Schizofrenia Ue: per l’auto elettrica va bene sacrificare 600.000 occupati
Thierry Breton (Ansa)
Il commissario all’Industria, Thierry Breton ammette il massacro di posti di lavoro. Ma vuole che le imprese continuino a investire nei motori a scoppio fino al 2035. Nel settore imballaggi, dove l’Italia è leader, a rischio 700.000 ditte.

Alla baronessa Ursula von der Leyen piace giocare a sette e mezzo sul panno verde del suo amatissimo e ideologico green deal, tanto il banco Europa vince sempre; a perdere sono le imprese e i cittadini-consumatori.

Sono mal contati i 750.000 impiegati del settore auto che perderanno il lavoro, sono 750.000 le aziende che si occupano in Italia di imballaggi e di riciclo del packaging (6,3 milioni di dipendenti) che salteranno per aria in forza dei nuovi regolamenti europei. Ma che gli fa, l’Europa vuol bene all’ambiente e pazienza se si scopre che è un gigante economico con i piedi d’argilla, pardon di Greta.

Ormai l’ossessione verde ha fatto perdere qualsiasi contatto con la realtà alla Commissione europea. Al punto che, per le auto, l’Europa diventa classista e difende solo i ricchi: si potranno vendere anche dopo il 2035 solo le Ferrari e tutte le supercar, mentre gran parte dei cittadini non si potrà permettere l’auto elettrica. Per il packaging, poi, l’Europa smentisce se stessa: ha fissato dei minimi per il riutilizzo dei materiali, incoraggiando l’economia circolare con l’esaltazione delle cosiddette materie prime-seconde e ora li smonta perché alla baronessa von der Leyen non piace più il riciclo, lei punta al riuso: vuole ripristinare il vuoto a rendere.

Senza considerare che si spreca un sacco di energia per recuperare gli imballaggi e ricondizionarli. Si pensi solo alle bottiglie di vetro (ora, peraltro, introvabili) che vanno comunque lavate e sterilizzate: costa meno, anche in termini energetici, frantumarle e ristamparle. Ma vale anche per le bistecche sintetiche: per far funzionare i bioreattori, si consuma infinitamente di più che per allevare un manzo. Per le coop agricole «le scelte europee con il Farm to fork in tema di agricoltura e alimentazione non sono più attuali e realizzabili»; gli alimentaristi denunciano che «von der Leyen vuole farci mangiare le bistecche finte di Bill Gates», ma ora due settori-colossi della manifattura sono rischio fallimento per i diktat di Bruxelles.

Il primo è il comparto dell’automobile: dal 2035 non si potranno più commercializzare veicoli a motore endotermico; il secondo è quello degli imballaggi, che coinvolge tutti i settori manifatturieri e che, nel riciclo, ha ottenuto in Italia ottimi risultati. A rendere evidente che le scelte di Bruxelles sono ideologiche, prevaricano gli Stati e non hanno alcun motivato parere ci ha pensato Thierry Breton, commissario europeo al mercato interno e all’industria. Ha cercato di spiegare perché si va dritti al 2035 come anno di morte delle auto endotermiche. In realtà mancano ancora due atti e il passaggio al Parlamento di Strasburgo, ma la decisione è presa.

Dopo aver certificato che il settore auto vale 12,7 milioni di posti di lavoro (il 6,6% dell’occupazione europea), Breton ha detto: «Speriamo di mantenerli: 600.000, però, potrebbero perdere il lavoro». In realtà, sono molti di più: Deutsche bank ha stimato che in Germania ne salteranno 870.000. Per quel che riguarda l’Italia, c’è il rischio azzeramento per quasi tutta la filiera della componentistica: 60.000 imprese con 500.000 occupati. Breton, però, annuncia che nel 2026 si farà una valutazione per sapere se si debbano riconsiderare i biocarburanti e fare il punto sulla transizione.

Ci sarà un gruppo di lavoro composto da industrie, sindacati e tecnici che farà un monitoraggio trimestrale. L’Europa, peraltro, è pronta mostrare i muscoli. Perfino con Joe Biden, che si è fatto gli affari suoi con la legge che aiuta con 730 miliardi di dollari la transizione verde negli Usa. È vero, ammette Breton, che diverse aziende stanno già emigrando in America, così come è sul tavolo il tema delle batterie e dei componenti, che sono un monopolio dei cinesi. Ma l’Europa risponderà con una propria normativa sulle materie prime critiche che verrà presentata «nel primo trimestre del 2023» e poi darà impulso a «un’industria made in Europa» con un aiuto da 10 miliardi. Beato chi ci crede.

Anche perché sull’auto, a Bruxelles, hanno fatto un altro pasticcio. Dovevano varare i motori euro 7 con emissioni da aria di montagna. Gli industriali hanno obbiettato: che senso ha, per noi, fare questa ricerca se fra dieci anni dobbiamo buttare via i motori? La Commissione ci ha ripensato, ha cambiato per l’ennesima volta le carte in tavola e pare che tra quattro giorni dirà come devono essere questi motori perché pure Breton ammette che «dopo il 2035 continuerà a esserci ancora in circolazione il 20% di veicoli endotermici in Europa, molti di più circoleranno nel resto del mondo. E poi, se i calcoli da qui al 2035 fossero sbagliati, dobbiamo pur avere un modo per assicurare la mobilità». Siamo al tutto e contrario di tutto.

Esattamente come avviene sugli imballaggi. L’Italia, grazie al Conai, ricicla il 73% del packaging (la quota sale all’83,7% se si aggiunge anche il recupero energetico, ndr.): 10,5 milioni di tonnellate. Ha stornato ai Comuni 727 milioni di euro e altri 420 milioni sono stati investiti nel riciclo. L’Italia è leader assoluto nella produzione di imballaggi. Il nuovo regolamento europeo (200 pagine incomprensibili che non lasciano alcuna autonomia agli Stati) rischia di far saltare oltre 700.000 aziende che danno lavoro a 6,3 milioni di persone.

Perché la filiera degli imballaggi è lunga: si va da chi taglia il legno fino a chi quel legno recupera, ricicla e rimette in circolo; si va dalla plastica vergine all’acqua minerale. I settori più colpiti saranno l’agroalimentare, la plastica (anche quella biodegradabile), l’alluminio, la carta, il vetro e il legno che già stanno pagando un conto altissimo per la bolletta energetica. Ma a Bruxelles non risulta.

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