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2025-06-28
Asilo rifiutato per gli ucraini in Uk: «Zone sicure, tornate a casa vostra»
Malgrado il Regno Unito sia guidato dall’esecutivo laburista di Keir Starmer, la sinistra britannica sta criticando da diverso tempo le rigorose politiche di protezione delle frontiere volute dal ministro dell’Interno, Yvette Cooper: segno che la lotta all’immigrazione non era affatto un vezzo dei precedenti governi conservatori, ma un’emergenza nazionale che va presa di petto con urgenza e determinazione.
Lo scorso gennaio, tra le altre cose, il ministero dell’Interno del Regno Unito ha aggiornato le proprie linee guida relative alle richieste d’asilo presentate dai cittadini ucraini. Il cambiamento principale riguarda la valutazione della sicurezza nelle diverse aree dell’Ucraina: anche se il conflitto con la Russia non è ancora terminato, il ministero considera ora generally safe («generalmente sicure») alcune zone del Paese, come Kiev e l’Ucraina occidentale. Questa revisione delle linea guida ha quindi portato il dicastero britannico a respingere molte domande d’asilo presentate dai rifugiati ucraini, negando loro la protezione internazionale. Nelle motivazioni fornite dai funzionari del governo, inoltre, viene specificato che il ritorno in patria sarebbe «ragionevole» e che, comunque, non esporrebbe i richiedenti asilo a rischi immediati.
Su questa vicenda è intervenuto ieri il Guardian con toni scandalizzati e accorati. «Molte famiglie ucraine», ha scritto il quotidiano, «stanno cercano un percorso che consenta loro di stabilirsi definitivamente nel Regno Unito, di garantire ai figli un’istruzione nel sistema scolastico britannico e di migliorare le loro prospettive di lavoro e alloggio. Diverse persone, infatti, sentono di non avere più nulla a cui tornare, provenendo da aree devastate dalla guerra». Il Guardian cita in proposito lo studio legale Sterling Law, che ha dichiarato di essere stato preso d’assalto da numerosi immigrati ucraini, «tra cui donne e bambini vulnerabili, le cui domande sono state respinte. Lo studio sta lavorando a diversi ricorsi, che comportano attese di diversi mesi, durante i quali gli ucraini sono condannati a rimanere in un limbo».
Al di là delle singole vicende personali - anche drammatiche - riportate dal quotidiano per suscitare l’empatia del lettore, è chiaro che le cose sono un po’ più complesse di quanto lasciato intendere dal Guardian. Andiamo ad analizzare i numeri: secondo i dati aggiornati al marzo 2025, il ministero dell’Interno ha registrato che, a partire dal 2022, il Regno Unito ha concesso circa 273.000 visti ai rifugiati ucraini. Per accoglierli, il governo ha attivato già nel 2022, nel giro di pochi mesi, ben tre programmi umanitari specifici, che garantiscono ai beneficiari la possibilità di soggiorno, lavoro e accesso ai servizi sanitari per la durata di tre anni.
Questi programmi hanno permesso di garantire protezione immediata agli ucraini senza passare dalla procedura di richiesta d’asilo tradizionale, per cui occorre dimostrare di essere stati vittime di persecuzioni individuali o fattispecie simili. È per questo motivo che, nonostante i numeri elevati di arrivi, le richieste d’asilo accolte restano contenute. Come riportato dal Guardian, dal 2023 solo 47 cittadini ucraini hanno ottenuto lo status di rifugiato e 724 hanno ricevuto una forma di protezione umanitaria.
Il punto è che, adesso, i visti concessi nel 2022, stanno per arrivare a scadenza. Per ovviare a questo problema, peraltro, il governo di Londra non è rimasto con le mani in mano, ma ha annunciato all’inizio del 2025 un’estensione del visto di 18 mesi per gli ucraini che già risiedono nel Regno Unito e che stanno beneficiando di questi tre programmi umanitari speciali.
Dopo questo anno e mezzo, però, che cosa succederà? Come specificato dal Guardian, molti di questi ucraini vorrebbero rimanere a tempo indeterminato in Gran Bretagna, che hanno eletto a loro patria d’adozione. Secondo un recente sondaggio, la percentuale di rifugiati intenzionati a rientrare in Ucraina è diminuita in modo significativo dall’inizio del conflitto: se nel 2022 circa il 77% dei rifugiati dichiarava di voler tornare in patria, questa quota è scesa nel 2024 al 43%.
Rimanere per sempre in Gran Bretagna, tuttavia, è una richiesta già più impegnativa. Lo status di rifugiato prevede infatti, per sua stessa natura, un periodo di soggiorno temporaneo. Il suo scopo, in altre parole, è quello di garantire protezione ai richiedenti asilo fintantoché la situazione nel loro Paese d’origine non ritorni alla normalità. E appunto, per il governo britannico, alcune zone dell’Ucraina sono oggi sufficientemente sicure. Si può discutere nel merito quanto si vuole, ma concedere a centinaia di migliaia di cittadini stranieri di risiedere indefinitivamente nel Regno Unito è una decisione che spetta al Parlamento, non alle Ong e alle associazioni sponsorizzate dal Guardian.
In ogni caso, un portavoce del ministero dell’Interno ha risposto così alle proteste del quotidiano britannico: «Dall’invasione di Vladimir Putin, abbiamo offerto o esteso la protezione a oltre 300.000 ucraini. Il programma Homes for Ukraine, inoltre, rimane attivo. Tutte le richieste di asilo vengono attentamente valutate nel loro merito, in conformità con i nostri obblighi internazionali. Nessuno che sia ritenuto a rischio di gravi danni sarà costretto a tornare in Ucraina».
La giravolta di Starmer: «Meno tagli al welfare». In Francia debito boom
La minaccia per l’Europa è rappresentata dai tagli alla spesa sociale, con le fasce deboli della popolazione che rischiano di essere sacrificate sull’altare dell’austerità e degli interessi geopolitici. Il paradosso sta emergendo negli ultimi giorni, dopo la chiusura del vertice Nato, tra l’entusiasmo per l’aumento delle spese militari e il chiodo fisso della difesa contro la Russia. Per i leader di Londra e Parigi, infatti, il ritorno alle questioni interne ha rappresentato un bagno di realtà. Lo scontro è avvenuto contro l’opinione pubblica, e nel caso britannico, perfino contro la stessa maggioranza di governo, avversa ad uno smantellamento dello Stato sociale.
«Il premier Starmer ha perso autorità» è quanto riportato dai tabloid britannici, con poche variazioni tra le varie linee editoriali. Infatti, la riforma del welfare, una delle bandiere del governo, ha incontrato l’opposizione perfino di oltre 120 deputati della stessa maggioranza, tutti contrari alla possibilità di tagliare i sussidi per i disabili e i lavoratori in malattia. Così Keir Starmer ha deciso di rivedere i suoi piani e di dialogare con la maggioranza, anche per non rischiare la sconfitta nel voto di martedì prossimo alla Camera dei comuni. In concreto, secondo le indiscrezioni, le nuove restrizioni si applicheranno solo ai nuovi richiedenti, tutelando i beneficiari attuali e allineando i contributi all’inflazione. In termini economici, questi aggiustamenti costeranno 3 miliardi di sterline e soprattutto non consentiranno di risparmiare quei 5 miliardi all’anno (dal 2030) previsti nella riforma originaria. In termini politici rimangono i malumori tra i parlamentari e si amplia la crisi del Governo, dopo neanche un anno dal suo insediamento. Secondo i sondaggi, l’attuale voto britannico sancirebbe la perdita di 233 seggi per i laburisti e il trionfo di ReformUK, il movimento di Nigel Farage. Possono esultare anche gli attuali beneficiari del welfare britannico: se la riforma originaria fosse stata attuata, 250 mila beneficiari, tra cui 50 mila minori, sarebbero finiti oltre la soglia di povertà.
Anche in Francia i tagli alla spesa pubblica rientrano nell’ordine del giorno. «Il risanamento delle nostre finanze pubbliche è una condizione indispensabile per la nostra sovranità economica» sono le dichiarazioni di Eric Lombard, il ministro dell’Economia. I sacrifici dovrebbero finanziare le armi e anche riportare il deficit pubblico dal 5,8% del Pil nel 2024 al 5,4% nel 2025. Così si prevedono tagli di 4,7 miliardi di euro, di cui 3 «sui crediti dello Stato» e 1,7 sull’assistenza sanitaria.
In concreto, si prevede di ridurre i rimborsi sulle spese mediche, gli aiuti alle famiglie e le indennità a favore dei lavoratori in caso di interruzioni sul lavoro, aumentando le tariffe delle visite mediche specialistiche. E per il 2026 Lombard ha annunciato un ulteriore sforzo di 40 miliardi di euro.
Anche in Francia non mancano gli attriti. Così, il Governo può solo sperare in un accordo verso metà luglio per la riforma delle pensioni. François Bayrou, il primo ministro, confida di giungere a un compromesso riducendo l’età pensionistica a tasso pieno di 67 anni a 66 e mezzo e migliorando gli indennizzi delle donne con bambini. I socialisti, però, non convinti, mantengono la mozione di sfiducia presentata contro il Governo e che dovrebbe passare al vaglio dell’Assemblea nazionale a inizio settimana.
Sullo sfondo, secondo l’Insee, il debito pubblico aumenta di 40,5 miliardi nel primo trimestre del 2025, arrivando a 3.345,8 miliardi, pari al 114% del Pil. Continua così quella tendenza, degli ultimi 50 anni, che vede la spesa pubblica soverchiare costantemente le entrate, passando dal 40,9% al 57% del Pil, tra il 1973 e il 2024. È il paradosso di un Paese che ha sempre esaltato il proprio modello sociale ma che ora si prepara alla corsa alle armi e al risanamento dei bilanci, come il resto dell’Europa.
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La sinistra britannica ha rivisto le linee guida sulla concessione prolungata del diritto di soggiorno: «Non c’è persecuzione». Ma i profughi assaltano gli studi legali per scongiurare il rischio «limbo».Nel Regno Unito calano i consensi per Starmer. E ora anche Parigi deve fare i conti con l’austerità.Lo speciale contiene due articoli.Malgrado il Regno Unito sia guidato dall’esecutivo laburista di Keir Starmer, la sinistra britannica sta criticando da diverso tempo le rigorose politiche di protezione delle frontiere volute dal ministro dell’Interno, Yvette Cooper: segno che la lotta all’immigrazione non era affatto un vezzo dei precedenti governi conservatori, ma un’emergenza nazionale che va presa di petto con urgenza e determinazione. Lo scorso gennaio, tra le altre cose, il ministero dell’Interno del Regno Unito ha aggiornato le proprie linee guida relative alle richieste d’asilo presentate dai cittadini ucraini. Il cambiamento principale riguarda la valutazione della sicurezza nelle diverse aree dell’Ucraina: anche se il conflitto con la Russia non è ancora terminato, il ministero considera ora generally safe («generalmente sicure») alcune zone del Paese, come Kiev e l’Ucraina occidentale. Questa revisione delle linea guida ha quindi portato il dicastero britannico a respingere molte domande d’asilo presentate dai rifugiati ucraini, negando loro la protezione internazionale. Nelle motivazioni fornite dai funzionari del governo, inoltre, viene specificato che il ritorno in patria sarebbe «ragionevole» e che, comunque, non esporrebbe i richiedenti asilo a rischi immediati.Su questa vicenda è intervenuto ieri il Guardian con toni scandalizzati e accorati. «Molte famiglie ucraine», ha scritto il quotidiano, «stanno cercano un percorso che consenta loro di stabilirsi definitivamente nel Regno Unito, di garantire ai figli un’istruzione nel sistema scolastico britannico e di migliorare le loro prospettive di lavoro e alloggio. Diverse persone, infatti, sentono di non avere più nulla a cui tornare, provenendo da aree devastate dalla guerra». Il Guardian cita in proposito lo studio legale Sterling Law, che ha dichiarato di essere stato preso d’assalto da numerosi immigrati ucraini, «tra cui donne e bambini vulnerabili, le cui domande sono state respinte. Lo studio sta lavorando a diversi ricorsi, che comportano attese di diversi mesi, durante i quali gli ucraini sono condannati a rimanere in un limbo».Al di là delle singole vicende personali - anche drammatiche - riportate dal quotidiano per suscitare l’empatia del lettore, è chiaro che le cose sono un po’ più complesse di quanto lasciato intendere dal Guardian. Andiamo ad analizzare i numeri: secondo i dati aggiornati al marzo 2025, il ministero dell’Interno ha registrato che, a partire dal 2022, il Regno Unito ha concesso circa 273.000 visti ai rifugiati ucraini. Per accoglierli, il governo ha attivato già nel 2022, nel giro di pochi mesi, ben tre programmi umanitari specifici, che garantiscono ai beneficiari la possibilità di soggiorno, lavoro e accesso ai servizi sanitari per la durata di tre anni. Questi programmi hanno permesso di garantire protezione immediata agli ucraini senza passare dalla procedura di richiesta d’asilo tradizionale, per cui occorre dimostrare di essere stati vittime di persecuzioni individuali o fattispecie simili. È per questo motivo che, nonostante i numeri elevati di arrivi, le richieste d’asilo accolte restano contenute. Come riportato dal Guardian, dal 2023 solo 47 cittadini ucraini hanno ottenuto lo status di rifugiato e 724 hanno ricevuto una forma di protezione umanitaria.Il punto è che, adesso, i visti concessi nel 2022, stanno per arrivare a scadenza. Per ovviare a questo problema, peraltro, il governo di Londra non è rimasto con le mani in mano, ma ha annunciato all’inizio del 2025 un’estensione del visto di 18 mesi per gli ucraini che già risiedono nel Regno Unito e che stanno beneficiando di questi tre programmi umanitari speciali. Dopo questo anno e mezzo, però, che cosa succederà? Come specificato dal Guardian, molti di questi ucraini vorrebbero rimanere a tempo indeterminato in Gran Bretagna, che hanno eletto a loro patria d’adozione. Secondo un recente sondaggio, la percentuale di rifugiati intenzionati a rientrare in Ucraina è diminuita in modo significativo dall’inizio del conflitto: se nel 2022 circa il 77% dei rifugiati dichiarava di voler tornare in patria, questa quota è scesa nel 2024 al 43%.Rimanere per sempre in Gran Bretagna, tuttavia, è una richiesta già più impegnativa. Lo status di rifugiato prevede infatti, per sua stessa natura, un periodo di soggiorno temporaneo. Il suo scopo, in altre parole, è quello di garantire protezione ai richiedenti asilo fintantoché la situazione nel loro Paese d’origine non ritorni alla normalità. E appunto, per il governo britannico, alcune zone dell’Ucraina sono oggi sufficientemente sicure. Si può discutere nel merito quanto si vuole, ma concedere a centinaia di migliaia di cittadini stranieri di risiedere indefinitivamente nel Regno Unito è una decisione che spetta al Parlamento, non alle Ong e alle associazioni sponsorizzate dal Guardian.In ogni caso, un portavoce del ministero dell’Interno ha risposto così alle proteste del quotidiano britannico: «Dall’invasione di Vladimir Putin, abbiamo offerto o esteso la protezione a oltre 300.000 ucraini. Il programma Homes for Ukraine, inoltre, rimane attivo. Tutte le richieste di asilo vengono attentamente valutate nel loro merito, in conformità con i nostri obblighi internazionali. Nessuno che sia ritenuto a rischio di gravi danni sarà costretto a tornare in Ucraina».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/uk-asilo-ucraini-2672490764.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-giravolta-di-starmer-meno-tagli-al-welfare-in-francia-debito-boom" data-post-id="2672490764" data-published-at="1751096384" data-use-pagination="False"> La giravolta di Starmer: «Meno tagli al welfare». In Francia debito boom La minaccia per l’Europa è rappresentata dai tagli alla spesa sociale, con le fasce deboli della popolazione che rischiano di essere sacrificate sull’altare dell’austerità e degli interessi geopolitici. Il paradosso sta emergendo negli ultimi giorni, dopo la chiusura del vertice Nato, tra l’entusiasmo per l’aumento delle spese militari e il chiodo fisso della difesa contro la Russia. Per i leader di Londra e Parigi, infatti, il ritorno alle questioni interne ha rappresentato un bagno di realtà. Lo scontro è avvenuto contro l’opinione pubblica, e nel caso britannico, perfino contro la stessa maggioranza di governo, avversa ad uno smantellamento dello Stato sociale.«Il premier Starmer ha perso autorità» è quanto riportato dai tabloid britannici, con poche variazioni tra le varie linee editoriali. Infatti, la riforma del welfare, una delle bandiere del governo, ha incontrato l’opposizione perfino di oltre 120 deputati della stessa maggioranza, tutti contrari alla possibilità di tagliare i sussidi per i disabili e i lavoratori in malattia. Così Keir Starmer ha deciso di rivedere i suoi piani e di dialogare con la maggioranza, anche per non rischiare la sconfitta nel voto di martedì prossimo alla Camera dei comuni. In concreto, secondo le indiscrezioni, le nuove restrizioni si applicheranno solo ai nuovi richiedenti, tutelando i beneficiari attuali e allineando i contributi all’inflazione. In termini economici, questi aggiustamenti costeranno 3 miliardi di sterline e soprattutto non consentiranno di risparmiare quei 5 miliardi all’anno (dal 2030) previsti nella riforma originaria. In termini politici rimangono i malumori tra i parlamentari e si amplia la crisi del Governo, dopo neanche un anno dal suo insediamento. Secondo i sondaggi, l’attuale voto britannico sancirebbe la perdita di 233 seggi per i laburisti e il trionfo di ReformUK, il movimento di Nigel Farage. Possono esultare anche gli attuali beneficiari del welfare britannico: se la riforma originaria fosse stata attuata, 250 mila beneficiari, tra cui 50 mila minori, sarebbero finiti oltre la soglia di povertà.Anche in Francia i tagli alla spesa pubblica rientrano nell’ordine del giorno. «Il risanamento delle nostre finanze pubbliche è una condizione indispensabile per la nostra sovranità economica» sono le dichiarazioni di Eric Lombard, il ministro dell’Economia. I sacrifici dovrebbero finanziare le armi e anche riportare il deficit pubblico dal 5,8% del Pil nel 2024 al 5,4% nel 2025. Così si prevedono tagli di 4,7 miliardi di euro, di cui 3 «sui crediti dello Stato» e 1,7 sull’assistenza sanitaria.In concreto, si prevede di ridurre i rimborsi sulle spese mediche, gli aiuti alle famiglie e le indennità a favore dei lavoratori in caso di interruzioni sul lavoro, aumentando le tariffe delle visite mediche specialistiche. E per il 2026 Lombard ha annunciato un ulteriore sforzo di 40 miliardi di euro.Anche in Francia non mancano gli attriti. Così, il Governo può solo sperare in un accordo verso metà luglio per la riforma delle pensioni. François Bayrou, il primo ministro, confida di giungere a un compromesso riducendo l’età pensionistica a tasso pieno di 67 anni a 66 e mezzo e migliorando gli indennizzi delle donne con bambini. I socialisti, però, non convinti, mantengono la mozione di sfiducia presentata contro il Governo e che dovrebbe passare al vaglio dell’Assemblea nazionale a inizio settimana.Sullo sfondo, secondo l’Insee, il debito pubblico aumenta di 40,5 miliardi nel primo trimestre del 2025, arrivando a 3.345,8 miliardi, pari al 114% del Pil. Continua così quella tendenza, degli ultimi 50 anni, che vede la spesa pubblica soverchiare costantemente le entrate, passando dal 40,9% al 57% del Pil, tra il 1973 e il 2024. È il paradosso di un Paese che ha sempre esaltato il proprio modello sociale ma che ora si prepara alla corsa alle armi e al risanamento dei bilanci, come il resto dell’Europa.
Alessandro Giuli (Ansa)
Il ministro della Cultura, Alessandro Giuli, batte un colpo. «Anzi», dice alla Verità, «sparo un colpo di cannone, se non trovo ostacoli che mi bagnano le polveri. Userò la legge delega per bonificare il sistema perverso che ho ereditato», annuncia. Speriamo sia la volta buona. Perché ci è voluta la notizia del finanziamento con il tax credit di quasi 800.000 euro (su 2,4 milioni di budget) del ministero di via del Collegio romano alla pessima docuserie su Fabrizio Corona visibile su Netflix per svelare che, nonostante le promesse dopo l’inchiesta di Davide Perego su questo giornale, in realtà le cose continuavano tranquillamente come prima. La prova sta nella data - 23 dicembre 2025 - del decreto di approvazione dei finanziamenti ai cinque episodi di Io sono notizia diretti da Massimo Cappello per la casa di produzione Bloom media house.
Insieme al documentario di Netflix, numerose altre serie tv per Sky e Paramount+ (Call my agent, Gomorra - Le origini, Vita da Carlo fra le altre) e opere cinematografiche (da Parthenope a Buen camino) hanno ottenuto il sostegno del credito d’imposta grazie al provvedimento firmato dal nuovo direttore generale del dipartimento Cinema e audiovisivo, Giorgio Carlo Brugnoni, subentrato a Nicola Borrelli, dimessosi nel luglio scorso in seguito alla scoperta degli 863.595 euro percepiti, attraverso Coevolution srl, da Francis Kaufmann, il finto regista ora in carcere con l’accusa di omicidio della compagna Anastasia Trofimova e della figlia Andromeda nel parco di Villa Pamphili a Roma. Stavolta non ci saranno dimissioni perché, anche se ancora non sembra, il processo di revisione del sistema di finanziamenti a film, documentari e serie tv è stato avviato. Dal punto di vista strettamente tecnico, osserva un funzionario, il tax credit alla serie sull’ex re dei paparazzi non era rifiutabile con il sistema in vigore. Che, infatti, con il limite della pazienza, si aspetta venga cambiato.
Sciogliere le incrostazioni di decenni di ministri di sinistra organici agli autori d’area richiede un certo lasso di tempo. Ma c’è da augurarsi che «il caso Corona-Netflix» imprima un’accelerazione al processo. Un segnale in questa direzione sembra venire dalle audizioni di ieri in commissione Cultura della Camera che hanno confermato, come annunciato dal presidente Federico Mollicone, la validità dell’impianto normativo della legge delega in vista di «un rafforzamento industriale del comparto». In particolare, è stata definita l’adozione di strumenti per «una gestione più efficiente della tesoreria del Fondo attraverso intermediari bancari vigilati» e per «il rafforzamento delle competenze tecniche del ministero, insieme al potenziamento dei controlli sul credito d’imposta, anche attraverso figure come il tax credit manager».
Ci si augura che queste misure siano sufficienti per «bonificare il sistema perverso ereditato», secondo le parole del ministro. Perché i meccanismi di finanziamento conservano una farraginosità nella quale si allargano le zone grigie. Per fare un esempio, le opere che sbancando il botteghino, tipo Buen camino, fresco campione d’incassi del cinema italiano, dimostrano di non aver bisogno del tax credit, potrebbero essere oggetto di un ricalcolo. Cosicché, a fine corsa, il ministero potrebbe chiedere la restituzione dei quasi otto milioni assegnati al film del duo Zalone-Nunziante, magari per girarli a produzioni più povere. Al contrario, all’interno di una valutazione culturale più che di cassa, potrebbero avere una loro motivazione i due milioni di tax credit, su quattro di budget, a un film non riuscitissimo come Albatross, di Giulio Base, sulla storia di Almerigo Grilz. Certe opere che colmano un vuoto devono essere più pesate che calcolate. Perché queste valutazioni trovino spazio è auspicabile una riduzione degli automatismi consentiti dal meccanismo teoricamente asettico del tax credit per far spazio al lavoro di più commissioni dove decidere anche a maggioranza l’assegnazione dei finanziamenti. Insomma, i margini di intervento ci sono.
Ma forse, più che dal grande e meritato successo di Buen camino, il vero cambio di egemonia dipende dalla rimozione delle troppe incrostazioni sedimentate nei livelli amministrativi di certi ministeri. Quelle che, per esempio, nel 2023 hanno consentito di elargire 6.518.715 euro di tax credit (su 26.439.067 di budget) alla serie Supersex su Rocco Siffredi, prodotta da The Apartment e Groenlandia sempre per Netflix. Pochi giorni dopo il rilascio sulla piattaforma, il sottosegretario del ministero della Cultura, Gianmarco Mazzi, stigmatizzò pubblicamente il fatto, auspicando un radicale cambio di rotta nella gestione dei fondi. Peraltro, detto senza moralismi, in quel caso, ritraendo la vita di un pornoattore di successo, non si prefigurava l’incitamento all’uso della pornografia, possibile causa di negazione del finanziamento?
Comunque sia, era il 14 marzo 2024 quando Mazzi manifestava il suo disappunto. Da Rocco Siffredi a Fabrizio Corona sono trascorsi un anno e dieci mesi. Ma il problema sussiste.
Zerocalcare disegna «Due spicci» ma prende 3 milioni
The Iris Affair - Missione ad alto rischio è «una miniserie televisiva anglo-italiana ideata da Neil Cross e diretta da Terry McDonough e Sarah O’Gorman», recita Wikipedia. Prodotta da Sky Studios e Fremantle, è stata girata in Italia, dalla Sardegna a Campo Imperatore sul Gran Sasso. Visibile da metà ottobre 2025 sul canale Sky Atlantic, le otto puntate sono le vincitrici della speciale classifica delle produzioni più generosamente finanziate dal ministero della Cultura attraverso il tax credit nel corso del 2025: ben 14,2 milioni di sovvenzioni sono stati garantiti al prodotto. Mica pochi. Secondo posto del podio per la serie italo-francese di Luxvide, Sandokan, ideata da Luca Bernabei e interpretata da Can Yaman e Alessandro Preziosi: qui ci ferma poco sopra gli otto milioni di euro di sussidi, 8,1 per l’esattezza. Medaglia di bronzo per Motor valley, sei episodi visibili su Netflix a partire dal 10 febbraio 2026, ideati da Francesca Manieri, Gianluca Bernardini e Matteo Rovere e con protagonisti Luca Argentero e Giulia Michelini. Qui il tax credit ha garantito ai produttori 7,6 milioni di vantaggi fiscali. Le produzioni in cima alla lunga classifica ufficiale del ministero della Cultura fanno, da sole, quasi 30 milioni di euro di sovvenzioni elargite a colossi della streaming, del satellite o a televisioni già sovvenzionate con il canone. Ce n’era bisogno? Piattaforme e canali che chiedono abbonamenti sempre più onerosi per godere dei loro servizi devono essere davvero finanziate in maniera così generosa? In parole povere: non possono camminare con le proprie gambe? The Beauty è una serie thriller internazionale FX creata da Ryan Murphy. in arrivo su Disney+. La stagione, composta da 11 puntate, ha ricevuto 6,1 milioni di tax credit. Sono 5,6, invece, i milioni assicurati alla produzione della quinta stagione di Emily in Paris, con Lily Collins (solo 1,6, invece, quelli assicurati alla quarta stagione). Questi sono quelli richiesti dalla 360 Degrees Film srl, una delle società produttrici. L’altra, la Zeuca Film, ha fatto analogamente richiesta di tax credit, ottenendo l’ok per 2,3 milioni. A quanto risulta dai dati ministeriali, dunque, la serie (bollata così da The New Yorker: «La serie è così povera di trama e di cose che succedono che si può direttamente tenere in sottofondo mentre facciamo qualche altra cosa») ha avuto 7,9 milioni di sgravi. Altri maxi importi sono stati garantiti a Il paradiso delle signore (settima stagione, 5,4 milioni), Regina del Sud (sempre di Luxvide, 5,3), La scuola di Ivan Silvestrini (prodotta da Picomedia, visibile su Netflix, 4,9 milioni). Nord Sud Ovest Est, la serie sulla genesi del gruppo 883 di Sky, ha beneficiato di 4,7 milioni. Gomorra - Le origini, prequel della serie tratta dal libro di Roberto Saviano, si è assicurata 4,5 milioni di euro. Altri 4 milioni sono finiti a Luxvide per la terza stagione di Blanca, 3,3 sono stati assicurati a Il falsario di Netflix, con Pietro Castellitto. Alessandro Gassmann, uno degli attori più presenti nella classifica dei film-flop sovvenzionati dagli italiani sui cui La Verità aveva rendicontato in estate, è il protagonista della serie Rai Un professore 3 che si è assicurata 3,3 milioni di tax. Gassmann ha diretto anche il film per la televisione Questi fantasmi: un milione di aiuti anche qui. ZeroZeroZero è una miniserie televisiva italo-franco-statunitense creata da Stefano Sollima. I primi otto episodi, prodotti per Sky Atlantic, Canal+ e Prime Video, erano stati trasmessi nel 2020: cinque anni dopo, un milioncino di tax credit non si nega. Alla quinta e la sesta stagione di Mare fuori sono arrivati complessivamente 6,5 milioni, a Call my agenti Italia (terza stagione), visibile su Sky, 3,2. Uno sbirro in Appennino è la nuova fiction di Rai 1 con protagonista Claudio Bisio: uscirà nel corso dell’anno, 3,1 i milioni di tax credit assicurati dal Mic. Sempre su Netflix arriverà, nel corso dell’anno, pure la serie Due spicci: di nome, ma non di fatto visto che gli episodi della serie animata di Zerocalcare (Michele Rech) e con Valerio Mastrandrea nel ruolo dell’Armadillo ha avuto un bonus ministeriale di 3 milioni. E che dire, infine, della serie Fbi International? La quarta stagione, agevolata per 1,5 milioni, è stata anche l’ultima visto che la serie è stata cancellata a causa del calo degli ascolti.
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Ecco #DimmiLaVerità del 14 gennaio 2026. Il presidente della Commissione Sanità del Senato Francesco Zaffini: finalmente anche l'Oms non parla più di Covid.
La manifestazione a sostegno delle proteste antigovernative in Iran a Milano (Getty Images). Nel riquadro a sinistra Aysan Ahmadi, in quello a destra Hana Namdari.
Le testimonianze di Aysan Ahmadi e Hana Namdari raccontano una protesta diffusa contro il regime degli ayatollah, tra repressione, blackout informativi e migliaia di vittime. Dalla diaspora l’appoggio a Reza Pahlavi, indicato come figura di riferimento per il futuro dell’Iran, e l’appello a un intervento internazionale.
Mentre in Iran le proteste contro il regime degli ayatollah non accennano a fermarsi e in migliaia restano nelle strade e nelle piazze nel tentativo di abbattere la Repubblica Islamica, la diaspora rimane molto attiva e organizza manifestazioni in tutto il mondo. Anche in Italia, sia a Roma che a Milano, gli iraniani hanno manifestato contro gli ayatollah e soprattutto in appoggio a fratelli, sorelle, figli e amici che rischiano la vita nel loro Paese.
Aysan Ahmadi è un’attivista che vive nel nostro Paese e una donna decisa. «Siamo in piazza per cacciare dall’Iran Ali Khamenei, le situazione è molto peggiore di quello che si dice perché con il blocco di internet arriva soltanto l’1% dei crimini del regime. Le nostre fonti parlano di almeno 12000 morti, senza contare il numero degli arrestati che potrebbe essere doppio o triplo. Dopo l’appello del Principe Reza Pahlavi sono scesi tutti in strada a protestare, perché lui è una figura cha da fiducia per il futuro dell’Iran. Quando ci saremo liberati sarà necessario un referendum per decidere se vogliamo la monarchia o la repubblica, ma adesso l’importante è cacciare il regime». Le proteste sono dilagate in tutto il paese mediorientale e sono iniziate per la difficile situazione economica. «L’economia in difficoltà è stata soltanto la scusa per far partire la rivolta verso questo governo che uccide la nostra gente. Da Teheran, la mia città natale, mi dicono che ci sono miliziani che parlano arabo e che sparano sui manifestanti. Tutta la nazione è in rivolta anche i centri più tradizionalisti come Mashad o Qom e non è vero che il movimento non ha un leader: il suo nome è Reza Pahlavi e gli slogan scanditi per strada sono Lunga Vita allo Shah e Questa è l’ultima battaglia e Pahlavi tornerà!” La polizia sta inviando messaggi alle famiglie perché convincano i figli a restare a casa ed anche agli iraniani all’estero arrivano messaggi simili. «Ai padri e alle madri scrivono che se i figli non restano a casa verranno uccisi, mentre a noi ha scritto l’ambasciata per convincerci a calmare i parenti. L’Australia ha già espulso l’ambasciatore dell’Iran e adesso mi aspetto che l’Europa faccia lo stesso. Oltre il 90% della popolazione è in rivolta e le foto della contro manifestazioni del regime sono fatte con l’intelligenza artificiale e si vede benissimo che sono dei falsi».
Aysan Ahmadi ha le idee molto chiare per il futuro della sua patria. «Qualche politico coinvolto con gli ayatollah proverà a riciclarsi come riformista, ma non vogliamo avere niente a che fare con loro. Nemmeno i Mujahedin-e Khalq sono affidabili, sono come la Repubblica Islamica, fingono di essere oppositori e sono stati una delle causa del crollo della monarchia dello Shah. Io sono favorevole all’intervento militare degli Stati Uniti perché il nostro popolo è disarmato e non ha modo di difendersi». Hana Namdari è una giornalista ed oppositrice del regime che non può rientrare nel suo paese. «Il dissenso nel mio paese va avanti da 40 anni, il popolo iraniano si è sollevato più volte contro il regime, questa volta, il messaggio è chiaro: la popolazione chiede una trasformazione radicale. Non è vero che i movimenti del passato sono scomparsi, hanno continuato ad esistere, anche se il mondo ha chiuso gli occhi e le orecchie di fronte alla voce del popolo iraniano. Se la comunità internazionale avesse sostenuto il popolo iraniano, forse non saremmo giunti a una situazione così drammatica. Tutti i movimenti hanno sempre avuto delle figure di riferimento, anche se il regime ha cercato, con grande crudeltà e strategie mirate, di dividere la popolazione lungo linee etniche, religiose e politiche. Questa volta, ciò che distingue questo movimento è proprio la chiarezza dell’obiettivo: il cambiamento radicale del paese. Molti cittadini invocano il ritorno del principe Reza Pahlavi, figlio dello Shah, auspicando una nuova era. In questo senso, possiamo dire che oggi il popolo ha un leader riconosciuto». Anche Hana Namdari vede nel figlio dell’ultimo Shah una figura chiave per il nuovo Iran. «Oggi si fa la storia in Iran, ma non sappiamo nemmeno il numero delle vittime, fonti attendibili parlano di un range tra i 20.000 e i 25.000, ma non avremo mai dati certi. Ogni singola vita merita rispetto e giustizia e ogni perdita è un richiamo alla nostra coscienza».
Per quanto riguarda l’intervento diretto degli Stati Uniti Hana Namdari ribadisce che il popolo iraniano non va più lasciato da solo a combattere. «In molti citano l’esempio dell’Afganistan o dell’Iraq, ma a Teheran la situazione è diversa. Queste decisioni richiedono tempo e riflessione, ma la storia ci insegna che se il popolo iraniano viene lasciato solo, il regime può resistere e quindi un intervento delle autorità internazionali può essere determinante. Se gli Stati Uniti e Israele avessero continuato a indebolire il regime, forse avremmo già visto la sua caduta. Purtroppo, oggi la popolazione iraniana è ostaggio degli ayatollah e quindi l’intervento esterno potrebbe rivelarsi necessario». Nemmeno la Namdari vede positivamente il coinvolgimento dei Mujahedin-e Khalq. «Come donna iraniana vedo che la loro leader Maryam Rajavi porta il velo e si presenta in modo tradizionale. Questo contrasta con il movimento Donna, Vita, Libertà, che ha visto le donne iraniane rimuovere il velo come atto di disobbedienza civile. Mi chiedo come i Mujahedin-e Khalq possano effettivamente rappresentare il popolo iraniano e non credo che abbiano un posto nel cuore del popolo iraniano. Ripeto che l’unica figura di riferimento rimane il principe Reza Pahlavi, perché vediamo in lui un simbolo della continuità della vera identità iraniana, che per secoli è stata messa in discussione dall’arrivo dell’Islam e dall’invasione araba. Oggi molti invocano il suo ritorno, vedendolo come il simbolo di un’identità persiana perduta. Questo ci fa pensare che, così come abbiamo vissuto un rinascimento culturale tra il 1925 e il 1979, anche oggi, con la guida di una figura come il principe Reza Pahlavi, potremmo essere vicini a un nuovo rinascimento iraniano persiano».
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