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2026-01-07
Giù il prezzo del petrolio e l’inflazione. Il piano Trump può far male a Mosca
La mossa statunitense del 3 gennaio scorso, con la messa sotto tutela del grande serbatoio di petrolio venezuelano, non muta il quadro di una corsa alle materie prime che prosegue e proseguirà. All’apertura del mercato il prezzo del petrolio non ha avuto particolari scossoni, restando attorno ai 61-62 dollari al barile. Del resto, nel breve e anche medio termine nulla cambia. L’operazione americana è in chiave strategica e riguarda ciò che è stato chiarito nel documento sulla Strategia per la sicurezza nazionale resa nota da Washington a novembre 2025: un allineamento completo di tutto l’emisfero occidentale alle necessità strategiche degli Stati Uniti. A molti non piacerà, ma è quanto Donald Trump ha dichiarato di voler fare, in un documento molto citato ma poco compreso. Dalla Terra del Fuoco alla Groenlandia, l’intenzione di Washington è di avere il controllo delle relazioni diplomatiche, delle risorse e delle frontiere di tutto il continente americano. Non è una impresa di poco conto, ma Trump sta andando molto velocemente e l’azione in Venezuela rappresenta un’accelerazione.
Quanto alle risorse, per restare al Venezuela, il petrolio disponibile è tanto ma la produzione scarsa, meno dell’1% della domanda mondiale. Ebbene, questo rappresenta un vantaggio, perché nessuno oggi ha bisogno di più petrolio dal Venezuela, essendoci già un eccesso di offerta mondiale. Ulteriori quantitativi che arrivassero sul mercato oggi abbatterebbero i prezzi a livelli insostenibili per molte aziende dello shale statunitense, già vicine alla sofferenza ai prezzi attuali. Possiamo a questo punto introdurre una distinzione tra prezzo e valore, grazie alla celebre frase di Warren Buffet: il prezzo è ciò che paghi, il valore è ciò che ottieni. In effetti, il valore delle riserve venezuelane (per quanto probabilmente sovrastimate) è alto perché il loro sfruttamento potrà cominciare a dare i propri frutti dal 2029 in avanti, proprio quando la produzione interna statunitense subirà un prevedibile calo, dovuto all’esaurimento dei terreni disponibili al fracking nel bacino del Permiano.
Quello che Trump sta cercando è un difficile equilibrio tra il prezzo del petrolio, che vorrebbe basso in modo da non alimentare l’inflazione in patria, e le esigenze di profitto delle compagnie petrolifere, che sotto un certo prezzo del greggio non hanno motivo di produrre e creare abbondanza di risorsa. Ecco perché gli Usa hanno bisogno di trovare spazio per nuove perforazioni, in sostituzione di ciò che si va esaurendo nel sottosuolo nazionale, e di assumere il controllo di riserve strategiche per modularne lo sfruttamento.
Se si parla di Groenlandia e di Iran, poi, nel primo caso si parla di materie prime come terre rare leggere e pesanti (neodimio, praseodimio, disprosio, terbio), uranio, zinco, ferro, rame, nichel, cobalto, molibdeno, oro. Nel secondo caso, l’Iran, si parla invece ancora di petrolio. Ebbene, uno sfruttamento intensivo del territorio groenlandese prenderà comunque molto tempo, anche se si arrivasse rapidamente a un accordo amichevole tra le parti. Tuttavia, anche in questo caso sarà il prezzo, con tutto ciò che questo incorpora (aspettative, volumi, valore), a dare un’indicazione dell’efficacia dell’azione trumpiana, volta a consolidare il continente americano.
Nel caso dell’Iran, si tratterebbe soprattutto di avere il controllo della produzione in modo da modulare i prezzi ed evitare che le cospicue riserve iraniane finiscano troppo rapidamente sul mercato, abbattendo i prezzi sotto la soglia vitale di 50 dollari al barile. Questo dovrebbe essere infatti il livello obiettivo di prezzo per il petrolio nei piani della Casa Bianca. A quei livelli il danno sarebbe soprattutto alla Russia, che già vende il suo greggio con un forte sconto rispetto alla media di mercato. Se la manovra di Trump non dovesse riuscire, e i prezzi salissero per un blocco dell’offerta, a farne le spese sarebbe l’Europa, inerte price-taker. Sarà dunque il prezzo a stabilire vincenti e perdenti nella scommessa trumpiana.
L’attonita Europa, nel frattempo, balbetta incredula senza riuscire ad articolare un pensiero, avendo annacquato in una poltiglia inconsistente chiamata Ue le poche posizioni politiche e diplomatiche che poteva proporre quando a parlare erano i governi. Come si legge nel documento sulla Strategia per la sicurezza nazionale, l’Europa si è condannata al declino e gli Stati Uniti temono che molti Paesi europei non avranno più economia e capacità militare per essere alleati affidabili. È vero e la dimostrazione si ha in molti campi. Il ritardo europeo sul dossier delle materie prime, ad esempio, è enorme e difficilmente potrà essere colmato. A guidare le danze saranno i blocchi contrapposti che si stanno costituendo, da una parte gli Usa, dall’altra la Cina.
Mettere in fila i diversi elementi che compongono l’azione di Trump è operazione non facile, ma possiamo farci aiutare da una bussola che difficilmente sbaglia: il prezzo. Sempre tenendo presente ciò che esso rappresenta in concreto. Altrimenti, avrà avuto ragione Oscar Wilde nel dire che la gente conosce il prezzo di tutto e il valore di niente.
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L’azione in Venezuela del tycoon punta a far calare a 50 dollari al barile le quotazioni del greggio (per ora stabili intorno ai 61). Senza colpire le compagnie americane. In caso contrario a pagare il conto sarà l’Ue.Circola una frase apocrifa che dice: il prezzo è ciò che il compratore più sciocco è disposto a pagare. Se è così, ieri sul mercato vi erano moltissimi sciocchi. Sul mercato di Londra il rame ha fatto segnare un nuovo record, superando i 13.300 dollari per tonnellata (+1,7%). Lanciatissimi anche palladio e nichel, rispettivamente +5,7% e +10%. In effetti sono saliti tutti i metalli industriali (unica eccezione lo stagno, -3,75%) e anche i preziosi.La mossa statunitense del 3 gennaio scorso, con la messa sotto tutela del grande serbatoio di petrolio venezuelano, non muta il quadro di una corsa alle materie prime che prosegue e proseguirà. All’apertura del mercato il prezzo del petrolio non ha avuto particolari scossoni, restando attorno ai 61-62 dollari al barile. Del resto, nel breve e anche medio termine nulla cambia. L’operazione americana è in chiave strategica e riguarda ciò che è stato chiarito nel documento sulla Strategia per la sicurezza nazionale resa nota da Washington a novembre 2025: un allineamento completo di tutto l’emisfero occidentale alle necessità strategiche degli Stati Uniti. A molti non piacerà, ma è quanto Donald Trump ha dichiarato di voler fare, in un documento molto citato ma poco compreso. Dalla Terra del Fuoco alla Groenlandia, l’intenzione di Washington è di avere il controllo delle relazioni diplomatiche, delle risorse e delle frontiere di tutto il continente americano. Non è una impresa di poco conto, ma Trump sta andando molto velocemente e l’azione in Venezuela rappresenta un’accelerazione.Quanto alle risorse, per restare al Venezuela, il petrolio disponibile è tanto ma la produzione scarsa, meno dell’1% della domanda mondiale. Ebbene, questo rappresenta un vantaggio, perché nessuno oggi ha bisogno di più petrolio dal Venezuela, essendoci già un eccesso di offerta mondiale. Ulteriori quantitativi che arrivassero sul mercato oggi abbatterebbero i prezzi a livelli insostenibili per molte aziende dello shale statunitense, già vicine alla sofferenza ai prezzi attuali. Possiamo a questo punto introdurre una distinzione tra prezzo e valore, grazie alla celebre frase di Warren Buffet: il prezzo è ciò che paghi, il valore è ciò che ottieni. In effetti, il valore delle riserve venezuelane (per quanto probabilmente sovrastimate) è alto perché il loro sfruttamento potrà cominciare a dare i propri frutti dal 2029 in avanti, proprio quando la produzione interna statunitense subirà un prevedibile calo, dovuto all’esaurimento dei terreni disponibili al fracking nel bacino del Permiano.Quello che Trump sta cercando è un difficile equilibrio tra il prezzo del petrolio, che vorrebbe basso in modo da non alimentare l’inflazione in patria, e le esigenze di profitto delle compagnie petrolifere, che sotto un certo prezzo del greggio non hanno motivo di produrre e creare abbondanza di risorsa. Ecco perché gli Usa hanno bisogno di trovare spazio per nuove perforazioni, in sostituzione di ciò che si va esaurendo nel sottosuolo nazionale, e di assumere il controllo di riserve strategiche per modularne lo sfruttamento.Se si parla di Groenlandia e di Iran, poi, nel primo caso si parla di materie prime come terre rare leggere e pesanti (neodimio, praseodimio, disprosio, terbio), uranio, zinco, ferro, rame, nichel, cobalto, molibdeno, oro. Nel secondo caso, l’Iran, si parla invece ancora di petrolio. Ebbene, uno sfruttamento intensivo del territorio groenlandese prenderà comunque molto tempo, anche se si arrivasse rapidamente a un accordo amichevole tra le parti. Tuttavia, anche in questo caso sarà il prezzo, con tutto ciò che questo incorpora (aspettative, volumi, valore), a dare un’indicazione dell’efficacia dell’azione trumpiana, volta a consolidare il continente americano.Nel caso dell’Iran, si tratterebbe soprattutto di avere il controllo della produzione in modo da modulare i prezzi ed evitare che le cospicue riserve iraniane finiscano troppo rapidamente sul mercato, abbattendo i prezzi sotto la soglia vitale di 50 dollari al barile. Questo dovrebbe essere infatti il livello obiettivo di prezzo per il petrolio nei piani della Casa Bianca. A quei livelli il danno sarebbe soprattutto alla Russia, che già vende il suo greggio con un forte sconto rispetto alla media di mercato. Se la manovra di Trump non dovesse riuscire, e i prezzi salissero per un blocco dell’offerta, a farne le spese sarebbe l’Europa, inerte price-taker. Sarà dunque il prezzo a stabilire vincenti e perdenti nella scommessa trumpiana.L’attonita Europa, nel frattempo, balbetta incredula senza riuscire ad articolare un pensiero, avendo annacquato in una poltiglia inconsistente chiamata Ue le poche posizioni politiche e diplomatiche che poteva proporre quando a parlare erano i governi. Come si legge nel documento sulla Strategia per la sicurezza nazionale, l’Europa si è condannata al declino e gli Stati Uniti temono che molti Paesi europei non avranno più economia e capacità militare per essere alleati affidabili. È vero e la dimostrazione si ha in molti campi. Il ritardo europeo sul dossier delle materie prime, ad esempio, è enorme e difficilmente potrà essere colmato. A guidare le danze saranno i blocchi contrapposti che si stanno costituendo, da una parte gli Usa, dall’altra la Cina.Mettere in fila i diversi elementi che compongono l’azione di Trump è operazione non facile, ma possiamo farci aiutare da una bussola che difficilmente sbaglia: il prezzo. Sempre tenendo presente ciò che esso rappresenta in concreto. Altrimenti, avrà avuto ragione Oscar Wilde nel dire che la gente conosce il prezzo di tutto e il valore di niente.
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Domenico Pianese, segretario del COISP, spiega perché, anche quando pericolosi, gli immigrati irregolare non vengono espulsi dal nostro Paese, partendo dai casi di Aurora Livoli e del capotreno ucciso a Bologna. Tra decreti di espulsione inefficaci, burocrazia, accordi internazionali e decisioni giudiziarie, emerge un sistema che lascia liberi soggetti pericolosi e scarica il peso sulle forze dell’ordine.
John Logie Baird (a destra) durante una dimostrazione del suo apparecchio televisivo (Getty Images)
Baird, nato nel 1888 in Scozia, era un inventore per passione. Estroso sin dall’infanzia pur minato da una salute cagionevole, si specializzò nel campo dell’ingegneria elettrica. Dopo l’interruzione degli studi a causa della Grande Guerra, lavorò per la locale società elettrica «Clyde Valley Electrical Company» prima di diventare piccolo imprenditore nello stesso settore. Il sogno di trasmettere suoni e immagini a distanza per mezzo di cavi elettrici era il sogno di molti ricercatori dell’epoca, che anche Baird perseguì fin da giovanissimo, quando realizzò da solo una linea telefonica per comunicare con le camerette degli amici che abitavano nella sua via. La chiave di volta per l’invenzione del primo televisore arrivò nei primi anni Venti, quando l’inventore scozzese sfruttò a sua volta un dispositivo nato quarant’anni prima. Si trattava dell’apparecchio noto come «disco di Nipkow», dal nome del suo inventore Paul Gottlieb Nipkow che lo brevettò nel 1883. Questo consisteva in un disco rotante ligneo dove erano praticati fori disposti a spirale che, girando rapidamente di fronte ad un’immagine illuminata, la scomponevano in linee come un rudimentale scanner. La rotazione del disco generava un segnale luminoso variabile, che Baird fu in grado di tradurre in una serie di impulsi elettrici differenziati a seconda dell’intensità luminosa generata dall’effetto dei fori. La trasmissione degli impulsi avveniva per mezzo di una cellula fotoelettrica, che traduceva il segnale e lo inviava ad una linea elettrica, al termine della quale stava un apparecchio ricevente del tutto simile a quello trasmittente dove il disco di Nipkow, ricevuto l’impulso, girava allo stesso modo di quello del televisore che aveva catturato l’immagine. L’apparecchio ricevente era dotato di un vetro temperato che, colpito dagli impulsi luminosi del disco rotante, riproduceva l’immagine trasmessa elettricamente con una definizione di 30 linee. John Logie Baird riuscì per la prima volta a riprodurre l’immagine tra due apparecchi nel suo laboratorio nel 1924 utilizzando la maschera di un burattino ventriloquo truccata e fortemente illuminata, condizione necessaria per la trasmissione di un’immagine minimamente leggibile. La prima televisione elettromeccanica a distanza fu presentata da Baird il 26 gennaio 1926 a Londra di fronte ad un comitato di scienziati. Gli apparecchi furono sistemati in due stanze separate e Baird mosse la testa del manichino «Stooky Bill», che comparve simultaneamente sul vetro retroilluminato dell’apparecchio ricevente riproducendo fedelmente i movimenti. Anche se poco definita, quella primissima trasmissione televisiva segnò un punto di svolta. L’esperimento fece molta impressione negli ambienti scientifici inglesi, che nei mesi successivi assistettero ad altre dimostrazioni durante le quali fu usato per la prima volta un uomo in carne ed ossa, il fattorino di Baird William Edward Taynton, che può essere considerato il primo attore televisivo della storia.
Tra il 1926 e la fine del decennio l’invenzione di Baird ebbe larga eco, ed il suo sistema fu alla base delle prime trasmissioni della BBC iniziate nel 1929. Il sistema elettromeccanico tuttavia aveva grandi limiti. Il disco di Nipkow impediva la crescita della definizione e la meccanica era rumorosa e fragile. Il sistema Baird fu abbandonato negli anni Trenta con la nascita della televisione elettronica basata sull’utilizzo del tubo catodico.
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«Non è un investimento per i deboli di cuore», avverte il fondo Canaima, prevedendo che per districare il pantano politico ed economico serviranno anni. Nel resto dell’America Latina, tra reazioni politiche e minacce tariffarie, i listini continuano a macinare.
«La cattura di Maduro ha una valenza geopolitica ed economica profonda, ma questa “invasione di campo” preoccupa i vicini», spiega Salvatore Gaziano, responsabile delle strategie di investimento di SoldiExpert Scf. «Messico, Colombia e Brasile hanno reagito con durezza, parlando di linee inaccettabili superate. Eppure, nonostante le minacce di Trump e i dazi pesantissimi, i mercati azionari dell’area nell’ultimo anno e anche nelle ultime sedute hanno messo a segno performance positive quasi da record».
D’altronde, «il Messico non è più solo una meta turistica o un fornitore di materie prime, ma è diventato l’hub manifatturiero vitale per l’industria americana», continua Gaziano. «Grazie alla vicinanza geografica e ai vantaggi logistici dell’accordo Usmca, l’85% dell’export messicano resta immune dai dazi. Questo spiega la crescita esplosiva di titoli come Cemex (+83%) o dei gruppi aeroportuali (Gap e Oma): ogni nuova fabbrica costruita per servire il mercato Usa genera un indotto infrastrutturale che la borsa sta premiando con multipli generosi».
Anche il Brasile se la passa bene. Le esportazioni sono ai massimi e il mercato azionario rimane secondo molti analisti attraente: l’indice Msci Brazil è scambiato a circa 10 volte gli utili futuri, con un rendimento da dividendi che sfiora il 6%. E i dazi hanno finora avuto un impatto limitato perché il Paese ha saputo diversificare, esportando record di soia verso la Cina.
Del resto, il ciclo dei tassi di interesse in Brasile sembra aver raggiunto il suo apice al 15%, e questo lascia spazio a un potenziale allentamento monetario che favorirebbe ulteriormente le valutazioni azionarie. Il mercato sembra aver trovato un accordo con Lula, preferendo la stabilità della riforma fiscale alle incertezze di uno scontro frontale con Washington.
Il Sud America nonostante tutto rappresenta per molti analisti un’opportunità tattica tra le più interessanti dei mercati emergenti seppur rischiosa per i rischi politici e geopolitici. La scommessa degli investitori è chiara: la regione è diventata troppo cruciale per le filiere globali. Dal petrolio al cemento passando per l’acciaio, stiamo parlando di mercati interessanti per le economie più sviluppate, sempre più bisognose di materie prime necessarie per supportate la digitalizzazione e, più in generale, lo sviluppo delle nuove infrastrutture tecnologiche.
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