True
2022-03-29
«Ucraini gambizzano i prigionieri». Disastro a Mariupol, liberata Irpin
Ansa
Nella diatriba su chi siano i buoni e chi i cattivi in guerra e su quale delle parti in campo leda con maggiore frequenza la convenzione di Ginevra, spunta un video che ha già sollevato molti interrogativi. Nelle riprese si vedono quelli che sembrano essere soldati ucraini che sparano alle ginocchia di uomini - apparentemente prigionieri russi - durante un’operazione nella regione di Kharkiv. Sono quasi sei minuti di girato in cui i presunti soldati ucraini affermano di aver catturato un gruppo di ricognizione russo basato a Olkhovka, una cittadina vicino a Kharkiv, a una trentina di chilometri dal confine russo.
I soldati, a giudicare dall’audio, parlerebbero in un misto di ucraino e russo con forte accento ucraino. Il filmato non è ancora stato verificato da una fonte indipendente ma di certo ha sollevato un polverone ed è stato preso in considerazione da entrambi gli Stati belligeranti. Kiev vuole che non si gettino sospetti sul suo operato e dunque ha annunciato approfondimenti sulle immagini. «Il governo sta prendendo questo video molto seriamente e ci sarà un’indagine immediata. Siamo un esercito europeo e non deridiamo i nostri prigionieri. Se questo fosse vero, sarebbe un comportamento assolutamente inaccettabile», queste le parole di Oleksiy Arestovych, alto consigliere del presidente Zelensky. Arestovych ha dichiarato: «Trattiamo i prigionieri in conformità con la convenzione di Ginevra, qualunque siano le motivazioni emotive personali».Anche il capo delle forze armate, Valerii Zaluzhnyi, tenta di respingere le accuse piovute sull’esercito ucraino. «Per screditare le forze di difesa ucraine, il nemico filma e distribuisce video che mostrano il trattamento disumano da parte di presunti soldati ucraini nei confronti dei prigionieri russi. I militari delle forze armate ucraine e di altre legittime formazioni militari aderiscono rigorosamente alle norme del diritto umanitario internazionale», afferma Zaluzhnyi.
Ovviamente il Cremlino, da parte sua, respinge questa ricostruzione e descrive le immagini come «mostruose» prove di torture ai danni dei russi. Dunque, anche i russi hanno promesso che indagheranno a fondo. Proprio il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha spiegato che gli investigatori russi esamineranno il video e che coloro che hanno preso parte alla gambizzazione dei soldati catturati verranno individuati e ritenuti responsabili di tortura. Mentre le accuse reciproche si fanno sempre più pesanti, la situazione sul campo di battaglia non sembra essere molto favorevole per i russi.
Il ministero della Difesa ucraino ha comunicato la morte del generale russo Yakov Rezantsev, in un attacco vicino alla città di Kherson. Tra l’altro, sempre stando alle fonti ucraine, la città di Irpin, teatro di scontri serrati alle porte di Kiev, sarebbe stata completamente liberata dalla presenza dei militari russi. Nel suo ultimo rapporto operativo l’esercito dell’Ucraina sostiene, inoltre, che la Russia abbia ritirato le truppe che circondavano Kiev. Questo, dopo aver subito perdite che Mosca non si aspettava. Il ritiro avrebbe «significativamente ridotto» l’intensità dell’avanzata russa: Mosca, stando alle dichiarazioni del viceministro delle Difesa ucraino, Hanna Malyar, non avrebbe alcuna speranza di catturare la capitale. Ciò non toglie che Kiev sia stata sottoposta ad oltre quaranta bombardamenti nelle ultime 24 ore.
E l’allerta resta comunque alta intorno alla capitale, perché funzionari militari affermano che la Russia stia trasportando missili Iskander a Kalinkavichy, nel sudest della Bielorussia, non lontano quindi da Kiev. Mentre gli ucraini affermano di poter segnare dei punti a proprio favore, rimane sempre a un passo dalla catastrofe umanitaria Mariupol, la cui situazione attuale viene descritta dal sindaco, Vadym Boichenko: «La città deve essere completamente evacuata. Circa 160.000 persone sono intrappolate e senza energia elettrica». Secondo il primo cittadino, ci sono ventisei bus in attesa di evacuare i civili, ma le forze russe non avrebbero accettato di garantire loro un passaggio sicuro e dunque resta impossibile prendere dei provvedimenti per aiutarle. Insieme a Mariupol, a subire i combattimenti più pesanti sono le regioni di Donestk e Lugansk. «La Russia non smette di svolgere operazioni offensive in quel territorio, che costituisce l’obiettivo strategico di Putin», dice senza mezzi termini il portavoce della Difesa ucraino. Marinka e altre città vengono difese strenuamente, ma ci sarebbero centri già caduti in mano russa. Proprio nei combattimenti in Donbass ha perso la vita Volodymyr Kolesnyk, ex giocatore della squadra di calcio del Kryvbas. In questa situazione il governo insiste sulla legge marziale che impone agli ucraini dai 18 ai 60 anni di combattere per il Paese. Più di 1700 cittadini in età da combattimento sono stati fermati alla frontiera perché volevano lasciare l’Ucraina. Ad oggi sono già 340 i procedimenti penali in atto contro i disertori, di cui cento per tradimento e collaborazione.
Profughi, l’Ue dà ordini al Viminale
Con il contatore dei profughi ucraini a quota 3,8 milioni, in aumento al ritmo di 40.000 al giorno, l’Ue, dietro la spinta di Germania e Polonia, che vorrebbero evitare che gli sfollati si fermino sui loro territori troppo a lungo e puntano a favorire la libertà di movimento tra i Paesi, ha deciso di produrre un Piano in dieci punti per organizzare l’accoglienza. «Ma non ci sarà alcuna richiesta di reinsediamento», ha precisato la commissaria europea agli Affari Interni, Ylva Johansson.
La questione ovviamente deve aver creato più di qualche imbarazzo all’interno del Consiglio, visto che si tratterebbe di far fare un giro a 360 gradi all’Ue rispetto all’approccio mantenuto fino a questo momento sulle politiche migratorie. Da tempo Italia, Grecia, Spagna, Cipro e Malta chiedono di rivedere le posizioni sulle distribuzioni dopo il primo approdo. E finché la pressione dell’immigrazione non riguardava il Nord Europa tutti se ne sono fregati. Ora che si gioca a ruoli invertiti, questa poteva essere per i Paesi del Mediterraneo la carta negoziale da mettere sul tavolo per accettare le modifiche alle regole sulle migrazioni in generale. Rivedendo anche le questioni legate ai profughi che arrivano dai Paesi africani. Ma alla fine il Consiglio dei ministri dell’Interno se n’è uscito con i dieci punti. Partendo dalle misure per evitare che i trafficanti di esseri umani approfittino della situazione, si è pensato a una piattaforma per segnalare tutti coloro che godranno della protezione temporanea. Verrà creato un indice per monitorare quanti rifugiati sono presenti in ciascuno Stato membro, che sarà aggiornato su base settimanale. E sono stati previsti degli «incentivi» per i profughi che lasceranno la Polonia (che oggi ne ospita più di un milione) e per gli altri Paesi il cui il numero di ingressi peserebbe in modo sproporzionato. In parte, quindi, sono stati accolti i desiderata di Nancy Faeser, ministro dell’Interno tedesco, e del suo omologo polacco Mariusz Kaminski, che nei giorni scorsi avevano inviato ai due commissari Ue che si occupano dell’emergenza, il greco Margaritis Schinas e la svedese Ylva Johansson, una comunicazione, finita al primo punto dell’ordine del giorno del Consiglio di ieri. La questione, come posta dai due Paesi, però, è entrata subito in contrasto con la direttiva sulla protezione temporanea, resa operativa per la prima volta in 20 anni.
Le richieste spaziavano su vari ambiti: da quello economico (1.000 euro per ogni rifugiato ospitato), a quello giuridico (trasporti gratuiti per lasciare la nazione di primo approdo), a quello politico (rimettendo in gioco il Piano per l’asilo bloccato da oltre un anno proprio dalla Polonia). Tre punti abbastanza spinosi. Soprattutto il secondo, che è apparso subito come un incentivo alla redistribuzione di fatto. Lo status di rifugiato già consente di circolare liberamente in ogni Paese Ue. E l’ipotesi di redistribuzioni sono sempre cadute nel vuoto. La scelta degli «incentivi», oltre a sbugiardare quanto finora sostenuto, fa irritare soprattutto i Paesi che hanno sofferto maggiormente la pressione africana. L’Italia, però, sembra aver subito chinato il capo. Il ministro dell’Interno Luciana Lamorgese ha fatto sapere di aver condiviso l’idea della piattaforma. E si è detta pronta a dare una mano ai 10.000 profughi attualmente in Moldavia, da ridistribuire sul territorio europeo: «Anche l’Italia farà la sua parte, perché noi abbiamo sempre detto che il principio della solidarietà deve andare a pari passo con quello della responsabilità». Ma sembra aver dimenticato i «niet» dell’Ue per l’immigrazione che arriva da Sud.
Continua a leggereRiduci
Un video mostra soldati dell’esercito di Kiev che sparano alle ginocchia dei russi: ma è lite sull’attendibilità. Il sindaco della città: bisogna evacuare 160.000 persone. Ex calciatore ucciso in combattimento nel Donbass.In Europa passa la linea che interessa a Germania e Polonia per la ridistribuzione dei profughi. Luciana Lamorgese incassa e l’Italia perde l’occasione di rinegoziare i patti di accoglienza.Lo speciale contiene due articoli.Nella diatriba su chi siano i buoni e chi i cattivi in guerra e su quale delle parti in campo leda con maggiore frequenza la convenzione di Ginevra, spunta un video che ha già sollevato molti interrogativi. Nelle riprese si vedono quelli che sembrano essere soldati ucraini che sparano alle ginocchia di uomini - apparentemente prigionieri russi - durante un’operazione nella regione di Kharkiv. Sono quasi sei minuti di girato in cui i presunti soldati ucraini affermano di aver catturato un gruppo di ricognizione russo basato a Olkhovka, una cittadina vicino a Kharkiv, a una trentina di chilometri dal confine russo. I soldati, a giudicare dall’audio, parlerebbero in un misto di ucraino e russo con forte accento ucraino. Il filmato non è ancora stato verificato da una fonte indipendente ma di certo ha sollevato un polverone ed è stato preso in considerazione da entrambi gli Stati belligeranti. Kiev vuole che non si gettino sospetti sul suo operato e dunque ha annunciato approfondimenti sulle immagini. «Il governo sta prendendo questo video molto seriamente e ci sarà un’indagine immediata. Siamo un esercito europeo e non deridiamo i nostri prigionieri. Se questo fosse vero, sarebbe un comportamento assolutamente inaccettabile», queste le parole di Oleksiy Arestovych, alto consigliere del presidente Zelensky. Arestovych ha dichiarato: «Trattiamo i prigionieri in conformità con la convenzione di Ginevra, qualunque siano le motivazioni emotive personali».Anche il capo delle forze armate, Valerii Zaluzhnyi, tenta di respingere le accuse piovute sull’esercito ucraino. «Per screditare le forze di difesa ucraine, il nemico filma e distribuisce video che mostrano il trattamento disumano da parte di presunti soldati ucraini nei confronti dei prigionieri russi. I militari delle forze armate ucraine e di altre legittime formazioni militari aderiscono rigorosamente alle norme del diritto umanitario internazionale», afferma Zaluzhnyi. Ovviamente il Cremlino, da parte sua, respinge questa ricostruzione e descrive le immagini come «mostruose» prove di torture ai danni dei russi. Dunque, anche i russi hanno promesso che indagheranno a fondo. Proprio il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha spiegato che gli investigatori russi esamineranno il video e che coloro che hanno preso parte alla gambizzazione dei soldati catturati verranno individuati e ritenuti responsabili di tortura. Mentre le accuse reciproche si fanno sempre più pesanti, la situazione sul campo di battaglia non sembra essere molto favorevole per i russi. Il ministero della Difesa ucraino ha comunicato la morte del generale russo Yakov Rezantsev, in un attacco vicino alla città di Kherson. Tra l’altro, sempre stando alle fonti ucraine, la città di Irpin, teatro di scontri serrati alle porte di Kiev, sarebbe stata completamente liberata dalla presenza dei militari russi. Nel suo ultimo rapporto operativo l’esercito dell’Ucraina sostiene, inoltre, che la Russia abbia ritirato le truppe che circondavano Kiev. Questo, dopo aver subito perdite che Mosca non si aspettava. Il ritiro avrebbe «significativamente ridotto» l’intensità dell’avanzata russa: Mosca, stando alle dichiarazioni del viceministro delle Difesa ucraino, Hanna Malyar, non avrebbe alcuna speranza di catturare la capitale. Ciò non toglie che Kiev sia stata sottoposta ad oltre quaranta bombardamenti nelle ultime 24 ore. E l’allerta resta comunque alta intorno alla capitale, perché funzionari militari affermano che la Russia stia trasportando missili Iskander a Kalinkavichy, nel sudest della Bielorussia, non lontano quindi da Kiev. Mentre gli ucraini affermano di poter segnare dei punti a proprio favore, rimane sempre a un passo dalla catastrofe umanitaria Mariupol, la cui situazione attuale viene descritta dal sindaco, Vadym Boichenko: «La città deve essere completamente evacuata. Circa 160.000 persone sono intrappolate e senza energia elettrica». Secondo il primo cittadino, ci sono ventisei bus in attesa di evacuare i civili, ma le forze russe non avrebbero accettato di garantire loro un passaggio sicuro e dunque resta impossibile prendere dei provvedimenti per aiutarle. Insieme a Mariupol, a subire i combattimenti più pesanti sono le regioni di Donestk e Lugansk. «La Russia non smette di svolgere operazioni offensive in quel territorio, che costituisce l’obiettivo strategico di Putin», dice senza mezzi termini il portavoce della Difesa ucraino. Marinka e altre città vengono difese strenuamente, ma ci sarebbero centri già caduti in mano russa. Proprio nei combattimenti in Donbass ha perso la vita Volodymyr Kolesnyk, ex giocatore della squadra di calcio del Kryvbas. In questa situazione il governo insiste sulla legge marziale che impone agli ucraini dai 18 ai 60 anni di combattere per il Paese. Più di 1700 cittadini in età da combattimento sono stati fermati alla frontiera perché volevano lasciare l’Ucraina. Ad oggi sono già 340 i procedimenti penali in atto contro i disertori, di cui cento per tradimento e collaborazione.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ucraini-gambizzano-prigionieri-mariupol-irpin-2657054440.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="profughi-lue-da-ordini-al-viminale" data-post-id="2657054440" data-published-at="1648511458" data-use-pagination="False"> Profughi, l’Ue dà ordini al Viminale Con il contatore dei profughi ucraini a quota 3,8 milioni, in aumento al ritmo di 40.000 al giorno, l’Ue, dietro la spinta di Germania e Polonia, che vorrebbero evitare che gli sfollati si fermino sui loro territori troppo a lungo e puntano a favorire la libertà di movimento tra i Paesi, ha deciso di produrre un Piano in dieci punti per organizzare l’accoglienza. «Ma non ci sarà alcuna richiesta di reinsediamento», ha precisato la commissaria europea agli Affari Interni, Ylva Johansson. La questione ovviamente deve aver creato più di qualche imbarazzo all’interno del Consiglio, visto che si tratterebbe di far fare un giro a 360 gradi all’Ue rispetto all’approccio mantenuto fino a questo momento sulle politiche migratorie. Da tempo Italia, Grecia, Spagna, Cipro e Malta chiedono di rivedere le posizioni sulle distribuzioni dopo il primo approdo. E finché la pressione dell’immigrazione non riguardava il Nord Europa tutti se ne sono fregati. Ora che si gioca a ruoli invertiti, questa poteva essere per i Paesi del Mediterraneo la carta negoziale da mettere sul tavolo per accettare le modifiche alle regole sulle migrazioni in generale. Rivedendo anche le questioni legate ai profughi che arrivano dai Paesi africani. Ma alla fine il Consiglio dei ministri dell’Interno se n’è uscito con i dieci punti. Partendo dalle misure per evitare che i trafficanti di esseri umani approfittino della situazione, si è pensato a una piattaforma per segnalare tutti coloro che godranno della protezione temporanea. Verrà creato un indice per monitorare quanti rifugiati sono presenti in ciascuno Stato membro, che sarà aggiornato su base settimanale. E sono stati previsti degli «incentivi» per i profughi che lasceranno la Polonia (che oggi ne ospita più di un milione) e per gli altri Paesi il cui il numero di ingressi peserebbe in modo sproporzionato. In parte, quindi, sono stati accolti i desiderata di Nancy Faeser, ministro dell’Interno tedesco, e del suo omologo polacco Mariusz Kaminski, che nei giorni scorsi avevano inviato ai due commissari Ue che si occupano dell’emergenza, il greco Margaritis Schinas e la svedese Ylva Johansson, una comunicazione, finita al primo punto dell’ordine del giorno del Consiglio di ieri. La questione, come posta dai due Paesi, però, è entrata subito in contrasto con la direttiva sulla protezione temporanea, resa operativa per la prima volta in 20 anni. Le richieste spaziavano su vari ambiti: da quello economico (1.000 euro per ogni rifugiato ospitato), a quello giuridico (trasporti gratuiti per lasciare la nazione di primo approdo), a quello politico (rimettendo in gioco il Piano per l’asilo bloccato da oltre un anno proprio dalla Polonia). Tre punti abbastanza spinosi. Soprattutto il secondo, che è apparso subito come un incentivo alla redistribuzione di fatto. Lo status di rifugiato già consente di circolare liberamente in ogni Paese Ue. E l’ipotesi di redistribuzioni sono sempre cadute nel vuoto. La scelta degli «incentivi», oltre a sbugiardare quanto finora sostenuto, fa irritare soprattutto i Paesi che hanno sofferto maggiormente la pressione africana. L’Italia, però, sembra aver subito chinato il capo. Il ministro dell’Interno Luciana Lamorgese ha fatto sapere di aver condiviso l’idea della piattaforma. E si è detta pronta a dare una mano ai 10.000 profughi attualmente in Moldavia, da ridistribuire sul territorio europeo: «Anche l’Italia farà la sua parte, perché noi abbiamo sempre detto che il principio della solidarietà deve andare a pari passo con quello della responsabilità». Ma sembra aver dimenticato i «niet» dell’Ue per l’immigrazione che arriva da Sud.
La sede dell'Onu a Ginevra (iStock)
Eppure sembra proprio che dei diritti delle donne e dei diritti umani più in generale ci si interessi soltanto quando possono tornare utili a qualche causa progressista: in tutti gli altri casi si possono bellamente ignorare. Anzi, c’è persino chi sostiene che l’utero in affitto, lungi dal ledere i diritti femminili, sia esso stesso un diritto. Anche per questa ragione, ancora troppe nazioni lo permettono, più o meno surrettiziamente.
Di questo e di altri temi si è discusso lunedì a Ginevra, nel corso di una sessione Onu dedicata in particolare ai diritti delle madri, che sono stati oggetto di un nuovo rapporto della Alsalem. Stavolta non si tratta però del solito convegno in cui si sciorinano dati e si forniscono utili quanto velleitari suggerimenti sulle azioni da intraprendere. No, stavolta c’è anche qualcosa di molto concreto e potenzialmente rivoluzionario. A margine della sessione, infatti, si è tenuto un incontro intitolato «Creare slancio verso una moratoria sulla maternità surrogata», promosso da Italia, Cile, Camerun e dalla Santa Sede. Non può sfuggire l’importanza della presenza vaticana: se la Magnifica Humanitas di Leone XIV è un baluardo contro la commercializzazione della vita che ribadisce l’indisponibilità dell’essere umano e la sua irriducibilità alle logiche economiche, allora diventa quasi inevitabile che le parole del Papa si traducano in opere. E l’opera in questione dovrebbe appunto essere una moratoria internazionale sull’utero in affitto.
Come è facile immaginare, il percorso per giungere a un simile risultato non è affatto semplice, anzi è pieno di ostacoli e trappole. Ma intanto un primo passo è stato compiuto, con un fondamentale contributo dell’Italia. In vista, poi, c’è un secondo passaggio determinante. Le nazioni che hanno promosso l’incontro di lunedì, assieme ad altre che hanno partecipato, stanno preparando una dichiarazione politica congiunta sulla surrogazione. Una volta che questa sarà stata completata e firmata dal maggior numero di Paesi possibile si inizierà a lavorare sulla moratoria vera e propria.
«La maternità surrogata non è più una questione limitata alla legislazione nazionale o alle scelte individuali. È diventata un fenomeno globale, sempre più plasmato dai mercati internazionali, da accordi transfrontalieri e da profonde disuguaglianze tra le società e all’interno di esse», ha detto a Ginevra il ministro Eugenia Roccella, presente in rappresentanza dell’Italia. «In qualità di decisori politici, abbiamo la responsabilità di porre una domanda fondamentale: riconosciamo ancora ogni essere umano come una persona da rispettare, o siamo disposti ad accettare situazioni in cui gli esseri umani diventano un mezzo per soddisfare gli interessi e i desideri altrui?».
Le parole di Roccella sono state particolarmente determinate e condivisibili. «Il rapporto del relatore speciale delle Nazioni Unite sulla violenza contro le donne e le ragazze», ha detto il ministro, «ha inserito la maternità surrogata nel contesto della violenza contro le donne e ha evidenziato come gli accordi di surrogazia possano creare condizioni che espongono donne e bambini a sfruttamento, coercizione, tratta e altre gravi preoccupazioni legate ai diritti umani. Quando esistono tali condizioni, la comunità internazionale non può semplicemente voltarsi dall’altra parte. Nel corso degli anni», ha proseguito Roccella, «l’Italia ha tradotto queste preoccupazioni in politiche pubbliche concrete. Il nostro ordinamento giuridico sostiene da tempo che la maternità surrogata sia incompatibile con la tutela della dignità umana e con i diritti delle donne e dei bambini. Più di 20 anni fa, l’Italia ha vietato tale pratica e ha stabilito sanzioni penali contro chi organizza, agevola o trae profitto da accordi di surrogazia. Più di recente, il nostro Parlamento ha rafforzato questo quadro estendendo la portata della legge italiana alla maternità surrogata praticata all’estero da cittadini italiani, riflettendo una semplice convinzione: la dignità umana fondamentale non può dipendere dai confini geografici».
Il punto, tuttavia, è che l’esempio italiano, se si vogliono ottenere risultati concreti, da solo non basta. «La natura sempre più transnazionale della maternità surrogata richiede un dibattito più ampio e una risposta internazionale coordinata», ha dichiarato Roccella. «Riconosciamo che gli Stati possiedono sistemi giuridici e prospettive differenti. Eppure crediamo anche che esista un terreno comune da cui possa emergere un progresso significativo. Questo terreno comune parte dalla convinzione che le donne non dovrebbero mai essere ridotte a strumenti di riproduzione e che i bambini non dovrebbero mai essere trattati come l’oggetto di una transazione. È proprio con questo spirito che verrà presentata una Dichiarazione politica congiunta».
Questa dichiarazione, secondo il ministro, dovrebbe ribadire «principi già sanciti dagli strumenti fondamentali del diritto internazionale dei diritti umani: la dignità intrinseca di ogni essere umano, il diritto delle donne di vivere libere da sfruttamento e coercizione, e i diritti dei bambini all’identità, alla protezione, alla vita familiare e al pieno riconoscimento del loro valore umano». Soprattutto, però, quel testo dovrebbe fissare «un impegno politico condiviso. Un impegno a sostenere l’adozione di una moratoria internazionale sugli accordi di maternità surrogata. E l’impegno ad avviare lo sviluppo progressivo di un quadro giuridico internazionale per abolire la maternità surrogata in tutto il mondo. Questa Dichiarazione», precisa Roccella, «non è la conclusione di un percorso. Ne è l’inizio. Rappresenta un invito a governi, organizzazioni internazionali, esperti e società civile a impegnarsi in un dialogo serio e costruttivo su come affrontare al meglio le sfide poste dalla maternità surrogata, tutelando appieno i diritti di tutte le persone coinvolte».
È arrivato dunque il momento di passare dalle parole ai fatti. Se si vuole mettere fine all’abominio della surrogazione occorre che tutte le nazioni si impegnino a proibirla. L’obiettivo è certo ambizioso, e difficile da raggiungere. Ma un primo passo è stato compiuto. Vedremo, da qui in avanti, chi dimostrerà di avere davvero a cuore i diritti delle donne.
Continua a leggereRiduci
iStock
Le affermazioni del manager confermano ancora una volta come sui vaccini la Commissione europea abbia seguito una strategia che accentrava ogni decisione e potere d’acquisto, tenendo nascosti procedure e contratti. «Sui vaccini non facevamo nulla, nemmeno abbiamo visto i dossier, è stato fatto tutto a livello europeo», ha proseguito Scaccabarozzi, ribadendo più volte di essere stato praticamente all’oscuro di quello che si decideva a Bruxelles e veniva imposto ai Paesi membri, senza che qualche governo si ribellasse.
Dichiarazioni che anche oggi risultano sconcertanti, in quanto rilasciate dall’ex numero uno dell’associazione delle imprese farmaceutiche, che si è fatta un punto d’onore dell’avere rapporti con il mondo scientifico-sanitario «regolati da un codice deontologico a oggi tra i più rigorosi». «Non sapevamo le quantità di vaccini destinati all’Italia, nemmeno ci occupavamo della distribuzione, i vaccini erano recuperati alla frontiera dall’esercito», dice oggi il manager.
Eppure, l’8 luglio 2021, in occasione dell’assemblea pubblica di Farmindustria, nella sua relazione Scaccabarozzi affermava: «La collaborazione avviata in Italia con il ministro della Salute, Roberto Speranza, con la Commissione europea e più in generale con tutti i Paesi occidentali porterà nel mondo circa 11 miliardi di dosi dei vaccini contro il Covid-19 entro il 2021 [...] grazie ad una intuizione del ministro Speranza, oggi facciamo parte di un circuito di prenotazione europeo che, seppur ingiustamente criticato, ha fatto sì che nessuno in Europa rimanesse indietro rispetto ad altri».
Non solo, esprimeva apprezzamento nei confronti delle autorità regolatorie, come Aifa, «che hanno attivato dinamiche di lavoro nuove e senza precedenti. A cominciare dalla rolling review attuata dall’Ema che ha permesso di seguire passo dopo passo lo sviluppo della ricerca verificando sicurezza ed efficacia dei vaccini. Con un confronto continuo con le aziende assolutamente innovativo».
Non è dello stesso parere Maurizio Federico, dirigente di ricerca presso l’Istituto superiore della sanità (Iss), che nella successiva audizione ha portato all’attenzione la quantità di eventi avversi post vaccino Covid ignorati, e l’assenza della farmacovigilanza attiva nel nostro Paese.
Il virologo ha citato diversi studi, che negli anni hanno confermato la certezza e la complessità del problema effetti collaterali. Perfino i ricercatori di Moderna, pur con un database costituito su segnalazioni passiva e su una finestra di 21 giorni, dopo due anni di osservazioni «nel 2024 riportarono decine di migliaia di morti, e soprattutto miocarditi e pericarditi significative tra gli effetti collaterali», ha dichiarato l’esperto.
Per poi aggiungere: «Un anno prima un gruppo dell’Iss aveva pubblicato una revisione con dati presi dalla letteratura scientifica su miocarditi e pericarditi, e per questo subirono un’ispezione e un “procedimento disciplinare interno” da parte dell’Iss». Con una nota, Lucio Malan presidente dei senatori di Fratelli d’Italia e componente della commissione Covid ha evidenziato la gravità di quanto accaduto: «Chiediamo di approfondire la circostanza evocata dal dottor Federico, per fugare i dubbi - legittimi - che il provvedimento dell’Iss sia stato un ammonimento affinché certi studi sugli effetti avversi dei vaccini non intralciassero la campagna vaccinale in corso».
L’intervento del dirigente di ricerca è stato molto articolato. Dall’affermare che «non ha senso porre delle finestre temporali arbitrarie sugli effetti collaterali, ponendo delle limitazioni, perché la realtà biologica è altra cosa», alla «pericolosità» dei vaccini a mRna. «Persistono a livello di linfonodi e di altri tessuti della persona più di 30 giorni dopo la vaccinazione. Almeno fino a 60 giorni dopo il secondo inoculo. Altri studi hanno dimostrato una permanenza maggiore».
La Spike vaccinale «può avere un effetto tossico direttamente sulle cellule del miocardio» e dal 2022 si sa che questi vaccini Covid «sono potentissimi a creare un’enorme quantità di anticorpi, che però vanno a riconoscere proteine del nostro corpo, quindi possono innescare fenomeni di autoimmunità che restano stabili. Non sono facili da combattere».
La capacità della proteina Spike di creare problemi al sistema immunitario, è una delle questioni «mai affrontata in maniera metodica e controllata dalla governance italiana», ha sottolineato il ricercatore, benché i vaccinati in Italia siano almeno 40 milioni e gli mRna «possono in qualche modo influenzare la crescita delle cellule tumorali».
Dura la sua critica: «Va bene metter in commercio questi vaccini, in una situazione di emergenza, ma un ministero della Salute doveva istituire una vigilanza attiva dal primo giorno. È un vulnus gravissimo, le responsabilità politiche sono pesanti», osserva Federico.
Tra le considerazioni conclusive ha ricordato: «Nel nostro istituto c’è un centro delle malattie rare, molto efficiente. Perché tutte le persone che sono state colpite effetti avversi non meritano la stessa attenzione che hanno le persone con malattie rare? Hanno dato fiducia allo Stato eppure si sono sentiti abbandonate, non ottengono risposte». Infine l’amarezza: «Ho mandato almeno tre volte al ministro della Salute una proposta per avviare studi a livello nazionale sugli effetti collaterali del vaccino Covid. Nemmeno mi ha degnato di una risposta».
Continua a leggereRiduci
Ecco #DimmiLaVerità del 24 giugno 2026. Il professore Antonio Maria Rinaldi di Fn ci parla della cena di stasera con Alemanno e del programma di Vannacci.