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2021-12-10
L’Ue equipara il vino alle sigarette: «Fa male alla salute e causa il cancro»
Getty Images
Dallo Stato etico a quello dietetico è un attimo. Ora l’Europa è anche un ente distopico che finisce per diventare dispotico. Difficile credere che non si renda conto che continuando a emanare regolamenti che distruggono l’identità, l’economia e la cultura dei Paesi che vi aderiscono non determini la sua fine.
Dopo aver provato a cancellare il Natale, non solo vuole imporre le case verdi pena la perdita di qualsiasi valore, ma vuole vietare il vino perché provoca il cancro. E lo fa in base a una presunzione sanitaria che diventa prescrizione autoritaria senza badare alle proprie interne contradizioni. Una per tutte: no al vino perché fa venire il cancro, ma sì alla cannabis che ora in Lussemburgo si può coltivare per uso personale, che diventa libera in Germania, che da sempre si vende nei coffee shop in Olanda.
Ieri la commissione parlamentare europea che si occupa delle politiche anti cancro (Beca) ha votato all’unanimità una risoluzione in cui si afferma: «Non esiste un livello sicuro di consumo di alcol e se ne dovrebbe tenere conto nel progettare le politiche di prevenzione dell’Ue contro i tumori». I difensori a oltranza di questa Unione europea in preda al politically correct dicono che è una risoluzione di indirizzo e che è utile che l’Europa si preoccupi della salute dei suoi cittadini. È il vento green che soffia - alimentato dalle multinazionali della nutrizione - su Bruxelles. Lo stesso che ha prodotto l’aberrazione del Nutri-score (l’etichetta a semaforo che ha un fondamento scientifico inesistente) che è uno dei pilastri del programma Farm to fork in base al quale dovremmo smettere di mangiare carne - anche quella secondo Bruxelles cancerogena e nemica dell’ambiente - per alimentarci di bachi, locuste, spremute di fagioli e coccodrillo.
Pure la risoluzione anti cancro sul vino è priva di fondamento scientifico. Vi è una sola relazione dell’Oms che si basa su un unico studio pubblicato da Lancet quattro anni fa e contestatissimo. Due le principali ragioni che lo invalidano: non è provata una relazione diretta alcol-cancro, non è provato quali siano i livelli di consumo tollerabili. Al contrario sul vino esistono studi autorevoli che promuovono come benefico un moderato consumo. Col pronunciamento dei deputati europei però si avvicinano le etichette con scritto «il vino nuoce gravemente alla salute» come per le sigarette, l’azzeramento di promozioni e finanziamenti che l’Europa concede ai produttori, il divieto di pubblicità e accise sugli alcolici così pesanti da scoraggiarne il consumo.
Contro queste ipotesi - rischiano di diventare realtà nella prossima seduta plenaria del Parlamento di Strasburgo - si è schierata la Ceev (Confederazione europea del settore vino) che contesta il dato sanitario e fa notare come il vino sia per l’Europa un modello culturale e una fonte economica irrinunciabile.
In Italia contro Bruxelles è un coro veemente. Gian Marco Centinaio, sottosegretario leghista alle politiche agricole, nota: «Affermare che non esiste un livello sicuro di consumo oltre a essere un approccio semplicistico e fuorviante si traduce in un danno ingente per l’Italia, dove il vino non è una bevanda, è molto di più: è cultura, è racconto dei territori, è parte di una tradizione millenaria, è uno stile moderato di consumo oltreché componente della dieta mediterranea patrimonio dell’umanità. Prima l’attacco è venuto alla carne adesso all’alcol. Ci batteremo per tutelare il made in Italy».
In Europa peraltro è ancora aperta la questione del Prosek croato che fa il verso al Prosecco. Tanto Unione italiana vini, che chiama a un’azione congiunta di tutti i Paesi produttori contro Bruxelles, quanto Federvini fanno notare che l’Italia col vino fa 13 miliardi di fatturato, di cui 6,5 miliardi all’export e dà lavoro diretto a 1,3 milioni di persone. La Coldiretti con il presidente Ettore Prandini si dice preoccupata per gli effetti sull’export e sul consumo interno. Che negli ultimi 30 anni è diminuito del 50% (siamo sotto i 38 litri pro capite). Dopo due anni di pandemia le cantine non hanno ancora recuperato i livelli del 2019 e in più devono fronteggiare aumenti nei costi di produzione del 30% (oltre 1 miliardo). Una situazione che non riguarda solo l’Italia: lo Champagne scarseggerà sulle tavole delle feste perché i produttori non trovano bottiglie, tappi, gabbiette e hanno difficoltà nelle spedizioni.
Probabilmente la decisione assunta ieri a Bruxelles scatenerà la protesta dei francesi e degli spagnoli. È difficile pensare a una bottiglia di Romanée Conti da 3.000 euro o a un vino di Angelo Gaja, un Sassicaia, un Solaia di Piero Antinori, un Barolo Monfortino o un Masseto di Frescobaldi che oscillano tra 300 e 1.000 euro con la scritta «nuoce gravemente alla salute». La verità è che l’Europa ha dichiarato guerra ai campi e a quelli italiani in particolare. Ursula von der Leyen nel suo discorso sull’unione il 15 settembre scorso non ha mai pronunciato la parola agricoltura. Che il diktat sanitario sia un effetto collaterale?
Tutele in arrivo soltanto per i rider contro le piattaforme e gli algoritmi
La Commissione europea ha presentato la bozza di legge che regola l’operato dei lavoratori della gig economy, di cui i rider sono protagonisti insieme a tutti coloro che esercitano una professione gestita da una piattaforma digitale. Secondo le stime dell’Ue, sarebbero circa 5,5 milioni i lavoratori erroneamente classificati come indipendenti su un totale di 28 milioni di professionisti autonomi.
La norma, prima di essere emanata, dovrà essere discussa con i vari Paesi dell’Ue. Se dovesse essere approvata, questi lavoratori potranno godere di un salario minimo, di una indennità di malattia, di ferie e altri diritti previsti per il lavoro dipendente. Tutti benefici che, va detto, erano già previsti con il contratto scritto da Assodelivery insieme a Ugl e che questa norma straccia senza mezzi termini.
Secondo la bozza, inoltre, i lavoratori acquisirebbero anche diritti sugli algoritmi che decidono della loro attività e quindi il diritto di contestare decisioni automatizzate. Se la direttiva verrà adottata dal Consiglio Ue e dal Parlamento europeo senza sostanziali modifiche spetterà alle aziende dei singoli Stati membri verificare che i lavoratori classificati come autonomi non siano in realtà legati alla piattaforma digitale per cui lavorano. La verifica dovrà essere effettuata in base a cinque criteri stabiliti dalla direttiva: quando almeno due dei criteri saranno soddisfatti, la piattaforma digitale andrà considerata a tutti gli effetti come datore di lavoro e il lavoratore «indipendente» come un suo impiegato, con tutti i diritti che ne conseguono.
Ancora prima di essere approvata, la norma ha già creato dibattito. Il ministro del Lavoro, Andrea Orlando, si è detto felice della bozza, ma c’è anche chi non ha nascosto la sua contrarietà. «Un risultato che accogliamo con soddisfazione, che recepisce anche le nostre richieste su un tema che rappresenta una delle priorità su cui siamo impegnati e sul quale continueremo a lavorare sia a livello nazionale che europeo», ha detto Orlando. «La proposta accoglie e dà supporto a due nostre richieste», continua il ministro. «Chiarire lo status dei lavoratori delle piattaforme, orientandosi a favore del riconoscimento di un rapporto dipendente, e dare centralità al tema dell’utilizzo di algoritmi e sistemi di intelligenza artificiale».
Decisamente meno favorevole la posizione di BusinessEurope, di fatto la Confindustria europea. Nella sua proposta di legge a tutela dei rider e dei lavoratori delle piattaforme, la Commissione Ue propone una «presunzione confutabile di occupazione» a carico delle stesse piattaforme, se identificate come datori di lavoro dipendente, ma «ciò non riflette la realtà, poiché molti lavoratori delle piattaforme scelgono di lavorare come autonomi», ricordano dall’associazione europea degli industriali.
Secondo BusinessEurope, in pratica, questa sarebbe solo una dichiarazione politica o poco più. «Ci rammarichiamo per l’approccio scelto dalla Commissione europea sul lavoro sulle piattaforme. La Commissione ha scelto di fare una dichiarazione politica piuttosto che proporre una soluzione equilibrata per le piattaforme, per i lavoratori e per i loro clienti», ha ribadito ieri il direttore generale di BusinessEurope, Markus Beyrer. BusinessEurope ha preso di mira soprattutto «la proposta presunzione di occupazione» che, a detta dell’organizzazione, potrebbe avere «un effetto dissuasivo sulle opportunità per i singoli di esercitare un’attività autonoma», oltre a «un impatto negativo sulla fornitura di servizi nel mercato interno».
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Una risoluzione azzera i finanziamenti al settore e impone gli avvertimenti sanitari. In pericolo 13 miliardi di fatturato.La Commissione vuole trasformare i rider autonomi in dipendenti. Critici gli industriali.Lo speciale contiene due articoli.Dallo Stato etico a quello dietetico è un attimo. Ora l’Europa è anche un ente distopico che finisce per diventare dispotico. Difficile credere che non si renda conto che continuando a emanare regolamenti che distruggono l’identità, l’economia e la cultura dei Paesi che vi aderiscono non determini la sua fine. Dopo aver provato a cancellare il Natale, non solo vuole imporre le case verdi pena la perdita di qualsiasi valore, ma vuole vietare il vino perché provoca il cancro. E lo fa in base a una presunzione sanitaria che diventa prescrizione autoritaria senza badare alle proprie interne contradizioni. Una per tutte: no al vino perché fa venire il cancro, ma sì alla cannabis che ora in Lussemburgo si può coltivare per uso personale, che diventa libera in Germania, che da sempre si vende nei coffee shop in Olanda. Ieri la commissione parlamentare europea che si occupa delle politiche anti cancro (Beca) ha votato all’unanimità una risoluzione in cui si afferma: «Non esiste un livello sicuro di consumo di alcol e se ne dovrebbe tenere conto nel progettare le politiche di prevenzione dell’Ue contro i tumori». I difensori a oltranza di questa Unione europea in preda al politically correct dicono che è una risoluzione di indirizzo e che è utile che l’Europa si preoccupi della salute dei suoi cittadini. È il vento green che soffia - alimentato dalle multinazionali della nutrizione - su Bruxelles. Lo stesso che ha prodotto l’aberrazione del Nutri-score (l’etichetta a semaforo che ha un fondamento scientifico inesistente) che è uno dei pilastri del programma Farm to fork in base al quale dovremmo smettere di mangiare carne - anche quella secondo Bruxelles cancerogena e nemica dell’ambiente - per alimentarci di bachi, locuste, spremute di fagioli e coccodrillo. Pure la risoluzione anti cancro sul vino è priva di fondamento scientifico. Vi è una sola relazione dell’Oms che si basa su un unico studio pubblicato da Lancet quattro anni fa e contestatissimo. Due le principali ragioni che lo invalidano: non è provata una relazione diretta alcol-cancro, non è provato quali siano i livelli di consumo tollerabili. Al contrario sul vino esistono studi autorevoli che promuovono come benefico un moderato consumo. Col pronunciamento dei deputati europei però si avvicinano le etichette con scritto «il vino nuoce gravemente alla salute» come per le sigarette, l’azzeramento di promozioni e finanziamenti che l’Europa concede ai produttori, il divieto di pubblicità e accise sugli alcolici così pesanti da scoraggiarne il consumo. Contro queste ipotesi - rischiano di diventare realtà nella prossima seduta plenaria del Parlamento di Strasburgo - si è schierata la Ceev (Confederazione europea del settore vino) che contesta il dato sanitario e fa notare come il vino sia per l’Europa un modello culturale e una fonte economica irrinunciabile. In Italia contro Bruxelles è un coro veemente. Gian Marco Centinaio, sottosegretario leghista alle politiche agricole, nota: «Affermare che non esiste un livello sicuro di consumo oltre a essere un approccio semplicistico e fuorviante si traduce in un danno ingente per l’Italia, dove il vino non è una bevanda, è molto di più: è cultura, è racconto dei territori, è parte di una tradizione millenaria, è uno stile moderato di consumo oltreché componente della dieta mediterranea patrimonio dell’umanità. Prima l’attacco è venuto alla carne adesso all’alcol. Ci batteremo per tutelare il made in Italy». In Europa peraltro è ancora aperta la questione del Prosek croato che fa il verso al Prosecco. Tanto Unione italiana vini, che chiama a un’azione congiunta di tutti i Paesi produttori contro Bruxelles, quanto Federvini fanno notare che l’Italia col vino fa 13 miliardi di fatturato, di cui 6,5 miliardi all’export e dà lavoro diretto a 1,3 milioni di persone. La Coldiretti con il presidente Ettore Prandini si dice preoccupata per gli effetti sull’export e sul consumo interno. Che negli ultimi 30 anni è diminuito del 50% (siamo sotto i 38 litri pro capite). Dopo due anni di pandemia le cantine non hanno ancora recuperato i livelli del 2019 e in più devono fronteggiare aumenti nei costi di produzione del 30% (oltre 1 miliardo). Una situazione che non riguarda solo l’Italia: lo Champagne scarseggerà sulle tavole delle feste perché i produttori non trovano bottiglie, tappi, gabbiette e hanno difficoltà nelle spedizioni. Probabilmente la decisione assunta ieri a Bruxelles scatenerà la protesta dei francesi e degli spagnoli. È difficile pensare a una bottiglia di Romanée Conti da 3.000 euro o a un vino di Angelo Gaja, un Sassicaia, un Solaia di Piero Antinori, un Barolo Monfortino o un Masseto di Frescobaldi che oscillano tra 300 e 1.000 euro con la scritta «nuoce gravemente alla salute». La verità è che l’Europa ha dichiarato guerra ai campi e a quelli italiani in particolare. Ursula von der Leyen nel suo discorso sull’unione il 15 settembre scorso non ha mai pronunciato la parola agricoltura. Che il diktat sanitario sia un effetto collaterale? <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ue-vino-sigarette-salute-cancro-2655969128.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="tutele-in-arrivo-soltanto-per-i-rider-contro-le-piattaforme-e-gli-algoritmi" data-post-id="2655969128" data-published-at="1639103444" data-use-pagination="False"> Tutele in arrivo soltanto per i rider contro le piattaforme e gli algoritmi La Commissione europea ha presentato la bozza di legge che regola l’operato dei lavoratori della gig economy, di cui i rider sono protagonisti insieme a tutti coloro che esercitano una professione gestita da una piattaforma digitale. Secondo le stime dell’Ue, sarebbero circa 5,5 milioni i lavoratori erroneamente classificati come indipendenti su un totale di 28 milioni di professionisti autonomi. La norma, prima di essere emanata, dovrà essere discussa con i vari Paesi dell’Ue. Se dovesse essere approvata, questi lavoratori potranno godere di un salario minimo, di una indennità di malattia, di ferie e altri diritti previsti per il lavoro dipendente. Tutti benefici che, va detto, erano già previsti con il contratto scritto da Assodelivery insieme a Ugl e che questa norma straccia senza mezzi termini. Secondo la bozza, inoltre, i lavoratori acquisirebbero anche diritti sugli algoritmi che decidono della loro attività e quindi il diritto di contestare decisioni automatizzate. Se la direttiva verrà adottata dal Consiglio Ue e dal Parlamento europeo senza sostanziali modifiche spetterà alle aziende dei singoli Stati membri verificare che i lavoratori classificati come autonomi non siano in realtà legati alla piattaforma digitale per cui lavorano. La verifica dovrà essere effettuata in base a cinque criteri stabiliti dalla direttiva: quando almeno due dei criteri saranno soddisfatti, la piattaforma digitale andrà considerata a tutti gli effetti come datore di lavoro e il lavoratore «indipendente» come un suo impiegato, con tutti i diritti che ne conseguono. Ancora prima di essere approvata, la norma ha già creato dibattito. Il ministro del Lavoro, Andrea Orlando, si è detto felice della bozza, ma c’è anche chi non ha nascosto la sua contrarietà. «Un risultato che accogliamo con soddisfazione, che recepisce anche le nostre richieste su un tema che rappresenta una delle priorità su cui siamo impegnati e sul quale continueremo a lavorare sia a livello nazionale che europeo», ha detto Orlando. «La proposta accoglie e dà supporto a due nostre richieste», continua il ministro. «Chiarire lo status dei lavoratori delle piattaforme, orientandosi a favore del riconoscimento di un rapporto dipendente, e dare centralità al tema dell’utilizzo di algoritmi e sistemi di intelligenza artificiale». Decisamente meno favorevole la posizione di BusinessEurope, di fatto la Confindustria europea. Nella sua proposta di legge a tutela dei rider e dei lavoratori delle piattaforme, la Commissione Ue propone una «presunzione confutabile di occupazione» a carico delle stesse piattaforme, se identificate come datori di lavoro dipendente, ma «ciò non riflette la realtà, poiché molti lavoratori delle piattaforme scelgono di lavorare come autonomi», ricordano dall’associazione europea degli industriali. Secondo BusinessEurope, in pratica, questa sarebbe solo una dichiarazione politica o poco più. «Ci rammarichiamo per l’approccio scelto dalla Commissione europea sul lavoro sulle piattaforme. La Commissione ha scelto di fare una dichiarazione politica piuttosto che proporre una soluzione equilibrata per le piattaforme, per i lavoratori e per i loro clienti», ha ribadito ieri il direttore generale di BusinessEurope, Markus Beyrer. BusinessEurope ha preso di mira soprattutto «la proposta presunzione di occupazione» che, a detta dell’organizzazione, potrebbe avere «un effetto dissuasivo sulle opportunità per i singoli di esercitare un’attività autonoma», oltre a «un impatto negativo sulla fornitura di servizi nel mercato interno».
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Alla fiera di Rho del 19 e 20 maggio Compagnia delle Opere presenterà l’Innovation Hub, area dedicata al confronto tra aziende e professionisti sull’uso concreto dell’intelligenza artificiale. Al centro del dibattito etica, scuola, lavoro e gestione aziendale.
Compagnia delle Opere torna all’AI Week di Rho Fiera, il grande evento europeo dedicato all’intelligenza artificiale in programma il 19 e 20 maggio, e lo fa portando al centro della manifestazione un nuovo spazio dedicato alle aziende. Si chiama Innovation Hub ed è un’area di oltre 200 metri quadrati pensata per favorire l’incontro tra imprese, professionisti e innovatori attraverso casi concreti, confronto operativo e networking.
All’interno dell’hub saranno presenti 23 aziende associate a Cdo, chiamate a raccontare esperienze e applicazioni pratiche dell’intelligenza artificiale nei diversi settori produttivi. Attesi in fiera anche circa 500 associati, segno di una partecipazione che l’associazione interpreta come la costruzione di un ecosistema capace di accompagnare le imprese nella trasformazione tecnologica.
L’AI Week, giunta alla settima edizione, ogni anno richiama migliaia di imprenditori, manager e professionisti, oltre a centinaia di speaker internazionali, attraverso incontri, masterclass e sessioni formative dedicate ai nuovi scenari dell’intelligenza artificiale. Nel programma promosso da Cdo troveranno spazio anche alcuni dei temi oggi più discussi nel dibattito pubblico. Una delle direttrici principali riguarderà il rapporto tra etica e intelligenza artificiale, con l’intervento di Padre Natale Brescianini, mentre un altro focus sarà dedicato al ruolo dell’AI nelle piccole e medie imprese italiane grazie al contributo di Emanuele Frontoni, presidente di Cdo Marche Sud e co-director del VRAI Lab. «L’intelligenza artificiale rappresenta una delle grandi sfide del nostro tempo, perché non ci chiede soltanto di imparare a utilizzare nuove tecnologie, ma ci interroga sul modo in cui comprendiamo l’esperienza umana, il lavoro, la conoscenza e il futuro della società», ha dichiarato Andrea Dellabianca, presidente nazionale di Compagnia delle Opere. «Ogni giorno emergono opportunità straordinarie insieme a interrogativi profondi: per questo è necessario costruire luoghi di confronto in cui imprese, professionisti, ricercatori ed esperti possano condividere competenze, esperienze e soluzioni concrete».
Tra gli appuntamenti previsti ci sarà anche un approfondimento sul rapporto tra scuola e intelligenza artificiale dal titolo «Essere uomini nell’Era dell’IA: la Scuola come laboratorio di libertà e conoscenza». Al centro dell’incontro il ruolo della tecnologia nella didattica, nei sistemi di valutazione e nei percorsi di inclusione degli studenti con bisogni educativi speciali. Un confronto che partirà dall’idea che l’intelligenza artificiale possa affiancare il lavoro dell’insegnante senza sostituirlo, rafforzando il pensiero critico e la relazione educativa.
Spazio poi ai cambiamenti che l’AI sta introducendo nella gestione aziendale, nelle risorse umane e nel settore immobiliare, fino al rapporto tra innovazione tecnologica e transizione ecologica. Non mancherà infine una riflessione sul mondo del non profit con l’evento Agent Coding for Good, dedicato all’utilizzo dell’intelligenza artificiale per aumentare l’efficacia e l’impatto delle organizzazioni sociali. «L’innovazione è davvero tale quando resta al servizio della persona e contribuisce a far crescere una comunità più consapevole», ha aggiunto Dellabianca. «Per questo Cdo vuole scommettere su spazi d’avanguardia come l’Innovation Hub: luoghi di dialogo, ma anche laboratori di pensiero e di ricerca».
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Regina Corradini D’Arienzo (Ansa)
Risorse a tassi agevolati e contributi a fondo perduto fino al 30% per contrastare il caro energia e il blocco dello Stretto di Hormuz. La misura, operativa dal 25 maggio, protegge le aziende esportatrici e le filiere strategiche dagli choc del conflitto nel Golfo Persico.
La diplomazia non ha ancora trovato una via d’uscita al conflitto con l’Iran e la crisi energetica legata al blocco del canale di Hormuz si aggrava.
Gli analisti stimano che anche a fronte di una risoluzione a breve, per rimettere in moto il meccanismo dei rapporti con quell’area a cominciare dagli approvvigionamenti, serviranno mesi. Alla luce di questo scenario la Simest, la società per l’internazionalizzazione delle imprese del gruppo Cdp (Cassa depositi e prestiti) lancia un nuovo intervento strategico da 800 milioni di euro a sostegno delle imprese colpite dagli effetti del conflitto nel Golfo Persico e dal perdurare delle tensioni sui costi energetici. Le risorse sono destinate alle aziende esportatrici e a quelle che, pur non vendendo direttamente direttamente all’estero i propri prodotti, fanno parte di filiere produttive strategiche. Cuore del pacchetto, attivato nell’ambito dello strumento «Transizione digitale ed ecologica», è la nuova linea «Energia per la competitività internazionale», concepita per offrire una risposta mirata per fronteggiare gli effetti della crisi sui costi energetici e sul fatturato, in modo da salvaguardare la solidità finanziaria e la capacità di continuare a investire all’estero delle imprese.
Potranno accedere al sostegno le realtà imprenditoriali che, nel primo trimestre o quadrimestre del 2026, abbiano registrato un incremento dei costi energetici o una riduzione del fatturato pari ad almeno il 10% rispetto allo stesso periodo del 2025, a causa del conflitto. Il sostegno avverrà attraverso la concessione di finanziamenti agevolati accompagnati da una quota a fondo perduto fino al 30% per le Pmi e fino al 20% per le altre imprese.
Le risorse sono finalizzate a essere utilizzate principalmente per operazioni di rafforzamento patrimoniale (fino al 90% del finanziamento) oppure per finanziamenti di soci, con possibilità di destinare fino a 1,5 milioni di euro a incrementi di capitale e supporto alle società controllate. L’anticipo può arrivare a coprire fino al 50% della somma richiesta mentre la durata del finanziamento sarà di otto anni. Parallelamente, viene ulteriormente rafforzata la misura dedicata alle imprese energivore, cioè a favore dei comparti più esposti al caro energia, con condizioni migliorative affinché possano continuare ad operare e a investire. Si prevede un contributo a fondo perduto fino al 20%, l’esenzione dalla presentazione delle garanzie; poi finanziamenti fino al 90% per il rafforzamento patrimoniale, l’incremento fino a 1,5 milioni di euro della quota da destinare alla capitalizzazione delle controllate e l’innalzamento dell’anticipo fino al 50%. Infine l’estensione della durata dei finanziamenti fino a otto anni.
Le domande potranno essere presentate a partire dal 25 maggio fino al 31 dicembre 2026. Per garantire una gestione ordinata delle richieste, nei primi cinque giorni di apertura della misura, sarà attivato un sistema di «coda virtuale» nel caso di accessi simultanei elevati alla piattaforma.
«Vogliamo dare una risposta concreta e tempestiva alle imprese che stanno affrontando gli effetti di un quadro internazionale sempre più instabile, segnato dalle tensioni geopolitiche e dal forte aumento dei costi energetici, che rischiano di incidere sulla competitività del nostro sistema produttivo. L’obiettivo è sostenere non solo le aziende esportatrici, ma anche tutte le filiere strategiche del Made in Italy, rafforzandone la capacità di continuare a investire e crescere sui mercati internazionali», ha affermato l’amministratore delegato di Simest, Regina Corradini D’Arienzo.
Il Fondo monetario internazionale ha segnalato che, insieme al Regno Unito, l’Italia è fra i Paesi europei più esposti a causa della forte dipendenza dalle centrali a gas. Le importazioni italiane di beni energetici dal Medio Oriente nel 2025 hanno superato i 15 miliardi di euro. L’intervento di Simest quindi vuole accompagnare le imprese non solo nella gestione della fase emergenziale, ma anche nella gestione del periodo successivo, contribuendo al rafforzamento strutturale.
Ecco #DimmiLaVerità del 15 maggio 2026. Il deputato del M5s Marco Pellegrini commenta gli sviluppi della guerra in Iran e la crisi economica in Italia.
Istock
Con il bando delle auto con il motore a scoppio dal 2035 (poi inutilmente annacquato) Bruxelles ha invece direttamente spalancato tutte le porte all’industria automobilistica cinese. Del resto, dato il quadro di ciò che è possibile fare, le case automobilistiche si organizzano. La globalizzazione consente ai capitali di muoversi attorno al globo a seconda della convenienza, per sfruttare le migliori condizioni di mercato. L’abbraccio della Germania alla Cina, che risale a qualche decennio fa, ha man mano sancito un’alleanza tra l’industria automobilistica tedesca e quella cinese. Una coalizione che oggi è sfociata nel dominio cinese del settore dell’auto elettrica e ibrida, con i tedeschi in grave crisi nel mercato cinese tanto da minacciare i livelli occupazionali in patria. Tutta l’industria europea dell’auto è stata travolta dalla capacità produttiva cinese, in termini di costi, produttività e persino qualità. Nonostante i dazi e i prezzi minimi che l’Ue ha imposto sulle auto fabbricate in Cina, le quote di mercato che i marchi del Dragone stanno conquistando in Europa sono significative. Forse anche per via dei dazi, ora i cinesi stanno iniziando a stabilirsi direttamente in Europa.
Gli esempi sono moltissimi. Byd ha già investito circa 4 miliardi di euro a Szeged, in Ungheria, dove la fabbrica entrerà in produzione nel 2026 con la piccola Dolphin Surf, per poi arrivare a regime con una capacità di 300.000 unità annue. Parallelamente, Byd sta negoziando con Stellantis e altri produttori europei per rilevare stabilimenti sottoutilizzati, con l’Italia esplicitamente nel mirino come obiettivo di acquisizioni. Il nome che circola con più insistenza sul fronte italiano è Cassino, dove lo stabilimento Stellantis ha prodotto appena 19.000 vetture nel 2025, il 28% in meno rispetto all’anno precedente. Il candidato all’acquisto sarebbe la casa cinese Dongfeng, che potrebbe puntare su una auto elettrica da città sotto i 20.000 euro, un segmento nel quale il mercato italiano è molto sensibile. Non è ancora chiaro se Stellantis venderà o si limiterà ad affittare gli impianti, e i tempi non sono ancora noti. Per un passaggio completo però potrebbero volerci un paio d’anni. Sul fronte sindacale l’ipotesi è stata accolta con favore, ma a scatola chiusa, dato che le intenzioni dei possibili nuovi padroni potrebbero non essere così favorevoli, né c’è stato ancora un confronto sui temi della produttività.
In Spagna c’è ancora più affollamento. Chery è già operativa a Barcellona nell’ex stabilimento Nissan della Zona Franca, con 17.300 veicoli prodotti nel 2025 e un obiettivo di 50.000 nel 2026, puntando a 150.000 entro il 2029. Geely è in trattativa avanzata per acquisire il reparto Body 3 della fabbrica Ford di Almussafes, vicino Valencia, un’area oggi inattiva dopo il pensionamento di Mondeo, Galaxy e S-Max, mentre Ford continua a produrre la sua Kuga su altre linee. Le parti starebbero anche valutando se Geely possa produrre un modello per conto di Ford. Saic, il gruppo proprietario di MG, ha lasciato trapelare che nelle prossime settimane potrebbe arrivare un annuncio su espansioni in Spagna. Le indiscrezioni indicano Ferrol, in Galizia, come sede di un nuovo impianto con una capacità fino a 120.000 veicoli annui. Non è un caso che il presidente di quella regione si sia recato personalmente in Cina per incontrare il vertice del gruppo.
Il marchio Changan sta effettuando sopralluoghi nel nord della Spagna, con l’Aragona tra le opzioni, valutando sia la costruzione di un nuovo impianto sia l’acquisizione di strutture esistenti. Leapmotor, in partnership con Stellantis, si prepara a produrre il Suv elettrico B10 a Saragozza, dove CATL e Stellantis stanno costruendo una gigafactory da 4,1 miliardi di euro per batterie, con produzione attesa entro fine 2026. La scelta della Spagna da parte di così tanti operatori non è casuale. Lì vi sono impianti moderni ma sottoutilizzati, cioè esattamente il tipo di asset che i cinesi cercano, con infrastrutture collaudate, indotto già formato e costi del lavoro più bassi.
Se è vero che i sindacati pensano che l’arrivo dei capitali cinesi sia una buona notizia per i livelli occupazionali, potrebbero andare incontro ad un amaro risveglio. Le manifattura cinese, in qualunque settore, costruisce il proprio vantaggio competitivo su una esasperata efficienza di costo, innanzitutto, e su una produttività a base di robotica e IA. Chiunque non stia al passo dello standard asiatico sarà tagliato fuori.
Come questo giornale ha scritto sin dal 2021, il Green deal non è mai stata una rivoluzione industriale a favore dell’Europa, ma un vincolo esterno industriale disegnato a Berlino e impacchettato a Bruxelles. Dietro la retorica del «fare la nostra parte» per salvare il pianeta (sic) si nascondeva la necessità di ridare fiato al morente settore automobilistico tedesco riscrivendo per legge le regole dell’intero mercato europeo. Un affare gigantesco, come forse mai nella storia si era prospettato. Solo che l’affarone si è involato e da Berlino è atterrato a Pechino. La «vera e propria rivoluzione industriale» annunciata trionfalmente sette anni fa da Frans Timmermans è effettivamente in corso. Semplicemente, non è la nostra.
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