, eurodeputato francese, figlio del filosofo André . Il parlamentare, 43 anni, è autore di numerosi saggi, e rispetto ai Mondiali in Qatar le sue posizioni sono sempre state durissime: «Mondiali in Qatar. Dopo le Olimpiadi invernali in Cina», ha twittato lo scorso 9 ottobre, «Coppa del Mondo in Russia nel 2018. E prima i Giochi asiatici invernali in Arabia Saudita. La Fifa e il Cio, organizzazioni corrotte, ci rendono sempre complici di regimi criminali». Non solo, in passato aveva dichiarato: «Il fatto che l’estrema destra europea sia stata finanziata da Vladimir Putin è noto, ma non è l’unico. Dobbiamo avere il coraggio di portare alla luce tutti i casi di corruzione». La sua eventuale nomina sarebbe una vera e propria operazione d’immagine: mettere il duro anti Qatar al posto della donna accusata di accumulare mazzette.
I capigruppo di tutte le formazioni politiche del Parlamento europeo hanno diffuso una nota congiunta dopo il voto: «Siamo scioccati e profondamente preoccupati», hanno scritto, «per quanto accaduto e dalle rivelazioni sulla corruzione e l’influenza criminale nei processi decisionali all’Europarlamento. Inizia oggi, con la cessazione anticipata dall’incarico della vicepresidente coinvolta, un processo che continuerà con il rafforzamento delle norme sull’accesso ai suoi locali e sugli incontri. Garantiremo inoltre che il finanziamento di organizzazioni e persone con accesso al Parlamento sia completamente trasparente. Il Parlamento», aggiunge la nota, «continuerà a sostenere pienamente il lavoro della polizia e della magistratura per garantire che giustizia sia fatta». Dopo la votazione sulla decadenza della Kaili , si è svolto il dibattito sulla corruzione, in un’Aula desolatamente semivuota.
Per quel che riguarda l’ormai ex vicepresidente greca, ieri Eva Kaili, come riferito dall’Ansa, è stata trasferita nel carcere di Haren, alla periferia nordorientale di Bruxelles, non lontano dall’aeroporto internazionale di Zaventem. Si tratta di un penitenziario la cui costruzione è stata completata recentemente, per alleggerire il peso agli altri istituti della città, in particolare quello di St. Gilles e quello di Forest. Si tratta di un carcere che può accogliere oltre 1.100 detenuti e che tra i suoi ospiti annovera Salah Abdeslam, l’unico sopravvissuto del commando dei terroristi dell’attentato al Bataclan. La Procura belga non ha voluto confermare se anche gli altri tre arrestati - Antonio Panzeri, Francesco Giorgi e Niccolò Figà Talamanca - si trovino nella stessa struttura. Tutti e quattro dovranno comparire oggi davanti ai magistrati per la prima udienza preliminare. L’avvocato dell’ormai ex vicepresidente del Parlamento europeo Eva Kaili, Michalis Dimitrakopoulos, ha dichiarato al canale televisivo privato greco Open Tv che la sua assistita è «innocente»: «La sua posizione è di innocenza. Non ha nulla a che fare con le tangenti del Qatar», ha detto il legale.
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La deposizione fiume di Francesco Giorgi costringe i pm a stoppare l’interrogatorio. Manon Aubry (The Left): «È la punta di un iceberg». Sequestrati altri dieci uffici dell’Europarlamento, coinvolti anche i funzionari. Si indaga pure sui possibili pagamenti marocchini ad Antonio Panzeri.Con 625 voti, un contrario e due astenuti, l’Europarlamento ha rimosso la greca Eva Kaili La sinistra punta sul francese Raphaël Glucksmann, critico sui Mondiali, per rifarsi l’immagine.Lo speciale contiene due articoli.Da quando è emersa la notizia che tra gli arrestati per il Qatargate ci sarebbe un pentito, nei corridoi del Parlamento europeo si respira un clima che ricorda quello che aleggiava nei palazzi del potere romani durante Mani pulite, con deputati e portaborse che si chiedono: «Chi sarà il prossimo?». Hannah Neumann, eurodeputata dei Gruenen, gli ecologisti tedeschi (gruppo Verdi/Ale) si aspetta il peggio: «Temo che ce ne saranno altri. Basta guardare la cosa razionalmente: cosa ci fai con un eurodeputato? O provi con altre istituzioni, o devi provare con più eurodeputati. Con uno non ottieni niente». Una paura esternata dopo l’uscita della notizia che durante i primi interrogatori effettuati dall’Ufficio centrale per la repressione della corruzione, una delle quattro persone imputate ha parlato a lungo con gli inquirenti belgi. Tra gli arrestati il più accreditato per il ruolo che ai tempi di Tangentopoli fu di Mario Chiesa è Francesco Giorgi, già assistente dell’ex eurodeputato (eletto nelle liste del Pd) Antonio Panzeri, finito anche lui agli arresti venerdì scorso, insieme alla moglie e alla figlia, che sono in attesa di essere estradate. La Procura belga, interpellata al riguardo, non ha smentito la ricostruzione su Giorgi, che è anche il compagno dell’eurodeputata greca ed ex vicepresidente del Parlamento Eva Kaili, arrestata anche lei venerdì. L’uomo, che è stato il primo ad essere fermato dalla polizia belga, venerdì mattina e che aveva continuato a lavorare come assistente parlamentare per Andrea Cozzolino (non indagato), avrebbe reso lunghissime deposizioni agli inquirenti di Bruxelles, parlando per ore. Tanto che, secondo i media greci, Giorgi sarebbe un «fiume in piena», che avrebbe parlato per ore con il giudice, riempiendo pagine di verbale e rendendo necessario rinviare la seconda parte dell’interrogatorio. All’ex assistente di Panzeri ieri sono stati sequestrati 20.000 euro in contanti, rinvenuti nella sua abitazione di Abbiategrasso, in provincia di Milano.L’operazione è stata eseguita dalla Gdf milanese in esecuzione di un ordine di investigazione europeo. Per il quotidiano belga L’Echo, durante le deposizioni rese dai quattro arrestati nei giorni scorsi, uno di loro avrebbe citato più volte il nome dell’eurodeputato Marc Tarabella. Il nome dell’italobelga, che al momento non risulta indagato, era già circolato nei giorni scorsi, dopo che le perquisizioni nell’ufficio di uno dei suoi assistenti, avevano portato gli investigatori ad allargare i controlli alla casa dell’eurodeputato, alla presenza della presidente dell’Europarlamento, Roberta Metsola. Nei giorni scorsi i media belgi hanno ricordato come Tarabella, inizialmente furioso per la designazione del Qatar come Paese ospitante dei Mondiali di calcio, si fosse ammorbidito notevolmente l’anno scorso, aumentando anche i suoi interventi a favore del Paese del Golfo, nel quale avrebbe effettuato anche diverse visite ufficiali. Tarabella ha commentato le indiscrezioni su di lui dicendo di non avere «nulla da nascondere», e di voler collaborare con le indagini, ma al Partito socialista belga non è bastato e il parlamentare ieri è stato sospeso. Nel frattempo, il conteggio delle somme in contante sequestrate è salito rispetto al 1.350.000 di euro ipotizzato a oltre un milione e mezzo. Molte delle banconote sono state trovate dalla polizia belga nel corso delle perquisizioni alle abitazioni di Panzeri e della Kaili, mentre circa 600.000 euro sono stati rinvenuti dagli investigatori belgi in un trolley con il quale il padre della donna, Alexandros Kaili, stava lasciando un albergo del centro di Bruxelles. Una mossa azzardata, che ha spalancato le porte al superamento dell’immunità parlamentare, che tutelava la figlia e la sua abitazione. Le perquisizioni sono proseguite anche ieri, coinvolgendo per la prima volta l’apparato burocratico dell’Europarlamento. Lunedì sera infatti erano stati messi i sigilli all’ufficio di Michelle Rieu, capo unità all’Eurocamera la cui attività negli ultimi mesi è stata legata alla sottocommissione Diritti umani. Dopo aver effettuato la perquisizione del locale, i sigilli sono stati tolti ieri in tarda mattinata. Sarebbe stato perquisito (ma non sigillato) anche l’ufficio di un’altra capo unità, Petra Prossliner, che secondo il suo profilo Linkedin ha frequentato il liceo a Merano e si occupa di affari costituzionali. La donna è un tecnico di lungo corso delle istituzioni europee. Nel 2005 infatti aveva preparato, insieme all’ex europarlamentare italiana Monica Frassoni, un «dossier di valutazione del trattato che istituisce una costituzione per l’Europa», mentre nel 2012, si occupava delle relazioni con i Parlamenti nazionali. Nel pomeriggio di ieri sono stati sequestrati altri dieci uffici del Parlamento europeo. Oltre alla pista del Qatar gli inquirenti stanno approfondendo anche quella, indicata anche nei mandati di arresto della moglie e della figlia di Panzeri, della corruzione dell’ex eurodeputato da parte del Marocco. In quello di Silvia Panzeri, ricordano infatti che le due donne «sembrano essere pienamente consapevoli delle attività del marito e padre e hanno perfino partecipato al trasporto dei “doni” fatti in Marocco da Atmouna Abderrahim (non indagato, ndr), ambasciatore del Marocco in Polonia». I reati sono citati nella trascrizione di intercettazioni telefoniche, durante le quali la signora Panzeri ha commentato la consegna dei «doni», di cui sembra aver beneficiato in seguito».La pista nordafricana è stata commentata ieri da un’ex collega a Bruxelles dell’uomo, la portoghese Ana Gomes. Che ha ricordato così i suoi scontri con Panzeri sul tema: «Il Marocco avrebbe finanziato Panzeri e compagni da tempo per vanificare le risoluzioni sul Western Sahara. Non riesco a contare le liti che abbiamo avuto su questi argomenti». Intanto la francese Manon leader di The Left cerca di sgonfiare la vicenda accusando gli avversari politici: «Il Qatargate è la punta dell’iceberg, Ppe e liberali vogliono mettere la polvere sotto il tappeto». Ma per Nicola Procaccini, eurodeputato di Fratelli d’Italia, per capire se altri suoi colleghi possano finire sotto la lente degli inquirenti di Bruxelles, basterebbe «andare a guardarsi gli interventi pubblici fatti dagli europarlamentari in difesa del Qatar rispetto a un’eventuale violazione dei diritti umani».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/uomo-kaili-vuota-sacco-ue-2658960277.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="laula-destituisce-il-vicepresidente" data-post-id="2658960277" data-published-at="1670966418" data-use-pagination="False"> L’Aula destituisce il vicepresidente Il Parlamento europeo ha approvato ieri la destituzione dalla carica di vicepresidente dell’eurodeputata greca Eva Kaili, arrestata nell’ambito dell’inchiesta sulle mazzette dal Qatar. L’Aula ha votato sì con la maggioranza di oltre due terzi (625 voti), come previsto dal regolamento. Un solo contrario e due astenuti. Il voto si è svolto per appello nominale sotto richiesta dei gruppi S&D, The Left e Id. Ha votato contro Mislav Kolakušic, croato dei non iscritti. Si sono invece astenuti l’olandese di Ecr, Dorien Rookmaker, e il tedesco di Id, Joachim Kuhs. Ora l’Aula dovrà eleggere un nuovo vicepresidente, che sarà ancora una volta esponente del gruppo dei Socialisti e democratici. La decisione non è stata ancora presa, ma in molti sperano che l’incarico vada a Raphaël Glucksmann, eurodeputato francese, figlio del filosofo André . Il parlamentare, 43 anni, è autore di numerosi saggi, e rispetto ai Mondiali in Qatar le sue posizioni sono sempre state durissime: «Mondiali in Qatar. Dopo le Olimpiadi invernali in Cina», ha twittato lo scorso 9 ottobre, «Coppa del Mondo in Russia nel 2018. E prima i Giochi asiatici invernali in Arabia Saudita. La Fifa e il Cio, organizzazioni corrotte, ci rendono sempre complici di regimi criminali». Non solo, in passato aveva dichiarato: «Il fatto che l’estrema destra europea sia stata finanziata da Vladimir Putin è noto, ma non è l’unico. Dobbiamo avere il coraggio di portare alla luce tutti i casi di corruzione». La sua eventuale nomina sarebbe una vera e propria operazione d’immagine: mettere il duro anti Qatar al posto della donna accusata di accumulare mazzette. I capigruppo di tutte le formazioni politiche del Parlamento europeo hanno diffuso una nota congiunta dopo il voto: «Siamo scioccati e profondamente preoccupati», hanno scritto, «per quanto accaduto e dalle rivelazioni sulla corruzione e l’influenza criminale nei processi decisionali all’Europarlamento. Inizia oggi, con la cessazione anticipata dall’incarico della vicepresidente coinvolta, un processo che continuerà con il rafforzamento delle norme sull’accesso ai suoi locali e sugli incontri. Garantiremo inoltre che il finanziamento di organizzazioni e persone con accesso al Parlamento sia completamente trasparente. Il Parlamento», aggiunge la nota, «continuerà a sostenere pienamente il lavoro della polizia e della magistratura per garantire che giustizia sia fatta». Dopo la votazione sulla decadenza della Kaili , si è svolto il dibattito sulla corruzione, in un’Aula desolatamente semivuota. Per quel che riguarda l’ormai ex vicepresidente greca, ieri Eva Kaili, come riferito dall’Ansa, è stata trasferita nel carcere di Haren, alla periferia nordorientale di Bruxelles, non lontano dall’aeroporto internazionale di Zaventem. Si tratta di un penitenziario la cui costruzione è stata completata recentemente, per alleggerire il peso agli altri istituti della città, in particolare quello di St. Gilles e quello di Forest. Si tratta di un carcere che può accogliere oltre 1.100 detenuti e che tra i suoi ospiti annovera Salah Abdeslam, l’unico sopravvissuto del commando dei terroristi dell’attentato al Bataclan. La Procura belga non ha voluto confermare se anche gli altri tre arrestati - Antonio Panzeri, Francesco Giorgi e Niccolò Figà Talamanca - si trovino nella stessa struttura. Tutti e quattro dovranno comparire oggi davanti ai magistrati per la prima udienza preliminare. L’avvocato dell’ormai ex vicepresidente del Parlamento europeo Eva Kaili, Michalis Dimitrakopoulos, ha dichiarato al canale televisivo privato greco Open Tv che la sua assistita è «innocente»: «La sua posizione è di innocenza. Non ha nulla a che fare con le tangenti del Qatar», ha detto il legale.
(Getty Images)
Dalla Farnesina fanno sapere che «tutti i partecipanti alla Flotilla sono in corso di trasferimento da Ketziot a Eilat per l’imbarco sui charter Turkish verso Istanbul».
Ecco cosa racconta Carotenuto. Il deputato mostra il braccialetto con il «numero di matricola», fatto indossare durante il fermo: «Io avevo il numero 147», dice. «A noi è andata bene perché altri sono stati torturati, anche le donne e le persone anziane. Qualcuno ha riportato fratture, altri erano bendati e ricevevano colpi in faccia. Ho sentito donne denunciare violenze sessuali. Sono molto provato, è stata un’esperienza terribile», riferisce il parlamentare al suo arrivo a Fiumicino. Con il parlamentare è atterrato in Italia anche l’inviato del Fatto Quotidiano, Alessandro Mantovani. «Quando ci hanno portati sul container», rivela ancora il deputato, «gli israeliani ci hanno detto: “Welcome to Israe” e ci hanno picchiato. A me hanno dato un pugno in un occhio e per un po’ non ci ho più visto. Molte persone sono state portate in infermeria, alcuni erano messi molto male. A un certo punto ci hanno chiamato, ci hanno fatto avanzare, ci hanno fatto voltare. Avevano i mitra spianati: è stato il momento peggiore della mia vita».
Poi il racconto della cattura: «Gli israeliani sono arrivati a tutta velocità alla nostra barca con tre motoscafi militari e un dispiego di forze impressionante. Ci hanno costretto a salire su gommoni e portati su una nave, dove ci hanno scaraventati a terra, bendati e legati. Ho le ginocchia frantumate, ci hanno messo su di una balaustra di un centimetro, di traverso, con le mani legate, per poi portarci su una nave-carcere. Ci hanno umiliati, facendoci spogliare per prendere freddo e poi per mandarci in un container, una panic room, dove, al buio, tre energumeni ci hanno picchiato».
Mantovani aggiunge: «Ci trovavamo sulla barca, a un certo punto ci hanno sparato addosso non so con quale tipo di proiettili per farci mettere tutti nella parte anteriore. Quindi ci hanno fatto sbarcare: ammanettati e con le caviglie incatenate. Sono stato anche spogliato e mi hanno tolto gli occhiali. Ci hanno anche preso a calci. Eravamo circa 180». Grazie a un telefono messo a disposizione dall’ambasciata italiana, Mantovani ha potuto contattare la famiglia.
Il ministro israeliano della Sicurezza nazionale, Itamar Ben-Gvir, sorride soddisfatto: «Benvenuti in Israele, noi siamo i padroni di casa», dice in ebraico. Anche il ministro dei Trasporti, Miri Regev, li deride: «Attivisti ubriachi e drogati, sostenitori del terrorismo che tentano di violare la sovranità dello Stato d’Israele. Il loro posto è in carcere».
Ma le reazioni non si fanno attendere. Dopo le parole di sdegno del capo dello Stato, Sergio Mattarella, del premier Giorgia Meloni, che definisce questo comportamento «inaccettabile», e la convocazione dell’ambasciatore israeliano a Roma da parte del ministero degli Esteri, Antonio Tajani, lo stesso vicepremier ieri ha annunciato su X che «a nome del governo italiano ho formalmente chiesto all’Alto rappresentante Ue, Kaja Kallas, di includere nella prossima discussione dei ministri degli Esteri europei l’adozione di sanzioni contro il ministro Ben-Gvir “per la violazione dei più elementari diritti umani”». Sulla polemica dei biglietti aerei di ritorno degli attivisti Tajani taglia corto: «Così come potevano sono andati e così come potevano possono ritornare, non è quello il problema, non è lo Stato che deve pagare. Noi li abbiamo assistiti in tutti i modi possibili. Il problema è come sono stati trattati là».
La Procura di Roma ha anche aperto un’indagine acquisendo i video dove si vedono i partecipanti inginocchiati e derisi dal ministro Ben-Gvir. Il filmato finirà nel procedimento nel quale i magistrati allegheranno anche le audizioni dei 29 attivisti già rientrati in Italia che verranno ascoltati dagli inquirenti. Inoltre, il team legale della Flotilla ha presentato un esposto alla Procura di Roma in cui si ipotizza il reato di sequestro di persona.
L’ambasciatore israeliano a Roma, Jonathan Peled, cerca di mediare: «I fatti di ieri non rappresentano i principi e i valori d’Israele».
In tutto questo, la Farnesina fa sapere che negli ultimi due giorni l’Italia ha votato a favore di due risoluzioni sulle «condizioni sanitarie nel territorio palestinese occupato e nel Golan siriano», adottate a Ginevra durante la 79ª Assemblea Mondiale della Sanità. Quel che si chiede all’Oms è di sostenere il sistema sanitario palestinese, rivolgendo un appello a Israele affinché garantisca le operazioni umanitarie e protegga medici e infermieri.
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Ansa
Una serie centrata sulle storie delle persone, sui loro disagi e sul desiderio spesso acerbo e contraddittorio di paternità e maternità, tanto più quando alle spalle non ci sono legami profondi e coppie reali. Non è una passeggiata evitare il tranello manicheo di dividere i due (o più) sessi in buono e tossico. E non lo è nemmeno evitare di buttarla platealmente contro il governo delle destre, causa di tutti i mali, sebbene non si risparmi un generico passaggio sulla provenienza di molti pazienti italiani «da un Paese arretrato».
S’intitola In utero lo show in otto episodi su Hbo Max - rilasciati finora i primi due, uno a settimana - prodotta da Cattleya di Riccardo Tozzi e Paramount+ che doveva anche distribuirla ma l’ha tenuta ferma, cedendola infine alla piattaforma di Warner bros Discovery. Chissà, forse a causa del tema scabroso, trattato in modo non mainstream, come automaticamente ci si aspetta quando si parla di gestazione per altri o di gay aspiranti padri e madri. Certamente i sacerdoti della critica diranno che su questi argomenti è facile cedere al ricatto del contenuto. Ed è, effettivamente, un rischio che si può correre volentieri e in modo consapevole. In ogni caso, dal punto di vista estetico, è una serie creata da Margaret Mazzantini, scritta da Enrico Audenino, Teresa Gelli, Vanessa Picciarelli, diretta da Maria Sole Tognazzi e Nicola Sorcinelli e sostenuta da un cast in ottima forma. Tutti insieme mostrano di padroneggiare le sfumature del racconto oltre le trappole dell’ovvio, intarsiandolo di buoni dialoghi e screziature non banali, dalle parti sentimentali ai rapporti tormentati per la loro diversità e la sofferenza delle fecondità complicate, fino ai complessi snodi medico-scientifici. Una serie coraggiosa nell’avventurarsi oltre il medical drama, sui temi etici e dei diritti ma, come detto, sverniciandoli dell’enfasi Lgbtq+.
Al posto dei commissariati di polizia, delle agenzie dei servizi segreti e delle corsie d’ospedale, qui siamo in una clinica moderna ben arredata e intonata all’empatia, indispensabile per trattare con i pazienti che non devono essere chiamati clienti. Alla Creatividad di Barcellona, amministrata dalla pragmatica Teresa (Maria Pia Calzone), suo marito, il direttore sanitario Ruggero Gentile (Sergio Castellitto), si occupa del percorso delle coppie con l’aiuto dell’embriologo Angelo Salemi (Alessio Fiorenza), un trans uomo tendente a credere nei meriti della scienza («sì, la scienza, la scienza…», borbotta Gentile) e il sostegno dell’assistente ai pazienti Dora (Thony).
In questa clinica s’infila la sensibilità della Mazzantini e degli sceneggiatori per raccontare i «travagli» di persone colte in momenti di fragilità e di conflitto. Compreso quello tra marito e moglie, fondatori della Creatividad che combatte in tutti i modi la sterilità e che, paradossalmente, non hanno figli. Per di più, adesso, l’azienda comincia ad avere problemi di sostenibilità economica. Cerchiamo dei nuovi soci, propone lei al compagno riluttante. Ma quando gli presenta gli emissari di un gruppo olandese, Gentile dimentica la sua abituale empatia: «Io non finisco la mia carriera obbedendo alle case farmaceutiche. Ricordatelo». L’uomo è accentratore, votato alla professione, determinato a «fare felici tutti». Anche a costo di non essere totalmente trasparente. Quando arriva la richiesta di una «figlia della clinica» malata di leucemia che vuole trovare il donatore del seme per capire se è compatibile con il trapianto di midollo, il pathos prende a lievitare. Il donatore è lui stesso, ma la legge stabilisce che resti anonimo. Persino sua moglie ne è all’oscuro. Quanto a lui certi paletti cominciano a stargli stretti. Certi colloqui con i pazienti più determinati lo turbano. Alcuni principi, però, li ha chiari in mente. Alla ragazza lesbica che avanza pretese e non si mette in gioco ora che si scopre che la compagna non può essere madre, Gentile dice: «I figli sono un desiderio. Non sono né un diritto né un dovere. Non torni qui». Poi c’è la storia del trans e della sua relazione che scricchiola. Meglio distrarsi con Dora, siciliana come lui. Che, però, quando si accorge della sua transizione, ha un comprensibile momento di smarrimento. «Si sarà sentito umiliato e rifiutato, lasciatelo dire a me che sono gay», commenta l’avventura senza lieto fine il compagno di appartamento. E l’altra inquilina: «E che c’entra? Sono stata rifiutata anch’io che sono etero». Insomma, niente luoghi comuni e comode formule vittimistiche in questa storia. Con i tempi che corrono nella serialità, è un buon risultato, come lo è il trattamento problematico del diritto alla genitorialità a tutti i costi e, per esempio, finora, non c’è nessuno che consideri il piano B dell’adozione. Si aspetta la conferma del rinnovo per la seconda stagione. Ma sarebbe già cosa buona che una serie così trovasse una visibilità diversa da quella avuta da Portobello di Marco Bellocchio, sempre di Hbo Max, forse poco promossa a causa dell’imminenza del referendum sulla giustizia.
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La Corea del Sud ha messo a segno una performance che definire «stratosferica» è riduttivo. Il Kospi, l’indice azionario principale coreano, ha guadagnato l’85,6% in un anno, e c’è chi fra i pessimisti lo vede gigante dai piedi d’argilla, o meglio, di silicio. Oltre il 40% della capitalizzazione di mercato è infatti appeso al destino di due soli titoli: Samsung Electronics e SK Hynix. «Certo siamo di fronte a una concentrazione del rischio senza precedenti», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf, «Samsung che ha corso del +394% e SK Hynix del +800% in un anno. Questi non sono più semplici titoli azionari, sono diventati dei proxy dell’intelligenza artificiale globale. Il mercato sta scommettendo che la domanda di memorie Hbm (High Bandwidth Memory) non finirà mai anche se la storia insegna che il settore dei semiconduttori è ciclico per natura».
Ma c’è un altro motore che spinge Seul: la leva finanziaria. In Corea, i piccoli risparmiatori, soprannominati gaemi (formiche), stanno invadendo il mercato finanziando gli acquisti con il debito. I prestiti a margine hanno superato i 34 trilioni di won. Dall’altra parte del Mar del Giappone, il Nikkei ha toccato il massimo storico di 63.272 punti negli scorsi giorni. Qui la narrazione non è molto diversa: riforme della governance, trasparenza e l’emersione del valore dei vecchi conglomerati. Ma attenzione ai rendimenti: per l’investitore europeo, la valuta è stata la variabile discriminante.
«Il Giappone del 2026 è un mercato a due velocità» sottolinea sempre Gaziano, «dove chi ha investito con copertura del cambio (Eur Hedged) ha portato a casa rendimenti eccezionali, come il +137% del WisdomTree Japan. Chi invece è rimasto esposto allo Yen ha visto i propri guadagni falcidiati dalla svalutazione della moneta nipponica».
Nonostante la guerra in Medio Oriente, Giappone e Corea (nella storia non certo sempre amici) hanno sorpreso tutti non affondando sotto il peso del caro-petrolio. Fra le mosse messe in campo da queste nazioni anche una «diplomazia pragmatica» che sta portando in queste settimane alla creazione di una riserva petrolifera comune tra il premier nipponico Takaichi e il presidente coreano Lee Jae Myung per una riserva energetica comune per ridurre la dipendenza diretta dallo Stretto di Hormuz. «Titoli come Toyota, pur stimando cali di profitto per i costi delle materie prime, restano pilastri che il mercato non vuole mollare, grazie a bilanci che finalmente iniziano a premiare gli azionisti con dividendi e buyback», conclude l’esperto.
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Il presidente di Anafe Umberto Roccatti
Agli Stati Generali Adm il presidente Umberto Roccatti attacca le riforme europee su accise e liquidi aromatizzati: «Aumenti fino al 200%, così si favoriscono contrabbando online e mercato illegale». Nel mirino le direttive Ted e Tpd.
Le nuove strette europee sul vaping rischiano di mettere in crisi un settore che in Italia vale circa un miliardo di euro e occupa 50 mila persone. L’allarme arriva da Umberto Roccatti, intervenuto agli Stati Generali dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, dove ha criticato duramente le imminenti revisioni europee delle direttive Ted e Tpd.
Secondo il presidente di Anafe Confindustria, le proposte allo studio a Bruxelles rischiano di produrre un effetto opposto rispetto agli obiettivi dichiarati: meno gettito fiscale, crescita del mercato illegale e difficoltà sempre maggiori per le imprese regolari.
Nel mirino c’è soprattutto la revisione della direttiva Ted sulle accise. Roccatti parla di aumenti «insostenibili» per aziende e consumatori: oltre il 100% per i prodotti con nicotina e circa il 200% per quelli senza. Una stretta che, secondo Anafe, potrebbe riportare il settore alla situazione vissuta nel 2014, quando l’introduzione di una tassazione giudicata eccessiva provocò il crollo del mercato legale.
Il presidente dell’associazione ricorda che allora lo Stato incassò appena 3 milioni di euro contro i 107 previsti e che migliaia di piccole imprese furono costrette a chiudere, mentre gran parte del mercato finì nel contrabbando. Solo dal 2018, sostiene Anafe, il comparto avrebbe ritrovato una certa stabilità grazie a incrementi fiscali più graduali.
L’altra grande preoccupazione riguarda invece la possibile revisione della direttiva Tpd e il cosiddetto «flavour ban», cioè il divieto dei liquidi aromatizzati. Per Roccatti si tratterebbe di una misura «ideologica», destinata a colpire uno degli elementi centrali dei prodotti alternativi alle sigarette tradizionali. Secondo Anafe, gli aromi rappresentano infatti uno strumento importante per i fumatori adulti che cercano di abbandonare il tabacco classico. L’associazione sostiene inoltre che il divieto non risolverebbe il problema dell’accesso dei minori, già regolato da norme e sanzioni esistenti, mentre rischierebbe di far crollare il gettito fiscale legato al settore.
Nel suo intervento agli Stati Generali Adm, Roccatti ha poi puntato il dito contro il commercio illegale online. Il presidente di Anafe ha parlato di un vero e proprio «Far West digitale», alimentato soprattutto da vendite sui social network e da siti esteri che operano all’interno dell’Unione europea aggirando controlli e dogane.Da qui la richiesta al governo italiano di difendere il comparto nei tavoli europei e di concentrare maggiormente i controlli sui canali illegali, evitando – sostiene l’associazione – di scaricare n uovi oneri burocratici soltanto sugli operatori regolari presenti sul territorio.
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