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2026-02-22
Non solo omicidi. Tutti i «suicidi» e le morti sospette del caso Epstein
Jeffrey Epstein e Ghislain Maxwell (Ansa)
I sospetti omicidi intorno a Epstein sono, appunto, niente più che sospetti. Una serie di testimonianze o coincidenze che, sulla carta, dovrebbero già essere state vagliate dagli inquirenti. Ciò che non consente di sciogliere ogni dubbio, purtroppo, è il trattamento riservato al finanziere ebreo durante il primo processo del 2006, conclusosi con una sentenza ridicola a livello statale, nonostante le pesantissime accuse, e un accordo di non persecuzione a livello federale per lui e i suoi complici. Non si può dubitare, invece, perché si tratta di fatti, della scia di suicidi che ha accompagnato questa vicenda. A partire da quello, per quanto controverso, dello stesso faccendiere, fino ad arrivare al suo complice francese Jean Luc Brunel, alla vittima più nota Virginia Giuffre e a Mark Middleton, assistente di Billi Clinton. Ma non sono i soli.
Sulla morte di Epstein si è già detto molto su queste pagine: sono tante le coincidenze che inducono a dubitare del suicidio - telecamere non funzionanti, corpi finti mostrati ai media, video sospetti, testimonianze inquietanti - se non addirittura della morte. Che dire, invece, di quella di Jean-Luc Brunel, influente agente di modelle francese, ma anche stretto collaboratore di Epstein nel reclutamento di ragazze per lo sfruttamento sessuale? Secondo una recente ricostruzione del Wall Street Journal, Brunel era pronto a tradire Epstein e a riferire alle autorità ciò che sapeva sul traffico del finanziere. I nuovi file rivelano che nel 2016 il francese, tramite il suo avvocato, stava negoziando con i legali delle vittime. In quel frangente ammise di possedere fotografie compromettenti e di aver reclutato ragazze per Epstein in passato. Si arrivò perfino a fissare una data in cui Brunel si sarebbe presentato volontariamente all’ufficio del procuratore federale di New York in cambio dell’immunità. «Uno degli amici di Epstein, Jean Luc Brunel, ha aiutato a procurare ragazze. Vuole collaborare», si legge in un appunto di un procuratore federale datato febbraio 2016: «teme di essere incriminato».
Ma Epstein scoprì prima i negoziati. Il 3 maggio 2016 inviò un’email a Kathy Ruemmler per chiederle aiuto. Proprio lei, l’ex consigliera di Barack Obama, da pochi giorni dimessasi dal ruolo di responsabile legale di Goldman Sachs per la sua insistente (e compromettente) corrispondenza con il pedofilo. Epstein le spiegò che Brunel intendeva presentarsi la settimana successiva all’ufficio del procuratore federale e che un amico del francese aveva «chiesto 3 milioni di dollari affinché Jean Luc non si presentasse». Ruemmler rispose poche ore dopo invitandolo a chiamarla. Il giorno successivo scrisse: «Sveglia ora. Parlo con Poe (Gregory Poe, l’avvocato di Epstein a Washington, ndr) tra 20 minuti». Alla fine Brunel non collaborò, non è chiaro il perché ma evidentemente l’ex consigliera di Obama c’entra qualcosa. Ed Epstein rimase libero (di violentare e far violentare ragazze) per altri tre anni.
Quando fu arrestato nel 2019, Brunel e Ghislaine Maxwell figuravano come co-cospiratori nel fascicolo investigativo dell’Fbi. Brunel, poi, fu a sua volta arrestato in Francia nel 2020: i procuratori d’Oltralpe lo indagarono per stupro e per aver fornito ragazze a Epstein. Nel 2022 lo trovarono impiccato proprio come il finanziere, morto in cella coi suoi segreti. Ma i file rivelano che le autorità statunitensi sapevano già nel 2016,
Il destino di Virginia Giuffre è noto: reclutata a 15 anni da Maxwell, complice di Epstein, mentre lavorava come addetta agli spogliatoi nel resort di Mar-a-Lago di Donald Trump, è la vittima più nota del giro di traffico sessuale. La prima denuncia arrivò nel 2011 sulle pagine del Daily Mail, poi nel 2021 ha intentato una causa civile a New York contro Andrea Windsor per abusi subiti quando era minorenne. La vicenda si è conclusa nel 2022 con un accordo extragiudiziale milionario. Dopo anni di lotta per far emergere la verità, ad aprile dell’anno scorso fu trovata senza vita in un ranch a Nord di Perth, in Australia, dove si era trasferita. Ufficialmente un suicidio. Un mese prima, però, era finita coinvolta in un incidente stradale dai contorni opachi. Altre due vittime di Epstein, Carolyn Andriano e Leigh Skye Patrick, sono state trovate morte entrambe di overdose, rispettivamente nel 2023 e nel 2017. La prima fu un testimone chiave nel processo contro Maxwell, che sta scontando 20 anni di carcere.
Un destino oscuro è toccato anche a Mark Middleton, ex assistente speciale di Bill Clinton alla Casa Bianca, che aveva facilitato l’accesso di Epstein (almeno 17 visite tra 1993-1995) e volato sul suo jet. Trovato morto a maggio del 2022 in una fattoria in Arkansas, impiccato con un cavo elettrico e con una ferita da fucile al petto. L’ex dirigente di Deutsche Bank Thomas Bowers, che aveva gestito i conti di Epstein dal 2013 al 2018 (con multe successive per transazioni sospette), fu invece trovato impiccato nella sua casa a Malibu, anch’egli suicida. L’istituto tedesco, non insolito agli scandali, è tornato al centro delle polemiche anche dopo gli ultimi atti desecretati.
Steve Bing, produttore cinematografico che conosceva Epstein, si è buttato dal ventisettesimo piano del suo appartamento a Los Angeles a giugno del 2020. La sua ex fidanzata (morta di overdose poco prima) lo aveva spinto a parlare con l’Fbi delle attività di Epstein, secondo quanto riportato dalla zia di lei al Mirror. Non si può non ricordare, infine, il padre della Maxwell, morto nel 1991 in circostanze sospette cadendo dal suo yacht. Lo stesso Epstein, in una delle sue mail, scrive che fu ucciso dal Mossad, i servizi segreti israeliani, dopo aver minacciati di rivelare quanto fatto per loro in passato.
Ok di Carlo alla rimozione di Andrea
Il caso Epstein ha finito per scuotere anche le fondamenta della monarchia britannica. Non si tratta più soltanto di imbarazzi personali o di titoli onorifici revocati: ora in gioco c’è la linea di successione al trono. Ieri il Guardian ha riferito che Buckingham Palace non si opporrebbe a un’eventuale iniziativa del Parlamento per rimuovere Andrea Mountbatten-Windsor dall’ordine dinastico. Secondo fonti reali citate dal quotidiano, re Carlo III non ostacolerebbe una legge che escludesse il fratello dalla successione.
Andrea è ancora formalmente ottavo nella linea che conduce al trono, nonostante negli ultimi anni sia stato privato dei titoli onorifici militari e sollevato da ogni incarico ufficiale. Affinché l’esclusione diventi realtà, però, non basterebbe una semplice decisione di palazzo: servirebbe una nuova legge approvata dal Parlamento, l’assenso reale e il consenso dei quattordici Paesi del Commonwealth che riconoscono il sovrano britannico come capo di Stato. Nel frattempo, la polizia ha confermato che le perquisizioni nell’ex residenza di Andrea a Windsor proseguiranno per tutto il fine settimana: l’inchiesta che ha scosso la casa reale, insomma, è ancora in pieno sviluppo.
Lo scandalo, però, non nasce certo oggi. I rapporti tra Andrea e Jeffrey Epstein sono diventati materia di dibattito pubblico già nel 2019, quando la disastrosa intervista dell’ex principe alla Bbc - nella quale negò di avere rimpianti per l’amicizia con il finanziere pedofilo - segnò un punto di non ritorno. Pochi giorni dopo, infatti, Andrea fu costretto ad annunciare il ritiro dai doveri reali. La crisi ha poi continuato a trascinarsi, inasprendo anche le relazioni tra Andrea e il resto della famiglia. Le nuove rivelazioni emerse dagli Epstein files e il recente arresto per presunta cattiva condotta nell’esercizio della funzione pubblica hanno fatto il resto. Andrea, com’è noto, respinge ogni accusa, ma politicamente la sua posizione appare sempre più fragile. Anche i rapporti con Carlo si sarebbero progressivamente deteriorati: il nuovo sovrano, che da anni sostiene l’idea di una monarchia con un numero più ristretto di membri attivi, non ha mai nascosto la volontà di proteggere l’istituzione prima dei singoli familiari.
Ed è proprio qui che va sciolto il nodo costituzionale. Nel Regno Unito, infatti, la successione non è un fatto meramente dinastico, bensì è una procedura disciplinata da leggi del Parlamento, dall’Act of settlement del 1701 fino alle riforme più recenti che hanno aggiornato le regole ereditarie. Se Andrea dovesse essere escluso, non sarebbe per decisione sovrana della Corona, ma per un atto legislativo votato a Westminster. E il fatto che Carlo non si opporrebbe a un simile intervento equivale ad ammettere apertamente che l’ultima parola spetta al Parlamento.
In altri termini, è la logica della sovranità parlamentare che regge l’intero sistema britannico: il re regna, ma non governa, e la sua legittimità è inscritta in un quadro legale che il Parlamento, se lo ritiene opportuno, può modificare. Accettare l’ipotesi di una rimozione, pertanto, significa ribadire che la linea di sangue non è un principio intoccabile, ma una regola giuridica come le altre, per quanto più delicata. Nel tentativo di salvaguardare la monarchia dallo scandalo Epstein, Carlo finisce così per confermare che la Corona esiste nella misura in cui Westminster lo consente. Per una monarchia che vive di simboli e continuità, è chiaro che l’eventuale assenso del re rappresenterebbe un precedente di portata tutt’altro che trascurabile.
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Dal socio francese alle tre vittime più famose, fino all’assistente di Clinton e al dirigente di Deutsche Bank: una scia che fa paura.Il re non si opporrà ai piani per levare il fratello dalla linea di successione (l’ex principe è all’ottavo posto). La scelta spetta però al Parlamento, vero sovrano del Regno Unito.Lo speciale contiene due articoliI sospetti omicidi intorno a Epstein sono, appunto, niente più che sospetti. Una serie di testimonianze o coincidenze che, sulla carta, dovrebbero già essere state vagliate dagli inquirenti. Ciò che non consente di sciogliere ogni dubbio, purtroppo, è il trattamento riservato al finanziere ebreo durante il primo processo del 2006, conclusosi con una sentenza ridicola a livello statale, nonostante le pesantissime accuse, e un accordo di non persecuzione a livello federale per lui e i suoi complici. Non si può dubitare, invece, perché si tratta di fatti, della scia di suicidi che ha accompagnato questa vicenda. A partire da quello, per quanto controverso, dello stesso faccendiere, fino ad arrivare al suo complice francese Jean Luc Brunel, alla vittima più nota Virginia Giuffre e a Mark Middleton, assistente di Billi Clinton. Ma non sono i soli. Sulla morte di Epstein si è già detto molto su queste pagine: sono tante le coincidenze che inducono a dubitare del suicidio - telecamere non funzionanti, corpi finti mostrati ai media, video sospetti, testimonianze inquietanti - se non addirittura della morte. Che dire, invece, di quella di Jean-Luc Brunel, influente agente di modelle francese, ma anche stretto collaboratore di Epstein nel reclutamento di ragazze per lo sfruttamento sessuale? Secondo una recente ricostruzione del Wall Street Journal, Brunel era pronto a tradire Epstein e a riferire alle autorità ciò che sapeva sul traffico del finanziere. I nuovi file rivelano che nel 2016 il francese, tramite il suo avvocato, stava negoziando con i legali delle vittime. In quel frangente ammise di possedere fotografie compromettenti e di aver reclutato ragazze per Epstein in passato. Si arrivò perfino a fissare una data in cui Brunel si sarebbe presentato volontariamente all’ufficio del procuratore federale di New York in cambio dell’immunità. «Uno degli amici di Epstein, Jean Luc Brunel, ha aiutato a procurare ragazze. Vuole collaborare», si legge in un appunto di un procuratore federale datato febbraio 2016: «teme di essere incriminato».Ma Epstein scoprì prima i negoziati. Il 3 maggio 2016 inviò un’email a Kathy Ruemmler per chiederle aiuto. Proprio lei, l’ex consigliera di Barack Obama, da pochi giorni dimessasi dal ruolo di responsabile legale di Goldman Sachs per la sua insistente (e compromettente) corrispondenza con il pedofilo. Epstein le spiegò che Brunel intendeva presentarsi la settimana successiva all’ufficio del procuratore federale e che un amico del francese aveva «chiesto 3 milioni di dollari affinché Jean Luc non si presentasse». Ruemmler rispose poche ore dopo invitandolo a chiamarla. Il giorno successivo scrisse: «Sveglia ora. Parlo con Poe (Gregory Poe, l’avvocato di Epstein a Washington, ndr) tra 20 minuti». Alla fine Brunel non collaborò, non è chiaro il perché ma evidentemente l’ex consigliera di Obama c’entra qualcosa. Ed Epstein rimase libero (di violentare e far violentare ragazze) per altri tre anni. Quando fu arrestato nel 2019, Brunel e Ghislaine Maxwell figuravano come co-cospiratori nel fascicolo investigativo dell’Fbi. Brunel, poi, fu a sua volta arrestato in Francia nel 2020: i procuratori d’Oltralpe lo indagarono per stupro e per aver fornito ragazze a Epstein. Nel 2022 lo trovarono impiccato proprio come il finanziere, morto in cella coi suoi segreti. Ma i file rivelano che le autorità statunitensi sapevano già nel 2016,Il destino di Virginia Giuffre è noto: reclutata a 15 anni da Maxwell, complice di Epstein, mentre lavorava come addetta agli spogliatoi nel resort di Mar-a-Lago di Donald Trump, è la vittima più nota del giro di traffico sessuale. La prima denuncia arrivò nel 2011 sulle pagine del Daily Mail, poi nel 2021 ha intentato una causa civile a New York contro Andrea Windsor per abusi subiti quando era minorenne. La vicenda si è conclusa nel 2022 con un accordo extragiudiziale milionario. Dopo anni di lotta per far emergere la verità, ad aprile dell’anno scorso fu trovata senza vita in un ranch a Nord di Perth, in Australia, dove si era trasferita. Ufficialmente un suicidio. Un mese prima, però, era finita coinvolta in un incidente stradale dai contorni opachi. Altre due vittime di Epstein, Carolyn Andriano e Leigh Skye Patrick, sono state trovate morte entrambe di overdose, rispettivamente nel 2023 e nel 2017. La prima fu un testimone chiave nel processo contro Maxwell, che sta scontando 20 anni di carcere. Un destino oscuro è toccato anche a Mark Middleton, ex assistente speciale di Bill Clinton alla Casa Bianca, che aveva facilitato l’accesso di Epstein (almeno 17 visite tra 1993-1995) e volato sul suo jet. Trovato morto a maggio del 2022 in una fattoria in Arkansas, impiccato con un cavo elettrico e con una ferita da fucile al petto. L’ex dirigente di Deutsche Bank Thomas Bowers, che aveva gestito i conti di Epstein dal 2013 al 2018 (con multe successive per transazioni sospette), fu invece trovato impiccato nella sua casa a Malibu, anch’egli suicida. L’istituto tedesco, non insolito agli scandali, è tornato al centro delle polemiche anche dopo gli ultimi atti desecretati.Steve Bing, produttore cinematografico che conosceva Epstein, si è buttato dal ventisettesimo piano del suo appartamento a Los Angeles a giugno del 2020. La sua ex fidanzata (morta di overdose poco prima) lo aveva spinto a parlare con l’Fbi delle attività di Epstein, secondo quanto riportato dalla zia di lei al Mirror. Non si può non ricordare, infine, il padre della Maxwell, morto nel 1991 in circostanze sospette cadendo dal suo yacht. Lo stesso Epstein, in una delle sue mail, scrive che fu ucciso dal Mossad, i servizi segreti israeliani, dopo aver minacciati di rivelare quanto fatto per loro in passato. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/non-solo-omicidi-tutti-i-suicidi-e-le-morti-sospette-del-caso-epstein-2675291775.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ok-di-carlo-alla-rimozione-di-andrea" data-post-id="2675291775" data-published-at="1771755884" data-use-pagination="False"> Ok di Carlo alla rimozione di Andrea Il caso Epstein ha finito per scuotere anche le fondamenta della monarchia britannica. Non si tratta più soltanto di imbarazzi personali o di titoli onorifici revocati: ora in gioco c’è la linea di successione al trono. Ieri il Guardian ha riferito che Buckingham Palace non si opporrebbe a un’eventuale iniziativa del Parlamento per rimuovere Andrea Mountbatten-Windsor dall’ordine dinastico. Secondo fonti reali citate dal quotidiano, re Carlo III non ostacolerebbe una legge che escludesse il fratello dalla successione.Andrea è ancora formalmente ottavo nella linea che conduce al trono, nonostante negli ultimi anni sia stato privato dei titoli onorifici militari e sollevato da ogni incarico ufficiale. Affinché l’esclusione diventi realtà, però, non basterebbe una semplice decisione di palazzo: servirebbe una nuova legge approvata dal Parlamento, l’assenso reale e il consenso dei quattordici Paesi del Commonwealth che riconoscono il sovrano britannico come capo di Stato. Nel frattempo, la polizia ha confermato che le perquisizioni nell’ex residenza di Andrea a Windsor proseguiranno per tutto il fine settimana: l’inchiesta che ha scosso la casa reale, insomma, è ancora in pieno sviluppo.Lo scandalo, però, non nasce certo oggi. I rapporti tra Andrea e Jeffrey Epstein sono diventati materia di dibattito pubblico già nel 2019, quando la disastrosa intervista dell’ex principe alla Bbc - nella quale negò di avere rimpianti per l’amicizia con il finanziere pedofilo - segnò un punto di non ritorno. Pochi giorni dopo, infatti, Andrea fu costretto ad annunciare il ritiro dai doveri reali. La crisi ha poi continuato a trascinarsi, inasprendo anche le relazioni tra Andrea e il resto della famiglia. Le nuove rivelazioni emerse dagli Epstein files e il recente arresto per presunta cattiva condotta nell’esercizio della funzione pubblica hanno fatto il resto. Andrea, com’è noto, respinge ogni accusa, ma politicamente la sua posizione appare sempre più fragile. Anche i rapporti con Carlo si sarebbero progressivamente deteriorati: il nuovo sovrano, che da anni sostiene l’idea di una monarchia con un numero più ristretto di membri attivi, non ha mai nascosto la volontà di proteggere l’istituzione prima dei singoli familiari.Ed è proprio qui che va sciolto il nodo costituzionale. Nel Regno Unito, infatti, la successione non è un fatto meramente dinastico, bensì è una procedura disciplinata da leggi del Parlamento, dall’Act of settlement del 1701 fino alle riforme più recenti che hanno aggiornato le regole ereditarie. Se Andrea dovesse essere escluso, non sarebbe per decisione sovrana della Corona, ma per un atto legislativo votato a Westminster. E il fatto che Carlo non si opporrebbe a un simile intervento equivale ad ammettere apertamente che l’ultima parola spetta al Parlamento.In altri termini, è la logica della sovranità parlamentare che regge l’intero sistema britannico: il re regna, ma non governa, e la sua legittimità è inscritta in un quadro legale che il Parlamento, se lo ritiene opportuno, può modificare. Accettare l’ipotesi di una rimozione, pertanto, significa ribadire che la linea di sangue non è un principio intoccabile, ma una regola giuridica come le altre, per quanto più delicata. Nel tentativo di salvaguardare la monarchia dallo scandalo Epstein, Carlo finisce così per confermare che la Corona esiste nella misura in cui Westminster lo consente. Per una monarchia che vive di simboli e continuità, è chiaro che l’eventuale assenso del re rappresenterebbe un precedente di portata tutt’altro che trascurabile.
Matteo Ricci (Ansa)
Coinvolti, tra gli altri, nelle nuove contestazioni, oltre a Ricci, Massimiliano Santini, all’epoca factotum del dem, Silvano Straccini, direttore della fondazione Pescheria, Massimiliano Amadori, ex capo di gabinetto di Ricci e suo stretto collaboratore anche a Bruxelles, la dirigente responsabile della struttura centralizzata appalti del Comune, Paola Nonni e il giornalista Marcello Ciamaglia.
Al centro del nuovo filone c’è una cena elettorale che si è svolta il 12 aprile 2024 e per cui sarebbero stati utilizzati fondi pubblici. La kermesse era collegata alla candidatura in Europa di Ricci ed era l’atto conclusivo della tournée di presentazione del suo libro «Pane e politica».
Ricci, nel filone principale dell’inchiesta, è accusato dalla Procura di Pesaro di corruzione per aver «richiesto formalmente sponsorizzazioni per conto del Comune a soggetti privati» e aver utilizzato due associazioni private per gestire quei denari a fini elettorali. In base all’ultimo capo d’accusa, parte del costo della cena secondo gli inquirenti sarebbe stato pagato con i soldi della Fondazione Pescheria, interamente partecipata dal Comune, previo accordo con il direttore Straccini.
A svelare l’inghippo era stato l’amministratore della società di catering a cui era stato affidato l’evento, Giustogusto. Il titolare, Marco Balducci, a noi aveva riferito che in cambio di uno sconto aveva ottenuto l’inserimento della sua ditta nell’elenco dei fornitori della fondazione, da cui aveva avuto poi un paio di incarichi. Straccini è accusato anche di falso per la firma di una determina collegata all’operazione. L’imprenditore ha confermato agli investigatori della Squadra mobile e della Guardia di finanza quanto già raccontato a noi.
Lo stesso Balducci aveva identificato come mediatore dell’operazione Ciamaglia. Quest’ultimo è stato, come si apprende da Facebook, «direttore ufficio stampa e comunicazione presso Comune di Pesaro» e prima presso la Provincia, sempre al fianco di Ricci.
L’ex sindaco, Santini, Amadori, Ciamaglia, insieme con la Nonni e un’altra dipendente comunale sono indagati anche perché sarebbero usciti dalle casse del Comune pure i pagamenti per il video-operatore coinvolto nella tournée «Pane e politica», ovvero negli incontri di Ricci con alcune famiglie italiane, il cui resoconto è stato raccolto nell’omonimo libro. La dirigente avrebbe gonfiato i pagamenti del film-maker per altri eventi, così da coprire anche le trasferte collegate al volume. Un impegno che non aveva a che fare con l’attività istituzionale del primo cittadino.
Per quanto riguarda l’inchiesta principale la Procura ha chiesto un’ulteriore proroga delle indagini.
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Le navi americane a Hormuz (US Navy)
È entrato in vigore alle 16 (ora italiana) di ieri il blocco navale imposto dagli Stati Uniti nello Stretto di Hormuz, snodo strategico per il traffico energetico globale. La decisione, annunciata dal Comando centrale americano (Centcom), arriva dopo il fallimento dei colloqui tra Washington e Teheran e segna un’ulteriore escalation nella crisi.
A lanciare l’allarme è stata l’Autorità britannica per le operazioni commerciali marittime (Ukmto), che ha segnalato restrizioni immediate all’accesso verso porti e acque costiere iraniane. Il provvedimento riguarda tutte le navi dirette da e verso infrastrutture iraniane, senza alcuna distinzione di bandiera. Alle imbarcazioni neutrali già presenti nei porti è stato concesso solo un breve periodo per lasciare l’area. Secondo il Centcom, qualsiasi nave che tenti di entrare o uscire dalla zona senza autorizzazione potrà essere intercettata e sequestrata. Le misure si estendono lungo tutta la costa iraniana, includendo terminal petroliferi e infrastrutture energetiche nel Golfo Persico, nel Golfo di Oman e nel Mar arabico.
Il blocco dello Stretto di Hormuz è in vigore e più di 15 navi americane sono impegnate direttamente nell’operazione. Lo riporta il Wall Street Journal citando un funzionario statunitense, secondo il quale gli Stati Uniti possono contare nella regione su cacciatorpediniere lanciamissili e numerose unità navali capaci di impiegare elicotteri per operazioni di abbordaggio e controllo del traffico marittimo.
L’Ukmto ha precisato che il transito nello Stretto verso destinazioni non iraniane non risulta formalmente impedito. Tuttavia, le navi possono essere sottoposte a controlli e procedure d’ispezione. Alle compagnie è stato raccomandato di mantenere la massima allerta, monitorare gli avvisi ai naviganti e contattare la Us Navy sul canale 16. I primi dati indicano che alcune petroliere hanno attraversato lo Stretto senza collegamenti con porti iraniani, segno che il traffico non è del tutto fermo ma si muove in un contesto di forte incertezza. A conferma della volatilità della situazione, il presidente americano Donald Trump ha scritto su Truth che «34 navi sono passate attraverso lo Stretto di Hormuz ieri», definendolo «il numero più alto da quando è iniziata questa chiusura».
Sul piano diplomatico, il nodo nucleare resta il principale punto di scontro. Durante i negoziati del fine settimana, gli Stati Uniti hanno proposto all’Iran di congelare l’arricchimento dell’uranio per 20 anni, mentre Teheran ha controproposto un periodo molto più breve, «a una sola cifra». Il fallimento dei colloqui, guidati dal vicepresidente JD Vance, è stato attribuito proprio alla distanza su questo punto cruciale, anche se l’Iran ha negato la circostanza. Nonostante lo stallo, la Casa Bianca lascia intravedere spiragli. Il presidente americano, Donald Trump, ha dichiarato che «JD Vance ha fatto un buon lavoro nelle trattative», sottolineando che il vero nodo resta il nucleare. «L’altra parte ci ha chiamato e vuole un accordo. Siamo stati contattati questa mattina dalle persone giuste e vogliono lavorare a un’intesa», ha aggiunto senza citare esplicitamente l’Iran. Sul piano militare, tuttavia, la linea della Casa Bianca resta durissima. Trump ha ribadito che qualsiasi nave iraniana che tenterà di violare il blocco sarà «immediatamente eliminata», sostenendo che «la Marina iraniana giace sul fondo del mare, completamente annientata». Parole che accompagnano la minaccia di un’ulteriore escalation se Teheran non cambierà posizione.
Il capo dell’Organizzazione marittima internazionale, Arsenio Dominguez, ha espresso forte preoccupazione per la situazione dei marittimi bloccati nell’area dello Stretto di Hormuz, ribadendo la necessità di garantire la libertà di navigazione. «Migliaia di uomini restano a bordo di navi nel Golfo Persico, esposti a rischi elevati e a un forte stress psicologico», ha dichiarato poco prima dell’avvio del blocco navale statunitense.
Sul fronte internazionale, Israele ha espresso sostegno alla decisione americana, mentre la Cina ha invitato a garantire la libertà di navigazione. Anche la Russia ha avvertito di possibili effetti negativi sui mercati energetici. Dall’Unione europea arriva un appello alla sicurezza marittima. «Quanto sta accadendo oggi nello Stretto di Hormuz rappresenta il segnale più chiaro a favore di una forte coalizione internazionale», ha dichiarato l’Alto rappresentante Ue, Kaja Kallas, ribadendo che l’Ue respingerà qualsiasi limitazione alla libera navigazione.
Il quadro resta estremamente fragile. Secondo quanto riportato dal Canale 12 israeliano, il premier Benjamin Netanyahu ritiene che il cessate il fuoco con l’Iran possa essere messo in discussione «in brevissimo tempo» dopo il fallimento dei negoziati. Di parere contrario il premier pakistano, Shehbaz Sharif, che ha affermato che la tregua tra Stati Uniti e Iran «regge» e che sono in corso sforzi diplomatici per superare le divergenze emerse, nonostante il fallimento dei negoziati svoltisi a Islamabad nel fine settimana.
Roma chiama l’Ue sul caro energia però Ursula fa solo chiacchiere
Nel pieno dell’emergenza energetica, Bruxelles prende tempo. Il massimo dell’azione della Commissione europea è annunciare una serie di proposte legislative che saranno presentate a maggio. Il 22 aprile verranno invece date delle raccomandazioni agli Stati membri a consumare e viaggiare meno, a spingere sulle tecnologie pulite, a intervenire sulle tasse sull’elettricità e sugli oneri di sistema. È questo l’esito della riunione del Collegio dei Commissari che ancora una volta certifica l’irrilevanza dell’Europa. Dall’inizio del conflitto iraniano la spesa della Ue per le importazioni di combustibili fossili è aumentata di oltre 22 miliardi, ha detto la presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, sottolineando che i prezzi dell’energia erano già balzati in cima all’agenda politica della Ue a causa dei timori per il calo della competitività rispetto a Cina e Stati Uniti. Ma se l’analisi non fa una piega, la ricetta per gestire la crisi non è proporzionata alla gravità del momento. «A maggio presenteremo proposte legislative per intervenire sulle tasse sull'elettricità e gli oneri di rete. L’obiettivo è quello di implementare misure strutturali per abbassare i prezzi dell’energia e dare sollievo a cittadini e imprese», ha annunciato la presidente. Il piano prevede che l’energia elettrica sia tassata in modo più favorevole rispetto ai combustibili fossili. Il piano della Commissione verrà presentato ai leader al prossimo Consiglio informale, la prossima settimana a Cipro, e ci sarà una comunicazione nel mercoledì precedente» (il 22 aprile). Von der Leyen ha spiegato che si punta a intervenire su tre aspetti. Il coordinamento tra Paesi negli interventi, anche riguardo alle scorte di gas e di petrolio e sulle misure di contenimento dei rincari, che «devono essere mirate ai gruppi vulnerabili, rapide, immediate e temporanee». Secondo, un «quadro temporaneo» che assicuri più flessibilità alle regole sugli aiuti di Stato. E, terzo elemento, e forse il più problematico: «Come possiamo ridurre la domanda».
La dipendenza della Ue dalle importazioni dei combustibili fossili la rende vulnerabile e le misure dovrebbero attutire l’impatto e promuovere l’adozione di tecnologie pulite. Di tasse e oneri di rete si era discusso al Consiglio europeo dello scorso febbraio ma anche allora nessuna decisione. In ballo c’era anche la proposta di modifica dell’impianto Ets (il sistema di acquisto di quote di Co2), che prevede l’interruzione dell’eliminazione delle quote gratuite e l'aumento di quelle immesse nel mercato di certificati. Ma stando alle parole di ieri della presidente dell’esecutivo Ue, il cantiere è ancora aperto: «Siamo sulla buona strada per presentare la revisione completa del sistema Ets, come annunciato, a luglio», ha detto. Nessun ripensamento sulla decarbonizzazione. «L’unico modo duraturo per uscire dalla dipendenza dai combustibili fossili», ha ribadito Von der Leyen, «è spostare la generazione di elettricità verso le energie rinnovabili e il nucleare, e poi, naturalmente, elettrificando l’economia il più rapidamente possibile».
Avanti tutta con l’elettrificazione «della nostra economia, delle nostre operazioni industriali, del modo in cui riscaldiamo le nostre case, della nostra mobilità». E annuncia la presentazione prima dell’estate di «un nuovo ambizioso obiettivo sull’elettrificazione». La presidente incoraggia gli Stati membri «a fare un uso migliore» dei finanziamenti Ue disponibili, come quelli dei fondi di coesione. «I soldi ci sono. Potete investirli nelle reti, nello stoccaggio, nelle batterie». Il quadro si completa con investimenti nei piccoli reattori modulari.
Ma mentre Bruxelles prende tempo i singoli governi procedono in ordine sparso. Dall’inizio della guerra con l’Iran, 22 Stati membri dell’Ue hanno introdotto oltre 120 misure non coordinate, per un costo superiore a 9 miliardi di euro (10,5 miliardi di dollari), al fine di attenuare l’impatto dell’aumento dei prezzi dell’energia, secondo un rapporto dell’Istituto Jacques Delors.
Manca quindi un coordinamento centrale per la gestione dell’emergenza. Lo ha evidenziato, tra le righe, anche il nostro ministero dell’Economia. Il viceministro, Maurizio Leo, ha sottolineato gli «sforzi notevoli» fatti dal governo per il taglio delle accise, che avrà la copertura fino a fine mese. «È chiaro che poi si dovrà pensare anche a livello europeo a degli interventi per venire incontro a tutte quelle che sono le esigenze del mondo produttivo, pensando agli autotrasportatori». Questi continuano a reclamare il credito d’imposta promesso al settore all’inizio della crisi in Medio Oriente nel consiglio dei ministri del 19 marzo scorso. A quasi un mese di distanza manca ancora il decreto attuativo. Un intervento in tale senso è appeso alle decisioni Bruxelles sul regime degli aiuti di Stato. Intanto gli autotrasportatori siciliani sono entrati in sciopero dalla mezzanotte di ieri sera per 5 giorni, bloccando i rifornimenti alla grande distribuzione dell’isola. Ed è solo l’inizio. Nelle riunioni che si sono svolte nel fine settimana, nell’ambito dell’iniziativa Unatras con assemblee convocate in cento piazze italiane, l’intera categoria nazionale è orientata verso il blocco dei servizi di trasporto su strada. Venerdì prossimo il Comitato esecutivo nazionale di Unatras potrebbe pronunciarsi sul blocco nazionale.
Teheran insorge: «Atto di pirateria, gli statunitensi se ne pentiranno»
«Siamo pronti ad affrontare qualsiasi scenario e le forze armate sono già in stato di massima allerta», ha tuonato il ministro della Difesa iraniano, il generale, Seyyed Majid ibn Reza, «qualsiasi atto di aggressione o provocazione del nemico riceverà una risposta dura e decisiva». La reazione di Teheran alle mosse statunitensi è stata subito estremamente aggressiva, come a voler mostrare i muscoli anche a tutte le nazioni coinvolte. Il blocco navale voluto da Donald Trump, dopo il fallimento del meeting di Islamabad, è stato definito dai Guardiani della rivoluzione come un atto di pirateria marittima e un’azione illegale. Le forze armate degli ayatollah hanno minacciato tutti i porti dell’area, arrivando a dire che nessun porto nel Golfo Persico o nel mar d’Oman sarà più al sicuro. La televisione nazionale Press tv ha dato ampio risalto alle reazione dei rappresentanti della Repubblica islamica come il tenente colonnello Ebrahim Zolfaqari, portavoce del quartier generale del comando unificato Khatam al-Anbiya, che ha detto che le navi affiliate al nemico non hanno e non avranno il diritto di attraversare lo Stretto di Hormuz, mentre le altre navi avranno il permesso di transito, ma soltanto nel rispetto delle normative delle Forze armate. Un messaggio chiaro che lascia intendere che l’Iran non permetterà agli Stati Uniti di decidere chi può attraversare questo vitale passaggio.
Lo scontro verbale ha coinvolto anche il presidente della Repubblica islamica, Masoud Pezeshkian, che ha affermato che tutte le minacce contro le infrastrutture del suo Paese rappresentano un chiaro segno della debolezza del nemico, questo in riposta a Donald Trump che aveva fatto riferimento alle infrastrutture energetiche della nazione asiatica come un obiettivo.
La lista dei dignitari iraniani che hanno risposto a Trump si allunga ora dopo ora e sono come sempre i pasdaran a prendere le posizioni più nette. Esamil Qaani, comandante della Forza Quds, reparto speciale responsabile delle operazioni al di fuori dell’Iran, ha gridato in un comizio che gli Stati Uniti lasceranno la regione senza aver ottenuto nulla e ha poi rimarcato che sia Washington che Tel Aviv dovrebbero ricordarsi di aver abbandonato lo Yemen, senza aver mai raggiunto gli obiettivi prefissati. Il generale, che ha rapporti diretti e personali con gli Huthi, ha velatamente minacciato la chiusura dello Stretto di Bab el-Mandeb, la strettoia che porta al mar Rosso e poi al canale di Suez. Da qui passano circa 6 milioni di barili di petrolio al giorno, che sommati agli oltre 20 di Hormuz, metterebbero l’Europa davanti a una crisi senza precedenti. Qaani è l’uomo che la Guida suprema Ali Khamenei aveva incaricato di coordinare quella che veniva chiamata asse della resistenza ed è lui che può far scendere in campo gli Huthi aprendo definitivamente anche il fronte del mar Rosso. Sempre a proposito delle conseguenze economiche, il presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf , ha avvertito gli americani su X: «Godetevi i prezzi attuali della benzina. Presto vi mancheranno i 4-5 dollari al gallone».
Il muro contro muro non ha però precluso completamente la via della trattativa e i mediatori di Pakistan, Egitto e Turchia continueranno i colloqui con gli Stati Uniti e l’Iran anche nei prossimi giorni. «Non siamo ancora in una situazione di stallo totale», ha dichiarato Ishaq Dar, ministro degli Esteri di Islamabad, «Il mio governo è convinto che abbiamo assistito soltanto al primo round dei colloqui e il Pakistan farà ancora la sua parte. Il primo ministro Shehbaz Sharif si trova in Arabia Saudita su invito del principe Mohammed bin Salman e insieme lavoreranno per la tregua».
Meno intransigente e più possibilista il ministro degli Esteri di Teheran, Abbas Araghchi, presente agli Islamabd Talks e uomo dal lungo passato diplomatico. «Le richieste degli Stati Uniti sono state massimaliste e con cambiamenti di posizione continui», ha spiegato il responsabile della politica estera iraniana, «Washington era partito con grande sfiducia nei nostri confronti, ma l’Iran è stato costruttivo e paziente».
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