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2020-07-27
Università, la grande fuga
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«Mia figlia Giulia voleva arrivare alla laurea magistrale in Scienze dell'educazione, due anni in più e avrebbe coronato il suo sogno oltre ad avere più possibilità di superare i concorsi. Invece, ci si è posto il problema se far continuare a nostra figlia il percorso universitario. Il Covid ci ha colpito duramente. Giulia è stata contagiata, abbiamo dovuto affrontare ingenti spese per le cure, non ancora terminate. Ma anche le prospettive future ci preoccupano». La storia di Massimo Malagoli, di Modena, responsabile comunicazione dell'associazione dei genitori delle scuole paritarie, Agesc, è simile a quella di tante famiglie colpite dalla crisi scatenata dalla pandemia. È la storia di quel ceto medio che fino a tre mesi fa viveva senza problemi e riusciva a disegnare, anche con sacrifici, la strada per i propri figli. Ora quelle stesse famiglie sono costrette a tagliare su tutto. E non basta più rinunciare alla cena fuori, alle vacanze, al parrucchiere, al vestito in più. Le forbici arrivano anche sulla formazione. L'università diventa un lusso.
«Per altri due anni di corsi avremmo dovuto spendere circa 9.000 euro, 4.500 l'anno, senza la certezza di un'occupazione. Così ho detto a Giulia che è meglio impiegare quel tempo per cercare un impiego e poi, semmai, completare la formazione». A preoccupare Massimo oltre all'incertezza economica è anche la preparazione offerta dall'ateneo. «Gli ultimi esami sono stati fatti in modo superficiale e le lezioni a distanza erano carenti di approfondimento. Tanti genitori si lamentano della conclusione, pessima, di questo anno universitario e si interrogano sull'opportunità di sobbarcarsi tasse e rette a fronte di una formazione che chissà per quanto tempo ancora continuerà a essere erogata da remoto e in modo approssimativo. Le lezioni online non possono sostituire quelle in presenza». Conclude Malagoli: «Lo studio universitario sta diventando per tanti genitori una voce da tagliare, come la colazione al bar o l'abbigliamento».
Claudio Mazzoleni ha un figlio al terzo anno di Ingegneria alla Statale di Milano. «Interrompere a metà il suo percorso universitario e stata una scelta sofferta perché lui è in gamba, ha sempre avuto ottimi voti e voleva continuare, ma non ce la faccio. Dovrà cercare un lavoro». Claudio, 60 anni, con una brillante carriera di architetto in uno studio, ora è in cassa integrazione. «Lavoro a settimane alterne, non riesco ad andare avanti. Sto pensando alla pensione: anche se sarà un assegno basso, almeno è una certezza. Mio figlio è una risorsa sprecata». Alle associazioni dei genitori arrivano sempre più numerose le testimonianze di famiglie che non ce la fanno a far continuare gli studi ai figli, dice Malagoli. C'è tanto pudore nel parlare, vergogna nell'esporsi in prima persona, nell'esprimere una condizione di disagio economico, soprattutto nelle città di provincia dove tutti si conoscono. Siamo a Brescia e un'associazione di genitori riferisce la storia di Roberto, 21 anni: era iscritto ad Architettura, ha rinunciato a proseguire, non arriverà alla laurea; ha trovato un lavoro part time presso una bottega artigiana. Il padre è in cassa integrazione e la madre pur avendo un negozio di abbigliamento non riesce a garantire una solidità economica. Con il Covid, pochi clienti, pure quelli affezionati le hanno detto che dovranno stringere la cinghia. Anche un vestito in più pesa sul bilancio familiare. Claudia, invece, era al termine del corso di Medicina, un altro anno e avrebbe la laurea in tasca. Ha dovuto lasciare, ora ha un part time in un'azienda biomedica.
Romina Di Marcantonio, di Roma, non ha remore a parlare con La Verità della sua situazione. «Mio figlio Alessandro si è diplomato a giugno alla scuola alberghiera, doveva partire per Valencia per un progetto Erasmus ma con il Covid è saltato tutto. Ed è saltata anche l'iscrizione alla facoltà di Biologia. C'è il numero chiuso e soltanto per preparare l'esame di ingresso, tra libri e corsi online, avrei dovuto spendere circa 300 euro. Poi ci sono le rette universitarie, troppo care per il nostro budget familiare. Così abbiamo deciso di archiviare lo sbocco universitario. A settembre Alessandro comincerà a mandare il curriculum agli alberghi, ma con questa crisi che speranze può avere? Eppure prima del Covid la scuola alberghiera assicurava diverse opportunità di impiego. Anche l'Erasmus sarebbe stata una bella occasione, mio figlio era stato già contattato da una struttura per uno stage. Ora dobbiamo ricominciare e la strada è in salita».
Piero Notarnicola è il coordinatore padovano dell'Udu, l'Unione degli universitari, e dice che si stanno moltiplicando le segnalazioni di studenti che hanno problemi con gli affitti e il pagamento delle tasse. «C'è chi ha dovuto rescindere il contratto di locazione e chi non ha soldi per le rette universitarie anche se il pagamento è stato posticipato di un mese e mezzo. Chi non riceve soldi dai genitori perché in difficoltà economiche sta pensando di non continuare. E chi si manteneva con qualche lavoro ora lo ha perso». Piero poi riferisce le perplessità di tanti giovani rispetto alla didattica del prossimo anno. «Nessuno, nelle segreterie delle facoltà, è in grado di dare risposte chiare, ma un pendolare deve sapere come regolarsi con la locazione e se rinnovare l'abbonamento dei trasporti».
Enrico Gulluni, coordinatore nazionale dell'Udu, ha segnalato la gravità della situazione al ministro Gaetano Manfredi, ma non c'è stata risposta. «Tramite il Consiglio nazionale degli studenti abbiamo mandato alcune proposte come l'ampliamento della no tax area, per portare il tetto dagli attuali 20.000 euro a 30.000, e la richiesta di maggiori stanziamenti per le borse di studio. Nessun riscontro». Nel decreto Rilancio ci sono 1,4 miliardi per l'università, ma, sottolinea Gulluni, non viene affrontata l'emergenza. «Riceviamo ogni giorno centinaia di chiamate di studenti che hanno difficoltà a pagare la terza rata delle tasse. Avevamo chiesto che fosse annullata, siamo stati ignorati».
Uma Brandolino, coordinatrice Udu dell'Università statale Milano descrive un altro fenomeno. «Per risparmiare su alloggio e trasferimenti, alcune famiglie stanno privilegiando l'iscrizione dei figli nei piccoli atenei di prossimità. L'università grande e prestigiosa è ritenuta troppo costosa. La Statale di Milano, nonostante sia frequentata da molti fuori sede, non ha ancora ufficializzato come gestirà le lezioni, quante di queste saranno “in presenza" e come funzioneranno i laboratori. Questa incertezza sta inducendo tante famiglie di potenziali matricole a pensarci due volte prima di iscrivere i figli».
Anche chi esce dai licei comincia a interrogarsi sull'iscrizione all'università. «Il liceo ha sempre avuto come sbocco naturale, come completamento, l'accesso a un ateneo. Ma se già prima del Covid qualche genitore si interrogava sull'efficacia di questa scelta, ora con la crisi economica le perplessità sono aumentate» dice Davide Vespier, docente di Lettere al liceo classico Albertelli di Roma e consigliere nazionale ufficio scuola dell'Age, associazione di genitori. «La didattica a distanza è vista con diffidenza. Le famiglie si chiedono perché spendere tanti soldi e poi non avere dall'università il massimo. L'uso dei laboratori è sacrificato. Molti preferiscono orientare i figli verso corsi tecnici non universitari, meno costosi e considerati più utili per trovare lavoro».
«Questa crisi durerà. Il governo prolunghi gli sconti sulle rette»
«Il tema dell'iscrizione all'università delle famiglie esiste, per questo abbiamo messo in atto importanti misure cercando di scongiurare il calo delle immatricolazioni. Vedremo gli effetti a settembre. Sicuramente rispetto agli scorsi anni ci sono più difficoltà e maggiore sensibilità al problema. Le misure previste dal decreto Rilancio sui fondi a supporto della contribuzione studentesca andrebbero estese anche al prossimo anno. Dobbiamo stare attenti che la crisi economica non porti un indebolimento dell'alta formazione». Ferruccio Resta, rettore del Politecnico di Milano e presidente del Crui, la Conferenza dei rettori italiani, dice di aver avuto segnalazioni da vari atenei di questo trend in discesa delle iscrizioni.
Con che percentuali stanno diminuendo le iscrizioni?
«È prematuro tirare le somme, le iscrizioni sono ancora in corso. Ma spero che non si ripeta la situazione della crisi del 2008, quando ci fu una riduzione significativa. Ci sono voluti dieci anni per tornare ai valori precedenti. Solo nel 2018 abbiamo visto un recupero degli studenti che avevamo prima del 2008. Le crisi perdurano nel tempo».
Il Covid ci lascerà in eredità un'Italia più povera culturalmente?
«La crisi sanitaria della pandemia già oggi rischia di portare conseguenze dal punto di vista economico e quindi sociale quando costringe alcune famiglie a non investire più nel futuro dei loro figli e quindi del nostro Paese. Questo era un rischio su cui si è lavorato molto negli ultimi mesi. Il decreto Rilancio ha inserito oltre 200 milioni di euro dedicati a misure per ridurre o azzerare la contribuzione studentesca alle tasse universitarie. È stato un messaggio forte che ha permesso sia ai ceti più bassi di avere contribuzioni azzerate sia ai ceti medi di avere facilitazioni. Per il prossimo semestre ci sarà la possibilità di frequentare a distanza le lezioni, e questo permetterà di ridurre i costi di affitti e trasporti».
Ma la crisi non si esaurisce con il 2020. Le misure del decreto Rilancio non rischiano di essere un pannicello caldo?
«Questa crisi, è vero, non si chiuderà con l'anno accademico 2020-2021, quindi queste risorse andrebbero preventivate almeno per il prossimo triennio e quinquennio. La crisi economica ha dinamiche molto più lente di quella sanitaria, e prima che riparta l'economia, e con essa il potere d'acquisto delle nostre famiglie, passeranno ancora anni. La risposta quindi è stata efficace e tempestiva per l'anno accademico 2020-2021, ma il mio suggerimento è di mantenere la stessa efficacia per i prossimi anni per dare alle famiglie un segnale, la possibilità di iscrivere un figlio subito senza rischiare di trovarsi in difficoltà l'anno prossimo».
Alcune famiglie non sono convinte dell'efficacia delle lezioni a distanza, temono un calo della qualità. Temono di pagare tasse alte per avere poi una formazione scadente. Anche questo è un disincentivo a iscrivere un figlio?
«Noi siamo sempre abituati a vedere gli aspetti negativi. L'università italiana in meno di 15 giorni ha completamente trasportato tutta la didattica a distanza, il nostro è stato uno dei pochi Paesi a rispondere così. Oggi, a fine luglio, gli studenti hanno fatto esami e lauree come se non ci fosse stata la pandemia. È un risultato importante perché perdere i semestri sarebbe stato molto più gravoso per le famiglie. Avrebbe comportato posticipare le lauree e quindi l'ingresso nel mercato del lavoro dei propri figli. Gli atenei hanno agito con tempestività e assorbendo tutti i costi dell'emergenza».
Ma quando si tornerà nelle aule?
«Tutte le università stanno pianificando la ripresa delle lezioni in presenza per il prossimo semestre. È fondamentale il valore di essere in aula, delle relazioni sociali. Sarebbe triste mantenere l'università solo telematica».
Le lezioni in streaming hanno danneggiato anche quelle città che vivono dell'attività universitaria.
«È vero. Abbiamo una responsabilità non solo verso gli studenti ma anche verso i territori. L'indotto che l'università offre al tessuto cittadino, all'economia, è importante».
Siete anche pronti al rischio di una seconda ondata di contagi?
«Torneremo nelle aule ma con modalità tali da essere in grado di commutare immediatamente a distanza senza mettere in difficoltà nessuno e senza perdere un semestre. Qualora il comitato tecnico scientifico riducesse un po' i limiti del distanziamento, potremmo portare tutti in presenza. Stiamo ipotizzando un modello che permetta la frequenza in presenza o a completa distanza in base alla condizione della pandemia in autunno. Tutto questo ha dei costi. L'università italiana è in assoluto l'unica in Europa che riesce a erogare una didattica con costi medio bassi. Uno studente universitario in Germania e in Francia costa 10.000 euro all'anno mentre in Italia siamo lontani da questa cifra».
Alcune università del Sud hanno adottato incentivi per recuperare i giovani che avevano scelto di trasferirsi negli atenei del Nord. Ci sarà un'immigrazione di ritorno?
«Tutte le politiche che vogliono aiutare i ragazzi ben vengano, ma quelle che vogliono chiudere le persone dentro i confini non le condivido. La mobilità dei nostri giovani è un fattore importante».
Qual è la situazione al Politecnico di Milano?
«Abbiamo completato i test di ingresso con dei numeri paragonabili a quelli dell'anno scorso, chiuderemo le immatricolazioni nei primi giorni di agosto. In questo momento non registriamo un calo. Abbiamo ancora aperto il discorso delle iscrizioni di studenti internazionali. In Paesi che sono ancora al culmine della pandemia, come era da noi ad aprile, l'attenzione ora non è focalizzata sul rientro all'università ma su altre tematiche. Penso al Brasile, all'India, agli stati del Sud America».
Il calo delle immatricolazioni riguarderà soprattutto gli studenti stranieri?
«Cercheremo di aiutare anche gli studenti internazionali con l'erogazione della didattica a distanza fino a quando non potranno venire. Gli studenti cercano una università capace di garantire un investimento per il futuro, non rinunciano volentieri al loro domani. Superata la fase di emergenza nel loro Paese, torneranno nelle nostre città».
Chi è andato all'estero a studiare tornerà?
«Regno Unito e Usa, che erano destinazioni gettonate, oggi sono meno appetibili per colpa della pandemia. Sicuramente i ragazzi che andavano a studiare in quelle aree ora guarderanno ad altre università di qualità in giro per il mondo, quindi se noi avremo offerte formative di prestigio potremmo recuperarli».
Spariranno circa 10.000 studenti
Il Covid rischia di impoverire il Paese anche culturalmente, oltre che economicamente. Il virus potrebbe lasciarci in eredità una giovane generazione meno formata e l'università, da conquista per tutti, rischia di tornare ad essere lo sbocco per una élite, un lusso per pochi. Il fenomeno comincia ad essere rilevato dagli istituti di ricerca, anche se la conferma ci sarà solo in autunno quando arriveranno i dati completi delle immatricolazioni.
Svimez ha stimato che nel 2020-2021 circa 10.000 studenti potrebbero non iscriversi ai nostri atenei. Parliamo, per l'esattezza, di 9.500 studenti su scala nazionale, di cui 6.300 nel Mezzogiorno e i restanti 3.200 nel Centro Nord. Potrebbe riproporsi la situazione prodotta dalla crisi del 2008-2009, ma questa volta sarebbe più grave. Entrando nel dettaglio, la nota di Svimez, elaborata dal direttore Luca Bianchi e da Gaetano Vecchione (Svimez - Università Federico II Napoli), sottolinea come a fine mese si stimino approssimativamente 292.000 maturi al Centro Nord e circa 197.000 al Sud. La precedente crisi del 2008-2009 ha evidenziato una elevata elasticità del tasso di passaggio tra scuola e università legato all'indebolimento dei redditi delle famiglie soprattutto nel Mezzogiorno: alla luce di ciò, Svimez ha stimato una riduzione del tasso di proseguimento di 3,6 punti nel Mezzogiorno e di 1,5 nel Centro Nord. Già la precedente crisi economica, trascinatasi dal 2008 al 2013, aveva provocato un crollo delle iscrizioni alle università, soprattutto al Sud. In quegli anni la percentuale di chi usciva dalla scuola superiore e andava all'università è crollata di 8,3 punti. In un quinquennio ci sono state oltre 20.000 iscrizioni in meno nel Mezzogiorno. Nel Centro Nord il calo è stato di 2 punti percentuali circa.
Secondo l'Osservatorio talents venture, che analizza costantemente lo stato dell'università italiana e le opportunità occupazionali che offre ai suoi laureati, l'impatto del Covid sulle immatricolazioni potrebbe essere peggiore di quanto valuta Svimez. Considerato un calo del Pil del 9%, le nuove iscrizioni potrebbe ridursi di circa 35.000 unità (meno 11% rispetto all'anno precedente). In termini economici la perdita per gli atenei sarebbe pari a circa 46 milioni di euro di mancato gettito da tasse universitarie, ma molto maggiore se si considera l'indotto, tutto ciò che ruota attorno all'istruzione universitaria.
Gli istituti più colpiti potrebbero essere quelli che ospitano una concentrazione maggiore di studenti fuori sede tra cui quelli provenienti dall'estero, che non avrebbero più le risorse economiche necessarie per affrontare gli spostamenti e la vita lontano da casa. Il 30% di tutti gli studenti immatricolati fuori sede si concentra in 5 atenei: Bologna (9,6%), Ferrara (7,6%), Politecnico di Milano (4,9%), Politecnico di Torino (4,3%) e Cattolica (4,1%). L'ateneo di Ferrara, la Bocconi e l'Università di Trento, secondo una classifica elaborata dall'Osservatorio, sono i più esposti al rischio di crollo delle iscrizioni.
Il report contiene una valutazione di Moody's, secondo cui una contrazione della domanda di studenti internazionali cinesi (quelli più rappresentati in assoluto) potrebbe generare una crisi tra le università nel mondo. In Italia, gli atenei che potrebbero risentire di un'eventuale contrazione della domanda di studenti cinesi sono principalmente i Politecnici di Milano e Torino e l'ateneo statale di Firenze, i quali accolgono (in quote quasi uguali) il 48% degli studenti cinesi in Italia.
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Tasse e affitti troppo cari per budget familiari flagellati dal Covid, corsi compromessi dalla didattica a distanza, nessuna certezza di trovare lavoro. Così la laurea è diventata un lusso sacrificabile. «Questa crisi durerà. Il governo prolunghi gli sconti sulle rette». Il presidente della Conferenza rettori, Ferruccio Resta: «Va scongiurato un crollo delle iscrizioni come nel 2008. Ci vollero 10 anni per recuperare». Spariranno circa 10.000 studenti. Secondo Svimez due terzi del calo riguarderanno gli atenei del Mezzogiorno. Rincara l'Osservatorio talents venture: 35.000 le matricole in meno, giù dell'11% rispetto al 2019. Lo speciale comprende tre articoli. «Mia figlia Giulia voleva arrivare alla laurea magistrale in Scienze dell'educazione, due anni in più e avrebbe coronato il suo sogno oltre ad avere più possibilità di superare i concorsi. Invece, ci si è posto il problema se far continuare a nostra figlia il percorso universitario. Il Covid ci ha colpito duramente. Giulia è stata contagiata, abbiamo dovuto affrontare ingenti spese per le cure, non ancora terminate. Ma anche le prospettive future ci preoccupano». La storia di Massimo Malagoli, di Modena, responsabile comunicazione dell'associazione dei genitori delle scuole paritarie, Agesc, è simile a quella di tante famiglie colpite dalla crisi scatenata dalla pandemia. È la storia di quel ceto medio che fino a tre mesi fa viveva senza problemi e riusciva a disegnare, anche con sacrifici, la strada per i propri figli. Ora quelle stesse famiglie sono costrette a tagliare su tutto. E non basta più rinunciare alla cena fuori, alle vacanze, al parrucchiere, al vestito in più. Le forbici arrivano anche sulla formazione. L'università diventa un lusso. «Per altri due anni di corsi avremmo dovuto spendere circa 9.000 euro, 4.500 l'anno, senza la certezza di un'occupazione. Così ho detto a Giulia che è meglio impiegare quel tempo per cercare un impiego e poi, semmai, completare la formazione». A preoccupare Massimo oltre all'incertezza economica è anche la preparazione offerta dall'ateneo. «Gli ultimi esami sono stati fatti in modo superficiale e le lezioni a distanza erano carenti di approfondimento. Tanti genitori si lamentano della conclusione, pessima, di questo anno universitario e si interrogano sull'opportunità di sobbarcarsi tasse e rette a fronte di una formazione che chissà per quanto tempo ancora continuerà a essere erogata da remoto e in modo approssimativo. Le lezioni online non possono sostituire quelle in presenza». Conclude Malagoli: «Lo studio universitario sta diventando per tanti genitori una voce da tagliare, come la colazione al bar o l'abbigliamento». Claudio Mazzoleni ha un figlio al terzo anno di Ingegneria alla Statale di Milano. «Interrompere a metà il suo percorso universitario e stata una scelta sofferta perché lui è in gamba, ha sempre avuto ottimi voti e voleva continuare, ma non ce la faccio. Dovrà cercare un lavoro». Claudio, 60 anni, con una brillante carriera di architetto in uno studio, ora è in cassa integrazione. «Lavoro a settimane alterne, non riesco ad andare avanti. Sto pensando alla pensione: anche se sarà un assegno basso, almeno è una certezza. Mio figlio è una risorsa sprecata». Alle associazioni dei genitori arrivano sempre più numerose le testimonianze di famiglie che non ce la fanno a far continuare gli studi ai figli, dice Malagoli. C'è tanto pudore nel parlare, vergogna nell'esporsi in prima persona, nell'esprimere una condizione di disagio economico, soprattutto nelle città di provincia dove tutti si conoscono. Siamo a Brescia e un'associazione di genitori riferisce la storia di Roberto, 21 anni: era iscritto ad Architettura, ha rinunciato a proseguire, non arriverà alla laurea; ha trovato un lavoro part time presso una bottega artigiana. Il padre è in cassa integrazione e la madre pur avendo un negozio di abbigliamento non riesce a garantire una solidità economica. Con il Covid, pochi clienti, pure quelli affezionati le hanno detto che dovranno stringere la cinghia. Anche un vestito in più pesa sul bilancio familiare. Claudia, invece, era al termine del corso di Medicina, un altro anno e avrebbe la laurea in tasca. Ha dovuto lasciare, ora ha un part time in un'azienda biomedica. Romina Di Marcantonio, di Roma, non ha remore a parlare con La Verità della sua situazione. «Mio figlio Alessandro si è diplomato a giugno alla scuola alberghiera, doveva partire per Valencia per un progetto Erasmus ma con il Covid è saltato tutto. Ed è saltata anche l'iscrizione alla facoltà di Biologia. C'è il numero chiuso e soltanto per preparare l'esame di ingresso, tra libri e corsi online, avrei dovuto spendere circa 300 euro. Poi ci sono le rette universitarie, troppo care per il nostro budget familiare. Così abbiamo deciso di archiviare lo sbocco universitario. A settembre Alessandro comincerà a mandare il curriculum agli alberghi, ma con questa crisi che speranze può avere? Eppure prima del Covid la scuola alberghiera assicurava diverse opportunità di impiego. Anche l'Erasmus sarebbe stata una bella occasione, mio figlio era stato già contattato da una struttura per uno stage. Ora dobbiamo ricominciare e la strada è in salita». Piero Notarnicola è il coordinatore padovano dell'Udu, l'Unione degli universitari, e dice che si stanno moltiplicando le segnalazioni di studenti che hanno problemi con gli affitti e il pagamento delle tasse. «C'è chi ha dovuto rescindere il contratto di locazione e chi non ha soldi per le rette universitarie anche se il pagamento è stato posticipato di un mese e mezzo. Chi non riceve soldi dai genitori perché in difficoltà economiche sta pensando di non continuare. E chi si manteneva con qualche lavoro ora lo ha perso». Piero poi riferisce le perplessità di tanti giovani rispetto alla didattica del prossimo anno. «Nessuno, nelle segreterie delle facoltà, è in grado di dare risposte chiare, ma un pendolare deve sapere come regolarsi con la locazione e se rinnovare l'abbonamento dei trasporti». Enrico Gulluni, coordinatore nazionale dell'Udu, ha segnalato la gravità della situazione al ministro Gaetano Manfredi, ma non c'è stata risposta. «Tramite il Consiglio nazionale degli studenti abbiamo mandato alcune proposte come l'ampliamento della no tax area, per portare il tetto dagli attuali 20.000 euro a 30.000, e la richiesta di maggiori stanziamenti per le borse di studio. Nessun riscontro». Nel decreto Rilancio ci sono 1,4 miliardi per l'università, ma, sottolinea Gulluni, non viene affrontata l'emergenza. «Riceviamo ogni giorno centinaia di chiamate di studenti che hanno difficoltà a pagare la terza rata delle tasse. Avevamo chiesto che fosse annullata, siamo stati ignorati». Uma Brandolino, coordinatrice Udu dell'Università statale Milano descrive un altro fenomeno. «Per risparmiare su alloggio e trasferimenti, alcune famiglie stanno privilegiando l'iscrizione dei figli nei piccoli atenei di prossimità. L'università grande e prestigiosa è ritenuta troppo costosa. La Statale di Milano, nonostante sia frequentata da molti fuori sede, non ha ancora ufficializzato come gestirà le lezioni, quante di queste saranno “in presenza" e come funzioneranno i laboratori. Questa incertezza sta inducendo tante famiglie di potenziali matricole a pensarci due volte prima di iscrivere i figli». Anche chi esce dai licei comincia a interrogarsi sull'iscrizione all'università. «Il liceo ha sempre avuto come sbocco naturale, come completamento, l'accesso a un ateneo. Ma se già prima del Covid qualche genitore si interrogava sull'efficacia di questa scelta, ora con la crisi economica le perplessità sono aumentate» dice Davide Vespier, docente di Lettere al liceo classico Albertelli di Roma e consigliere nazionale ufficio scuola dell'Age, associazione di genitori. «La didattica a distanza è vista con diffidenza. Le famiglie si chiedono perché spendere tanti soldi e poi non avere dall'università il massimo. L'uso dei laboratori è sacrificato. 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Le misure previste dal decreto Rilancio sui fondi a supporto della contribuzione studentesca andrebbero estese anche al prossimo anno. Dobbiamo stare attenti che la crisi economica non porti un indebolimento dell'alta formazione». Ferruccio Resta, rettore del Politecnico di Milano e presidente del Crui, la Conferenza dei rettori italiani, dice di aver avuto segnalazioni da vari atenei di questo trend in discesa delle iscrizioni. Con che percentuali stanno diminuendo le iscrizioni? «È prematuro tirare le somme, le iscrizioni sono ancora in corso. Ma spero che non si ripeta la situazione della crisi del 2008, quando ci fu una riduzione significativa. Ci sono voluti dieci anni per tornare ai valori precedenti. Solo nel 2018 abbiamo visto un recupero degli studenti che avevamo prima del 2008. Le crisi perdurano nel tempo». Il Covid ci lascerà in eredità un'Italia più povera culturalmente? «La crisi sanitaria della pandemia già oggi rischia di portare conseguenze dal punto di vista economico e quindi sociale quando costringe alcune famiglie a non investire più nel futuro dei loro figli e quindi del nostro Paese. Questo era un rischio su cui si è lavorato molto negli ultimi mesi. Il decreto Rilancio ha inserito oltre 200 milioni di euro dedicati a misure per ridurre o azzerare la contribuzione studentesca alle tasse universitarie. È stato un messaggio forte che ha permesso sia ai ceti più bassi di avere contribuzioni azzerate sia ai ceti medi di avere facilitazioni. Per il prossimo semestre ci sarà la possibilità di frequentare a distanza le lezioni, e questo permetterà di ridurre i costi di affitti e trasporti». Ma la crisi non si esaurisce con il 2020. Le misure del decreto Rilancio non rischiano di essere un pannicello caldo? «Questa crisi, è vero, non si chiuderà con l'anno accademico 2020-2021, quindi queste risorse andrebbero preventivate almeno per il prossimo triennio e quinquennio. La crisi economica ha dinamiche molto più lente di quella sanitaria, e prima che riparta l'economia, e con essa il potere d'acquisto delle nostre famiglie, passeranno ancora anni. La risposta quindi è stata efficace e tempestiva per l'anno accademico 2020-2021, ma il mio suggerimento è di mantenere la stessa efficacia per i prossimi anni per dare alle famiglie un segnale, la possibilità di iscrivere un figlio subito senza rischiare di trovarsi in difficoltà l'anno prossimo». Alcune famiglie non sono convinte dell'efficacia delle lezioni a distanza, temono un calo della qualità. Temono di pagare tasse alte per avere poi una formazione scadente. Anche questo è un disincentivo a iscrivere un figlio? «Noi siamo sempre abituati a vedere gli aspetti negativi. L'università italiana in meno di 15 giorni ha completamente trasportato tutta la didattica a distanza, il nostro è stato uno dei pochi Paesi a rispondere così. Oggi, a fine luglio, gli studenti hanno fatto esami e lauree come se non ci fosse stata la pandemia. È un risultato importante perché perdere i semestri sarebbe stato molto più gravoso per le famiglie. Avrebbe comportato posticipare le lauree e quindi l'ingresso nel mercato del lavoro dei propri figli. Gli atenei hanno agito con tempestività e assorbendo tutti i costi dell'emergenza». Ma quando si tornerà nelle aule? «Tutte le università stanno pianificando la ripresa delle lezioni in presenza per il prossimo semestre. È fondamentale il valore di essere in aula, delle relazioni sociali. Sarebbe triste mantenere l'università solo telematica». Le lezioni in streaming hanno danneggiato anche quelle città che vivono dell'attività universitaria. «È vero. Abbiamo una responsabilità non solo verso gli studenti ma anche verso i territori. L'indotto che l'università offre al tessuto cittadino, all'economia, è importante». Siete anche pronti al rischio di una seconda ondata di contagi? «Torneremo nelle aule ma con modalità tali da essere in grado di commutare immediatamente a distanza senza mettere in difficoltà nessuno e senza perdere un semestre. Qualora il comitato tecnico scientifico riducesse un po' i limiti del distanziamento, potremmo portare tutti in presenza. Stiamo ipotizzando un modello che permetta la frequenza in presenza o a completa distanza in base alla condizione della pandemia in autunno. Tutto questo ha dei costi. L'università italiana è in assoluto l'unica in Europa che riesce a erogare una didattica con costi medio bassi. Uno studente universitario in Germania e in Francia costa 10.000 euro all'anno mentre in Italia siamo lontani da questa cifra». Alcune università del Sud hanno adottato incentivi per recuperare i giovani che avevano scelto di trasferirsi negli atenei del Nord. Ci sarà un'immigrazione di ritorno? «Tutte le politiche che vogliono aiutare i ragazzi ben vengano, ma quelle che vogliono chiudere le persone dentro i confini non le condivido. La mobilità dei nostri giovani è un fattore importante». Qual è la situazione al Politecnico di Milano? «Abbiamo completato i test di ingresso con dei numeri paragonabili a quelli dell'anno scorso, chiuderemo le immatricolazioni nei primi giorni di agosto. In questo momento non registriamo un calo. Abbiamo ancora aperto il discorso delle iscrizioni di studenti internazionali. In Paesi che sono ancora al culmine della pandemia, come era da noi ad aprile, l'attenzione ora non è focalizzata sul rientro all'università ma su altre tematiche. Penso al Brasile, all'India, agli stati del Sud America». Il calo delle immatricolazioni riguarderà soprattutto gli studenti stranieri? «Cercheremo di aiutare anche gli studenti internazionali con l'erogazione della didattica a distanza fino a quando non potranno venire. Gli studenti cercano una università capace di garantire un investimento per il futuro, non rinunciano volentieri al loro domani. Superata la fase di emergenza nel loro Paese, torneranno nelle nostre città». Chi è andato all'estero a studiare tornerà? «Regno Unito e Usa, che erano destinazioni gettonate, oggi sono meno appetibili per colpa della pandemia. Sicuramente i ragazzi che andavano a studiare in quelle aree ora guarderanno ad altre università di qualità in giro per il mondo, quindi se noi avremo offerte formative di prestigio potremmo recuperarli». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/universita-la-grande-fuga-2646804221.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="spariranno-circa-10-000-studenti" data-post-id="2646804221" data-published-at="1595801702" data-use-pagination="False"> Spariranno circa 10.000 studenti Il Covid rischia di impoverire il Paese anche culturalmente, oltre che economicamente. Il virus potrebbe lasciarci in eredità una giovane generazione meno formata e l'università, da conquista per tutti, rischia di tornare ad essere lo sbocco per una élite, un lusso per pochi. Il fenomeno comincia ad essere rilevato dagli istituti di ricerca, anche se la conferma ci sarà solo in autunno quando arriveranno i dati completi delle immatricolazioni. Svimez ha stimato che nel 2020-2021 circa 10.000 studenti potrebbero non iscriversi ai nostri atenei. Parliamo, per l'esattezza, di 9.500 studenti su scala nazionale, di cui 6.300 nel Mezzogiorno e i restanti 3.200 nel Centro Nord. Potrebbe riproporsi la situazione prodotta dalla crisi del 2008-2009, ma questa volta sarebbe più grave. Entrando nel dettaglio, la nota di Svimez, elaborata dal direttore Luca Bianchi e da Gaetano Vecchione (Svimez - Università Federico II Napoli), sottolinea come a fine mese si stimino approssimativamente 292.000 maturi al Centro Nord e circa 197.000 al Sud. La precedente crisi del 2008-2009 ha evidenziato una elevata elasticità del tasso di passaggio tra scuola e università legato all'indebolimento dei redditi delle famiglie soprattutto nel Mezzogiorno: alla luce di ciò, Svimez ha stimato una riduzione del tasso di proseguimento di 3,6 punti nel Mezzogiorno e di 1,5 nel Centro Nord. Già la precedente crisi economica, trascinatasi dal 2008 al 2013, aveva provocato un crollo delle iscrizioni alle università, soprattutto al Sud. In quegli anni la percentuale di chi usciva dalla scuola superiore e andava all'università è crollata di 8,3 punti. In un quinquennio ci sono state oltre 20.000 iscrizioni in meno nel Mezzogiorno. Nel Centro Nord il calo è stato di 2 punti percentuali circa. Secondo l'Osservatorio talents venture, che analizza costantemente lo stato dell'università italiana e le opportunità occupazionali che offre ai suoi laureati, l'impatto del Covid sulle immatricolazioni potrebbe essere peggiore di quanto valuta Svimez. Considerato un calo del Pil del 9%, le nuove iscrizioni potrebbe ridursi di circa 35.000 unità (meno 11% rispetto all'anno precedente). In termini economici la perdita per gli atenei sarebbe pari a circa 46 milioni di euro di mancato gettito da tasse universitarie, ma molto maggiore se si considera l'indotto, tutto ciò che ruota attorno all'istruzione universitaria. Gli istituti più colpiti potrebbero essere quelli che ospitano una concentrazione maggiore di studenti fuori sede tra cui quelli provenienti dall'estero, che non avrebbero più le risorse economiche necessarie per affrontare gli spostamenti e la vita lontano da casa. Il 30% di tutti gli studenti immatricolati fuori sede si concentra in 5 atenei: Bologna (9,6%), Ferrara (7,6%), Politecnico di Milano (4,9%), Politecnico di Torino (4,3%) e Cattolica (4,1%). L'ateneo di Ferrara, la Bocconi e l'Università di Trento, secondo una classifica elaborata dall'Osservatorio, sono i più esposti al rischio di crollo delle iscrizioni. Il report contiene una valutazione di Moody's, secondo cui una contrazione della domanda di studenti internazionali cinesi (quelli più rappresentati in assoluto) potrebbe generare una crisi tra le università nel mondo. In Italia, gli atenei che potrebbero risentire di un'eventuale contrazione della domanda di studenti cinesi sono principalmente i Politecnici di Milano e Torino e l'ateneo statale di Firenze, i quali accolgono (in quote quasi uguali) il 48% degli studenti cinesi in Italia.
Ursula von der Leyen (Ansa)
Segue predisposizione di un’azione ficcante: «In collaborazione con l’Alta rappresentante Kaja Kallas e gli Stati membri stiamo assicurando che i cittadini europei presenti in Venezuela possano contare sul pieno supporto dell’Ue». Nessuno però, né dalla Casa Bianca, né dal Pentagono, né della Nato, dove c’è pure la Turchia di Recep Tayyip Erdogan, amicissimo di Maduro, ha avvertito Bruxelles.
A Palazzo Berlaymont, deserto causa strapagate ferie natalizie, hanno saputo dalle agenzie dell’attacco americano e della «cattura» di Nicolás Maduro e della «presidenta» Cilia Flores, la «primiera combattente», personaggio non gradito in quasi tutta l’America, non isole comprese perché a Cuba il regime comunista la idolatra.
A conferma del nulla che conta l’Ue nel mondo c’è anche la dichiarazione tonitruante del presidente del Consiglio europeo, il portoghese Antonio Costa, che minaccia, via X dell’inviso Elon Musk: «Seguo con grande preoccupazione la situazione in Venezuela. L’Unione europea chiede una de-escalation e una risoluzione nel pieno rispetto del diritto internazionale e dei principi sanciti dalla Carta delle Nazioni Unite». E poi con il copia incolla anche lui assicura che ha sentito la Kallas. L’Alta rappresentante, per molte ore, a dispetto del cognome che ricorda la più eccelsa soprano del Novecento, è parsa afasica. Poi si è palesata su X: «Ho parlato con il Segretario di Stato Marco Rubio e col nostro ambasciatore a Caracas. Stiamo monitorando attentamente la situazione in Venezuela. L’Ue ha ripetutamente affermato che Maduro è privo di legittimità e ha difeso una transizione pacifica. In ogni circostanza, i principi del diritto internazionale e della Carta delle Nazioni Unite devono essere rispettati. Chiediamo moderazione. La sicurezza dei cittadini dell’Ue nel Paese è la nostra massima priorità». E qui sta il grande imbarazzo di Bruxelles. Non tutta l’Europa è contro Maduro; c’è, verso il dittatore venezuelano, una simpatia bipartisan, del socialista spagnolo Pedro Sánchez e di Viktor Orbán (la Russia e la Cina hanno sempre protetto Maduro); e anche la Grecia aveva buone relazioni con Caracas. Infine è ancora fresca la spaccatura dell’Eurocamera nel settembre del 2024, quando si votò una risoluzione di condanna di Maduro, riconoscendo la presidenza di Edmundo González Urrutia come «legittima e democraticamente eletta» e si denunciarono i brogli elettorali. Quella risoluzione passò con 309 voti a favore, 201 contrari e 12 astenuti, con un’alleanza anti-maggioranza Ursula del Ppe con la destra. Ferocemente contrari furono i movimenti di ultrasinistra, e questo spiega perché Giuseppe Conte, M5s, insieme alla coppia di fatto di Avs, urli a Giorgia Meloni di condannare il presidente americano per la «palese violazione del diritto internazionale». Ma anche i socialisti - Pd compreso - votarono contro. La diplomazia di Washington lo sa e dunque ignora Bruxelles.
Non ci sta Pina Picerno, la pasionaria del Pd anti Schlein che però sente il richiamo della foresta del socialismo e, da vicepresidente dell’Eurocamera, pontifica: «Il regime sanguinario di Maduro deve cessare di esistere, ma ogni bomba americana sul Venezuela ne prolunga la vita sul piano simbolico, rafforzando la retorica antioccidentale e preparando nuove risposte autoritarie». Non contenta, la Picerno sprona l’Ue: «Trump, Putin e Xi si stanno spartendo il mondo in sfere di influenza. Senza diritto internazionale, senza multilateralismo credibile, la forza non produce giustizia: produce solo nuovi precedenti pericolosi. All’Europa è chiesto un impegno definitivo per riaffermare il diritto internazionale contro le aggressioni delle potenze globali autocratiche e cleptocratiche. La libertà e la democrazia sono nelle mani dei popoli, non delle dottrine di Trump, Putin e Xi». Sarebbe facile ricordare all’onorevole Picerno che Trump è stato votato da 78 milioni di americani e che lei è vicepresidente dell’Eurocamera con 527 preferenze; sta di fatto, però, che l’Europa ha condannato Maduro, ma lo ha lasciato lì. Trump invece ha risolto la pratica. Capita, se si è il due di bastoni quando l’asso di briscola è denari.
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Elly Schlein, Maurizio Landini e Giuseppe Conte (Ansa)
Giorgia Meloni aspetta il tardo pomeriggio di ieri per far conoscere il suo pensiero sull’operazione, attraverso una nota di Palazzo Chigi all’insegna del più sano equilibrismo: «L’Italia», recita, «ha sempre sostenuto l’aspirazione del popolo venezuelano a una transizione democratica nel Venezuela, condannando gli atti di repressione del regime di Maduro, la cui auto-proclamata vittoria elettorale l’Italia, assieme ai principali partner internazionali, non ha mai riconosciuto. Coerentemente con la storica posizione dell’Italia, il governo reputa che l’azione militare esterna non sia la strada da percorrere per mettere fine ai regimi totalitari, ma considera al contempo legittimo un intervento di natura difensiva contro attacchi ibridi alla propria sicurezza, come nel caso di entità statuali che alimentano e favoriscono il narcotraffico». La Meloni, che non cita mai né gli Usa né Trump, critica quindi il ricorso all’«azione militare esterna» ma il succo politico è che legittima, seppure con un giro di parole, l’attacco Usa a Caracas. «In raccordo con il ministro degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale, Antonio Tajani», prosegue il comunicato, «il presidente Meloni continua a seguire con particolare attenzione la situazione della comunità italiana in Venezuela, la cui sicurezza costituisce la priorità assoluta del governo».
Elly Schlein, segretaria del Pd, aspetta la posizione della Meloni per diffondere una sua dichiarazione, al termine della segreteria convocata in via straordinaria: «L’attacco militare di Trump non ha alcuna base legale», argomenta la Schlein, «e rischia di legittimare altre azioni unilaterali che possono generare ulteriori conflitti e caos a livello regionale e globale. Non ci rassegniamo a un ordine mondiale che sostituisca la legalità internazionale con la legge del più forte e del più ricco. Per questo riteniamo grave la posizione del governo italiano nella parte in cui definisce legittima l’azione militare di Trump in Venezuela». Una posizione dura e pura, quella della Schlein, costretta ancora una volta a inseguire Giuseppe Conte, la Cgil e la sinistra radicale, sin da ieri mattina schierati senza se e senza ma contro gli States. «L’aggressione americana al Venezuela», scrive sui social il leader del M5s Giuseppe Conte, «non ha nessuna base giuridica. Siamo di fronte a una palese violazione del diritto internazionale, che certifica il predominio del più forte e meglio equipaggiato militarmente. Né può valere di per sé a giustificare l’attacco a uno stato sovrano la natura illiberale del suo governo. Per noi il diritto internazionale non vale fino a un certo punto». Le prese di posizione più dure arrivano dalla galassia di sigle sindacali e associazioni della sinistra radicale: «La Cgil», sottolinea il segretario generale Maurizio Landini, «condanna con fermezza la violazione della sovranità nazionale della Repubblica del Venezuela da parte degli Stati Uniti d’America, con l’attacco militare, l’isolamento del sistema di comunicazione, fino alla annunciata cattura del presidente Maduro. Ancora una volta si fa carta straccia del diritto internazionale e si fa prevalere la logica della guerra e della forza, in un momento in cui a livello globale non ci sono mai stati tanti conflitti armati in corso». Landini sottolinea che «il quadro internazionale si fa sempre più drammatico» e ribadisce che «la pace, la sicurezza comune, la democrazia, i diritti e le libertà sono indivisibili dal rispetto dei diritti umani e dall’applicazione del diritto internazionale».
Ancora più dura la Fiom che, attraverso una nota della segreteria nazionale, «esprime la propria piena solidarietà e vicinanza al popolo venezuelano e condanna duramente gli attacchi contro la Repubblica Bolivariana del Venezuela, avvenuti in palese violazione del diritto internazionale e dei principi fondamentali sanciti dalla Carta delle Nazioni Unite. L’attacco è chiaramente determinato dagli interessi economici degli Usa». Le organizzazioni di estrema sinistra annunciano un presidio per domani a Roma: «Condanniamo con fermezza l’estensione della guerra come strumento di risoluzione dei conflitti tra Stati», scrivono in una nota congiunta Anpi comitato provinciale di Roma, Cgil Roma e Lazio, Rete numeri pari, Rete italiana pace e disarmo, Rete #no bavaglio, Sbilanciamoci, Stop Rearm Europe Italia, «e l’ennesima e gravissima escalation bellica prodotta dall’attacco militare del governo Trump contro la Repubblica del Venezuela e dal rapimento del suo presidente, Nicolás Maduro, e dei suoi familiari. Si tratta di una palese e inaudita violazione del diritto internazionale e della sovranità dei popoli, per la quale non esistono giustificazioni: non ci sono mai giustificazioni per legittimare il ricorso alla guerra come strumento di risoluzione dei conflitti tra gli Stati».
Sulla stessa linea le Acli, che attraverso una nota esprimono «ferma condanna per l’attacco aereo condotto nella notte dall’Amministrazione statunitense contro il Venezuela e per il successivo rapimento del presidente Nicolás Maduro e di sua moglie. Si tratta di un atto che appare privo di qualsiasi legittimazione sul piano del diritto internazionale e che configura, nei fatti, una grave aggressione alla sovranità di uno Stato».
Tajani al lavoro sul caso Trentini
L’Italia è in apprensione per le sorti di Alberto Trentini, il cooperante veneziano detenuto da oltre 400 giorni nel carcere El Rodeo di Caracas. I genitori del quarantaseienne stanno seguendo con grande preoccupazione quanto sta avvenendo in Venezuela dopo l’attacco americano nella notte tra venerdì e sabato. Il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, e la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, stanno seguendo con particolare attenzione non solo la situazione di Trentini (arrestato a novembre 2024), ma anche le sorti di tutta la comunità italiana in Venezuela, la «cui sicurezza costituisce la priorità assoluta del governo». «Noi seguiamo con grande attenzione tutto, soprattutto, ripeto, preoccupandoci delle condizioni dei nostri concittadini», ha ribadito ieri più volte Tajani. «Abbiamo anche italiani detenuti, a cominciare da Trentini, ma con lui c’è un’altra dozzina, quindi anche quello è un tema che ci preoccupa e stiamo lavorando al massimo». Nel primo pomeriggio di ieri, il presidente della Regione Veneto, Alberto Stefani, ha chiamato il ministro Tajani per informarsi su Alberto Trentini: «Pur nella complessità degli eventi di queste ore, il ministro e le competenti autorità stanno collaborando col massimo impegno per tutelare l’incolumità di Trentini e di tutti i veneti residenti in Venezuela». In tutto il Paese gli italiani presenti sono circa 160.000, come riferito dall’ambasciatore a Caracas Giovanni Umberto De Vito, da ieri in costante contatto con Tajani. «La nostra prioritaria preoccupazione è ovviamente l’incolumità dei nostri connazionali, a cui raccomandiamo di restare in casa», ha detto a RaiNews24 l’ambasciatore: «Siamo in contatto e siamo mobilitati attraverso i due consolati, quello di Caracas e quello di Maracaibo. Per il momento non abbiamo particolari segnali da parte dei connazionali e stiamo monitorando costantemente la situazione. È chiaro che in questo momento quello che noi raccomandiamo è di rimanere nelle abitazioni, quindi di non uscire per strada. La situazione è talmente fluida e incerta, che noi raccomandiamo vivamente di tenersi in contatto con l’ambasciata, con i consolati, ma di non uscire per strada e evitare qualsiasi spostamento in questo momento». La comunità degli italiani, come detto, è molto numerosa, circa 160.000 persone. «La maggior parte sono doppi cittadini, ma ci sono anche alcuni expat che sono qui per motivi di lavoro, anche per turismo», ha spiegato l’ambasciatore. «Quindi la nostra priorità è assolutamente garantire la loro incolumità e fare tutto il possibile per dare ogni eventuale assistenza. Quanto a eventuali voli per riportarli in Italia, non parlerei di questo perché lo spazio aereo è chiuso e non c’è proprio la possibilità materiale di organizzare dei voli in questo momento». Ieri, dopo la riunione del Pd, la segretaria del Pd Elly Schlein ha espresso «grande preoccupazione» anche «per i nostri numerosi connazionali in Venezuela e per i prigionieri italiani tra cui Alberto Trentini, di cui abbiamo chiesto in questi mesi la liberazione».
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Ansa
In realtà, la democrazia «esportata» da Barack Obama insieme ad alcuni leader europei e con il sostegno attivo di Hillary Clinton, che all’epoca era segretario di Stato, aveva come obiettivo la difesa degli interessi dei Paesi intervenuti. In altre parole, mentre alcuni dittatori venivano lasciati in pace, in Libia qualcuno aveva deciso un cambio di regime.
Perché oggi, a 24 ore dall’intervento americano in Venezuela, è importante ricordare il caso libico? Perché fa piazza pulita di tutte le chiacchiere a cui assistiamo da tempo. Il diritto internazionale non si basa sulle buone intenzioni, sui diritti umani e sulla difesa dei princìpi che ispirano le democrazie: si regge sugli interessi e ogni Paese difende i propri, con i mezzi di cui dispone. Se gli Stati Uniti fossero davvero preoccupati dell’esistenza in America Latina di alcuni narco-Stati, avrebbero da tempo bombardato la Colombia, il Messico e l’Honduras. E se avessero a cuore i diritti umani avrebbero già spazzato via Daniel Ortega e sua moglie Rosario Murillo in Nicaragua. Ma alla Casa Bianca sono più preoccupati dell’influenza esercitata dai cinesi in alcuni Paesi del continente americano che del traffico di stupefacenti. Come ai tempi di Cuba, avere come vicino di casa una potenza nemica agli Usa non piace. Così come non credo siano contenti di lasciare nelle mani di Pechino le materie prime di cui è ricco il Venezuela (il petrolio è la più importante). Trump non ha deciso di attaccare il Venezuela perché Maduro era un dittatore che affamava e torturava il suo popolo. Così come la Francia non bombardò la Libia perché Gheddafi era tiranno, l’America ha colpito per difendere i propri interessi.
Per quanto si cerchi di guardare ai fatti del mondo con categorie che riducono i problemi a un conflitto tra il bene e il male, tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, gli eventi ci riportano rapidamente alla realtà. Gli Stati Uniti tutelano i propri affari, nel cortile di casa come fuori. È ciò che ha provato a fare maldestramente Vladimir Putin in Ucraina, trovando però gli americani, insieme agli europei, a fargli lo sgambetto. È quanto vorrebbe provare a fare Xi Jinping con Taiwan.
È inutile stupirsi: quando alla fine degli anni Ottanta George Bush padre decise di invadere Panama, lo fece per tutelare gli interessi americani, non certo per porre fine alle violazioni dei diritti umani da parte delle squadracce agli ordini del generale Manuel Noriega. So che la cosa non piacerà a molti: ma le logiche che governano la geopolitica non le detta l’Onu e nemmeno una società di benefattori, bensì il rapporto di forza fra gli Stati. E la teoria comunemente conosciuta come «Prima l’America» non significa un disimpegno Usa dallo scenario globale, ma semmai una ridefinizione della sua presenza. Che ci sia Trump o qualcun altro, gli Stati Uniti continuano a essere il gendarme del mondo, ma il gendarme interviene solo quando fa comodo a Washington. L’Iran dunque è avvisato.
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Donald Trump (Getty Images)
«Governeremo il Paese finché non saremo in grado di realizzare una transizione sicura, adeguata e prudente», ha affermato ieri, durante una conferenza stampa a Mar-a-Lago, il presidente Usa, per poi aggiungere: «Non vogliamo ritrovarci coinvolti nell’ingresso di qualcun altro e nella stessa situazione che abbiamo avuto negli ultimi lunghi anni». «Le compagnie petrolifere americane andranno in Venezuela e investiranno miliardi di dollari», ha anche detto, per poi precisare: «Siamo pronti a lanciare una seconda ondata di attacchi, molto più grande, se necessario». «La Dottrina Monroe è una cosa importante, ma l’abbiamo superata di molto. Ora la chiamano Dottrina Donroe», ha continuato, proponendo una fusione tra i nomi «Donald» e «Monroe».
Trump ha poi parlato di Maduro, da lui bollato come «dittatore e terrorista», che ha corso il rischio di rimanere ucciso durante l’operazione. «Poteva succedere», ha sottolineato. In particolare, il tycoon ha detto che il leader venezuelano ieri era in viaggio verso New York e che, insieme a sua moglie, dovrà «affrontare tutta la potenza della giustizia americana». L’inquilino della Casa Bianca ha accusato di nuovo Maduro di essere implicato in attività di narcotraffico, ma ha anche trattato la questione sul piano della geopolitica. «Maduro è rimasto al potere e ha condotto una campagna incessante di violenza, terrore e sovversione contro gli Usa, minacciando non solo il nostro popolo, ma la stabilità dell’intera regione, e voi tutti lo avete visto», ha tuonato Trump che, oltre a non escludere l’invio di truppe in territorio venezuelano, ha tacciato il regime chavista di «ospitare sempre più avversari stranieri nella nostra regione e di acquisire armi offensive minacciose che potrebbero mettere a repentaglio gli interessi e le vite degli Stati Uniti». Il presidente americano ha anche sottolineato che l’embargo al petrolio venezuelano resterà per ora in vigore. E ha lanciato un monito agli altri esponenti del regime di Caracas. «Tutte le figure politiche e militari del Venezuela dovrebbero capire che ciò che è successo a Maduro può succedere anche a loro, e succederà anche a loro se non saranno giusti, anche nei confronti del loro popolo», ha detto, per poi rendere noto che la vicepresidente venezuelana, Delcy Rodríguez, avrebbe accettato di collaborare con Washington.
La cattura di Maduro, che secondo Marco Rubio avrebbe rifiutato delle offerte «molto generose» per lasciare il potere, viene a inserirsi nel solco della strategia di sicurezza nazionale che la Casa Bianca ha pubblicato il mese scorso. In quel documento, l’amministrazione statunitense ha sottolineato la necessità di rafforzare l’influenza di Washington sull’emisfero occidentale sia per arginare i flussi di droga e di immigrati clandestini sia per contrastare la concorrenza di potenze ostili. Sotto questo aspetto, non va trascurato che il regime di Maduro rappresentava uno dei principali punti di riferimento, in America Latina, di Mosca, Teheran e, soprattutto, Pechino. Quella Pechino che risulta, tra l’altro, il principale acquirente di petrolio venezuelano. La partita energetica si lega d’altronde inscindibilmente a quella geopolitica. Il che evidenzia anche la miopia di chi ha sempre definito Trump un «isolazionista» o un «pacifista». Trump è semplicemente un realista: punta, sì, a ricalibrare l’uso della forza statunitense nello scacchiere internazionale ma non ha mai escluso l’opzione militare per salvaguardare quelli che considera gli interessi di Washington. Non a caso, proprio ieri, ha ricordato quando ordinò l’uccisione di Abu Bakr al-Baghdadi nel 2019 e di Qasem Soleimani nel 2020.
A questo punto sorge una domanda. Quando Cina e Russia hanno protestato contro la cattura di Maduro erano sincere? È vero: come detto, Mosca e Pechino sono storicamente assai legate al regime chavista. È però anche vero che, al di là delle dichiarazioni di facciata, non è che negli ultimi quattro mesi abbiano fatto granché per supportare concretamente Maduro nel suo duello con la Casa Bianca. Una situazione, questa, che era stata sottolineata già a dicembre dalla Bbc. E allora le ipotesi di scenario sono due. La prima è che l’operazione di ieri sia avvenuta nel tacito quadro di una Jalta 2.0: il quadro, cioè, di una spartizione dello scacchiere internazionale in varie zone d’influenza. Uno scenario, questo, che potrebbe aver convinto russi e cinesi a mollare la presa sull’America latina per ottenere benefici altrove (dal Donbass a Taiwan). La seconda ipotesi invece è che, dopo quanto accaduto a Caracas, la tensione di Washington con Mosca e Pechino aumenterà. La Cina potrebbe, in particolare, cercare di rompere le uova nel paniere a Trump in Medio Oriente e in Africa, accusandolo di condurre delle politiche neocon. Ma Trump, dal canto suo, potrebbe usare l’operazione contro Maduro come un monito per incrementare la pressione tanto su Mosca quanto su Pechino.
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