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2020-07-27
Università, la grande fuga
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«Mia figlia Giulia voleva arrivare alla laurea magistrale in Scienze dell'educazione, due anni in più e avrebbe coronato il suo sogno oltre ad avere più possibilità di superare i concorsi. Invece, ci si è posto il problema se far continuare a nostra figlia il percorso universitario. Il Covid ci ha colpito duramente. Giulia è stata contagiata, abbiamo dovuto affrontare ingenti spese per le cure, non ancora terminate. Ma anche le prospettive future ci preoccupano». La storia di Massimo Malagoli, di Modena, responsabile comunicazione dell'associazione dei genitori delle scuole paritarie, Agesc, è simile a quella di tante famiglie colpite dalla crisi scatenata dalla pandemia. È la storia di quel ceto medio che fino a tre mesi fa viveva senza problemi e riusciva a disegnare, anche con sacrifici, la strada per i propri figli. Ora quelle stesse famiglie sono costrette a tagliare su tutto. E non basta più rinunciare alla cena fuori, alle vacanze, al parrucchiere, al vestito in più. Le forbici arrivano anche sulla formazione. L'università diventa un lusso.
«Per altri due anni di corsi avremmo dovuto spendere circa 9.000 euro, 4.500 l'anno, senza la certezza di un'occupazione. Così ho detto a Giulia che è meglio impiegare quel tempo per cercare un impiego e poi, semmai, completare la formazione». A preoccupare Massimo oltre all'incertezza economica è anche la preparazione offerta dall'ateneo. «Gli ultimi esami sono stati fatti in modo superficiale e le lezioni a distanza erano carenti di approfondimento. Tanti genitori si lamentano della conclusione, pessima, di questo anno universitario e si interrogano sull'opportunità di sobbarcarsi tasse e rette a fronte di una formazione che chissà per quanto tempo ancora continuerà a essere erogata da remoto e in modo approssimativo. Le lezioni online non possono sostituire quelle in presenza». Conclude Malagoli: «Lo studio universitario sta diventando per tanti genitori una voce da tagliare, come la colazione al bar o l'abbigliamento».
Claudio Mazzoleni ha un figlio al terzo anno di Ingegneria alla Statale di Milano. «Interrompere a metà il suo percorso universitario e stata una scelta sofferta perché lui è in gamba, ha sempre avuto ottimi voti e voleva continuare, ma non ce la faccio. Dovrà cercare un lavoro». Claudio, 60 anni, con una brillante carriera di architetto in uno studio, ora è in cassa integrazione. «Lavoro a settimane alterne, non riesco ad andare avanti. Sto pensando alla pensione: anche se sarà un assegno basso, almeno è una certezza. Mio figlio è una risorsa sprecata». Alle associazioni dei genitori arrivano sempre più numerose le testimonianze di famiglie che non ce la fanno a far continuare gli studi ai figli, dice Malagoli. C'è tanto pudore nel parlare, vergogna nell'esporsi in prima persona, nell'esprimere una condizione di disagio economico, soprattutto nelle città di provincia dove tutti si conoscono. Siamo a Brescia e un'associazione di genitori riferisce la storia di Roberto, 21 anni: era iscritto ad Architettura, ha rinunciato a proseguire, non arriverà alla laurea; ha trovato un lavoro part time presso una bottega artigiana. Il padre è in cassa integrazione e la madre pur avendo un negozio di abbigliamento non riesce a garantire una solidità economica. Con il Covid, pochi clienti, pure quelli affezionati le hanno detto che dovranno stringere la cinghia. Anche un vestito in più pesa sul bilancio familiare. Claudia, invece, era al termine del corso di Medicina, un altro anno e avrebbe la laurea in tasca. Ha dovuto lasciare, ora ha un part time in un'azienda biomedica.
Romina Di Marcantonio, di Roma, non ha remore a parlare con La Verità della sua situazione. «Mio figlio Alessandro si è diplomato a giugno alla scuola alberghiera, doveva partire per Valencia per un progetto Erasmus ma con il Covid è saltato tutto. Ed è saltata anche l'iscrizione alla facoltà di Biologia. C'è il numero chiuso e soltanto per preparare l'esame di ingresso, tra libri e corsi online, avrei dovuto spendere circa 300 euro. Poi ci sono le rette universitarie, troppo care per il nostro budget familiare. Così abbiamo deciso di archiviare lo sbocco universitario. A settembre Alessandro comincerà a mandare il curriculum agli alberghi, ma con questa crisi che speranze può avere? Eppure prima del Covid la scuola alberghiera assicurava diverse opportunità di impiego. Anche l'Erasmus sarebbe stata una bella occasione, mio figlio era stato già contattato da una struttura per uno stage. Ora dobbiamo ricominciare e la strada è in salita».
Piero Notarnicola è il coordinatore padovano dell'Udu, l'Unione degli universitari, e dice che si stanno moltiplicando le segnalazioni di studenti che hanno problemi con gli affitti e il pagamento delle tasse. «C'è chi ha dovuto rescindere il contratto di locazione e chi non ha soldi per le rette universitarie anche se il pagamento è stato posticipato di un mese e mezzo. Chi non riceve soldi dai genitori perché in difficoltà economiche sta pensando di non continuare. E chi si manteneva con qualche lavoro ora lo ha perso». Piero poi riferisce le perplessità di tanti giovani rispetto alla didattica del prossimo anno. «Nessuno, nelle segreterie delle facoltà, è in grado di dare risposte chiare, ma un pendolare deve sapere come regolarsi con la locazione e se rinnovare l'abbonamento dei trasporti».
Enrico Gulluni, coordinatore nazionale dell'Udu, ha segnalato la gravità della situazione al ministro Gaetano Manfredi, ma non c'è stata risposta. «Tramite il Consiglio nazionale degli studenti abbiamo mandato alcune proposte come l'ampliamento della no tax area, per portare il tetto dagli attuali 20.000 euro a 30.000, e la richiesta di maggiori stanziamenti per le borse di studio. Nessun riscontro». Nel decreto Rilancio ci sono 1,4 miliardi per l'università, ma, sottolinea Gulluni, non viene affrontata l'emergenza. «Riceviamo ogni giorno centinaia di chiamate di studenti che hanno difficoltà a pagare la terza rata delle tasse. Avevamo chiesto che fosse annullata, siamo stati ignorati».
Uma Brandolino, coordinatrice Udu dell'Università statale Milano descrive un altro fenomeno. «Per risparmiare su alloggio e trasferimenti, alcune famiglie stanno privilegiando l'iscrizione dei figli nei piccoli atenei di prossimità. L'università grande e prestigiosa è ritenuta troppo costosa. La Statale di Milano, nonostante sia frequentata da molti fuori sede, non ha ancora ufficializzato come gestirà le lezioni, quante di queste saranno “in presenza" e come funzioneranno i laboratori. Questa incertezza sta inducendo tante famiglie di potenziali matricole a pensarci due volte prima di iscrivere i figli».
Anche chi esce dai licei comincia a interrogarsi sull'iscrizione all'università. «Il liceo ha sempre avuto come sbocco naturale, come completamento, l'accesso a un ateneo. Ma se già prima del Covid qualche genitore si interrogava sull'efficacia di questa scelta, ora con la crisi economica le perplessità sono aumentate» dice Davide Vespier, docente di Lettere al liceo classico Albertelli di Roma e consigliere nazionale ufficio scuola dell'Age, associazione di genitori. «La didattica a distanza è vista con diffidenza. Le famiglie si chiedono perché spendere tanti soldi e poi non avere dall'università il massimo. L'uso dei laboratori è sacrificato. Molti preferiscono orientare i figli verso corsi tecnici non universitari, meno costosi e considerati più utili per trovare lavoro».
«Questa crisi durerà. Il governo prolunghi gli sconti sulle rette»
«Il tema dell'iscrizione all'università delle famiglie esiste, per questo abbiamo messo in atto importanti misure cercando di scongiurare il calo delle immatricolazioni. Vedremo gli effetti a settembre. Sicuramente rispetto agli scorsi anni ci sono più difficoltà e maggiore sensibilità al problema. Le misure previste dal decreto Rilancio sui fondi a supporto della contribuzione studentesca andrebbero estese anche al prossimo anno. Dobbiamo stare attenti che la crisi economica non porti un indebolimento dell'alta formazione». Ferruccio Resta, rettore del Politecnico di Milano e presidente del Crui, la Conferenza dei rettori italiani, dice di aver avuto segnalazioni da vari atenei di questo trend in discesa delle iscrizioni.
Con che percentuali stanno diminuendo le iscrizioni?
«È prematuro tirare le somme, le iscrizioni sono ancora in corso. Ma spero che non si ripeta la situazione della crisi del 2008, quando ci fu una riduzione significativa. Ci sono voluti dieci anni per tornare ai valori precedenti. Solo nel 2018 abbiamo visto un recupero degli studenti che avevamo prima del 2008. Le crisi perdurano nel tempo».
Il Covid ci lascerà in eredità un'Italia più povera culturalmente?
«La crisi sanitaria della pandemia già oggi rischia di portare conseguenze dal punto di vista economico e quindi sociale quando costringe alcune famiglie a non investire più nel futuro dei loro figli e quindi del nostro Paese. Questo era un rischio su cui si è lavorato molto negli ultimi mesi. Il decreto Rilancio ha inserito oltre 200 milioni di euro dedicati a misure per ridurre o azzerare la contribuzione studentesca alle tasse universitarie. È stato un messaggio forte che ha permesso sia ai ceti più bassi di avere contribuzioni azzerate sia ai ceti medi di avere facilitazioni. Per il prossimo semestre ci sarà la possibilità di frequentare a distanza le lezioni, e questo permetterà di ridurre i costi di affitti e trasporti».
Ma la crisi non si esaurisce con il 2020. Le misure del decreto Rilancio non rischiano di essere un pannicello caldo?
«Questa crisi, è vero, non si chiuderà con l'anno accademico 2020-2021, quindi queste risorse andrebbero preventivate almeno per il prossimo triennio e quinquennio. La crisi economica ha dinamiche molto più lente di quella sanitaria, e prima che riparta l'economia, e con essa il potere d'acquisto delle nostre famiglie, passeranno ancora anni. La risposta quindi è stata efficace e tempestiva per l'anno accademico 2020-2021, ma il mio suggerimento è di mantenere la stessa efficacia per i prossimi anni per dare alle famiglie un segnale, la possibilità di iscrivere un figlio subito senza rischiare di trovarsi in difficoltà l'anno prossimo».
Alcune famiglie non sono convinte dell'efficacia delle lezioni a distanza, temono un calo della qualità. Temono di pagare tasse alte per avere poi una formazione scadente. Anche questo è un disincentivo a iscrivere un figlio?
«Noi siamo sempre abituati a vedere gli aspetti negativi. L'università italiana in meno di 15 giorni ha completamente trasportato tutta la didattica a distanza, il nostro è stato uno dei pochi Paesi a rispondere così. Oggi, a fine luglio, gli studenti hanno fatto esami e lauree come se non ci fosse stata la pandemia. È un risultato importante perché perdere i semestri sarebbe stato molto più gravoso per le famiglie. Avrebbe comportato posticipare le lauree e quindi l'ingresso nel mercato del lavoro dei propri figli. Gli atenei hanno agito con tempestività e assorbendo tutti i costi dell'emergenza».
Ma quando si tornerà nelle aule?
«Tutte le università stanno pianificando la ripresa delle lezioni in presenza per il prossimo semestre. È fondamentale il valore di essere in aula, delle relazioni sociali. Sarebbe triste mantenere l'università solo telematica».
Le lezioni in streaming hanno danneggiato anche quelle città che vivono dell'attività universitaria.
«È vero. Abbiamo una responsabilità non solo verso gli studenti ma anche verso i territori. L'indotto che l'università offre al tessuto cittadino, all'economia, è importante».
Siete anche pronti al rischio di una seconda ondata di contagi?
«Torneremo nelle aule ma con modalità tali da essere in grado di commutare immediatamente a distanza senza mettere in difficoltà nessuno e senza perdere un semestre. Qualora il comitato tecnico scientifico riducesse un po' i limiti del distanziamento, potremmo portare tutti in presenza. Stiamo ipotizzando un modello che permetta la frequenza in presenza o a completa distanza in base alla condizione della pandemia in autunno. Tutto questo ha dei costi. L'università italiana è in assoluto l'unica in Europa che riesce a erogare una didattica con costi medio bassi. Uno studente universitario in Germania e in Francia costa 10.000 euro all'anno mentre in Italia siamo lontani da questa cifra».
Alcune università del Sud hanno adottato incentivi per recuperare i giovani che avevano scelto di trasferirsi negli atenei del Nord. Ci sarà un'immigrazione di ritorno?
«Tutte le politiche che vogliono aiutare i ragazzi ben vengano, ma quelle che vogliono chiudere le persone dentro i confini non le condivido. La mobilità dei nostri giovani è un fattore importante».
Qual è la situazione al Politecnico di Milano?
«Abbiamo completato i test di ingresso con dei numeri paragonabili a quelli dell'anno scorso, chiuderemo le immatricolazioni nei primi giorni di agosto. In questo momento non registriamo un calo. Abbiamo ancora aperto il discorso delle iscrizioni di studenti internazionali. In Paesi che sono ancora al culmine della pandemia, come era da noi ad aprile, l'attenzione ora non è focalizzata sul rientro all'università ma su altre tematiche. Penso al Brasile, all'India, agli stati del Sud America».
Il calo delle immatricolazioni riguarderà soprattutto gli studenti stranieri?
«Cercheremo di aiutare anche gli studenti internazionali con l'erogazione della didattica a distanza fino a quando non potranno venire. Gli studenti cercano una università capace di garantire un investimento per il futuro, non rinunciano volentieri al loro domani. Superata la fase di emergenza nel loro Paese, torneranno nelle nostre città».
Chi è andato all'estero a studiare tornerà?
«Regno Unito e Usa, che erano destinazioni gettonate, oggi sono meno appetibili per colpa della pandemia. Sicuramente i ragazzi che andavano a studiare in quelle aree ora guarderanno ad altre università di qualità in giro per il mondo, quindi se noi avremo offerte formative di prestigio potremmo recuperarli».
Spariranno circa 10.000 studenti
Il Covid rischia di impoverire il Paese anche culturalmente, oltre che economicamente. Il virus potrebbe lasciarci in eredità una giovane generazione meno formata e l'università, da conquista per tutti, rischia di tornare ad essere lo sbocco per una élite, un lusso per pochi. Il fenomeno comincia ad essere rilevato dagli istituti di ricerca, anche se la conferma ci sarà solo in autunno quando arriveranno i dati completi delle immatricolazioni.
Svimez ha stimato che nel 2020-2021 circa 10.000 studenti potrebbero non iscriversi ai nostri atenei. Parliamo, per l'esattezza, di 9.500 studenti su scala nazionale, di cui 6.300 nel Mezzogiorno e i restanti 3.200 nel Centro Nord. Potrebbe riproporsi la situazione prodotta dalla crisi del 2008-2009, ma questa volta sarebbe più grave. Entrando nel dettaglio, la nota di Svimez, elaborata dal direttore Luca Bianchi e da Gaetano Vecchione (Svimez - Università Federico II Napoli), sottolinea come a fine mese si stimino approssimativamente 292.000 maturi al Centro Nord e circa 197.000 al Sud. La precedente crisi del 2008-2009 ha evidenziato una elevata elasticità del tasso di passaggio tra scuola e università legato all'indebolimento dei redditi delle famiglie soprattutto nel Mezzogiorno: alla luce di ciò, Svimez ha stimato una riduzione del tasso di proseguimento di 3,6 punti nel Mezzogiorno e di 1,5 nel Centro Nord. Già la precedente crisi economica, trascinatasi dal 2008 al 2013, aveva provocato un crollo delle iscrizioni alle università, soprattutto al Sud. In quegli anni la percentuale di chi usciva dalla scuola superiore e andava all'università è crollata di 8,3 punti. In un quinquennio ci sono state oltre 20.000 iscrizioni in meno nel Mezzogiorno. Nel Centro Nord il calo è stato di 2 punti percentuali circa.
Secondo l'Osservatorio talents venture, che analizza costantemente lo stato dell'università italiana e le opportunità occupazionali che offre ai suoi laureati, l'impatto del Covid sulle immatricolazioni potrebbe essere peggiore di quanto valuta Svimez. Considerato un calo del Pil del 9%, le nuove iscrizioni potrebbe ridursi di circa 35.000 unità (meno 11% rispetto all'anno precedente). In termini economici la perdita per gli atenei sarebbe pari a circa 46 milioni di euro di mancato gettito da tasse universitarie, ma molto maggiore se si considera l'indotto, tutto ciò che ruota attorno all'istruzione universitaria.
Gli istituti più colpiti potrebbero essere quelli che ospitano una concentrazione maggiore di studenti fuori sede tra cui quelli provenienti dall'estero, che non avrebbero più le risorse economiche necessarie per affrontare gli spostamenti e la vita lontano da casa. Il 30% di tutti gli studenti immatricolati fuori sede si concentra in 5 atenei: Bologna (9,6%), Ferrara (7,6%), Politecnico di Milano (4,9%), Politecnico di Torino (4,3%) e Cattolica (4,1%). L'ateneo di Ferrara, la Bocconi e l'Università di Trento, secondo una classifica elaborata dall'Osservatorio, sono i più esposti al rischio di crollo delle iscrizioni.
Il report contiene una valutazione di Moody's, secondo cui una contrazione della domanda di studenti internazionali cinesi (quelli più rappresentati in assoluto) potrebbe generare una crisi tra le università nel mondo. In Italia, gli atenei che potrebbero risentire di un'eventuale contrazione della domanda di studenti cinesi sono principalmente i Politecnici di Milano e Torino e l'ateneo statale di Firenze, i quali accolgono (in quote quasi uguali) il 48% degli studenti cinesi in Italia.
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Tasse e affitti troppo cari per budget familiari flagellati dal Covid, corsi compromessi dalla didattica a distanza, nessuna certezza di trovare lavoro. Così la laurea è diventata un lusso sacrificabile. «Questa crisi durerà. Il governo prolunghi gli sconti sulle rette». Il presidente della Conferenza rettori, Ferruccio Resta: «Va scongiurato un crollo delle iscrizioni come nel 2008. Ci vollero 10 anni per recuperare». Spariranno circa 10.000 studenti. Secondo Svimez due terzi del calo riguarderanno gli atenei del Mezzogiorno. Rincara l'Osservatorio talents venture: 35.000 le matricole in meno, giù dell'11% rispetto al 2019. Lo speciale comprende tre articoli. «Mia figlia Giulia voleva arrivare alla laurea magistrale in Scienze dell'educazione, due anni in più e avrebbe coronato il suo sogno oltre ad avere più possibilità di superare i concorsi. Invece, ci si è posto il problema se far continuare a nostra figlia il percorso universitario. Il Covid ci ha colpito duramente. Giulia è stata contagiata, abbiamo dovuto affrontare ingenti spese per le cure, non ancora terminate. Ma anche le prospettive future ci preoccupano». La storia di Massimo Malagoli, di Modena, responsabile comunicazione dell'associazione dei genitori delle scuole paritarie, Agesc, è simile a quella di tante famiglie colpite dalla crisi scatenata dalla pandemia. È la storia di quel ceto medio che fino a tre mesi fa viveva senza problemi e riusciva a disegnare, anche con sacrifici, la strada per i propri figli. Ora quelle stesse famiglie sono costrette a tagliare su tutto. E non basta più rinunciare alla cena fuori, alle vacanze, al parrucchiere, al vestito in più. Le forbici arrivano anche sulla formazione. L'università diventa un lusso. «Per altri due anni di corsi avremmo dovuto spendere circa 9.000 euro, 4.500 l'anno, senza la certezza di un'occupazione. Così ho detto a Giulia che è meglio impiegare quel tempo per cercare un impiego e poi, semmai, completare la formazione». A preoccupare Massimo oltre all'incertezza economica è anche la preparazione offerta dall'ateneo. «Gli ultimi esami sono stati fatti in modo superficiale e le lezioni a distanza erano carenti di approfondimento. Tanti genitori si lamentano della conclusione, pessima, di questo anno universitario e si interrogano sull'opportunità di sobbarcarsi tasse e rette a fronte di una formazione che chissà per quanto tempo ancora continuerà a essere erogata da remoto e in modo approssimativo. Le lezioni online non possono sostituire quelle in presenza». Conclude Malagoli: «Lo studio universitario sta diventando per tanti genitori una voce da tagliare, come la colazione al bar o l'abbigliamento». Claudio Mazzoleni ha un figlio al terzo anno di Ingegneria alla Statale di Milano. «Interrompere a metà il suo percorso universitario e stata una scelta sofferta perché lui è in gamba, ha sempre avuto ottimi voti e voleva continuare, ma non ce la faccio. Dovrà cercare un lavoro». Claudio, 60 anni, con una brillante carriera di architetto in uno studio, ora è in cassa integrazione. «Lavoro a settimane alterne, non riesco ad andare avanti. Sto pensando alla pensione: anche se sarà un assegno basso, almeno è una certezza. Mio figlio è una risorsa sprecata». Alle associazioni dei genitori arrivano sempre più numerose le testimonianze di famiglie che non ce la fanno a far continuare gli studi ai figli, dice Malagoli. C'è tanto pudore nel parlare, vergogna nell'esporsi in prima persona, nell'esprimere una condizione di disagio economico, soprattutto nelle città di provincia dove tutti si conoscono. Siamo a Brescia e un'associazione di genitori riferisce la storia di Roberto, 21 anni: era iscritto ad Architettura, ha rinunciato a proseguire, non arriverà alla laurea; ha trovato un lavoro part time presso una bottega artigiana. Il padre è in cassa integrazione e la madre pur avendo un negozio di abbigliamento non riesce a garantire una solidità economica. Con il Covid, pochi clienti, pure quelli affezionati le hanno detto che dovranno stringere la cinghia. Anche un vestito in più pesa sul bilancio familiare. Claudia, invece, era al termine del corso di Medicina, un altro anno e avrebbe la laurea in tasca. Ha dovuto lasciare, ora ha un part time in un'azienda biomedica. Romina Di Marcantonio, di Roma, non ha remore a parlare con La Verità della sua situazione. «Mio figlio Alessandro si è diplomato a giugno alla scuola alberghiera, doveva partire per Valencia per un progetto Erasmus ma con il Covid è saltato tutto. Ed è saltata anche l'iscrizione alla facoltà di Biologia. C'è il numero chiuso e soltanto per preparare l'esame di ingresso, tra libri e corsi online, avrei dovuto spendere circa 300 euro. Poi ci sono le rette universitarie, troppo care per il nostro budget familiare. Così abbiamo deciso di archiviare lo sbocco universitario. A settembre Alessandro comincerà a mandare il curriculum agli alberghi, ma con questa crisi che speranze può avere? Eppure prima del Covid la scuola alberghiera assicurava diverse opportunità di impiego. Anche l'Erasmus sarebbe stata una bella occasione, mio figlio era stato già contattato da una struttura per uno stage. Ora dobbiamo ricominciare e la strada è in salita». Piero Notarnicola è il coordinatore padovano dell'Udu, l'Unione degli universitari, e dice che si stanno moltiplicando le segnalazioni di studenti che hanno problemi con gli affitti e il pagamento delle tasse. «C'è chi ha dovuto rescindere il contratto di locazione e chi non ha soldi per le rette universitarie anche se il pagamento è stato posticipato di un mese e mezzo. Chi non riceve soldi dai genitori perché in difficoltà economiche sta pensando di non continuare. E chi si manteneva con qualche lavoro ora lo ha perso». Piero poi riferisce le perplessità di tanti giovani rispetto alla didattica del prossimo anno. «Nessuno, nelle segreterie delle facoltà, è in grado di dare risposte chiare, ma un pendolare deve sapere come regolarsi con la locazione e se rinnovare l'abbonamento dei trasporti». Enrico Gulluni, coordinatore nazionale dell'Udu, ha segnalato la gravità della situazione al ministro Gaetano Manfredi, ma non c'è stata risposta. «Tramite il Consiglio nazionale degli studenti abbiamo mandato alcune proposte come l'ampliamento della no tax area, per portare il tetto dagli attuali 20.000 euro a 30.000, e la richiesta di maggiori stanziamenti per le borse di studio. Nessun riscontro». Nel decreto Rilancio ci sono 1,4 miliardi per l'università, ma, sottolinea Gulluni, non viene affrontata l'emergenza. «Riceviamo ogni giorno centinaia di chiamate di studenti che hanno difficoltà a pagare la terza rata delle tasse. Avevamo chiesto che fosse annullata, siamo stati ignorati». Uma Brandolino, coordinatrice Udu dell'Università statale Milano descrive un altro fenomeno. «Per risparmiare su alloggio e trasferimenti, alcune famiglie stanno privilegiando l'iscrizione dei figli nei piccoli atenei di prossimità. L'università grande e prestigiosa è ritenuta troppo costosa. La Statale di Milano, nonostante sia frequentata da molti fuori sede, non ha ancora ufficializzato come gestirà le lezioni, quante di queste saranno “in presenza" e come funzioneranno i laboratori. Questa incertezza sta inducendo tante famiglie di potenziali matricole a pensarci due volte prima di iscrivere i figli». Anche chi esce dai licei comincia a interrogarsi sull'iscrizione all'università. «Il liceo ha sempre avuto come sbocco naturale, come completamento, l'accesso a un ateneo. Ma se già prima del Covid qualche genitore si interrogava sull'efficacia di questa scelta, ora con la crisi economica le perplessità sono aumentate» dice Davide Vespier, docente di Lettere al liceo classico Albertelli di Roma e consigliere nazionale ufficio scuola dell'Age, associazione di genitori. «La didattica a distanza è vista con diffidenza. Le famiglie si chiedono perché spendere tanti soldi e poi non avere dall'università il massimo. L'uso dei laboratori è sacrificato. 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Le misure previste dal decreto Rilancio sui fondi a supporto della contribuzione studentesca andrebbero estese anche al prossimo anno. Dobbiamo stare attenti che la crisi economica non porti un indebolimento dell'alta formazione». Ferruccio Resta, rettore del Politecnico di Milano e presidente del Crui, la Conferenza dei rettori italiani, dice di aver avuto segnalazioni da vari atenei di questo trend in discesa delle iscrizioni. Con che percentuali stanno diminuendo le iscrizioni? «È prematuro tirare le somme, le iscrizioni sono ancora in corso. Ma spero che non si ripeta la situazione della crisi del 2008, quando ci fu una riduzione significativa. Ci sono voluti dieci anni per tornare ai valori precedenti. Solo nel 2018 abbiamo visto un recupero degli studenti che avevamo prima del 2008. Le crisi perdurano nel tempo». Il Covid ci lascerà in eredità un'Italia più povera culturalmente? «La crisi sanitaria della pandemia già oggi rischia di portare conseguenze dal punto di vista economico e quindi sociale quando costringe alcune famiglie a non investire più nel futuro dei loro figli e quindi del nostro Paese. Questo era un rischio su cui si è lavorato molto negli ultimi mesi. Il decreto Rilancio ha inserito oltre 200 milioni di euro dedicati a misure per ridurre o azzerare la contribuzione studentesca alle tasse universitarie. È stato un messaggio forte che ha permesso sia ai ceti più bassi di avere contribuzioni azzerate sia ai ceti medi di avere facilitazioni. Per il prossimo semestre ci sarà la possibilità di frequentare a distanza le lezioni, e questo permetterà di ridurre i costi di affitti e trasporti». Ma la crisi non si esaurisce con il 2020. Le misure del decreto Rilancio non rischiano di essere un pannicello caldo? «Questa crisi, è vero, non si chiuderà con l'anno accademico 2020-2021, quindi queste risorse andrebbero preventivate almeno per il prossimo triennio e quinquennio. La crisi economica ha dinamiche molto più lente di quella sanitaria, e prima che riparta l'economia, e con essa il potere d'acquisto delle nostre famiglie, passeranno ancora anni. La risposta quindi è stata efficace e tempestiva per l'anno accademico 2020-2021, ma il mio suggerimento è di mantenere la stessa efficacia per i prossimi anni per dare alle famiglie un segnale, la possibilità di iscrivere un figlio subito senza rischiare di trovarsi in difficoltà l'anno prossimo». Alcune famiglie non sono convinte dell'efficacia delle lezioni a distanza, temono un calo della qualità. Temono di pagare tasse alte per avere poi una formazione scadente. Anche questo è un disincentivo a iscrivere un figlio? «Noi siamo sempre abituati a vedere gli aspetti negativi. L'università italiana in meno di 15 giorni ha completamente trasportato tutta la didattica a distanza, il nostro è stato uno dei pochi Paesi a rispondere così. Oggi, a fine luglio, gli studenti hanno fatto esami e lauree come se non ci fosse stata la pandemia. È un risultato importante perché perdere i semestri sarebbe stato molto più gravoso per le famiglie. Avrebbe comportato posticipare le lauree e quindi l'ingresso nel mercato del lavoro dei propri figli. Gli atenei hanno agito con tempestività e assorbendo tutti i costi dell'emergenza». Ma quando si tornerà nelle aule? «Tutte le università stanno pianificando la ripresa delle lezioni in presenza per il prossimo semestre. È fondamentale il valore di essere in aula, delle relazioni sociali. Sarebbe triste mantenere l'università solo telematica». Le lezioni in streaming hanno danneggiato anche quelle città che vivono dell'attività universitaria. «È vero. Abbiamo una responsabilità non solo verso gli studenti ma anche verso i territori. L'indotto che l'università offre al tessuto cittadino, all'economia, è importante». Siete anche pronti al rischio di una seconda ondata di contagi? «Torneremo nelle aule ma con modalità tali da essere in grado di commutare immediatamente a distanza senza mettere in difficoltà nessuno e senza perdere un semestre. Qualora il comitato tecnico scientifico riducesse un po' i limiti del distanziamento, potremmo portare tutti in presenza. Stiamo ipotizzando un modello che permetta la frequenza in presenza o a completa distanza in base alla condizione della pandemia in autunno. Tutto questo ha dei costi. L'università italiana è in assoluto l'unica in Europa che riesce a erogare una didattica con costi medio bassi. Uno studente universitario in Germania e in Francia costa 10.000 euro all'anno mentre in Italia siamo lontani da questa cifra». Alcune università del Sud hanno adottato incentivi per recuperare i giovani che avevano scelto di trasferirsi negli atenei del Nord. Ci sarà un'immigrazione di ritorno? «Tutte le politiche che vogliono aiutare i ragazzi ben vengano, ma quelle che vogliono chiudere le persone dentro i confini non le condivido. La mobilità dei nostri giovani è un fattore importante». Qual è la situazione al Politecnico di Milano? «Abbiamo completato i test di ingresso con dei numeri paragonabili a quelli dell'anno scorso, chiuderemo le immatricolazioni nei primi giorni di agosto. In questo momento non registriamo un calo. Abbiamo ancora aperto il discorso delle iscrizioni di studenti internazionali. In Paesi che sono ancora al culmine della pandemia, come era da noi ad aprile, l'attenzione ora non è focalizzata sul rientro all'università ma su altre tematiche. Penso al Brasile, all'India, agli stati del Sud America». Il calo delle immatricolazioni riguarderà soprattutto gli studenti stranieri? «Cercheremo di aiutare anche gli studenti internazionali con l'erogazione della didattica a distanza fino a quando non potranno venire. Gli studenti cercano una università capace di garantire un investimento per il futuro, non rinunciano volentieri al loro domani. Superata la fase di emergenza nel loro Paese, torneranno nelle nostre città». Chi è andato all'estero a studiare tornerà? «Regno Unito e Usa, che erano destinazioni gettonate, oggi sono meno appetibili per colpa della pandemia. Sicuramente i ragazzi che andavano a studiare in quelle aree ora guarderanno ad altre università di qualità in giro per il mondo, quindi se noi avremo offerte formative di prestigio potremmo recuperarli». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/universita-la-grande-fuga-2646804221.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="spariranno-circa-10-000-studenti" data-post-id="2646804221" data-published-at="1595801702" data-use-pagination="False"> Spariranno circa 10.000 studenti Il Covid rischia di impoverire il Paese anche culturalmente, oltre che economicamente. Il virus potrebbe lasciarci in eredità una giovane generazione meno formata e l'università, da conquista per tutti, rischia di tornare ad essere lo sbocco per una élite, un lusso per pochi. Il fenomeno comincia ad essere rilevato dagli istituti di ricerca, anche se la conferma ci sarà solo in autunno quando arriveranno i dati completi delle immatricolazioni. Svimez ha stimato che nel 2020-2021 circa 10.000 studenti potrebbero non iscriversi ai nostri atenei. Parliamo, per l'esattezza, di 9.500 studenti su scala nazionale, di cui 6.300 nel Mezzogiorno e i restanti 3.200 nel Centro Nord. Potrebbe riproporsi la situazione prodotta dalla crisi del 2008-2009, ma questa volta sarebbe più grave. Entrando nel dettaglio, la nota di Svimez, elaborata dal direttore Luca Bianchi e da Gaetano Vecchione (Svimez - Università Federico II Napoli), sottolinea come a fine mese si stimino approssimativamente 292.000 maturi al Centro Nord e circa 197.000 al Sud. La precedente crisi del 2008-2009 ha evidenziato una elevata elasticità del tasso di passaggio tra scuola e università legato all'indebolimento dei redditi delle famiglie soprattutto nel Mezzogiorno: alla luce di ciò, Svimez ha stimato una riduzione del tasso di proseguimento di 3,6 punti nel Mezzogiorno e di 1,5 nel Centro Nord. Già la precedente crisi economica, trascinatasi dal 2008 al 2013, aveva provocato un crollo delle iscrizioni alle università, soprattutto al Sud. In quegli anni la percentuale di chi usciva dalla scuola superiore e andava all'università è crollata di 8,3 punti. In un quinquennio ci sono state oltre 20.000 iscrizioni in meno nel Mezzogiorno. Nel Centro Nord il calo è stato di 2 punti percentuali circa. Secondo l'Osservatorio talents venture, che analizza costantemente lo stato dell'università italiana e le opportunità occupazionali che offre ai suoi laureati, l'impatto del Covid sulle immatricolazioni potrebbe essere peggiore di quanto valuta Svimez. Considerato un calo del Pil del 9%, le nuove iscrizioni potrebbe ridursi di circa 35.000 unità (meno 11% rispetto all'anno precedente). In termini economici la perdita per gli atenei sarebbe pari a circa 46 milioni di euro di mancato gettito da tasse universitarie, ma molto maggiore se si considera l'indotto, tutto ciò che ruota attorno all'istruzione universitaria. Gli istituti più colpiti potrebbero essere quelli che ospitano una concentrazione maggiore di studenti fuori sede tra cui quelli provenienti dall'estero, che non avrebbero più le risorse economiche necessarie per affrontare gli spostamenti e la vita lontano da casa. Il 30% di tutti gli studenti immatricolati fuori sede si concentra in 5 atenei: Bologna (9,6%), Ferrara (7,6%), Politecnico di Milano (4,9%), Politecnico di Torino (4,3%) e Cattolica (4,1%). L'ateneo di Ferrara, la Bocconi e l'Università di Trento, secondo una classifica elaborata dall'Osservatorio, sono i più esposti al rischio di crollo delle iscrizioni. Il report contiene una valutazione di Moody's, secondo cui una contrazione della domanda di studenti internazionali cinesi (quelli più rappresentati in assoluto) potrebbe generare una crisi tra le università nel mondo. In Italia, gli atenei che potrebbero risentire di un'eventuale contrazione della domanda di studenti cinesi sono principalmente i Politecnici di Milano e Torino e l'ateneo statale di Firenze, i quali accolgono (in quote quasi uguali) il 48% degli studenti cinesi in Italia.
Turisti in piazza San Marco a Venezia (iStock)
Un superticket che potrebbe arrivare fino a 50 euro. È questa l’idea lanciata dal neosindaco di Venezia, Simone Venturini, che ha annunciato la richiesta al governo di alzare la soglia del biglietto di ingresso per i turisti nella città lagunare dagli attuali 5-10 euro a 30-50 euro. I dieci euro del provvedimento varato nel 2024, insomma, non basterebbero a calmierare gli accessi dei visitatori per un giorno, per questo il sindaco penda a un aumento. Anche perché meno della metà dei turisti che hanno pagato il ticket per entrare a Venezia si sono prenotati in anticipo per godere della tariffa scontata a 5 euro. Su un totale di 514.710 contributi versati nei primi 42 giorni di applicazione, quelli da 5 euro sono stati 245.503, quelli da 10 euro 268.207. Per un incasso di 3.919.585 euro. I dati resi noti dall’amministrazione comunale confermano come la tariffa differenziata, sperimentata ormai da un paio d’anni, incida poco sulle scelte dei visitatori per un giorno.
Non si è verificato l’effetto disincentivo al cosiddetto overtourism nella sua versione «mordi e fuggi». Per farlo, serve una modifica legislativa. Che, in caso di accoglimento, vedrebbe quasi certamente schizzare alle stelle le sanzioni per i furbetti. Oggi chi non paga il biglietto rischia una multa da 50 a 300 euro. In pratica, oggi con il biglietto tra i 5 e 10 euro, la sanzione minima è 10 volte tanto il prezzo del biglietto prenotato online: è ovvio che se passa la proposta di portare la tariffa a 30 e 50 euro, le sanzioni verranno riviste al rialzo.
Va detto che, anche se il fenomeno dell’overtourism è un argomento che tutte le città storiche si trovano ad affrontare, le caratteristiche uniche di Venezia, proprio quelle che attraggono un numero enorme di visitatori, rendono la gestione dei flussi particolarmente delicata.
A dicembre scorso, l’allora l’assessore all’Ambiente, Massimiliano De Martin, aveva spiegato che «alcune analisi recenti stimano che nel 2024, nel centro storico della città lagunare, la media giornaliera delle persone presenti - residenti, lavoratori, turisti, escursionisti - sia risultata di circa 170.000 persone al giorno, di cui quasi 80.000 “city users” (non residenti, non domiciliati, presenti anche per lavoro o studio, prestazioni sanitarie, eventi artistici, sportivi)». Una situazione delicata, che negli anni scorsi aveva già portato a una serie di provvedimenti per cercare di frenare gli accessi di turisti per poche ore. Un primo tentativo era stato fatto nel 2021 con la limitazione all’ingresso nella Laguna delle grandi navi da crociera, mai diventato definitivo. Nel 2024, invece, era stato approvato un codice deontologico dagli operatori di incoming che lavorano in città e che aderiscono alla Federazione turismo organizzato di Confcommercio. Nel codice, tra le indicazioni rivolte agli operatori, spiccava l’incentivo a proporre itinerari alternativi a Piazza San Marco e Rialto, l’utilizzo di auricolari per ascoltare le spiegazioni delle guide al fine di ridurre il disturbo acustico e la visita ai musei cittadini.
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(iStock)
Molto lontani dalle cinque strutture colossali da 100.000 chip ciascuna, immaginate in partenza. Il contributo pubblico europeo nella prima fase scenderà fino a un massimo di 1 miliardo di euro, una frazione dei 4,1 miliardi che Bruxelles aveva promesso in una proposta precedente, mentre i finanziamenti per la seconda fase restano subordinati al bilancio comunitario 2028, ancora in fase di negoziazione.
Per misurare la portata della frenata conviene tornare all’entusiasmo dell’aprile 2025, quando la Commissione presentava l’AI continent action plan come la mossa capace di trasformare i punti di forza europei in acceleratori dell’Intelligenza artificiale.
I numeri sbandierati erano imponenti, dai 200 miliardi di euro per spingere lo sviluppo dell’IA attraverso l’iniziativa InvestAI ai 20 miliardi per finanziare fino a cinque gigafactory, e poi una rete di diciannove AI factory appoggiate sui supercalcolatori europei.
Il piano prometteva di costruire un’infrastruttura di calcolo su larga scala in grado di addestrare modelli complessi a un livello senza precedenti, e di assicurare all’Unione la leadership nella frontiera dell’IA. Sul versante delle infrastrutture digitali, il Cloud and AI development act doveva almeno triplicare in cinque anni la capacità dei data center europei, con una clausola che già allora suonava sospetta, ovvero «priorità ai data center sostenibili».
Il contorno di tutto ciò è il pacchetto sulla sovranità tecnologica, pensato per ridurre la dipendenza europea da Stati Uniti e Asia nei semiconduttori, nell’Intelligenza artificiale e nel cloud. Il Cloud and AI development act, ripreso in quella sede, mirava a obbligare i governi a conservare i dati critici su servizi cloud controllati nell’Unione, in un mercato dove i tre operatori americani Amazon, Microsoft e Google detengono oltre il 70%. Sul fronte dei chip, la riedizione del Chips act fissava un fabbisogno di 120 miliardi di euro di investimenti pubblici e privati entro il 2035, con uno stabilimento per la produzione di semiconduttori da 30 miliardi. Insomma, come sempre a Bruxelles, Much ado about nothing.
Il ridimensionamento europeo è il prodotto di due problemi. Il primo è lo stesso limite che ha già fatto fallire altri programmi industriali, cioè l’entità e la rapidità dei fondi. Il Chips act del 2022 puntava a raddoppiare la quota europea nella produzione mondiale di chip portandola al 20% entro il 2030, ma la stessa Corte dei conti europea stima che il continente ne controllerà appena il 12%, e nel frattempo Intel ha congelato i cantieri in Polonia e Germania mentre Berlino ha dirottato 3 miliardi di aiuti al settore verso strade e ponti. A questo si aggiunge la sproporzione delle risorse, perché un singolo investimento privato come quello annunciato da SoftBank in Francia, fino a 75 miliardi di euro, vale da solo più dell’intero programma europeo. Le incertezze su tempi e dimensioni hanno raffreddato l’interesse di consorzi importanti come quello del gruppo Schwarz in Germania, e diversi candidati hanno cominciato a riconsiderare la partecipazione proprio mentre le strutture finanziabili si rimpicciolivano.
Sul secondo versante c’è il nodo energetico e ambientale. La Commissione punta a triplicare la capacità dei data center, ma la rete elettrica non è pronta, l’espansione delle infrastrutture procede a rilento e i piccoli reattori nucleari modulari arriveranno comunque tardi. In assenza di rete e di accumuli sufficienti (cioè un volume enorme) l’unico combustibile capace di colmare il divario nel breve periodo resta l’odiato gas, con un ritorno che già negli Stati Uniti ha spinto gli ordini di nuovi impianti termoelettrici ai massimi degli ultimi 25 anni. Affidarsi soltanto a solare ed eolico con le batterie per nutrire la fame di energia dei data center significa accettare dei rischi enormi che nessuno in realtà vuole accollarsi.
Il commissario all’Energia Dan Jørgensen ripete che i data center sono benvenuti soltanto se contribuiscono alla transizione, sostenendo le rinnovabili e recuperando il calore di scarto, e i gruppi ambientalisti invitano la Commissione a tenere il punto contro l’idea di bruciare altro gas per i profitti del settore. Se è così, è evidente che la partita è già chiusa. Pretendere energia rinnovabile per ogni data center significa perdere tempo, aumentare i costi e i rischi di instabilità mentre i concorrenti avanzano.
Resta sullo sfondo la usuale e ben nota contraddizione tutta dell’Unione. Lo sviluppo dell’Intelligenza artificiale e dei data center, con i consumi elettrici e la continuità di alimentazione che richiede, non è compatibile con i tempi e i vincoli del Green deal. O, se si vuole, i tempi e i vincoli del Green deal non sono compatibili con la corsa europea all’Intelligenza artificiale. È il vecchio trilemma dell’energia che ripresenta il conto, perché sicurezza degli approvvigionamenti, accessibilità dei costi e cosiddetta sostenibilità ambientale non si lasciano massimizzare insieme. Chi pretende di tenere fermi tutti e tre i vertici finisce per sacrificarne almeno uno, senza ammetterlo. Aggiungendo la pretesa di sovranità tecnologica, Bruxelles si è caricata di un’equazione che non ha soluzione. Il ridimensionamento di questi giorni rischia di essere soltanto il primo di una lunga serie.
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Anthony Fauci (Ansa)
A seguito della pubblicazione di 400 pagine di documenti declassificati «che rivelano», ha spiegato Gabbard, «come il dottor Fauci abbia usato milioni di dollari dei contribuenti americani per finanziare pericolose ricerche nel laboratorio di Wuhan, collaborato con elementi politicizzati nell’Intelligence Usa per nascondere la verità sulle sue azioni e sulle origini del Coronavirus» e «danneggiato un presidente eletto (Trump, ndr) limitando l’accesso alle informazioni: è ora che il popolo americano sappia la vera storia», ha chiosato Gabbard, sottolineando che l’ex consulente scientifico presidenziale ha «mentito al Congresso». «Grazie Tulsi per aver documentato il ruolo di Fauci nel più grave crimine della storia dell’umanità», ha commentato il ministro della Salute Robert F. Kennedy.
Un epilogo inglorioso per l’ormai pensionato Fauci, la cui fama aveva raggiunto l’apice in pandemia, varcando anche i confini: l’allora ministro della Zalute, Roberto Speranza (Pd), figura chiave della gestione Covid nel governo Pd-M5S, aveva sostenuto la sua nomina come consulente del BioTecnopolo di Siena a fianco del gran visir dei vaccini, il professor Rino Rappuoli. Il legame con il nostro Paese, sua terra d’origine, era stato suggellato a maggio 2021 quando, su iniziativa del presidente Sergio Mattarella, lo scienziato italo-americano aveva ricevuto la massima onorificenza nazionale, quella di Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine al merito della Repubblica italiana. Ma il timbro dell’Intelligence Usa sui Fauci files ha spazzato via tutto.
I lettori della Verità conoscono bene la vicenda, raccontata sul nostro giornale sin dal 2021 dopo la pubblicazione di alcune mail delle istituzioni pubbliche (il suo Niaid, il Nih di Francis Collins, l’Fda, il Dipartimento di Stato, l’Hhs-Dipartimento della Salute Usa, i Cdc e altre agenzie federali) acquisite grazie ai Foia (richieste di accesso agli atti, ndr) presentati dal Partito repubblicano di Donald Trump al Congresso assieme ad altre associazioni civiche americane.
Il quadro accusatorio è fitto e ricco di dettagli: è ormai dimostrato che lo scienziato ha autorizzato il finanziamento, insieme con le autorità cinesi, del laboratorio di Wuhan per milioni di dollari dei contribuenti americani. A Wuhan è stata sperimentata la ricerca gain-of-function («GoF»), controverso metodo di ricerca scientifica che prevede la manipolazione dei virus per renderli più trasmissibili o pericolosi per l’uomo. In America era stata vietata e poi definanziata da Trump, Fauci avrebbe aggirato la moratoria sovvenzionando proprio chi, con ogni probabilità, ha causato la fuoriuscita del virus dal laboratorio scatenando il Covid, scrive l’Odni. A Wuhan, in effetti, alcuni ricercatori Usa e cinesi, ben prima dello scoppio della pandemia, stavano lavorando su un progetto nominato «Defuse», che prevedeva la creazione artificiale di un nuovo Coronavirus dalle caratteristiche identiche al Sars Cov-2. Una volta uscito dal laboratorio di Wuhan, Fauci ha fatto il possibile per nascondere la verità: un clamoroso esempio è l’articolo «The proximal origin of Sars Cov-2», pubblicato su Nature, su suo input, il 17 marzo 2020, in cui gli scienziati a lui vicini hanno sconfessato l’ipotesi della fuga da laboratorio (ricevendo, subito dopo la pubblicazione del paper, lauti finanziamenti dal Niaid). Eppure a gennaio 2020, come emerge dalle email, avevano sostenuto che l’origine naturale era «praticamente impossibile».
L’elemento più grave che emerge dai documenti declassificati, anche questo anticipato anni fa sulla Verità, è la collaborazione con i servizi segreti americani: Fauci ha lavorato con alti funzionari «politicizzati» dell’intelligence Usa, è l’accusa di Gabbard, che ha evidenziato che la ricerca da lui promossa ha «causato danni incommensurabili e innumerevoli vite perse». I documenti, si legge sul sito dell’Odni, «evidenziano il ruolo diretto di Fauci nell’influenzare e manipolare le valutazioni dell’Intelligence Usa sul Covid». «Chiederemo aiuto alla Cia», si legge in una mail di luglio 2021. L’obiettivo era «non causare problemi con la Cina», scrivevano allora gli scienziati e soprattutto, ha dichiarato Gabbard, foraggiare le ricerche collegando strettamente questi esperimenti agli interessi finanziari delle «grandi aziende farmaceutiche nello sviluppo di vaccini universali del valore di miliardi di dollari». Follow the money, come sempre.
I funzionari dell’Odni hanno anche registrato un’«atmosfera di intimidazione» contro chi avesse osato smentire la narrazione ufficiale sulle origini del Covid.
Fauci era stato ascoltato dalla commissione Covid per due giorni e un totale di 14 ore di testimonianza e, riferì all’epoca il presidente Brad Wenstrup, aveva pronunciato la frase «non ricordo almeno 100 volte». L’Odni lo accusa oggi di aver «mentito sotto giuramento nel 2024»: «La corrispondenza pubblicata oggi», si legge, «contraddice direttamente la sua testimonianza. In quell’udienza è stato ripetutamente chiesto a Fauci se avesse mai parlato di ricerca con Fbi, Cia, Dia o qualsiasi altra agenzia (…) Lui ha ripetutamente schivato le domande, per poi affermare, mentendo, “che io sappia, non sul Covid”».
Ora, se il suo braccio destro David Morens è stato arrestato lo scorso 28 aprile con l’accusa di aver «fatto sparire» i messaggi per sfuggire ai controlli (rischia decenni di carcere), a Fauci non toccherà la stessa sorte: nelle sue ultime ore in carica come presidente degli Stati Uniti, Joe Biden gli ha concesso un provvedimento di grazia onnicomprensivo per proteggerlo da possibili future incriminazioni relative ai 10 anni precedenti. I repubblicani hanno contestato la validità dell’atto. Gabbard ha rilasciato altri documenti declassificati, ma nessuno, a quanto pare, pagherà.
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Vincenzo Montella, allenatore della Turchia, durante la partita contro il Paraguay al San Francisco Bay Area Stadium a Santa Clara (Getty Images)
La nazionale allenata da Montella saluta il Mondiale dopo le sconfitte contro Australia e Paraguay e senza aver mai segnato nonostante 62 tiri complessivi nelle prime due partite. La terza partita contro gli Stati Uniti non cambierà il destino del girone, già compromesso anche in ottica migliori terze.
Il Mondiale che vede assente l'Italia ma non gli allenatori italiani, perde il primo pezzo azzurro. Nella notte in cui il Brasile di Carlo Ancelotti ha trovato il riscatto battendo 3-0 Haiti, dopo il deludente pareggio dell’esordio contro il Marocco, la Turchia di Vincenzo Montella è costretta a salutare il torneo dopo appena due partite. La sconfitta per 1-0 subita contro il Paraguay, seguita a quella per 2-0 contro l’Australia, vale l’eliminazione matematica della nazionale ottomana, nonostante manchi ancora una partita per completare il girone. Un girone che vede gli Stati Uniti, prossimi avversari della Turchia, primi a punteggio pieno con 6 punti. Appaiate al secondo posto Australia e Paraguay a quota 3. Ciò significa che la Turchia, pur vincendo la terza partita, potrebbe al massimo agganciare una tra le due, restando comunque in svantaggio negli scontri diretti e senza possibilità di rientrare tra le migliori terze.
Un flop imprevisto alla vigilia per una Nazionale che tornava a disputare la fase finale di un Mondiale dopo 24 anni e che Montella aveva portato al torneo con un percorso di qualificazione solido culminato con il palyoff vinto contro il Kosovo. Poi, in pochi giorni, il crollo. Due sconfitte, tre gol subiti e, soprattutto, zero segnati, tradotti in una sensazione costante di sterilità offensiva che neppure il volume di gioco riesce a nascondere. Il dato più volte sottolineato dal tecnico italiano dei 62 tiri in due partite (30 contro l'Australia e 32 contro il Paraguay), da solo non può bastare per giustificare l'eliminazione precoce della Turchia dallla rassegna iridata. In tanti si aspettavano che le stelle, da Calahanoglu a Guler passando per Yildiz, potessero trascinare la Nazionale guidata da Montella, ma così non è stato. Lo juventino, più di tutti, si è presentato in condizioni fieiche non ideali.
Contro il Paraguay, la partita si è complicata subito: vantaggio sudamericano con Galarza dopo appena due minuti e poi una gara rimasta in equilibrio numerico solo a metà, visto il rosso ad Almiron per il nuovo intervento disciplinare legato alla mano sulla bocca, introdotto in questo Mondiale per contrastare episodi di comportamento antisportivo. Anche in superiorità numerica, però, la Turchia non è riuscita a trovare il gol. Il tema che accompagna l’eliminazione è proprio quello della produzione offensiva senza finalizzazione. Montella lo ha ribadito anche nel post partita, insistendo sul volume di gioco e sulle occasioni create. Dall’altra parte, però, resta il dato più semplice: nessuna rete segnata in 180 minuti. Per Montella il futuro sulla panchina della Turchia appare ormai segnato. Il Mondiale si chiuderà comunque con la partita contro gli Stati Uniti, ma il ciclo sembra destinato a interrompersi subito dopo. In Turchia si parla già di un possibile cambio in panchina, con l’ipotesi di un profilo esperto per ripartire, mentre per il tecnico italiano si aprono scenari diversi, anche legati al campionato turco, con il Fenerbache che pare intenzionato a puntare sull'Aeroplanino.
Se per Montella il Mondiale si chiude in anticipo, per Carlo Ancelotti il percorso con il Brasile prosegue invece con segnali più incoraggianti. Dopo il pareggio all’esordio contro il Marocco, il 3-0 contro Haiti ha riportato i verdeoro in testa al girone e soprattutto ha dato una risposta sul piano del gioco. La partita si è indirizzata già nel primo tempo. Il Brasile ha mantenuto il controllo del possesso e ha costretto Haiti a una fase difensiva molto bassa e fisica. Il primo gol arriva su una situazione sporca in area, con Vinicius protagonista e Matheus Cunha l’ultimo a deviare in rete. Poco dopo arriva anche il raddoppio dello stesso Cunha, con una conclusione di sinistro che chiude di fatto la gara già prima dell’intervallo. Il terzo gol, firmato da Vinicius su assist di Paquetà, conferma un Brasile più fluido rispetto all’esordio, anche se non mancano le note negative - come l'infortunio muscolare a Raphinha - e va sottolineato come la caratura dell'avversario che aveva di fronte non era minimamente paragonabile.
Ancelotti ha espresso soddisfazione per la prestazione complessiva, sottolineando soprattutto il miglioramento rispetto alla gara d’esordio e la necessità di continuare su questa linea. Il Brasile, ora primo nel girone, guarda già alla sfida con la Scozia, decisiva per il primo posto.
Nel quadro generale del Mondiale, resta ancora in gioco Fabio Cannavaro con l’Uzbekistan. Dopo la sconfitta all’esordio contro la Colombia, la seconda partita del girone K contro il Portogallo diventa un passaggio obbligato. Una gara complicata, per non dire proibitiva, in programma martedì alle 19 italiane, che dirà se la squadra potrà restare agganciata alla competizione o se seguirà la Turchia fuori già nella fase a gironi. Per gli allenatori italiani, questo Mondiale sta già tracciando due traiettorie diverse: quella interrotta di Montella e quella ancora aperta, ma già più solida, di Ancelotti. E in mezzo, in attesa, quella di Cannavaro.
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