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2020-07-27
Università, la grande fuga
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«Mia figlia Giulia voleva arrivare alla laurea magistrale in Scienze dell'educazione, due anni in più e avrebbe coronato il suo sogno oltre ad avere più possibilità di superare i concorsi. Invece, ci si è posto il problema se far continuare a nostra figlia il percorso universitario. Il Covid ci ha colpito duramente. Giulia è stata contagiata, abbiamo dovuto affrontare ingenti spese per le cure, non ancora terminate. Ma anche le prospettive future ci preoccupano». La storia di Massimo Malagoli, di Modena, responsabile comunicazione dell'associazione dei genitori delle scuole paritarie, Agesc, è simile a quella di tante famiglie colpite dalla crisi scatenata dalla pandemia. È la storia di quel ceto medio che fino a tre mesi fa viveva senza problemi e riusciva a disegnare, anche con sacrifici, la strada per i propri figli. Ora quelle stesse famiglie sono costrette a tagliare su tutto. E non basta più rinunciare alla cena fuori, alle vacanze, al parrucchiere, al vestito in più. Le forbici arrivano anche sulla formazione. L'università diventa un lusso.
«Per altri due anni di corsi avremmo dovuto spendere circa 9.000 euro, 4.500 l'anno, senza la certezza di un'occupazione. Così ho detto a Giulia che è meglio impiegare quel tempo per cercare un impiego e poi, semmai, completare la formazione». A preoccupare Massimo oltre all'incertezza economica è anche la preparazione offerta dall'ateneo. «Gli ultimi esami sono stati fatti in modo superficiale e le lezioni a distanza erano carenti di approfondimento. Tanti genitori si lamentano della conclusione, pessima, di questo anno universitario e si interrogano sull'opportunità di sobbarcarsi tasse e rette a fronte di una formazione che chissà per quanto tempo ancora continuerà a essere erogata da remoto e in modo approssimativo. Le lezioni online non possono sostituire quelle in presenza». Conclude Malagoli: «Lo studio universitario sta diventando per tanti genitori una voce da tagliare, come la colazione al bar o l'abbigliamento».
Claudio Mazzoleni ha un figlio al terzo anno di Ingegneria alla Statale di Milano. «Interrompere a metà il suo percorso universitario e stata una scelta sofferta perché lui è in gamba, ha sempre avuto ottimi voti e voleva continuare, ma non ce la faccio. Dovrà cercare un lavoro». Claudio, 60 anni, con una brillante carriera di architetto in uno studio, ora è in cassa integrazione. «Lavoro a settimane alterne, non riesco ad andare avanti. Sto pensando alla pensione: anche se sarà un assegno basso, almeno è una certezza. Mio figlio è una risorsa sprecata». Alle associazioni dei genitori arrivano sempre più numerose le testimonianze di famiglie che non ce la fanno a far continuare gli studi ai figli, dice Malagoli. C'è tanto pudore nel parlare, vergogna nell'esporsi in prima persona, nell'esprimere una condizione di disagio economico, soprattutto nelle città di provincia dove tutti si conoscono. Siamo a Brescia e un'associazione di genitori riferisce la storia di Roberto, 21 anni: era iscritto ad Architettura, ha rinunciato a proseguire, non arriverà alla laurea; ha trovato un lavoro part time presso una bottega artigiana. Il padre è in cassa integrazione e la madre pur avendo un negozio di abbigliamento non riesce a garantire una solidità economica. Con il Covid, pochi clienti, pure quelli affezionati le hanno detto che dovranno stringere la cinghia. Anche un vestito in più pesa sul bilancio familiare. Claudia, invece, era al termine del corso di Medicina, un altro anno e avrebbe la laurea in tasca. Ha dovuto lasciare, ora ha un part time in un'azienda biomedica.
Romina Di Marcantonio, di Roma, non ha remore a parlare con La Verità della sua situazione. «Mio figlio Alessandro si è diplomato a giugno alla scuola alberghiera, doveva partire per Valencia per un progetto Erasmus ma con il Covid è saltato tutto. Ed è saltata anche l'iscrizione alla facoltà di Biologia. C'è il numero chiuso e soltanto per preparare l'esame di ingresso, tra libri e corsi online, avrei dovuto spendere circa 300 euro. Poi ci sono le rette universitarie, troppo care per il nostro budget familiare. Così abbiamo deciso di archiviare lo sbocco universitario. A settembre Alessandro comincerà a mandare il curriculum agli alberghi, ma con questa crisi che speranze può avere? Eppure prima del Covid la scuola alberghiera assicurava diverse opportunità di impiego. Anche l'Erasmus sarebbe stata una bella occasione, mio figlio era stato già contattato da una struttura per uno stage. Ora dobbiamo ricominciare e la strada è in salita».
Piero Notarnicola è il coordinatore padovano dell'Udu, l'Unione degli universitari, e dice che si stanno moltiplicando le segnalazioni di studenti che hanno problemi con gli affitti e il pagamento delle tasse. «C'è chi ha dovuto rescindere il contratto di locazione e chi non ha soldi per le rette universitarie anche se il pagamento è stato posticipato di un mese e mezzo. Chi non riceve soldi dai genitori perché in difficoltà economiche sta pensando di non continuare. E chi si manteneva con qualche lavoro ora lo ha perso». Piero poi riferisce le perplessità di tanti giovani rispetto alla didattica del prossimo anno. «Nessuno, nelle segreterie delle facoltà, è in grado di dare risposte chiare, ma un pendolare deve sapere come regolarsi con la locazione e se rinnovare l'abbonamento dei trasporti».
Enrico Gulluni, coordinatore nazionale dell'Udu, ha segnalato la gravità della situazione al ministro Gaetano Manfredi, ma non c'è stata risposta. «Tramite il Consiglio nazionale degli studenti abbiamo mandato alcune proposte come l'ampliamento della no tax area, per portare il tetto dagli attuali 20.000 euro a 30.000, e la richiesta di maggiori stanziamenti per le borse di studio. Nessun riscontro». Nel decreto Rilancio ci sono 1,4 miliardi per l'università, ma, sottolinea Gulluni, non viene affrontata l'emergenza. «Riceviamo ogni giorno centinaia di chiamate di studenti che hanno difficoltà a pagare la terza rata delle tasse. Avevamo chiesto che fosse annullata, siamo stati ignorati».
Uma Brandolino, coordinatrice Udu dell'Università statale Milano descrive un altro fenomeno. «Per risparmiare su alloggio e trasferimenti, alcune famiglie stanno privilegiando l'iscrizione dei figli nei piccoli atenei di prossimità. L'università grande e prestigiosa è ritenuta troppo costosa. La Statale di Milano, nonostante sia frequentata da molti fuori sede, non ha ancora ufficializzato come gestirà le lezioni, quante di queste saranno “in presenza" e come funzioneranno i laboratori. Questa incertezza sta inducendo tante famiglie di potenziali matricole a pensarci due volte prima di iscrivere i figli».
Anche chi esce dai licei comincia a interrogarsi sull'iscrizione all'università. «Il liceo ha sempre avuto come sbocco naturale, come completamento, l'accesso a un ateneo. Ma se già prima del Covid qualche genitore si interrogava sull'efficacia di questa scelta, ora con la crisi economica le perplessità sono aumentate» dice Davide Vespier, docente di Lettere al liceo classico Albertelli di Roma e consigliere nazionale ufficio scuola dell'Age, associazione di genitori. «La didattica a distanza è vista con diffidenza. Le famiglie si chiedono perché spendere tanti soldi e poi non avere dall'università il massimo. L'uso dei laboratori è sacrificato. Molti preferiscono orientare i figli verso corsi tecnici non universitari, meno costosi e considerati più utili per trovare lavoro».
«Questa crisi durerà. Il governo prolunghi gli sconti sulle rette»
«Il tema dell'iscrizione all'università delle famiglie esiste, per questo abbiamo messo in atto importanti misure cercando di scongiurare il calo delle immatricolazioni. Vedremo gli effetti a settembre. Sicuramente rispetto agli scorsi anni ci sono più difficoltà e maggiore sensibilità al problema. Le misure previste dal decreto Rilancio sui fondi a supporto della contribuzione studentesca andrebbero estese anche al prossimo anno. Dobbiamo stare attenti che la crisi economica non porti un indebolimento dell'alta formazione». Ferruccio Resta, rettore del Politecnico di Milano e presidente del Crui, la Conferenza dei rettori italiani, dice di aver avuto segnalazioni da vari atenei di questo trend in discesa delle iscrizioni.
Con che percentuali stanno diminuendo le iscrizioni?
«È prematuro tirare le somme, le iscrizioni sono ancora in corso. Ma spero che non si ripeta la situazione della crisi del 2008, quando ci fu una riduzione significativa. Ci sono voluti dieci anni per tornare ai valori precedenti. Solo nel 2018 abbiamo visto un recupero degli studenti che avevamo prima del 2008. Le crisi perdurano nel tempo».
Il Covid ci lascerà in eredità un'Italia più povera culturalmente?
«La crisi sanitaria della pandemia già oggi rischia di portare conseguenze dal punto di vista economico e quindi sociale quando costringe alcune famiglie a non investire più nel futuro dei loro figli e quindi del nostro Paese. Questo era un rischio su cui si è lavorato molto negli ultimi mesi. Il decreto Rilancio ha inserito oltre 200 milioni di euro dedicati a misure per ridurre o azzerare la contribuzione studentesca alle tasse universitarie. È stato un messaggio forte che ha permesso sia ai ceti più bassi di avere contribuzioni azzerate sia ai ceti medi di avere facilitazioni. Per il prossimo semestre ci sarà la possibilità di frequentare a distanza le lezioni, e questo permetterà di ridurre i costi di affitti e trasporti».
Ma la crisi non si esaurisce con il 2020. Le misure del decreto Rilancio non rischiano di essere un pannicello caldo?
«Questa crisi, è vero, non si chiuderà con l'anno accademico 2020-2021, quindi queste risorse andrebbero preventivate almeno per il prossimo triennio e quinquennio. La crisi economica ha dinamiche molto più lente di quella sanitaria, e prima che riparta l'economia, e con essa il potere d'acquisto delle nostre famiglie, passeranno ancora anni. La risposta quindi è stata efficace e tempestiva per l'anno accademico 2020-2021, ma il mio suggerimento è di mantenere la stessa efficacia per i prossimi anni per dare alle famiglie un segnale, la possibilità di iscrivere un figlio subito senza rischiare di trovarsi in difficoltà l'anno prossimo».
Alcune famiglie non sono convinte dell'efficacia delle lezioni a distanza, temono un calo della qualità. Temono di pagare tasse alte per avere poi una formazione scadente. Anche questo è un disincentivo a iscrivere un figlio?
«Noi siamo sempre abituati a vedere gli aspetti negativi. L'università italiana in meno di 15 giorni ha completamente trasportato tutta la didattica a distanza, il nostro è stato uno dei pochi Paesi a rispondere così. Oggi, a fine luglio, gli studenti hanno fatto esami e lauree come se non ci fosse stata la pandemia. È un risultato importante perché perdere i semestri sarebbe stato molto più gravoso per le famiglie. Avrebbe comportato posticipare le lauree e quindi l'ingresso nel mercato del lavoro dei propri figli. Gli atenei hanno agito con tempestività e assorbendo tutti i costi dell'emergenza».
Ma quando si tornerà nelle aule?
«Tutte le università stanno pianificando la ripresa delle lezioni in presenza per il prossimo semestre. È fondamentale il valore di essere in aula, delle relazioni sociali. Sarebbe triste mantenere l'università solo telematica».
Le lezioni in streaming hanno danneggiato anche quelle città che vivono dell'attività universitaria.
«È vero. Abbiamo una responsabilità non solo verso gli studenti ma anche verso i territori. L'indotto che l'università offre al tessuto cittadino, all'economia, è importante».
Siete anche pronti al rischio di una seconda ondata di contagi?
«Torneremo nelle aule ma con modalità tali da essere in grado di commutare immediatamente a distanza senza mettere in difficoltà nessuno e senza perdere un semestre. Qualora il comitato tecnico scientifico riducesse un po' i limiti del distanziamento, potremmo portare tutti in presenza. Stiamo ipotizzando un modello che permetta la frequenza in presenza o a completa distanza in base alla condizione della pandemia in autunno. Tutto questo ha dei costi. L'università italiana è in assoluto l'unica in Europa che riesce a erogare una didattica con costi medio bassi. Uno studente universitario in Germania e in Francia costa 10.000 euro all'anno mentre in Italia siamo lontani da questa cifra».
Alcune università del Sud hanno adottato incentivi per recuperare i giovani che avevano scelto di trasferirsi negli atenei del Nord. Ci sarà un'immigrazione di ritorno?
«Tutte le politiche che vogliono aiutare i ragazzi ben vengano, ma quelle che vogliono chiudere le persone dentro i confini non le condivido. La mobilità dei nostri giovani è un fattore importante».
Qual è la situazione al Politecnico di Milano?
«Abbiamo completato i test di ingresso con dei numeri paragonabili a quelli dell'anno scorso, chiuderemo le immatricolazioni nei primi giorni di agosto. In questo momento non registriamo un calo. Abbiamo ancora aperto il discorso delle iscrizioni di studenti internazionali. In Paesi che sono ancora al culmine della pandemia, come era da noi ad aprile, l'attenzione ora non è focalizzata sul rientro all'università ma su altre tematiche. Penso al Brasile, all'India, agli stati del Sud America».
Il calo delle immatricolazioni riguarderà soprattutto gli studenti stranieri?
«Cercheremo di aiutare anche gli studenti internazionali con l'erogazione della didattica a distanza fino a quando non potranno venire. Gli studenti cercano una università capace di garantire un investimento per il futuro, non rinunciano volentieri al loro domani. Superata la fase di emergenza nel loro Paese, torneranno nelle nostre città».
Chi è andato all'estero a studiare tornerà?
«Regno Unito e Usa, che erano destinazioni gettonate, oggi sono meno appetibili per colpa della pandemia. Sicuramente i ragazzi che andavano a studiare in quelle aree ora guarderanno ad altre università di qualità in giro per il mondo, quindi se noi avremo offerte formative di prestigio potremmo recuperarli».
Spariranno circa 10.000 studenti
Il Covid rischia di impoverire il Paese anche culturalmente, oltre che economicamente. Il virus potrebbe lasciarci in eredità una giovane generazione meno formata e l'università, da conquista per tutti, rischia di tornare ad essere lo sbocco per una élite, un lusso per pochi. Il fenomeno comincia ad essere rilevato dagli istituti di ricerca, anche se la conferma ci sarà solo in autunno quando arriveranno i dati completi delle immatricolazioni.
Svimez ha stimato che nel 2020-2021 circa 10.000 studenti potrebbero non iscriversi ai nostri atenei. Parliamo, per l'esattezza, di 9.500 studenti su scala nazionale, di cui 6.300 nel Mezzogiorno e i restanti 3.200 nel Centro Nord. Potrebbe riproporsi la situazione prodotta dalla crisi del 2008-2009, ma questa volta sarebbe più grave. Entrando nel dettaglio, la nota di Svimez, elaborata dal direttore Luca Bianchi e da Gaetano Vecchione (Svimez - Università Federico II Napoli), sottolinea come a fine mese si stimino approssimativamente 292.000 maturi al Centro Nord e circa 197.000 al Sud. La precedente crisi del 2008-2009 ha evidenziato una elevata elasticità del tasso di passaggio tra scuola e università legato all'indebolimento dei redditi delle famiglie soprattutto nel Mezzogiorno: alla luce di ciò, Svimez ha stimato una riduzione del tasso di proseguimento di 3,6 punti nel Mezzogiorno e di 1,5 nel Centro Nord. Già la precedente crisi economica, trascinatasi dal 2008 al 2013, aveva provocato un crollo delle iscrizioni alle università, soprattutto al Sud. In quegli anni la percentuale di chi usciva dalla scuola superiore e andava all'università è crollata di 8,3 punti. In un quinquennio ci sono state oltre 20.000 iscrizioni in meno nel Mezzogiorno. Nel Centro Nord il calo è stato di 2 punti percentuali circa.
Secondo l'Osservatorio talents venture, che analizza costantemente lo stato dell'università italiana e le opportunità occupazionali che offre ai suoi laureati, l'impatto del Covid sulle immatricolazioni potrebbe essere peggiore di quanto valuta Svimez. Considerato un calo del Pil del 9%, le nuove iscrizioni potrebbe ridursi di circa 35.000 unità (meno 11% rispetto all'anno precedente). In termini economici la perdita per gli atenei sarebbe pari a circa 46 milioni di euro di mancato gettito da tasse universitarie, ma molto maggiore se si considera l'indotto, tutto ciò che ruota attorno all'istruzione universitaria.
Gli istituti più colpiti potrebbero essere quelli che ospitano una concentrazione maggiore di studenti fuori sede tra cui quelli provenienti dall'estero, che non avrebbero più le risorse economiche necessarie per affrontare gli spostamenti e la vita lontano da casa. Il 30% di tutti gli studenti immatricolati fuori sede si concentra in 5 atenei: Bologna (9,6%), Ferrara (7,6%), Politecnico di Milano (4,9%), Politecnico di Torino (4,3%) e Cattolica (4,1%). L'ateneo di Ferrara, la Bocconi e l'Università di Trento, secondo una classifica elaborata dall'Osservatorio, sono i più esposti al rischio di crollo delle iscrizioni.
Il report contiene una valutazione di Moody's, secondo cui una contrazione della domanda di studenti internazionali cinesi (quelli più rappresentati in assoluto) potrebbe generare una crisi tra le università nel mondo. In Italia, gli atenei che potrebbero risentire di un'eventuale contrazione della domanda di studenti cinesi sono principalmente i Politecnici di Milano e Torino e l'ateneo statale di Firenze, i quali accolgono (in quote quasi uguali) il 48% degli studenti cinesi in Italia.
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Tasse e affitti troppo cari per budget familiari flagellati dal Covid, corsi compromessi dalla didattica a distanza, nessuna certezza di trovare lavoro. Così la laurea è diventata un lusso sacrificabile. «Questa crisi durerà. Il governo prolunghi gli sconti sulle rette». Il presidente della Conferenza rettori, Ferruccio Resta: «Va scongiurato un crollo delle iscrizioni come nel 2008. Ci vollero 10 anni per recuperare». Spariranno circa 10.000 studenti. Secondo Svimez due terzi del calo riguarderanno gli atenei del Mezzogiorno. Rincara l'Osservatorio talents venture: 35.000 le matricole in meno, giù dell'11% rispetto al 2019. Lo speciale comprende tre articoli. «Mia figlia Giulia voleva arrivare alla laurea magistrale in Scienze dell'educazione, due anni in più e avrebbe coronato il suo sogno oltre ad avere più possibilità di superare i concorsi. Invece, ci si è posto il problema se far continuare a nostra figlia il percorso universitario. Il Covid ci ha colpito duramente. Giulia è stata contagiata, abbiamo dovuto affrontare ingenti spese per le cure, non ancora terminate. Ma anche le prospettive future ci preoccupano». La storia di Massimo Malagoli, di Modena, responsabile comunicazione dell'associazione dei genitori delle scuole paritarie, Agesc, è simile a quella di tante famiglie colpite dalla crisi scatenata dalla pandemia. È la storia di quel ceto medio che fino a tre mesi fa viveva senza problemi e riusciva a disegnare, anche con sacrifici, la strada per i propri figli. Ora quelle stesse famiglie sono costrette a tagliare su tutto. E non basta più rinunciare alla cena fuori, alle vacanze, al parrucchiere, al vestito in più. Le forbici arrivano anche sulla formazione. L'università diventa un lusso. «Per altri due anni di corsi avremmo dovuto spendere circa 9.000 euro, 4.500 l'anno, senza la certezza di un'occupazione. Così ho detto a Giulia che è meglio impiegare quel tempo per cercare un impiego e poi, semmai, completare la formazione». A preoccupare Massimo oltre all'incertezza economica è anche la preparazione offerta dall'ateneo. «Gli ultimi esami sono stati fatti in modo superficiale e le lezioni a distanza erano carenti di approfondimento. Tanti genitori si lamentano della conclusione, pessima, di questo anno universitario e si interrogano sull'opportunità di sobbarcarsi tasse e rette a fronte di una formazione che chissà per quanto tempo ancora continuerà a essere erogata da remoto e in modo approssimativo. Le lezioni online non possono sostituire quelle in presenza». Conclude Malagoli: «Lo studio universitario sta diventando per tanti genitori una voce da tagliare, come la colazione al bar o l'abbigliamento». Claudio Mazzoleni ha un figlio al terzo anno di Ingegneria alla Statale di Milano. «Interrompere a metà il suo percorso universitario e stata una scelta sofferta perché lui è in gamba, ha sempre avuto ottimi voti e voleva continuare, ma non ce la faccio. Dovrà cercare un lavoro». Claudio, 60 anni, con una brillante carriera di architetto in uno studio, ora è in cassa integrazione. «Lavoro a settimane alterne, non riesco ad andare avanti. Sto pensando alla pensione: anche se sarà un assegno basso, almeno è una certezza. Mio figlio è una risorsa sprecata». Alle associazioni dei genitori arrivano sempre più numerose le testimonianze di famiglie che non ce la fanno a far continuare gli studi ai figli, dice Malagoli. C'è tanto pudore nel parlare, vergogna nell'esporsi in prima persona, nell'esprimere una condizione di disagio economico, soprattutto nelle città di provincia dove tutti si conoscono. Siamo a Brescia e un'associazione di genitori riferisce la storia di Roberto, 21 anni: era iscritto ad Architettura, ha rinunciato a proseguire, non arriverà alla laurea; ha trovato un lavoro part time presso una bottega artigiana. Il padre è in cassa integrazione e la madre pur avendo un negozio di abbigliamento non riesce a garantire una solidità economica. Con il Covid, pochi clienti, pure quelli affezionati le hanno detto che dovranno stringere la cinghia. Anche un vestito in più pesa sul bilancio familiare. Claudia, invece, era al termine del corso di Medicina, un altro anno e avrebbe la laurea in tasca. Ha dovuto lasciare, ora ha un part time in un'azienda biomedica. Romina Di Marcantonio, di Roma, non ha remore a parlare con La Verità della sua situazione. «Mio figlio Alessandro si è diplomato a giugno alla scuola alberghiera, doveva partire per Valencia per un progetto Erasmus ma con il Covid è saltato tutto. Ed è saltata anche l'iscrizione alla facoltà di Biologia. C'è il numero chiuso e soltanto per preparare l'esame di ingresso, tra libri e corsi online, avrei dovuto spendere circa 300 euro. Poi ci sono le rette universitarie, troppo care per il nostro budget familiare. Così abbiamo deciso di archiviare lo sbocco universitario. A settembre Alessandro comincerà a mandare il curriculum agli alberghi, ma con questa crisi che speranze può avere? Eppure prima del Covid la scuola alberghiera assicurava diverse opportunità di impiego. Anche l'Erasmus sarebbe stata una bella occasione, mio figlio era stato già contattato da una struttura per uno stage. Ora dobbiamo ricominciare e la strada è in salita». Piero Notarnicola è il coordinatore padovano dell'Udu, l'Unione degli universitari, e dice che si stanno moltiplicando le segnalazioni di studenti che hanno problemi con gli affitti e il pagamento delle tasse. «C'è chi ha dovuto rescindere il contratto di locazione e chi non ha soldi per le rette universitarie anche se il pagamento è stato posticipato di un mese e mezzo. Chi non riceve soldi dai genitori perché in difficoltà economiche sta pensando di non continuare. E chi si manteneva con qualche lavoro ora lo ha perso». Piero poi riferisce le perplessità di tanti giovani rispetto alla didattica del prossimo anno. «Nessuno, nelle segreterie delle facoltà, è in grado di dare risposte chiare, ma un pendolare deve sapere come regolarsi con la locazione e se rinnovare l'abbonamento dei trasporti». Enrico Gulluni, coordinatore nazionale dell'Udu, ha segnalato la gravità della situazione al ministro Gaetano Manfredi, ma non c'è stata risposta. «Tramite il Consiglio nazionale degli studenti abbiamo mandato alcune proposte come l'ampliamento della no tax area, per portare il tetto dagli attuali 20.000 euro a 30.000, e la richiesta di maggiori stanziamenti per le borse di studio. Nessun riscontro». Nel decreto Rilancio ci sono 1,4 miliardi per l'università, ma, sottolinea Gulluni, non viene affrontata l'emergenza. «Riceviamo ogni giorno centinaia di chiamate di studenti che hanno difficoltà a pagare la terza rata delle tasse. Avevamo chiesto che fosse annullata, siamo stati ignorati». Uma Brandolino, coordinatrice Udu dell'Università statale Milano descrive un altro fenomeno. «Per risparmiare su alloggio e trasferimenti, alcune famiglie stanno privilegiando l'iscrizione dei figli nei piccoli atenei di prossimità. L'università grande e prestigiosa è ritenuta troppo costosa. La Statale di Milano, nonostante sia frequentata da molti fuori sede, non ha ancora ufficializzato come gestirà le lezioni, quante di queste saranno “in presenza" e come funzioneranno i laboratori. Questa incertezza sta inducendo tante famiglie di potenziali matricole a pensarci due volte prima di iscrivere i figli». Anche chi esce dai licei comincia a interrogarsi sull'iscrizione all'università. «Il liceo ha sempre avuto come sbocco naturale, come completamento, l'accesso a un ateneo. Ma se già prima del Covid qualche genitore si interrogava sull'efficacia di questa scelta, ora con la crisi economica le perplessità sono aumentate» dice Davide Vespier, docente di Lettere al liceo classico Albertelli di Roma e consigliere nazionale ufficio scuola dell'Age, associazione di genitori. «La didattica a distanza è vista con diffidenza. Le famiglie si chiedono perché spendere tanti soldi e poi non avere dall'università il massimo. L'uso dei laboratori è sacrificato. 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Le misure previste dal decreto Rilancio sui fondi a supporto della contribuzione studentesca andrebbero estese anche al prossimo anno. Dobbiamo stare attenti che la crisi economica non porti un indebolimento dell'alta formazione». Ferruccio Resta, rettore del Politecnico di Milano e presidente del Crui, la Conferenza dei rettori italiani, dice di aver avuto segnalazioni da vari atenei di questo trend in discesa delle iscrizioni. Con che percentuali stanno diminuendo le iscrizioni? «È prematuro tirare le somme, le iscrizioni sono ancora in corso. Ma spero che non si ripeta la situazione della crisi del 2008, quando ci fu una riduzione significativa. Ci sono voluti dieci anni per tornare ai valori precedenti. Solo nel 2018 abbiamo visto un recupero degli studenti che avevamo prima del 2008. Le crisi perdurano nel tempo». Il Covid ci lascerà in eredità un'Italia più povera culturalmente? «La crisi sanitaria della pandemia già oggi rischia di portare conseguenze dal punto di vista economico e quindi sociale quando costringe alcune famiglie a non investire più nel futuro dei loro figli e quindi del nostro Paese. Questo era un rischio su cui si è lavorato molto negli ultimi mesi. Il decreto Rilancio ha inserito oltre 200 milioni di euro dedicati a misure per ridurre o azzerare la contribuzione studentesca alle tasse universitarie. È stato un messaggio forte che ha permesso sia ai ceti più bassi di avere contribuzioni azzerate sia ai ceti medi di avere facilitazioni. Per il prossimo semestre ci sarà la possibilità di frequentare a distanza le lezioni, e questo permetterà di ridurre i costi di affitti e trasporti». Ma la crisi non si esaurisce con il 2020. Le misure del decreto Rilancio non rischiano di essere un pannicello caldo? «Questa crisi, è vero, non si chiuderà con l'anno accademico 2020-2021, quindi queste risorse andrebbero preventivate almeno per il prossimo triennio e quinquennio. La crisi economica ha dinamiche molto più lente di quella sanitaria, e prima che riparta l'economia, e con essa il potere d'acquisto delle nostre famiglie, passeranno ancora anni. La risposta quindi è stata efficace e tempestiva per l'anno accademico 2020-2021, ma il mio suggerimento è di mantenere la stessa efficacia per i prossimi anni per dare alle famiglie un segnale, la possibilità di iscrivere un figlio subito senza rischiare di trovarsi in difficoltà l'anno prossimo». Alcune famiglie non sono convinte dell'efficacia delle lezioni a distanza, temono un calo della qualità. Temono di pagare tasse alte per avere poi una formazione scadente. Anche questo è un disincentivo a iscrivere un figlio? «Noi siamo sempre abituati a vedere gli aspetti negativi. L'università italiana in meno di 15 giorni ha completamente trasportato tutta la didattica a distanza, il nostro è stato uno dei pochi Paesi a rispondere così. Oggi, a fine luglio, gli studenti hanno fatto esami e lauree come se non ci fosse stata la pandemia. È un risultato importante perché perdere i semestri sarebbe stato molto più gravoso per le famiglie. Avrebbe comportato posticipare le lauree e quindi l'ingresso nel mercato del lavoro dei propri figli. Gli atenei hanno agito con tempestività e assorbendo tutti i costi dell'emergenza». Ma quando si tornerà nelle aule? «Tutte le università stanno pianificando la ripresa delle lezioni in presenza per il prossimo semestre. È fondamentale il valore di essere in aula, delle relazioni sociali. Sarebbe triste mantenere l'università solo telematica». Le lezioni in streaming hanno danneggiato anche quelle città che vivono dell'attività universitaria. «È vero. Abbiamo una responsabilità non solo verso gli studenti ma anche verso i territori. L'indotto che l'università offre al tessuto cittadino, all'economia, è importante». Siete anche pronti al rischio di una seconda ondata di contagi? «Torneremo nelle aule ma con modalità tali da essere in grado di commutare immediatamente a distanza senza mettere in difficoltà nessuno e senza perdere un semestre. Qualora il comitato tecnico scientifico riducesse un po' i limiti del distanziamento, potremmo portare tutti in presenza. Stiamo ipotizzando un modello che permetta la frequenza in presenza o a completa distanza in base alla condizione della pandemia in autunno. Tutto questo ha dei costi. L'università italiana è in assoluto l'unica in Europa che riesce a erogare una didattica con costi medio bassi. Uno studente universitario in Germania e in Francia costa 10.000 euro all'anno mentre in Italia siamo lontani da questa cifra». Alcune università del Sud hanno adottato incentivi per recuperare i giovani che avevano scelto di trasferirsi negli atenei del Nord. Ci sarà un'immigrazione di ritorno? «Tutte le politiche che vogliono aiutare i ragazzi ben vengano, ma quelle che vogliono chiudere le persone dentro i confini non le condivido. La mobilità dei nostri giovani è un fattore importante». Qual è la situazione al Politecnico di Milano? «Abbiamo completato i test di ingresso con dei numeri paragonabili a quelli dell'anno scorso, chiuderemo le immatricolazioni nei primi giorni di agosto. In questo momento non registriamo un calo. Abbiamo ancora aperto il discorso delle iscrizioni di studenti internazionali. In Paesi che sono ancora al culmine della pandemia, come era da noi ad aprile, l'attenzione ora non è focalizzata sul rientro all'università ma su altre tematiche. Penso al Brasile, all'India, agli stati del Sud America». Il calo delle immatricolazioni riguarderà soprattutto gli studenti stranieri? «Cercheremo di aiutare anche gli studenti internazionali con l'erogazione della didattica a distanza fino a quando non potranno venire. Gli studenti cercano una università capace di garantire un investimento per il futuro, non rinunciano volentieri al loro domani. Superata la fase di emergenza nel loro Paese, torneranno nelle nostre città». Chi è andato all'estero a studiare tornerà? «Regno Unito e Usa, che erano destinazioni gettonate, oggi sono meno appetibili per colpa della pandemia. Sicuramente i ragazzi che andavano a studiare in quelle aree ora guarderanno ad altre università di qualità in giro per il mondo, quindi se noi avremo offerte formative di prestigio potremmo recuperarli». <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/universita-la-grande-fuga-2646804221.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="spariranno-circa-10-000-studenti" data-post-id="2646804221" data-published-at="1595801702" data-use-pagination="False"> Spariranno circa 10.000 studenti Il Covid rischia di impoverire il Paese anche culturalmente, oltre che economicamente. Il virus potrebbe lasciarci in eredità una giovane generazione meno formata e l'università, da conquista per tutti, rischia di tornare ad essere lo sbocco per una élite, un lusso per pochi. Il fenomeno comincia ad essere rilevato dagli istituti di ricerca, anche se la conferma ci sarà solo in autunno quando arriveranno i dati completi delle immatricolazioni. Svimez ha stimato che nel 2020-2021 circa 10.000 studenti potrebbero non iscriversi ai nostri atenei. Parliamo, per l'esattezza, di 9.500 studenti su scala nazionale, di cui 6.300 nel Mezzogiorno e i restanti 3.200 nel Centro Nord. Potrebbe riproporsi la situazione prodotta dalla crisi del 2008-2009, ma questa volta sarebbe più grave. Entrando nel dettaglio, la nota di Svimez, elaborata dal direttore Luca Bianchi e da Gaetano Vecchione (Svimez - Università Federico II Napoli), sottolinea come a fine mese si stimino approssimativamente 292.000 maturi al Centro Nord e circa 197.000 al Sud. La precedente crisi del 2008-2009 ha evidenziato una elevata elasticità del tasso di passaggio tra scuola e università legato all'indebolimento dei redditi delle famiglie soprattutto nel Mezzogiorno: alla luce di ciò, Svimez ha stimato una riduzione del tasso di proseguimento di 3,6 punti nel Mezzogiorno e di 1,5 nel Centro Nord. Già la precedente crisi economica, trascinatasi dal 2008 al 2013, aveva provocato un crollo delle iscrizioni alle università, soprattutto al Sud. In quegli anni la percentuale di chi usciva dalla scuola superiore e andava all'università è crollata di 8,3 punti. In un quinquennio ci sono state oltre 20.000 iscrizioni in meno nel Mezzogiorno. Nel Centro Nord il calo è stato di 2 punti percentuali circa. Secondo l'Osservatorio talents venture, che analizza costantemente lo stato dell'università italiana e le opportunità occupazionali che offre ai suoi laureati, l'impatto del Covid sulle immatricolazioni potrebbe essere peggiore di quanto valuta Svimez. Considerato un calo del Pil del 9%, le nuove iscrizioni potrebbe ridursi di circa 35.000 unità (meno 11% rispetto all'anno precedente). In termini economici la perdita per gli atenei sarebbe pari a circa 46 milioni di euro di mancato gettito da tasse universitarie, ma molto maggiore se si considera l'indotto, tutto ciò che ruota attorno all'istruzione universitaria. Gli istituti più colpiti potrebbero essere quelli che ospitano una concentrazione maggiore di studenti fuori sede tra cui quelli provenienti dall'estero, che non avrebbero più le risorse economiche necessarie per affrontare gli spostamenti e la vita lontano da casa. Il 30% di tutti gli studenti immatricolati fuori sede si concentra in 5 atenei: Bologna (9,6%), Ferrara (7,6%), Politecnico di Milano (4,9%), Politecnico di Torino (4,3%) e Cattolica (4,1%). L'ateneo di Ferrara, la Bocconi e l'Università di Trento, secondo una classifica elaborata dall'Osservatorio, sono i più esposti al rischio di crollo delle iscrizioni. Il report contiene una valutazione di Moody's, secondo cui una contrazione della domanda di studenti internazionali cinesi (quelli più rappresentati in assoluto) potrebbe generare una crisi tra le università nel mondo. In Italia, gli atenei che potrebbero risentire di un'eventuale contrazione della domanda di studenti cinesi sono principalmente i Politecnici di Milano e Torino e l'ateneo statale di Firenze, i quali accolgono (in quote quasi uguali) il 48% degli studenti cinesi in Italia.
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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