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2021-07-10
Un pastrocchio sulla prescrizione. E agli imputati garanzie farlocche
Marta Cartabia (Getty Images)
La confusione tra processo rapido e processo giusto. La mancanza di coraggio sulle impugnazioni dei pm per mero puntiglio. L'ipocrisia dell'azione penale «obbligatoria» ma lasciata all'arbitrio delle Procure. Il cavillo diabolico di inserire l'associazione a delinquere semplice (contestata su reati tenui solo per mettere cimici e trojan) tra le scuse per allungare la prescrizione. L'evidente incostituzionalità di trattare più duramente i sospettati di corruzione, pur di soddisfare le esigenze della propaganda grillina. Altro che «Italia patria del diritto». Anche questa volta, nella riforma approvata giovedì dal Consiglio dei ministri, il catalogo degli orrori giudiziari è lungo.
Che un processo debba durare «il giusto», non per un'esigenza di rapidità della macchina giudiziaria o di economia dello Stato sui tempi, ma per non infierire sull'imputato è un principio che ancora una volta è rimasto fuori dalla porta. Anche con il Guardasigilli Marta Cartabia, che pure aspira alla presidenza della Repubblica e a un ruolo da supremo garante della Costituzione e della democrazia. Le nuove norme fissano in due anni i tempi di durata massima del giudizio di appello e di un anno per la Cassazione. Se i termini vengono sforati, la sanzione è di natura processuale ed è la improcedibilità, che non estingue il reato ma blocca la macchina giudiziaria. Se però i reati sono contro la Pubblica amministrazione, i termini salgono a tre anni per il secondo grado e a un anno e mezzo per il giudizio di legittimità. Così, gli imputati di reati come la corruzione vengono di fatto trattati con maggiore severità rispetto a quelli di altri reati puniti allo stesso modo. Il rischio di incostituzionalità è fortissimo.
Lo stesso ampliamento a quattro anni e mezzo di processo in totale (tra appello e Cassazione), scatta non solo per la corruzione, ma anche per i reati da ergastolo, di mafia, di traffico di stupefacenti, per le estorsioni, le rapine, i sequestri di persona e pure il favoreggiamento dell'immigrazione clandestina. In questo modo, devono aver ragionato in via Arenula, tutti i partiti di governo possono stare tranquilli. E invece, a leggere bene l'elenco, spunta perfino l'associazione a delinquere «semplice», che già di per sé è un reato fumoso, ma che in sede di indagini preliminari viene contestato a mani basse dai pm a caccia di notorietà perché consente di intercettare telefoni e computer anche per reati poco gravi e permette di andare avanti con le famose «intercettazioni a strascico», nella speranza di trovare qualcosa di più grave.
Sempre sul fronte del giudizio di secondo grado, è saltata dalla riforma l'unica proposta sensata in tema di deflazione, ovvero l'impossibilità per il pm di fare appello di fronte a sentenze di assoluzione. Un mal costume spesso dettato solo dall'orgoglio di tenere il punto e perché tanto una nuova sconfitta, all'accusa, non costa nulla. Mentre il cittadino deve pagarsi altri avvocati.
Facendo un passo indietro alla fase delle indagini preliminari, ecco altre delusioni e criticità. Le indagini possono durare, a seconda della gravità dei reati, fino a sei mesi, un anno, o un anno e mezzo. Il termine scatta dalle iscrizioni sul registro degli indagati. In caso le indagini siano particolarmente complicate, come per il terrorismo internazionale, il pm può chiedere altri sei mesi. Qui, le previsioni sembrano di buon senso, ma sono le omissioni a indicare la qualità ben poco coraggiosa e garantista della mediazione Draghi-Grillo-Cartabia. Ovvero, non è stata introdotta l'inutilizzabilità in processo delle indagini tardive condotte dal pm. Non è stato consentito al giudice delle indagini preliminari di verificare in concreto che l'iscrizione dell'indagato sia stata tempestiva e neppure di retrodatare «d'ufficio» le iscrizioni furbette. Ci si è dimenticati di obbligare il pm, quando chiede una proroga d'indagini, almeno a depositare gli atti compiuti fino a quel momento, per consentire alla difesa di prenderne visione e farne copia.
Se poi si vuole toccare con mano come lo scandalo Palamara venga inghiottito e digerito dal «sistema giustizia», basta andare a vedere alla voce «obbligatorietà dell'azione penale». Com'è noto, si tratta di una grande ipocrisia, ma è pur sempre in Costituzione. E allora ecco che nella riforma, dove non si spettinano minimamente le correnti dei magistrati e il loro strapotere nel Consiglio superiore della magistratura, spetta alle varie Procure individuare le priorità in modo trasparente e predeterminato, in modo da organizzare gli uffici e sottoporne il funzionamento al Csm. Il Parlamento quindi non individuerà le priorità nella lotta ai vari reati, ma solo dei «criteri generali» per individuarle. Come si vede, è un'evidente finzione al quadrato. Si limita in parte l'obbligatorietà della repressione penale, ma demandando la faccenda alle toghe e alle loro correnti, anziché alle Camere (soluzione sicuramente più trasparente e democratica).
Certo, bisognerà vedere con attenzione il testo definitivo, ma non sembra che si siano fatti molti progressi rispetto allo scadente piano Bonafede. Se si fosse voluto veramente limitare la durata dei processi in generale, e delle vie crucis dei singoli in particolare, si sarebbe dovuto accogliere almeno alcune delle richieste di buon senso del'Unione camere penali, come l'ampliamento dei patteggiamenti e della possibilità di chiedere l'abbreviato, e una responsabilità disciplinare vera per il pm che «dorme» su un fascicolo senza prendere alcuna decisione. Ma i diversi protagonisti del processo sembrano destinati a rimanere a dignità (e responsabilità) variabile.
Sgambetto al referendum leghista
«La riforma della giustizia approvata in Consiglio dei ministri è un primo passo, va bene. Noi siamo al governo con Draghi per riformare rivoluzionare e ammodernare questo Paese. Ma la vera e sostanziale definitiva e importante riforma della giustizia la fanno gli italiani firmando nelle piazze e nei Comuni». Non ha dubbi il leader della Lega, Matteo Salvini, sulla portata storica dei sei referendum sulla giustizia, per cambiare volto alla magistratura e ai processi italiani, promossi dal Carroccio insieme al Partito radicale, e sottoscritti dal nostro direttore Maurizio Belpietro, che definisce «un'occasione persa» la riforma messa a punto dalla guardasigilli Marta Cartabia, approvata giovedì in consiglio dei ministri ma che di fatto «non cambia nulla».
E a pochi giorni dal via alla raccolta firme sui sei quesiti, Salvini ieri ha scritto al ministero dell'Interno e all'Anci, l'Associazione nazionale dei Comuni, per sottolineare alcuni problemi oggettivi della campagna referendaria: difficoltà a reperire i moduli vidimati, lentezze burocratiche, mancanza di personale. «Scrivo in qualità di presidente del Comitato promotore dei referendum», ha specificato l'ex ministro dell'Interno, che da Viminale e Comuni si aspetta massimo impegno «per aiutare i cittadini» a esercitare un diritto come quello del voto. Salvini nella lettera alla responsabile del Viminale, Luciana Lamorgese, e al presidente dell'Anci, Antonio Decaro, ha spiegato di aver riscontrato «ritardi nella vidimazione dei moduli», che in alcuni casi «sono stati chiusi e archiviati anche con poche firme agli atti, con la necessità di reperirne subito di nuovi». Lo scorso weekend, infatti, i moduli erano finiti in poche ore a Milano città e in Friuli Venezia Giulia, Umbria e Puglia. Difficoltà che si sommano al poco personale presente nei municipi durante il weekend.
In attesa della risposta di Viminale e Anci, la raccolta firme prosegue. Nelle ultime ore ha aderito il presidente della Regione Liguria, Giovanni Toti, nonché i figli di Giulio Andreotti, Stefano e Serena, che hanno firmato i quesiti in piazza davanti al tribunale di Perugia, dove hanno partecipato alla presentazione del libro I diari segreti di Giulio Andreotti.
Adesioni trasversali che fanno clamore come quella di Sergio Staino, il disegnatore satirico di sinistra che però ha detto con la sua amara ironia: «Salvini passa, i magistrati restano». A confermare l'adesione alla campagna anche Michele Vietti, ex vicepresidente del Csm, Pierluigi Battista, Paolo Mieli, Mauro Corona e il candidato sindaco di Torino Paolo Damilano».
Come ha ribadito ieri Salvini a margine dell'incontro dei giovani di Confindustria a Genova ,«dopo 30 anni di chiacchiere, di mancate riforme, questi referendum saranno un aiuto a Draghi per correre nel suo processo riformatore e la garanzia che se qualcuno si metterà di traverso in Parlamento, e penso ai 5 stelle, saranno gli italiani con la firma e col voto per il referendum a dare veramente tempi certi certezza della pena e giustizia giusto».
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La riforma Cartabia tratta diversamente reati puniti allo stesso modo: si rischia l'incostituzionalità. Troppa discrezionalità su indagini preliminari e azione penale. E sono saltate le misure utili a velocizzare i processi.Sgambetto al referendum leghista. Matteo Salvini scrive a Viminale e Anci denunciando «lentezze burocratiche» e pasticci con i moduli nei Comuni. Intanto arrivano altre adesioni Vip: Giovanni Toti e i figli di Giulio Andreotti.Lo speciale comprende due articoli. La confusione tra processo rapido e processo giusto. La mancanza di coraggio sulle impugnazioni dei pm per mero puntiglio. L'ipocrisia dell'azione penale «obbligatoria» ma lasciata all'arbitrio delle Procure. Il cavillo diabolico di inserire l'associazione a delinquere semplice (contestata su reati tenui solo per mettere cimici e trojan) tra le scuse per allungare la prescrizione. L'evidente incostituzionalità di trattare più duramente i sospettati di corruzione, pur di soddisfare le esigenze della propaganda grillina. Altro che «Italia patria del diritto». Anche questa volta, nella riforma approvata giovedì dal Consiglio dei ministri, il catalogo degli orrori giudiziari è lungo.Che un processo debba durare «il giusto», non per un'esigenza di rapidità della macchina giudiziaria o di economia dello Stato sui tempi, ma per non infierire sull'imputato è un principio che ancora una volta è rimasto fuori dalla porta. Anche con il Guardasigilli Marta Cartabia, che pure aspira alla presidenza della Repubblica e a un ruolo da supremo garante della Costituzione e della democrazia. Le nuove norme fissano in due anni i tempi di durata massima del giudizio di appello e di un anno per la Cassazione. Se i termini vengono sforati, la sanzione è di natura processuale ed è la improcedibilità, che non estingue il reato ma blocca la macchina giudiziaria. Se però i reati sono contro la Pubblica amministrazione, i termini salgono a tre anni per il secondo grado e a un anno e mezzo per il giudizio di legittimità. Così, gli imputati di reati come la corruzione vengono di fatto trattati con maggiore severità rispetto a quelli di altri reati puniti allo stesso modo. Il rischio di incostituzionalità è fortissimo. Lo stesso ampliamento a quattro anni e mezzo di processo in totale (tra appello e Cassazione), scatta non solo per la corruzione, ma anche per i reati da ergastolo, di mafia, di traffico di stupefacenti, per le estorsioni, le rapine, i sequestri di persona e pure il favoreggiamento dell'immigrazione clandestina. In questo modo, devono aver ragionato in via Arenula, tutti i partiti di governo possono stare tranquilli. E invece, a leggere bene l'elenco, spunta perfino l'associazione a delinquere «semplice», che già di per sé è un reato fumoso, ma che in sede di indagini preliminari viene contestato a mani basse dai pm a caccia di notorietà perché consente di intercettare telefoni e computer anche per reati poco gravi e permette di andare avanti con le famose «intercettazioni a strascico», nella speranza di trovare qualcosa di più grave. Sempre sul fronte del giudizio di secondo grado, è saltata dalla riforma l'unica proposta sensata in tema di deflazione, ovvero l'impossibilità per il pm di fare appello di fronte a sentenze di assoluzione. Un mal costume spesso dettato solo dall'orgoglio di tenere il punto e perché tanto una nuova sconfitta, all'accusa, non costa nulla. Mentre il cittadino deve pagarsi altri avvocati.Facendo un passo indietro alla fase delle indagini preliminari, ecco altre delusioni e criticità. Le indagini possono durare, a seconda della gravità dei reati, fino a sei mesi, un anno, o un anno e mezzo. Il termine scatta dalle iscrizioni sul registro degli indagati. In caso le indagini siano particolarmente complicate, come per il terrorismo internazionale, il pm può chiedere altri sei mesi. Qui, le previsioni sembrano di buon senso, ma sono le omissioni a indicare la qualità ben poco coraggiosa e garantista della mediazione Draghi-Grillo-Cartabia. Ovvero, non è stata introdotta l'inutilizzabilità in processo delle indagini tardive condotte dal pm. Non è stato consentito al giudice delle indagini preliminari di verificare in concreto che l'iscrizione dell'indagato sia stata tempestiva e neppure di retrodatare «d'ufficio» le iscrizioni furbette. Ci si è dimenticati di obbligare il pm, quando chiede una proroga d'indagini, almeno a depositare gli atti compiuti fino a quel momento, per consentire alla difesa di prenderne visione e farne copia.Se poi si vuole toccare con mano come lo scandalo Palamara venga inghiottito e digerito dal «sistema giustizia», basta andare a vedere alla voce «obbligatorietà dell'azione penale». Com'è noto, si tratta di una grande ipocrisia, ma è pur sempre in Costituzione. E allora ecco che nella riforma, dove non si spettinano minimamente le correnti dei magistrati e il loro strapotere nel Consiglio superiore della magistratura, spetta alle varie Procure individuare le priorità in modo trasparente e predeterminato, in modo da organizzare gli uffici e sottoporne il funzionamento al Csm. Il Parlamento quindi non individuerà le priorità nella lotta ai vari reati, ma solo dei «criteri generali» per individuarle. Come si vede, è un'evidente finzione al quadrato. Si limita in parte l'obbligatorietà della repressione penale, ma demandando la faccenda alle toghe e alle loro correnti, anziché alle Camere (soluzione sicuramente più trasparente e democratica).Certo, bisognerà vedere con attenzione il testo definitivo, ma non sembra che si siano fatti molti progressi rispetto allo scadente piano Bonafede. Se si fosse voluto veramente limitare la durata dei processi in generale, e delle vie crucis dei singoli in particolare, si sarebbe dovuto accogliere almeno alcune delle richieste di buon senso del'Unione camere penali, come l'ampliamento dei patteggiamenti e della possibilità di chiedere l'abbreviato, e una responsabilità disciplinare vera per il pm che «dorme» su un fascicolo senza prendere alcuna decisione. 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Non ha dubbi il leader della Lega, Matteo Salvini, sulla portata storica dei sei referendum sulla giustizia, per cambiare volto alla magistratura e ai processi italiani, promossi dal Carroccio insieme al Partito radicale, e sottoscritti dal nostro direttore Maurizio Belpietro, che definisce «un'occasione persa» la riforma messa a punto dalla guardasigilli Marta Cartabia, approvata giovedì in consiglio dei ministri ma che di fatto «non cambia nulla». E a pochi giorni dal via alla raccolta firme sui sei quesiti, Salvini ieri ha scritto al ministero dell'Interno e all'Anci, l'Associazione nazionale dei Comuni, per sottolineare alcuni problemi oggettivi della campagna referendaria: difficoltà a reperire i moduli vidimati, lentezze burocratiche, mancanza di personale. «Scrivo in qualità di presidente del Comitato promotore dei referendum», ha specificato l'ex ministro dell'Interno, che da Viminale e Comuni si aspetta massimo impegno «per aiutare i cittadini» a esercitare un diritto come quello del voto. Salvini nella lettera alla responsabile del Viminale, Luciana Lamorgese, e al presidente dell'Anci, Antonio Decaro, ha spiegato di aver riscontrato «ritardi nella vidimazione dei moduli», che in alcuni casi «sono stati chiusi e archiviati anche con poche firme agli atti, con la necessità di reperirne subito di nuovi». Lo scorso weekend, infatti, i moduli erano finiti in poche ore a Milano città e in Friuli Venezia Giulia, Umbria e Puglia. Difficoltà che si sommano al poco personale presente nei municipi durante il weekend. In attesa della risposta di Viminale e Anci, la raccolta firme prosegue. Nelle ultime ore ha aderito il presidente della Regione Liguria, Giovanni Toti, nonché i figli di Giulio Andreotti, Stefano e Serena, che hanno firmato i quesiti in piazza davanti al tribunale di Perugia, dove hanno partecipato alla presentazione del libro I diari segreti di Giulio Andreotti. Adesioni trasversali che fanno clamore come quella di Sergio Staino, il disegnatore satirico di sinistra che però ha detto con la sua amara ironia: «Salvini passa, i magistrati restano». A confermare l'adesione alla campagna anche Michele Vietti, ex vicepresidente del Csm, Pierluigi Battista, Paolo Mieli, Mauro Corona e il candidato sindaco di Torino Paolo Damilano». Come ha ribadito ieri Salvini a margine dell'incontro dei giovani di Confindustria a Genova ,«dopo 30 anni di chiacchiere, di mancate riforme, questi referendum saranno un aiuto a Draghi per correre nel suo processo riformatore e la garanzia che se qualcuno si metterà di traverso in Parlamento, e penso ai 5 stelle, saranno gli italiani con la firma e col voto per il referendum a dare veramente tempi certi certezza della pena e giustizia giusto».
Sergio Mattarella (Getty Images)
Il «Picconatore» si oppose alla pretesa di trasformare il Consiglio superiore in una specie di terza Camera dello Stato e ritenne che l’intervento a gamba tesa di un ristretto gruppo di magistrati nei confronti del capo del governo fosse ai limiti dell’insurrezione e al di fuori dei poteri previsti dalla Costituzione.
Ma appunto quella di Cossiga fu un’azione che appartiene a una stagione passata, perché adesso, qualsiasi cosa faccia o decida il Csm non trova un altolà da parte del Quirinale, ma semmai un via libera. Lo si è visto anche ieri, quando a sorpresa Mattarella ha deciso di partecipare al plenum del Consiglio superiore della magistratura. Pur essendone il presidente, il capo dello Stato non è mai stato presente alle riunioni dell’organo di autogoverno. I suoi interventi del resto sono limitati alle occasioni in cui il Colle ha qualche messaggio da recapitare. E ieri di certo ce n’era uno importante, da rendere noto proprio nel mezzo della polemica politica in vista del referendum. Ma Mattarella non è andato a Palazzo dei Marescialli per rimettere in riga le toghe e per ribadire che al pari di tanti altri anche i magistrati sono servitori dello Stato, i quali pur se tutelati da indipendenza e autonomia garantita dalla Costituzione devono rispettare e applicare le leggi della Repubblica. No, il presidente ha voluto presiedere il plenum per ribadire il suo sostegno all’organismo di autogoverno dei magistrati, ma soprattutto per dare una botta al governo, che proprio in questi giorni è impegnato in una campagna referendaria sulla riforma della giustizia.
Il capo dello Stato non ha sentito il bisogno di replicare al procuratore capo di Napoli, Nicola Gratteri, il quale ha detto che massoni, indagati e imputati voteranno Sì alla riforma, arruolando dunque nel malaffare chiunque non si opponga come lui alla separazione delle carriere. No, il presidente non ha trovato nulla da ridire sul fatto che un importante magistrato considerasse pendagli da forca coloro che non si intruppano nella battaglia dell’Anm contro la legge Nordio. Né ha invocato la presunzione di innocenza per chi pur indagato potrebbe essere vittima della giustizia e da vittima decidere che gli errori dei magistrati debbano essere oggetto di un procedimento disciplinare indipendente, non condizionato dall’appartenenza ad alcuna corrente della quale magari gli stessi pm e giudici facciano parte.
Mattarella invece ha voluto sottolineare «il valore del ruolo di rilievo costituzionale del Consiglio superiore della magistratura», bacchettando dunque, pur senza nominarlo, il ministro della Giustizia Carlo Nordio, colpevole di aver ripetuto ciò che disse un giudice antimafia come Nino Di Matteo, ovvero che la gestione delle nomine degli uffici giudiziari risponde spesso a un sistema molto simile a quello mafioso. Che altro è il Sistema emerso con le intercettazioni a carico dell’ex presidente dell’Anm Luca Palamara se non uno scambio di favori, un traffico di interessi, una lottizzazione della giustizia e una spartizione delle poltrone in nome della legge? Ma di tutto ciò Mattarella non ha parlato. Si è limitato a esercitare quella che i giornali hanno chiamato una «moral suasion energica». Nei confronti delle balle che il fronte del No sta propagandando, dicendo che il governo vuole mettere i pm sotto il controllo della politica? Macché: il richiamo energico è a Palazzo Chigi e al ministro della Giustizia, a cui è chiesto «il rispetto che occorre ribadire e manifestare, particolarmente da parte delle altre istituzioni, nei confronti di questa istituzione». Con le sue frasi felpate il presidente non dice di essere schierato in questa battaglia referendaria, da una parte, ossia quella dei magistrati. Ma il suo No anche senza essere stato pronunciato si è sentito forte e chiaro.
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I volenterosi (Ansa)
Il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, oggi, su mandato del governo e del Parlamento, sarà a Washington per partecipare «in qualità di osservatore» alla riunione inaugurale del Board of peace, l’organismo internazionale voluto da Donald Trump per sovrintendere alla pacificazione e alla ricostruzione di Gaza. Oltre non era possibile andare, perché la nostra Costituzione impedisce all’Italia di partecipare ad organismi sovranazionali se non in condizione di assoluta parità con tutti gli altri Stati membri, cosa che lo statuto di Board of peace non prevede.
Per la sinistra, manco a dirlo, la scelta di essere comunque presenti all’atto costitutivo è una dimostrazione di subordinazione e servilismo nei confronti di Trump, che di quell’organismo è l’ideatore e coordinatore con ampi poteri decisionali. Insomma, partecipare a una coalizione di Paesi che spontaneamente si mettono insieme sotto l’egida di uno o più di essi con l’obiettivo di affrontare emergenze internazionali per l’opposizione è uno scandalo. In verità non è sempre uno scandalo. A Giorgia Meloni, per esempio, è stato rinfacciato di non essersi iscritta ai primi passi alla «Coalizione dei volenterosi», associazione spontanea e non riconosciuta internazionalmente che Francia e Gran Bretagna hanno messo su per affrontare in modo comune la crisi ucraina. Eppure, anche quella voluta da Macron e Starmer è una alleanza temporanea tra diverse nazioni per dare il via a operazioni militari o umanitarie che non si pongono sotto l’egida delle Nazioni unite. Questi hanno un concetto assai elastico della Costituzione: la interpretano in modo diverso a seconda che ci sia di mezzo Trump oppure Macron. Ma, soprattutto, interpretano malamente il ruolo dell’Italia nello scacchiere internazionale. Mi spiego meglio.
L’interesse primario del nostro Paese è avere un ruolo in tutto ciò che accade nell’area del Mediterraneo dove madre natura ci ha piazzato all’inizio dei tempi. Ma non è soltanto una questione di pura geografia: è che qualsiasi onda di Mare nostrum, anche quella che parte dalla coste più lontane tipo Gaza, prima o poi si infrange sulle nostre spiagge, a volte con effetti simili a uno tsunami.
La sola idea di rimanere completamente tagliati fuori, sia pure per presunti «motivi costituzionali», dal futuro di Gaza è un suicidio politico bello e buono, una mancanza di visione e strategia. Per stare in gioco bisogna giocare al gioco di Trump? Giochiamo, con cautela e buon senso ma giochiamo anche nell’interesse delle nostre aziende (la bonifica e la ricostruzione della Striscia sarà, probabilmente, il più grande affare dei prossimi anni). E giochiamo pure nell’interesse del popolo palestinese che, per la prima volta nella sua millenaria storia, ha la possibilità di uscire dalla miseria e dal degrado in cui i suoi leader lo hanno tenuto e vorrebbero tenerlo all’infinito per poter continuare ad arricchirsi personalmente con gli aiuti umanitari senza fondo.
Rendere civile e vivibile quella terra arida è possibile, Israele lo dimostra. E se per farlo bisogna accompagnarsi a Trump e non all’Onu, beh, a mio avviso ne vale la pena.
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