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2019-11-05
Università lercia dopo il rave illegale. I collettivi irridono il rettore furioso
www.unimi.it
Un mare di devastazione, bottiglie, cocci, bicchieri di plastica, sacchi neri, cartoni, rifiuti sparsi dappertutto, laghi di bevande alcoliche sui pavimenti e sui muri ancora appiccicati i cartelli che indirizzano verso «vino, spritz, amari». È l'eredità che i collettivi universitari hanno lasciato alla Statale di Milano dopo avervi organizzato abusivamente una festa nella notte di Halloween. L'altra mattina chi ha riaperto lo storico edificio in via Festa del Perdono non credeva ai propri occhi. Non è la prima volta che accade. Ma stavolta il rettore, Elio Franzini, aveva dato l'ordine di tenere i cancelli chiusi. Basta con i «rave» accademici. Lo scorso giugno uno studente, Francesco Ginese, era morto nel tentativo di entrare a una festa organizzata all'interno della Sapienza di Roma, anch'essa non autorizzata.
Ormai non c'è Halloween senza «rave» abusivi da migliaia di sballati. Alla Statale questo sarebbe il quarto. Le cronache di questi giorni raccontano di discoteche piene oltre i limiti, di capannoni industriali riaperti per l'occasione, addirittura di una ragazza morta a Livorno e di un'altra deceduta in un incidente stradale mentre rincasava alle 8 del mattino sull'auto del fidanzato. Negli Stati Uniti la piattaforma di affitti brevi Airbnb vieterà che nelle case si tengano festini dopo una catena di omicidi in California. A Roma i ragazzi del collettivo del liceo Virgilio si sono rovesciati allo Spin Time, locale ricavato nel palazzo al quale ha ridato abusivamente la luce l'elemosiniere di papa Francesco, il cardinale Konrad Krajewski: la scuola era stata sbarrata e i ragazzi (molti minorenni) sono andati lì a fare gli zombie, dividendosi poi l'incasso con gli squatter.
Ovviamente le autorità, dai sindaci agli altri responsabili della pubblica sicurezza, chiudono gli occhi e la bocca. Così le zucche di Halloween diventano il pretesto per scardinare l'autorità accademica e imporre un contropotere. «Festa senza perdono», «festa antifascista, antirazzista, antisessista», annunciavano i manifesti pubblicati sul profilo Facebook dei collettivi Dillinger Unimi e Lume (Laboratorio universitario metropolitano). Una sfida in piena regola. I cancelli dovevano chiudere alle 16, in anticipo rispetto al solito. Ma gli autonomi se ne sono fregati e hanno occupato illegalmente la Statale fino al mattino dopo.
Ma il rettore Franzini ha rotto il silenzio pubblicando sul sito dell'ateneo a tutto video le foto dello scempio e una lettera aperta di protesta, tradotta anche in inglese, chiamando in causa «le autorità deputate alla nostra sicurezza» chiamate a «un'assunzione di responsabilità da parte di tutti»; poi è andato a depositare una denuncia contro ignoti. Il rettore si è sentito abbandonato. Scrive Franzini: «Queste feste, del tutto abusive, organizzate da gruppi in larga parte esterni all'ateneo, che chiedono persino una tariffa per l'ingresso (3 euro, ndr), sono state tollerate per molti anni, quasi fossero l'inevitabile prezzo da pagare per risparmiare la nostra comunità da sfregi peggiori». Stavolta la pazienza è finita: basta con gli atteggiamenti «di passiva indifferenza o rassegnazione nei confronti di atti di palese illegalità».
Per il 31, racconta Franzini, era stata decisa la chiusura anticipata anche per tutelare l'edificio cinquecentesco di via Festa del Perdono, «un complesso monumentale tra i più importanti del Paese, un bene pubblico, vulnerabile e prezioso». La decisione era stata presa e comunicata con largo anticipo. Tutto inutile: «Dopo le 16 siamo rimasti soli, testimoni di un reato che si compiva senza nulla poter fare, ad assistere alla preparazione dello scempio che soltanto per un caso non ha avuto conseguenze peggiori, come quelle che si sono di recente verificate, in contesto del tutto analogo, presso un'altra università italiana».
Le misure precauzionali non sono bastate. La chiusura del portone pedonale è stata impedita; da lì sono stati introdotti cibo, bevande alcoliche e materiali anche infiammabili e dalle 22 in poi sono entrate centinaia di persone. Le forze dell'ordine si sono limitate a una «vigilanza passiva», dice il rettore, con agenti in borghese. «Abbiamo deciso di pubblicare le immagini», conclude Franzini, «perché tutti siano consapevoli e si impegnino perché questa sopraffazione non si debba ripetere, nel silenzio collettivo della comunità accademica, delle istituzioni e dell'opinione pubblica».
I collettivi-zombie hanno replicato su Facebook con arroganza. Lo sporco? «Abbiamo parzialmente ripulito la sala ma per ripulire completamente occorrono macchinari»: i rifiuti, insomma, non solo un problema loro. «Il costo della pulizia non va a ledere il bilancio di un'università con 60.000 iscritti»: rettore Franzini, paga gli spazzini e taci. Il biglietto d'ingresso? «Serve a pagare le spese organizzative e costituisce un benefit per il collettivo, fare politica e cultura dal basso purtroppo ha i suoi costi». L'occupazione abusiva? «Rivendichiamo con forza la necessità di aprire spazi di socialità alternativi e trasversali. Non accettiamo la repressione». E nemmeno le regole.
Essere protetti è un diritto reale
Pietro Dubolino, Presidente a riposo di sezione della Corte di cassazione
Ogni qual volta si levi, dall'area di centrodestra, qualche voce che, a torto o a ragione, faccia carico al governo o ad altre pubbliche autorità di non tutelare abbastanza la sicurezza dei cittadini, specie quando questa appaia minacciata dall'afflusso, in qualche luogo, di immigrati irregolari o di nomadi, scatta immancabilmente, oltre alla solita accusa di «razzismo», anche quella di bieca speculazione politica sulla diffusa paura della gente nei confronti dell'«altro» o del «diverso». Della prima di tali accuse non vale più nemmeno la pena di parlare, tanto essa è ormai logora e spuntata.
Mette conto parlare invece della seconda, dietro la quale si cela una subdola astuzia che la rende assai pericolosa. La paura, infatti, è un sentimento del quale, in genere, non si va orgogliosi, per cui, pur di non ammetterlo, neppure di fronte a sé stessi, si può essere facilmente indotti a prestare e a mostrare adesione a quella che viene presentata come la condotta più coraggiosa, consistente nel negare o minimizzare l'esistenza del pericolo; esattamente quello che si vuole da parte di chi, pur disponendo del potere, quel pericolo, in omaggio alle proprie visioni ideologiche, non vuole né riconoscerlo né, tanto meno, fronteggiarlo, evitando però, nel contempo, il rischio di una perdita di consenso politico o di prestigio sociale.
Ciò detto, sarebbe illusorio pensare che la posizione di vantaggio che tale meccanismo consente di ottenere possa essere significativamente scalfita, nel confronto dialettico, cercando di dimostrare, come pure avviene di frequente, che la paura, di fatto, esiste ed è giustificata. In tal modo, infatti, non solo si lascia all'avversario la scelta del campo, ma, soprattutto, si finisce per avallare implicitamente il presupposto sul quale la sua tesi si fonda: quello, cioè, secondo il quale soltanto la paura costituisce il criterio per la misurazione del livello di sicurezza che lo Stato è tenuto a fornire ai propri cittadini.
È proprio questo falso presupposto, invece, quello che va scovato e radicalmente contestato.
Lo Stato, infatti, trova il suo originario fondamento e la sua essenziale ragion d'essere nell'esigenza di garantire ai propri cittadini il maggior grado di sicurezza dalle offese interne ed esterne che sia oggettivamente possibile, indipendentemente dalle paure che essi, individualmente o collettivamente, possano nutrire per la loro vita, la loro incolumità ed i propri beni. Questa garanzia forma quindi oggetto di un vero e proprio obbligo, da parte dello Stato, sia nei confronti della collettività dei cittadini che nei confronti di ciascuno di essi; obbligo a fronte del quale, secondo la più elementare logica giuridica, si configura poi, necessariamente, il corrispondente diritto di ciascun cittadino di pretenderne, in linea di principio, l'adempimento; e ciò pur mancando, nell'ordinamento, uno specifico strumento giuridico posto a tutela di tale diritto, salvo, naturalmente, lo strumento indiretto costituito, nei regimi democratici, dal voto mediante il quale il cittadino può «punire» la forza politica da lui ritenuta responsabile dell'eventuale, mancato adempimento di cui si senta vittima.
Il livello di sicurezza, poi, che lo Stato è tenuto ad assicurare può variare soltanto in funzione delle limitazioni alle libertà individuali e collettive che la società civile, di volta in volta, è disposta a tollerare. Non c'è dubbio, infatti, che la sicurezza è un bene che, realizzandosi necessariamente mediante l'imposizione di controlli, prescrizioni e divieti, si paga con la rinuncia ad una parte, più o meno consistente, di libertà; così come, alla reciproca, la libertà è un bene per mantenere o estendere il quale è necessario ridurre l'incidenza di controlli, prescrizioni e divieti e quindi rinunciare, in misura più o meno rilevante, alla sicurezza di cui essi sono strumento. Il punto di equilibrio fra le due contrapposte esigenze è, per forza di cosa, perennemente instabile e dev'essere quindi individuato di volta in volta dal legislatore, sulla base di valutazioni essenzialmente politiche e, come tali, largamente opinabili. Non opinabile, però, è che entrambe le esigenze in questione hanno piena legittimità, per cui non può mai ritenersi giustificato che vengano demonizzati o ridicolizzati quanti, nell'ambito di una normale dialettica democratica e nella infinita varietà delle situazioni storiche, ritengano che debba attribuirsi prevalenza all'una o all'altra di esse. D'altra parte, essendo tanto la sicurezza quanto la libertà due beni di pari valore, neppure può mai dirsi, in linea di principio, che uno di essi sia, in sé e per sé, eccessivo rispetto all'altro, potendo in realtà essere ritenuta eccessiva soltanto la misura nella quale, di volta in volta, viene richiesto il sacrificio di uno di essi in favore dell'altro.
Libertà e sicurezza, poi, oltre a collocarsi su di un piano di reciproca parità, occupano anche, esse sole, il più alto grado nella gerarchia dei beni che l'autorità pubblica è tenuta a salvaguardare e promuovere; ragion per cui ciascuna delle due può essere compressa e limitata solo in funzione dell'ampliamento dell'altra e non per finalità di altra natura, quali che esse siano. E ciò tanto più in quanto tali diverse finalità non rientrino neppure tra quelle che lo Stato possa legittimamente perseguire, non rispondendo esse, neppure nelle intenzioni, ad un riconoscibile interesse dell'intera collettività nazionale.
Il che (venendo all'attualità) è quanto si verifica, ad esempio, proprio con riguardo alla politica dell'accoglienza pressoché indiscriminata dei «migranti», proposta ed imposta alla collettività dei cittadini, i quali sono in tal modo costretti a subire una innegabile riduzione del livello di sicurezza al quale essi avrebbero diritto, senza che da tale riduzione possa loro derivare alcun corrispondente vantaggio in termini di maggiore libertà e senza che nessuno si dia neppure la briga di spiegare (per quanto poco possa valere) quale altro ipotetico vantaggio di altra natura detta politica possa produrre.
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Statale di Milano devastata dalla festa clandestina, ira delle autorità accademiche: «Soli di fronte al reato». Intanto, nel palazzo occupato di monsignor Bolletta, a Roma, i liceali ballano e poi si spartiscono l'incasso.Un'insistente propaganda riconduce la richiesta di essere tutelati dalla criminalità a un timore irrazionale. Ma per lo Stato garantire l'incolumità dei cittadini è un dovere.Lo speciale contiene due articoli.Un mare di devastazione, bottiglie, cocci, bicchieri di plastica, sacchi neri, cartoni, rifiuti sparsi dappertutto, laghi di bevande alcoliche sui pavimenti e sui muri ancora appiccicati i cartelli che indirizzano verso «vino, spritz, amari». È l'eredità che i collettivi universitari hanno lasciato alla Statale di Milano dopo avervi organizzato abusivamente una festa nella notte di Halloween. L'altra mattina chi ha riaperto lo storico edificio in via Festa del Perdono non credeva ai propri occhi. Non è la prima volta che accade. Ma stavolta il rettore, Elio Franzini, aveva dato l'ordine di tenere i cancelli chiusi. Basta con i «rave» accademici. Lo scorso giugno uno studente, Francesco Ginese, era morto nel tentativo di entrare a una festa organizzata all'interno della Sapienza di Roma, anch'essa non autorizzata.Ormai non c'è Halloween senza «rave» abusivi da migliaia di sballati. Alla Statale questo sarebbe il quarto. Le cronache di questi giorni raccontano di discoteche piene oltre i limiti, di capannoni industriali riaperti per l'occasione, addirittura di una ragazza morta a Livorno e di un'altra deceduta in un incidente stradale mentre rincasava alle 8 del mattino sull'auto del fidanzato. Negli Stati Uniti la piattaforma di affitti brevi Airbnb vieterà che nelle case si tengano festini dopo una catena di omicidi in California. A Roma i ragazzi del collettivo del liceo Virgilio si sono rovesciati allo Spin Time, locale ricavato nel palazzo al quale ha ridato abusivamente la luce l'elemosiniere di papa Francesco, il cardinale Konrad Krajewski: la scuola era stata sbarrata e i ragazzi (molti minorenni) sono andati lì a fare gli zombie, dividendosi poi l'incasso con gli squatter. Ovviamente le autorità, dai sindaci agli altri responsabili della pubblica sicurezza, chiudono gli occhi e la bocca. Così le zucche di Halloween diventano il pretesto per scardinare l'autorità accademica e imporre un contropotere. «Festa senza perdono», «festa antifascista, antirazzista, antisessista», annunciavano i manifesti pubblicati sul profilo Facebook dei collettivi Dillinger Unimi e Lume (Laboratorio universitario metropolitano). Una sfida in piena regola. I cancelli dovevano chiudere alle 16, in anticipo rispetto al solito. Ma gli autonomi se ne sono fregati e hanno occupato illegalmente la Statale fino al mattino dopo.Ma il rettore Franzini ha rotto il silenzio pubblicando sul sito dell'ateneo a tutto video le foto dello scempio e una lettera aperta di protesta, tradotta anche in inglese, chiamando in causa «le autorità deputate alla nostra sicurezza» chiamate a «un'assunzione di responsabilità da parte di tutti»; poi è andato a depositare una denuncia contro ignoti. Il rettore si è sentito abbandonato. Scrive Franzini: «Queste feste, del tutto abusive, organizzate da gruppi in larga parte esterni all'ateneo, che chiedono persino una tariffa per l'ingresso (3 euro, ndr), sono state tollerate per molti anni, quasi fossero l'inevitabile prezzo da pagare per risparmiare la nostra comunità da sfregi peggiori». Stavolta la pazienza è finita: basta con gli atteggiamenti «di passiva indifferenza o rassegnazione nei confronti di atti di palese illegalità». Per il 31, racconta Franzini, era stata decisa la chiusura anticipata anche per tutelare l'edificio cinquecentesco di via Festa del Perdono, «un complesso monumentale tra i più importanti del Paese, un bene pubblico, vulnerabile e prezioso». La decisione era stata presa e comunicata con largo anticipo. Tutto inutile: «Dopo le 16 siamo rimasti soli, testimoni di un reato che si compiva senza nulla poter fare, ad assistere alla preparazione dello scempio che soltanto per un caso non ha avuto conseguenze peggiori, come quelle che si sono di recente verificate, in contesto del tutto analogo, presso un'altra università italiana».Le misure precauzionali non sono bastate. La chiusura del portone pedonale è stata impedita; da lì sono stati introdotti cibo, bevande alcoliche e materiali anche infiammabili e dalle 22 in poi sono entrate centinaia di persone. Le forze dell'ordine si sono limitate a una «vigilanza passiva», dice il rettore, con agenti in borghese. «Abbiamo deciso di pubblicare le immagini», conclude Franzini, «perché tutti siano consapevoli e si impegnino perché questa sopraffazione non si debba ripetere, nel silenzio collettivo della comunità accademica, delle istituzioni e dell'opinione pubblica».I collettivi-zombie hanno replicato su Facebook con arroganza. Lo sporco? «Abbiamo parzialmente ripulito la sala ma per ripulire completamente occorrono macchinari»: i rifiuti, insomma, non solo un problema loro. «Il costo della pulizia non va a ledere il bilancio di un'università con 60.000 iscritti»: rettore Franzini, paga gli spazzini e taci. Il biglietto d'ingresso? «Serve a pagare le spese organizzative e costituisce un benefit per il collettivo, fare politica e cultura dal basso purtroppo ha i suoi costi». L'occupazione abusiva? «Rivendichiamo con forza la necessità di aprire spazi di socialità alternativi e trasversali. Non accettiamo la repressione». E nemmeno le regole.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/universita-lercia-dopo-il-rave-illegale-i-collettivi-irridono-il-rettore-furioso-2641223094.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="essere-protetti-e-un-diritto-reale" data-post-id="2641223094" data-published-at="1774145396" data-use-pagination="False"> Essere protetti è un diritto reale Pietro Dubolino, Presidente a riposo di sezione della Corte di cassazione Ogni qual volta si levi, dall'area di centrodestra, qualche voce che, a torto o a ragione, faccia carico al governo o ad altre pubbliche autorità di non tutelare abbastanza la sicurezza dei cittadini, specie quando questa appaia minacciata dall'afflusso, in qualche luogo, di immigrati irregolari o di nomadi, scatta immancabilmente, oltre alla solita accusa di «razzismo», anche quella di bieca speculazione politica sulla diffusa paura della gente nei confronti dell'«altro» o del «diverso». Della prima di tali accuse non vale più nemmeno la pena di parlare, tanto essa è ormai logora e spuntata. Mette conto parlare invece della seconda, dietro la quale si cela una subdola astuzia che la rende assai pericolosa. La paura, infatti, è un sentimento del quale, in genere, non si va orgogliosi, per cui, pur di non ammetterlo, neppure di fronte a sé stessi, si può essere facilmente indotti a prestare e a mostrare adesione a quella che viene presentata come la condotta più coraggiosa, consistente nel negare o minimizzare l'esistenza del pericolo; esattamente quello che si vuole da parte di chi, pur disponendo del potere, quel pericolo, in omaggio alle proprie visioni ideologiche, non vuole né riconoscerlo né, tanto meno, fronteggiarlo, evitando però, nel contempo, il rischio di una perdita di consenso politico o di prestigio sociale. Ciò detto, sarebbe illusorio pensare che la posizione di vantaggio che tale meccanismo consente di ottenere possa essere significativamente scalfita, nel confronto dialettico, cercando di dimostrare, come pure avviene di frequente, che la paura, di fatto, esiste ed è giustificata. In tal modo, infatti, non solo si lascia all'avversario la scelta del campo, ma, soprattutto, si finisce per avallare implicitamente il presupposto sul quale la sua tesi si fonda: quello, cioè, secondo il quale soltanto la paura costituisce il criterio per la misurazione del livello di sicurezza che lo Stato è tenuto a fornire ai propri cittadini. È proprio questo falso presupposto, invece, quello che va scovato e radicalmente contestato. Lo Stato, infatti, trova il suo originario fondamento e la sua essenziale ragion d'essere nell'esigenza di garantire ai propri cittadini il maggior grado di sicurezza dalle offese interne ed esterne che sia oggettivamente possibile, indipendentemente dalle paure che essi, individualmente o collettivamente, possano nutrire per la loro vita, la loro incolumità ed i propri beni. Questa garanzia forma quindi oggetto di un vero e proprio obbligo, da parte dello Stato, sia nei confronti della collettività dei cittadini che nei confronti di ciascuno di essi; obbligo a fronte del quale, secondo la più elementare logica giuridica, si configura poi, necessariamente, il corrispondente diritto di ciascun cittadino di pretenderne, in linea di principio, l'adempimento; e ciò pur mancando, nell'ordinamento, uno specifico strumento giuridico posto a tutela di tale diritto, salvo, naturalmente, lo strumento indiretto costituito, nei regimi democratici, dal voto mediante il quale il cittadino può «punire» la forza politica da lui ritenuta responsabile dell'eventuale, mancato adempimento di cui si senta vittima. Il livello di sicurezza, poi, che lo Stato è tenuto ad assicurare può variare soltanto in funzione delle limitazioni alle libertà individuali e collettive che la società civile, di volta in volta, è disposta a tollerare. Non c'è dubbio, infatti, che la sicurezza è un bene che, realizzandosi necessariamente mediante l'imposizione di controlli, prescrizioni e divieti, si paga con la rinuncia ad una parte, più o meno consistente, di libertà; così come, alla reciproca, la libertà è un bene per mantenere o estendere il quale è necessario ridurre l'incidenza di controlli, prescrizioni e divieti e quindi rinunciare, in misura più o meno rilevante, alla sicurezza di cui essi sono strumento. Il punto di equilibrio fra le due contrapposte esigenze è, per forza di cosa, perennemente instabile e dev'essere quindi individuato di volta in volta dal legislatore, sulla base di valutazioni essenzialmente politiche e, come tali, largamente opinabili. Non opinabile, però, è che entrambe le esigenze in questione hanno piena legittimità, per cui non può mai ritenersi giustificato che vengano demonizzati o ridicolizzati quanti, nell'ambito di una normale dialettica democratica e nella infinita varietà delle situazioni storiche, ritengano che debba attribuirsi prevalenza all'una o all'altra di esse. D'altra parte, essendo tanto la sicurezza quanto la libertà due beni di pari valore, neppure può mai dirsi, in linea di principio, che uno di essi sia, in sé e per sé, eccessivo rispetto all'altro, potendo in realtà essere ritenuta eccessiva soltanto la misura nella quale, di volta in volta, viene richiesto il sacrificio di uno di essi in favore dell'altro. Libertà e sicurezza, poi, oltre a collocarsi su di un piano di reciproca parità, occupano anche, esse sole, il più alto grado nella gerarchia dei beni che l'autorità pubblica è tenuta a salvaguardare e promuovere; ragion per cui ciascuna delle due può essere compressa e limitata solo in funzione dell'ampliamento dell'altra e non per finalità di altra natura, quali che esse siano. E ciò tanto più in quanto tali diverse finalità non rientrino neppure tra quelle che lo Stato possa legittimamente perseguire, non rispondendo esse, neppure nelle intenzioni, ad un riconoscibile interesse dell'intera collettività nazionale. Il che (venendo all'attualità) è quanto si verifica, ad esempio, proprio con riguardo alla politica dell'accoglienza pressoché indiscriminata dei «migranti», proposta ed imposta alla collettività dei cittadini, i quali sono in tal modo costretti a subire una innegabile riduzione del livello di sicurezza al quale essi avrebbero diritto, senza che da tale riduzione possa loro derivare alcun corrispondente vantaggio in termini di maggiore libertà e senza che nessuno si dia neppure la briga di spiegare (per quanto poco possa valere) quale altro ipotetico vantaggio di altra natura detta politica possa produrre.
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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