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2020-07-27
Università, la grande fuga
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«Mia figlia Giulia voleva arrivare alla laurea magistrale in Scienze dell'educazione, due anni in più e avrebbe coronato il suo sogno oltre ad avere più possibilità di superare i concorsi. Invece, ci si è posto il problema se far continuare a nostra figlia il percorso universitario. Il Covid ci ha colpito duramente. Giulia è stata contagiata, abbiamo dovuto affrontare ingenti spese per le cure, non ancora terminate. Ma anche le prospettive future ci preoccupano». La storia di Massimo Malagoli, di Modena, responsabile comunicazione dell'associazione dei genitori delle scuole paritarie, Agesc, è simile a quella di tante famiglie colpite dalla crisi scatenata dalla pandemia. È la storia di quel ceto medio che fino a tre mesi fa viveva senza problemi e riusciva a disegnare, anche con sacrifici, la strada per i propri figli. Ora quelle stesse famiglie sono costrette a tagliare su tutto. E non basta più rinunciare alla cena fuori, alle vacanze, al parrucchiere, al vestito in più. Le forbici arrivano anche sulla formazione. L'università diventa un lusso.
«Per altri due anni di corsi avremmo dovuto spendere circa 9.000 euro, 4.500 l'anno, senza la certezza di un'occupazione. Così ho detto a Giulia che è meglio impiegare quel tempo per cercare un impiego e poi, semmai, completare la formazione». A preoccupare Massimo oltre all'incertezza economica è anche la preparazione offerta dall'ateneo. «Gli ultimi esami sono stati fatti in modo superficiale e le lezioni a distanza erano carenti di approfondimento. Tanti genitori si lamentano della conclusione, pessima, di questo anno universitario e si interrogano sull'opportunità di sobbarcarsi tasse e rette a fronte di una formazione che chissà per quanto tempo ancora continuerà a essere erogata da remoto e in modo approssimativo. Le lezioni online non possono sostituire quelle in presenza». Conclude Malagoli: «Lo studio universitario sta diventando per tanti genitori una voce da tagliare, come la colazione al bar o l'abbigliamento».
Claudio Mazzoleni ha un figlio al terzo anno di Ingegneria alla Statale di Milano. «Interrompere a metà il suo percorso universitario e stata una scelta sofferta perché lui è in gamba, ha sempre avuto ottimi voti e voleva continuare, ma non ce la faccio. Dovrà cercare un lavoro». Claudio, 60 anni, con una brillante carriera di architetto in uno studio, ora è in cassa integrazione. «Lavoro a settimane alterne, non riesco ad andare avanti. Sto pensando alla pensione: anche se sarà un assegno basso, almeno è una certezza. Mio figlio è una risorsa sprecata». Alle associazioni dei genitori arrivano sempre più numerose le testimonianze di famiglie che non ce la fanno a far continuare gli studi ai figli, dice Malagoli. C'è tanto pudore nel parlare, vergogna nell'esporsi in prima persona, nell'esprimere una condizione di disagio economico, soprattutto nelle città di provincia dove tutti si conoscono. Siamo a Brescia e un'associazione di genitori riferisce la storia di Roberto, 21 anni: era iscritto ad Architettura, ha rinunciato a proseguire, non arriverà alla laurea; ha trovato un lavoro part time presso una bottega artigiana. Il padre è in cassa integrazione e la madre pur avendo un negozio di abbigliamento non riesce a garantire una solidità economica. Con il Covid, pochi clienti, pure quelli affezionati le hanno detto che dovranno stringere la cinghia. Anche un vestito in più pesa sul bilancio familiare. Claudia, invece, era al termine del corso di Medicina, un altro anno e avrebbe la laurea in tasca. Ha dovuto lasciare, ora ha un part time in un'azienda biomedica.
Romina Di Marcantonio, di Roma, non ha remore a parlare con La Verità della sua situazione. «Mio figlio Alessandro si è diplomato a giugno alla scuola alberghiera, doveva partire per Valencia per un progetto Erasmus ma con il Covid è saltato tutto. Ed è saltata anche l'iscrizione alla facoltà di Biologia. C'è il numero chiuso e soltanto per preparare l'esame di ingresso, tra libri e corsi online, avrei dovuto spendere circa 300 euro. Poi ci sono le rette universitarie, troppo care per il nostro budget familiare. Così abbiamo deciso di archiviare lo sbocco universitario. A settembre Alessandro comincerà a mandare il curriculum agli alberghi, ma con questa crisi che speranze può avere? Eppure prima del Covid la scuola alberghiera assicurava diverse opportunità di impiego. Anche l'Erasmus sarebbe stata una bella occasione, mio figlio era stato già contattato da una struttura per uno stage. Ora dobbiamo ricominciare e la strada è in salita».
Piero Notarnicola è il coordinatore padovano dell'Udu, l'Unione degli universitari, e dice che si stanno moltiplicando le segnalazioni di studenti che hanno problemi con gli affitti e il pagamento delle tasse. «C'è chi ha dovuto rescindere il contratto di locazione e chi non ha soldi per le rette universitarie anche se il pagamento è stato posticipato di un mese e mezzo. Chi non riceve soldi dai genitori perché in difficoltà economiche sta pensando di non continuare. E chi si manteneva con qualche lavoro ora lo ha perso». Piero poi riferisce le perplessità di tanti giovani rispetto alla didattica del prossimo anno. «Nessuno, nelle segreterie delle facoltà, è in grado di dare risposte chiare, ma un pendolare deve sapere come regolarsi con la locazione e se rinnovare l'abbonamento dei trasporti».
Enrico Gulluni, coordinatore nazionale dell'Udu, ha segnalato la gravità della situazione al ministro Gaetano Manfredi, ma non c'è stata risposta. «Tramite il Consiglio nazionale degli studenti abbiamo mandato alcune proposte come l'ampliamento della no tax area, per portare il tetto dagli attuali 20.000 euro a 30.000, e la richiesta di maggiori stanziamenti per le borse di studio. Nessun riscontro». Nel decreto Rilancio ci sono 1,4 miliardi per l'università, ma, sottolinea Gulluni, non viene affrontata l'emergenza. «Riceviamo ogni giorno centinaia di chiamate di studenti che hanno difficoltà a pagare la terza rata delle tasse. Avevamo chiesto che fosse annullata, siamo stati ignorati».
Uma Brandolino, coordinatrice Udu dell'Università statale Milano descrive un altro fenomeno. «Per risparmiare su alloggio e trasferimenti, alcune famiglie stanno privilegiando l'iscrizione dei figli nei piccoli atenei di prossimità. L'università grande e prestigiosa è ritenuta troppo costosa. La Statale di Milano, nonostante sia frequentata da molti fuori sede, non ha ancora ufficializzato come gestirà le lezioni, quante di queste saranno “in presenza" e come funzioneranno i laboratori. Questa incertezza sta inducendo tante famiglie di potenziali matricole a pensarci due volte prima di iscrivere i figli».
Anche chi esce dai licei comincia a interrogarsi sull'iscrizione all'università. «Il liceo ha sempre avuto come sbocco naturale, come completamento, l'accesso a un ateneo. Ma se già prima del Covid qualche genitore si interrogava sull'efficacia di questa scelta, ora con la crisi economica le perplessità sono aumentate» dice Davide Vespier, docente di Lettere al liceo classico Albertelli di Roma e consigliere nazionale ufficio scuola dell'Age, associazione di genitori. «La didattica a distanza è vista con diffidenza. Le famiglie si chiedono perché spendere tanti soldi e poi non avere dall'università il massimo. L'uso dei laboratori è sacrificato. Molti preferiscono orientare i figli verso corsi tecnici non universitari, meno costosi e considerati più utili per trovare lavoro».
«Questa crisi durerà. Il governo prolunghi gli sconti sulle rette»
«Il tema dell'iscrizione all'università delle famiglie esiste, per questo abbiamo messo in atto importanti misure cercando di scongiurare il calo delle immatricolazioni. Vedremo gli effetti a settembre. Sicuramente rispetto agli scorsi anni ci sono più difficoltà e maggiore sensibilità al problema. Le misure previste dal decreto Rilancio sui fondi a supporto della contribuzione studentesca andrebbero estese anche al prossimo anno. Dobbiamo stare attenti che la crisi economica non porti un indebolimento dell'alta formazione». Ferruccio Resta, rettore del Politecnico di Milano e presidente del Crui, la Conferenza dei rettori italiani, dice di aver avuto segnalazioni da vari atenei di questo trend in discesa delle iscrizioni.
Con che percentuali stanno diminuendo le iscrizioni?
«È prematuro tirare le somme, le iscrizioni sono ancora in corso. Ma spero che non si ripeta la situazione della crisi del 2008, quando ci fu una riduzione significativa. Ci sono voluti dieci anni per tornare ai valori precedenti. Solo nel 2018 abbiamo visto un recupero degli studenti che avevamo prima del 2008. Le crisi perdurano nel tempo».
Il Covid ci lascerà in eredità un'Italia più povera culturalmente?
«La crisi sanitaria della pandemia già oggi rischia di portare conseguenze dal punto di vista economico e quindi sociale quando costringe alcune famiglie a non investire più nel futuro dei loro figli e quindi del nostro Paese. Questo era un rischio su cui si è lavorato molto negli ultimi mesi. Il decreto Rilancio ha inserito oltre 200 milioni di euro dedicati a misure per ridurre o azzerare la contribuzione studentesca alle tasse universitarie. È stato un messaggio forte che ha permesso sia ai ceti più bassi di avere contribuzioni azzerate sia ai ceti medi di avere facilitazioni. Per il prossimo semestre ci sarà la possibilità di frequentare a distanza le lezioni, e questo permetterà di ridurre i costi di affitti e trasporti».
Ma la crisi non si esaurisce con il 2020. Le misure del decreto Rilancio non rischiano di essere un pannicello caldo?
«Questa crisi, è vero, non si chiuderà con l'anno accademico 2020-2021, quindi queste risorse andrebbero preventivate almeno per il prossimo triennio e quinquennio. La crisi economica ha dinamiche molto più lente di quella sanitaria, e prima che riparta l'economia, e con essa il potere d'acquisto delle nostre famiglie, passeranno ancora anni. La risposta quindi è stata efficace e tempestiva per l'anno accademico 2020-2021, ma il mio suggerimento è di mantenere la stessa efficacia per i prossimi anni per dare alle famiglie un segnale, la possibilità di iscrivere un figlio subito senza rischiare di trovarsi in difficoltà l'anno prossimo».
Alcune famiglie non sono convinte dell'efficacia delle lezioni a distanza, temono un calo della qualità. Temono di pagare tasse alte per avere poi una formazione scadente. Anche questo è un disincentivo a iscrivere un figlio?
«Noi siamo sempre abituati a vedere gli aspetti negativi. L'università italiana in meno di 15 giorni ha completamente trasportato tutta la didattica a distanza, il nostro è stato uno dei pochi Paesi a rispondere così. Oggi, a fine luglio, gli studenti hanno fatto esami e lauree come se non ci fosse stata la pandemia. È un risultato importante perché perdere i semestri sarebbe stato molto più gravoso per le famiglie. Avrebbe comportato posticipare le lauree e quindi l'ingresso nel mercato del lavoro dei propri figli. Gli atenei hanno agito con tempestività e assorbendo tutti i costi dell'emergenza».
Ma quando si tornerà nelle aule?
«Tutte le università stanno pianificando la ripresa delle lezioni in presenza per il prossimo semestre. È fondamentale il valore di essere in aula, delle relazioni sociali. Sarebbe triste mantenere l'università solo telematica».
Le lezioni in streaming hanno danneggiato anche quelle città che vivono dell'attività universitaria.
«È vero. Abbiamo una responsabilità non solo verso gli studenti ma anche verso i territori. L'indotto che l'università offre al tessuto cittadino, all'economia, è importante».
Siete anche pronti al rischio di una seconda ondata di contagi?
«Torneremo nelle aule ma con modalità tali da essere in grado di commutare immediatamente a distanza senza mettere in difficoltà nessuno e senza perdere un semestre. Qualora il comitato tecnico scientifico riducesse un po' i limiti del distanziamento, potremmo portare tutti in presenza. Stiamo ipotizzando un modello che permetta la frequenza in presenza o a completa distanza in base alla condizione della pandemia in autunno. Tutto questo ha dei costi. L'università italiana è in assoluto l'unica in Europa che riesce a erogare una didattica con costi medio bassi. Uno studente universitario in Germania e in Francia costa 10.000 euro all'anno mentre in Italia siamo lontani da questa cifra».
Alcune università del Sud hanno adottato incentivi per recuperare i giovani che avevano scelto di trasferirsi negli atenei del Nord. Ci sarà un'immigrazione di ritorno?
«Tutte le politiche che vogliono aiutare i ragazzi ben vengano, ma quelle che vogliono chiudere le persone dentro i confini non le condivido. La mobilità dei nostri giovani è un fattore importante».
Qual è la situazione al Politecnico di Milano?
«Abbiamo completato i test di ingresso con dei numeri paragonabili a quelli dell'anno scorso, chiuderemo le immatricolazioni nei primi giorni di agosto. In questo momento non registriamo un calo. Abbiamo ancora aperto il discorso delle iscrizioni di studenti internazionali. In Paesi che sono ancora al culmine della pandemia, come era da noi ad aprile, l'attenzione ora non è focalizzata sul rientro all'università ma su altre tematiche. Penso al Brasile, all'India, agli stati del Sud America».
Il calo delle immatricolazioni riguarderà soprattutto gli studenti stranieri?
«Cercheremo di aiutare anche gli studenti internazionali con l'erogazione della didattica a distanza fino a quando non potranno venire. Gli studenti cercano una università capace di garantire un investimento per il futuro, non rinunciano volentieri al loro domani. Superata la fase di emergenza nel loro Paese, torneranno nelle nostre città».
Chi è andato all'estero a studiare tornerà?
«Regno Unito e Usa, che erano destinazioni gettonate, oggi sono meno appetibili per colpa della pandemia. Sicuramente i ragazzi che andavano a studiare in quelle aree ora guarderanno ad altre università di qualità in giro per il mondo, quindi se noi avremo offerte formative di prestigio potremmo recuperarli».
Spariranno circa 10.000 studenti
Il Covid rischia di impoverire il Paese anche culturalmente, oltre che economicamente. Il virus potrebbe lasciarci in eredità una giovane generazione meno formata e l'università, da conquista per tutti, rischia di tornare ad essere lo sbocco per una élite, un lusso per pochi. Il fenomeno comincia ad essere rilevato dagli istituti di ricerca, anche se la conferma ci sarà solo in autunno quando arriveranno i dati completi delle immatricolazioni.
Svimez ha stimato che nel 2020-2021 circa 10.000 studenti potrebbero non iscriversi ai nostri atenei. Parliamo, per l'esattezza, di 9.500 studenti su scala nazionale, di cui 6.300 nel Mezzogiorno e i restanti 3.200 nel Centro Nord. Potrebbe riproporsi la situazione prodotta dalla crisi del 2008-2009, ma questa volta sarebbe più grave. Entrando nel dettaglio, la nota di Svimez, elaborata dal direttore Luca Bianchi e da Gaetano Vecchione (Svimez - Università Federico II Napoli), sottolinea come a fine mese si stimino approssimativamente 292.000 maturi al Centro Nord e circa 197.000 al Sud. La precedente crisi del 2008-2009 ha evidenziato una elevata elasticità del tasso di passaggio tra scuola e università legato all'indebolimento dei redditi delle famiglie soprattutto nel Mezzogiorno: alla luce di ciò, Svimez ha stimato una riduzione del tasso di proseguimento di 3,6 punti nel Mezzogiorno e di 1,5 nel Centro Nord. Già la precedente crisi economica, trascinatasi dal 2008 al 2013, aveva provocato un crollo delle iscrizioni alle università, soprattutto al Sud. In quegli anni la percentuale di chi usciva dalla scuola superiore e andava all'università è crollata di 8,3 punti. In un quinquennio ci sono state oltre 20.000 iscrizioni in meno nel Mezzogiorno. Nel Centro Nord il calo è stato di 2 punti percentuali circa.
Secondo l'Osservatorio talents venture, che analizza costantemente lo stato dell'università italiana e le opportunità occupazionali che offre ai suoi laureati, l'impatto del Covid sulle immatricolazioni potrebbe essere peggiore di quanto valuta Svimez. Considerato un calo del Pil del 9%, le nuove iscrizioni potrebbe ridursi di circa 35.000 unità (meno 11% rispetto all'anno precedente). In termini economici la perdita per gli atenei sarebbe pari a circa 46 milioni di euro di mancato gettito da tasse universitarie, ma molto maggiore se si considera l'indotto, tutto ciò che ruota attorno all'istruzione universitaria.
Gli istituti più colpiti potrebbero essere quelli che ospitano una concentrazione maggiore di studenti fuori sede tra cui quelli provenienti dall'estero, che non avrebbero più le risorse economiche necessarie per affrontare gli spostamenti e la vita lontano da casa. Il 30% di tutti gli studenti immatricolati fuori sede si concentra in 5 atenei: Bologna (9,6%), Ferrara (7,6%), Politecnico di Milano (4,9%), Politecnico di Torino (4,3%) e Cattolica (4,1%). L'ateneo di Ferrara, la Bocconi e l'Università di Trento, secondo una classifica elaborata dall'Osservatorio, sono i più esposti al rischio di crollo delle iscrizioni.
Il report contiene una valutazione di Moody's, secondo cui una contrazione della domanda di studenti internazionali cinesi (quelli più rappresentati in assoluto) potrebbe generare una crisi tra le università nel mondo. In Italia, gli atenei che potrebbero risentire di un'eventuale contrazione della domanda di studenti cinesi sono principalmente i Politecnici di Milano e Torino e l'ateneo statale di Firenze, i quali accolgono (in quote quasi uguali) il 48% degli studenti cinesi in Italia.
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Tasse e affitti troppo cari per budget familiari flagellati dal Covid, corsi compromessi dalla didattica a distanza, nessuna certezza di trovare lavoro. Così la laurea è diventata un lusso sacrificabile. «Questa crisi durerà. Il governo prolunghi gli sconti sulle rette». Il presidente della Conferenza rettori, Ferruccio Resta: «Va scongiurato un crollo delle iscrizioni come nel 2008. Ci vollero 10 anni per recuperare». Spariranno circa 10.000 studenti. Secondo Svimez due terzi del calo riguarderanno gli atenei del Mezzogiorno. Rincara l'Osservatorio talents venture: 35.000 le matricole in meno, giù dell'11% rispetto al 2019. Lo speciale comprende tre articoli. «Mia figlia Giulia voleva arrivare alla laurea magistrale in Scienze dell'educazione, due anni in più e avrebbe coronato il suo sogno oltre ad avere più possibilità di superare i concorsi. Invece, ci si è posto il problema se far continuare a nostra figlia il percorso universitario. Il Covid ci ha colpito duramente. Giulia è stata contagiata, abbiamo dovuto affrontare ingenti spese per le cure, non ancora terminate. Ma anche le prospettive future ci preoccupano». La storia di Massimo Malagoli, di Modena, responsabile comunicazione dell'associazione dei genitori delle scuole paritarie, Agesc, è simile a quella di tante famiglie colpite dalla crisi scatenata dalla pandemia. È la storia di quel ceto medio che fino a tre mesi fa viveva senza problemi e riusciva a disegnare, anche con sacrifici, la strada per i propri figli. Ora quelle stesse famiglie sono costrette a tagliare su tutto. E non basta più rinunciare alla cena fuori, alle vacanze, al parrucchiere, al vestito in più. Le forbici arrivano anche sulla formazione. L'università diventa un lusso. «Per altri due anni di corsi avremmo dovuto spendere circa 9.000 euro, 4.500 l'anno, senza la certezza di un'occupazione. Così ho detto a Giulia che è meglio impiegare quel tempo per cercare un impiego e poi, semmai, completare la formazione». A preoccupare Massimo oltre all'incertezza economica è anche la preparazione offerta dall'ateneo. «Gli ultimi esami sono stati fatti in modo superficiale e le lezioni a distanza erano carenti di approfondimento. Tanti genitori si lamentano della conclusione, pessima, di questo anno universitario e si interrogano sull'opportunità di sobbarcarsi tasse e rette a fronte di una formazione che chissà per quanto tempo ancora continuerà a essere erogata da remoto e in modo approssimativo. Le lezioni online non possono sostituire quelle in presenza». Conclude Malagoli: «Lo studio universitario sta diventando per tanti genitori una voce da tagliare, come la colazione al bar o l'abbigliamento». Claudio Mazzoleni ha un figlio al terzo anno di Ingegneria alla Statale di Milano. «Interrompere a metà il suo percorso universitario e stata una scelta sofferta perché lui è in gamba, ha sempre avuto ottimi voti e voleva continuare, ma non ce la faccio. Dovrà cercare un lavoro». Claudio, 60 anni, con una brillante carriera di architetto in uno studio, ora è in cassa integrazione. «Lavoro a settimane alterne, non riesco ad andare avanti. Sto pensando alla pensione: anche se sarà un assegno basso, almeno è una certezza. Mio figlio è una risorsa sprecata». Alle associazioni dei genitori arrivano sempre più numerose le testimonianze di famiglie che non ce la fanno a far continuare gli studi ai figli, dice Malagoli. C'è tanto pudore nel parlare, vergogna nell'esporsi in prima persona, nell'esprimere una condizione di disagio economico, soprattutto nelle città di provincia dove tutti si conoscono. Siamo a Brescia e un'associazione di genitori riferisce la storia di Roberto, 21 anni: era iscritto ad Architettura, ha rinunciato a proseguire, non arriverà alla laurea; ha trovato un lavoro part time presso una bottega artigiana. Il padre è in cassa integrazione e la madre pur avendo un negozio di abbigliamento non riesce a garantire una solidità economica. Con il Covid, pochi clienti, pure quelli affezionati le hanno detto che dovranno stringere la cinghia. Anche un vestito in più pesa sul bilancio familiare. Claudia, invece, era al termine del corso di Medicina, un altro anno e avrebbe la laurea in tasca. Ha dovuto lasciare, ora ha un part time in un'azienda biomedica. Romina Di Marcantonio, di Roma, non ha remore a parlare con La Verità della sua situazione. «Mio figlio Alessandro si è diplomato a giugno alla scuola alberghiera, doveva partire per Valencia per un progetto Erasmus ma con il Covid è saltato tutto. Ed è saltata anche l'iscrizione alla facoltà di Biologia. C'è il numero chiuso e soltanto per preparare l'esame di ingresso, tra libri e corsi online, avrei dovuto spendere circa 300 euro. Poi ci sono le rette universitarie, troppo care per il nostro budget familiare. Così abbiamo deciso di archiviare lo sbocco universitario. A settembre Alessandro comincerà a mandare il curriculum agli alberghi, ma con questa crisi che speranze può avere? Eppure prima del Covid la scuola alberghiera assicurava diverse opportunità di impiego. Anche l'Erasmus sarebbe stata una bella occasione, mio figlio era stato già contattato da una struttura per uno stage. Ora dobbiamo ricominciare e la strada è in salita». Piero Notarnicola è il coordinatore padovano dell'Udu, l'Unione degli universitari, e dice che si stanno moltiplicando le segnalazioni di studenti che hanno problemi con gli affitti e il pagamento delle tasse. «C'è chi ha dovuto rescindere il contratto di locazione e chi non ha soldi per le rette universitarie anche se il pagamento è stato posticipato di un mese e mezzo. Chi non riceve soldi dai genitori perché in difficoltà economiche sta pensando di non continuare. E chi si manteneva con qualche lavoro ora lo ha perso». Piero poi riferisce le perplessità di tanti giovani rispetto alla didattica del prossimo anno. «Nessuno, nelle segreterie delle facoltà, è in grado di dare risposte chiare, ma un pendolare deve sapere come regolarsi con la locazione e se rinnovare l'abbonamento dei trasporti». Enrico Gulluni, coordinatore nazionale dell'Udu, ha segnalato la gravità della situazione al ministro Gaetano Manfredi, ma non c'è stata risposta. «Tramite il Consiglio nazionale degli studenti abbiamo mandato alcune proposte come l'ampliamento della no tax area, per portare il tetto dagli attuali 20.000 euro a 30.000, e la richiesta di maggiori stanziamenti per le borse di studio. Nessun riscontro». Nel decreto Rilancio ci sono 1,4 miliardi per l'università, ma, sottolinea Gulluni, non viene affrontata l'emergenza. «Riceviamo ogni giorno centinaia di chiamate di studenti che hanno difficoltà a pagare la terza rata delle tasse. Avevamo chiesto che fosse annullata, siamo stati ignorati». Uma Brandolino, coordinatrice Udu dell'Università statale Milano descrive un altro fenomeno. «Per risparmiare su alloggio e trasferimenti, alcune famiglie stanno privilegiando l'iscrizione dei figli nei piccoli atenei di prossimità. L'università grande e prestigiosa è ritenuta troppo costosa. La Statale di Milano, nonostante sia frequentata da molti fuori sede, non ha ancora ufficializzato come gestirà le lezioni, quante di queste saranno “in presenza" e come funzioneranno i laboratori. Questa incertezza sta inducendo tante famiglie di potenziali matricole a pensarci due volte prima di iscrivere i figli». Anche chi esce dai licei comincia a interrogarsi sull'iscrizione all'università. «Il liceo ha sempre avuto come sbocco naturale, come completamento, l'accesso a un ateneo. Ma se già prima del Covid qualche genitore si interrogava sull'efficacia di questa scelta, ora con la crisi economica le perplessità sono aumentate» dice Davide Vespier, docente di Lettere al liceo classico Albertelli di Roma e consigliere nazionale ufficio scuola dell'Age, associazione di genitori. «La didattica a distanza è vista con diffidenza. Le famiglie si chiedono perché spendere tanti soldi e poi non avere dall'università il massimo. L'uso dei laboratori è sacrificato. 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Le misure previste dal decreto Rilancio sui fondi a supporto della contribuzione studentesca andrebbero estese anche al prossimo anno. Dobbiamo stare attenti che la crisi economica non porti un indebolimento dell'alta formazione». Ferruccio Resta, rettore del Politecnico di Milano e presidente del Crui, la Conferenza dei rettori italiani, dice di aver avuto segnalazioni da vari atenei di questo trend in discesa delle iscrizioni. Con che percentuali stanno diminuendo le iscrizioni? «È prematuro tirare le somme, le iscrizioni sono ancora in corso. Ma spero che non si ripeta la situazione della crisi del 2008, quando ci fu una riduzione significativa. Ci sono voluti dieci anni per tornare ai valori precedenti. Solo nel 2018 abbiamo visto un recupero degli studenti che avevamo prima del 2008. Le crisi perdurano nel tempo». Il Covid ci lascerà in eredità un'Italia più povera culturalmente? «La crisi sanitaria della pandemia già oggi rischia di portare conseguenze dal punto di vista economico e quindi sociale quando costringe alcune famiglie a non investire più nel futuro dei loro figli e quindi del nostro Paese. Questo era un rischio su cui si è lavorato molto negli ultimi mesi. Il decreto Rilancio ha inserito oltre 200 milioni di euro dedicati a misure per ridurre o azzerare la contribuzione studentesca alle tasse universitarie. È stato un messaggio forte che ha permesso sia ai ceti più bassi di avere contribuzioni azzerate sia ai ceti medi di avere facilitazioni. Per il prossimo semestre ci sarà la possibilità di frequentare a distanza le lezioni, e questo permetterà di ridurre i costi di affitti e trasporti». Ma la crisi non si esaurisce con il 2020. Le misure del decreto Rilancio non rischiano di essere un pannicello caldo? «Questa crisi, è vero, non si chiuderà con l'anno accademico 2020-2021, quindi queste risorse andrebbero preventivate almeno per il prossimo triennio e quinquennio. La crisi economica ha dinamiche molto più lente di quella sanitaria, e prima che riparta l'economia, e con essa il potere d'acquisto delle nostre famiglie, passeranno ancora anni. La risposta quindi è stata efficace e tempestiva per l'anno accademico 2020-2021, ma il mio suggerimento è di mantenere la stessa efficacia per i prossimi anni per dare alle famiglie un segnale, la possibilità di iscrivere un figlio subito senza rischiare di trovarsi in difficoltà l'anno prossimo». Alcune famiglie non sono convinte dell'efficacia delle lezioni a distanza, temono un calo della qualità. Temono di pagare tasse alte per avere poi una formazione scadente. Anche questo è un disincentivo a iscrivere un figlio? «Noi siamo sempre abituati a vedere gli aspetti negativi. L'università italiana in meno di 15 giorni ha completamente trasportato tutta la didattica a distanza, il nostro è stato uno dei pochi Paesi a rispondere così. Oggi, a fine luglio, gli studenti hanno fatto esami e lauree come se non ci fosse stata la pandemia. È un risultato importante perché perdere i semestri sarebbe stato molto più gravoso per le famiglie. Avrebbe comportato posticipare le lauree e quindi l'ingresso nel mercato del lavoro dei propri figli. Gli atenei hanno agito con tempestività e assorbendo tutti i costi dell'emergenza». Ma quando si tornerà nelle aule? «Tutte le università stanno pianificando la ripresa delle lezioni in presenza per il prossimo semestre. È fondamentale il valore di essere in aula, delle relazioni sociali. Sarebbe triste mantenere l'università solo telematica». Le lezioni in streaming hanno danneggiato anche quelle città che vivono dell'attività universitaria. «È vero. Abbiamo una responsabilità non solo verso gli studenti ma anche verso i territori. L'indotto che l'università offre al tessuto cittadino, all'economia, è importante». Siete anche pronti al rischio di una seconda ondata di contagi? «Torneremo nelle aule ma con modalità tali da essere in grado di commutare immediatamente a distanza senza mettere in difficoltà nessuno e senza perdere un semestre. Qualora il comitato tecnico scientifico riducesse un po' i limiti del distanziamento, potremmo portare tutti in presenza. Stiamo ipotizzando un modello che permetta la frequenza in presenza o a completa distanza in base alla condizione della pandemia in autunno. Tutto questo ha dei costi. L'università italiana è in assoluto l'unica in Europa che riesce a erogare una didattica con costi medio bassi. Uno studente universitario in Germania e in Francia costa 10.000 euro all'anno mentre in Italia siamo lontani da questa cifra». Alcune università del Sud hanno adottato incentivi per recuperare i giovani che avevano scelto di trasferirsi negli atenei del Nord. Ci sarà un'immigrazione di ritorno? «Tutte le politiche che vogliono aiutare i ragazzi ben vengano, ma quelle che vogliono chiudere le persone dentro i confini non le condivido. La mobilità dei nostri giovani è un fattore importante». Qual è la situazione al Politecnico di Milano? «Abbiamo completato i test di ingresso con dei numeri paragonabili a quelli dell'anno scorso, chiuderemo le immatricolazioni nei primi giorni di agosto. In questo momento non registriamo un calo. Abbiamo ancora aperto il discorso delle iscrizioni di studenti internazionali. In Paesi che sono ancora al culmine della pandemia, come era da noi ad aprile, l'attenzione ora non è focalizzata sul rientro all'università ma su altre tematiche. Penso al Brasile, all'India, agli stati del Sud America». Il calo delle immatricolazioni riguarderà soprattutto gli studenti stranieri? «Cercheremo di aiutare anche gli studenti internazionali con l'erogazione della didattica a distanza fino a quando non potranno venire. Gli studenti cercano una università capace di garantire un investimento per il futuro, non rinunciano volentieri al loro domani. Superata la fase di emergenza nel loro Paese, torneranno nelle nostre città». Chi è andato all'estero a studiare tornerà? «Regno Unito e Usa, che erano destinazioni gettonate, oggi sono meno appetibili per colpa della pandemia. Sicuramente i ragazzi che andavano a studiare in quelle aree ora guarderanno ad altre università di qualità in giro per il mondo, quindi se noi avremo offerte formative di prestigio potremmo recuperarli». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/universita-la-grande-fuga-2646804221.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="spariranno-circa-10-000-studenti" data-post-id="2646804221" data-published-at="1595801702" data-use-pagination="False"> Spariranno circa 10.000 studenti Il Covid rischia di impoverire il Paese anche culturalmente, oltre che economicamente. Il virus potrebbe lasciarci in eredità una giovane generazione meno formata e l'università, da conquista per tutti, rischia di tornare ad essere lo sbocco per una élite, un lusso per pochi. Il fenomeno comincia ad essere rilevato dagli istituti di ricerca, anche se la conferma ci sarà solo in autunno quando arriveranno i dati completi delle immatricolazioni. Svimez ha stimato che nel 2020-2021 circa 10.000 studenti potrebbero non iscriversi ai nostri atenei. Parliamo, per l'esattezza, di 9.500 studenti su scala nazionale, di cui 6.300 nel Mezzogiorno e i restanti 3.200 nel Centro Nord. Potrebbe riproporsi la situazione prodotta dalla crisi del 2008-2009, ma questa volta sarebbe più grave. Entrando nel dettaglio, la nota di Svimez, elaborata dal direttore Luca Bianchi e da Gaetano Vecchione (Svimez - Università Federico II Napoli), sottolinea come a fine mese si stimino approssimativamente 292.000 maturi al Centro Nord e circa 197.000 al Sud. La precedente crisi del 2008-2009 ha evidenziato una elevata elasticità del tasso di passaggio tra scuola e università legato all'indebolimento dei redditi delle famiglie soprattutto nel Mezzogiorno: alla luce di ciò, Svimez ha stimato una riduzione del tasso di proseguimento di 3,6 punti nel Mezzogiorno e di 1,5 nel Centro Nord. Già la precedente crisi economica, trascinatasi dal 2008 al 2013, aveva provocato un crollo delle iscrizioni alle università, soprattutto al Sud. In quegli anni la percentuale di chi usciva dalla scuola superiore e andava all'università è crollata di 8,3 punti. In un quinquennio ci sono state oltre 20.000 iscrizioni in meno nel Mezzogiorno. Nel Centro Nord il calo è stato di 2 punti percentuali circa. Secondo l'Osservatorio talents venture, che analizza costantemente lo stato dell'università italiana e le opportunità occupazionali che offre ai suoi laureati, l'impatto del Covid sulle immatricolazioni potrebbe essere peggiore di quanto valuta Svimez. Considerato un calo del Pil del 9%, le nuove iscrizioni potrebbe ridursi di circa 35.000 unità (meno 11% rispetto all'anno precedente). In termini economici la perdita per gli atenei sarebbe pari a circa 46 milioni di euro di mancato gettito da tasse universitarie, ma molto maggiore se si considera l'indotto, tutto ciò che ruota attorno all'istruzione universitaria. Gli istituti più colpiti potrebbero essere quelli che ospitano una concentrazione maggiore di studenti fuori sede tra cui quelli provenienti dall'estero, che non avrebbero più le risorse economiche necessarie per affrontare gli spostamenti e la vita lontano da casa. Il 30% di tutti gli studenti immatricolati fuori sede si concentra in 5 atenei: Bologna (9,6%), Ferrara (7,6%), Politecnico di Milano (4,9%), Politecnico di Torino (4,3%) e Cattolica (4,1%). L'ateneo di Ferrara, la Bocconi e l'Università di Trento, secondo una classifica elaborata dall'Osservatorio, sono i più esposti al rischio di crollo delle iscrizioni. Il report contiene una valutazione di Moody's, secondo cui una contrazione della domanda di studenti internazionali cinesi (quelli più rappresentati in assoluto) potrebbe generare una crisi tra le università nel mondo. In Italia, gli atenei che potrebbero risentire di un'eventuale contrazione della domanda di studenti cinesi sono principalmente i Politecnici di Milano e Torino e l'ateneo statale di Firenze, i quali accolgono (in quote quasi uguali) il 48% degli studenti cinesi in Italia.
Keir Starmer (Ansa)
Lui, per ora, resiste, attaccandosi a un cavillo: per farlo fuori da segretario serve che il 20% dei deputati lo sfiduci e candidino un altro leader. Come numeri ci siamo, ma formalmente non sarebbe stata ancora avviata la procedura formale prevista dallo statuto. E il soldato Keir, finché non lo mandano a casa dalla guida del partito, non esce neppure dal bunker del governo.
Starmer ha riunito il suo governo alle 10 del mattino e raccontano che sia stata una riunione tesa, con alcuni ministri che manco guardavano negli occhi il premier, arrabbiato perché anche i suoi alleati più fedeli da due giorni gli stavano consigliando di annunciare la data delle dimissioni, se non altro per placare le acque. Ma questa soluzione a Starmer non piace perché teme che gli sia concesso solo il tempo necessario a uno dei suoi possibili rivali di partito, il popolarissimo sindaco di Manchester Andy Burnham, per ottenere un seggio alle suppletive (basterebbe far dimettere un fedelissimo), tornare deputato (come da regolamento) e poi soffiargli la segreteria.
Mentre faceva tutti questi calcoli, il premier veniva mollato da quattro membri del governo: tre donne e un figlio di immigrati. Se ne sono andate Alex Davies-Jones, ministro per le Vittime e la violenza contro donne e ragazze, Jess Phillips, ministro per la Tutela dei minori, e Miatta Fahnbulleh, ministro per le Comunità. E a fine pomeriggio molla anche un pezzo da novanta come il vice della Salute, Zubir Ahmed, chirurgo, cinque figli, scozzese di nascita e figlio di un tassista pakistano. Ahmed era il simbolo del tentativo di rimettere in piedi la sanità pubblica, ma ieri se n’è andato scrivendo a Starmer: «È chiaro ormai da un po’ di giorni che la gente ha irrimediabilmente perso fiducia in te come primo ministero». Meno duro, ma comunque micidiale, l’addio per lettera di una fedelissima come Jess Phillips: «Sei una brava persona, ma ho toccato con mano che questo non basta». E poi gli spiega chiaramente che il suo tempo è finito quando aggiunge: «Non vedo quel cambiamento che volevo e quindi non posso continuare a fare il ministro sotto l’attuale leadership». Mentre l’ex collega Miatta Fahnbulleh, economista e liberiana di nascita, invitava il premier a «organizzare una transizione ordinata». Transizione che al momento il premier non ha nessuna intenzione di assecondare. Anche se l’Economist, per dire, ieri pomeriggio lo dava già per perso («Sir Starmer is on the way out») e il Guardian si divertiva a dedicare il suo approfondimento del giorno al seguente tema: «Perché tutti odiano Keir Starmer?».
Con i sondaggi che danno sempre il partito di Nigel Farage dieci punti sopra il Labour, si può provare a spiegare questa crisi, con il partito spaccato in due. Il motivo più immediato è la sconfitta elettorale rimediata la scorsa settimana, con i laburisti che hanno perso 1.500 consiglieri nelle elezioni locali in Inghilterra e che hanno ceduto il Galles, oltre ad aver registrato il peggior risultato di sempre al Parlamento scozzese. E poi c’è lo scandalo per la disgraziata nomina ad ambasciatore Usa di un vecchio arnese come Peter Mandelson, travolto dallo scandalo Epstein. Molti deputati laburisti, quando hanno scoperto i legami dell’ex ministro con il finanziere pedofilo, si sono rivoltati con Starmer. E forse non è un caso che tre ministri dimessi su quattro siano donne, più restie a perdonare certi comportamenti. La Phillips, ministro per la Tutela dei minori, non ci è passata sopra: «La saga di Mandelson quando è venuta a galla ha spinto il premier ad agire per renderci più credibili (su quei temi, ndr). Io non perderò mai l’occasione di una crisi per portare a casa progressi in favore delle donne e delle ragazze e quindi sono state fatte richieste e alcune sono state soddisfatte».
Se la giornata campale di Starmer e del suo governo non ha toccato più di tanto sterlina e Borsa, che hanno chiuso sostanzialmente invariate, i titoli pubblici a 10 anni sono saliti al 5,1% di rendimento, ovvero sui massimi dal luglio 2008, mentre i rendimenti delle obbligazioni trentennali sono schizzati al 5,8%, record dal lontano 1998. I mercati temono che un nuovo leader laburista non sappia fare a meno, per vincere, di promettere un aumento della spesa pubblica. Oppure che metta nuove tasse. Chi possa prendere il posto di Starmer, ammesso che non sia necessario mandargli il notaio del partito per schiodarlo dall’ufficio, non è ancora chiaro. Il rivale che teme di più è il sindaco di Manchester, Burnham (56 anni) , ma il premier si guarda le spalle anche dal rampante ministro della Salute Wes Streeting (43 anni), ala destra del partito e con un solo handicap: è anche lui vicino a Mandelson. Oggi Starmer e Streeting si incontreranno, dopo che ieri non si sono quasi rivolti la parola.
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(IStock)
Come quella di Marco Cavaleri, direttore del dipartimento rischi per la salute pubblica e della task force emergenze dell’Agenzia europea per i medicinali (Ema), pubblicata ieri su Repubblica. «I vaccini a mRna messi a punto contro il Covid stimolano meglio il sistema immunitario», ha sostenuto il già responsabile dell’area vaccini e prevenzione delle malattie infettive dell’agenzia europea.
Un’affermazione in netto contrasto con la ricerca di coorte pubblicata su The Lancet nel febbraio 2022 e basata sui registri dell’intera popolazione svedese, che dimostrò come l’efficacia pratica dei vaccini Covid contro l’infezione sintomatica fosse svanita nel tempo, passando dal 92% nei giorni da 15 a 30 dopo la 2° dose fino alla perdita di efficacia significativa a partire dai 7 mesi.
In Italia, una pubblicazione dell’Istituto superiore di sanità (Iss) sul British Medical Journal (BMJ) nel febbraio 2022, mostrava come nell’arco di 8-9 mesi anche nella media della popolazione italiana di età 40-59 anni la protezione dei vaccinati con 2 dosi scendeva appena sopra al livello dei non vaccinati, e dai 60 anni in poi addirittura sotto a quel livello. Un declino anche maggiore si è avuto nella popolazione ad alto rischio, con una discesa di un significativo -44% sotto al livello dei non vaccinati, a 8-9 mesi dalla 2° dose.
Nel Regno Unito, prendendo in esame le settimane dalla 36° del 2021 alla 13° 2022, la crescita di infezioni tra i vaccinati è stata impressionante, fino al +275% degli ultimi sette giorni resi disponibili. Poi, la Uk Health Security Agency comunicò di non pubblicare più questa tabella; però intanto, per chi voleva capire, era evidente che la protezione non solo calava ma diventava negativa.
La Commissione medico-scientifica indipendente (Cmsi) ha cercato di comprendere il perché di questa inversione, non certo addebitabile a un allentamento delle precauzioni individuali, e l’ipotesi ritenuta più plausibile è che sia dovuta a un deterioramento del sistema immunitario. Un deterioramento che «andrebbe incluso tra gli effetti avversi molto gravi di queste vaccinazioni ripetute», fa notare da anni la Cmsi.
Pure in Italia, secondo i dati dell’Iss, ad esempio con 3 dosi i vaccinati tra 40 e 59 anni si infettarono rapidamente di più, fino a superare le infezioni dei non vaccinati entro aprile 2022, e arrivare alla prima settimana del 2023 a +70% di casi positivi rispetto ai non vaccinati. Quindi, già a gennaio-marzo 2022 era chiaro che i vaccini non riducevano affatto la trasmissione, anzi. Dopo poche settimane dall’ultima dose trasmettevano l’infezione più dei non vaccinati. Altro che vaccinazione che riduce un po’ la trasmissione del virus, come ha dichiarato in audizione l’ex dg dell’Agenzia italiana del farmaco (Aifa), Nicola Magrini.
Quindi, come si fa a proporre oggi ancora la narrazione che «i vaccini a mRna messi a punto contro il Covid stimolano meglio il sistema immunitario»? Non solo. Nell’audizione in commissione parlamentare d’inchiesta di Eugenio Serravalle, presidente dell’Associazione di studi e informazioni sulla salute, il medico ha evidenziato i danni provocati alla popolazione in età pediatrica con la vaccinazione Covid.
Eppure, i segnali non mancavano. Nell’analisi retrospettiva nazionale su dati individuali di tutti i bambini italiani (3,6 milioni) pubblicata su The Lancet e relativa all’efficacia del vaccino BNT162b2 contro l’infezione da Sars-CoV-2 e il Covid-19 grave, con il monitoraggio dal 17 gennaio al 13 aprile 2022 si ammetteva che in fascia 5-11 anni i vaccini hanno efficacia pratica (Ve) inferiore rispetto ad altre età, e che la protezione dall’infezione scende al 38,7% tra 0 e 14 giorni dal completamento del ciclo primario, per calare al 21,2% «tra 43 e 84 giorni».
Serviva almeno a proteggere dal Covid grave? Niente affatto, si fermava al 41,1%. Invece, nel report esteso dell’Iss del 6 aprile 2022, i bambini tra 5-11 anni si infettavano il 21,6 % in più rispetto ai non vaccinati, non 21,2% in meno come si è fatto credere su Lancet. Se la vaccinazione Covid per i giovanissimi era inutile, mai abbastanza si parla degli eventi avversi che ha prodotto. Il dottor Serravalle ha citato diversi studi, ma soprattutto ha insistito sulla non attendibilità della farmacovigilanza passiva dell’Aifa che riporta una frequenza di segnalazioni più di 1.000 volte inferiore al sistema di monitoraggio v-safe gestito dai Cdc statunitensi.
«Serravalle ha spiegato che nelle persone in età pediatrica il rischio legato alla contrazione del virus era molto basso, ma nonostante ciò furono oggetto, dai 12 anni in su, della campagna vaccinale di massa impostata dall’allora governo», ha dichiarato Alice Buonguerrieri, capogruppo di Fratelli d’Italia in commissione Covid, ricordando che «attraverso il super green pass fu impedito a ragazzi molto giovani, “colpevoli” di non essere vaccinati, di poter svolgere attività sportive […] questa politica sproporzionata rispetto al beneficio atteso fu estremamente grave».
Intanto, il gup di Roma ha dichiarato il non luogo a procedere per intervenuta prescrizione per l’ex numero due dell’Organizzazione mondiale della Sanità (Oms) ed ex direttore generale del ministero della Salute Ranieri Guerra, per l’allora direttore generale della Prevenzione del ministero della Salute Giuseppe Ruocco e per la dirigente del ministero della Salute Maria Grazia Pompa. La decisione riguarda lo stralcio delle indagini, trasmesse dai pm di Bergamo e Brescia per competenza territoriale nella capitale, relative al piano pandemico e alla gestione dell’emergenza Covid.
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Barbara Berlusconi (Ansa)
La terzogenita di Silvio Berlusconi esce dalla compagine societaria della Cardi Gallery, storica galleria d’arte contemporanea con sedi a Milano e Londra. Continuerà a occuparsi di cultura attraverso la fondazione no profit che porta il suo nome.
Dopo diciassette anni, Barbara Berlusconi lascia la compagine societaria della Cardi Gallery, storica galleria d’arte contemporanea guidata dal gallerista Nicolò Cardi.
La terzogenita di Silvio Berlusconi era entrata nella società nel 2009, affiancando il progetto artistico della galleria fondata a Milano nel 1972 da Renato Cardi. Nel corso degli anni, la Cardi Gallery si è affermata nel panorama internazionale dell’arte contemporanea, partecipando alle principali fiere di settore in Asia, Europa e Nord America, oltre a organizzare mostre museali e attività espositive tra Milano e Londra. L’uscita di Barbara Berlusconi dalla società non segna però un allontanamento dal mondo culturale. Come spiegato in una nota, continuerà infatti a occuparsi di arte e cultura attraverso la fondazione no profit che porta il suo nome.
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Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore generale dell'Oms (Ansa)
Ma guarda chi si rivede, Walter Ricciardi, docente di Igiene alla Cattolica, già consulente di Roberto Speranza durante il Covid. Pure lui partecipa al revival delle virostar di cui, sinceramente, nessuno sentiva il bisogno. E come praticamente tutti i suoi colleghi si comporta come nel tempo che fu, ripetendo a pappagallo le opinioni prevalenti non della scienza ma della politica. Ricciardi lamenta il fatto che gli Stati Uniti siano usciti dalla Organizzazione mondiale della sanità e punta il dito contro Donald Trump: «Le sue scelte sanitarie pesano sul mondo intero», dichiara. Da che pulpito, verrebbe da dire. Forse ce lo siamo dimenticati, ma a pontificare oggi sono gli stessi che scelsero i lockdown come misura dettata da «cieca disperazione» al tempo del Covid. Tanto basterebbe per capire quanto poco ci sia da fidarsi. Eppure sono ancora lì, i virologi in grande spolvero, a suonare la grancassa, a ripetere che ora vengono al pettine i disastri causati dalla fuoriuscita degli Usa. Con una Oms debole, insistono, succedono disastri.
In realtà, con il Covid i disastri sono accaduti per lo più grazie all’Organizzazione guidata dal prode Tedros, riconfermato al vertice dell’istituzione per mancanza di concorrenti. Giova ricordare che l’Oms non fu nemmeno in grado di indagare seriamente sull’origine del coronavirus in Cina per via degli smisurati conflitti d’interessi degli esperti che inviò sul campo. E questa fu solo una minima parte del problema. Giusto per restringere il campo alla sola Italia potremmo rammentare che cosa accadde con Francesco Zambon, il ricercatore che curò il primo e finora unico report sulla gestione nostrana della prima fase di pandemia: il suo lavoro fu censurato per non indispettire il governo italiano e lui fu costretto a dimettersi.
Ma anche se l’Oms non fosse stata - come è stata - responsabile di censure, ritardi, errori marchiani e stupidaggini in cattiva fede, ci sarebbe comunque da notare che ogni nazione si trovò a gestire la pandemia in modo diverso. Fu la politica a decidere su restrizioni, obblighi e vaccinazioni, non l’istituzione sanitaria. Infatti l’Italia applicò misure draconiane quasi peggiori di quelle cinesi, cosa che nessuno al mondo si sognò di imitare. Se ne deduce che è semplicemente ridicolo, ora, sostenere che l’hantavirus possa diffondersi a macchia d’olio perché l’Oms è in difficoltà causa assenza degli Stati Uniti. Primo perché le nazioni potrebbero serenamente accordarsi sulla gestione delle emergenze anche in assenza di un ente sovranazionale. Secondo perché da quell’ente finora non è giunto alcun beneficio.
Un esempio concreto lo fornisce proprio l’hantavirus. Per quale motivo, ci si domanda, dalla nave su cui è divampato il focolaio sono state fatte scendere delle persone? Che senso ha una scelta del genere? Se si verificano dei contagi, la cosa migliore da fare era semmai organizzare una quarantena a bordo. E invece no. I geni che hanno spinto per rinchiuderci in casa quando circolava una malattia respiratoria (e che in questo modo hanno probabilmente fatto aumentare contagi e morti) ora lasciano andare in giro gente che potrebbe ammalarsi e diffondere la malattia? A nessuno dell’Oms è venuto in mente di alzare il telefono e consigliare un comportamento diverso? Delle due l’una: o l’istituzione è inutile se non dannosa perché ha sbagliato a dare indicazioni, oppure ha dato i giusti consigli ma nessuno li ha seguiti, cosa che la rende ancora una volta inutile e dannosa.
Sono considerazioni banali, forse persino stupide. Ma non sembrano balenare nella mente di medici e cronisti che alimentano l’ansia sull’hantavirus e si comportano esattamente come si comportarono al tempo del Covid, anzi peggio perché ora sono recidivi. Costoro, di fatto, stanno usando l’hantavirus per spingere l’opinione pubblica a sostenere il delirante accordo pandemico globale dell’Oms, da cui l’Italia si è ritirata lo scorso anno. Benché teoricamente approvato, in realtà quel testo è ancora bloccato per una serie di divergenze sul cosiddetto allegato Pabs (Pathogen Access and Benefit-Sharing). Nuove discussioni in merito sono previste per luglio, e può darsi che la pratica sia rinviata al 2027. La psicosi da hantavirus giunge quasi a fagiuolo, perché consente di montare la panna sul tema e permette ai virofanatici di chiedere a gran voce che l’Italia ammetta di avere clamorosamente sbagliato a non sott oscrivere l’accordo.
Per carità, non stupisce. In fondo il circolino mediatico-sanitario è sempre lo stesso. E, Stati Uniti a parte, sono sempre gli stessi i poteri tragici che dominano l’Oms. I cui principali sostenitori sono la Fondazione Gates e Gavi Alliance, cioè la principale lobby globale a sostegno dei vaccini, che da tempo collabora con le maggiori case farmaceutiche e che è a sua volta partecipata da Gates (l’Italia, poco tempo fa, grazie ad Antonio Tajani ha deciso di versare a questa opera pia ben 250 milioni di euro). Alcune delle Big Pharma, guarda caso, hanno già guadagnato grazie alla nuova malattia. Secondo alcune fonti le azioni di Moderna sono cresciute notevolmente, con guadagni tra l’8% e il 16%, non appena si è saputo che l’azienda stava sviluppando un vaccino per l’hantavirus. È facile comprendere, dunque, perché in queste ore ci sia gente in giro che si dispera chiedendo che all’Oms sia dato più potere: qualcuno ci guadagna, gli altri sono i soliti gonzi.
Negativi gli italiani in isolamento. Schillaci ribadisce: «Nessun rischio»
Saranno tutti processati allo Spallanzani di Roma i campioni biologici dei quattro italiani attualmente in quarantena per aver viaggiato su un volo della Klm dove è salita, solo per pochi minuti, la donna poi deceduta a causa dell’Hantavirus contratto, probabilmente, nel fare birdwatching in una discarica argentina, con il marito, il primo a morire per l’infezione.
Il giovane marittimo italiano, residente in Calabria, ha smentito di avere sintomi sospetti. «Federico sta bene». Il prelievo che verrà fatto «dall’Asp di Reggio Calabria sarà poi inviato per essere processato allo Spallanzani», ha assicurato il sindaco di Villa San Giovanni, Giusy Caminiti, che ha sentito il venticinquenne al telefono. La procedura è quella contenuta nella circolare del ministero della Salute firmata lunedì sera che prevede, «anche in assenza di un chiaro collegamento epidemiologico noto con il focolaio della nave Mv Hondius o con casi confermati/probabili di infezione da virus Andes in aree endemiche», di considerare, «dopo attenta valutazione infettivologica, l’esecuzione di indagini diagnostiche specifiche nei pazienti con quadro clinico compatibile, o non altrimenti spiegabile, e risultato negativo agli accertamenti microbiologici routinari», per «favorire l’identificazione precoce di eventuali casi sporadici o secondari e ad assicurare la tempestiva attivazione delle misure di sanità pubblica previste». Intanto è negativo il test del sudafricano in isolamento in Veneto, come ha confermato Maria Rosaria Campitello, capo del dipartimento della Prevenzione del ministero della Salute. «Questo non significa che non si potrebbe un domani positivizzarsi», ha spiegato ieri a Rai Radio 1, «ma ci lascia ben sperare: è asintomatico e ha un test negativo». La situazione, in merito al virus, per il ministro della Salute, Orazio Schillaci, è di «assoluta tranquillità», attualmente «non c’è alcun pericolo», ha assicurato. La stessa Organizzazione mondiale della Sanità - informando che degli 11 casi sospetti (compresi i 3 deceduti) tra le 120 persone che hanno viaggiato nella nave focolaio dell’infezione e che sono sbarcate a Tenerife, nove sono risultati positivi all’Hantavirus - ribadisce, attraverso il direttore generale, Tedros Adhanom, che «il rischio per la salute globale è basso» e raccomanda la «quarantena fino al 21 giugno».
Nel frattempo, 12 membri dello staff di un ospedale olandese, che ha in cura un paziente positivo all’hantavirus evacuato dalla nave MV Hondius, sono finiti in isolamento a causa di procedure non correttamente seguite. All’ospedale militare Gómez Ulla di Madrid, è in quarantena uno dei croceristi spagnoli: risultato positivo all’hantavirus, è «attualmente asintomatico e in buone condizioni», ha dichiarato il ministero della Salute iberico aggiungendo che «i risultati definitivi saranno disponibili nelle prossime ore» e che gli altri 13 spagnoli sono risultati negativi. Dei cinque francesi che erano a bordo della nave, una donna è risultata positiva ad hantavirus «ed è attualmente in terapia intensiva in condizioni gravi», ha riferito la ministra francese della Salute, Stéphanie Rist, aggiungendo che «in totale in Francia sono stati individuati 22 casi di contatto». L’Agenzia europea del farmaco (Ema) sta «monitorando attivamente l’epidemia» in concerto con «il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (Ecdc), che classifica il rischio per la popolazione generale in Europa come molto basso». In assenza di «trattamenti antivirali o vaccini autorizzati contro l’hantavirus», l’Ema «si tiene pronta a supportare lo sviluppo e la valutazione regolatoria di vaccini e terapie per gli hantavirus». Non sorprende che l’agenzia abbia «mappato i produttori di farmaci, in particolare antivirali, anticorpi monoclonali e vaccini contro gli hantavirus».
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