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2021-07-10
Un pastrocchio sulla prescrizione. E agli imputati garanzie farlocche
Marta Cartabia (Getty Images)
La confusione tra processo rapido e processo giusto. La mancanza di coraggio sulle impugnazioni dei pm per mero puntiglio. L'ipocrisia dell'azione penale «obbligatoria» ma lasciata all'arbitrio delle Procure. Il cavillo diabolico di inserire l'associazione a delinquere semplice (contestata su reati tenui solo per mettere cimici e trojan) tra le scuse per allungare la prescrizione. L'evidente incostituzionalità di trattare più duramente i sospettati di corruzione, pur di soddisfare le esigenze della propaganda grillina. Altro che «Italia patria del diritto». Anche questa volta, nella riforma approvata giovedì dal Consiglio dei ministri, il catalogo degli orrori giudiziari è lungo.
Che un processo debba durare «il giusto», non per un'esigenza di rapidità della macchina giudiziaria o di economia dello Stato sui tempi, ma per non infierire sull'imputato è un principio che ancora una volta è rimasto fuori dalla porta. Anche con il Guardasigilli Marta Cartabia, che pure aspira alla presidenza della Repubblica e a un ruolo da supremo garante della Costituzione e della democrazia. Le nuove norme fissano in due anni i tempi di durata massima del giudizio di appello e di un anno per la Cassazione. Se i termini vengono sforati, la sanzione è di natura processuale ed è la improcedibilità, che non estingue il reato ma blocca la macchina giudiziaria. Se però i reati sono contro la Pubblica amministrazione, i termini salgono a tre anni per il secondo grado e a un anno e mezzo per il giudizio di legittimità. Così, gli imputati di reati come la corruzione vengono di fatto trattati con maggiore severità rispetto a quelli di altri reati puniti allo stesso modo. Il rischio di incostituzionalità è fortissimo.
Lo stesso ampliamento a quattro anni e mezzo di processo in totale (tra appello e Cassazione), scatta non solo per la corruzione, ma anche per i reati da ergastolo, di mafia, di traffico di stupefacenti, per le estorsioni, le rapine, i sequestri di persona e pure il favoreggiamento dell'immigrazione clandestina. In questo modo, devono aver ragionato in via Arenula, tutti i partiti di governo possono stare tranquilli. E invece, a leggere bene l'elenco, spunta perfino l'associazione a delinquere «semplice», che già di per sé è un reato fumoso, ma che in sede di indagini preliminari viene contestato a mani basse dai pm a caccia di notorietà perché consente di intercettare telefoni e computer anche per reati poco gravi e permette di andare avanti con le famose «intercettazioni a strascico», nella speranza di trovare qualcosa di più grave.
Sempre sul fronte del giudizio di secondo grado, è saltata dalla riforma l'unica proposta sensata in tema di deflazione, ovvero l'impossibilità per il pm di fare appello di fronte a sentenze di assoluzione. Un mal costume spesso dettato solo dall'orgoglio di tenere il punto e perché tanto una nuova sconfitta, all'accusa, non costa nulla. Mentre il cittadino deve pagarsi altri avvocati.
Facendo un passo indietro alla fase delle indagini preliminari, ecco altre delusioni e criticità. Le indagini possono durare, a seconda della gravità dei reati, fino a sei mesi, un anno, o un anno e mezzo. Il termine scatta dalle iscrizioni sul registro degli indagati. In caso le indagini siano particolarmente complicate, come per il terrorismo internazionale, il pm può chiedere altri sei mesi. Qui, le previsioni sembrano di buon senso, ma sono le omissioni a indicare la qualità ben poco coraggiosa e garantista della mediazione Draghi-Grillo-Cartabia. Ovvero, non è stata introdotta l'inutilizzabilità in processo delle indagini tardive condotte dal pm. Non è stato consentito al giudice delle indagini preliminari di verificare in concreto che l'iscrizione dell'indagato sia stata tempestiva e neppure di retrodatare «d'ufficio» le iscrizioni furbette. Ci si è dimenticati di obbligare il pm, quando chiede una proroga d'indagini, almeno a depositare gli atti compiuti fino a quel momento, per consentire alla difesa di prenderne visione e farne copia.
Se poi si vuole toccare con mano come lo scandalo Palamara venga inghiottito e digerito dal «sistema giustizia», basta andare a vedere alla voce «obbligatorietà dell'azione penale». Com'è noto, si tratta di una grande ipocrisia, ma è pur sempre in Costituzione. E allora ecco che nella riforma, dove non si spettinano minimamente le correnti dei magistrati e il loro strapotere nel Consiglio superiore della magistratura, spetta alle varie Procure individuare le priorità in modo trasparente e predeterminato, in modo da organizzare gli uffici e sottoporne il funzionamento al Csm. Il Parlamento quindi non individuerà le priorità nella lotta ai vari reati, ma solo dei «criteri generali» per individuarle. Come si vede, è un'evidente finzione al quadrato. Si limita in parte l'obbligatorietà della repressione penale, ma demandando la faccenda alle toghe e alle loro correnti, anziché alle Camere (soluzione sicuramente più trasparente e democratica).
Certo, bisognerà vedere con attenzione il testo definitivo, ma non sembra che si siano fatti molti progressi rispetto allo scadente piano Bonafede. Se si fosse voluto veramente limitare la durata dei processi in generale, e delle vie crucis dei singoli in particolare, si sarebbe dovuto accogliere almeno alcune delle richieste di buon senso del'Unione camere penali, come l'ampliamento dei patteggiamenti e della possibilità di chiedere l'abbreviato, e una responsabilità disciplinare vera per il pm che «dorme» su un fascicolo senza prendere alcuna decisione. Ma i diversi protagonisti del processo sembrano destinati a rimanere a dignità (e responsabilità) variabile.
Sgambetto al referendum leghista
«La riforma della giustizia approvata in Consiglio dei ministri è un primo passo, va bene. Noi siamo al governo con Draghi per riformare rivoluzionare e ammodernare questo Paese. Ma la vera e sostanziale definitiva e importante riforma della giustizia la fanno gli italiani firmando nelle piazze e nei Comuni». Non ha dubbi il leader della Lega, Matteo Salvini, sulla portata storica dei sei referendum sulla giustizia, per cambiare volto alla magistratura e ai processi italiani, promossi dal Carroccio insieme al Partito radicale, e sottoscritti dal nostro direttore Maurizio Belpietro, che definisce «un'occasione persa» la riforma messa a punto dalla guardasigilli Marta Cartabia, approvata giovedì in consiglio dei ministri ma che di fatto «non cambia nulla».
E a pochi giorni dal via alla raccolta firme sui sei quesiti, Salvini ieri ha scritto al ministero dell'Interno e all'Anci, l'Associazione nazionale dei Comuni, per sottolineare alcuni problemi oggettivi della campagna referendaria: difficoltà a reperire i moduli vidimati, lentezze burocratiche, mancanza di personale. «Scrivo in qualità di presidente del Comitato promotore dei referendum», ha specificato l'ex ministro dell'Interno, che da Viminale e Comuni si aspetta massimo impegno «per aiutare i cittadini» a esercitare un diritto come quello del voto. Salvini nella lettera alla responsabile del Viminale, Luciana Lamorgese, e al presidente dell'Anci, Antonio Decaro, ha spiegato di aver riscontrato «ritardi nella vidimazione dei moduli», che in alcuni casi «sono stati chiusi e archiviati anche con poche firme agli atti, con la necessità di reperirne subito di nuovi». Lo scorso weekend, infatti, i moduli erano finiti in poche ore a Milano città e in Friuli Venezia Giulia, Umbria e Puglia. Difficoltà che si sommano al poco personale presente nei municipi durante il weekend.
In attesa della risposta di Viminale e Anci, la raccolta firme prosegue. Nelle ultime ore ha aderito il presidente della Regione Liguria, Giovanni Toti, nonché i figli di Giulio Andreotti, Stefano e Serena, che hanno firmato i quesiti in piazza davanti al tribunale di Perugia, dove hanno partecipato alla presentazione del libro I diari segreti di Giulio Andreotti.
Adesioni trasversali che fanno clamore come quella di Sergio Staino, il disegnatore satirico di sinistra che però ha detto con la sua amara ironia: «Salvini passa, i magistrati restano». A confermare l'adesione alla campagna anche Michele Vietti, ex vicepresidente del Csm, Pierluigi Battista, Paolo Mieli, Mauro Corona e il candidato sindaco di Torino Paolo Damilano».
Come ha ribadito ieri Salvini a margine dell'incontro dei giovani di Confindustria a Genova ,«dopo 30 anni di chiacchiere, di mancate riforme, questi referendum saranno un aiuto a Draghi per correre nel suo processo riformatore e la garanzia che se qualcuno si metterà di traverso in Parlamento, e penso ai 5 stelle, saranno gli italiani con la firma e col voto per il referendum a dare veramente tempi certi certezza della pena e giustizia giusto».
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La riforma Cartabia tratta diversamente reati puniti allo stesso modo: si rischia l'incostituzionalità. Troppa discrezionalità su indagini preliminari e azione penale. E sono saltate le misure utili a velocizzare i processi.Sgambetto al referendum leghista. Matteo Salvini scrive a Viminale e Anci denunciando «lentezze burocratiche» e pasticci con i moduli nei Comuni. Intanto arrivano altre adesioni Vip: Giovanni Toti e i figli di Giulio Andreotti.Lo speciale comprende due articoli. La confusione tra processo rapido e processo giusto. La mancanza di coraggio sulle impugnazioni dei pm per mero puntiglio. L'ipocrisia dell'azione penale «obbligatoria» ma lasciata all'arbitrio delle Procure. Il cavillo diabolico di inserire l'associazione a delinquere semplice (contestata su reati tenui solo per mettere cimici e trojan) tra le scuse per allungare la prescrizione. L'evidente incostituzionalità di trattare più duramente i sospettati di corruzione, pur di soddisfare le esigenze della propaganda grillina. Altro che «Italia patria del diritto». Anche questa volta, nella riforma approvata giovedì dal Consiglio dei ministri, il catalogo degli orrori giudiziari è lungo.Che un processo debba durare «il giusto», non per un'esigenza di rapidità della macchina giudiziaria o di economia dello Stato sui tempi, ma per non infierire sull'imputato è un principio che ancora una volta è rimasto fuori dalla porta. Anche con il Guardasigilli Marta Cartabia, che pure aspira alla presidenza della Repubblica e a un ruolo da supremo garante della Costituzione e della democrazia. Le nuove norme fissano in due anni i tempi di durata massima del giudizio di appello e di un anno per la Cassazione. Se i termini vengono sforati, la sanzione è di natura processuale ed è la improcedibilità, che non estingue il reato ma blocca la macchina giudiziaria. Se però i reati sono contro la Pubblica amministrazione, i termini salgono a tre anni per il secondo grado e a un anno e mezzo per il giudizio di legittimità. Così, gli imputati di reati come la corruzione vengono di fatto trattati con maggiore severità rispetto a quelli di altri reati puniti allo stesso modo. Il rischio di incostituzionalità è fortissimo. Lo stesso ampliamento a quattro anni e mezzo di processo in totale (tra appello e Cassazione), scatta non solo per la corruzione, ma anche per i reati da ergastolo, di mafia, di traffico di stupefacenti, per le estorsioni, le rapine, i sequestri di persona e pure il favoreggiamento dell'immigrazione clandestina. In questo modo, devono aver ragionato in via Arenula, tutti i partiti di governo possono stare tranquilli. E invece, a leggere bene l'elenco, spunta perfino l'associazione a delinquere «semplice», che già di per sé è un reato fumoso, ma che in sede di indagini preliminari viene contestato a mani basse dai pm a caccia di notorietà perché consente di intercettare telefoni e computer anche per reati poco gravi e permette di andare avanti con le famose «intercettazioni a strascico», nella speranza di trovare qualcosa di più grave. Sempre sul fronte del giudizio di secondo grado, è saltata dalla riforma l'unica proposta sensata in tema di deflazione, ovvero l'impossibilità per il pm di fare appello di fronte a sentenze di assoluzione. Un mal costume spesso dettato solo dall'orgoglio di tenere il punto e perché tanto una nuova sconfitta, all'accusa, non costa nulla. Mentre il cittadino deve pagarsi altri avvocati.Facendo un passo indietro alla fase delle indagini preliminari, ecco altre delusioni e criticità. Le indagini possono durare, a seconda della gravità dei reati, fino a sei mesi, un anno, o un anno e mezzo. Il termine scatta dalle iscrizioni sul registro degli indagati. In caso le indagini siano particolarmente complicate, come per il terrorismo internazionale, il pm può chiedere altri sei mesi. Qui, le previsioni sembrano di buon senso, ma sono le omissioni a indicare la qualità ben poco coraggiosa e garantista della mediazione Draghi-Grillo-Cartabia. Ovvero, non è stata introdotta l'inutilizzabilità in processo delle indagini tardive condotte dal pm. Non è stato consentito al giudice delle indagini preliminari di verificare in concreto che l'iscrizione dell'indagato sia stata tempestiva e neppure di retrodatare «d'ufficio» le iscrizioni furbette. Ci si è dimenticati di obbligare il pm, quando chiede una proroga d'indagini, almeno a depositare gli atti compiuti fino a quel momento, per consentire alla difesa di prenderne visione e farne copia.Se poi si vuole toccare con mano come lo scandalo Palamara venga inghiottito e digerito dal «sistema giustizia», basta andare a vedere alla voce «obbligatorietà dell'azione penale». Com'è noto, si tratta di una grande ipocrisia, ma è pur sempre in Costituzione. E allora ecco che nella riforma, dove non si spettinano minimamente le correnti dei magistrati e il loro strapotere nel Consiglio superiore della magistratura, spetta alle varie Procure individuare le priorità in modo trasparente e predeterminato, in modo da organizzare gli uffici e sottoporne il funzionamento al Csm. Il Parlamento quindi non individuerà le priorità nella lotta ai vari reati, ma solo dei «criteri generali» per individuarle. Come si vede, è un'evidente finzione al quadrato. Si limita in parte l'obbligatorietà della repressione penale, ma demandando la faccenda alle toghe e alle loro correnti, anziché alle Camere (soluzione sicuramente più trasparente e democratica).Certo, bisognerà vedere con attenzione il testo definitivo, ma non sembra che si siano fatti molti progressi rispetto allo scadente piano Bonafede. Se si fosse voluto veramente limitare la durata dei processi in generale, e delle vie crucis dei singoli in particolare, si sarebbe dovuto accogliere almeno alcune delle richieste di buon senso del'Unione camere penali, come l'ampliamento dei patteggiamenti e della possibilità di chiedere l'abbreviato, e una responsabilità disciplinare vera per il pm che «dorme» su un fascicolo senza prendere alcuna decisione. 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Non ha dubbi il leader della Lega, Matteo Salvini, sulla portata storica dei sei referendum sulla giustizia, per cambiare volto alla magistratura e ai processi italiani, promossi dal Carroccio insieme al Partito radicale, e sottoscritti dal nostro direttore Maurizio Belpietro, che definisce «un'occasione persa» la riforma messa a punto dalla guardasigilli Marta Cartabia, approvata giovedì in consiglio dei ministri ma che di fatto «non cambia nulla». E a pochi giorni dal via alla raccolta firme sui sei quesiti, Salvini ieri ha scritto al ministero dell'Interno e all'Anci, l'Associazione nazionale dei Comuni, per sottolineare alcuni problemi oggettivi della campagna referendaria: difficoltà a reperire i moduli vidimati, lentezze burocratiche, mancanza di personale. «Scrivo in qualità di presidente del Comitato promotore dei referendum», ha specificato l'ex ministro dell'Interno, che da Viminale e Comuni si aspetta massimo impegno «per aiutare i cittadini» a esercitare un diritto come quello del voto. Salvini nella lettera alla responsabile del Viminale, Luciana Lamorgese, e al presidente dell'Anci, Antonio Decaro, ha spiegato di aver riscontrato «ritardi nella vidimazione dei moduli», che in alcuni casi «sono stati chiusi e archiviati anche con poche firme agli atti, con la necessità di reperirne subito di nuovi». Lo scorso weekend, infatti, i moduli erano finiti in poche ore a Milano città e in Friuli Venezia Giulia, Umbria e Puglia. Difficoltà che si sommano al poco personale presente nei municipi durante il weekend. In attesa della risposta di Viminale e Anci, la raccolta firme prosegue. Nelle ultime ore ha aderito il presidente della Regione Liguria, Giovanni Toti, nonché i figli di Giulio Andreotti, Stefano e Serena, che hanno firmato i quesiti in piazza davanti al tribunale di Perugia, dove hanno partecipato alla presentazione del libro I diari segreti di Giulio Andreotti. Adesioni trasversali che fanno clamore come quella di Sergio Staino, il disegnatore satirico di sinistra che però ha detto con la sua amara ironia: «Salvini passa, i magistrati restano». A confermare l'adesione alla campagna anche Michele Vietti, ex vicepresidente del Csm, Pierluigi Battista, Paolo Mieli, Mauro Corona e il candidato sindaco di Torino Paolo Damilano». Come ha ribadito ieri Salvini a margine dell'incontro dei giovani di Confindustria a Genova ,«dopo 30 anni di chiacchiere, di mancate riforme, questi referendum saranno un aiuto a Draghi per correre nel suo processo riformatore e la garanzia che se qualcuno si metterà di traverso in Parlamento, e penso ai 5 stelle, saranno gli italiani con la firma e col voto per il referendum a dare veramente tempi certi certezza della pena e giustizia giusto».
Andrea Sempio e Chiara Poggi (Ansa)
Ogni giorno infatti veniamo a conoscenza di fatti che inducono a chiederci se davvero quella sull’omicidio di una ragazza di appena 26 anni fu un’inchiesta condotta male, con scarsa professionalità degli inquirenti, o piuttosto si sia tratto di qualche cosa di più grave, ovvero di un vero e proprio depistaggio per salvare un colpevole. Come abbiamo appreso dal caso Tortora in poi, si può finire dietro le sbarre per la trascuratezza di chi ha il compito di indagare. Si può essere arrestati per uno scambio di persona, come avvenne con Daniele Barillà, un piccolo imprenditore che ebbe la sventura di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato, cosa che gli costò sette anni di prigione da innocente. Si può essere trascinati in manette dentro un’auto della polizia perché nessuno si è premurato di controllare un numero di telefono, oppure perché si è fatta una chiamata dal cellulare sbagliato. Tutto ciò attiene agli errori giudiziari o se preferite agli orrori della nostra giustizia. Ma il caso Garlasco è diverso. Nella vicenda che ha portato alla condanna di Alberto Stasi e all’archiviazione delle accuse contro Andrea Sempio c’è qualche cosa che va oltre la negligenza degli inquirenti e apre la strada all’idea che per interessi estranei all’inchiesta, forse per denaro, si volesse salvare il commesso di un negozio di computer.
L’inchiesta ancora aperta contro l’ex procuratore di Pavia, del resto, suppone la corruzione e accusa il padre di Sempio di aver pagato decine di migliaia di euro. Ovviamente le accuse devono essere provate e convalidate da una sentenza definitiva. Tuttavia, nelle carte ci sono infinite stranezze che inducono a sospettare che qualche cosa di anomalo sia avvenuto. Per esempio i contatti tra Sempio e gli uomini della polizia giudiziaria, così inusuali e prolungati. Oppure gli interrogatori degli amici di Marco Poggi, il fratello della vittima. Tutti effettuati alla stessa ora dagli stessi ufficiali di polizia giudiziaria, quasi che invece di singoli fossero collettivi. Oppure i verbali che riportano la testimonianza dello stesso Sempio, ma non le interruzioni e soprattutto l’intervento di un’ambulanza in soccorso del commesso, il quale, di fronte alle domande degli inquirenti, si sarebbe sentito male, ma gli investigatori avrebbero taciuto del malessere ai pm. Tutti errori, tutte dimenticanze casuali? Sarà, ma gli stessi magistrati hanno iscritto nel registro degli indagati chi aveva il compito di investigare. E quando mai si è visto che l’ex procuratore e una squadra di agenti di polizia giudiziaria finissero accusati di aver nascosto degli indizi o, peggio, di essersi fatti corrompere dalle persone su cui dovevano indagare?
L’ultima notizia riguarda un’ex pm che sostenne l’accusa contro Stasi, che una volta lasciata Pavia per Milano, dove ha ricoperto la carica di sostituta procuratrice generale, per i familiari di Chiara Poggi sarebbe stata la persona a cui rivolgersi per cercare di fermare l’inchiesta bis contro Andrea Sempio. In pratica, i genitori della vittima speravano di poter impedire che si tornasse a indagare sul delitto attraverso un intervento dall’alto, cioè della Procura generale di Milano. Un esposto contro i pm di Pavia per fermare l’inchiesta, che secondo i Poggi sarebbe stato suggerito dall’ex pubblico ministero, è il perfetto corollario di una vicenda dove appare chiaro che l’errore giudiziario è l’aspetto minore e meno inquietante.
A Garlasco emerge una commistione di interessi e di pressioni che nulla hanno a che fare con la giustizia. C’è un giallo nel giallo, che va oltre l’assassinio di Chiara, e coinvolge chi aveva il compito di fare le indagini e assicurare alla giustizia il colpevole ma non lo ha fatto. In questo caso, a prescindere da Stasi e Sempio, nulla torna. Io mi auguro che prima o poi si stabilisca in via definitiva chi è il killer della giovane. Ma mi domando anche come evitare che un domani non si ripeta un caso del genere, con magistrati accusati di essersi fatti corrompere e uomini della polizia giudiziaria imputati di aver lavorato per salvare i colpevoli invece di consegnarli alla giustizia.
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Luca Zaia (Imagoeconomica)
Tanto più se questo romanzo è forte come dice lei. «Spaccherà», ha anticipato infatti. Perciò noi non vediamo l’ora di leggerlo: siamo sicuri che il suo romanzo spaccherà davvero tutto. Ma proprio tutto. Forse persino il centrodestra.
Non conosciamo ancora la trama del suo capolavoro, infatti, ma conosciamo le trame, assai meno avvincenti, che si stanno tessendo a Roma. Per esempio, si è parlato della sua partecipazione a quella che i giornali hanno definito la «convention anti Tajani» con il governatore della Calabria, Roberto Occhiuto. Notizia smentita: si sa, certi retroscenisti politici sanno inventare storie più che i grandi romanzieri come lei. Però capirà che il dubbio resta: ce lo siamo chiesti tante volte negli ultimi tempi, mentre lei si esprimeva a favore dell’eutanasia («il fine vita è un diritto»), della legalizzazione della cannabis («non fa male alla salute») e delle politiche gender («scelta di civiltà»): a chi è, caro Zaia, che sta strizzando l’occhio (o anche solo l’Occhiuto)?
Trevigiano di Godega di Sant’Urbano, diplomato alla scuola enologica e poi laureato in agraria a Udine, per molti anni pr nelle discoteche del Veneto, autodefinitosi «pannelliano» e «gandhiano», leghista dai primi anni Novanta, consigliere comunale dal 1993, quindi presidente della provincia di Treviso (1998-2005), vicepresidente del Veneto (2005-2008), ministro dell’agricoltura (2008-2010) e presidente del Veneto (2010-2025), dopo che le è stato negato il terzo mandato ha optato per la carica di presidente del Consiglio regionale. E nel frattempo si tiene le mani libere per scrivere romanzi e non solo. Da qualche tempo lei si dedica a un’altra iniziativa editoriale di successo, un podcast intitolato Il fienile e girato proprio tra le balle. Di fieno, per il momento.
Ovvio: «O di paglia o di fieno, purché il corpo sia pieno», dicevano i nostri vecchi. Ma leggendo la notizia del romanzo «che spacca» ci è venuto un dubbio: non è che lei sta diventando come Veltroni? Ci pensi: scrive saggi ma anche romanzi, è vicino a chi sta con Tajani ma anche a chi fa l’anti Tajani, sostiene la politica del centrodestra ma anche i temi etici del centrosinistra. Se il suo romanzo s’intitolerà «I care» e il protagonista porterà le camicie botton down, allora capiremo che la trasformazione è compiuta. Del resto gli Happy Days ce li ha avuti pure lei. Meno felici altri giorni, quelli del Covid, quando era in prima fila per la campagna vaccinale (o «vaginale» come disse con una delle sue clamorose gaffe). Ricordo che allora citò i versi di un grande poeta del 233 a.C. Eracleonte da Gela.
Un poeta, ovviamente, mai esistito, come il grande centro. Spero che il romanzo non gliel’abbia ispirato lui.
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Lo sbarco di passeggeri ed equipaggio dalla nave da crociera MV Hondius al porto di Granadilla de Abona a Tenerife (Ansa)
L’Organizzazione mondiale della sanità, le autorità spagnole e la compagnia di crociere Oceanwide Expeditions hanno predisposto un protocollo rigidissimo per evitare qualsiasi rischio di contagio e hanno dichiarato che nessuno sulla nave da crociera presenta attualmente sintomi da Hantavirus, ovvero febbre, mal di testa, lieve diarrea. L’infezione da Hantavirus umano si contrae principalmente attraverso il contatto con urina, feci o saliva di roditori infetti o toccando superfici contaminate. L’esposizione si verifica in genere durante attività come la pulizia di edifici infestati da roditori, sebbene possa verificarsi anche durante le normali attività in aree fortemente infestate.
Gli spagnoli evacuati sono stati ricoverati in quarantena in un ospedale di Madrid. Anche i 5 cittadini francesi sono stati rimpatriati e saranno sottoposti a quarantena in ospedale per 72 ore, poi a domicilio, in isolamento di 45 giorni, con l’attivazione di un monitoraggio adeguato. Ieri, dopo i canadesi, l’ultimo volo in partenza da Tenerife è stato quello per gli Stati Uniti, dove i 17 croceristi saranno trasferiti sotto scorta sanitaria in una struttura federale di quarantena a Omaha, nel Nebraska. Oggi sono attesi altri due voli: uno dall’Australia, che trasporterà passeggeri australiani e neozelandesi, nonché un cittadino britannico residente in Australia e uno dai Paesi Bassi per prelevare alcuni passeggeri che non sono riusciti a trovare un volo oltre a trasportare alcuni membri dell’equipaggio e passeggeri provenienti da altri Paesi. Per l’isola delle Canarie si è trattato di un’emergenza senza precedenti e Madrid ha dovuto autorizzare l’operazione malvista dall’amministrazione locale per motivi di sicurezza sanitaria. «Il trauma del Covid è ancora presente, lo comprendiamo, ma la situazione è migliore ora» ha detto il direttore generale dell’Oms, Tedros Adhanom Ghebreyesus aggiungendo: «Voglio che la gente di Tenerife abbia fiducia in quanto diciamo inoltre è importante anche la solidarietà per garantire una risposta efficace». Papa Leone ieri nell’Angelus ha espresso la sua gratitudine per «l’accoglienza della popolazione delle Canarie, che ha permesso alla nave da crociera Hondius di attraccare con a bordo i pazienti affetti da Hantavirus».
Benché sulla Hondius non ci fossero nostri connazionali, quattro persone sono in «sorveglianza attiva» come richiesto dal ministero della Salute. Sono passeggeri arrivati nel nostro Paese con un volo Klm in coincidenza per Roma su cui era salita per alcuni minuti (era collassata prima del decollo ed era stata subito evacuata), la donna poi ricoverata a Johannesburg e lì deceduta. Il capo del Dipartimento prevenzione del ministero della Salute, Mara Campitiello ha rassicurato: «Non c’è il rischio di una nuova pandemia da Hantavirus, non ci troviamo nella stessa situazione del Covid, attualmente non c’è nessun allarme, è un virus diverso dal Covid seppure più letale, a basso contagio; la principale trasmissione è attraverso saliva, urina, feci di roditori e solo in piccola parte per via aerea e inter-umana». Per quanto riguarda gli italiani, «il periodo di incubazione è lungo, quindi è giusto consigliare l’isolamento. La contagiosità sembra non essere in fase pre-clinica ma attualmente i quattro passeggeri non presentano alcun sintomo». Intanto sono stati segnalati dal ministero alle Regioni Veneto, Calabria, Campania e Toscana, che hanno attivato la sorveglianza attiva.
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Siamo in Valsesia, meta di trekking ad alta quota e di escursioni a piedi o in mountain-bike fra i boschi, in un territorio che per l’abbondante vegetazione molti considerano la «valle più verde» d’Italia. Ma qui c’è molto più della natura. Questa è stata, e per certi aspetti è ancora, la terra dei Walser: l’antica popolazione di lingua germanica dell’alto Vallese che, a partire dal 1200, attraversò le Alpi alla ricerca di nuovi pascoli, nuove terre da coltivare, nuove opportunità di vita comunitaria.
«Pensiamo al Medioevo come a qualcosa di estraneo alla montagna, invece in Europa è stato un periodo di grandi spostamenti e migrazioni. A quel tempo le valli svizzere cominciavano ad essere molto popolate e i Walser, che di animo erano un po’ nomadi, decisero di spostarsi verso sud, stabilendosi in questi luoghi che sopra i 1.100 metri di quota erano disabitati». A raccontare la storia di come i Walser cambiarono il destino della valle è Davide Zambrino, guida ambientale-escursionistica dell’hotel NH Collection Alagna Mirtillo Rosso in località Riva Valdobbia, ai piedi di Alagna. Arrivando, lo riconosci subito: è un mosaico di quattro grandi chalet (per un totale di 56 camere) ispirati all’architettura walser, di proprietà della famiglia Ponti - quella dell’aceto - oggi sotto il cappello del brand NH Collection Hotels & Resorts, parte del gruppo Minor Hotels (www.minorhotels.com). Un hotel innovativo fin dall’apertura, nel 2015, per via della filosofia eco-sostenibile che sposa i criteri della bioedilizia, con pareti in legno, rivestimenti coibentati, pannelli solari, il recupero dell’acqua piovana. «Nel rispetto dell’ambiente, chiediamo agli ospiti se vogliono rinunciare alla pulizia quotidiana della camera, in cambio di un drink omaggio. E al ristorante Biancospino lo chef Omar Bonecchi utilizza prevalentemente prodotti bio e sostenibili, con grande attenzione ai piccoli produttori del territorio», precisa il direttore Stefano Cerutti.
La vocazione dell’hotel è decisamente family, ma non mancano spazi riservati alle coppie, come la spa di 300 mq (accanto a quella di poco più grande destinata alle famiglie), con piscina interna ed esterna, la vasca di galleggiamento, la sauna, il bagno turco e le cabine per massaggi al profumo di montagna. Anche le escursioni in compagnia di Davide Zambrino sono a misura di ospite: «Organizziamo passeggiate facili per le famiglie e camminate più impegnative fino alle alte vette, al confine fra Piemonte e Valle d’Aosta».
Fra le camminate impegnative, la più famosa è quella al rifugio Margherita, il più alto d’Europa, accoccolato a 4.554 metri di quota sulla vetta della Punta Gnifetti, nel gruppo del Monte Rosa. Ci si arriva per gradi: il primo pezzo è facile, con gli impianti del Monterosa Ski fino a quota 3.300 metri. Poi si cammina fino alla Capanna Gnifetti, chiamata così in onore di Giovanni Gnifetti, il parroco-alpinista di Alagna che, nel XIX secolo, fu fra i primi a scalare quelle montagne. All’ultimo tratto, la salita al rifugio Margherita, una volta all’anno si aggiunge il direttore Cerutti, grande appassionato di montagna, per condividere con i suoi ospiti l’incanto di quell’orizzonte increspato di roccia e di neve. Una meraviglia che richiede passione e un po’ di allenamento. Al contrario, la scoperta delle antiche frazioni Walser di Alagna, è alla portata di tutti. «Consiglio di partire da Pedemonte, perché è lì che sono arrivati i primi Walser, come ci racconta il museo a loro dedicato nel cuore del paese», continua Davide Zambrino. Il museo, altro non è che un piccolo nucleo di case dell’antico popolo vallese, identiche a quando furono costruite, con le pareti in pietra e in legno, i grandi ballatoi esterni, il solaio dove si raccoglieva il fieno, i letti con il materasso di foglie di faggio secco rivestito di canapa.
Un’altra escursione da non perdere è al Sacro Monte di Varallo, struttura immensa che domina dall’alto l’imbocco della valle. «I villaggi Walser sono una poesia delicata, il Sacro Monte è un capolavoro imponente di arte e spiritualità, in un luogo di grande suggestione», conclude la guida. Non a caso, l’Unesco l’ha dichiarato Patrimonio mondiale dell’umanità.
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