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2025-06-28
Asilo rifiutato per gli ucraini in Uk: «Zone sicure, tornate a casa vostra»
Malgrado il Regno Unito sia guidato dall’esecutivo laburista di Keir Starmer, la sinistra britannica sta criticando da diverso tempo le rigorose politiche di protezione delle frontiere volute dal ministro dell’Interno, Yvette Cooper: segno che la lotta all’immigrazione non era affatto un vezzo dei precedenti governi conservatori, ma un’emergenza nazionale che va presa di petto con urgenza e determinazione.
Lo scorso gennaio, tra le altre cose, il ministero dell’Interno del Regno Unito ha aggiornato le proprie linee guida relative alle richieste d’asilo presentate dai cittadini ucraini. Il cambiamento principale riguarda la valutazione della sicurezza nelle diverse aree dell’Ucraina: anche se il conflitto con la Russia non è ancora terminato, il ministero considera ora generally safe («generalmente sicure») alcune zone del Paese, come Kiev e l’Ucraina occidentale. Questa revisione delle linea guida ha quindi portato il dicastero britannico a respingere molte domande d’asilo presentate dai rifugiati ucraini, negando loro la protezione internazionale. Nelle motivazioni fornite dai funzionari del governo, inoltre, viene specificato che il ritorno in patria sarebbe «ragionevole» e che, comunque, non esporrebbe i richiedenti asilo a rischi immediati.
Su questa vicenda è intervenuto ieri il Guardian con toni scandalizzati e accorati. «Molte famiglie ucraine», ha scritto il quotidiano, «stanno cercano un percorso che consenta loro di stabilirsi definitivamente nel Regno Unito, di garantire ai figli un’istruzione nel sistema scolastico britannico e di migliorare le loro prospettive di lavoro e alloggio. Diverse persone, infatti, sentono di non avere più nulla a cui tornare, provenendo da aree devastate dalla guerra». Il Guardian cita in proposito lo studio legale Sterling Law, che ha dichiarato di essere stato preso d’assalto da numerosi immigrati ucraini, «tra cui donne e bambini vulnerabili, le cui domande sono state respinte. Lo studio sta lavorando a diversi ricorsi, che comportano attese di diversi mesi, durante i quali gli ucraini sono condannati a rimanere in un limbo».
Al di là delle singole vicende personali - anche drammatiche - riportate dal quotidiano per suscitare l’empatia del lettore, è chiaro che le cose sono un po’ più complesse di quanto lasciato intendere dal Guardian. Andiamo ad analizzare i numeri: secondo i dati aggiornati al marzo 2025, il ministero dell’Interno ha registrato che, a partire dal 2022, il Regno Unito ha concesso circa 273.000 visti ai rifugiati ucraini. Per accoglierli, il governo ha attivato già nel 2022, nel giro di pochi mesi, ben tre programmi umanitari specifici, che garantiscono ai beneficiari la possibilità di soggiorno, lavoro e accesso ai servizi sanitari per la durata di tre anni.
Questi programmi hanno permesso di garantire protezione immediata agli ucraini senza passare dalla procedura di richiesta d’asilo tradizionale, per cui occorre dimostrare di essere stati vittime di persecuzioni individuali o fattispecie simili. È per questo motivo che, nonostante i numeri elevati di arrivi, le richieste d’asilo accolte restano contenute. Come riportato dal Guardian, dal 2023 solo 47 cittadini ucraini hanno ottenuto lo status di rifugiato e 724 hanno ricevuto una forma di protezione umanitaria.
Il punto è che, adesso, i visti concessi nel 2022, stanno per arrivare a scadenza. Per ovviare a questo problema, peraltro, il governo di Londra non è rimasto con le mani in mano, ma ha annunciato all’inizio del 2025 un’estensione del visto di 18 mesi per gli ucraini che già risiedono nel Regno Unito e che stanno beneficiando di questi tre programmi umanitari speciali.
Dopo questo anno e mezzo, però, che cosa succederà? Come specificato dal Guardian, molti di questi ucraini vorrebbero rimanere a tempo indeterminato in Gran Bretagna, che hanno eletto a loro patria d’adozione. Secondo un recente sondaggio, la percentuale di rifugiati intenzionati a rientrare in Ucraina è diminuita in modo significativo dall’inizio del conflitto: se nel 2022 circa il 77% dei rifugiati dichiarava di voler tornare in patria, questa quota è scesa nel 2024 al 43%.
Rimanere per sempre in Gran Bretagna, tuttavia, è una richiesta già più impegnativa. Lo status di rifugiato prevede infatti, per sua stessa natura, un periodo di soggiorno temporaneo. Il suo scopo, in altre parole, è quello di garantire protezione ai richiedenti asilo fintantoché la situazione nel loro Paese d’origine non ritorni alla normalità. E appunto, per il governo britannico, alcune zone dell’Ucraina sono oggi sufficientemente sicure. Si può discutere nel merito quanto si vuole, ma concedere a centinaia di migliaia di cittadini stranieri di risiedere indefinitivamente nel Regno Unito è una decisione che spetta al Parlamento, non alle Ong e alle associazioni sponsorizzate dal Guardian.
In ogni caso, un portavoce del ministero dell’Interno ha risposto così alle proteste del quotidiano britannico: «Dall’invasione di Vladimir Putin, abbiamo offerto o esteso la protezione a oltre 300.000 ucraini. Il programma Homes for Ukraine, inoltre, rimane attivo. Tutte le richieste di asilo vengono attentamente valutate nel loro merito, in conformità con i nostri obblighi internazionali. Nessuno che sia ritenuto a rischio di gravi danni sarà costretto a tornare in Ucraina».
La giravolta di Starmer: «Meno tagli al welfare». In Francia debito boom
La minaccia per l’Europa è rappresentata dai tagli alla spesa sociale, con le fasce deboli della popolazione che rischiano di essere sacrificate sull’altare dell’austerità e degli interessi geopolitici. Il paradosso sta emergendo negli ultimi giorni, dopo la chiusura del vertice Nato, tra l’entusiasmo per l’aumento delle spese militari e il chiodo fisso della difesa contro la Russia. Per i leader di Londra e Parigi, infatti, il ritorno alle questioni interne ha rappresentato un bagno di realtà. Lo scontro è avvenuto contro l’opinione pubblica, e nel caso britannico, perfino contro la stessa maggioranza di governo, avversa ad uno smantellamento dello Stato sociale.
«Il premier Starmer ha perso autorità» è quanto riportato dai tabloid britannici, con poche variazioni tra le varie linee editoriali. Infatti, la riforma del welfare, una delle bandiere del governo, ha incontrato l’opposizione perfino di oltre 120 deputati della stessa maggioranza, tutti contrari alla possibilità di tagliare i sussidi per i disabili e i lavoratori in malattia. Così Keir Starmer ha deciso di rivedere i suoi piani e di dialogare con la maggioranza, anche per non rischiare la sconfitta nel voto di martedì prossimo alla Camera dei comuni. In concreto, secondo le indiscrezioni, le nuove restrizioni si applicheranno solo ai nuovi richiedenti, tutelando i beneficiari attuali e allineando i contributi all’inflazione. In termini economici, questi aggiustamenti costeranno 3 miliardi di sterline e soprattutto non consentiranno di risparmiare quei 5 miliardi all’anno (dal 2030) previsti nella riforma originaria. In termini politici rimangono i malumori tra i parlamentari e si amplia la crisi del Governo, dopo neanche un anno dal suo insediamento. Secondo i sondaggi, l’attuale voto britannico sancirebbe la perdita di 233 seggi per i laburisti e il trionfo di ReformUK, il movimento di Nigel Farage. Possono esultare anche gli attuali beneficiari del welfare britannico: se la riforma originaria fosse stata attuata, 250 mila beneficiari, tra cui 50 mila minori, sarebbero finiti oltre la soglia di povertà.
Anche in Francia i tagli alla spesa pubblica rientrano nell’ordine del giorno. «Il risanamento delle nostre finanze pubbliche è una condizione indispensabile per la nostra sovranità economica» sono le dichiarazioni di Eric Lombard, il ministro dell’Economia. I sacrifici dovrebbero finanziare le armi e anche riportare il deficit pubblico dal 5,8% del Pil nel 2024 al 5,4% nel 2025. Così si prevedono tagli di 4,7 miliardi di euro, di cui 3 «sui crediti dello Stato» e 1,7 sull’assistenza sanitaria.
In concreto, si prevede di ridurre i rimborsi sulle spese mediche, gli aiuti alle famiglie e le indennità a favore dei lavoratori in caso di interruzioni sul lavoro, aumentando le tariffe delle visite mediche specialistiche. E per il 2026 Lombard ha annunciato un ulteriore sforzo di 40 miliardi di euro.
Anche in Francia non mancano gli attriti. Così, il Governo può solo sperare in un accordo verso metà luglio per la riforma delle pensioni. François Bayrou, il primo ministro, confida di giungere a un compromesso riducendo l’età pensionistica a tasso pieno di 67 anni a 66 e mezzo e migliorando gli indennizzi delle donne con bambini. I socialisti, però, non convinti, mantengono la mozione di sfiducia presentata contro il Governo e che dovrebbe passare al vaglio dell’Assemblea nazionale a inizio settimana.
Sullo sfondo, secondo l’Insee, il debito pubblico aumenta di 40,5 miliardi nel primo trimestre del 2025, arrivando a 3.345,8 miliardi, pari al 114% del Pil. Continua così quella tendenza, degli ultimi 50 anni, che vede la spesa pubblica soverchiare costantemente le entrate, passando dal 40,9% al 57% del Pil, tra il 1973 e il 2024. È il paradosso di un Paese che ha sempre esaltato il proprio modello sociale ma che ora si prepara alla corsa alle armi e al risanamento dei bilanci, come il resto dell’Europa.
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La sinistra britannica ha rivisto le linee guida sulla concessione prolungata del diritto di soggiorno: «Non c’è persecuzione». Ma i profughi assaltano gli studi legali per scongiurare il rischio «limbo».Nel Regno Unito calano i consensi per Starmer. E ora anche Parigi deve fare i conti con l’austerità.Lo speciale contiene due articoli.Malgrado il Regno Unito sia guidato dall’esecutivo laburista di Keir Starmer, la sinistra britannica sta criticando da diverso tempo le rigorose politiche di protezione delle frontiere volute dal ministro dell’Interno, Yvette Cooper: segno che la lotta all’immigrazione non era affatto un vezzo dei precedenti governi conservatori, ma un’emergenza nazionale che va presa di petto con urgenza e determinazione. Lo scorso gennaio, tra le altre cose, il ministero dell’Interno del Regno Unito ha aggiornato le proprie linee guida relative alle richieste d’asilo presentate dai cittadini ucraini. Il cambiamento principale riguarda la valutazione della sicurezza nelle diverse aree dell’Ucraina: anche se il conflitto con la Russia non è ancora terminato, il ministero considera ora generally safe («generalmente sicure») alcune zone del Paese, come Kiev e l’Ucraina occidentale. Questa revisione delle linea guida ha quindi portato il dicastero britannico a respingere molte domande d’asilo presentate dai rifugiati ucraini, negando loro la protezione internazionale. Nelle motivazioni fornite dai funzionari del governo, inoltre, viene specificato che il ritorno in patria sarebbe «ragionevole» e che, comunque, non esporrebbe i richiedenti asilo a rischi immediati.Su questa vicenda è intervenuto ieri il Guardian con toni scandalizzati e accorati. «Molte famiglie ucraine», ha scritto il quotidiano, «stanno cercano un percorso che consenta loro di stabilirsi definitivamente nel Regno Unito, di garantire ai figli un’istruzione nel sistema scolastico britannico e di migliorare le loro prospettive di lavoro e alloggio. Diverse persone, infatti, sentono di non avere più nulla a cui tornare, provenendo da aree devastate dalla guerra». Il Guardian cita in proposito lo studio legale Sterling Law, che ha dichiarato di essere stato preso d’assalto da numerosi immigrati ucraini, «tra cui donne e bambini vulnerabili, le cui domande sono state respinte. Lo studio sta lavorando a diversi ricorsi, che comportano attese di diversi mesi, durante i quali gli ucraini sono condannati a rimanere in un limbo».Al di là delle singole vicende personali - anche drammatiche - riportate dal quotidiano per suscitare l’empatia del lettore, è chiaro che le cose sono un po’ più complesse di quanto lasciato intendere dal Guardian. Andiamo ad analizzare i numeri: secondo i dati aggiornati al marzo 2025, il ministero dell’Interno ha registrato che, a partire dal 2022, il Regno Unito ha concesso circa 273.000 visti ai rifugiati ucraini. Per accoglierli, il governo ha attivato già nel 2022, nel giro di pochi mesi, ben tre programmi umanitari specifici, che garantiscono ai beneficiari la possibilità di soggiorno, lavoro e accesso ai servizi sanitari per la durata di tre anni. Questi programmi hanno permesso di garantire protezione immediata agli ucraini senza passare dalla procedura di richiesta d’asilo tradizionale, per cui occorre dimostrare di essere stati vittime di persecuzioni individuali o fattispecie simili. È per questo motivo che, nonostante i numeri elevati di arrivi, le richieste d’asilo accolte restano contenute. Come riportato dal Guardian, dal 2023 solo 47 cittadini ucraini hanno ottenuto lo status di rifugiato e 724 hanno ricevuto una forma di protezione umanitaria.Il punto è che, adesso, i visti concessi nel 2022, stanno per arrivare a scadenza. Per ovviare a questo problema, peraltro, il governo di Londra non è rimasto con le mani in mano, ma ha annunciato all’inizio del 2025 un’estensione del visto di 18 mesi per gli ucraini che già risiedono nel Regno Unito e che stanno beneficiando di questi tre programmi umanitari speciali. Dopo questo anno e mezzo, però, che cosa succederà? Come specificato dal Guardian, molti di questi ucraini vorrebbero rimanere a tempo indeterminato in Gran Bretagna, che hanno eletto a loro patria d’adozione. Secondo un recente sondaggio, la percentuale di rifugiati intenzionati a rientrare in Ucraina è diminuita in modo significativo dall’inizio del conflitto: se nel 2022 circa il 77% dei rifugiati dichiarava di voler tornare in patria, questa quota è scesa nel 2024 al 43%.Rimanere per sempre in Gran Bretagna, tuttavia, è una richiesta già più impegnativa. Lo status di rifugiato prevede infatti, per sua stessa natura, un periodo di soggiorno temporaneo. Il suo scopo, in altre parole, è quello di garantire protezione ai richiedenti asilo fintantoché la situazione nel loro Paese d’origine non ritorni alla normalità. E appunto, per il governo britannico, alcune zone dell’Ucraina sono oggi sufficientemente sicure. Si può discutere nel merito quanto si vuole, ma concedere a centinaia di migliaia di cittadini stranieri di risiedere indefinitivamente nel Regno Unito è una decisione che spetta al Parlamento, non alle Ong e alle associazioni sponsorizzate dal Guardian.In ogni caso, un portavoce del ministero dell’Interno ha risposto così alle proteste del quotidiano britannico: «Dall’invasione di Vladimir Putin, abbiamo offerto o esteso la protezione a oltre 300.000 ucraini. Il programma Homes for Ukraine, inoltre, rimane attivo. Tutte le richieste di asilo vengono attentamente valutate nel loro merito, in conformità con i nostri obblighi internazionali. Nessuno che sia ritenuto a rischio di gravi danni sarà costretto a tornare in Ucraina».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/uk-asilo-ucraini-2672490764.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-giravolta-di-starmer-meno-tagli-al-welfare-in-francia-debito-boom" data-post-id="2672490764" data-published-at="1751096384" data-use-pagination="False"> La giravolta di Starmer: «Meno tagli al welfare». In Francia debito boom La minaccia per l’Europa è rappresentata dai tagli alla spesa sociale, con le fasce deboli della popolazione che rischiano di essere sacrificate sull’altare dell’austerità e degli interessi geopolitici. Il paradosso sta emergendo negli ultimi giorni, dopo la chiusura del vertice Nato, tra l’entusiasmo per l’aumento delle spese militari e il chiodo fisso della difesa contro la Russia. Per i leader di Londra e Parigi, infatti, il ritorno alle questioni interne ha rappresentato un bagno di realtà. Lo scontro è avvenuto contro l’opinione pubblica, e nel caso britannico, perfino contro la stessa maggioranza di governo, avversa ad uno smantellamento dello Stato sociale.«Il premier Starmer ha perso autorità» è quanto riportato dai tabloid britannici, con poche variazioni tra le varie linee editoriali. Infatti, la riforma del welfare, una delle bandiere del governo, ha incontrato l’opposizione perfino di oltre 120 deputati della stessa maggioranza, tutti contrari alla possibilità di tagliare i sussidi per i disabili e i lavoratori in malattia. Così Keir Starmer ha deciso di rivedere i suoi piani e di dialogare con la maggioranza, anche per non rischiare la sconfitta nel voto di martedì prossimo alla Camera dei comuni. In concreto, secondo le indiscrezioni, le nuove restrizioni si applicheranno solo ai nuovi richiedenti, tutelando i beneficiari attuali e allineando i contributi all’inflazione. In termini economici, questi aggiustamenti costeranno 3 miliardi di sterline e soprattutto non consentiranno di risparmiare quei 5 miliardi all’anno (dal 2030) previsti nella riforma originaria. In termini politici rimangono i malumori tra i parlamentari e si amplia la crisi del Governo, dopo neanche un anno dal suo insediamento. Secondo i sondaggi, l’attuale voto britannico sancirebbe la perdita di 233 seggi per i laburisti e il trionfo di ReformUK, il movimento di Nigel Farage. Possono esultare anche gli attuali beneficiari del welfare britannico: se la riforma originaria fosse stata attuata, 250 mila beneficiari, tra cui 50 mila minori, sarebbero finiti oltre la soglia di povertà.Anche in Francia i tagli alla spesa pubblica rientrano nell’ordine del giorno. «Il risanamento delle nostre finanze pubbliche è una condizione indispensabile per la nostra sovranità economica» sono le dichiarazioni di Eric Lombard, il ministro dell’Economia. I sacrifici dovrebbero finanziare le armi e anche riportare il deficit pubblico dal 5,8% del Pil nel 2024 al 5,4% nel 2025. Così si prevedono tagli di 4,7 miliardi di euro, di cui 3 «sui crediti dello Stato» e 1,7 sull’assistenza sanitaria.In concreto, si prevede di ridurre i rimborsi sulle spese mediche, gli aiuti alle famiglie e le indennità a favore dei lavoratori in caso di interruzioni sul lavoro, aumentando le tariffe delle visite mediche specialistiche. E per il 2026 Lombard ha annunciato un ulteriore sforzo di 40 miliardi di euro.Anche in Francia non mancano gli attriti. Così, il Governo può solo sperare in un accordo verso metà luglio per la riforma delle pensioni. François Bayrou, il primo ministro, confida di giungere a un compromesso riducendo l’età pensionistica a tasso pieno di 67 anni a 66 e mezzo e migliorando gli indennizzi delle donne con bambini. I socialisti, però, non convinti, mantengono la mozione di sfiducia presentata contro il Governo e che dovrebbe passare al vaglio dell’Assemblea nazionale a inizio settimana.Sullo sfondo, secondo l’Insee, il debito pubblico aumenta di 40,5 miliardi nel primo trimestre del 2025, arrivando a 3.345,8 miliardi, pari al 114% del Pil. Continua così quella tendenza, degli ultimi 50 anni, che vede la spesa pubblica soverchiare costantemente le entrate, passando dal 40,9% al 57% del Pil, tra il 1973 e il 2024. È il paradosso di un Paese che ha sempre esaltato il proprio modello sociale ma che ora si prepara alla corsa alle armi e al risanamento dei bilanci, come il resto dell’Europa.
Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 17 marzo con Flaminia Camilletti
Quindi, che si fa? Al momento l’Unione europea balbetta, mostrando di non aver chiara la strada da seguire. C’è un auspicio a risolvere la questione con una mediazione, c’è qualche ripensamento sul fronte delle centrali nucleari, c’è addirittura qualcuno che spinge per accelerare l’introduzione delle rinnovabili. Ma tutte queste presunte vie d’uscita non servono a garantire una soluzione rapida al problema energetico. Impianti a fissione o campi per la produzione di energia solare o eolica richiedono tempo per essere realizzati e questo è ciò che manca per ottenere risultati velocemente.
Su queste pagine abbiamo suggerito la risposta più immediata e anche più sensata: riaprire i canali con Mosca, per assicurarci una fornitura costante di gas e petrolio. Qualcuno pensa che bussare alla porta del Cremlino sarebbe una resa a Putin, un via libera alla brutale aggressione dell’Ucraina. In realtà si tratterebbe di una mossa politica di grande realismo. Innanzi tutto, bisogna prendere atto che, dopo quattro anni di sanzioni, le misure adottate dalla Ue per fermare la brutalità delle truppe russe non sono servite a molto. Anzi: con il rialzo dei prezzi dovuto alla crisi iraniana, Mosca ha la possibilità di incassare degli extra profitti senza neppure fare la fatica di incrementare le vendite di greggio. Paradossalmente la guerra sta rendendo ricco Putin e immettere gas e petrolio russi contribuirebbe ad abbassare le quotazioni, limandone i guadagni.
Del resto, è ciò che sta provando a fare lo stesso Trump, che, di fronte alla fiammata dei prezzi, ha deciso di sospendere le sanzioni per un mese, aprendo all’India ma anche a chiunque altro voglia comprare i combustibili di Mosca. Tuttavia il presidente americano non è il solo a pensarla così. Ieri anche il premier belga, l’indipendentista Bart De Wever, ha detto che l’Europa deve negoziare con la Russia per porre fine alla guerra in Ucraina e ripristinare l’accesso all’energia a basso costo. Una posizione che certo rompe il fronte di chi vorrebbe proseguire a oltranza il conflitto tra Mosca e Kiev, ma che svela un sano pragmatismo che non è più limitato a poche voci isolate.
Del resto, se la strada più logica non si vuole percorrere per un posizionamento pregiudiziale, le altre soluzioni non soltanto non sono più immediate, ma richiedono di mettere da parte altri pregiudizi. Il primo dei quali è quello che ci ha imposto la transizione verde, ovvero un piano per eliminare le emissioni di CO2, costringendo l’industria dentro regole che rischiano di far precipitare il Pil dei Paesi europei.
C’è poi un’altra possibilità, ma anche in questo caso si tratta di mettere da parte alcuni irragionevoli dogmi, come ad esempio i vincoli di bilancio e il debito comune. Se non si può riaprire il rubinetto del gas russo e nemmeno tumulare il Green deal, non resta che mettere mano ai soldi, per finanziare la ripresa europea. In questi anni si sono trovate montagne di miliardi per sostenere Kiev, ma adesso invece di staccare assegni a favore dell’Ucraina è necessario spenderli per l’Europa, rinunciando ai parametri della burocrazia di Bruxelles e anche alle regole studiate a tavolino. Siamo in emergenza, servono misure di emergenza, perché non si può combattere una guerra (perché quella in cui siamo coinvolti è una guerra) con le stesse armi che si usano in tempo di pace.
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L’obiettivo - spiega Orcel nel corso della conference call con gli analisti - è molto più sobrio e dialogante: superare la soglia del 30% prevista dalla legge tedesca e, magari, aprire «un confronto costruttivo». In altre parole: bussiamo alla porta con un piede già dentro, ma solo per riprendere a parlare. La mossa non è esattamente improvvisata. Unicredit possiede già circa il 26% di Commerzbank e un ulteriore 4% in derivati. Insomma è come se qualcuno si si presentasse a cena avendo già mangiato. L’Ops serve a superare la soglia fatidica del 30% e trasformare una partecipazione robusta in un potere negoziale ancora più robusto. Orcel lo dice senza molti giri di parole: l’offerta è formalmente sul 100% perché la normativa tedesca lo impone, ma l’aspettativa è di non arrivare al controllo. Insomma, una scalata che non vuole scalare. Serve solo a riprendere la campagna acquisti. Un passaggio obbligato. Piazza Affari resta un po’ disorientata: all’inizio manda il titolo in territorio negativo. Tranne poi farlo crescere dello 0,54% a 63,8 euro quando realizza che si tratta solo di tattica negoziale.
Il dettaglio tecnico non è irrilevante. Il concambio ipotizzato — circa 0,485 azioni Unicredit per ogni azione Commerzbank — valorizzerebbe il titolo tedesco intorno ai 30,8 euro, con un premio modesto del 4% rispetto alle quotazioni di metà marzo. Un’offerta timida. Talmente timida che a Francoforte il mercato non fatica a reagire portando subito il titolo Commerz sopra la soglia dell’Ops: +7,71% a 31,870 euro. Segnale piuttosto eloquente: se qualcuno vuole davvero comandare, forse dovrà mettere sul tavolo qualcosa più di un sorriso.
E qui comincia il secondo atto della rappresentazione. Titolo: la reazione tedesca. Il governo possiede ancora circa il 12% della banca ereditato dalle stagioni turbolente del passato quando l’istituto era stato salvato dall’intervento pubblico. La posizione, per il momento non cambia: «Vogliamo mantenere l’indipendenza della Commerzbank», dice il cancelliere tedesco Friedrich Merz «Ma adesso Commerzbank deve dare una risposta e tutto il resto si vedrà nelle prossime settimane e mesi». Per la serie: grazie per l’interesse ma la porta resta chiusa. Molto più netto il ministro delle Finanze Maximilian Kall. Definisce «inaccettabile» l’acquisizione ostile di un istituto considerato sistemico per il Paese.
Non meno diretta la replica dell’amministratrice delegata di Commerzbank, Bettina Orlopp, che ha chiarito due punti con precisione: l’operazione non è stata concordata e la banca farà di tutto per difendere la propria indipendenza. Come dire: non abbiamo bisogno di salvatori stranieri, soprattutto se arrivano senza un bel regalo per gli azionisti.
Dalla Commissione europea arriva però, una bacchettata per i tedeschi. La portavoce per i servizi finanziari, Siobhan McGarry, ricorda che il settore bancario europeo avrebbe bisogno di più consolidamento, anche transfrontaliero, per diventare competitivo su scala globale. Vuol dire che Bruxelles considera le fusioni utili per competere con i colossi di Usa e Cina. Lamenta che poi, ogni Paese difende la propria banca come fosse la ricetta segreta della nonna. Tutti vogliono campioni europei. Purché restino a casa degli altri.
Orcel detta i tempi. L’offerta dovrebbe partire all’inizio di maggio, con quattro settimane di adesione e un’assemblea straordinaria di Unicredit per autorizzare l’aumento di capitale necessario. Il regolamento finale è previsto entro metà 2027, segno che la partita è lunga e tutt’altro che lineare.
A rendere il quadro ancora più colorato c’è un dettaglio che racconta molto del momento: secondo il Financial Times, Orcel nel 2025 ha incassato circa 16,4 milioni di euro, (+24% sul 2024), che gli permette di superare Ana Botin di Santander (14,8 milioni incassati l'anno scorso) e di avvicinare Sergio Ermotti, capo di Ubs che ha guadagnato 16,5 milioni.
Al mercato non resta che guardare la girandola di numeri aspettando di capire chi sta bluffando. Perché in Europa le scalate bancarie sono come certe dichiarazioni d’amore: cominciano sempre con un «non voglio niente da te». Poi, lentamente, qualcuno finisce per prendersi tutto.
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Raffaella Carrà (Ansa)
Carràmba che sorpresa, Raffaella Carrà aveva un figlio segreto. La showgirl più amata dagli italiani (soprattutto dai boomer) l’aveva adottato, ne aveva protetto l’identità e prima di morire (a 78 anni nel 2021) l’aveva nominato «erede legittimo del patrimonio, oltre che dei diritti d’immagine e d’autore di tutte le sue opere». Si tratta di Gian Luca Pelloni Bulzoni, 62 anni, per lungo tempo segretario personale e manager dell’artista, una delle persone a lei più vicine nei chiaroscuri della vita.
La rivelazione è emersa casualmente in un contenzioso giudiziario approdato al tribunale di Roma, chiamato a dirimere un contenzioso con la società spagnola che aveva portato sul palcoscenico il musical Ballo Ballo sui successi della Raffa Nazionale.
Pelloni Bulzoni, ferrarese di nascita ma romano da sempre, titolare della società di produzioni musicali Arcoiris, attraverso il legale Barbara Giaquinto aveva chiesto al giudice di bloccare quello spettacolo per «assenza del suo consenso» e perché aveva individuato modalità di promozione «con un elemento gravemente offensivo per la memoria dell’artista». Praticamente la vendita dei biglietti con patatine e Coca cola come omaggio per il pubblico. Al di là dell’appiglio, una richiesta di inibitoria legittima da parte di colui che - come scrive il Corriere della Sera - si presentava da «erede di Raffaella Carrà, titolare dei diritti sull’immagine, sulla voce e sul nome, nonché dei dati, delle informazioni sulla sua vita personale e professionale perché altresì titolare del diritto morale e dei diritti di utilizzazione delle opere dell’ingegno dell’artista».
Il passaggio contenuto nelle carte è decisivo per determinare il suo ruolo anagrafico di figlio adottivo ed è stato confermato dalla Fondazione Raffaella Carrà con una nota. «La scelta della signora Carrà di adottare Gian Luca Pelloni Bulzoni era finalizzata a proseguire la sua attività e a portare avanti in suo nome tutte le iniziative benefiche a lei care. Pelloni Bulzoni ha già istituito la Fondazione, destinando il suo impegno a numerosi progetti di solidarietà, oltre a patrocinare anche eventi culturali e musicali in onore dell’artista». La showgirl, che non ha mai avuto un figlio naturale, è stata nei 50 anni di carriera cantante, attrice, ballerina e star della televisione. Ha collezionato 25 album in 46 Paesi del mondo, con oltre 60 milioni di dischi venduti. Nel 2024, con il remix del brano Pedro, è stata la prima donna italiana a entrare nella top 50 di Spotify. Un tesoro in diritti d’autore e di immagine.
Oltre alla presenza da mattatrice in Canzonissima, Ma che musica maestro, Pronto Raffaella?, Fantastico, Carràmba che sorpresa!, il Festival di Sanremo (era il principale volto femminile del piccolo schermo), nel bilancio d’una carriera straordinaria vanno inseriti i numerosi film con registi e attori di primo livello come Mario Monicelli, Marcello Mastroianni, Frank Sinatra, Trevor Howard, Jean Marais, James Coburn e Bill Cosby. Per dare un’idea del tesoro della Carrà basti ricordare la polemica con Bettino Craxi nel 1984, quando la Rai le rinnovò un contratto che le avrebbe assicurato sei miliardi di vecchie lire in due anni, cifra definita «immorale e scandalosa» dall’allora presidente del Consiglio.
Amatissima dal pubblico, protagonista di duetti immortali con Alberto Sordi e Roberto Benigni, Mina e Madonna, Carrà è sempre stata molto gelosa della propria privacy, ha sempre saputo tenere distinti il palcoscenico e la vita con gli affetti più cari, fra i quali l’ex coreografo e compagno Sergio Japino e i due nipoti Matteo e Federica, figli del fratello Vincenzo, scomparso prematuramente. Protetto da questa estrema discrezione, Pelloni Bulzoni era sempre rimasto un passo indietro, nel ruolo di segretario devoto e professionale. E l’adozione non era mai stata resa pubblica.
Riguardo al contenzioso con i titolari di Ballo Ballo, la giudice Laura Centofani non ha accolto la richiesta dell’erede e non ha concesso l’inibitoria dello spettacolo per un motivo molto semplice: le 36 rappresentazioni dello show teatrale, seguito naturale dell’omonimo film del regista Nacho Alvarez uscito nel 2020, si erano già svolte e non ne erano previste altre. Per eventuali risarcimenti del presunto danno per la «realizzazione, distribuzione, pubblicizzazione e rappresentazione, in qualsiasi forma e tramite qualunque mezzo, per l’assenza del suo consenso», il querelante dovrebbe promuovere una nuova azione legale nel merito.
A margine bisogna aggiungere che secondo il fascicolo giudiziario, Pelloni Bulzoni sarebbe stato a conoscenza del tour teatrale successivo al film, allestito per «portare nel mondo l’eredità morale di Raffaella», con prossime tappe soprattutto nell’America Latina che la adorava. Ovviamente è tutto in bilico e sarà ancora una volta un tribunale a decidere. Di sicuro, anche a cinque anni dalla conclusione della sua avventura terrena, Maga Maghella non finisce di sorprendere.
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