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2022-03-29
«Ucraini gambizzano i prigionieri». Disastro a Mariupol, liberata Irpin
Ansa
Nella diatriba su chi siano i buoni e chi i cattivi in guerra e su quale delle parti in campo leda con maggiore frequenza la convenzione di Ginevra, spunta un video che ha già sollevato molti interrogativi. Nelle riprese si vedono quelli che sembrano essere soldati ucraini che sparano alle ginocchia di uomini - apparentemente prigionieri russi - durante un’operazione nella regione di Kharkiv. Sono quasi sei minuti di girato in cui i presunti soldati ucraini affermano di aver catturato un gruppo di ricognizione russo basato a Olkhovka, una cittadina vicino a Kharkiv, a una trentina di chilometri dal confine russo.
I soldati, a giudicare dall’audio, parlerebbero in un misto di ucraino e russo con forte accento ucraino. Il filmato non è ancora stato verificato da una fonte indipendente ma di certo ha sollevato un polverone ed è stato preso in considerazione da entrambi gli Stati belligeranti. Kiev vuole che non si gettino sospetti sul suo operato e dunque ha annunciato approfondimenti sulle immagini. «Il governo sta prendendo questo video molto seriamente e ci sarà un’indagine immediata. Siamo un esercito europeo e non deridiamo i nostri prigionieri. Se questo fosse vero, sarebbe un comportamento assolutamente inaccettabile», queste le parole di Oleksiy Arestovych, alto consigliere del presidente Zelensky. Arestovych ha dichiarato: «Trattiamo i prigionieri in conformità con la convenzione di Ginevra, qualunque siano le motivazioni emotive personali».Anche il capo delle forze armate, Valerii Zaluzhnyi, tenta di respingere le accuse piovute sull’esercito ucraino. «Per screditare le forze di difesa ucraine, il nemico filma e distribuisce video che mostrano il trattamento disumano da parte di presunti soldati ucraini nei confronti dei prigionieri russi. I militari delle forze armate ucraine e di altre legittime formazioni militari aderiscono rigorosamente alle norme del diritto umanitario internazionale», afferma Zaluzhnyi.
Ovviamente il Cremlino, da parte sua, respinge questa ricostruzione e descrive le immagini come «mostruose» prove di torture ai danni dei russi. Dunque, anche i russi hanno promesso che indagheranno a fondo. Proprio il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha spiegato che gli investigatori russi esamineranno il video e che coloro che hanno preso parte alla gambizzazione dei soldati catturati verranno individuati e ritenuti responsabili di tortura. Mentre le accuse reciproche si fanno sempre più pesanti, la situazione sul campo di battaglia non sembra essere molto favorevole per i russi.
Il ministero della Difesa ucraino ha comunicato la morte del generale russo Yakov Rezantsev, in un attacco vicino alla città di Kherson. Tra l’altro, sempre stando alle fonti ucraine, la città di Irpin, teatro di scontri serrati alle porte di Kiev, sarebbe stata completamente liberata dalla presenza dei militari russi. Nel suo ultimo rapporto operativo l’esercito dell’Ucraina sostiene, inoltre, che la Russia abbia ritirato le truppe che circondavano Kiev. Questo, dopo aver subito perdite che Mosca non si aspettava. Il ritiro avrebbe «significativamente ridotto» l’intensità dell’avanzata russa: Mosca, stando alle dichiarazioni del viceministro delle Difesa ucraino, Hanna Malyar, non avrebbe alcuna speranza di catturare la capitale. Ciò non toglie che Kiev sia stata sottoposta ad oltre quaranta bombardamenti nelle ultime 24 ore.
E l’allerta resta comunque alta intorno alla capitale, perché funzionari militari affermano che la Russia stia trasportando missili Iskander a Kalinkavichy, nel sudest della Bielorussia, non lontano quindi da Kiev. Mentre gli ucraini affermano di poter segnare dei punti a proprio favore, rimane sempre a un passo dalla catastrofe umanitaria Mariupol, la cui situazione attuale viene descritta dal sindaco, Vadym Boichenko: «La città deve essere completamente evacuata. Circa 160.000 persone sono intrappolate e senza energia elettrica». Secondo il primo cittadino, ci sono ventisei bus in attesa di evacuare i civili, ma le forze russe non avrebbero accettato di garantire loro un passaggio sicuro e dunque resta impossibile prendere dei provvedimenti per aiutarle. Insieme a Mariupol, a subire i combattimenti più pesanti sono le regioni di Donestk e Lugansk. «La Russia non smette di svolgere operazioni offensive in quel territorio, che costituisce l’obiettivo strategico di Putin», dice senza mezzi termini il portavoce della Difesa ucraino. Marinka e altre città vengono difese strenuamente, ma ci sarebbero centri già caduti in mano russa. Proprio nei combattimenti in Donbass ha perso la vita Volodymyr Kolesnyk, ex giocatore della squadra di calcio del Kryvbas. In questa situazione il governo insiste sulla legge marziale che impone agli ucraini dai 18 ai 60 anni di combattere per il Paese. Più di 1700 cittadini in età da combattimento sono stati fermati alla frontiera perché volevano lasciare l’Ucraina. Ad oggi sono già 340 i procedimenti penali in atto contro i disertori, di cui cento per tradimento e collaborazione.
Profughi, l’Ue dà ordini al Viminale
Con il contatore dei profughi ucraini a quota 3,8 milioni, in aumento al ritmo di 40.000 al giorno, l’Ue, dietro la spinta di Germania e Polonia, che vorrebbero evitare che gli sfollati si fermino sui loro territori troppo a lungo e puntano a favorire la libertà di movimento tra i Paesi, ha deciso di produrre un Piano in dieci punti per organizzare l’accoglienza. «Ma non ci sarà alcuna richiesta di reinsediamento», ha precisato la commissaria europea agli Affari Interni, Ylva Johansson.
La questione ovviamente deve aver creato più di qualche imbarazzo all’interno del Consiglio, visto che si tratterebbe di far fare un giro a 360 gradi all’Ue rispetto all’approccio mantenuto fino a questo momento sulle politiche migratorie. Da tempo Italia, Grecia, Spagna, Cipro e Malta chiedono di rivedere le posizioni sulle distribuzioni dopo il primo approdo. E finché la pressione dell’immigrazione non riguardava il Nord Europa tutti se ne sono fregati. Ora che si gioca a ruoli invertiti, questa poteva essere per i Paesi del Mediterraneo la carta negoziale da mettere sul tavolo per accettare le modifiche alle regole sulle migrazioni in generale. Rivedendo anche le questioni legate ai profughi che arrivano dai Paesi africani. Ma alla fine il Consiglio dei ministri dell’Interno se n’è uscito con i dieci punti. Partendo dalle misure per evitare che i trafficanti di esseri umani approfittino della situazione, si è pensato a una piattaforma per segnalare tutti coloro che godranno della protezione temporanea. Verrà creato un indice per monitorare quanti rifugiati sono presenti in ciascuno Stato membro, che sarà aggiornato su base settimanale. E sono stati previsti degli «incentivi» per i profughi che lasceranno la Polonia (che oggi ne ospita più di un milione) e per gli altri Paesi il cui il numero di ingressi peserebbe in modo sproporzionato. In parte, quindi, sono stati accolti i desiderata di Nancy Faeser, ministro dell’Interno tedesco, e del suo omologo polacco Mariusz Kaminski, che nei giorni scorsi avevano inviato ai due commissari Ue che si occupano dell’emergenza, il greco Margaritis Schinas e la svedese Ylva Johansson, una comunicazione, finita al primo punto dell’ordine del giorno del Consiglio di ieri. La questione, come posta dai due Paesi, però, è entrata subito in contrasto con la direttiva sulla protezione temporanea, resa operativa per la prima volta in 20 anni.
Le richieste spaziavano su vari ambiti: da quello economico (1.000 euro per ogni rifugiato ospitato), a quello giuridico (trasporti gratuiti per lasciare la nazione di primo approdo), a quello politico (rimettendo in gioco il Piano per l’asilo bloccato da oltre un anno proprio dalla Polonia). Tre punti abbastanza spinosi. Soprattutto il secondo, che è apparso subito come un incentivo alla redistribuzione di fatto. Lo status di rifugiato già consente di circolare liberamente in ogni Paese Ue. E l’ipotesi di redistribuzioni sono sempre cadute nel vuoto. La scelta degli «incentivi», oltre a sbugiardare quanto finora sostenuto, fa irritare soprattutto i Paesi che hanno sofferto maggiormente la pressione africana. L’Italia, però, sembra aver subito chinato il capo. Il ministro dell’Interno Luciana Lamorgese ha fatto sapere di aver condiviso l’idea della piattaforma. E si è detta pronta a dare una mano ai 10.000 profughi attualmente in Moldavia, da ridistribuire sul territorio europeo: «Anche l’Italia farà la sua parte, perché noi abbiamo sempre detto che il principio della solidarietà deve andare a pari passo con quello della responsabilità». Ma sembra aver dimenticato i «niet» dell’Ue per l’immigrazione che arriva da Sud.
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Un video mostra soldati dell’esercito di Kiev che sparano alle ginocchia dei russi: ma è lite sull’attendibilità. Il sindaco della città: bisogna evacuare 160.000 persone. Ex calciatore ucciso in combattimento nel Donbass.In Europa passa la linea che interessa a Germania e Polonia per la ridistribuzione dei profughi. Luciana Lamorgese incassa e l’Italia perde l’occasione di rinegoziare i patti di accoglienza.Lo speciale contiene due articoli.Nella diatriba su chi siano i buoni e chi i cattivi in guerra e su quale delle parti in campo leda con maggiore frequenza la convenzione di Ginevra, spunta un video che ha già sollevato molti interrogativi. Nelle riprese si vedono quelli che sembrano essere soldati ucraini che sparano alle ginocchia di uomini - apparentemente prigionieri russi - durante un’operazione nella regione di Kharkiv. Sono quasi sei minuti di girato in cui i presunti soldati ucraini affermano di aver catturato un gruppo di ricognizione russo basato a Olkhovka, una cittadina vicino a Kharkiv, a una trentina di chilometri dal confine russo. I soldati, a giudicare dall’audio, parlerebbero in un misto di ucraino e russo con forte accento ucraino. Il filmato non è ancora stato verificato da una fonte indipendente ma di certo ha sollevato un polverone ed è stato preso in considerazione da entrambi gli Stati belligeranti. Kiev vuole che non si gettino sospetti sul suo operato e dunque ha annunciato approfondimenti sulle immagini. «Il governo sta prendendo questo video molto seriamente e ci sarà un’indagine immediata. Siamo un esercito europeo e non deridiamo i nostri prigionieri. Se questo fosse vero, sarebbe un comportamento assolutamente inaccettabile», queste le parole di Oleksiy Arestovych, alto consigliere del presidente Zelensky. Arestovych ha dichiarato: «Trattiamo i prigionieri in conformità con la convenzione di Ginevra, qualunque siano le motivazioni emotive personali».Anche il capo delle forze armate, Valerii Zaluzhnyi, tenta di respingere le accuse piovute sull’esercito ucraino. «Per screditare le forze di difesa ucraine, il nemico filma e distribuisce video che mostrano il trattamento disumano da parte di presunti soldati ucraini nei confronti dei prigionieri russi. I militari delle forze armate ucraine e di altre legittime formazioni militari aderiscono rigorosamente alle norme del diritto umanitario internazionale», afferma Zaluzhnyi. Ovviamente il Cremlino, da parte sua, respinge questa ricostruzione e descrive le immagini come «mostruose» prove di torture ai danni dei russi. Dunque, anche i russi hanno promesso che indagheranno a fondo. Proprio il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha spiegato che gli investigatori russi esamineranno il video e che coloro che hanno preso parte alla gambizzazione dei soldati catturati verranno individuati e ritenuti responsabili di tortura. Mentre le accuse reciproche si fanno sempre più pesanti, la situazione sul campo di battaglia non sembra essere molto favorevole per i russi. Il ministero della Difesa ucraino ha comunicato la morte del generale russo Yakov Rezantsev, in un attacco vicino alla città di Kherson. Tra l’altro, sempre stando alle fonti ucraine, la città di Irpin, teatro di scontri serrati alle porte di Kiev, sarebbe stata completamente liberata dalla presenza dei militari russi. Nel suo ultimo rapporto operativo l’esercito dell’Ucraina sostiene, inoltre, che la Russia abbia ritirato le truppe che circondavano Kiev. Questo, dopo aver subito perdite che Mosca non si aspettava. Il ritiro avrebbe «significativamente ridotto» l’intensità dell’avanzata russa: Mosca, stando alle dichiarazioni del viceministro delle Difesa ucraino, Hanna Malyar, non avrebbe alcuna speranza di catturare la capitale. Ciò non toglie che Kiev sia stata sottoposta ad oltre quaranta bombardamenti nelle ultime 24 ore. E l’allerta resta comunque alta intorno alla capitale, perché funzionari militari affermano che la Russia stia trasportando missili Iskander a Kalinkavichy, nel sudest della Bielorussia, non lontano quindi da Kiev. Mentre gli ucraini affermano di poter segnare dei punti a proprio favore, rimane sempre a un passo dalla catastrofe umanitaria Mariupol, la cui situazione attuale viene descritta dal sindaco, Vadym Boichenko: «La città deve essere completamente evacuata. Circa 160.000 persone sono intrappolate e senza energia elettrica». Secondo il primo cittadino, ci sono ventisei bus in attesa di evacuare i civili, ma le forze russe non avrebbero accettato di garantire loro un passaggio sicuro e dunque resta impossibile prendere dei provvedimenti per aiutarle. Insieme a Mariupol, a subire i combattimenti più pesanti sono le regioni di Donestk e Lugansk. «La Russia non smette di svolgere operazioni offensive in quel territorio, che costituisce l’obiettivo strategico di Putin», dice senza mezzi termini il portavoce della Difesa ucraino. Marinka e altre città vengono difese strenuamente, ma ci sarebbero centri già caduti in mano russa. Proprio nei combattimenti in Donbass ha perso la vita Volodymyr Kolesnyk, ex giocatore della squadra di calcio del Kryvbas. In questa situazione il governo insiste sulla legge marziale che impone agli ucraini dai 18 ai 60 anni di combattere per il Paese. Più di 1700 cittadini in età da combattimento sono stati fermati alla frontiera perché volevano lasciare l’Ucraina. Ad oggi sono già 340 i procedimenti penali in atto contro i disertori, di cui cento per tradimento e collaborazione.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ucraini-gambizzano-prigionieri-mariupol-irpin-2657054440.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="profughi-lue-da-ordini-al-viminale" data-post-id="2657054440" data-published-at="1648511458" data-use-pagination="False"> Profughi, l’Ue dà ordini al Viminale Con il contatore dei profughi ucraini a quota 3,8 milioni, in aumento al ritmo di 40.000 al giorno, l’Ue, dietro la spinta di Germania e Polonia, che vorrebbero evitare che gli sfollati si fermino sui loro territori troppo a lungo e puntano a favorire la libertà di movimento tra i Paesi, ha deciso di produrre un Piano in dieci punti per organizzare l’accoglienza. «Ma non ci sarà alcuna richiesta di reinsediamento», ha precisato la commissaria europea agli Affari Interni, Ylva Johansson. La questione ovviamente deve aver creato più di qualche imbarazzo all’interno del Consiglio, visto che si tratterebbe di far fare un giro a 360 gradi all’Ue rispetto all’approccio mantenuto fino a questo momento sulle politiche migratorie. Da tempo Italia, Grecia, Spagna, Cipro e Malta chiedono di rivedere le posizioni sulle distribuzioni dopo il primo approdo. E finché la pressione dell’immigrazione non riguardava il Nord Europa tutti se ne sono fregati. Ora che si gioca a ruoli invertiti, questa poteva essere per i Paesi del Mediterraneo la carta negoziale da mettere sul tavolo per accettare le modifiche alle regole sulle migrazioni in generale. Rivedendo anche le questioni legate ai profughi che arrivano dai Paesi africani. Ma alla fine il Consiglio dei ministri dell’Interno se n’è uscito con i dieci punti. Partendo dalle misure per evitare che i trafficanti di esseri umani approfittino della situazione, si è pensato a una piattaforma per segnalare tutti coloro che godranno della protezione temporanea. Verrà creato un indice per monitorare quanti rifugiati sono presenti in ciascuno Stato membro, che sarà aggiornato su base settimanale. E sono stati previsti degli «incentivi» per i profughi che lasceranno la Polonia (che oggi ne ospita più di un milione) e per gli altri Paesi il cui il numero di ingressi peserebbe in modo sproporzionato. In parte, quindi, sono stati accolti i desiderata di Nancy Faeser, ministro dell’Interno tedesco, e del suo omologo polacco Mariusz Kaminski, che nei giorni scorsi avevano inviato ai due commissari Ue che si occupano dell’emergenza, il greco Margaritis Schinas e la svedese Ylva Johansson, una comunicazione, finita al primo punto dell’ordine del giorno del Consiglio di ieri. La questione, come posta dai due Paesi, però, è entrata subito in contrasto con la direttiva sulla protezione temporanea, resa operativa per la prima volta in 20 anni. Le richieste spaziavano su vari ambiti: da quello economico (1.000 euro per ogni rifugiato ospitato), a quello giuridico (trasporti gratuiti per lasciare la nazione di primo approdo), a quello politico (rimettendo in gioco il Piano per l’asilo bloccato da oltre un anno proprio dalla Polonia). Tre punti abbastanza spinosi. Soprattutto il secondo, che è apparso subito come un incentivo alla redistribuzione di fatto. Lo status di rifugiato già consente di circolare liberamente in ogni Paese Ue. E l’ipotesi di redistribuzioni sono sempre cadute nel vuoto. La scelta degli «incentivi», oltre a sbugiardare quanto finora sostenuto, fa irritare soprattutto i Paesi che hanno sofferto maggiormente la pressione africana. L’Italia, però, sembra aver subito chinato il capo. Il ministro dell’Interno Luciana Lamorgese ha fatto sapere di aver condiviso l’idea della piattaforma. E si è detta pronta a dare una mano ai 10.000 profughi attualmente in Moldavia, da ridistribuire sul territorio europeo: «Anche l’Italia farà la sua parte, perché noi abbiamo sempre detto che il principio della solidarietà deve andare a pari passo con quello della responsabilità». Ma sembra aver dimenticato i «niet» dell’Ue per l’immigrazione che arriva da Sud.
Silvia Capozza @Ecco
La manifestazione offre un’importante vetrina internazionale e rappresenta un’occasione preziosa per incontrare buyer, partner e operatori del settore provenienti da tutto il mondo. Per un marchio come Ecco è un momento fondamentale di confronto, visibilità e sviluppo delle relazioni commerciali», racconta alla Verità Silvia Capozza, general manager South Europe di Ecco, marchio globale specializzato in scarpe e accessori in pelle di alta gamma.
Ecco nasce in Danimarca nel 1963 e oggi è presente in tutto il mondo. Quali sono i valori del brand che ritiene più importanti?
«Comfort, qualità e innovazione. Sono i tre pilastri che ci accompagnano fin dalla nascita e ai quali non abbiamo mai rinunciato. L’innovazione, in particolare, è legata alla continua ricerca e sviluppo di tecnologie proprietarie, resa possibile anche dal controllo diretto della filiera produttiva».
Come lei ha sottolineato il comfort è uno degli elementi più associati al marchio. Quanto conta oggi per i consumatori rispetto all’estetica?
«Oggi i consumatori non scelgono più tra comfort e stile: vogliono entrambi. Questo si collega a un tema molto attuale, quello del quiet luxury, che noi preferiamo interpretare come quiet beauty. Le persone cercano prodotti che offrano comodità, design e innovazione allo stesso tempo. Il comfort non è più soltanto una caratteristica funzionale, ma una sensazione di benessere e libertà che permette di esprimere sé stessi senza compromessi».
Il concept della collezione è Walk Your Walk. Che significato assume oggi questo messaggio?
«È un invito a seguire il proprio percorso con autenticità. Ognuno deve poter vivere la propria individualità senza rinunciare né allo stile né al comfort. Per noi Walk Your Walk rappresenta un nuovo modo di interpretare la quotidianità: sentirsi bene in ciò che si indossa significa anche acquisire maggiore sicurezza e libertà di espressione».
Si parla anche di Return to What Matters. Quali sono oggi i valori davvero essenziali per Ecco in un mercato in continua evoluzione?
«Crediamo sia importante tornare a concentrarsi su ciò che conta davvero. In un contesto caratterizzato da cambiamenti rapidi e continui, Ecco ha sempre mantenuto una direzione coerente. Non abbiamo mai accettato compromessi sulla qualità, neppure nei momenti più complessi. Oggi il consumatore è più consapevole: acquista meno, ma sceglie meglio».
Avete recentemente reinterpretato uno dei vostri modelli iconici, la Joker. Come avete affrontato questo lavoro?
«La Joker è uno dei modelli simbolo della nostra storia. Ci piace recuperare elementi dal nostro archivio e reinterpretarli in chiave contemporanea. Negli ultimi anni abbiamo riproposto questo modello in diverse varianti, valorizzando materiali, colori e finiture differenti. È una scarpa che rappresenta perfettamente il Dna di Ecco perché combina comfort, qualità e design contemporaneo, e il riscontro del pubblico è stato molto positivo».
Le tecnologie sviluppate da Ecco rappresentano un elemento distintivo del marchio. In che modo migliorano l’esperienza di chi indossa le vostre scarpe?
«Le nostre tecnologie sono progettate per accompagnare uno stile di vita dinamico, garantendo leggerezza, traspirabilità, ammortizzazione e un migliore assorbimento degli impatti».
Designer come Natasha Ramsay-Levi, Craig Green e Natacha Aizawa hanno collaborato con il brand attraverso il progetto Ecco Kollektive. Qual è stato il loro contributo?
«Queste collaborazioni ci hanno permesso di dialogare con un pubblico particolarmente sensibile al design e alla sperimentazione creativa. Ogni designer parte dalla collezione principale Ecco e la reinterpreta attraverso il proprio linguaggio».
Le radici del marchio affondano nella lavorazione della pelle. Quanto pesa ancora questa eredità nella vostra identità?
«Moltissimo. Ecco nasce come azienda specializzata nella lavorazione della pelle e continua a possedere e gestire concerie proprie. Questa competenza rappresenta ancora oggi uno degli elementi distintivi del marchio e contribuisce a garantire elevati standard qualitativi lungo tutta la filiera».
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Pagamento? Azioni. Naturalmente. Perché il contante, nell’era della finanza quantistica, è archeologia. La preda si chiama Cursor, società che sviluppa intelligenza artificiale capace di scrivere il codice in autonomia. In sostanza un programmatore software che non chiede ferie, non sciopera e non vuole aumenti di stipendio. L’operazione, già di per sé sufficiente a scaldare i grafici, diventa però quasi secondaria rispetto allo spettacolo principale: la capitalizzazione. SpaceX è volata in zona 2,5–2,7 trilioni di dollari, con picchi che sfiorano i 3.000 miliardi. L’azienda di Musk adesso vale quanto il Pil dell’Italia. Per dare un’idea: a un certo punto ha superato Amazon e Microsoft. Il tutto con una struttura da manuale del paradosso: 19 miliardi di ricavi e quasi 5 di perdite, contro i 717 miliardi di fatturato e 78 di utili di Amazon. Ma Wall Street ormai è una narrazione collettiva con pricing dinamico. Elon Musk consolida la sua narrazione di primo trilionario al mondo. Non perché abbia trovato oro su Marte o monetizzato l’aria rarefatta dello spazio, ma perché il mercato ha deciso che la sua equazione personale vale più della somma di molti sistemi economici terrestri. Nel frattempo, un dettaglio tecnico passa quasi inosservato, come sempre accade con le cose che poi diventano fondamentali: sul mercato circola appena il 4% delle azioni. Il resto è vincolato, trattenuto, congelato in accordi e regolamenti. Vuol dire che il prezzo lo fanno pochissimi scambi, ma su quei pochi scambi si costruiscono montagne di trilioni. Una leva perfetta. O pericolosa. Dipende dal punto di osservazione. E così accade l’altra magia: più il titolo sale, meno azioni servono per pagare Cursor. Più il titolo sale, più l’acquisizione da 60 miliardi diventa “economica”. Il mercato si abitua a tutto con la velocità con cui un social network dimentica una notizia: SpaceX diventa valuta. Non solo società, ma moneta. Una moneta che non stampa la banca centrale, ma la fiducia. E mentre qualcuno ancora si chiede se sia sostenibile, Wall Street decide che la domanda è mal posta. Al terzo giorno di contrattazioni, SpaceX continua a correre, passando da 135 a 214 dollari. Per un attimo diventa la quarta società al mondo per capitalizzazione, dietro solo a Nvidia, Alphabet e Apple. Poi ritraccia, perché anche le vertigini hanno bisogno di pause. Come se non bastasse, si apre anche il fronte dei derivati: partono le contrattazioni delle opzioni al Cboe Global Markets e al Nasdaq. Insomma si inizia a scommettere non solo sul futuro dell’azienda, ma sul futuro delle scommesse sul futuro dell’azienda. Una specie di matrioska finanziaria dove l’ultimo strato non è mai l’ultimo.
Nel mezzo di questo spettacolo orbitale, il pezzo industriale viene quasi schiacciato dalla narrativa. Cursor entra come tassello strategico: servirebbe ad ampliare le capacità di Grok nello sviluppo software. L’intelligenza artificiale che scrive codice per un’altra intelligenza artificiale che già scrive codice. Un dialogo tra automi che, per ora, non chiede ancora la pensione. Almeno per ora. E poi ci sono loro, gli altri due poli del nuovo triangolo tecnologico.
OpenAI chiude il 2025 con 13 miliardi di ricavi e una perdita da 38,5 miliardi. Un rosso che, in qualunque altro settore, verrebbe definito emergenza industriale; nell’intelligenza artificiale viene archiviato come «fase di investimento strategico». L’emorragia è impressionante: due miliardi di dollari al mese, ChatGPT come motore principale, progetti secondari come Sora ridimensionati per concentrare fuoco e capitale. Valutazione: 730 miliardi. Obiettivo dichiarato: mille miliardi. Perché ormai anche i numeri hanno un piano industriale. E dietro, come ombra competitiva ma speculare, Anthropic si muove nello stesso perimetro: collocamento riservato, capitali in arrivo, corsa alla scala globale dell’intelligenza artificiale. Non è più una gara tra aziende, ma tra ecosistemi cognitivi.
Alla fine resta una sensazione semplice, quasi banale: la Borsa non sta più prezzando aziende. Sta prezzando un futuro per il momento solo frutto di immaginazione e speranza. E mentre qualcuno ancora cerca il confine tra economia reale e finanza narrativa, il mercato ha già deciso che quel confine non serve più.
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Le risorse per affrontare l’emergenza casa potranno arrivare a circa 10 miliardi entro il 2034, considerando sia i fondi nazionali - per un apporto pari a 7,3 miliardi - sia i fondi europei della politica di coesione, per 3,3 miliardi. È questo uno dei temi toccati dall’Ance (l’organizzazione dei costruttori associata a Confindustria) in occasione dell’ottantesimo anniversario dalla fondazione. All’evento, guidato dalla presidente Federica Brancaccio nella splendida cornice di Villa Giulia a Roma, sede del Museo Etrusco, hanno preso parte con un videomessaggio il premier Giorgia Meloni e il ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini, mentre erano presenti i ministri dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratini e della Pubblica amministrazione Paolo Zangrillo.
Il Piano Casa, ha detto Brancaccio, «era un’emergenza di cui parlavamo da anni. Ma», ha ammonito la presidente Ance, «sono centrali le tempistiche che devono essere veloci». Nelle interlocuzioni con la politica, l’Ance ha sempre chiesto di fissare tempi anche sulla governance. «Sappiamo che c’è un commissario ma ci vogliono i decreti attuativi e non si dice entro quando queste nomine ci saranno», ha sottolineato la presidente. Ieri, il ministro Salvini ha detto che «il nuovo commissario nazionale aiuterà nell’arco di un anno a recuperare 61.000 appartamenti di edilizia residenziale pubblica ad oggi non assegnati perché vanno risistemati, con una spesa media valutata tra 20 e 25.000 euro ciascuno». La nomina, fa sapere il vicepremier, avverrà nelle prossime ore.
Brancaccio ha sottolineato che «quasi il 90% degli appalti in qualche modo è sottratto alla gara classica, alla trasparenza totale». Inoltre, «sappiamo che c’è uno sforzo da parte del governo per anticipare la cassa e usare questi 10 miliardi, facendo ricorso a un mutuo da un’istituzione finanziaria. Se questo avesse esiti positivi, le risorse attivabili nel 2027 sarebbero più di un miliardo».
La presidente ha poi evidenziato che «c’è la bolla del mercato libero che ha delle enormi variabili a seconda di dove si realizzano le abitazioni. Quindi, le percentuali previste dall’attuale Piano Casa per gli investimenti dei privati (70% da destinare all’edilizia convenzionata e il restante 30% da vendere o affittare a prezzo di mercato libero) dovrebbero essere riviste». Una soluzione potrebbe essere quella di «dare un ruolo a chi amministra gli enti territoriali, che hanno ben presente le esigenze locali». E ha chiosato: «Sappiamo che questo piano partirà così com’è ma anche che ci saranno in corso d’opera degli aggiustamenti. Ora c’è il testo unico dell’edilizia in revisione, ma si deve andare per deroghe e commissari».
L’Ance ha tracciato un quadro positivo per le costruzioni, uno dei settori industriali che meglio ha sfruttato il Pnrr. Ad aprile, il 76% dei cantieri risultava concluso o in stato avanzato e, secondo la Banca d’Italia, i tempi di avvio delle opere si sono ridotti del 19%, mentre la probabilità di aggiudicazione è maggiore del 20% rispetto alle opere non Pnrr.
Intanto, Dl Piano Casa entra nel vivo alla Camera con il voto sui 275 emendamenti in commissione Ambiente. Il testo definitivo è atteso in Aula questo venerdì, giornata in cui il governo dovrebbe porre la questione di fiducia. Subito dopo passerà all’esame del Senato: la conversione definitiva in legge dovrà avvenire entro la scadenza del 6 luglio.
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