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2026-02-22
Non solo omicidi. Tutti i «suicidi» e le morti sospette del caso Epstein
Jeffrey Epstein e Ghislain Maxwell (Ansa)
I sospetti omicidi intorno a Epstein sono, appunto, niente più che sospetti. Una serie di testimonianze o coincidenze che, sulla carta, dovrebbero già essere state vagliate dagli inquirenti. Ciò che non consente di sciogliere ogni dubbio, purtroppo, è il trattamento riservato al finanziere ebreo durante il primo processo del 2006, conclusosi con una sentenza ridicola a livello statale, nonostante le pesantissime accuse, e un accordo di non persecuzione a livello federale per lui e i suoi complici. Non si può dubitare, invece, perché si tratta di fatti, della scia di suicidi che ha accompagnato questa vicenda. A partire da quello, per quanto controverso, dello stesso faccendiere, fino ad arrivare al suo complice francese Jean Luc Brunel, alla vittima più nota Virginia Giuffre e a Mark Middleton, assistente di Billi Clinton. Ma non sono i soli.
Sulla morte di Epstein si è già detto molto su queste pagine: sono tante le coincidenze che inducono a dubitare del suicidio - telecamere non funzionanti, corpi finti mostrati ai media, video sospetti, testimonianze inquietanti - se non addirittura della morte. Che dire, invece, di quella di Jean-Luc Brunel, influente agente di modelle francese, ma anche stretto collaboratore di Epstein nel reclutamento di ragazze per lo sfruttamento sessuale? Secondo una recente ricostruzione del Wall Street Journal, Brunel era pronto a tradire Epstein e a riferire alle autorità ciò che sapeva sul traffico del finanziere. I nuovi file rivelano che nel 2016 il francese, tramite il suo avvocato, stava negoziando con i legali delle vittime. In quel frangente ammise di possedere fotografie compromettenti e di aver reclutato ragazze per Epstein in passato. Si arrivò perfino a fissare una data in cui Brunel si sarebbe presentato volontariamente all’ufficio del procuratore federale di New York in cambio dell’immunità. «Uno degli amici di Epstein, Jean Luc Brunel, ha aiutato a procurare ragazze. Vuole collaborare», si legge in un appunto di un procuratore federale datato febbraio 2016: «teme di essere incriminato».
Ma Epstein scoprì prima i negoziati. Il 3 maggio 2016 inviò un’email a Kathy Ruemmler per chiederle aiuto. Proprio lei, l’ex consigliera di Barack Obama, da pochi giorni dimessasi dal ruolo di responsabile legale di Goldman Sachs per la sua insistente (e compromettente) corrispondenza con il pedofilo. Epstein le spiegò che Brunel intendeva presentarsi la settimana successiva all’ufficio del procuratore federale e che un amico del francese aveva «chiesto 3 milioni di dollari affinché Jean Luc non si presentasse». Ruemmler rispose poche ore dopo invitandolo a chiamarla. Il giorno successivo scrisse: «Sveglia ora. Parlo con Poe (Gregory Poe, l’avvocato di Epstein a Washington, ndr) tra 20 minuti». Alla fine Brunel non collaborò, non è chiaro il perché ma evidentemente l’ex consigliera di Obama c’entra qualcosa. Ed Epstein rimase libero (di violentare e far violentare ragazze) per altri tre anni.
Quando fu arrestato nel 2019, Brunel e Ghislaine Maxwell figuravano come co-cospiratori nel fascicolo investigativo dell’Fbi. Brunel, poi, fu a sua volta arrestato in Francia nel 2020: i procuratori d’Oltralpe lo indagarono per stupro e per aver fornito ragazze a Epstein. Nel 2022 lo trovarono impiccato proprio come il finanziere, morto in cella coi suoi segreti. Ma i file rivelano che le autorità statunitensi sapevano già nel 2016,
Il destino di Virginia Giuffre è noto: reclutata a 15 anni da Maxwell, complice di Epstein, mentre lavorava come addetta agli spogliatoi nel resort di Mar-a-Lago di Donald Trump, è la vittima più nota del giro di traffico sessuale. La prima denuncia arrivò nel 2011 sulle pagine del Daily Mail, poi nel 2021 ha intentato una causa civile a New York contro Andrea Windsor per abusi subiti quando era minorenne. La vicenda si è conclusa nel 2022 con un accordo extragiudiziale milionario. Dopo anni di lotta per far emergere la verità, ad aprile dell’anno scorso fu trovata senza vita in un ranch a Nord di Perth, in Australia, dove si era trasferita. Ufficialmente un suicidio. Un mese prima, però, era finita coinvolta in un incidente stradale dai contorni opachi. Altre due vittime di Epstein, Carolyn Andriano e Leigh Skye Patrick, sono state trovate morte entrambe di overdose, rispettivamente nel 2023 e nel 2017. La prima fu un testimone chiave nel processo contro Maxwell, che sta scontando 20 anni di carcere.
Un destino oscuro è toccato anche a Mark Middleton, ex assistente speciale di Bill Clinton alla Casa Bianca, che aveva facilitato l’accesso di Epstein (almeno 17 visite tra 1993-1995) e volato sul suo jet. Trovato morto a maggio del 2022 in una fattoria in Arkansas, impiccato con un cavo elettrico e con una ferita da fucile al petto. L’ex dirigente di Deutsche Bank Thomas Bowers, che aveva gestito i conti di Epstein dal 2013 al 2018 (con multe successive per transazioni sospette), fu invece trovato impiccato nella sua casa a Malibu, anch’egli suicida. L’istituto tedesco, non insolito agli scandali, è tornato al centro delle polemiche anche dopo gli ultimi atti desecretati.
Steve Bing, produttore cinematografico che conosceva Epstein, si è buttato dal ventisettesimo piano del suo appartamento a Los Angeles a giugno del 2020. La sua ex fidanzata (morta di overdose poco prima) lo aveva spinto a parlare con l’Fbi delle attività di Epstein, secondo quanto riportato dalla zia di lei al Mirror. Non si può non ricordare, infine, il padre della Maxwell, morto nel 1991 in circostanze sospette cadendo dal suo yacht. Lo stesso Epstein, in una delle sue mail, scrive che fu ucciso dal Mossad, i servizi segreti israeliani, dopo aver minacciati di rivelare quanto fatto per loro in passato.
Ok di Carlo alla rimozione di Andrea
Il caso Epstein ha finito per scuotere anche le fondamenta della monarchia britannica. Non si tratta più soltanto di imbarazzi personali o di titoli onorifici revocati: ora in gioco c’è la linea di successione al trono. Ieri il Guardian ha riferito che Buckingham Palace non si opporrebbe a un’eventuale iniziativa del Parlamento per rimuovere Andrea Mountbatten-Windsor dall’ordine dinastico. Secondo fonti reali citate dal quotidiano, re Carlo III non ostacolerebbe una legge che escludesse il fratello dalla successione.
Andrea è ancora formalmente ottavo nella linea che conduce al trono, nonostante negli ultimi anni sia stato privato dei titoli onorifici militari e sollevato da ogni incarico ufficiale. Affinché l’esclusione diventi realtà, però, non basterebbe una semplice decisione di palazzo: servirebbe una nuova legge approvata dal Parlamento, l’assenso reale e il consenso dei quattordici Paesi del Commonwealth che riconoscono il sovrano britannico come capo di Stato. Nel frattempo, la polizia ha confermato che le perquisizioni nell’ex residenza di Andrea a Windsor proseguiranno per tutto il fine settimana: l’inchiesta che ha scosso la casa reale, insomma, è ancora in pieno sviluppo.
Lo scandalo, però, non nasce certo oggi. I rapporti tra Andrea e Jeffrey Epstein sono diventati materia di dibattito pubblico già nel 2019, quando la disastrosa intervista dell’ex principe alla Bbc - nella quale negò di avere rimpianti per l’amicizia con il finanziere pedofilo - segnò un punto di non ritorno. Pochi giorni dopo, infatti, Andrea fu costretto ad annunciare il ritiro dai doveri reali. La crisi ha poi continuato a trascinarsi, inasprendo anche le relazioni tra Andrea e il resto della famiglia. Le nuove rivelazioni emerse dagli Epstein files e il recente arresto per presunta cattiva condotta nell’esercizio della funzione pubblica hanno fatto il resto. Andrea, com’è noto, respinge ogni accusa, ma politicamente la sua posizione appare sempre più fragile. Anche i rapporti con Carlo si sarebbero progressivamente deteriorati: il nuovo sovrano, che da anni sostiene l’idea di una monarchia con un numero più ristretto di membri attivi, non ha mai nascosto la volontà di proteggere l’istituzione prima dei singoli familiari.
Ed è proprio qui che va sciolto il nodo costituzionale. Nel Regno Unito, infatti, la successione non è un fatto meramente dinastico, bensì è una procedura disciplinata da leggi del Parlamento, dall’Act of settlement del 1701 fino alle riforme più recenti che hanno aggiornato le regole ereditarie. Se Andrea dovesse essere escluso, non sarebbe per decisione sovrana della Corona, ma per un atto legislativo votato a Westminster. E il fatto che Carlo non si opporrebbe a un simile intervento equivale ad ammettere apertamente che l’ultima parola spetta al Parlamento.
In altri termini, è la logica della sovranità parlamentare che regge l’intero sistema britannico: il re regna, ma non governa, e la sua legittimità è inscritta in un quadro legale che il Parlamento, se lo ritiene opportuno, può modificare. Accettare l’ipotesi di una rimozione, pertanto, significa ribadire che la linea di sangue non è un principio intoccabile, ma una regola giuridica come le altre, per quanto più delicata. Nel tentativo di salvaguardare la monarchia dallo scandalo Epstein, Carlo finisce così per confermare che la Corona esiste nella misura in cui Westminster lo consente. Per una monarchia che vive di simboli e continuità, è chiaro che l’eventuale assenso del re rappresenterebbe un precedente di portata tutt’altro che trascurabile.
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Dal socio francese alle tre vittime più famose, fino all’assistente di Clinton e al dirigente di Deutsche Bank: una scia che fa paura.Il re non si opporrà ai piani per levare il fratello dalla linea di successione (l’ex principe è all’ottavo posto). La scelta spetta però al Parlamento, vero sovrano del Regno Unito.Lo speciale contiene due articoliI sospetti omicidi intorno a Epstein sono, appunto, niente più che sospetti. Una serie di testimonianze o coincidenze che, sulla carta, dovrebbero già essere state vagliate dagli inquirenti. Ciò che non consente di sciogliere ogni dubbio, purtroppo, è il trattamento riservato al finanziere ebreo durante il primo processo del 2006, conclusosi con una sentenza ridicola a livello statale, nonostante le pesantissime accuse, e un accordo di non persecuzione a livello federale per lui e i suoi complici. Non si può dubitare, invece, perché si tratta di fatti, della scia di suicidi che ha accompagnato questa vicenda. A partire da quello, per quanto controverso, dello stesso faccendiere, fino ad arrivare al suo complice francese Jean Luc Brunel, alla vittima più nota Virginia Giuffre e a Mark Middleton, assistente di Billi Clinton. Ma non sono i soli. Sulla morte di Epstein si è già detto molto su queste pagine: sono tante le coincidenze che inducono a dubitare del suicidio - telecamere non funzionanti, corpi finti mostrati ai media, video sospetti, testimonianze inquietanti - se non addirittura della morte. Che dire, invece, di quella di Jean-Luc Brunel, influente agente di modelle francese, ma anche stretto collaboratore di Epstein nel reclutamento di ragazze per lo sfruttamento sessuale? Secondo una recente ricostruzione del Wall Street Journal, Brunel era pronto a tradire Epstein e a riferire alle autorità ciò che sapeva sul traffico del finanziere. I nuovi file rivelano che nel 2016 il francese, tramite il suo avvocato, stava negoziando con i legali delle vittime. In quel frangente ammise di possedere fotografie compromettenti e di aver reclutato ragazze per Epstein in passato. Si arrivò perfino a fissare una data in cui Brunel si sarebbe presentato volontariamente all’ufficio del procuratore federale di New York in cambio dell’immunità. «Uno degli amici di Epstein, Jean Luc Brunel, ha aiutato a procurare ragazze. Vuole collaborare», si legge in un appunto di un procuratore federale datato febbraio 2016: «teme di essere incriminato».Ma Epstein scoprì prima i negoziati. Il 3 maggio 2016 inviò un’email a Kathy Ruemmler per chiederle aiuto. Proprio lei, l’ex consigliera di Barack Obama, da pochi giorni dimessasi dal ruolo di responsabile legale di Goldman Sachs per la sua insistente (e compromettente) corrispondenza con il pedofilo. Epstein le spiegò che Brunel intendeva presentarsi la settimana successiva all’ufficio del procuratore federale e che un amico del francese aveva «chiesto 3 milioni di dollari affinché Jean Luc non si presentasse». Ruemmler rispose poche ore dopo invitandolo a chiamarla. Il giorno successivo scrisse: «Sveglia ora. Parlo con Poe (Gregory Poe, l’avvocato di Epstein a Washington, ndr) tra 20 minuti». Alla fine Brunel non collaborò, non è chiaro il perché ma evidentemente l’ex consigliera di Obama c’entra qualcosa. Ed Epstein rimase libero (di violentare e far violentare ragazze) per altri tre anni. Quando fu arrestato nel 2019, Brunel e Ghislaine Maxwell figuravano come co-cospiratori nel fascicolo investigativo dell’Fbi. Brunel, poi, fu a sua volta arrestato in Francia nel 2020: i procuratori d’Oltralpe lo indagarono per stupro e per aver fornito ragazze a Epstein. Nel 2022 lo trovarono impiccato proprio come il finanziere, morto in cella coi suoi segreti. Ma i file rivelano che le autorità statunitensi sapevano già nel 2016,Il destino di Virginia Giuffre è noto: reclutata a 15 anni da Maxwell, complice di Epstein, mentre lavorava come addetta agli spogliatoi nel resort di Mar-a-Lago di Donald Trump, è la vittima più nota del giro di traffico sessuale. La prima denuncia arrivò nel 2011 sulle pagine del Daily Mail, poi nel 2021 ha intentato una causa civile a New York contro Andrea Windsor per abusi subiti quando era minorenne. La vicenda si è conclusa nel 2022 con un accordo extragiudiziale milionario. Dopo anni di lotta per far emergere la verità, ad aprile dell’anno scorso fu trovata senza vita in un ranch a Nord di Perth, in Australia, dove si era trasferita. Ufficialmente un suicidio. Un mese prima, però, era finita coinvolta in un incidente stradale dai contorni opachi. Altre due vittime di Epstein, Carolyn Andriano e Leigh Skye Patrick, sono state trovate morte entrambe di overdose, rispettivamente nel 2023 e nel 2017. La prima fu un testimone chiave nel processo contro Maxwell, che sta scontando 20 anni di carcere. Un destino oscuro è toccato anche a Mark Middleton, ex assistente speciale di Bill Clinton alla Casa Bianca, che aveva facilitato l’accesso di Epstein (almeno 17 visite tra 1993-1995) e volato sul suo jet. Trovato morto a maggio del 2022 in una fattoria in Arkansas, impiccato con un cavo elettrico e con una ferita da fucile al petto. L’ex dirigente di Deutsche Bank Thomas Bowers, che aveva gestito i conti di Epstein dal 2013 al 2018 (con multe successive per transazioni sospette), fu invece trovato impiccato nella sua casa a Malibu, anch’egli suicida. L’istituto tedesco, non insolito agli scandali, è tornato al centro delle polemiche anche dopo gli ultimi atti desecretati.Steve Bing, produttore cinematografico che conosceva Epstein, si è buttato dal ventisettesimo piano del suo appartamento a Los Angeles a giugno del 2020. La sua ex fidanzata (morta di overdose poco prima) lo aveva spinto a parlare con l’Fbi delle attività di Epstein, secondo quanto riportato dalla zia di lei al Mirror. Non si può non ricordare, infine, il padre della Maxwell, morto nel 1991 in circostanze sospette cadendo dal suo yacht. Lo stesso Epstein, in una delle sue mail, scrive che fu ucciso dal Mossad, i servizi segreti israeliani, dopo aver minacciati di rivelare quanto fatto per loro in passato. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/non-solo-omicidi-tutti-i-suicidi-e-le-morti-sospette-del-caso-epstein-2675291775.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ok-di-carlo-alla-rimozione-di-andrea" data-post-id="2675291775" data-published-at="1771755884" data-use-pagination="False"> Ok di Carlo alla rimozione di Andrea Il caso Epstein ha finito per scuotere anche le fondamenta della monarchia britannica. Non si tratta più soltanto di imbarazzi personali o di titoli onorifici revocati: ora in gioco c’è la linea di successione al trono. Ieri il Guardian ha riferito che Buckingham Palace non si opporrebbe a un’eventuale iniziativa del Parlamento per rimuovere Andrea Mountbatten-Windsor dall’ordine dinastico. Secondo fonti reali citate dal quotidiano, re Carlo III non ostacolerebbe una legge che escludesse il fratello dalla successione.Andrea è ancora formalmente ottavo nella linea che conduce al trono, nonostante negli ultimi anni sia stato privato dei titoli onorifici militari e sollevato da ogni incarico ufficiale. Affinché l’esclusione diventi realtà, però, non basterebbe una semplice decisione di palazzo: servirebbe una nuova legge approvata dal Parlamento, l’assenso reale e il consenso dei quattordici Paesi del Commonwealth che riconoscono il sovrano britannico come capo di Stato. Nel frattempo, la polizia ha confermato che le perquisizioni nell’ex residenza di Andrea a Windsor proseguiranno per tutto il fine settimana: l’inchiesta che ha scosso la casa reale, insomma, è ancora in pieno sviluppo.Lo scandalo, però, non nasce certo oggi. I rapporti tra Andrea e Jeffrey Epstein sono diventati materia di dibattito pubblico già nel 2019, quando la disastrosa intervista dell’ex principe alla Bbc - nella quale negò di avere rimpianti per l’amicizia con il finanziere pedofilo - segnò un punto di non ritorno. Pochi giorni dopo, infatti, Andrea fu costretto ad annunciare il ritiro dai doveri reali. La crisi ha poi continuato a trascinarsi, inasprendo anche le relazioni tra Andrea e il resto della famiglia. Le nuove rivelazioni emerse dagli Epstein files e il recente arresto per presunta cattiva condotta nell’esercizio della funzione pubblica hanno fatto il resto. Andrea, com’è noto, respinge ogni accusa, ma politicamente la sua posizione appare sempre più fragile. Anche i rapporti con Carlo si sarebbero progressivamente deteriorati: il nuovo sovrano, che da anni sostiene l’idea di una monarchia con un numero più ristretto di membri attivi, non ha mai nascosto la volontà di proteggere l’istituzione prima dei singoli familiari.Ed è proprio qui che va sciolto il nodo costituzionale. Nel Regno Unito, infatti, la successione non è un fatto meramente dinastico, bensì è una procedura disciplinata da leggi del Parlamento, dall’Act of settlement del 1701 fino alle riforme più recenti che hanno aggiornato le regole ereditarie. Se Andrea dovesse essere escluso, non sarebbe per decisione sovrana della Corona, ma per un atto legislativo votato a Westminster. E il fatto che Carlo non si opporrebbe a un simile intervento equivale ad ammettere apertamente che l’ultima parola spetta al Parlamento.In altri termini, è la logica della sovranità parlamentare che regge l’intero sistema britannico: il re regna, ma non governa, e la sua legittimità è inscritta in un quadro legale che il Parlamento, se lo ritiene opportuno, può modificare. Accettare l’ipotesi di una rimozione, pertanto, significa ribadire che la linea di sangue non è un principio intoccabile, ma una regola giuridica come le altre, per quanto più delicata. Nel tentativo di salvaguardare la monarchia dallo scandalo Epstein, Carlo finisce così per confermare che la Corona esiste nella misura in cui Westminster lo consente. Per una monarchia che vive di simboli e continuità, è chiaro che l’eventuale assenso del re rappresenterebbe un precedente di portata tutt’altro che trascurabile.
Ansa
Del resto quando degradi l’idea stessa di cultura allo schema del prodotto di consumo e quando utilizzi ostentatamente le strategie di marketing per dire che «il marketing è oppressione», quando denunci la mercificazione e vendi il tuo letto disfatto per milioni di sterline, allora sei tu ad essere il cuore stesso del sistema che pensavi di denunciare. E mentre diventi multimilionario e ti godi il riconoscimento del ruolo di artista e di intellettuale - ormai le due cose non possono più essere disgiunte - non ti accorgi che nel frattempo il «popolo» al quale pensi di parlare non è la massa ma è l’élite straricca di coloro che frequentano il salotto del tuo gallerista per partecipare al gioco (fiscale) dell’arte contemporanea.
L’ultimo grande eroe dell’arte trasgressiva e della denuncia sociale è caduto l’altro giorno sotto una meritata salva di fischi e derisioni. L’opera raffigurante un uomo che marcia accecato dalla propria bandiera, installata nottetempo in Waterloo Place a Londra senza autorizzazione apparente e con la solita modalità «pirata» dal collettivo che utilizza il nome Banksy, viene immediatamente adottata dal Westminster City Council e dal sindaco Sadiq Khan: alle prime luci dell’alba compaiono barriere di protezione e dichiarazioni ufficiali con tanto di cartella stampa che definiscono l’installazione «un vibrante contributo alla scena artistica pubblica».
Senonché la Bbc fa un servizio in cui solleva dubbi sulla presunta «trasgressività» dell’installazione provocando l’ulteriore conferma dall’amministrazione londinese che dichiara che l’opera «non è autorizzata» ma che verrà mantenuta e transennata fino alle elezioni locali come «motivo di riflessione contro i nazionalismi». Inaspettatamente, però, su X si solleva una pressoché unanime protesta non tanto contro l’installazione, che ha un effettivo potenziale comunicativo e «di rottura» inferiore ad un manifesto pubblicitario di una serie Netflix, quanto nei confronti del palese e ormai ridicolo cortocircuito tra politica, artisti sovvenzionati e mercato dell’arte. Tutti elementi interni al mondo della Sinistra che ormai non riesce più a fuoriuscire dai riti e dai linguaggi che ha stabilito con tale solerzia e convinzione da giungere all’inevitabile deriva finale: il comico.
I più furbi, notando le reazioni del pubblico, si sono a loro volta uniformati alla nuova ondata di rigetto ed hanno, candidamente e con la nonchalance che ne contraddistingue l’esistenza, elaborato nuove analisi nelle quali effettivamente si riconosce che Banksy è un paraculo, che è da sempre d’accordo con le istituzioni (o almeno da quando ha una quotazione di mercato) e che la politica gli ha in pratica commissionato l’opera. Improvvisamente anche per le riviste impegnate l’artista-collettivo multimilionario, da decenni allineato all’agenda ufficiale, che finanzia le Ong immigrazioniste e che non perde occasione per condannare il populismo, non solo incarna «il provocative conformism» ma la sua opera non fa altro che «proiettare l’ansia elitaria verso il populismo reazionario piuttosto che sfidare il vero potere». I commentatori chic britannici si sono così accorti che Banksy più che ad Andy Warhol guarda a Greta Thunberg offrendo al mercato ribelle il prodotto giusto, quello che consente la trasgressione estetica confermando l’ortodossia culturale.
Esattamente come le magliette dei trasgressivi che attaccano le pericolosissime masse populiste e corrono a difendere il debole e inerme Quirinale, esattamente come le solite «battaglie culturali» sempre allineate al mainstream e sempre dotate di merchandising già pronto il primo giorno di «manifestazioni spontanee», ormai ogni discorso ribelle è merce che consolida il dominio producendo verità attraverso il consenso culturale.
Il fatto è che mai nella storia si è chiesto alle avanguardie una ricetta politica alternativa ma solo la lucidità per denunciare la narrazione dominante e distaccarsene radicalmente. La ribellione al sistema di un Johnny Rotten rifuggiva ogni programma politico e si limitava a smascherare ogni forma di falsa coscienza; oggi l’artista contemporaneo non vede l’ora di farsi cooptare dal potere e di farsi quotare nel sistema dell’arte contemporanea, correndo a confermare ogni battaglia culturale woke e decidendo così di farsi attivista politico proprio mentre l’ex cantante dei Sex Pistols liquida il woke come «una banda di pazzi» e ammette che oggi è la sinistra ad incarnare tutto ciò che è divertente odiare. E mentre Rolling Stone retrocede Eric Clapton dalla decima alla trentacinquesima posizione della sua hall of fame per «le sue critiche al vaccino Covid e la sua scelta di non discriminare l’ingresso ai suoi concerti durante la pandemia», siamo tutti chiamati a ricordare che l’arte autentica è affermazione vitale e non risentimento mascherato da progressismo, rifiuto della conformità e non ricerca ossessiva delle benedizioni istituzionali.
Questa volta, con l’ennesima installazione pedagogica del buon Banksy, si cominciano ad intravedere i segni di un diffuso rigetto nei confronti di forme obsolete, utili solo a mantenere privilegi elitari, controllo della narrazione ed estromissione dei veri temi critici dall’agenda narrativa dominante. Fino a che un giorno chi scrive quell’agenda si accorgerà che viene letta solo ai vernissage di certe gallerie.
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Michele Emiliano (Ansa)
Dal rapporto burrascoso con il governatore della Puglia e suo ex pupillo, Antonio Decaro, a un ritorno in toga, Emiliano va a ruota libera in un’intervista rilasciata a Telenorba. Dopo 23 anni di aspettativa politica è in attesa della decisione della Terza commissione del Csm per ottenere il via libera a un’altra aspettativa per diventare consulente giuridico della Regione Puglia, domanda già bocciata tre volte.
Ieri doveva arrivare la decisione che non è arrivata. La discussione sul contratto proposto da Decaro al suo predecessore (con uno stipendio di circa 130.000 euro all’anno) ha fatto emergere diverse obiezioni, tra cui quella secondo cui «un consigliere non è la stessa cosa di un operativo: il via libera creerebbe un precedente per il quale tutti gli enti territoriali potrebbero chiedere un magistrato in aspettativa per affidargli compiti dirigenziali.
«Il presidente Decaro mi ha chiesto di dargli una mano come consulente», spiega Emiliano, «io gli ho detto: “Sono disposto a darti consulenze pure telefoniche gratuitamente”, però evidentemente voleva darmi il segno della sua vicinanza. Io avevo detto che era una costruzione un po’ ardita, ma lui ha voluto andare avanti. Dopodiché il Pd ha chiesto alla commissione sugli incidenti del lavoro di inserirmi come consulente. Ma se io dovessi scegliere, non vedrei l’ora di rimettermi la toga, di andare a fare il pubblico ministero in una Procura».
La legge attuale impedisce ai magistrati che hanno fatto politica di rientrare negli uffici giudiziari, ma a lui questa legge non si applica essendo andato in aspettativa prima. «Temo solo che la Procura dove rischio di andare sarebbe un po’ perseguitata dai giornalisti», aggiunge. Ecco la scusa. «Sto cercando di evitare di rientrare in servizio proprio per evitare questo. Dopodiché, se mi costringono a rientrare, sarò felicissimo perché chi nasce magistrato muore magistrato».
Ma non esita a dire anche che «se il Pd decidesse di candidarmi» alle Politiche 2027 «sarei felice», perché «la politica obiettivamente è la bacchetta magica che se funziona, cambia tutto, come al contrario se non funziona fa un disastro». A Emiliano ha cambiato davvero tutto.
Quindi? «Non è che uno per sopravvivere deve fare politica per forza», insiste. «Mi rendo conto però che se qualcuno mi chiedesse di fare il deputato farebbe una cosa intelligente perché ho una certa esperienza. Se non me lo chiedesse perché sono troppo ingombrante a me la vita non me la cambiano». E ne ha anche per il sindaco di Genova, Silvia Salis, che scarica per ingraziarsi il segretario Pd, Elly Schlein: «Non credo abbia le carte in regola per essere candidata premier del centrosinistra. È appena diventata sindaco, non ha nessuna storia politica e non ha nessuna connessione con tutto il mondo progressista. È una figura interessante per il futuro, non per il presente».
Emiliano manda poi una serie di messaggi a Decaro, delfino che si è smarcato dal suo mentore. «Antonio è reo confesso: lo dice chiaramente a tutti che soffre la mia presenza, ma questo lo capisco». Tuttavia, gli tende la mano: «Io, comunque, qualunque cosa dovesse fare Antonio, sono dalla sua parte e lo sosterrò in tutte le maniere perché ovviamente, come diceva mia madre, l’ho fatto io, non è che lo posso distruggere».
Nel corso dell’intervista, Emiliano ha anche presentato il suo romanzo noir, L’Alba di San Nicola, raccontandone la genesi: «Se non mi avessero messo a riposo forzato, probabilmente non l’avrei finito. È stato un momento per riorganizzare la propria vita».
Anche se per il momento la vita di Emiliano assomiglia di più a un giallo.
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Nicola Magrini (Ansa)
L’affermazione è stata fatta nel contesto delle misure prese durante la seconda ondata, da settembre a dicembre 2020. Innanzitutto, l’ex dg ha voluto precisare che nei primi protocolli di trattamento domiciliare Aifa le indicazioni «non erano di vigile attesa ma di watchful waiting, monitoraggio attento e presente, non da remoto, dell’evoluzione clinica del paziente».
Peccato che la circolare dell’allora ministro della Salute, Roberto Speranza, firmata il 30 novembre 2020 dall’ex direttore generale della Prevenzione sanitaria Giovanni Rezza e uscita dopo 8 mesi con le linee guida sulla gestione domiciliare dei pazienti con infezione da Sars-Cov-2, riportasse proprio «vigile attesa» e «trattamenti sintomatici (ad esempio paracetamolo)». L’accoppiata tachipirina e vigile attesa che lasciava senza cure centinaia di migliaia di persone atterrite dal virus, quando rimanevano contagiate e sapevano di non poter andare al Pronto soccorso. Quanto al «monitoraggio non da remoto», sappiamo che la maggior parte dei medici si rifiutava di visitare i propri assistiti, lasciandoli spesso anche senza risposte telefoniche. Magrini, che è specializzato in farmacologia clinica, ha poi spiegato ai parlamentari della commissione che gli studi clinici randomizzati (Rct) sono lo strumento più affidabile anche durante la pandemia per valutare efficacia e sicurezza dei farmaci. «Undici trattamenti non hanno dimostrato nessuna efficacia su mortalità, durata ricovero e ventilazione e qualche potenziale danno. Li cito rapidamente, l’idrossiclorochina, il lopinavir […] il plasma dei convalescenti che in Italia ha avuto faticose polemiche, l’aspirina…».
Non si è trattato solo dell’ennesimo insulto al professor Giuseppe De Donno, l’ex primario di pneumologia dell’ospedale Carlo Poma di Mantova che per primo aveva iniziato la cura del Covid con le trasfusioni di plasma iperimmune (e che si tolse la vita nel luglio del 2021), ma anche della negazione dell’efficacia dell’infusione di sangue di contagiati dal coronavirus, opportunamente trattato, in altri pazienti, riconosciuta da studi autorevoli.
Come quello dell’ottobre 2023, uscito su The New England Journal of Medicine (Nejm) e che dimostrava una mortalità ridotta nei pazienti affetti da sindrome da distress respiratorio acuto (Ards), indotta da Covid-19, ai quali era stato somministrato plasma raccolto da donatori convalescenti, entro 5 giorni dall’inizio della ventilazione meccanica invasiva. Non solo, tra l’inizio di aprile 2020 e la fine di agosto 2020, quasi 100.000 pazienti ricoverati in circa 2.200 ospedali statunitensi con infezioni da Sars-CoV-2 furono trattati con plasma convalescente nell’ambito di un programma autorizzato dalla Fda.
In Italia, invece, lo studio clinico randomizzato e controllato chiamato Tsunami, promosso da Istituto superiore della sanità e Aifa «non evidenziò benefici» e la cura venne bocciata. Forse perché costava poco. Ancora oggi, Magrini insiste nel definire il plasma iperimmune inefficace, magari con qualche potenziale danno. E vogliamo parlare dell’aspirina? Solo guardando agli studi dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri pubblicati nel 2021, 2022 e 2023, era documentata l’importanza di farmaci antinfiammatori non steroidei quali l’aspirina. Nel gennaio di quest’anno, un nuovo lavoro pubblicato su Frontiers in Immunology, prendeva in esame i meccanismi molecolari dell’effetto dell’aspirina sulla struttura della proteina Spike, riducendo la capacità del virus di legarsi alle cellule dell’ospite e limitando il danno polmonare. E per fortuna che l’ex dg di Aifa ha affermato: «Le linee guida terapeutiche progrediscono con il progredire delle evidenze, che nel caso del Covid sono progredite di mese in mese, in alcuni momenti anche di settimana in settimana». Nessun mea culpa per quello che la nostra agenzia regolatoria impedì che venisse attuato, escludendo trattamenti importanti?
Magrini ha spiegato in commissione che aveva ragione l’articolo apparso il 14 aprile su Nejm dal titolo «Valutazione dei farmaci durante la pandemia di Covid-19», nel quale «Jerry Avorn affermava che avremo problemi, come disegni di studi clinici inadeguati e sicurezza in studi randomizzati prima della immissione sul mercato o loro autorizzazione». Nel testo si affermava che «l’ampliamento dell’accesso a terapie sperimentali non ancora completamente valutate potrebbe avere diverse conseguenze indesiderate» e Magrini ha fatto l’esempio di Trump. «Diceva che aveva l’intuito che funzionasse l’idrossiclorochina, la preoccupazione della scienza era di un input politico […] occorre proteggere le persone da farmaci inefficaci o poco sicuri». L’ex dg non ha dubbi: «La salute dei singoli pazienti, sia della popolazione si preserverà restando fedeli ai principi di valutazione delle attività regolatorie». Il giudizio su Aifa, guardando all’epoca pandemica, invece per molti italiani non è affatto positivo.
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