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2019-11-05
Università lercia dopo il rave illegale. I collettivi irridono il rettore furioso
www.unimi.it
Un mare di devastazione, bottiglie, cocci, bicchieri di plastica, sacchi neri, cartoni, rifiuti sparsi dappertutto, laghi di bevande alcoliche sui pavimenti e sui muri ancora appiccicati i cartelli che indirizzano verso «vino, spritz, amari». È l'eredità che i collettivi universitari hanno lasciato alla Statale di Milano dopo avervi organizzato abusivamente una festa nella notte di Halloween. L'altra mattina chi ha riaperto lo storico edificio in via Festa del Perdono non credeva ai propri occhi. Non è la prima volta che accade. Ma stavolta il rettore, Elio Franzini, aveva dato l'ordine di tenere i cancelli chiusi. Basta con i «rave» accademici. Lo scorso giugno uno studente, Francesco Ginese, era morto nel tentativo di entrare a una festa organizzata all'interno della Sapienza di Roma, anch'essa non autorizzata.
Ormai non c'è Halloween senza «rave» abusivi da migliaia di sballati. Alla Statale questo sarebbe il quarto. Le cronache di questi giorni raccontano di discoteche piene oltre i limiti, di capannoni industriali riaperti per l'occasione, addirittura di una ragazza morta a Livorno e di un'altra deceduta in un incidente stradale mentre rincasava alle 8 del mattino sull'auto del fidanzato. Negli Stati Uniti la piattaforma di affitti brevi Airbnb vieterà che nelle case si tengano festini dopo una catena di omicidi in California. A Roma i ragazzi del collettivo del liceo Virgilio si sono rovesciati allo Spin Time, locale ricavato nel palazzo al quale ha ridato abusivamente la luce l'elemosiniere di papa Francesco, il cardinale Konrad Krajewski: la scuola era stata sbarrata e i ragazzi (molti minorenni) sono andati lì a fare gli zombie, dividendosi poi l'incasso con gli squatter.
Ovviamente le autorità, dai sindaci agli altri responsabili della pubblica sicurezza, chiudono gli occhi e la bocca. Così le zucche di Halloween diventano il pretesto per scardinare l'autorità accademica e imporre un contropotere. «Festa senza perdono», «festa antifascista, antirazzista, antisessista», annunciavano i manifesti pubblicati sul profilo Facebook dei collettivi Dillinger Unimi e Lume (Laboratorio universitario metropolitano). Una sfida in piena regola. I cancelli dovevano chiudere alle 16, in anticipo rispetto al solito. Ma gli autonomi se ne sono fregati e hanno occupato illegalmente la Statale fino al mattino dopo.
Ma il rettore Franzini ha rotto il silenzio pubblicando sul sito dell'ateneo a tutto video le foto dello scempio e una lettera aperta di protesta, tradotta anche in inglese, chiamando in causa «le autorità deputate alla nostra sicurezza» chiamate a «un'assunzione di responsabilità da parte di tutti»; poi è andato a depositare una denuncia contro ignoti. Il rettore si è sentito abbandonato. Scrive Franzini: «Queste feste, del tutto abusive, organizzate da gruppi in larga parte esterni all'ateneo, che chiedono persino una tariffa per l'ingresso (3 euro, ndr), sono state tollerate per molti anni, quasi fossero l'inevitabile prezzo da pagare per risparmiare la nostra comunità da sfregi peggiori». Stavolta la pazienza è finita: basta con gli atteggiamenti «di passiva indifferenza o rassegnazione nei confronti di atti di palese illegalità».
Per il 31, racconta Franzini, era stata decisa la chiusura anticipata anche per tutelare l'edificio cinquecentesco di via Festa del Perdono, «un complesso monumentale tra i più importanti del Paese, un bene pubblico, vulnerabile e prezioso». La decisione era stata presa e comunicata con largo anticipo. Tutto inutile: «Dopo le 16 siamo rimasti soli, testimoni di un reato che si compiva senza nulla poter fare, ad assistere alla preparazione dello scempio che soltanto per un caso non ha avuto conseguenze peggiori, come quelle che si sono di recente verificate, in contesto del tutto analogo, presso un'altra università italiana».
Le misure precauzionali non sono bastate. La chiusura del portone pedonale è stata impedita; da lì sono stati introdotti cibo, bevande alcoliche e materiali anche infiammabili e dalle 22 in poi sono entrate centinaia di persone. Le forze dell'ordine si sono limitate a una «vigilanza passiva», dice il rettore, con agenti in borghese. «Abbiamo deciso di pubblicare le immagini», conclude Franzini, «perché tutti siano consapevoli e si impegnino perché questa sopraffazione non si debba ripetere, nel silenzio collettivo della comunità accademica, delle istituzioni e dell'opinione pubblica».
I collettivi-zombie hanno replicato su Facebook con arroganza. Lo sporco? «Abbiamo parzialmente ripulito la sala ma per ripulire completamente occorrono macchinari»: i rifiuti, insomma, non solo un problema loro. «Il costo della pulizia non va a ledere il bilancio di un'università con 60.000 iscritti»: rettore Franzini, paga gli spazzini e taci. Il biglietto d'ingresso? «Serve a pagare le spese organizzative e costituisce un benefit per il collettivo, fare politica e cultura dal basso purtroppo ha i suoi costi». L'occupazione abusiva? «Rivendichiamo con forza la necessità di aprire spazi di socialità alternativi e trasversali. Non accettiamo la repressione». E nemmeno le regole.
Essere protetti è un diritto reale
Pietro Dubolino, Presidente a riposo di sezione della Corte di cassazione
Ogni qual volta si levi, dall'area di centrodestra, qualche voce che, a torto o a ragione, faccia carico al governo o ad altre pubbliche autorità di non tutelare abbastanza la sicurezza dei cittadini, specie quando questa appaia minacciata dall'afflusso, in qualche luogo, di immigrati irregolari o di nomadi, scatta immancabilmente, oltre alla solita accusa di «razzismo», anche quella di bieca speculazione politica sulla diffusa paura della gente nei confronti dell'«altro» o del «diverso». Della prima di tali accuse non vale più nemmeno la pena di parlare, tanto essa è ormai logora e spuntata.
Mette conto parlare invece della seconda, dietro la quale si cela una subdola astuzia che la rende assai pericolosa. La paura, infatti, è un sentimento del quale, in genere, non si va orgogliosi, per cui, pur di non ammetterlo, neppure di fronte a sé stessi, si può essere facilmente indotti a prestare e a mostrare adesione a quella che viene presentata come la condotta più coraggiosa, consistente nel negare o minimizzare l'esistenza del pericolo; esattamente quello che si vuole da parte di chi, pur disponendo del potere, quel pericolo, in omaggio alle proprie visioni ideologiche, non vuole né riconoscerlo né, tanto meno, fronteggiarlo, evitando però, nel contempo, il rischio di una perdita di consenso politico o di prestigio sociale.
Ciò detto, sarebbe illusorio pensare che la posizione di vantaggio che tale meccanismo consente di ottenere possa essere significativamente scalfita, nel confronto dialettico, cercando di dimostrare, come pure avviene di frequente, che la paura, di fatto, esiste ed è giustificata. In tal modo, infatti, non solo si lascia all'avversario la scelta del campo, ma, soprattutto, si finisce per avallare implicitamente il presupposto sul quale la sua tesi si fonda: quello, cioè, secondo il quale soltanto la paura costituisce il criterio per la misurazione del livello di sicurezza che lo Stato è tenuto a fornire ai propri cittadini.
È proprio questo falso presupposto, invece, quello che va scovato e radicalmente contestato.
Lo Stato, infatti, trova il suo originario fondamento e la sua essenziale ragion d'essere nell'esigenza di garantire ai propri cittadini il maggior grado di sicurezza dalle offese interne ed esterne che sia oggettivamente possibile, indipendentemente dalle paure che essi, individualmente o collettivamente, possano nutrire per la loro vita, la loro incolumità ed i propri beni. Questa garanzia forma quindi oggetto di un vero e proprio obbligo, da parte dello Stato, sia nei confronti della collettività dei cittadini che nei confronti di ciascuno di essi; obbligo a fronte del quale, secondo la più elementare logica giuridica, si configura poi, necessariamente, il corrispondente diritto di ciascun cittadino di pretenderne, in linea di principio, l'adempimento; e ciò pur mancando, nell'ordinamento, uno specifico strumento giuridico posto a tutela di tale diritto, salvo, naturalmente, lo strumento indiretto costituito, nei regimi democratici, dal voto mediante il quale il cittadino può «punire» la forza politica da lui ritenuta responsabile dell'eventuale, mancato adempimento di cui si senta vittima.
Il livello di sicurezza, poi, che lo Stato è tenuto ad assicurare può variare soltanto in funzione delle limitazioni alle libertà individuali e collettive che la società civile, di volta in volta, è disposta a tollerare. Non c'è dubbio, infatti, che la sicurezza è un bene che, realizzandosi necessariamente mediante l'imposizione di controlli, prescrizioni e divieti, si paga con la rinuncia ad una parte, più o meno consistente, di libertà; così come, alla reciproca, la libertà è un bene per mantenere o estendere il quale è necessario ridurre l'incidenza di controlli, prescrizioni e divieti e quindi rinunciare, in misura più o meno rilevante, alla sicurezza di cui essi sono strumento. Il punto di equilibrio fra le due contrapposte esigenze è, per forza di cosa, perennemente instabile e dev'essere quindi individuato di volta in volta dal legislatore, sulla base di valutazioni essenzialmente politiche e, come tali, largamente opinabili. Non opinabile, però, è che entrambe le esigenze in questione hanno piena legittimità, per cui non può mai ritenersi giustificato che vengano demonizzati o ridicolizzati quanti, nell'ambito di una normale dialettica democratica e nella infinita varietà delle situazioni storiche, ritengano che debba attribuirsi prevalenza all'una o all'altra di esse. D'altra parte, essendo tanto la sicurezza quanto la libertà due beni di pari valore, neppure può mai dirsi, in linea di principio, che uno di essi sia, in sé e per sé, eccessivo rispetto all'altro, potendo in realtà essere ritenuta eccessiva soltanto la misura nella quale, di volta in volta, viene richiesto il sacrificio di uno di essi in favore dell'altro.
Libertà e sicurezza, poi, oltre a collocarsi su di un piano di reciproca parità, occupano anche, esse sole, il più alto grado nella gerarchia dei beni che l'autorità pubblica è tenuta a salvaguardare e promuovere; ragion per cui ciascuna delle due può essere compressa e limitata solo in funzione dell'ampliamento dell'altra e non per finalità di altra natura, quali che esse siano. E ciò tanto più in quanto tali diverse finalità non rientrino neppure tra quelle che lo Stato possa legittimamente perseguire, non rispondendo esse, neppure nelle intenzioni, ad un riconoscibile interesse dell'intera collettività nazionale.
Il che (venendo all'attualità) è quanto si verifica, ad esempio, proprio con riguardo alla politica dell'accoglienza pressoché indiscriminata dei «migranti», proposta ed imposta alla collettività dei cittadini, i quali sono in tal modo costretti a subire una innegabile riduzione del livello di sicurezza al quale essi avrebbero diritto, senza che da tale riduzione possa loro derivare alcun corrispondente vantaggio in termini di maggiore libertà e senza che nessuno si dia neppure la briga di spiegare (per quanto poco possa valere) quale altro ipotetico vantaggio di altra natura detta politica possa produrre.
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Statale di Milano devastata dalla festa clandestina, ira delle autorità accademiche: «Soli di fronte al reato». Intanto, nel palazzo occupato di monsignor Bolletta, a Roma, i liceali ballano e poi si spartiscono l'incasso.Un'insistente propaganda riconduce la richiesta di essere tutelati dalla criminalità a un timore irrazionale. Ma per lo Stato garantire l'incolumità dei cittadini è un dovere.Lo speciale contiene due articoli.Un mare di devastazione, bottiglie, cocci, bicchieri di plastica, sacchi neri, cartoni, rifiuti sparsi dappertutto, laghi di bevande alcoliche sui pavimenti e sui muri ancora appiccicati i cartelli che indirizzano verso «vino, spritz, amari». È l'eredità che i collettivi universitari hanno lasciato alla Statale di Milano dopo avervi organizzato abusivamente una festa nella notte di Halloween. L'altra mattina chi ha riaperto lo storico edificio in via Festa del Perdono non credeva ai propri occhi. Non è la prima volta che accade. Ma stavolta il rettore, Elio Franzini, aveva dato l'ordine di tenere i cancelli chiusi. Basta con i «rave» accademici. Lo scorso giugno uno studente, Francesco Ginese, era morto nel tentativo di entrare a una festa organizzata all'interno della Sapienza di Roma, anch'essa non autorizzata.Ormai non c'è Halloween senza «rave» abusivi da migliaia di sballati. Alla Statale questo sarebbe il quarto. Le cronache di questi giorni raccontano di discoteche piene oltre i limiti, di capannoni industriali riaperti per l'occasione, addirittura di una ragazza morta a Livorno e di un'altra deceduta in un incidente stradale mentre rincasava alle 8 del mattino sull'auto del fidanzato. Negli Stati Uniti la piattaforma di affitti brevi Airbnb vieterà che nelle case si tengano festini dopo una catena di omicidi in California. A Roma i ragazzi del collettivo del liceo Virgilio si sono rovesciati allo Spin Time, locale ricavato nel palazzo al quale ha ridato abusivamente la luce l'elemosiniere di papa Francesco, il cardinale Konrad Krajewski: la scuola era stata sbarrata e i ragazzi (molti minorenni) sono andati lì a fare gli zombie, dividendosi poi l'incasso con gli squatter. Ovviamente le autorità, dai sindaci agli altri responsabili della pubblica sicurezza, chiudono gli occhi e la bocca. Così le zucche di Halloween diventano il pretesto per scardinare l'autorità accademica e imporre un contropotere. «Festa senza perdono», «festa antifascista, antirazzista, antisessista», annunciavano i manifesti pubblicati sul profilo Facebook dei collettivi Dillinger Unimi e Lume (Laboratorio universitario metropolitano). Una sfida in piena regola. I cancelli dovevano chiudere alle 16, in anticipo rispetto al solito. Ma gli autonomi se ne sono fregati e hanno occupato illegalmente la Statale fino al mattino dopo.Ma il rettore Franzini ha rotto il silenzio pubblicando sul sito dell'ateneo a tutto video le foto dello scempio e una lettera aperta di protesta, tradotta anche in inglese, chiamando in causa «le autorità deputate alla nostra sicurezza» chiamate a «un'assunzione di responsabilità da parte di tutti»; poi è andato a depositare una denuncia contro ignoti. Il rettore si è sentito abbandonato. Scrive Franzini: «Queste feste, del tutto abusive, organizzate da gruppi in larga parte esterni all'ateneo, che chiedono persino una tariffa per l'ingresso (3 euro, ndr), sono state tollerate per molti anni, quasi fossero l'inevitabile prezzo da pagare per risparmiare la nostra comunità da sfregi peggiori». Stavolta la pazienza è finita: basta con gli atteggiamenti «di passiva indifferenza o rassegnazione nei confronti di atti di palese illegalità». Per il 31, racconta Franzini, era stata decisa la chiusura anticipata anche per tutelare l'edificio cinquecentesco di via Festa del Perdono, «un complesso monumentale tra i più importanti del Paese, un bene pubblico, vulnerabile e prezioso». La decisione era stata presa e comunicata con largo anticipo. Tutto inutile: «Dopo le 16 siamo rimasti soli, testimoni di un reato che si compiva senza nulla poter fare, ad assistere alla preparazione dello scempio che soltanto per un caso non ha avuto conseguenze peggiori, come quelle che si sono di recente verificate, in contesto del tutto analogo, presso un'altra università italiana».Le misure precauzionali non sono bastate. La chiusura del portone pedonale è stata impedita; da lì sono stati introdotti cibo, bevande alcoliche e materiali anche infiammabili e dalle 22 in poi sono entrate centinaia di persone. Le forze dell'ordine si sono limitate a una «vigilanza passiva», dice il rettore, con agenti in borghese. «Abbiamo deciso di pubblicare le immagini», conclude Franzini, «perché tutti siano consapevoli e si impegnino perché questa sopraffazione non si debba ripetere, nel silenzio collettivo della comunità accademica, delle istituzioni e dell'opinione pubblica».I collettivi-zombie hanno replicato su Facebook con arroganza. Lo sporco? «Abbiamo parzialmente ripulito la sala ma per ripulire completamente occorrono macchinari»: i rifiuti, insomma, non solo un problema loro. «Il costo della pulizia non va a ledere il bilancio di un'università con 60.000 iscritti»: rettore Franzini, paga gli spazzini e taci. Il biglietto d'ingresso? «Serve a pagare le spese organizzative e costituisce un benefit per il collettivo, fare politica e cultura dal basso purtroppo ha i suoi costi». L'occupazione abusiva? «Rivendichiamo con forza la necessità di aprire spazi di socialità alternativi e trasversali. Non accettiamo la repressione». E nemmeno le regole.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/universita-lercia-dopo-il-rave-illegale-i-collettivi-irridono-il-rettore-furioso-2641223094.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="essere-protetti-e-un-diritto-reale" data-post-id="2641223094" data-published-at="1768020589" data-use-pagination="False"> Essere protetti è un diritto reale Pietro Dubolino, Presidente a riposo di sezione della Corte di cassazione Ogni qual volta si levi, dall'area di centrodestra, qualche voce che, a torto o a ragione, faccia carico al governo o ad altre pubbliche autorità di non tutelare abbastanza la sicurezza dei cittadini, specie quando questa appaia minacciata dall'afflusso, in qualche luogo, di immigrati irregolari o di nomadi, scatta immancabilmente, oltre alla solita accusa di «razzismo», anche quella di bieca speculazione politica sulla diffusa paura della gente nei confronti dell'«altro» o del «diverso». Della prima di tali accuse non vale più nemmeno la pena di parlare, tanto essa è ormai logora e spuntata. Mette conto parlare invece della seconda, dietro la quale si cela una subdola astuzia che la rende assai pericolosa. La paura, infatti, è un sentimento del quale, in genere, non si va orgogliosi, per cui, pur di non ammetterlo, neppure di fronte a sé stessi, si può essere facilmente indotti a prestare e a mostrare adesione a quella che viene presentata come la condotta più coraggiosa, consistente nel negare o minimizzare l'esistenza del pericolo; esattamente quello che si vuole da parte di chi, pur disponendo del potere, quel pericolo, in omaggio alle proprie visioni ideologiche, non vuole né riconoscerlo né, tanto meno, fronteggiarlo, evitando però, nel contempo, il rischio di una perdita di consenso politico o di prestigio sociale. Ciò detto, sarebbe illusorio pensare che la posizione di vantaggio che tale meccanismo consente di ottenere possa essere significativamente scalfita, nel confronto dialettico, cercando di dimostrare, come pure avviene di frequente, che la paura, di fatto, esiste ed è giustificata. In tal modo, infatti, non solo si lascia all'avversario la scelta del campo, ma, soprattutto, si finisce per avallare implicitamente il presupposto sul quale la sua tesi si fonda: quello, cioè, secondo il quale soltanto la paura costituisce il criterio per la misurazione del livello di sicurezza che lo Stato è tenuto a fornire ai propri cittadini. È proprio questo falso presupposto, invece, quello che va scovato e radicalmente contestato. Lo Stato, infatti, trova il suo originario fondamento e la sua essenziale ragion d'essere nell'esigenza di garantire ai propri cittadini il maggior grado di sicurezza dalle offese interne ed esterne che sia oggettivamente possibile, indipendentemente dalle paure che essi, individualmente o collettivamente, possano nutrire per la loro vita, la loro incolumità ed i propri beni. Questa garanzia forma quindi oggetto di un vero e proprio obbligo, da parte dello Stato, sia nei confronti della collettività dei cittadini che nei confronti di ciascuno di essi; obbligo a fronte del quale, secondo la più elementare logica giuridica, si configura poi, necessariamente, il corrispondente diritto di ciascun cittadino di pretenderne, in linea di principio, l'adempimento; e ciò pur mancando, nell'ordinamento, uno specifico strumento giuridico posto a tutela di tale diritto, salvo, naturalmente, lo strumento indiretto costituito, nei regimi democratici, dal voto mediante il quale il cittadino può «punire» la forza politica da lui ritenuta responsabile dell'eventuale, mancato adempimento di cui si senta vittima. Il livello di sicurezza, poi, che lo Stato è tenuto ad assicurare può variare soltanto in funzione delle limitazioni alle libertà individuali e collettive che la società civile, di volta in volta, è disposta a tollerare. Non c'è dubbio, infatti, che la sicurezza è un bene che, realizzandosi necessariamente mediante l'imposizione di controlli, prescrizioni e divieti, si paga con la rinuncia ad una parte, più o meno consistente, di libertà; così come, alla reciproca, la libertà è un bene per mantenere o estendere il quale è necessario ridurre l'incidenza di controlli, prescrizioni e divieti e quindi rinunciare, in misura più o meno rilevante, alla sicurezza di cui essi sono strumento. Il punto di equilibrio fra le due contrapposte esigenze è, per forza di cosa, perennemente instabile e dev'essere quindi individuato di volta in volta dal legislatore, sulla base di valutazioni essenzialmente politiche e, come tali, largamente opinabili. Non opinabile, però, è che entrambe le esigenze in questione hanno piena legittimità, per cui non può mai ritenersi giustificato che vengano demonizzati o ridicolizzati quanti, nell'ambito di una normale dialettica democratica e nella infinita varietà delle situazioni storiche, ritengano che debba attribuirsi prevalenza all'una o all'altra di esse. D'altra parte, essendo tanto la sicurezza quanto la libertà due beni di pari valore, neppure può mai dirsi, in linea di principio, che uno di essi sia, in sé e per sé, eccessivo rispetto all'altro, potendo in realtà essere ritenuta eccessiva soltanto la misura nella quale, di volta in volta, viene richiesto il sacrificio di uno di essi in favore dell'altro. Libertà e sicurezza, poi, oltre a collocarsi su di un piano di reciproca parità, occupano anche, esse sole, il più alto grado nella gerarchia dei beni che l'autorità pubblica è tenuta a salvaguardare e promuovere; ragion per cui ciascuna delle due può essere compressa e limitata solo in funzione dell'ampliamento dell'altra e non per finalità di altra natura, quali che esse siano. E ciò tanto più in quanto tali diverse finalità non rientrino neppure tra quelle che lo Stato possa legittimamente perseguire, non rispondendo esse, neppure nelle intenzioni, ad un riconoscibile interesse dell'intera collettività nazionale. Il che (venendo all'attualità) è quanto si verifica, ad esempio, proprio con riguardo alla politica dell'accoglienza pressoché indiscriminata dei «migranti», proposta ed imposta alla collettività dei cittadini, i quali sono in tal modo costretti a subire una innegabile riduzione del livello di sicurezza al quale essi avrebbero diritto, senza che da tale riduzione possa loro derivare alcun corrispondente vantaggio in termini di maggiore libertà e senza che nessuno si dia neppure la briga di spiegare (per quanto poco possa valere) quale altro ipotetico vantaggio di altra natura detta politica possa produrre.
Jacques e Jessica Moretti con i loro avvocati (Ansa)
L’interrogatorio di oggi, a quanto risulta, ha riguardato i beni della coppia e le loro (sempre meno chiare) attività imprenditoriali, mentre un nuovo confronto sull’incendio si dovrebbe tenere domani. Ma questo è bastato per far prendere alle autorità svizzere, finalmente, la decisione di applicare per i due, accusati di omicidio colposo, lesioni e incendio colposo, le misure cautelari che i parenti delle vittime si aspettavano già da giorni. Per quanto riguarda Jaques, la procuratrice Catherine Seppey ha ritenuto che la sua nazionalità francese e le sue abitudini di spostarsi frequentemente da un luogo all’altro per affari fossero elementi sufficienti per ipotizzare che l’uomo potesse lasciare la Svizzera per tornare in patria. Soprattutto perché la Francia è un Paese che non estrada i suoi cittadini. L’uomo, al termine dell’incontro in Procura, è stato visto salire su un mezzo della polizia per essere tradotto in carcere.
La signora Moretti, invece, è uscita dagli uffici della polizia scortata dai suoi legali ed è stata mandata a casa, dove la Procura avrebbe chiesto per lei le misure domiciliari: dovrà indossare un braccialetto elettronico e presentarsi ogni tre giorni per la firma. Nell’immensa tragedia che ha stravolto la vita di tante famiglie, questo è il primo momento di riallineamento alla realtà dell’inchiesta svizzera, che fino ad oggi - anche a fronte di evidenze gravissime, dagli abusi dei gestori ai mancati controlli da parte degli enti pubblici - aveva tenuto un approccio ritenuto da molti troppo blando.
Nelle prossime 48 ore, comunque, la decisione dell’arresto e delle misure cautelari dovrà essere confermata dal giudice che si occupa, a livello cantonale, dei provvedimenti coercitivi.
Jessica, dunque, si sarebbe risparmiata il carcere in quanto - secondo alcuni media francesi - sarebbe madre di un bambino di 10 mesi (oltre a un primo figlio più grande, presente la sera dell’incendio come capo staff del locale andato a fuoco). La donna era arrivata oggi mattina a Sion, sede della procura generale del Canton Vallese, mano nella mano con Jaques, accompagnata dagli avvocati che seguono la coppia e scortata dalla polizia. I due erano entrati da una porta laterale degli uffici e lei - che la notte dell’incendio era presente a Le Constellation - con gli occhialoni scuri calati sulla faccia non aveva risposto ai giornalisti che la sollecitavano a porgere le scuse alle vittime.
Una volta uscita dall’interrogatorio, invece, trovatasi sola e con il marito in partenza per il carcere, Jessica ha parlato: «I miei pensieri costanti vanno alle vittime e alle persone che lottano tutt’oggi. È una tragedia inimmaginabile e mai avremmo pensato che potesse accadere. Si è verificata nella nostra struttura e ci tengo a chiedere scusa», ha detto, piangendo. Parole che, però, nella mente di chi vive un lutto così enorme, non riescono a cancellare l’idea che lei, quella notte davanti al fuoco che divampava, sia fuggita senza prestare soccorsi, se non addirittura con l’incasso della serata stretto tra le braccia.
Oggi, in Svizzera, era lutto nazionale e durante la cerimonia commemorativa dedicata alle vittime il consigliere di Stato del Canton Vallese, Stéphane Ganzer, ha fatto una promessa: «Adesso arriva il tempo della giustizia», ha detto. «È chiaro che avremmo potuto evitare questo dramma. Avremmo dovuto evitarlo. Ma ora la giustizia agirà in maniera rigorosa e indipendente».
Sempre oggi, il premier Giorgia Meloni, intervenendo alla usuale conferenza stampa di inizio anno, ha dichiarato: «Quello che è successo a Crans-Montana non è una disgrazia, è il risultato di troppe persone che non hanno fatto il loro lavoro o che pensavano di fare soldi facili. Ora le responsabilità devono essere individuate e perseguite». Ma torniamo, per un momento, a Jessica e al marito con due particolari che, se confermati, dicono molto della coppia, riportati dal quotidiano svizzero Inside Paradeplatz. Innanzitutto i domiciliari: la signora Moretti li passerà in un ambiente particolarmente confortevole, ossia la villa da 500 metri quadrati, di cui 147 di giardino, acquistata appena un anno fa dai due nel Comune di Lens per oltre 400.000 franchi. Per quanto riguarda Jaques, invece, sempre lo stesso quotidiano, scavando meglio sugli arresti che l’uomo in passato aveva scontato, ha scoperto che già avevano a che fare con la Svizzera. Secondo quanto riportato, infatti, Jaques, allora trentenne, abitava in un paesino francese ai confini con la Svizzera e da lì inviava giovani donne francesi a Ginevra per fare le «accompagnatrici» nelle località di lusso. Nel 2005 i francesi allertarono la polizia, ma poiché in Svizzera la prostituzione non è illegale, Jaques fu condannato in Francia a 12 mesi di carcere, dei quali ne scontò appena quattro. Intanto spuntano nuove accuse per la coppia: la notte della strage tolsero dai social video e foto del locale. A riferirlo uno dei legali delle vittime, l’avvocato Romain Jordan.
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«Gomorra. Le Origini» (Sky)
Non sarebbe stato il futuro, hanno deciso infine, ma il passato a permettere loro di continuare a vivere di Gomorra e dei suoi personaggi. Così, a cinque anni dall’ultima puntata della serie televisiva, dopo un film che ha approfondito verticalmente l’esistenza di uno fra i suoi protagonisti, gli sceneggiatori hanno scelto di confezionare un prequel di Gomorra. E di farlo insieme a Roberto Saviano. La storia, infatti, è frutto di un guizzo estemporaneo, calato, però, all'interno del romanzo originale: riavvolgere il nastro e spiegare (o provare a) come si sia arrivati laddove tutto è cominciato, a Secondigliano e alle lotte per il potere.
Pietro Savastano, allora, non boss, ma ragazzino. Gomorra: Le Origini, su Sky dalla prima serata di venerdì 9 gennaio, torna al 1977, all'anno in cui don Pietro Savastano è solo Pietro: un adolescente di strada, figlio di una famiglia indigente, di una Secondigliano povera e priva di mezzi. Sogna un futuro migliore, come gli amici che lo circondano. Ma questo futuro non sa come costruirlo, né con quali strumenti. Di lì, dunque, la scelta di accodarsi ad Angelo, detto 'a Sirena, reggente di quel pezzo di Napoli che per Savastano e i suoi amici è un tutto senza confini. Di qui, il fascino subito, l'invidia, la voglia di detenere un giorno quello stesso potere, quella stessa ricchezza.
Lo show, in sei episodi, racconta l'ascesa di don Pietro, quel don Pietro che sarebbe diventato padre di Gennaro Savastano e, dunque, motore della Gomorra vera e propria. Pare un romanzo di formazione al contrario, un romanzo di corruzione, la storia di un ragazzino che ha scelto di non scegliere, rimanendo dentro quelle storture che la prossimità gli ha insegnato a conoscere e riconoscere. Pietro Savastano, andando appresso ad Angelo, 'a Sirena, viene introdotto tra le fila della Camorra, al modus operandi della criminalità. Diventa quel che avrebbe dovuto evitare di essere. Ed è in questa sua metamorfosi che germina il seme di Gomorra, così come sette anni di messa in onda televisiva ce l'hanno raccontata.
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La normativa europea ha previsto un sistema graduale: nel 2024 copertura del 40% delle emissioni prodotte, poi salita al 70% nel 2025 e al 100% quest’anno. Un report del Centro studi Confindustria Sardegna ha disegnato uno scenario degli impatti della direttiva Ets trasporto marittimo sulle imprese dell’isola. Nello studio si sottolinea che se per un verso l’imposta dovrebbe accelerare l’introduzione di «innovazioni tecnologiche in grado di fornire un contributo estremamente significativo nella transizione ecologica, per un altro, ad oggi, assistiamo a un incremento esorbitante delle tariffe delle navi a totale discapito del sistema produttivo e del mercato finale». Considerando le due tratte più battute, la Cagliari-Livorno e, viceversa, la Olbia-Livorno, nel primo caso, nel 2024 l’Ets costava 6 euro a metro lineare per mezzo imbarcato (la misura media è di 13,6 metri lineari), con un costo complessivo di 81,60 euro. Nel 2025 l’importo a metro è passato a 16 euro con un sovraccosto di 217,60 euro. Per il 2026 con l’Ets al 100% l’onere, come ipotizza Confindustria, sarà di 27,14 euro a metro lineare e una maggior spesa per mezzo imbarcato di 369,10 euro. Questi rincari si scaricano lungo la filiera fino al consumatore finale. Il sistema Ets sta portando a un aumento anche del costo dei biglietti per i passeggeri. Le compagnie di navigazione hanno inserito nei preventivi una voce specifica, spesso chiamata «Supplemento Ets» o «Eco-Surcharge». Non è una tariffa fissa, ma varia in base alla lunghezza della tratta (ad esempio, la Civitavecchia-Olbia costa meno di supplemento rispetto alla Genova-Porto Torres). Poiché nel 2026 le compagnie devono coprire il 100% delle loro emissioni l’impatto sul prezzo finale è ora più visibile. C’è una nota parzialmente positiva: l’Unione europea ha previsto una deroga (esenzione) per i contratti di Continuità Territoriale fino al 2030. Questo significa che sulle rotte soggette a oneri di servizio pubblico (quelle «statali» con tariffe agevolate per i residenti), l’aumento dovrebbe essere nullo o molto contenuto. Il problema però è che molte rotte per la Sardegna sono operate in regime di «libero mercato» (soprattutto in estate o su tratte non coperte dalla continuità). Su queste navi, il rincaro Ets viene applicato pienamente e pagato da tutti, residenti e turisti. Alcune compagnie stanno cercando di compensare questi costi viaggiando a velocità ridotta per consumare meno carburante e pagare meno tasse, allungando però i tempi di percorrenza. Le aziende sarde hanno problematiche da affrontare anche per rimanere competitive. Per chi vuole risparmiare vale la regola dei voli, ovvero prenotare prima possibile perché i last minute sono diventati sensibilmente più costosi rispetto al passato.
Confitarma, l’associazione degli armatori, ha stimato che l’impatto totale per il sistema Italia nel 2026 dagli Ets a pieno regime, supererà i 600 milioni di euro. Questo costo, avverte l’organizzazione, non può essere assorbito dagli armatori senza mettere a rischio la sopravvivenza delle rotte. È inevitabile, se ne deduce, che potrebbe essere scaricato sulle tariffe. Cifre ufficiali non ci sono.Non c’è solo l’Ets. La Fuel Eu, altro regolamento europeo per diminuire le emissioni di gas serra, crea un costo aggiuntivo in Europa nel 2025 almeno tra 250 e 300 euro a tonnellata. L’aumento dei costi dei traghetti potrebbe spingere alcune aziende a preferire il trasporto tutto su gomma, dove possibile o a delocalizzare, aumentando le emissioni. Pertanto l’imprenditoria sarda si trova a dover pagare una tassa ambientale che chi produce in Lombardia o in Francia, usando camion su strada, non deve pagare allo stesso modo, creando una disparità di mercato. Cna Fita Sardegna ha segnalato che gli aumenti incidono in modo particolare sulle piccole imprese artigiane, già penalizzate dall’assenza di economie di scala e dall’impossibilità di accedere a meccanismi di compensazione automatica.
Sulla Cagliari-Livorno il costo a metro lineare è salito recentemente a 28,50 euro, con un totale di 387,60 euro per semirimorchio. Confrontando i dati con l’ultimo trimestre del 2025, la crescita arriva al 50%. La tratta Olbia-Livorno registra 23,60 euro a metro lineare, con un incremento del 43% rispetto al trimestre precedente. Le tariffe rischiano di rendere insostenibile la logistica per le aziende e c’è il pericolo di una stangata sui prezzi dei beni che viaggiano via mare.Intanto i marittimi respingono l’idea che questi aumenti abbiano a che fare con il costo del lavoro. «Sulle navi si naviga con equipaggi sempre più ridotti», spiegano, «spesso al limite della sicurezza. Non solo non beneficiamo di questi rincari, ma ne subiamo le conseguenze». Secondo i rappresentanti dei lavoratori del mare, negli ultimi anni le compagnie hanno puntato al contenimento dei costi comprimendo il personale. «Si parla di sostenibilità ambientale, ma non di sostenibilità sociale», sottolineano.
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