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2024-11-26
Banche, Unicredit vuole Bpm. La Lega insorge: «Va fermata»
Andrea Orcel (Getty Images)
Unicredit ha sganciato la bomba all’alba, quasi tre ore prima dell’apertura di Piazza Affari: il gruppo guidato da Andrea Orcel ha promosso un’offerta pubblica di scambio volontaria sulla totalità delle azioni del Banco Bpm. Scombinando i piani del governo Meloni (e non solo) che qualche settimana fa ceduto il 15% del Monte dei Paschi e una quota (il 5%) è stata acquisita proprio dal Banco Bpm lasciando la porta aperta alla nascita di un terzo polo bancario con l’istituto di Piazza Meda a fare da pivot. Ieri Orcel ha sparigliato le carte e ribaltato le mosse del risiko del credito.
Vediamo perché e partiamo dai dettagli dell’operazione lanciata da Unicredit che entro 20 giorni presenterà a Consob il documento di offerta che ha un controvalore complessivo, in caso di integrale adesione, di quasi 10,1 miliardi (cioè 6,657 euro per azione di Banco Bpm). L’offerta pubblica di scambio (Ops) è una tipologia di offerta pubblica che utilizza le azioni dell’offerente, in questo caso Unicredit, per comprare quelle della preda. Viene per questo definita «carta contro carta» a differenza dall’Opa, che utilizza i contanti, e dall’Opas, che avviene in parte in contanti e in parte in carta, cioè in titoli azionari. Per finanziare la sua proposta l’offerente, a meno che non disponga di un grosso pacchetto di azioni proprie, vara un aumento di capitale al servizio dell’offerta, con il quale genera le azioni che verranno scambiate con quelle della preda. In questo caso l’Ops esprime un premio dello 0,5% rispetto al prezzo ufficiale delle azioni dell’istituto guidato da Giuseppe Castagna di venerdì scorso. A supporto dell’offerta, Unicredit lancerà un aumento di capitale di nuove azioni destinate a essere scambiate con quelle del Banco. Aumento che dovrà essere approvato dall’assemblea straordinaria fissata per il prossimo 10 aprile. Entro 20 giorni verranno intanto presentate anche le richieste delle autorizzazioni a Bce, Banca d’Italia e Ivass anche per la quota di controllo in Anima (su cui il Banco ha lanciato l’offerta lo scorso 6 novembre) e le altre controllate. L’intera operazione, stima il gruppo, potrebbe poi chiudersi entro giugno. L’offerta sarà comunque efficace se Unicredit verrà a detenere almeno il 66,67% di Banco Bpm. Che verrà poi incorporata e ritirata dal listino milanese. Dove ieri il titolo della banca di Castagna ha guadagnato il 5,48% a 7 euro (oggi si riunirà il cda) mentre quello di Unicredit ha ceduto il 4,7% a 36,2 euro.
Quali sono gli obiettivi dichiarati della mossa su Piazza Meda? In una conferenza telefonica con gli analisti ieri l’ad Orcel ha sottolineato che «l’Europa ha bisogno di banche più forti e più grandi che la aiutino a sviluppare la propria economia e a competere contro gli altri principali blocchi economici». In dote il Banco Bpm porta 4 milioni di clienti. Con un’eventuale fusione Unicredit raddoppierebbe la quota di mercato per filiali nel Nord Italia (area in cui il Banco dispone di oltre 1.000 filiali), diventerebbe la terza banca europea e vedrebbe anche salire la quota di mercato nel Nord Italia dall’11 al 20% mentre la quota nazionale in termini di volumi intermediati salirà dal 9 al 15% e quella dei depositi dal 9% al 14%. Le sinergie di costo sono stimate in 900 milioni e quelle da ricavi in 300 milioni mente i costi di integrazione sono di 2 miliardi. Orcel aveva già tentato per la prima volta di rilevare il Banco di Castagna due anni fa, ma l’operazione venne ostacolata da una fuga di notizie che ha fatto salire il prezzo delle azioni. Nel 2021 la stessa Unicredit rinunciò a un potenziale accordo con il governo italiano per rilevare il Monte dei Paschi. Ieri, Orcel agli analisti ha chiarito di non avere per ora «alcuna ambizione su Mps». Ha invece confermato di voler portare avanti le discussioni relative a Commerzbank (che sono state già prolungate nel rispetto delle elezioni di febbraio in Germania). Così come è stata confermata la politica di distribuzione dei dividendi e il dividendo 2024.
La mossa di Orcel potrebbe avere un impatto anche su altri tavoli, come quello del risparmio gestito, e su altre partite, come quella che si giocherà a primavera 2025 sulla governance delle Generali. Per valutarne gli effetti bisogna scattare una fotografia di azionisti e accordi commerciali. Il primo socio di Unicredit, public company controllata per oltre l’85% da investitori professionali, è Blackrock con il 6,8%, seguito da Allianz con il 4,1% e da Vanguard con il 3,9%. Nel capitale della banca di Orcel c’è anche Delfin, la cassaforte della famiglia Del Vecchio, che nei giorni scorsi ha rilevato una parte della quota di Mps (circa il 3,5%) ceduta dal Tesoro al fianco del Banco Bpm e di Francesco Gaetano Caltagirone (che aveva comprato un altro 3,5%). Delfin non sapeva nulla della mossa a sorpresa di Unicredit, riferiscono alcune agenzie di stampa citando ambienti vicini alla holding degli eredi del patron di Luxottica. Sia Delfin sia Caltagirone sono anche azionisti di Mediobanca (rispettivamente con il 19,8% e il 7,7%) che possiede il 13,1% delle Generali (di cui Delfin ha il 9,9% e Caltagirone circa il 7%). Ed è curioso che proprio ieri il Financial Times abbia rilanciato un’indiscrezione secondo cui la francese Natixis starebbe trattando con la compagnia triestina per una possibile alleanza strategica che darebbe vita a un gigante Ue del risparmio gestito da oltre 2.000 miliardi. Attenzione, infatti, agli altri intrecci societari in questo settore. Il Banco Bpm ha da poco lanciato un’Opa su Anima (di cui è azionista anche Caltagirone, con il 3,5%, che è anche socio del Banco Bpm, con oltre l’1%). «Se Banco Bpm vuole alzare l’offerta su Anima dovrà convocare l’assemblea», ha detto ieri Orcel agli analisti sottolineando che l’assenza di modifiche all’Opa è tra le condizioni di efficacia dell’Ops sul Banco. Anima, ricordiamolo, ha rilevato un 3% della quota di Mps ceduta dal Mef che, sommata all’1% già in suo possesso, ha portato la sua partecipazione nel Monte al 4%. Nessun commento è arrivato ieri dal Crédit agricole, primo azionista del Banco Bpm con poco meno del 10%. Unicredit ha anche un contratto in scadenza nel 2027 con il più grande gestore patrimoniale europeo, Amundi. Che è di proprietà del Crédit agricole e che ha investito in Anima per conto dei suoi clienti.
In mezzo a questo rompicapo, resta una domanda: di fronte alla mossa di Orcel sul Banco Bpm ci sarà una reazione sullo scacchiere del risiko dell’altra big del credito italiano, ovvero Intesa Sanpaolo?
E Orcel fa sbroccare Giorgetti: «Per noi è no. C’è il golden power»
La Lega l’ha presa molto male. D’altronde meno di due settimane fa aveva celebrato l’operazione di Banco Bpm su Mps come il ritorno dell’italianità. Un modo agli occhi dei leghisti di terminare il percorso di risanamento di Mps e soprattutto l’occasione per creare l’asse virtuale tra il mondo che un tempo era della Padania e Siena, ex feudo rosso. Ieri mattina alle 6 e mezza il Mef ha appreso come un comune mortale la notizia dell’Offerta di pubblico scambio immessa sul mercato da Unicredit. La comunicazione della banca guidata da Andrea Orcel ha fatto sapere al mercato di offrire uno scambio di azioni con Banco Bpm sulla totalità delle quote. Una operazione carta contro carta che vale una decina di miliardi e sconta il peso di Unicredit, all’incirca dieci volte quello dell’istituto guidato da Giuseppe Castagna.
Non è certo un gossip, ma notizia il fatto che Unicredit non abbia avvisato né il governo né il Mef. Almeno così risulta alla Verità. Così come al contrario risulta che la Bce abbia ricevuto congrue comunicazioni. Da qui scaturisce sicuramente una parte delle reazioni sia di Matteo Salvini sia del titolare del Mef Giancarlo Giorgetti. Il secondo nel corso della giornata di ieri ha voluto precisare di essere stato informato ma di non condividere l’operazione. «Come è noto esiste il golden power, il governo farà le sue valutazioni», ha detto il ministro, «valuterà attentamente quando Unicredit invierà la sua proposta». Giorgetti ha poi citato Von Clausewitz: «Il modo più sicuro per perdere la guerra è impegnarsi su due fronti, poi chissà, magari questa volta questa regola non sarà vera». Il riferimento è alla Germania e al tentativo di scalata messo in atto su Commerzbank, suggerendo implicitamente a Orcel di guardare solo all’estero. Salvini ha messo il carico da undici ed espresso forti perplessità sull’operazione: «Non vorrei che qualcuno volesse fermare l’accordo tra Banco Bpm e Mps per fare un favore ad altri», ha commentato tirando in ballo Banca d’Italia. Premesso che il tema specifico è di competenza della Bce e che la strada del golden power si applicherà con difficoltà (sebbene la notifica sia obbligatoria) a una banca italiana che fa una operazione di mercato su un’altra banca, lo stop leghista e di govenro resta un punto delicato e di matrice totalmente politica. Innanzitutto, in Unicredit si ricordano benissimo che cosa è accaduto nell’ottobre del 2021, quando la banca già all’epoca guidata da Orcel muoveva su Mps. Tensioni sul prezzo fecero saltare l’operazione. Ma ricordano anche che cosa è accaduto nel febbraio del 2022. In quell’occasione Unicredit muoveva guarda caso su Banco Bpm. Indiscrezioni di stampa tolsero il velo di segretezza e imposero l’addio al blitz. Dalle parti di Milano tutti convinti che la notizia fosse trapelata dai corridoi del Mef che aveva in mente altre strade. Non stupisce che Unicredit abbia tirato su un muro. Per essere sicura di non dover assistere a un bis. L’alzata di scudi da parte di Giorgetti dimostra anche un’altra frizione. Per l’ennesima volta si capisce che è venuto meno il dialogo tra un pezzo di finanza italiana, quello che ha sede a Milano, e il governo. La mossa di Orcel, se dovesse andare in porto, scombussolerebbe i piani di Banco Bpm sul Monte dei Paschi ma soprattutto rimescolerebbe il risiko del risparmio gestito che a sua volta Castagna aveva approcciato con la collaborazione del gruppo Caltagirone e di Delfin, guidata da Francesco Milleri. D’altronde si troverebbero comunque al centro del risiko. Da una parte o dall’altra. Delfin ha quote di Unicredit ed entrambe hanno partecipazioni in Anima, Mps e Banco Bpm. Il che ci riporta per prima cosa al futuro di Mps. Ieri Orcel ha tenuto a precisare di non essere interessato. Allora a chi potrebbe vendere la quota, inferiore al 10%, che prenderebbe in carico mangiandosi Banco Bpm? Potrebbe esserci Unipol interessata. Come la vivrebbe il governo? Come uno smacco. D’altronde non si può non notare che l’attuale presidente di Unicredit si chiama Pier Carlo Padoan e quello di Banco Bpm Massimo Tononi. Nessuno dei due ha un background vicino al centrodestra. Forse Salvini si riferiva a questo possibile asse dicendo che l’intervento di Unicredit su Mps potrebbe favorire altri. Al momento è una ipotesi come è una ipotesi il possibile ruolo di Crédit agricole. La banca francese che detiene una quota di Banco Bpm è stata informata? Ci sarebbe magari un accordo per la liquidazione e uno scambio di vedute sulla parte di risparmio gestito (Amundi è controllato da Credit agricole) oppure come sostengono alcuni analisti Unicredit si sarebbe mossa proprio per anticipare i francesi che erano rimasti incastrati dentro l’operazione di Castagna? Vista la battaglia sull’italianità difficile immaginare che la seconda ipotesi se fosse vera non sarebbe stata sventolata. In ogni caso adesso la palla passa al mercato. Spetta alle Borse dire se il futuro del terzo polo sarà dentro una public company in cui il ceo conta molto oppure potrà tornare a un livello più locale nel quale la politica ha più voce in capitolo.
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Ops sul Banco, che ha appena lanciato una scalata su Anima e preso una fetta di Mps. Nascerebbe il terzo istituto in Europa.Lega furiosa: il Mef non è stato informato dell’operazione che scompagina i piani sul Monte. Ma per il governo sarà difficile intervenire. Comunicazioni, invece, alla Bce. S’allarga la distanza fra Roma e la finanza milanese.Lo speciale contiene due articoli.Unicredit ha sganciato la bomba all’alba, quasi tre ore prima dell’apertura di Piazza Affari: il gruppo guidato da Andrea Orcel ha promosso un’offerta pubblica di scambio volontaria sulla totalità delle azioni del Banco Bpm. Scombinando i piani del governo Meloni (e non solo) che qualche settimana fa ceduto il 15% del Monte dei Paschi e una quota (il 5%) è stata acquisita proprio dal Banco Bpm lasciando la porta aperta alla nascita di un terzo polo bancario con l’istituto di Piazza Meda a fare da pivot. Ieri Orcel ha sparigliato le carte e ribaltato le mosse del risiko del credito. Vediamo perché e partiamo dai dettagli dell’operazione lanciata da Unicredit che entro 20 giorni presenterà a Consob il documento di offerta che ha un controvalore complessivo, in caso di integrale adesione, di quasi 10,1 miliardi (cioè 6,657 euro per azione di Banco Bpm). L’offerta pubblica di scambio (Ops) è una tipologia di offerta pubblica che utilizza le azioni dell’offerente, in questo caso Unicredit, per comprare quelle della preda. Viene per questo definita «carta contro carta» a differenza dall’Opa, che utilizza i contanti, e dall’Opas, che avviene in parte in contanti e in parte in carta, cioè in titoli azionari. Per finanziare la sua proposta l’offerente, a meno che non disponga di un grosso pacchetto di azioni proprie, vara un aumento di capitale al servizio dell’offerta, con il quale genera le azioni che verranno scambiate con quelle della preda. In questo caso l’Ops esprime un premio dello 0,5% rispetto al prezzo ufficiale delle azioni dell’istituto guidato da Giuseppe Castagna di venerdì scorso. A supporto dell’offerta, Unicredit lancerà un aumento di capitale di nuove azioni destinate a essere scambiate con quelle del Banco. Aumento che dovrà essere approvato dall’assemblea straordinaria fissata per il prossimo 10 aprile. Entro 20 giorni verranno intanto presentate anche le richieste delle autorizzazioni a Bce, Banca d’Italia e Ivass anche per la quota di controllo in Anima (su cui il Banco ha lanciato l’offerta lo scorso 6 novembre) e le altre controllate. L’intera operazione, stima il gruppo, potrebbe poi chiudersi entro giugno. L’offerta sarà comunque efficace se Unicredit verrà a detenere almeno il 66,67% di Banco Bpm. Che verrà poi incorporata e ritirata dal listino milanese. Dove ieri il titolo della banca di Castagna ha guadagnato il 5,48% a 7 euro (oggi si riunirà il cda) mentre quello di Unicredit ha ceduto il 4,7% a 36,2 euro.Quali sono gli obiettivi dichiarati della mossa su Piazza Meda? In una conferenza telefonica con gli analisti ieri l’ad Orcel ha sottolineato che «l’Europa ha bisogno di banche più forti e più grandi che la aiutino a sviluppare la propria economia e a competere contro gli altri principali blocchi economici». In dote il Banco Bpm porta 4 milioni di clienti. Con un’eventuale fusione Unicredit raddoppierebbe la quota di mercato per filiali nel Nord Italia (area in cui il Banco dispone di oltre 1.000 filiali), diventerebbe la terza banca europea e vedrebbe anche salire la quota di mercato nel Nord Italia dall’11 al 20% mentre la quota nazionale in termini di volumi intermediati salirà dal 9 al 15% e quella dei depositi dal 9% al 14%. Le sinergie di costo sono stimate in 900 milioni e quelle da ricavi in 300 milioni mente i costi di integrazione sono di 2 miliardi. Orcel aveva già tentato per la prima volta di rilevare il Banco di Castagna due anni fa, ma l’operazione venne ostacolata da una fuga di notizie che ha fatto salire il prezzo delle azioni. Nel 2021 la stessa Unicredit rinunciò a un potenziale accordo con il governo italiano per rilevare il Monte dei Paschi. Ieri, Orcel agli analisti ha chiarito di non avere per ora «alcuna ambizione su Mps». Ha invece confermato di voler portare avanti le discussioni relative a Commerzbank (che sono state già prolungate nel rispetto delle elezioni di febbraio in Germania). Così come è stata confermata la politica di distribuzione dei dividendi e il dividendo 2024.La mossa di Orcel potrebbe avere un impatto anche su altri tavoli, come quello del risparmio gestito, e su altre partite, come quella che si giocherà a primavera 2025 sulla governance delle Generali. Per valutarne gli effetti bisogna scattare una fotografia di azionisti e accordi commerciali. Il primo socio di Unicredit, public company controllata per oltre l’85% da investitori professionali, è Blackrock con il 6,8%, seguito da Allianz con il 4,1% e da Vanguard con il 3,9%. Nel capitale della banca di Orcel c’è anche Delfin, la cassaforte della famiglia Del Vecchio, che nei giorni scorsi ha rilevato una parte della quota di Mps (circa il 3,5%) ceduta dal Tesoro al fianco del Banco Bpm e di Francesco Gaetano Caltagirone (che aveva comprato un altro 3,5%). Delfin non sapeva nulla della mossa a sorpresa di Unicredit, riferiscono alcune agenzie di stampa citando ambienti vicini alla holding degli eredi del patron di Luxottica. Sia Delfin sia Caltagirone sono anche azionisti di Mediobanca (rispettivamente con il 19,8% e il 7,7%) che possiede il 13,1% delle Generali (di cui Delfin ha il 9,9% e Caltagirone circa il 7%). Ed è curioso che proprio ieri il Financial Times abbia rilanciato un’indiscrezione secondo cui la francese Natixis starebbe trattando con la compagnia triestina per una possibile alleanza strategica che darebbe vita a un gigante Ue del risparmio gestito da oltre 2.000 miliardi. Attenzione, infatti, agli altri intrecci societari in questo settore. Il Banco Bpm ha da poco lanciato un’Opa su Anima (di cui è azionista anche Caltagirone, con il 3,5%, che è anche socio del Banco Bpm, con oltre l’1%). «Se Banco Bpm vuole alzare l’offerta su Anima dovrà convocare l’assemblea», ha detto ieri Orcel agli analisti sottolineando che l’assenza di modifiche all’Opa è tra le condizioni di efficacia dell’Ops sul Banco. Anima, ricordiamolo, ha rilevato un 3% della quota di Mps ceduta dal Mef che, sommata all’1% già in suo possesso, ha portato la sua partecipazione nel Monte al 4%. Nessun commento è arrivato ieri dal Crédit agricole, primo azionista del Banco Bpm con poco meno del 10%. Unicredit ha anche un contratto in scadenza nel 2027 con il più grande gestore patrimoniale europeo, Amundi. Che è di proprietà del Crédit agricole e che ha investito in Anima per conto dei suoi clienti.In mezzo a questo rompicapo, resta una domanda: di fronte alla mossa di Orcel sul Banco Bpm ci sarà una reazione sullo scacchiere del risiko dell’altra big del credito italiano, ovvero Intesa Sanpaolo?<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/unicredit-banco-bpm-2670001934.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="e-orcel-fa-sbroccare-giorgetti-per-noi-e-no-ce-il-golden-power" data-post-id="2670001934" data-published-at="1732604248" data-use-pagination="False"> E Orcel fa sbroccare Giorgetti: «Per noi è no. C’è il golden power» La Lega l’ha presa molto male. D’altronde meno di due settimane fa aveva celebrato l’operazione di Banco Bpm su Mps come il ritorno dell’italianità. Un modo agli occhi dei leghisti di terminare il percorso di risanamento di Mps e soprattutto l’occasione per creare l’asse virtuale tra il mondo che un tempo era della Padania e Siena, ex feudo rosso. Ieri mattina alle 6 e mezza il Mef ha appreso come un comune mortale la notizia dell’Offerta di pubblico scambio immessa sul mercato da Unicredit. La comunicazione della banca guidata da Andrea Orcel ha fatto sapere al mercato di offrire uno scambio di azioni con Banco Bpm sulla totalità delle quote. Una operazione carta contro carta che vale una decina di miliardi e sconta il peso di Unicredit, all’incirca dieci volte quello dell’istituto guidato da Giuseppe Castagna. Non è certo un gossip, ma notizia il fatto che Unicredit non abbia avvisato né il governo né il Mef. Almeno così risulta alla Verità. Così come al contrario risulta che la Bce abbia ricevuto congrue comunicazioni. Da qui scaturisce sicuramente una parte delle reazioni sia di Matteo Salvini sia del titolare del Mef Giancarlo Giorgetti. Il secondo nel corso della giornata di ieri ha voluto precisare di essere stato informato ma di non condividere l’operazione. «Come è noto esiste il golden power, il governo farà le sue valutazioni», ha detto il ministro, «valuterà attentamente quando Unicredit invierà la sua proposta». Giorgetti ha poi citato Von Clausewitz: «Il modo più sicuro per perdere la guerra è impegnarsi su due fronti, poi chissà, magari questa volta questa regola non sarà vera». Il riferimento è alla Germania e al tentativo di scalata messo in atto su Commerzbank, suggerendo implicitamente a Orcel di guardare solo all’estero. Salvini ha messo il carico da undici ed espresso forti perplessità sull’operazione: «Non vorrei che qualcuno volesse fermare l’accordo tra Banco Bpm e Mps per fare un favore ad altri», ha commentato tirando in ballo Banca d’Italia. Premesso che il tema specifico è di competenza della Bce e che la strada del golden power si applicherà con difficoltà (sebbene la notifica sia obbligatoria) a una banca italiana che fa una operazione di mercato su un’altra banca, lo stop leghista e di govenro resta un punto delicato e di matrice totalmente politica. Innanzitutto, in Unicredit si ricordano benissimo che cosa è accaduto nell’ottobre del 2021, quando la banca già all’epoca guidata da Orcel muoveva su Mps. Tensioni sul prezzo fecero saltare l’operazione. Ma ricordano anche che cosa è accaduto nel febbraio del 2022. In quell’occasione Unicredit muoveva guarda caso su Banco Bpm. Indiscrezioni di stampa tolsero il velo di segretezza e imposero l’addio al blitz. Dalle parti di Milano tutti convinti che la notizia fosse trapelata dai corridoi del Mef che aveva in mente altre strade. Non stupisce che Unicredit abbia tirato su un muro. Per essere sicura di non dover assistere a un bis. L’alzata di scudi da parte di Giorgetti dimostra anche un’altra frizione. Per l’ennesima volta si capisce che è venuto meno il dialogo tra un pezzo di finanza italiana, quello che ha sede a Milano, e il governo. La mossa di Orcel, se dovesse andare in porto, scombussolerebbe i piani di Banco Bpm sul Monte dei Paschi ma soprattutto rimescolerebbe il risiko del risparmio gestito che a sua volta Castagna aveva approcciato con la collaborazione del gruppo Caltagirone e di Delfin, guidata da Francesco Milleri. D’altronde si troverebbero comunque al centro del risiko. Da una parte o dall’altra. Delfin ha quote di Unicredit ed entrambe hanno partecipazioni in Anima, Mps e Banco Bpm. Il che ci riporta per prima cosa al futuro di Mps. Ieri Orcel ha tenuto a precisare di non essere interessato. Allora a chi potrebbe vendere la quota, inferiore al 10%, che prenderebbe in carico mangiandosi Banco Bpm? Potrebbe esserci Unipol interessata. Come la vivrebbe il governo? Come uno smacco. D’altronde non si può non notare che l’attuale presidente di Unicredit si chiama Pier Carlo Padoan e quello di Banco Bpm Massimo Tononi. Nessuno dei due ha un background vicino al centrodestra. Forse Salvini si riferiva a questo possibile asse dicendo che l’intervento di Unicredit su Mps potrebbe favorire altri. Al momento è una ipotesi come è una ipotesi il possibile ruolo di Crédit agricole. La banca francese che detiene una quota di Banco Bpm è stata informata? Ci sarebbe magari un accordo per la liquidazione e uno scambio di vedute sulla parte di risparmio gestito (Amundi è controllato da Credit agricole) oppure come sostengono alcuni analisti Unicredit si sarebbe mossa proprio per anticipare i francesi che erano rimasti incastrati dentro l’operazione di Castagna? Vista la battaglia sull’italianità difficile immaginare che la seconda ipotesi se fosse vera non sarebbe stata sventolata. In ogni caso adesso la palla passa al mercato. Spetta alle Borse dire se il futuro del terzo polo sarà dentro una public company in cui il ceo conta molto oppure potrà tornare a un livello più locale nel quale la politica ha più voce in capitolo.
Ansa
Del resto quando degradi l’idea stessa di cultura allo schema del prodotto di consumo e quando utilizzi ostentatamente le strategie di marketing per dire che «il marketing è oppressione», quando denunci la mercificazione e vendi il tuo letto disfatto per milioni di sterline, allora sei tu ad essere il cuore stesso del sistema che pensavi di denunciare. E mentre diventi multimilionario e ti godi il riconoscimento del ruolo di artista e di intellettuale - ormai le due cose non possono più essere disgiunte - non ti accorgi che nel frattempo il «popolo» al quale pensi di parlare non è la massa ma è l’élite straricca di coloro che frequentano il salotto del tuo gallerista per partecipare al gioco (fiscale) dell’arte contemporanea.
L’ultimo grande eroe dell’arte trasgressiva e della denuncia sociale è caduto l’altro giorno sotto una meritata salva di fischi e derisioni. L’opera raffigurante un uomo che marcia accecato dalla propria bandiera, installata nottetempo in Waterloo Place a Londra senza autorizzazione apparente e con la solita modalità «pirata» dal collettivo che utilizza il nome Banksy, viene immediatamente adottata dal Westminster City Council e dal sindaco Sadiq Khan: alle prime luci dell’alba compaiono barriere di protezione e dichiarazioni ufficiali con tanto di cartella stampa che definiscono l’installazione «un vibrante contributo alla scena artistica pubblica».
Senonché la Bbc fa un servizio in cui solleva dubbi sulla presunta «trasgressività» dell’installazione provocando l’ulteriore conferma dall’amministrazione londinese che dichiara che l’opera «non è autorizzata» ma che verrà mantenuta e transennata fino alle elezioni locali come «motivo di riflessione contro i nazionalismi». Inaspettatamente, però, su X si solleva una pressoché unanime protesta non tanto contro l’installazione, che ha un effettivo potenziale comunicativo e «di rottura» inferiore ad un manifesto pubblicitario di una serie Netflix, quanto nei confronti del palese e ormai ridicolo cortocircuito tra politica, artisti sovvenzionati e mercato dell’arte. Tutti elementi interni al mondo della Sinistra che ormai non riesce più a fuoriuscire dai riti e dai linguaggi che ha stabilito con tale solerzia e convinzione da giungere all’inevitabile deriva finale: il comico.
I più furbi, notando le reazioni del pubblico, si sono a loro volta uniformati alla nuova ondata di rigetto ed hanno, candidamente e con la nonchalance che ne contraddistingue l’esistenza, elaborato nuove analisi nelle quali effettivamente si riconosce che Banksy è un paraculo, che è da sempre d’accordo con le istituzioni (o almeno da quando ha una quotazione di mercato) e che la politica gli ha in pratica commissionato l’opera. Improvvisamente anche per le riviste impegnate l’artista-collettivo multimilionario, da decenni allineato all’agenda ufficiale, che finanzia le Ong immigrazioniste e che non perde occasione per condannare il populismo, non solo incarna «il provocative conformism» ma la sua opera non fa altro che «proiettare l’ansia elitaria verso il populismo reazionario piuttosto che sfidare il vero potere». I commentatori chic britannici si sono così accorti che Banksy più che ad Andy Warhol guarda a Greta Thunberg offrendo al mercato ribelle il prodotto giusto, quello che consente la trasgressione estetica confermando l’ortodossia culturale.
Esattamente come le magliette dei trasgressivi che attaccano le pericolosissime masse populiste e corrono a difendere il debole e inerme Quirinale, esattamente come le solite «battaglie culturali» sempre allineate al mainstream e sempre dotate di merchandising già pronto il primo giorno di «manifestazioni spontanee», ormai ogni discorso ribelle è merce che consolida il dominio producendo verità attraverso il consenso culturale.
Il fatto è che mai nella storia si è chiesto alle avanguardie una ricetta politica alternativa ma solo la lucidità per denunciare la narrazione dominante e distaccarsene radicalmente. La ribellione al sistema di un Johnny Rotten rifuggiva ogni programma politico e si limitava a smascherare ogni forma di falsa coscienza; oggi l’artista contemporaneo non vede l’ora di farsi cooptare dal potere e di farsi quotare nel sistema dell’arte contemporanea, correndo a confermare ogni battaglia culturale woke e decidendo così di farsi attivista politico proprio mentre l’ex cantante dei Sex Pistols liquida il woke come «una banda di pazzi» e ammette che oggi è la sinistra ad incarnare tutto ciò che è divertente odiare. E mentre Rolling Stone retrocede Eric Clapton dalla decima alla trentacinquesima posizione della sua hall of fame per «le sue critiche al vaccino Covid e la sua scelta di non discriminare l’ingresso ai suoi concerti durante la pandemia», siamo tutti chiamati a ricordare che l’arte autentica è affermazione vitale e non risentimento mascherato da progressismo, rifiuto della conformità e non ricerca ossessiva delle benedizioni istituzionali.
Questa volta, con l’ennesima installazione pedagogica del buon Banksy, si cominciano ad intravedere i segni di un diffuso rigetto nei confronti di forme obsolete, utili solo a mantenere privilegi elitari, controllo della narrazione ed estromissione dei veri temi critici dall’agenda narrativa dominante. Fino a che un giorno chi scrive quell’agenda si accorgerà che viene letta solo ai vernissage di certe gallerie.
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Michele Emiliano (Ansa)
Dal rapporto burrascoso con il governatore della Puglia e suo ex pupillo, Antonio Decaro, a un ritorno in toga, Emiliano va a ruota libera in un’intervista rilasciata a Telenorba. Dopo 23 anni di aspettativa politica è in attesa della decisione della Terza commissione del Csm per ottenere il via libera a un’altra aspettativa per diventare consulente giuridico della Regione Puglia, domanda già bocciata tre volte.
Ieri doveva arrivare la decisione che non è arrivata. La discussione sul contratto proposto da Decaro al suo predecessore (con uno stipendio di circa 130.000 euro all’anno) ha fatto emergere diverse obiezioni, tra cui quella secondo cui «un consigliere non è la stessa cosa di un operativo: il via libera creerebbe un precedente per il quale tutti gli enti territoriali potrebbero chiedere un magistrato in aspettativa per affidargli compiti dirigenziali.
«Il presidente Decaro mi ha chiesto di dargli una mano come consulente», spiega Emiliano, «io gli ho detto: “Sono disposto a darti consulenze pure telefoniche gratuitamente”, però evidentemente voleva darmi il segno della sua vicinanza. Io avevo detto che era una costruzione un po’ ardita, ma lui ha voluto andare avanti. Dopodiché il Pd ha chiesto alla commissione sugli incidenti del lavoro di inserirmi come consulente. Ma se io dovessi scegliere, non vedrei l’ora di rimettermi la toga, di andare a fare il pubblico ministero in una Procura».
La legge attuale impedisce ai magistrati che hanno fatto politica di rientrare negli uffici giudiziari, ma a lui questa legge non si applica essendo andato in aspettativa prima. «Temo solo che la Procura dove rischio di andare sarebbe un po’ perseguitata dai giornalisti», aggiunge. Ecco la scusa. «Sto cercando di evitare di rientrare in servizio proprio per evitare questo. Dopodiché, se mi costringono a rientrare, sarò felicissimo perché chi nasce magistrato muore magistrato».
Ma non esita a dire anche che «se il Pd decidesse di candidarmi» alle Politiche 2027 «sarei felice», perché «la politica obiettivamente è la bacchetta magica che se funziona, cambia tutto, come al contrario se non funziona fa un disastro». A Emiliano ha cambiato davvero tutto.
Quindi? «Non è che uno per sopravvivere deve fare politica per forza», insiste. «Mi rendo conto però che se qualcuno mi chiedesse di fare il deputato farebbe una cosa intelligente perché ho una certa esperienza. Se non me lo chiedesse perché sono troppo ingombrante a me la vita non me la cambiano». E ne ha anche per il sindaco di Genova, Silvia Salis, che scarica per ingraziarsi il segretario Pd, Elly Schlein: «Non credo abbia le carte in regola per essere candidata premier del centrosinistra. È appena diventata sindaco, non ha nessuna storia politica e non ha nessuna connessione con tutto il mondo progressista. È una figura interessante per il futuro, non per il presente».
Emiliano manda poi una serie di messaggi a Decaro, delfino che si è smarcato dal suo mentore. «Antonio è reo confesso: lo dice chiaramente a tutti che soffre la mia presenza, ma questo lo capisco». Tuttavia, gli tende la mano: «Io, comunque, qualunque cosa dovesse fare Antonio, sono dalla sua parte e lo sosterrò in tutte le maniere perché ovviamente, come diceva mia madre, l’ho fatto io, non è che lo posso distruggere».
Nel corso dell’intervista, Emiliano ha anche presentato il suo romanzo noir, L’Alba di San Nicola, raccontandone la genesi: «Se non mi avessero messo a riposo forzato, probabilmente non l’avrei finito. È stato un momento per riorganizzare la propria vita».
Anche se per il momento la vita di Emiliano assomiglia di più a un giallo.
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Nicola Magrini (Ansa)
L’affermazione è stata fatta nel contesto delle misure prese durante la seconda ondata, da settembre a dicembre 2020. Innanzitutto, l’ex dg ha voluto precisare che nei primi protocolli di trattamento domiciliare Aifa le indicazioni «non erano di vigile attesa ma di watchful waiting, monitoraggio attento e presente, non da remoto, dell’evoluzione clinica del paziente».
Peccato che la circolare dell’allora ministro della Salute, Roberto Speranza, firmata il 30 novembre 2020 dall’ex direttore generale della Prevenzione sanitaria Giovanni Rezza e uscita dopo 8 mesi con le linee guida sulla gestione domiciliare dei pazienti con infezione da Sars-Cov-2, riportasse proprio «vigile attesa» e «trattamenti sintomatici (ad esempio paracetamolo)». L’accoppiata tachipirina e vigile attesa che lasciava senza cure centinaia di migliaia di persone atterrite dal virus, quando rimanevano contagiate e sapevano di non poter andare al Pronto soccorso. Quanto al «monitoraggio non da remoto», sappiamo che la maggior parte dei medici si rifiutava di visitare i propri assistiti, lasciandoli spesso anche senza risposte telefoniche. Magrini, che è specializzato in farmacologia clinica, ha poi spiegato ai parlamentari della commissione che gli studi clinici randomizzati (Rct) sono lo strumento più affidabile anche durante la pandemia per valutare efficacia e sicurezza dei farmaci. «Undici trattamenti non hanno dimostrato nessuna efficacia su mortalità, durata ricovero e ventilazione e qualche potenziale danno. Li cito rapidamente, l’idrossiclorochina, il lopinavir […] il plasma dei convalescenti che in Italia ha avuto faticose polemiche, l’aspirina…».
Non si è trattato solo dell’ennesimo insulto al professor Giuseppe De Donno, l’ex primario di pneumologia dell’ospedale Carlo Poma di Mantova che per primo aveva iniziato la cura del Covid con le trasfusioni di plasma iperimmune (e che si tolse la vita nel luglio del 2021), ma anche della negazione dell’efficacia dell’infusione di sangue di contagiati dal coronavirus, opportunamente trattato, in altri pazienti, riconosciuta da studi autorevoli.
Come quello dell’ottobre 2023, uscito su The New England Journal of Medicine (Nejm) e che dimostrava una mortalità ridotta nei pazienti affetti da sindrome da distress respiratorio acuto (Ards), indotta da Covid-19, ai quali era stato somministrato plasma raccolto da donatori convalescenti, entro 5 giorni dall’inizio della ventilazione meccanica invasiva. Non solo, tra l’inizio di aprile 2020 e la fine di agosto 2020, quasi 100.000 pazienti ricoverati in circa 2.200 ospedali statunitensi con infezioni da Sars-CoV-2 furono trattati con plasma convalescente nell’ambito di un programma autorizzato dalla Fda.
In Italia, invece, lo studio clinico randomizzato e controllato chiamato Tsunami, promosso da Istituto superiore della sanità e Aifa «non evidenziò benefici» e la cura venne bocciata. Forse perché costava poco. Ancora oggi, Magrini insiste nel definire il plasma iperimmune inefficace, magari con qualche potenziale danno. E vogliamo parlare dell’aspirina? Solo guardando agli studi dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri pubblicati nel 2021, 2022 e 2023, era documentata l’importanza di farmaci antinfiammatori non steroidei quali l’aspirina. Nel gennaio di quest’anno, un nuovo lavoro pubblicato su Frontiers in Immunology, prendeva in esame i meccanismi molecolari dell’effetto dell’aspirina sulla struttura della proteina Spike, riducendo la capacità del virus di legarsi alle cellule dell’ospite e limitando il danno polmonare. E per fortuna che l’ex dg di Aifa ha affermato: «Le linee guida terapeutiche progrediscono con il progredire delle evidenze, che nel caso del Covid sono progredite di mese in mese, in alcuni momenti anche di settimana in settimana». Nessun mea culpa per quello che la nostra agenzia regolatoria impedì che venisse attuato, escludendo trattamenti importanti?
Magrini ha spiegato in commissione che aveva ragione l’articolo apparso il 14 aprile su Nejm dal titolo «Valutazione dei farmaci durante la pandemia di Covid-19», nel quale «Jerry Avorn affermava che avremo problemi, come disegni di studi clinici inadeguati e sicurezza in studi randomizzati prima della immissione sul mercato o loro autorizzazione». Nel testo si affermava che «l’ampliamento dell’accesso a terapie sperimentali non ancora completamente valutate potrebbe avere diverse conseguenze indesiderate» e Magrini ha fatto l’esempio di Trump. «Diceva che aveva l’intuito che funzionasse l’idrossiclorochina, la preoccupazione della scienza era di un input politico […] occorre proteggere le persone da farmaci inefficaci o poco sicuri». L’ex dg non ha dubbi: «La salute dei singoli pazienti, sia della popolazione si preserverà restando fedeli ai principi di valutazione delle attività regolatorie». Il giudizio su Aifa, guardando all’epoca pandemica, invece per molti italiani non è affatto positivo.
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Secondo Il Tg 1 Andrea Sempio sarebbe stato intercettato in macchina mentre parlava da solo. Dopo aver visto i suoi video insieme a Stasi avrebbe telefonato a Chiara per farle delle avances, ma lei lo avrebbe duramente respinto. Marco Poggi, però, difende l'amico: mai visto con lui i video di Chiara