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2021-03-31
Un’alternativa è possibile rispetto al tutto chiuso: il lasciapassare di Tubinga
(Tom Weller/picture alliance via Getty Images)
I puristi della libertà e gli incontentabili dell'antistatalismo diranno che non è il massimo, che non si può vivere stando sempre con un pezzo di carta in mano. E ovviamente ci sarebbe del vero anche in obiezioni di questo tipo. Ma se l'essenza della saggezza è scegliere il male minore, va guardato con estrema simpatia l'esperimento di Tubinga, in Germania, dove da un paio di settimane l'amministrazione del sindaco Boris Palmer (49 anni, dei Verdi) ha messo in campo una trovata degna del proverbiale uovo di Colombo: una soluzione semplice quanto efficace. E per questa via, la nota località (meno di 100.000 abitanti, forse la più celebre città universitaria, sul fiume Neckar, a sud di Stoccarda) si è conquistata una libertà pressoché totale, sconosciuta al resto della Germania, in particolare per ciò che riguarda la possibilità di aprire (per gli esercenti) e di frequentare (per tutti i cittadini) i cosiddetti locali ritenuti «non essenziali», secondo l'orribile e burocratica espressione che ha condannato alla chiusura una valanga di negozi.
Di che si tratta? Della possibilità di ottenere un tagesticket, cioè un ticket di giornata, un permesso giornaliero per girare, fare shopping, entrare ovunque, andare al cinema, frequentare ristoranti, pranzare all'aperto, vivere normalmente come prima. E cosa occorre per conquistarsi questo lasciapassare quotidiano? O la vaccinazione (cosa che però, anche in Germania, è ancora un «privilegio» per pochissimi), o un certificato medico che metta nero su bianco la guarigione, oppure (ecco la terza opzione a disposizione di chiunque) l'esito negativo di un test rapido effettuato in giornata. Insomma, fai un tampone negativo e vivi la vita di prima.
C'è da immaginare il panico dei chiusuristi ossessivi, dei talebani del lockdown, dei mistici dei divieti, che - leggendo la notizia - si affretteranno a fare esorcismi contro il rischio di «focolai». E invece no: l'esperimento, per ora, funziona alla grande: con un ritmo di 4.000 tamponi al giorno, dal 16 marzo, il tasso di positività è rimasto bassissimo e costante. Tutto sotto controllo, quindi: si può tornare a vivere senza che ciò sia viatico di chissà quali sciagure.
Il sindaco Palmer mette le cose in modo lineare e ragionevole: «Penso che abbiamo la responsabilità di dare una prospettiva e un'opportunità. Quando si viene sottoposti al test, ci si può muovere liberamente come prima e godersi la vita in città. È quello che volevamo tentare».
Lisa Federle, responsabile anti pandemia in città, conferma i dati rassicuranti della sperimentazione: «Per ora l'incidenza a Tubinga non è aumentata. I numeri restano bassi, anche se è tutto aperto e per quanto adesso da noi ci sia abbastanza vita e movimento». E conclude indicando cittadini e passanti: «Guardate la gente qui, chiedete a loro. Non finiscono di ringraziarci».
E in effetti le immagini dei servizi televisivi e online parlano chiaro: persone allegre che girano, sia pure rispettando le distanze e indossando la mascherina, locali dove si mangia, negozi del centro storico tornati a rifiorire, e anche turisti che arrivano in camper o con altri mezzi.
Con una certa irritazione di Angela Merkel, l'esperimento (che durerà almeno fino al 18 aprile) promette di moltiplicarsi qua e là, e c'è già chi tenta di «esportarlo» in altri lander, clonando il tentativo dal Baden Wurttemberg (dove si trova Tubinga) anche altrove, ad esempio in Baviera. Ovunque c'è desiderio di superare una situazione di sostanziale chiusura dei negozi «non essenziali» che complessivamente, in Germania, si trascina da metà dicembre.
Naturalmente, gli avversari del progetto obiettano che Tubinga è una città piccola, e che le condizioni non sono facilmente replicabili in una dimensione più grande. Sarà: ma qualcosa occorrerà pur fare nelle situazioni in cui (vale per la Germania, per l'Italia e per il resto dei Paesi Ue) la campagna vaccinale procede con lentezza eccessiva.
Restano infatti almeno due osservazioni indiscutibilmente positive dopo il racconto dei fatti. La prima: ci era stato detto per mesi, in tutto il primo periodo della pandemia, a inizio 2020, che sarebbe stato desiderabile arrivare in futuro a «convivere con il virus», prima della vittoria finale attraverso il buon esito della campagna vaccinale. Ecco, siamo proprio qui: siamo esattamente al punto in cui occorrerebbe «convivere», evitando restrizioni tali da ammazzare l'economia o da rendere permanente un lockdown strisciante. Tubinga ha scelto questa strada di «convivenza» intelligente.
La seconda: un modello alternativo è dunque possibile, e si possono cercare altre strade rispetto alla soluzione unica «chiusurista». I profeti del panico, non solo in Italia, vorrebbero imporre un solo modello, la segregazione delle persone. E invece esperimenti diversi possono essere tentati: e proprio i numeri dei contagi sotto controllo, ormai da due settimane a Tubinga, mostrano che un livello accettabile di esposizione al rischio non determina affatto conseguenze letali. Anzi, fa rifiorire l'economia e lo spirito delle persone.
La Uefa non rinuncia al pubblico. L'Italia forse rinuncia all'Europeo
A stimolare una svolta nell'emergenza sanitaria, più che i virologi in disaccordo tra loro e le star dei social che si fanno iniettare il siero anti Covid sbandierandolo ai quattro venti, potrebbe pensarci lo sport nazionalpopolare per eccellenza. Manca poco all'inaugurazione dei Campionati europei di calcio - il fischio d'inizio è fissato all'11 giugno, dopo il rinvio dell'anno scorso a causa della pandemia -, manca ancor meno al 7 aprile, data indicata dall'Uefa per conoscere quali Paesi saranno disposti a far disputare le partite con il pubblico negli stadi. La competizione sarà itinerante, abbraccerà 12 sedi sparse sul continente. Ma a condizione di assicurare la presenza dei tifosi sugli spalti.
Logico pensare che la nazione incapace di mantenere l'impegno subirebbe un danno economico non irrilevante, oltre alla figuraccia d'immagine. Il presidente Uefa, l'avvocato sloveno Aleksander Ceferin, è stato drastico: «Stiamo lavorando a diversi scenari, l'opzione di giocare una qualsiasi partita di Euro 2020 in uno stadio vuoto è fuori discussione. Ogni città dovrà garantire che ci saranno supporter sugli spalti durante i match». Chi non se la sentisse, finirebbe depennato dall'elenco. Continua Ceferin ai microfoni di Sky Sport: «Lo scenario ideale è giocare il torneo nelle 12 sedi originali previste, se ciò non fosse praticabile, si andrà avanti in 10 o 11 Paesi. Dipenderà dalla possibilità di soddisfare le condizioni richieste. Se una città proponesse uno scenario a porte chiuse, gli incontri inizialmente previsti in quella sede potrebbero essere spostati altrove».
L'uso del condizionale fa sottintendere che ci siano margini di trattativa, ma il senso è chiaro. Su un campo silenzioso, circondato soltanto da telecamere, non si gioca. Le città ospitanti avranno tempo fino al 7 aprile per comunicare all'Uefa la loro decisione, dopodiché si svolgerà una riunione del comitato esecutivo, fissata per il 19 aprile. C'è già chi sta scaldando i motori per abbracciare la prospettiva. Sabato 27 marzo, ad Amsterdam, durante Olanda-Lettonia, sfida di qualificazione alla Coppa del Mondo 2022, la Federcalcio olandese ha aperto i cancelli a 5.000 tifosi risultati negativi al Covid. I biglietti sono stati venduti in poco più di mezz'ora, l'esperimento è arrivato dopo quelli già effettuati in occasione delle partite Nec-De Graafschap e Almere City-Cambuur, con 1.300 persone sulle tribune e un solo positivo al termine delle due gare. La dinamica di accesso agli impianti prevederebbe regole precise: compilare un'autocertificazione con le condizioni di salute fino a 24 ore prima della partita, presentare l'attestazione di un valido test per il Covid risultato negativo, sottoporsi a rilevamento della temperatura, un ulteriore tampone rapido all'ingresso. Nei match olandesi, i tifosi sono stati divisi in comparti distinti. In alcune aree era obbligatoria la mascherina, in altre era sufficiente il distanziamento.
Il diktat di Ceferin comporta risvolti politici. La sfida inaugurale degli Europei tra gli azzurri e la Turchia si dovrebbe tenere proprio allo Stadio Olimpico di Roma, un cambio di programma implicherebbe ricadute psicologiche sulle squadre, un danno economico per l'indotto derivante dall'evento e un'onta istituzionale considerevole. A oggi, assieme allo stadio di Roma, le altre sedi ospitanti sono Baku, Copenhagen, Londra, Monaco di Baviera, Dublino, Amsterdam, Bucarest, San Pietroburgo, Glasgow, Bilbao, Budapest.
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Da 15 giorni l'esperimento della città tedesca: dopo un tampone rapido negativo, un ticket giornaliero per vivere come prima. E il tasso di positività è rimasto costante.Entro il 7 aprile le 12 città ospitanti, per noi Roma, devono decidere sullo stadio aperto.Lo speciale contiene due articoli.I puristi della libertà e gli incontentabili dell'antistatalismo diranno che non è il massimo, che non si può vivere stando sempre con un pezzo di carta in mano. E ovviamente ci sarebbe del vero anche in obiezioni di questo tipo. Ma se l'essenza della saggezza è scegliere il male minore, va guardato con estrema simpatia l'esperimento di Tubinga, in Germania, dove da un paio di settimane l'amministrazione del sindaco Boris Palmer (49 anni, dei Verdi) ha messo in campo una trovata degna del proverbiale uovo di Colombo: una soluzione semplice quanto efficace. E per questa via, la nota località (meno di 100.000 abitanti, forse la più celebre città universitaria, sul fiume Neckar, a sud di Stoccarda) si è conquistata una libertà pressoché totale, sconosciuta al resto della Germania, in particolare per ciò che riguarda la possibilità di aprire (per gli esercenti) e di frequentare (per tutti i cittadini) i cosiddetti locali ritenuti «non essenziali», secondo l'orribile e burocratica espressione che ha condannato alla chiusura una valanga di negozi. Di che si tratta? Della possibilità di ottenere un tagesticket, cioè un ticket di giornata, un permesso giornaliero per girare, fare shopping, entrare ovunque, andare al cinema, frequentare ristoranti, pranzare all'aperto, vivere normalmente come prima. E cosa occorre per conquistarsi questo lasciapassare quotidiano? O la vaccinazione (cosa che però, anche in Germania, è ancora un «privilegio» per pochissimi), o un certificato medico che metta nero su bianco la guarigione, oppure (ecco la terza opzione a disposizione di chiunque) l'esito negativo di un test rapido effettuato in giornata. Insomma, fai un tampone negativo e vivi la vita di prima. C'è da immaginare il panico dei chiusuristi ossessivi, dei talebani del lockdown, dei mistici dei divieti, che - leggendo la notizia - si affretteranno a fare esorcismi contro il rischio di «focolai». E invece no: l'esperimento, per ora, funziona alla grande: con un ritmo di 4.000 tamponi al giorno, dal 16 marzo, il tasso di positività è rimasto bassissimo e costante. Tutto sotto controllo, quindi: si può tornare a vivere senza che ciò sia viatico di chissà quali sciagure. Il sindaco Palmer mette le cose in modo lineare e ragionevole: «Penso che abbiamo la responsabilità di dare una prospettiva e un'opportunità. Quando si viene sottoposti al test, ci si può muovere liberamente come prima e godersi la vita in città. È quello che volevamo tentare». Lisa Federle, responsabile anti pandemia in città, conferma i dati rassicuranti della sperimentazione: «Per ora l'incidenza a Tubinga non è aumentata. I numeri restano bassi, anche se è tutto aperto e per quanto adesso da noi ci sia abbastanza vita e movimento». E conclude indicando cittadini e passanti: «Guardate la gente qui, chiedete a loro. Non finiscono di ringraziarci».E in effetti le immagini dei servizi televisivi e online parlano chiaro: persone allegre che girano, sia pure rispettando le distanze e indossando la mascherina, locali dove si mangia, negozi del centro storico tornati a rifiorire, e anche turisti che arrivano in camper o con altri mezzi. Con una certa irritazione di Angela Merkel, l'esperimento (che durerà almeno fino al 18 aprile) promette di moltiplicarsi qua e là, e c'è già chi tenta di «esportarlo» in altri lander, clonando il tentativo dal Baden Wurttemberg (dove si trova Tubinga) anche altrove, ad esempio in Baviera. Ovunque c'è desiderio di superare una situazione di sostanziale chiusura dei negozi «non essenziali» che complessivamente, in Germania, si trascina da metà dicembre. Naturalmente, gli avversari del progetto obiettano che Tubinga è una città piccola, e che le condizioni non sono facilmente replicabili in una dimensione più grande. Sarà: ma qualcosa occorrerà pur fare nelle situazioni in cui (vale per la Germania, per l'Italia e per il resto dei Paesi Ue) la campagna vaccinale procede con lentezza eccessiva. Restano infatti almeno due osservazioni indiscutibilmente positive dopo il racconto dei fatti. La prima: ci era stato detto per mesi, in tutto il primo periodo della pandemia, a inizio 2020, che sarebbe stato desiderabile arrivare in futuro a «convivere con il virus», prima della vittoria finale attraverso il buon esito della campagna vaccinale. Ecco, siamo proprio qui: siamo esattamente al punto in cui occorrerebbe «convivere», evitando restrizioni tali da ammazzare l'economia o da rendere permanente un lockdown strisciante. Tubinga ha scelto questa strada di «convivenza» intelligente. La seconda: un modello alternativo è dunque possibile, e si possono cercare altre strade rispetto alla soluzione unica «chiusurista». I profeti del panico, non solo in Italia, vorrebbero imporre un solo modello, la segregazione delle persone. E invece esperimenti diversi possono essere tentati: e proprio i numeri dei contagi sotto controllo, ormai da due settimane a Tubinga, mostrano che un livello accettabile di esposizione al rischio non determina affatto conseguenze letali. Anzi, fa rifiorire l'economia e lo spirito delle persone. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/unalternativa-e-possibile-rispetto-al-tutto-chiuso-il-lasciapassare-di-tubinga-2651259063.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-uefa-non-rinuncia-al-pubblico-l-italia-forse-rinuncia-all-europeo" data-post-id="2651259063" data-published-at="1617130802" data-use-pagination="False"> La Uefa non rinuncia al pubblico. L'Italia forse rinuncia all'Europeo A stimolare una svolta nell'emergenza sanitaria, più che i virologi in disaccordo tra loro e le star dei social che si fanno iniettare il siero anti Covid sbandierandolo ai quattro venti, potrebbe pensarci lo sport nazionalpopolare per eccellenza. Manca poco all'inaugurazione dei Campionati europei di calcio - il fischio d'inizio è fissato all'11 giugno, dopo il rinvio dell'anno scorso a causa della pandemia -, manca ancor meno al 7 aprile, data indicata dall'Uefa per conoscere quali Paesi saranno disposti a far disputare le partite con il pubblico negli stadi. La competizione sarà itinerante, abbraccerà 12 sedi sparse sul continente. Ma a condizione di assicurare la presenza dei tifosi sugli spalti. Logico pensare che la nazione incapace di mantenere l'impegno subirebbe un danno economico non irrilevante, oltre alla figuraccia d'immagine. Il presidente Uefa, l'avvocato sloveno Aleksander Ceferin, è stato drastico: «Stiamo lavorando a diversi scenari, l'opzione di giocare una qualsiasi partita di Euro 2020 in uno stadio vuoto è fuori discussione. Ogni città dovrà garantire che ci saranno supporter sugli spalti durante i match». Chi non se la sentisse, finirebbe depennato dall'elenco. Continua Ceferin ai microfoni di Sky Sport: «Lo scenario ideale è giocare il torneo nelle 12 sedi originali previste, se ciò non fosse praticabile, si andrà avanti in 10 o 11 Paesi. Dipenderà dalla possibilità di soddisfare le condizioni richieste. Se una città proponesse uno scenario a porte chiuse, gli incontri inizialmente previsti in quella sede potrebbero essere spostati altrove». L'uso del condizionale fa sottintendere che ci siano margini di trattativa, ma il senso è chiaro. Su un campo silenzioso, circondato soltanto da telecamere, non si gioca. Le città ospitanti avranno tempo fino al 7 aprile per comunicare all'Uefa la loro decisione, dopodiché si svolgerà una riunione del comitato esecutivo, fissata per il 19 aprile. C'è già chi sta scaldando i motori per abbracciare la prospettiva. Sabato 27 marzo, ad Amsterdam, durante Olanda-Lettonia, sfida di qualificazione alla Coppa del Mondo 2022, la Federcalcio olandese ha aperto i cancelli a 5.000 tifosi risultati negativi al Covid. I biglietti sono stati venduti in poco più di mezz'ora, l'esperimento è arrivato dopo quelli già effettuati in occasione delle partite Nec-De Graafschap e Almere City-Cambuur, con 1.300 persone sulle tribune e un solo positivo al termine delle due gare. La dinamica di accesso agli impianti prevederebbe regole precise: compilare un'autocertificazione con le condizioni di salute fino a 24 ore prima della partita, presentare l'attestazione di un valido test per il Covid risultato negativo, sottoporsi a rilevamento della temperatura, un ulteriore tampone rapido all'ingresso. Nei match olandesi, i tifosi sono stati divisi in comparti distinti. In alcune aree era obbligatoria la mascherina, in altre era sufficiente il distanziamento. Il diktat di Ceferin comporta risvolti politici. La sfida inaugurale degli Europei tra gli azzurri e la Turchia si dovrebbe tenere proprio allo Stadio Olimpico di Roma, un cambio di programma implicherebbe ricadute psicologiche sulle squadre, un danno economico per l'indotto derivante dall'evento e un'onta istituzionale considerevole. A oggi, assieme allo stadio di Roma, le altre sedi ospitanti sono Baku, Copenhagen, Londra, Monaco di Baviera, Dublino, Amsterdam, Bucarest, San Pietroburgo, Glasgow, Bilbao, Budapest.
Il bombardamento ucraino al quartier generale dell’Fsb russo, nell’oblast di Kherson, ha provocato un centinaio fra vittime e feriti (Ansa)
La base dell’Fsb si trova a Genicheska Hirka, nell’oblast di Kherson. Allegando il video del raid, ha aggiunto che «le perdite russe sono circa un centinaio tra morti e feriti». Anche in questo caso si tratta di un messaggio per «i russi» visto che «devono capire che devono porre fine a questa loro guerra».
Ma non è stato l’unico attacco: il presidente ucraino ha infatti rivendicato un raid contro «la raffineria russa di Sizran, a oltre 800 chilometri dal confine». Inoltre, nella regione russa di Bryansk, un drone ucraino ha colpito una locomotiva, uccidendo tre persone. E anche nella parte della regione di Zaporizhzhia controllata dai russi si contano due vittime dopo che un velivolo senza pilota gialloblù ha attaccato un veicolo.
Che sia poi aumentata la capacità di difesa di Kiev ne è convinto il ministro della Difesa ucraino, Mykhailo Fedorov: ha dichiarato che «la percentuale di abbattimenti dei droni Shahed è raddoppiata negli ultimi quattro mesi, nonostante il numero di Shahed lanciati mensilmente dalla Russia sia in aumento del 35%». Gli attacchi di Mosca sull’Ucraina continuano però a mietere vittime: si contano almeno sette morti a seguito dei raid nel Donetsk, a Kharkiv e nella regione di Cherniv.
Zelensky ha intanto incassato ulteriore sostegno da parte degli alleati. Dopo lo spauracchio suscitato da una licenza commerciale britannica che avrebbe permesso l’importazione del petrolio russo da Paesi terzi, il premier laburista Keir Starmer ha fatto rientrare l’allarme. Stando a una nota diffusa da Downing street, i due leader hanno avuto una conversazione telefonica in cui Starmer «ha ribadito il costante sostegno del Regno Unito all’Ucraina e l’impegno per smantellare la macchina da guerra di Putin».
Un ulteriore appoggio a Kiev è arrivato dal cancelliere tedesco, Friedrich Merz, in tema di integrazione europea. Ha infatti proposto a Bruxelles che l’Ucraina diventi «membro associato» prima della sua completa adesione. Questo tipo di membership includerebbe già la clausola di mutua difesa con l’estensione all’Ucraina dell’articolo 42.7 del Trattato sull’Ue. A commentare l’iniziativa è stato anche il ministro degli Esteri, Antonio Tajani. Pur riconoscendo che «l’Ucraina è un Paese candidato a far parte dell’Ue», ha precisato: «Però non dobbiamo dimenticare i Balcani che sono candidati da prima». Intanto pare che la presidenza cipriota del Consiglio dell’Ue abbia fissato entro giugno l’avvio del primo pacchetto di negoziati per l’adesione. E non è escluso che sul tavolo ci sia anche la proposta di Merz. Un aiuto indirizzato al settore energetico ucraino arriva invece dall’Italia: il ministro dell’Energia Denys Shmyhal ha reso noto che il nostro Paese «fornirà ulteriori 10 milioni di euro per sostenere i lavori di ripristino e riparazione nel settore energetico».
E mentre il segretario generale della Nato, Mark Rutte, ha rimproverato «molti» alleati di «non spendere abbastanza per il sostegno all’Ucraina», c’è invece chi ha redarguito Kiev. La Lituania ha confermato che il drone precipitato sul suo territorio lo scorso 17 maggio è ucraino. Tra l’altro sia mercoledì sia ieri sono stati individuati velivoli senza pilota nei cieli lituani, ma non è stato comunicato l’autore. È in questo contesto che la Polonia ha chiesto a Kiev di usare i droni «con più precisione». La più critica è stata la Grecia: dopo il ritrovamento nelle acque greche di un drone marino ucraino, il ministro ellenico della Difesa, Nikos Dendias, ha affermato: «Ci devono delle scuse e la garanzia assoluta che una cosa del genere non si ripeterà più». Dall’altra parte, la Svezia ha preso le difese di Kiev.
A Mosca, intanto, si traccia l’identikit dei negoziatori europei. La portavoce del ministero degli Esteri, Maria Zakharova, ha affermato che «dovrebbero essere persone che godono della fiducia dei loro cittadini, che non abbiano optato per un nazionalismo esplicito, in particolare per la russofobia». Ma Zakharova si è anche esposta sui cittadini della Transnistria, dopo che Mosca ha assicurato agli abitanti una procedura semplificata per ottenere la cittadinanza russa: «La Russia è pronta a ricorrere a tutti i mezzi necessari per garantire la loro sicurezza».
Per Zelensky è senz’altro un grattacapo che si aggiunge alla questione della Bielorussia. Mentre il presidente russo Vladimir Putin, insieme all’omologo bielorusso Aleksandr Lukashenko, ha assistito ieri in videoconferenza alle esercitazioni nucleari congiunte dei due Paesi, Kiev teme un attacco da Minsk. Così il Servizio di sicurezza ucraino ha annunciato di stare «attuando una serie di misure di sicurezza rafforzate nelle regioni settentrionali» dell’Ucraina. Lukashenko ha cercato di allentare le tensioni con Kiev, sostenendo che Minsk non si farà «trascinare» nella guerra. E si è detto «pronto a incontrare» Zelensky. Ma il presidente ucraino ha già lanciato il suo avvertimento: Lukashenko «deve capire che ci saranno conseguenze se ci sarà l’aggressione contro l’Ucraina».
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La portaerei USS Nimitz (Ansa)
L’«Isola grande» si trova di fronte a una svolta davvero storica, alla ricerca del proprio futuro, fermo dal 1959, quando trionfò la Rivoluzione castrista, che pure aveva suscitato all’epoca immense speranze di un «mondo migliore». Ma questi 70 anni «rivoluzionari» sono stati, purtroppo, costellati di promesse non mantenute, ambizioni inappagate, traguardi mancati e illusioni perdute, che hanno causato il progressivo impoverimento del paese e un accentuato degrado della condizione sociale della popolazione. Ricordo che Cuba, prima della Rivoluzione, pur con tutte le sue contraddizioni politiche e i suoi squilibri sociali, era uno dei Paesi più sviluppati dell’America Latina (con un reddito medio pro-capite pari a quello della Spagna), aveva una Costituzione all’avanguardia e l’Avana risplendeva come una delle capitali più belle e affascinanti del sub-continente.
Il progressivo decadimento del Paese fu causato essenzialmente dal fallimento di un’organizzazione politica (marxista-leninista) e di un sistema economico (collettivista) che distrussero clamorosamente un’agricoltura fiorente e un’industria promettente, senza offrire niente in cambio. I dirigenti cubani hanno sempre avuto tendenza a credere che tutti i loro fallimenti fossero da addebitare all’embargo economico e commerciale americano, senza mai aver avuto il coraggio di guardare in se stessi e riconoscere realisticamente che il problema non era esterno al sistema, era il sistema stesso. Ma tutto ciò ormai appartiene al passato, argomenti per dibattiti tra storici, materiale per libri di Storia.
Cerchiamo invece di capire quale potrà essere il futuro di Cuba, dopo l’ubriacatura rivoluzionaria. Sappiamo che molto dipenderà dal sempre imprevedibile presidente americano, che ha decretato la presa e la liberazione di Cuba. Donald Trump si è espresso al riguardo più volte, facendo però dichiarazioni non sempre coincidenti. All’inizio la strategia è stata quella dell’attesa: Cuba è uno Stato fallito, agli sgoccioli, cadrà da sola come un frutto maturo. E per accelerare i tempi della «maturazione» ha ulteriormente inasprito l’embargo, limitando le già scarse possibilità per l’isola di rifornirsi in carburante. In seguito, di fronte alla resistenza dei dirigenti cubani, è stata adottata la strategia della «massima pressione», con una serie di iniziative tese a dimostrare la determinazione di Washington a raggiungere i propri obiettivi in un modo o nell’altro.
In questa cornice rientra anche l’incriminazione, da parte del Dipartimento di Giustizia americano, dell’ex presidente Raúl Castro, accusato di omicidio e cospirazione. Il 14 febbraio 1996 Castro, allora ministro delle Difesa e Capo delle forze armate rivoluzionarie (Far), diede personalmente l’ordine (ci sono le registrazioni delle conversazioni tra i piloti dei mig cubani e Castro) di abbattere due piccoli Chessna 337 (appartenenti all’organizzazione umanitaria Hermanos al rescate ) che svolgevano attività propagandistiche e di soccorso per i cubani in navigazione nello Stretto della Florida. Secondo l’Avana gli aerei avevano violato lo spazio aereo del Paese, per l’Icao (Organizzazione internazionale dell’aviazione civile) invece gli aerei volavano su acque internazionali. Colpiti da un nugolo di missili, i due Chessna esplosero in volo e i quattro piloti (di cui tre americani) furono disintegrati. Ora perché venir fuori, trent’anni dopo, con questa vecchia storia? Verosimilmente per portare la tensione al massimo. Perché, se fallisse anche questa mossa, non rimarrebbe che la soluzione militare (verosimilmente non un’invasione vera e propria, ma azioni mirate a disarticolare la catena di comando cubana). Significativa al riguardo è la recente istituzione, nell’ambito del Comando Sud degli Usa (SouthCom) di un «Comando di guerra autonomo», nel territorio del blocco occidentale, per gestire meglio le sfide della sicurezza nella regione, con particolare riferimento a Cuba.
L’opzione militare è quindi più che mai sul tavolo e assume sempre più contenuto, vista l’intransigenza dei dirigenti cubani a fare concessioni sul piano delle riforme democratiche e dei diritti dell’uomo. Del resto i cubani della diaspora sono favorevoli, in grande maggioranza, all’intervento militare americano. E non vogliono sentire parlare di accordi con gli eredi di Raúl Castro (suo figlio e suo nipote), come molti esperti hanno adombrato. Ma anche i cubani residenti a Cuba si sono espressi, attraverso rocamboleschi sondaggi di opinione, a favore degli americani. Per loro qualunque cosa è meglio dello stato di squallore e di abbandono in cui si trovano: senza elettricità, senza luce, senza cibo, senza medicinali, senza carburante per il trasporto, senza… niente. Una vita che non è degna di essere vissuta. Nessuno crede più nella Rivoluzione, nessuno pensa che i dirigenti castristi siano in grado di risollevare l’economia del Paese.
E Rubio manda un messaggio all’isola: «Meglio l’intesa, ma pronti a tutto»
Cuba torna a vivere ore di forte tensione sociale e politica. Nella parte orientale dell’isola, nelle ultime notti, la rabbia della popolazione è esplosa nuovamente nelle strade a causa dei blackout continui, della mancanza di beni essenziali e del peggioramento delle condizioni economiche. Il punto più critico si è registrato ad Antilla, cittadina situata nell’estremo est del Paese a circa 800 chilometri dall’Avana, dove gruppi di residenti hanno protestato contro le interruzioni di corrente che da giorni paralizzano intere aree del territorio cubano. Secondo diverse testimonianze diffuse da media indipendenti e rilanciate sui social network, decine di persone sono scese in strada durante la notte battendo pentole e padelle nel classico «cacerolazo», diventato negli anni il simbolo della contestazione popolare contro il regime. Nei filmati condivisi online si sentono cori contro il governo e slogan che invocano libertà, insieme al motto «Patria y Vida», divenuto uno dei principali emblemi dell’opposizione al castrismo. Secondo testimonianze locali, il governo cubano avrebbe inviato agenti armati per impedire che le proteste si estendessero ad altre città dell’isola. Nei video diffusi online si vedono momenti di forte tensione tra manifestanti e forze di sicurezza. Non risultano vittime ufficiali, ma alcuni residenti riferiscono di avere sentito spari durante gli scontri. Un testimone anonimo ha raccontato che la polizia sarebbe intervenuta con durezza per disperdere la folla ed evitare una nuova escalation come quella delle proteste del luglio 2021.
Alla base della nuova ondata di proteste c’è la situazione economica ormai insostenibile per una larga parte della popolazione. In molte aree dell’isola mancano energia elettrica e acqua per gran parte della giornata, mentre l’inflazione continua a colpire duramente i beni di prima necessità. Generi alimentari, medicinali e carburante risultano sempre più difficili da reperire e il malcontento popolare cresce di settimana in settimana. La crisi interna si intreccia però con un quadro internazionale sempre più delicato. A L’Avana aumenta infatti la preoccupazione per il deterioramento dei rapporti con gli Stati Uniti. Nelle ultime settimane Washington ha intensificato la pressione politica e diplomatica nei confronti del governo cubano, contribuendo ad alimentare un clima di forte instabilità.
La tensione è salita ulteriormente dopo la decisione delle autorità statunitensi di incriminare l’ex leader Raúl Castro in relazione all’abbattimento di due aerei appartenenti a esuli cubani avvenuto trent’anni fa. Pochi minuti dopo l’annuncio dell’incriminazione, il Comando Sud degli Stati Uniti ha comunicato l’arrivo nei Caraibi della portaerei nucleare USS Nimitz insieme al proprio gruppo d’attacco. Attraverso un messaggio pubblicato sui social network, il Southcom ha confermato l’ingresso della flotta nell’area caraibica, gesto interpretato da molti analisti come un segnale politico diretto all’Avana. A rendere ancora più teso il clima sono state anche alcune dichiarazioni di Donald Trump. Il presidente statunitense ha parlato apertamente della possibilità di «liberare Cuba» e le sue parole hanno provocato un’ondata di reazioni e alimentato voci, rilanciate soprattutto sui social, riguardo a una presunta presenza di agenti della Cia già attivi nel Paese. Poi Donald Trump ha respinto le accuse secondo cui l’invio della portaerei Nimitz nei Caraibi sarebbe stato deciso per intimidire Cuba o costringere il regime alla resa. Parlando con i giornalisti, il presidente americano ha sostenuto che l’obiettivo degli Stati Uniti sarebbe quello di aiutare la popolazione cubana, descrivendo un Paese piegato dalla crisi economica e dalla mancanza di beni essenziali. «Vogliamo aiutare i cubani, che non hanno soldi, elettricità, cibo, niente», ha dichiarato Trump.
Nel tentativo di mostrare compattezza e capacità di risposta, il governo cubano ha diffuso attraverso i media ufficiali immagini dei sistemi di difesa antiaerea dell’isola posti in stato di massima allerta. Nei filmati pero’ appaiono vecchi sistemi missilistici di epoca sovietica ancora in dotazione alle Forze Armate Rivoluzionarie. Le autorità dell’Avana hanno inoltre convocato per oggi una grande manifestazione nella Piazza Anti-imperialista José Martí, davanti all’ambasciata americana, con l’obiettivo dichiarato di sostenere Raúl Castro e denunciare le accuse provenienti dagli Stati Uniti. Sul piano internazionale, il regime cubano ha incassato il sostegno di Cina e Russia.
Pechino ha accusato Washington di utilizzare la giustizia come strumento politico contro Cuba, mentre Mosca ha ribadito il proprio appoggio all’Avana promettendo assistenza in questa fase di forte difficoltà. Anche la Spagna ha preso posizione contro qualsiasi ipotesi di intervento armato, sostenendo che il futuro dell’isola debba essere deciso esclusivamente dal popolo cubano. Marco Rubio ha dichiarato che Cuba avrebbe accettato una proposta di aiuti umanitari americani da cento milioni di dollari, anche se i negoziati sarebbero ancora in corso. Washington ha inoltre ribadito di essere pronta a intervenire in caso di minacce agli interessi statunitensi. Intanto la Corte Suprema degli Stati Uniti ha dato ragione alla Havana Docks Corporation nella disputa sui beni confiscati dal regime di Fidel Castro nel 1960. La decisione potrebbe aprire la strada a nuove cause legali da parte di aziende americane contro chi utilizza proprietà nazionalizzate da Cuba, aumentando ulteriormente la pressione economica e politica sull’Avana.
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La ricetta di Elly Schlein consiste in pratica nell’assunzione di migliaia di psicologi per aiutare sia le persone in difficoltà che gli stranieri, tra i quali a causa della mancata integrazione si registrerebbero alti tassi di disagio psichico.
Tuttavia, se si guarda un po’ più in profondità, andando oltre gli slogan elettorali, si capisce che il problema non è il numero di assistenti sociali da mettere a disposizione delle famiglie e nemmeno il numero di psicologi. La questione che a sinistra rifiutano di vedere è il disagio sociale e psichico che la mancata gestione dell’immigrazione negli anni scorsi ha contribuito a far crescere. Da questo punto di vista è illuminante un rapporto redatto qualche mese fa dalla stessa Emilia-Romagna, la regione dove si è verificata la strage dello scorso sabato. Nella relazione si affrontano i temi dell’integrazione, delle condizioni di vita dei migranti e anche l’accesso ai servizi degli stranieri. Cominciamo con le percentuali di impiego dei cittadini extracomunitari regolarmente presenti nel territorio emiliano-romagnolo. Su circa 186.000 persone, meno di 51.000 hanno un lavoro. Una percentuale che è pari al 27 per cento ed è pari alla quota di migranti che godono di permessi per asilo o protezione internazionale. Gli stranieri in pratica, registrano un tasso di disoccupazione che è oltre tre volte superiore a quello degli italiani.
Ma la parte più interessante dello studio è quella che riguarda la fruizione dei servizi sociali e delle misure di sostegno alle famiglie in difficoltà. Pur rappresentando il 12 per cento della popolazione residente, i soggetti extracomunitari usufruiscono per il 30 per cento delle misure di welfare e per quanto riguarda gli alloggi popolari rappresentano il 25 per cento dei beneficiari, ovvero più del doppio della quota totale dei residenti. È interessante anche l’accesso al pronto soccorso senza urgenza: nello studio si stabilisce che il 40% delle persone che si recano nei pronto soccorso lamentando problemi sanitari è composto da stranieri che contribuiscono a intasare i presidi. Non è tutto: tra i minori assistiti dai servizi sociali, il 44 per cento non risulta italiano. Bastano questi pochi dati, che ribadisco sono frutto di uno studio della stessa Regione Emilia-Romagna, che da sempre è amministrata dalla sinistra, per capire due o tre cose riguardo alle analisi fatte dopo la strage di Modena.
Primo: a gestire i servizi sociali sono le Regioni e i Comuni e non Palazzo Chigi. Dunque, se oltre a fare ricerca, nel quartier generale di viale Aldo Moro, dove ha sede la giunta regionale, qualcuno si occupasse anche di come avviene l’erogazione dei servizi sarebbe un passo avanti.
Secondo: se negli anni crescono i sostegni alla popolazione straniera e la distribuzione di alloggi agli extracomunitari e tutto questo non è accompagnato da un aumento degli occupati stranieri, in Emilia-Romagna, così come nel resto d’Italia, stiamo importando povertà.
Terzo: la disoccupazione e i bassi redditi favoriscono l’incremento dei disagi sociali, perché senza soldi si complica la vita ed è quasi impossibile l’integrazione.
Quarto: c’è anche il problema dei soldi non spesi da alcune città, come Parma e Ravenna, amministrate - come la Regione - dalla sinistra. Invece di essere investiti per aiutare l’inserimento sociale, i fondi sono rimasti sul conto corrente.
Ultimo: a meno di non voler inventare un Reddito d’immigrazione che retribuisca gli stranieri, di casi come quello di Salim El Koudri ne vedremo altri. Con buona pace di Elly Schlein.
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