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2022-12-14
L’uomo della Kaili vuota il sacco e l’Ue trema
Eva Kaili (Ansa)
Da quando è emersa la notizia che tra gli arrestati per il Qatargate ci sarebbe un pentito, nei corridoi del Parlamento europeo si respira un clima che ricorda quello che aleggiava nei palazzi del potere romani durante Mani pulite, con deputati e portaborse che si chiedono: «Chi sarà il prossimo?».
Hannah Neumann, eurodeputata dei Gruenen, gli ecologisti tedeschi (gruppo Verdi/Ale) si aspetta il peggio: «Temo che ce ne saranno altri. Basta guardare la cosa razionalmente: cosa ci fai con un eurodeputato? O provi con altre istituzioni, o devi provare con più eurodeputati. Con uno non ottieni niente». Una paura esternata dopo l’uscita della notizia che durante i primi interrogatori effettuati dall’Ufficio centrale per la repressione della corruzione, una delle quattro persone imputate ha parlato a lungo con gli inquirenti belgi. Tra gli arrestati il più accreditato per il ruolo che ai tempi di Tangentopoli fu di Mario Chiesa è Francesco Giorgi, già assistente dell’ex eurodeputato (eletto nelle liste del Pd) Antonio Panzeri, finito anche lui agli arresti venerdì scorso, insieme alla moglie e alla figlia, che sono in attesa di essere estradate. La Procura belga, interpellata al riguardo, non ha smentito la ricostruzione su Giorgi, che è anche il compagno dell’eurodeputata greca ed ex vicepresidente del Parlamento Eva Kaili, arrestata anche lei venerdì. L’uomo, che è stato il primo ad essere fermato dalla polizia belga, venerdì mattina e che aveva continuato a lavorare come assistente parlamentare per Andrea Cozzolino (non indagato), avrebbe reso lunghissime deposizioni agli inquirenti di Bruxelles, parlando per ore. Tanto che, secondo i media greci, Giorgi sarebbe un «fiume in piena», che avrebbe parlato per ore con il giudice, riempiendo pagine di verbale e rendendo necessario rinviare la seconda parte dell’interrogatorio. All’ex assistente di Panzeri ieri sono stati sequestrati 20.000 euro in contanti, rinvenuti nella sua abitazione di Abbiategrasso, in provincia di Milano.
L’operazione è stata eseguita dalla Gdf milanese in esecuzione di un ordine di investigazione europeo. Per il quotidiano belga L’Echo, durante le deposizioni rese dai quattro arrestati nei giorni scorsi, uno di loro avrebbe citato più volte il nome dell’eurodeputato Marc Tarabella. Il nome dell’italobelga, che al momento non risulta indagato, era già circolato nei giorni scorsi, dopo che le perquisizioni nell’ufficio di uno dei suoi assistenti, avevano portato gli investigatori ad allargare i controlli alla casa dell’eurodeputato, alla presenza della presidente dell’Europarlamento, Roberta Metsola. Nei giorni scorsi i media belgi hanno ricordato come Tarabella, inizialmente furioso per la designazione del Qatar come Paese ospitante dei Mondiali di calcio, si fosse ammorbidito notevolmente l’anno scorso, aumentando anche i suoi interventi a favore del Paese del Golfo, nel quale avrebbe effettuato anche diverse visite ufficiali. Tarabella ha commentato le indiscrezioni su di lui dicendo di non avere «nulla da nascondere», e di voler collaborare con le indagini, ma al Partito socialista belga non è bastato e il parlamentare ieri è stato sospeso. Nel frattempo, il conteggio delle somme in contante sequestrate è salito rispetto al 1.350.000 di euro ipotizzato a oltre un milione e mezzo. Molte delle banconote sono state trovate dalla polizia belga nel corso delle perquisizioni alle abitazioni di Panzeri e della Kaili, mentre circa 600.000 euro sono stati rinvenuti dagli investigatori belgi in un trolley con il quale il padre della donna, Alexandros Kaili, stava lasciando un albergo del centro di Bruxelles. Una mossa azzardata, che ha spalancato le porte al superamento dell’immunità parlamentare, che tutelava la figlia e la sua abitazione.
Le perquisizioni sono proseguite anche ieri, coinvolgendo per la prima volta l’apparato burocratico dell’Europarlamento. Lunedì sera infatti erano stati messi i sigilli all’ufficio di Michelle Rieu, capo unità all’Eurocamera la cui attività negli ultimi mesi è stata legata alla sottocommissione Diritti umani. Dopo aver effettuato la perquisizione del locale, i sigilli sono stati tolti ieri in tarda mattinata. Sarebbe stato perquisito (ma non sigillato) anche l’ufficio di un’altra capo unità, Petra Prossliner, che secondo il suo profilo Linkedin ha frequentato il liceo a Merano e si occupa di affari costituzionali. La donna è un tecnico di lungo corso delle istituzioni europee. Nel 2005 infatti aveva preparato, insieme all’ex europarlamentare italiana Monica Frassoni, un «dossier di valutazione del trattato che istituisce una costituzione per l’Europa», mentre nel 2012, si occupava delle relazioni con i Parlamenti nazionali. Nel pomeriggio di ieri sono stati sequestrati altri dieci uffici del Parlamento europeo. Oltre alla pista del Qatar gli inquirenti stanno approfondendo anche quella, indicata anche nei mandati di arresto della moglie e della figlia di Panzeri, della corruzione dell’ex eurodeputato da parte del Marocco. In quello di Silvia Panzeri, ricordano infatti che le due donne «sembrano essere pienamente consapevoli delle attività del marito e padre e hanno perfino partecipato al trasporto dei “doni” fatti in Marocco da Atmouna Abderrahim (non indagato, ndr), ambasciatore del Marocco in Polonia». I reati sono citati nella trascrizione di intercettazioni telefoniche, durante le quali la signora Panzeri ha commentato la consegna dei «doni», di cui sembra aver beneficiato in seguito».
La pista nordafricana è stata commentata ieri da un’ex collega a Bruxelles dell’uomo, la portoghese Ana Gomes. Che ha ricordato così i suoi scontri con Panzeri sul tema: «Il Marocco avrebbe finanziato Panzeri e compagni da tempo per vanificare le risoluzioni sul Western Sahara. Non riesco a contare le liti che abbiamo avuto su questi argomenti». Intanto la francese Manon leader di The Left cerca di sgonfiare la vicenda accusando gli avversari politici: «Il Qatargate è la punta dell’iceberg, Ppe e liberali vogliono mettere la polvere sotto il tappeto». Ma per Nicola Procaccini, eurodeputato di Fratelli d’Italia, per capire se altri suoi colleghi possano finire sotto la lente degli inquirenti di Bruxelles, basterebbe «andare a guardarsi gli interventi pubblici fatti dagli europarlamentari in difesa del Qatar rispetto a un’eventuale violazione dei diritti umani».
L’Aula destituisce il vicepresidente
Il Parlamento europeo ha approvato ieri la destituzione dalla carica di vicepresidente dell’eurodeputata greca Eva Kaili, arrestata nell’ambito dell’inchiesta sulle mazzette dal Qatar. L’Aula ha votato sì con la maggioranza di oltre due terzi (625 voti), come previsto dal regolamento. Un solo contrario e due astenuti. Il voto si è svolto per appello nominale sotto richiesta dei gruppi S&D, The Left e Id. Ha votato contro Mislav Kolakušic, croato dei non iscritti. Si sono invece astenuti l’olandese di Ecr, Dorien Rookmaker, e il tedesco di Id, Joachim Kuhs. Ora l’Aula dovrà eleggere un nuovo vicepresidente, che sarà ancora una volta esponente del gruppo dei Socialisti e democratici.
La decisione non è stata ancora presa, ma in molti sperano che l’incarico vada a Raphaël Glucksmann, eurodeputato francese, figlio del filosofo André . Il parlamentare, 43 anni, è autore di numerosi saggi, e rispetto ai Mondiali in Qatar le sue posizioni sono sempre state durissime: «Mondiali in Qatar. Dopo le Olimpiadi invernali in Cina», ha twittato lo scorso 9 ottobre, «Coppa del Mondo in Russia nel 2018. E prima i Giochi asiatici invernali in Arabia Saudita. La Fifa e il Cio, organizzazioni corrotte, ci rendono sempre complici di regimi criminali». Non solo, in passato aveva dichiarato: «Il fatto che l’estrema destra europea sia stata finanziata da Vladimir Putin è noto, ma non è l’unico. Dobbiamo avere il coraggio di portare alla luce tutti i casi di corruzione». La sua eventuale nomina sarebbe una vera e propria operazione d’immagine: mettere il duro anti Qatar al posto della donna accusata di accumulare mazzette.
I capigruppo di tutte le formazioni politiche del Parlamento europeo hanno diffuso una nota congiunta dopo il voto: «Siamo scioccati e profondamente preoccupati», hanno scritto, «per quanto accaduto e dalle rivelazioni sulla corruzione e l’influenza criminale nei processi decisionali all’Europarlamento. Inizia oggi, con la cessazione anticipata dall’incarico della vicepresidente coinvolta, un processo che continuerà con il rafforzamento delle norme sull’accesso ai suoi locali e sugli incontri. Garantiremo inoltre che il finanziamento di organizzazioni e persone con accesso al Parlamento sia completamente trasparente. Il Parlamento», aggiunge la nota, «continuerà a sostenere pienamente il lavoro della polizia e della magistratura per garantire che giustizia sia fatta». Dopo la votazione sulla decadenza della Kaili , si è svolto il dibattito sulla corruzione, in un’Aula desolatamente semivuota.
Per quel che riguarda l’ormai ex vicepresidente greca, ieri Eva Kaili, come riferito dall’Ansa, è stata trasferita nel carcere di Haren, alla periferia nordorientale di Bruxelles, non lontano dall’aeroporto internazionale di Zaventem. Si tratta di un penitenziario la cui costruzione è stata completata recentemente, per alleggerire il peso agli altri istituti della città, in particolare quello di St. Gilles e quello di Forest. Si tratta di un carcere che può accogliere oltre 1.100 detenuti e che tra i suoi ospiti annovera Salah Abdeslam, l’unico sopravvissuto del commando dei terroristi dell’attentato al Bataclan. La Procura belga non ha voluto confermare se anche gli altri tre arrestati - Antonio Panzeri, Francesco Giorgi e Niccolò Figà Talamanca - si trovino nella stessa struttura. Tutti e quattro dovranno comparire oggi davanti ai magistrati per la prima udienza preliminare. L’avvocato dell’ormai ex vicepresidente del Parlamento europeo Eva Kaili, Michalis Dimitrakopoulos, ha dichiarato al canale televisivo privato greco Open Tv che la sua assistita è «innocente»: «La sua posizione è di innocenza. Non ha nulla a che fare con le tangenti del Qatar», ha detto il legale.
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La deposizione fiume di Francesco Giorgi costringe i pm a stoppare l’interrogatorio. Manon Aubry (The Left): «È la punta di un iceberg». Sequestrati altri dieci uffici dell’Europarlamento, coinvolti anche i funzionari. Si indaga pure sui possibili pagamenti marocchini ad Antonio Panzeri.Con 625 voti, un contrario e due astenuti, l’Europarlamento ha rimosso la greca Eva Kaili La sinistra punta sul francese Raphaël Glucksmann, critico sui Mondiali, per rifarsi l’immagine.Lo speciale contiene due articoli.Da quando è emersa la notizia che tra gli arrestati per il Qatargate ci sarebbe un pentito, nei corridoi del Parlamento europeo si respira un clima che ricorda quello che aleggiava nei palazzi del potere romani durante Mani pulite, con deputati e portaborse che si chiedono: «Chi sarà il prossimo?». Hannah Neumann, eurodeputata dei Gruenen, gli ecologisti tedeschi (gruppo Verdi/Ale) si aspetta il peggio: «Temo che ce ne saranno altri. Basta guardare la cosa razionalmente: cosa ci fai con un eurodeputato? O provi con altre istituzioni, o devi provare con più eurodeputati. Con uno non ottieni niente». Una paura esternata dopo l’uscita della notizia che durante i primi interrogatori effettuati dall’Ufficio centrale per la repressione della corruzione, una delle quattro persone imputate ha parlato a lungo con gli inquirenti belgi. Tra gli arrestati il più accreditato per il ruolo che ai tempi di Tangentopoli fu di Mario Chiesa è Francesco Giorgi, già assistente dell’ex eurodeputato (eletto nelle liste del Pd) Antonio Panzeri, finito anche lui agli arresti venerdì scorso, insieme alla moglie e alla figlia, che sono in attesa di essere estradate. La Procura belga, interpellata al riguardo, non ha smentito la ricostruzione su Giorgi, che è anche il compagno dell’eurodeputata greca ed ex vicepresidente del Parlamento Eva Kaili, arrestata anche lei venerdì. L’uomo, che è stato il primo ad essere fermato dalla polizia belga, venerdì mattina e che aveva continuato a lavorare come assistente parlamentare per Andrea Cozzolino (non indagato), avrebbe reso lunghissime deposizioni agli inquirenti di Bruxelles, parlando per ore. Tanto che, secondo i media greci, Giorgi sarebbe un «fiume in piena», che avrebbe parlato per ore con il giudice, riempiendo pagine di verbale e rendendo necessario rinviare la seconda parte dell’interrogatorio. All’ex assistente di Panzeri ieri sono stati sequestrati 20.000 euro in contanti, rinvenuti nella sua abitazione di Abbiategrasso, in provincia di Milano.L’operazione è stata eseguita dalla Gdf milanese in esecuzione di un ordine di investigazione europeo. Per il quotidiano belga L’Echo, durante le deposizioni rese dai quattro arrestati nei giorni scorsi, uno di loro avrebbe citato più volte il nome dell’eurodeputato Marc Tarabella. Il nome dell’italobelga, che al momento non risulta indagato, era già circolato nei giorni scorsi, dopo che le perquisizioni nell’ufficio di uno dei suoi assistenti, avevano portato gli investigatori ad allargare i controlli alla casa dell’eurodeputato, alla presenza della presidente dell’Europarlamento, Roberta Metsola. Nei giorni scorsi i media belgi hanno ricordato come Tarabella, inizialmente furioso per la designazione del Qatar come Paese ospitante dei Mondiali di calcio, si fosse ammorbidito notevolmente l’anno scorso, aumentando anche i suoi interventi a favore del Paese del Golfo, nel quale avrebbe effettuato anche diverse visite ufficiali. Tarabella ha commentato le indiscrezioni su di lui dicendo di non avere «nulla da nascondere», e di voler collaborare con le indagini, ma al Partito socialista belga non è bastato e il parlamentare ieri è stato sospeso. Nel frattempo, il conteggio delle somme in contante sequestrate è salito rispetto al 1.350.000 di euro ipotizzato a oltre un milione e mezzo. Molte delle banconote sono state trovate dalla polizia belga nel corso delle perquisizioni alle abitazioni di Panzeri e della Kaili, mentre circa 600.000 euro sono stati rinvenuti dagli investigatori belgi in un trolley con il quale il padre della donna, Alexandros Kaili, stava lasciando un albergo del centro di Bruxelles. Una mossa azzardata, che ha spalancato le porte al superamento dell’immunità parlamentare, che tutelava la figlia e la sua abitazione. Le perquisizioni sono proseguite anche ieri, coinvolgendo per la prima volta l’apparato burocratico dell’Europarlamento. Lunedì sera infatti erano stati messi i sigilli all’ufficio di Michelle Rieu, capo unità all’Eurocamera la cui attività negli ultimi mesi è stata legata alla sottocommissione Diritti umani. Dopo aver effettuato la perquisizione del locale, i sigilli sono stati tolti ieri in tarda mattinata. Sarebbe stato perquisito (ma non sigillato) anche l’ufficio di un’altra capo unità, Petra Prossliner, che secondo il suo profilo Linkedin ha frequentato il liceo a Merano e si occupa di affari costituzionali. La donna è un tecnico di lungo corso delle istituzioni europee. Nel 2005 infatti aveva preparato, insieme all’ex europarlamentare italiana Monica Frassoni, un «dossier di valutazione del trattato che istituisce una costituzione per l’Europa», mentre nel 2012, si occupava delle relazioni con i Parlamenti nazionali. Nel pomeriggio di ieri sono stati sequestrati altri dieci uffici del Parlamento europeo. Oltre alla pista del Qatar gli inquirenti stanno approfondendo anche quella, indicata anche nei mandati di arresto della moglie e della figlia di Panzeri, della corruzione dell’ex eurodeputato da parte del Marocco. In quello di Silvia Panzeri, ricordano infatti che le due donne «sembrano essere pienamente consapevoli delle attività del marito e padre e hanno perfino partecipato al trasporto dei “doni” fatti in Marocco da Atmouna Abderrahim (non indagato, ndr), ambasciatore del Marocco in Polonia». I reati sono citati nella trascrizione di intercettazioni telefoniche, durante le quali la signora Panzeri ha commentato la consegna dei «doni», di cui sembra aver beneficiato in seguito».La pista nordafricana è stata commentata ieri da un’ex collega a Bruxelles dell’uomo, la portoghese Ana Gomes. Che ha ricordato così i suoi scontri con Panzeri sul tema: «Il Marocco avrebbe finanziato Panzeri e compagni da tempo per vanificare le risoluzioni sul Western Sahara. Non riesco a contare le liti che abbiamo avuto su questi argomenti». Intanto la francese Manon leader di The Left cerca di sgonfiare la vicenda accusando gli avversari politici: «Il Qatargate è la punta dell’iceberg, Ppe e liberali vogliono mettere la polvere sotto il tappeto». Ma per Nicola Procaccini, eurodeputato di Fratelli d’Italia, per capire se altri suoi colleghi possano finire sotto la lente degli inquirenti di Bruxelles, basterebbe «andare a guardarsi gli interventi pubblici fatti dagli europarlamentari in difesa del Qatar rispetto a un’eventuale violazione dei diritti umani».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/uomo-kaili-vuota-sacco-ue-2658960277.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="laula-destituisce-il-vicepresidente" data-post-id="2658960277" data-published-at="1670966418" data-use-pagination="False"> L’Aula destituisce il vicepresidente Il Parlamento europeo ha approvato ieri la destituzione dalla carica di vicepresidente dell’eurodeputata greca Eva Kaili, arrestata nell’ambito dell’inchiesta sulle mazzette dal Qatar. L’Aula ha votato sì con la maggioranza di oltre due terzi (625 voti), come previsto dal regolamento. Un solo contrario e due astenuti. Il voto si è svolto per appello nominale sotto richiesta dei gruppi S&D, The Left e Id. Ha votato contro Mislav Kolakušic, croato dei non iscritti. Si sono invece astenuti l’olandese di Ecr, Dorien Rookmaker, e il tedesco di Id, Joachim Kuhs. Ora l’Aula dovrà eleggere un nuovo vicepresidente, che sarà ancora una volta esponente del gruppo dei Socialisti e democratici. La decisione non è stata ancora presa, ma in molti sperano che l’incarico vada a Raphaël Glucksmann, eurodeputato francese, figlio del filosofo André . Il parlamentare, 43 anni, è autore di numerosi saggi, e rispetto ai Mondiali in Qatar le sue posizioni sono sempre state durissime: «Mondiali in Qatar. Dopo le Olimpiadi invernali in Cina», ha twittato lo scorso 9 ottobre, «Coppa del Mondo in Russia nel 2018. E prima i Giochi asiatici invernali in Arabia Saudita. La Fifa e il Cio, organizzazioni corrotte, ci rendono sempre complici di regimi criminali». Non solo, in passato aveva dichiarato: «Il fatto che l’estrema destra europea sia stata finanziata da Vladimir Putin è noto, ma non è l’unico. Dobbiamo avere il coraggio di portare alla luce tutti i casi di corruzione». La sua eventuale nomina sarebbe una vera e propria operazione d’immagine: mettere il duro anti Qatar al posto della donna accusata di accumulare mazzette. I capigruppo di tutte le formazioni politiche del Parlamento europeo hanno diffuso una nota congiunta dopo il voto: «Siamo scioccati e profondamente preoccupati», hanno scritto, «per quanto accaduto e dalle rivelazioni sulla corruzione e l’influenza criminale nei processi decisionali all’Europarlamento. Inizia oggi, con la cessazione anticipata dall’incarico della vicepresidente coinvolta, un processo che continuerà con il rafforzamento delle norme sull’accesso ai suoi locali e sugli incontri. Garantiremo inoltre che il finanziamento di organizzazioni e persone con accesso al Parlamento sia completamente trasparente. Il Parlamento», aggiunge la nota, «continuerà a sostenere pienamente il lavoro della polizia e della magistratura per garantire che giustizia sia fatta». Dopo la votazione sulla decadenza della Kaili , si è svolto il dibattito sulla corruzione, in un’Aula desolatamente semivuota. Per quel che riguarda l’ormai ex vicepresidente greca, ieri Eva Kaili, come riferito dall’Ansa, è stata trasferita nel carcere di Haren, alla periferia nordorientale di Bruxelles, non lontano dall’aeroporto internazionale di Zaventem. Si tratta di un penitenziario la cui costruzione è stata completata recentemente, per alleggerire il peso agli altri istituti della città, in particolare quello di St. Gilles e quello di Forest. Si tratta di un carcere che può accogliere oltre 1.100 detenuti e che tra i suoi ospiti annovera Salah Abdeslam, l’unico sopravvissuto del commando dei terroristi dell’attentato al Bataclan. La Procura belga non ha voluto confermare se anche gli altri tre arrestati - Antonio Panzeri, Francesco Giorgi e Niccolò Figà Talamanca - si trovino nella stessa struttura. Tutti e quattro dovranno comparire oggi davanti ai magistrati per la prima udienza preliminare. L’avvocato dell’ormai ex vicepresidente del Parlamento europeo Eva Kaili, Michalis Dimitrakopoulos, ha dichiarato al canale televisivo privato greco Open Tv che la sua assistita è «innocente»: «La sua posizione è di innocenza. Non ha nulla a che fare con le tangenti del Qatar», ha detto il legale.
Getty Images
Siamo in Valsesia, meta di trekking ad alta quota e di escursioni a piedi o in mountain-bike fra i boschi, in un territorio che per l’abbondante vegetazione molti considerano la «valle più verde» d’Italia. Ma qui c’è molto più della natura. Questa è stata, e per certi aspetti è ancora, la terra dei Walser: l’antica popolazione di lingua germanica dell’alto Vallese che, a partire dal 1200, attraversò le Alpi alla ricerca di nuovi pascoli, nuove terre da coltivare, nuove opportunità di vita comunitaria.
«Pensiamo al Medioevo come a qualcosa di estraneo alla montagna, invece in Europa è stato un periodo di grandi spostamenti e migrazioni. A quel tempo le valli svizzere cominciavano ad essere molto popolate e i Walser, che di animo erano un po’ nomadi, decisero di spostarsi verso sud, stabilendosi in questi luoghi che sopra i 1.100 metri di quota erano disabitati». A raccontare la storia di come i Walser cambiarono il destino della valle è Davide Zambrino, guida ambientale-escursionistica dell’hotel NH Collection Alagna Mirtillo Rosso in località Riva Valdobbia, ai piedi di Alagna. Arrivando, lo riconosci subito: è un mosaico di quattro grandi chalet (per un totale di 56 camere) ispirati all’architettura walser, di proprietà della famiglia Ponti - quella dell’aceto - oggi sotto il cappello del brand NH Collection Hotels & Resorts, parte del gruppo Minor Hotels (www.minorhotels.com). Un hotel innovativo fin dall’apertura, nel 2015, per via della filosofia eco-sostenibile che sposa i criteri della bioedilizia, con pareti in legno, rivestimenti coibentati, pannelli solari, il recupero dell’acqua piovana. «Nel rispetto dell’ambiente, chiediamo agli ospiti se vogliono rinunciare alla pulizia quotidiana della camera, in cambio di un drink omaggio. E al ristorante Biancospino lo chef Omar Bonecchi utilizza prevalentemente prodotti bio e sostenibili, con grande attenzione ai piccoli produttori del territorio», precisa il direttore Stefano Cerutti.
La vocazione dell’hotel è decisamente family, ma non mancano spazi riservati alle coppie, come la spa di 300 mq (accanto a quella di poco più grande destinata alle famiglie), con piscina interna ed esterna, la vasca di galleggiamento, la sauna, il bagno turco e le cabine per massaggi al profumo di montagna. Anche le escursioni in compagnia di Davide Zambrino sono a misura di ospite: «Organizziamo passeggiate facili per le famiglie e camminate più impegnative fino alle alte vette, al confine fra Piemonte e Valle d’Aosta».
Fra le camminate impegnative, la più famosa è quella al rifugio Margherita, il più alto d’Europa, accoccolato a 4.554 metri di quota sulla vetta della Punta Gnifetti, nel gruppo del Monte Rosa. Ci si arriva per gradi: il primo pezzo è facile, con gli impianti del Monterosa Ski fino a quota 3.300 metri. Poi si cammina fino alla Capanna Gnifetti, chiamata così in onore di Giovanni Gnifetti, il parroco-alpinista di Alagna che, nel XIX secolo, fu fra i primi a scalare quelle montagne. All’ultimo tratto, la salita al rifugio Margherita, una volta all’anno si aggiunge il direttore Cerutti, grande appassionato di montagna, per condividere con i suoi ospiti l’incanto di quell’orizzonte increspato di roccia e di neve. Una meraviglia che richiede passione e un po’ di allenamento. Al contrario, la scoperta delle antiche frazioni Walser di Alagna, è alla portata di tutti. «Consiglio di partire da Pedemonte, perché è lì che sono arrivati i primi Walser, come ci racconta il museo a loro dedicato nel cuore del paese», continua Davide Zambrino. Il museo, altro non è che un piccolo nucleo di case dell’antico popolo vallese, identiche a quando furono costruite, con le pareti in pietra e in legno, i grandi ballatoi esterni, il solaio dove si raccoglieva il fieno, i letti con il materasso di foglie di faggio secco rivestito di canapa.
Un’altra escursione da non perdere è al Sacro Monte di Varallo, struttura immensa che domina dall’alto l’imbocco della valle. «I villaggi Walser sono una poesia delicata, il Sacro Monte è un capolavoro imponente di arte e spiritualità, in un luogo di grande suggestione», conclude la guida. Non a caso, l’Unesco l’ha dichiarato Patrimonio mondiale dell’umanità.
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Le città di pianura @Lucky Red
Per la lagna di Matilda De Angelis sull’impoverimento intellettuale eccetera. Per gli svarioni di Valeria Bruni Tedeschi, ignara dei fondamenti nel tragico Ventennio delle grandi istituzioni cinematografiche italiane. E per i proclami di Lino Musella e i moniti di Rosella Pastorino, autrice di Le assaggiatrici («Si può essere colpevoli per inerzia») che vorrebbero trasporre nel presente la pedagogia resistenziale e antinazista. Non solo per tutto questo che, pure, è già abbastanza per abbatterli.
Anche per altro, molto altro. Da rivedere potrebbe essere il regolamento del premio, reso noto nell’imminenza dell’assegnazione e rimasto tuttora opaco. Da abbattere, appunto, per poi ricostruire è la composizione della giuria. Che stabilisce un circolo di prestigio, non l’unica delle incongruenze di questo sistema autoreferenziale come ha notato Ciak, la bibbia della materia in questione. Una giuria nella quale si entra versando un canone di 90 euro. E, a proposito di conflitti di interesse, una giuria nella quale ci sono tutti gli attori e le attrici, i registi, gli sceneggiatori e i produttori italiani del circoletto. Fate un nome, uno qualsiasi, e lo troverete. Roberto Benigni, Walter Veltroni, Stefano Accorsi, Valeria Golino, Nanni Moretti, Marco Bellocchio, Gianni e Giampaolo Letta, Sabrina Ferilli, Paolo Sorrentino, Ferzan Ozpetek, Silvio Soldini e Gianni Amelio, Aurelio De Laurentiis, Alba e Alice Rohrwacher, non solo un componente, ma intere famiglie dal cognome celebre. Mi fermo, la lista è infinita, oltre 1.600 persone da Abatantuono Diego a Zurolo Davide. Si fa prima a dire chi non c’è: Pupi Avati, per esempio. E Luca Medici e Gennaro Nunziante. Assenze significative. Per il resto, si premiano e si autopremiano. Con l’eccezione di Francesco Sossai, forse troppo periferico, il regista di Feltre travolto da otto David con il suo film outsider che ha sbaragliato i più accreditati Paolo Sorrentino e Luca Guadagnino, portandosi a casa le statuette per miglior film, regia, sceneggiatura, attore (Sergio Romano), brano originale, eccetera.
Non l’avevo visto Le città di pianura quand’era uscito qualche mese fa perché avevo intuito di che cosa si trattasse. Sono veneto, originario di Treviso, la città dove ora vive Sossai, e sono grato alla mia terra, alle mie strade e ai miei borghi. E avevo intuito che in quest’opera dominava un nichilismo neanche tanto camuffato. Una dispersione confinante con la disperazione. La filosofia dell’ultimo bicchiere di due spiantati. Dopo la messe di David sono andato a vederlo per capire se sono vittima di un pregiudizio. E se c’è un motivo valido per ignorare La grazia di Sorrentino oltre a quello accennato su X da Antonio Polito, cioè che è stato Sergio Mattarella con la grazia concessa a Nicole Minetti a farlo bocciare in tutte le sue 14 candidature. E dopo aver visto il film di Sossai, ho concluso che no, non c’è: il provvedimento di clemenza diramato dal capo dello Stato che, pure, ha ricevuto tutto il cinema italiano al Quirinale, è diventato ingombrante anche per il film del nostro ultimo premio Oscar.
Dunque, Le città di pianura è la storia formalmente ben raccontata di una gigantesca negazione. Una negazione consapevole e ribadita. È il Veneto dei non luoghi, caselli autostradali, autogrill, parcheggi sotto le tangenziali, case viste di sguincio, spesso sgangherate, capannoni, garage, osterie dove la gente indossa cappelli da cow boy per gli addii al nubilato, campielli veneziani deserti e dove anche uno degli aeroporti di Venezia si trova appena fuori Treviso e la stessa Venezia è una fondamenta periferica. Un Veneto dall’urbanistica sconclusionata, metafora di vite sgangherate e fatiscenti. Perché, ovviamente, quello di Sossai è un film sull’esistenza persa dispersa e perdente.
L’unico posto strutturato è il Memoriale Brion, ovvero il non cimitero, il «complesso funebre» di Carlo Scarpa, il grande architetto morto in Giappone. Un altro tassello dell’anticartolina perlustrata da due antiprotagonisti. Due che si trascinano e sopravvivono senza meta. Due erranti. Tutto accompagnato da una musica minimal country, chitarra e armonica, come in un west americano, ma desolato e desolante. Si vaga di giorno e di notte, senza fuso orario, per bere l’ultimo bicchiere, birra o gin tonic più che vino e anche questo è un controsenso, una negazione storica. Si vaga nella pianura cancellata dalla grande pittura che privilegia le montagne e la laguna, mentre invece è anch’essa piena di storia e di piccole patrie, che Sossai depenna per dipingere il suo affresco della sconfitta. C’è un segreto della vita e del mondo che i due antiprotagonisti inseguono per tutto il film, non se lo ricordano, perso nei fumi dell’alcol e delle piccole truffe con cui la sfangano. Un segreto che riemerge alla fine, con una discreta trovata di sceneggiatura e regia. L’unico vero colpo d’ala della trama. Ma è un colpo d’ala alla rovescia e si esce intristiti dalla sala. Perché, ahimè, l’assenza di fellinismi e di estetismi neorealisti non basta certo a farne un capolavoro.
Mi spiace, il mio pregiudizio ha trovato conferma. E anche la diagnosi di Sergio Castellitto.
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Richard Hawkins (Getty Images)
Ma mentre Veltroni arriva alle conclusioni di Veltroni - e meno male che non è arrivato a quelle di Corrado Augias, già in passato in difficoltà con alcune mail - il genetista Richard Dawkins, in una sorta di ebbrezza dionisiaca provocata dalle gratificazioni che Claude gli elargisce, prorompe ammettendo che l’IA ha «una coscienza».
La questione non è affatto secondaria perché Dawkins ha dedicato la propria vita alla riduzione della coscienza umana a epifenomeno di una macchina genetica, in particolare con Il gene egoista del 1976. Non solo, in realtà si può sostenere che tutto il pensiero di Dawkins non stesse aspettando altro che l’incontro con un’IA basata sul Large language model per confermare le proprie tesi. Secondo Dawkins, pensatore di riferimento per tutto il materialismo darwinista di fine Novecento, i geni non sarebbero altro che «replicatori egoisti» e gli organismi «semplici macchine di sopravvivenza» prive di scopo intrinseco. Il comportamento complesso ci appare come intelligente ma nasce in realtà da algoritmi ciechi e inconsci frutto della selezione naturale: non serve una mente o una coscienza al livello del gene o dell’organismo per spiegare le dighe dei castori, la danze delle api, l’altruismo e, soprattutto, la trascendenza e l’idea di Dio.
La coscienza umana altro non sarebbe che un prodotto tardivo e misterioso dell’evoluzione cerebrale, priva di qualsiasi addentellato spirituale e di intenzionalità; un banale fenomeno emergente da processi fisici: in pratica Dawkins ha sempre teorizzato che gli organismi funzionino come una sorta di Large language model. Appare così paradossale che lo scrittore de L’illusione di Dio, una volta trovatosi di fronte a ciò che può servire a rafforzare tutto il proprio impianto teorico, si metta a parlare proprio di ciò che ha cercato di confutare per tutta la vita: la coscienza. Ma, forse, non siamo di fronte a un’occasione persa bensì allo smascheramento dell’ossessione antispirituale come reale obiettivo teorico del materialismo darwinista. Forse per tutta la corrente teorica che si è presentata per decenni come la nuova, grande e vera religione scientista, la vera depositaria della verità ultima sulla vita, il fine non è mai stato descrivere la realtà bensì attaccare l’idea di trascendenza, di spiritualità e di Dio.
Se uno scienziato, di fronte alla coscienza umana, ribadisce incessantemente che si tratta solo di un meccanismo ma di fronte ad una macchina che simula una coscienza ammette la plausibilità della coscienza, allora la costante teorica è la volontà di impedire che la coscienza possa essere segno di trascendenza. In sostanza Dawkins, di fronte a ciò che simula una coscienza, ammette di poterla riconoscere come tale perché sa di essere di fronte a un Llm, ma quando si è trovato di fronte a una coscienza umana si è sempre visto costretto a negarne l’esistenza proprio perché non poteva esimersi dal riconoscerne la natura spirituale. E non è un caso se in questi giorni i principali esponenti dello scientismo ateista, da Sam Harris a Daniel Dennett, stiano gridando al crimine di «leso woke» a proposito del dialogo tra Dawkins e Claude: se l’ateo più rigoroso concede la coscienza a un algoritmo, crolla il monopolio materialista sulla spiegazione del mondo.
L’IA emerge, dunque, come specchio dell’inestinguibile nostalgia degli atei per Dio: gli eredi di quell’Illuminismo che dichiarò Dio un’illusione dalla quale liberarsi non riescono a vivere senza un sostituto divino e quando trovano un «automa sapiente» che simula la coscienza, riesplode tutta la loro nostalgia per qualcosa che vada oltre, che fornisca significato, che getti una luce calda sul gelo di cui si sono contornati, ma per farlo vogliono la garanzia di non star parlando di Dio quanto di un neutro meccanismo, il tutto per avere la garanzia di non trasgredire il dogma della religione che impone loro di non alzare mai la testa verso il cielo.
A partire dal positivismo ingenuo sino al behaviorismo ed al funzionalismo, il Novecento ha sempre tentato di dissolvere la coscienza nella computazione per dover tuttavia giungere a constatare che la computazione dell’IA generativa in realtà non dissolve nulla, riproduce solo la forma esteriore della coscienza umana e del suo pensiero e costringe i materialisti a reintrodurre surrettiziamente il termine «coscienza»: Dawkins può riconoscere in Claude una coscienza perché Claude sta simulando quella umana. D’altra parte, se la coscienza è un algoritmo selettivo allora anche i diritti umani lo sono: la dignità, la libertà, la giustizia sociale diventano tutte etichette utili ma arbitrarie, termini che riportano, dopo quasi tre secoli, all’origine kantiana del paradosso: la fonte del valore non può trovarsi nel valore stesso, c’è sempre bisogno di un «di più» al quale riferirsi. Dopo un po’ che parli con Claude, questa cosa ti scappa.
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Una terra molto diversa, sconfinata, abitata da strani esseri (ci vollero circa una cinquantina di anni, e pagine e pagine di discussioni sulla loro natura, affinché gli indios fossero riconosciuti come «veri uomini», dunque dotati di pieni diritti e non riducibili in schiavitù). Pochi anni dopo, nel 1516, Tommaso Moro (poi martire e santo) inventò il termine «utopia», giocando su una possibile doppia etimologia greca: «non-luogo» o «buon luogo». E non è un caso che, proprio in quel periodo, nella cultura occidentale si insinuò l’idea che fosse possibile ripartire da zero, costruire un «mondo nuovo», più giusto e più libero. Per Moro era il tratteggio di uno Stato ideale, ma per molti fu la speranza, al di là degli esiti, di un «altrove» esistente, una nuova terra appena scoperta. E la rottura di una gabbia ideologica che aveva, nel tardo Medioevo, forse un po’ soffocato il mondo in un sistema di pensiero - benché straordinario - come quello scolastico.
Nemmeno può essere un caso, dunque, che gli Stati Uniti, nazione nata dall’incontro di avventurieri e immigrati in cerca di fortuna, siano diventati i grandi produttori globali di narrazioni sugli alieni (dal latino «altrui», ma anche «estraneo») e sull’ignoto, a volte sotto il segno della minaccia a volte sotto quello della curiosità e del mistero. Anche altre culture, naturalmente, hanno raccontato mondi altri, con forme di vita extraterrestri, ma è nella natura stessa degli Stati Uniti una tensione a scoprire e colonizzare l’ignoto. Sono gli Usa la patria di Star Wars, di Et e Isaac Asimov, solo per citarne alcuni. È evidente che queste storie toccano corde profonde dell’inconscio collettivo americano, rinnovano uno slancio originario. Ecco perché, forse, l’amministrazione Maga ha deciso di desecretare i file governativi relativi «alla vita aliena ed extraterrestre, ai fenomeni aerei non identificati (Uap) e agli oggetti volanti non identificati (Ufo)» (Donald Trump, 19 febbraio 2026, su Truth). Per alcuni si tratta del solito vecchio espediente, cioè distrarre la popolazione dai fallimenti del governo, ma sicuramente per gli americani - e non solo - è un tema che va a sollecitare le fibre più intime.
Venerdì il ministero della Guerra ha rilasciato la prima tranche di file. Si tratta di documenti - report, immagini, filmati, audio - che arrivano fino agli anni recenti ma partono già dal 1947. Per esempio, la registrazione delle comunicazioni aria-terra durante il volo della missione Gemini 7. L’astronauta Frank Borman riferisce al centro di controllo missione Nasa a Houston, il 5 dicembre 1965, di aver avvistato un oggetto non identificato che ha chiamato «bogey». Durante lo scambio, Borman descrive tre elementi: il booster (il razzo che ha portato la navicella in orbita), centinaia di piccole particelle e, appunto, un terzo oggetto non identificato.
Una foto della superficie lunare vista dal sito di allunaggio dell’Apollo 12, quindi nel 1969, presenta fenomeni visibili non identificati sopra l’orizzonte. Nel debriefing dell’Apollo 11, reso pubblico per la prima volta dopo quasi 60 anni, l’astronauta Buzz Aldrin descrive la vista di un oggetto «di dimensioni considerevoli» vicino alla superficie lunare e una fonte di luce così intensa da sembrare un laser.
Tra i file figurano video ripresi da sensori militari in diverse aree del mondo. Uno mostra un oggetto a forma di «pallone da football» avvistato nel Mar Cinese Orientale nel 2022, ma in molti altri filmati si vedono «puntini» che si muovono in modo erratico sopra Iraq, Siria ed Emirati Arabi Uniti negli ultimi anni. Il Comando centrale degli Stati Uniti ha inviato un rapporto su un fenomeno anomalo non identificato ripreso in cinque secondi di filmato da un sensore a infrarossi installato su una piattaforma militare a maggio del 2022. Nel video, un oggetto simile a un missile attraversa lo schermo per pochi secondi a velocità molto sostenuta. «I lettori non devono interpretare alcuna parte di questa descrizione come un giudizio analitico, una conclusione investigativa o una determinazione fattuale riguardo alla validità, natura o rilevanza dell’evento descritto», si legge in fondo al commento del filmato. Eppure, evidentemente, gli esperti Oltreoceano non riescono a spiegare il fenomeno.
Tra i file c’è anche una foto elaborata dall’Fbi che ricrea i resoconti concordanti di testimoni oculari del settembre 2023 riguardanti un apparente oggetto metallico di colore bronzo a forma ellissoidale, lungo tra i 130 e i 195 piedi, che si materializzò da una luce brillante nel cielo e scomparve istantaneamente. In generale, non vi è alcunché di inequivocabile, ed è anzi verosimile che la maggior parte le anomalie registrate dalle videocamere abbiano spiegazioni plausibili da parte degli addetti ai lavori.
Si tratta, comunque, solo della prima tranche: altri rilasci avverranno nei prossimi mesi, in quello che è un immaginario senz’altro molto americano, capace però di affascinare anche il Vecchio continente. E che forse riflette, oggi come allora, un po’ l’archetipo del cercatore/esploratore (antico almeno quanto Ulisse), un po’ la possibilità di un’evasione. E forse anche la speranza, attraverso l’incontro con l’Altro, di scoprire qualcosa di più su noi stessi.
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