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2022-03-29
«Ucraini gambizzano i prigionieri». Disastro a Mariupol, liberata Irpin
Ansa
Nella diatriba su chi siano i buoni e chi i cattivi in guerra e su quale delle parti in campo leda con maggiore frequenza la convenzione di Ginevra, spunta un video che ha già sollevato molti interrogativi. Nelle riprese si vedono quelli che sembrano essere soldati ucraini che sparano alle ginocchia di uomini - apparentemente prigionieri russi - durante un’operazione nella regione di Kharkiv. Sono quasi sei minuti di girato in cui i presunti soldati ucraini affermano di aver catturato un gruppo di ricognizione russo basato a Olkhovka, una cittadina vicino a Kharkiv, a una trentina di chilometri dal confine russo.
I soldati, a giudicare dall’audio, parlerebbero in un misto di ucraino e russo con forte accento ucraino. Il filmato non è ancora stato verificato da una fonte indipendente ma di certo ha sollevato un polverone ed è stato preso in considerazione da entrambi gli Stati belligeranti. Kiev vuole che non si gettino sospetti sul suo operato e dunque ha annunciato approfondimenti sulle immagini. «Il governo sta prendendo questo video molto seriamente e ci sarà un’indagine immediata. Siamo un esercito europeo e non deridiamo i nostri prigionieri. Se questo fosse vero, sarebbe un comportamento assolutamente inaccettabile», queste le parole di Oleksiy Arestovych, alto consigliere del presidente Zelensky. Arestovych ha dichiarato: «Trattiamo i prigionieri in conformità con la convenzione di Ginevra, qualunque siano le motivazioni emotive personali».Anche il capo delle forze armate, Valerii Zaluzhnyi, tenta di respingere le accuse piovute sull’esercito ucraino. «Per screditare le forze di difesa ucraine, il nemico filma e distribuisce video che mostrano il trattamento disumano da parte di presunti soldati ucraini nei confronti dei prigionieri russi. I militari delle forze armate ucraine e di altre legittime formazioni militari aderiscono rigorosamente alle norme del diritto umanitario internazionale», afferma Zaluzhnyi.
Ovviamente il Cremlino, da parte sua, respinge questa ricostruzione e descrive le immagini come «mostruose» prove di torture ai danni dei russi. Dunque, anche i russi hanno promesso che indagheranno a fondo. Proprio il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha spiegato che gli investigatori russi esamineranno il video e che coloro che hanno preso parte alla gambizzazione dei soldati catturati verranno individuati e ritenuti responsabili di tortura. Mentre le accuse reciproche si fanno sempre più pesanti, la situazione sul campo di battaglia non sembra essere molto favorevole per i russi.
Il ministero della Difesa ucraino ha comunicato la morte del generale russo Yakov Rezantsev, in un attacco vicino alla città di Kherson. Tra l’altro, sempre stando alle fonti ucraine, la città di Irpin, teatro di scontri serrati alle porte di Kiev, sarebbe stata completamente liberata dalla presenza dei militari russi. Nel suo ultimo rapporto operativo l’esercito dell’Ucraina sostiene, inoltre, che la Russia abbia ritirato le truppe che circondavano Kiev. Questo, dopo aver subito perdite che Mosca non si aspettava. Il ritiro avrebbe «significativamente ridotto» l’intensità dell’avanzata russa: Mosca, stando alle dichiarazioni del viceministro delle Difesa ucraino, Hanna Malyar, non avrebbe alcuna speranza di catturare la capitale. Ciò non toglie che Kiev sia stata sottoposta ad oltre quaranta bombardamenti nelle ultime 24 ore.
E l’allerta resta comunque alta intorno alla capitale, perché funzionari militari affermano che la Russia stia trasportando missili Iskander a Kalinkavichy, nel sudest della Bielorussia, non lontano quindi da Kiev. Mentre gli ucraini affermano di poter segnare dei punti a proprio favore, rimane sempre a un passo dalla catastrofe umanitaria Mariupol, la cui situazione attuale viene descritta dal sindaco, Vadym Boichenko: «La città deve essere completamente evacuata. Circa 160.000 persone sono intrappolate e senza energia elettrica». Secondo il primo cittadino, ci sono ventisei bus in attesa di evacuare i civili, ma le forze russe non avrebbero accettato di garantire loro un passaggio sicuro e dunque resta impossibile prendere dei provvedimenti per aiutarle. Insieme a Mariupol, a subire i combattimenti più pesanti sono le regioni di Donestk e Lugansk. «La Russia non smette di svolgere operazioni offensive in quel territorio, che costituisce l’obiettivo strategico di Putin», dice senza mezzi termini il portavoce della Difesa ucraino. Marinka e altre città vengono difese strenuamente, ma ci sarebbero centri già caduti in mano russa. Proprio nei combattimenti in Donbass ha perso la vita Volodymyr Kolesnyk, ex giocatore della squadra di calcio del Kryvbas. In questa situazione il governo insiste sulla legge marziale che impone agli ucraini dai 18 ai 60 anni di combattere per il Paese. Più di 1700 cittadini in età da combattimento sono stati fermati alla frontiera perché volevano lasciare l’Ucraina. Ad oggi sono già 340 i procedimenti penali in atto contro i disertori, di cui cento per tradimento e collaborazione.
Profughi, l’Ue dà ordini al Viminale
Con il contatore dei profughi ucraini a quota 3,8 milioni, in aumento al ritmo di 40.000 al giorno, l’Ue, dietro la spinta di Germania e Polonia, che vorrebbero evitare che gli sfollati si fermino sui loro territori troppo a lungo e puntano a favorire la libertà di movimento tra i Paesi, ha deciso di produrre un Piano in dieci punti per organizzare l’accoglienza. «Ma non ci sarà alcuna richiesta di reinsediamento», ha precisato la commissaria europea agli Affari Interni, Ylva Johansson.
La questione ovviamente deve aver creato più di qualche imbarazzo all’interno del Consiglio, visto che si tratterebbe di far fare un giro a 360 gradi all’Ue rispetto all’approccio mantenuto fino a questo momento sulle politiche migratorie. Da tempo Italia, Grecia, Spagna, Cipro e Malta chiedono di rivedere le posizioni sulle distribuzioni dopo il primo approdo. E finché la pressione dell’immigrazione non riguardava il Nord Europa tutti se ne sono fregati. Ora che si gioca a ruoli invertiti, questa poteva essere per i Paesi del Mediterraneo la carta negoziale da mettere sul tavolo per accettare le modifiche alle regole sulle migrazioni in generale. Rivedendo anche le questioni legate ai profughi che arrivano dai Paesi africani. Ma alla fine il Consiglio dei ministri dell’Interno se n’è uscito con i dieci punti. Partendo dalle misure per evitare che i trafficanti di esseri umani approfittino della situazione, si è pensato a una piattaforma per segnalare tutti coloro che godranno della protezione temporanea. Verrà creato un indice per monitorare quanti rifugiati sono presenti in ciascuno Stato membro, che sarà aggiornato su base settimanale. E sono stati previsti degli «incentivi» per i profughi che lasceranno la Polonia (che oggi ne ospita più di un milione) e per gli altri Paesi il cui il numero di ingressi peserebbe in modo sproporzionato. In parte, quindi, sono stati accolti i desiderata di Nancy Faeser, ministro dell’Interno tedesco, e del suo omologo polacco Mariusz Kaminski, che nei giorni scorsi avevano inviato ai due commissari Ue che si occupano dell’emergenza, il greco Margaritis Schinas e la svedese Ylva Johansson, una comunicazione, finita al primo punto dell’ordine del giorno del Consiglio di ieri. La questione, come posta dai due Paesi, però, è entrata subito in contrasto con la direttiva sulla protezione temporanea, resa operativa per la prima volta in 20 anni.
Le richieste spaziavano su vari ambiti: da quello economico (1.000 euro per ogni rifugiato ospitato), a quello giuridico (trasporti gratuiti per lasciare la nazione di primo approdo), a quello politico (rimettendo in gioco il Piano per l’asilo bloccato da oltre un anno proprio dalla Polonia). Tre punti abbastanza spinosi. Soprattutto il secondo, che è apparso subito come un incentivo alla redistribuzione di fatto. Lo status di rifugiato già consente di circolare liberamente in ogni Paese Ue. E l’ipotesi di redistribuzioni sono sempre cadute nel vuoto. La scelta degli «incentivi», oltre a sbugiardare quanto finora sostenuto, fa irritare soprattutto i Paesi che hanno sofferto maggiormente la pressione africana. L’Italia, però, sembra aver subito chinato il capo. Il ministro dell’Interno Luciana Lamorgese ha fatto sapere di aver condiviso l’idea della piattaforma. E si è detta pronta a dare una mano ai 10.000 profughi attualmente in Moldavia, da ridistribuire sul territorio europeo: «Anche l’Italia farà la sua parte, perché noi abbiamo sempre detto che il principio della solidarietà deve andare a pari passo con quello della responsabilità». Ma sembra aver dimenticato i «niet» dell’Ue per l’immigrazione che arriva da Sud.
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Un video mostra soldati dell’esercito di Kiev che sparano alle ginocchia dei russi: ma è lite sull’attendibilità. Il sindaco della città: bisogna evacuare 160.000 persone. Ex calciatore ucciso in combattimento nel Donbass.In Europa passa la linea che interessa a Germania e Polonia per la ridistribuzione dei profughi. Luciana Lamorgese incassa e l’Italia perde l’occasione di rinegoziare i patti di accoglienza.Lo speciale contiene due articoli.Nella diatriba su chi siano i buoni e chi i cattivi in guerra e su quale delle parti in campo leda con maggiore frequenza la convenzione di Ginevra, spunta un video che ha già sollevato molti interrogativi. Nelle riprese si vedono quelli che sembrano essere soldati ucraini che sparano alle ginocchia di uomini - apparentemente prigionieri russi - durante un’operazione nella regione di Kharkiv. Sono quasi sei minuti di girato in cui i presunti soldati ucraini affermano di aver catturato un gruppo di ricognizione russo basato a Olkhovka, una cittadina vicino a Kharkiv, a una trentina di chilometri dal confine russo. I soldati, a giudicare dall’audio, parlerebbero in un misto di ucraino e russo con forte accento ucraino. Il filmato non è ancora stato verificato da una fonte indipendente ma di certo ha sollevato un polverone ed è stato preso in considerazione da entrambi gli Stati belligeranti. Kiev vuole che non si gettino sospetti sul suo operato e dunque ha annunciato approfondimenti sulle immagini. «Il governo sta prendendo questo video molto seriamente e ci sarà un’indagine immediata. Siamo un esercito europeo e non deridiamo i nostri prigionieri. Se questo fosse vero, sarebbe un comportamento assolutamente inaccettabile», queste le parole di Oleksiy Arestovych, alto consigliere del presidente Zelensky. Arestovych ha dichiarato: «Trattiamo i prigionieri in conformità con la convenzione di Ginevra, qualunque siano le motivazioni emotive personali».Anche il capo delle forze armate, Valerii Zaluzhnyi, tenta di respingere le accuse piovute sull’esercito ucraino. «Per screditare le forze di difesa ucraine, il nemico filma e distribuisce video che mostrano il trattamento disumano da parte di presunti soldati ucraini nei confronti dei prigionieri russi. I militari delle forze armate ucraine e di altre legittime formazioni militari aderiscono rigorosamente alle norme del diritto umanitario internazionale», afferma Zaluzhnyi. Ovviamente il Cremlino, da parte sua, respinge questa ricostruzione e descrive le immagini come «mostruose» prove di torture ai danni dei russi. Dunque, anche i russi hanno promesso che indagheranno a fondo. Proprio il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, ha spiegato che gli investigatori russi esamineranno il video e che coloro che hanno preso parte alla gambizzazione dei soldati catturati verranno individuati e ritenuti responsabili di tortura. Mentre le accuse reciproche si fanno sempre più pesanti, la situazione sul campo di battaglia non sembra essere molto favorevole per i russi. Il ministero della Difesa ucraino ha comunicato la morte del generale russo Yakov Rezantsev, in un attacco vicino alla città di Kherson. Tra l’altro, sempre stando alle fonti ucraine, la città di Irpin, teatro di scontri serrati alle porte di Kiev, sarebbe stata completamente liberata dalla presenza dei militari russi. Nel suo ultimo rapporto operativo l’esercito dell’Ucraina sostiene, inoltre, che la Russia abbia ritirato le truppe che circondavano Kiev. Questo, dopo aver subito perdite che Mosca non si aspettava. Il ritiro avrebbe «significativamente ridotto» l’intensità dell’avanzata russa: Mosca, stando alle dichiarazioni del viceministro delle Difesa ucraino, Hanna Malyar, non avrebbe alcuna speranza di catturare la capitale. Ciò non toglie che Kiev sia stata sottoposta ad oltre quaranta bombardamenti nelle ultime 24 ore. E l’allerta resta comunque alta intorno alla capitale, perché funzionari militari affermano che la Russia stia trasportando missili Iskander a Kalinkavichy, nel sudest della Bielorussia, non lontano quindi da Kiev. Mentre gli ucraini affermano di poter segnare dei punti a proprio favore, rimane sempre a un passo dalla catastrofe umanitaria Mariupol, la cui situazione attuale viene descritta dal sindaco, Vadym Boichenko: «La città deve essere completamente evacuata. Circa 160.000 persone sono intrappolate e senza energia elettrica». Secondo il primo cittadino, ci sono ventisei bus in attesa di evacuare i civili, ma le forze russe non avrebbero accettato di garantire loro un passaggio sicuro e dunque resta impossibile prendere dei provvedimenti per aiutarle. Insieme a Mariupol, a subire i combattimenti più pesanti sono le regioni di Donestk e Lugansk. «La Russia non smette di svolgere operazioni offensive in quel territorio, che costituisce l’obiettivo strategico di Putin», dice senza mezzi termini il portavoce della Difesa ucraino. Marinka e altre città vengono difese strenuamente, ma ci sarebbero centri già caduti in mano russa. Proprio nei combattimenti in Donbass ha perso la vita Volodymyr Kolesnyk, ex giocatore della squadra di calcio del Kryvbas. In questa situazione il governo insiste sulla legge marziale che impone agli ucraini dai 18 ai 60 anni di combattere per il Paese. Più di 1700 cittadini in età da combattimento sono stati fermati alla frontiera perché volevano lasciare l’Ucraina. Ad oggi sono già 340 i procedimenti penali in atto contro i disertori, di cui cento per tradimento e collaborazione.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/ucraini-gambizzano-prigionieri-mariupol-irpin-2657054440.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="profughi-lue-da-ordini-al-viminale" data-post-id="2657054440" data-published-at="1648511458" data-use-pagination="False"> Profughi, l’Ue dà ordini al Viminale Con il contatore dei profughi ucraini a quota 3,8 milioni, in aumento al ritmo di 40.000 al giorno, l’Ue, dietro la spinta di Germania e Polonia, che vorrebbero evitare che gli sfollati si fermino sui loro territori troppo a lungo e puntano a favorire la libertà di movimento tra i Paesi, ha deciso di produrre un Piano in dieci punti per organizzare l’accoglienza. «Ma non ci sarà alcuna richiesta di reinsediamento», ha precisato la commissaria europea agli Affari Interni, Ylva Johansson. La questione ovviamente deve aver creato più di qualche imbarazzo all’interno del Consiglio, visto che si tratterebbe di far fare un giro a 360 gradi all’Ue rispetto all’approccio mantenuto fino a questo momento sulle politiche migratorie. Da tempo Italia, Grecia, Spagna, Cipro e Malta chiedono di rivedere le posizioni sulle distribuzioni dopo il primo approdo. E finché la pressione dell’immigrazione non riguardava il Nord Europa tutti se ne sono fregati. Ora che si gioca a ruoli invertiti, questa poteva essere per i Paesi del Mediterraneo la carta negoziale da mettere sul tavolo per accettare le modifiche alle regole sulle migrazioni in generale. Rivedendo anche le questioni legate ai profughi che arrivano dai Paesi africani. Ma alla fine il Consiglio dei ministri dell’Interno se n’è uscito con i dieci punti. Partendo dalle misure per evitare che i trafficanti di esseri umani approfittino della situazione, si è pensato a una piattaforma per segnalare tutti coloro che godranno della protezione temporanea. Verrà creato un indice per monitorare quanti rifugiati sono presenti in ciascuno Stato membro, che sarà aggiornato su base settimanale. E sono stati previsti degli «incentivi» per i profughi che lasceranno la Polonia (che oggi ne ospita più di un milione) e per gli altri Paesi il cui il numero di ingressi peserebbe in modo sproporzionato. In parte, quindi, sono stati accolti i desiderata di Nancy Faeser, ministro dell’Interno tedesco, e del suo omologo polacco Mariusz Kaminski, che nei giorni scorsi avevano inviato ai due commissari Ue che si occupano dell’emergenza, il greco Margaritis Schinas e la svedese Ylva Johansson, una comunicazione, finita al primo punto dell’ordine del giorno del Consiglio di ieri. La questione, come posta dai due Paesi, però, è entrata subito in contrasto con la direttiva sulla protezione temporanea, resa operativa per la prima volta in 20 anni. Le richieste spaziavano su vari ambiti: da quello economico (1.000 euro per ogni rifugiato ospitato), a quello giuridico (trasporti gratuiti per lasciare la nazione di primo approdo), a quello politico (rimettendo in gioco il Piano per l’asilo bloccato da oltre un anno proprio dalla Polonia). Tre punti abbastanza spinosi. Soprattutto il secondo, che è apparso subito come un incentivo alla redistribuzione di fatto. Lo status di rifugiato già consente di circolare liberamente in ogni Paese Ue. E l’ipotesi di redistribuzioni sono sempre cadute nel vuoto. La scelta degli «incentivi», oltre a sbugiardare quanto finora sostenuto, fa irritare soprattutto i Paesi che hanno sofferto maggiormente la pressione africana. L’Italia, però, sembra aver subito chinato il capo. Il ministro dell’Interno Luciana Lamorgese ha fatto sapere di aver condiviso l’idea della piattaforma. E si è detta pronta a dare una mano ai 10.000 profughi attualmente in Moldavia, da ridistribuire sul territorio europeo: «Anche l’Italia farà la sua parte, perché noi abbiamo sempre detto che il principio della solidarietà deve andare a pari passo con quello della responsabilità». Ma sembra aver dimenticato i «niet» dell’Ue per l’immigrazione che arriva da Sud.
Giorgia Meloni (Ansa)
La posizione del governo italiano era nota da tempo, ma ieri la Meloni ha compiuto un passo ufficiale inviando una lettera al presidente della Commissione, Ursula von der Leyen. «L’Italia ritiene necessario estendere temporaneamente il campo di applicazione della National escape clause già prevista per le spese di difesa anche agli investimenti e alle misure straordinarie necessarie per fronteggiare la crisi energetica, senza modificarne i limiti massimi di scostamento già previsti», si legge nella missiva. «In assenza di questa necessaria coerenza politica, sarebbe molto difficile per il governo spiegare all’opinione pubblica un eventuale ricorso al programma Safe alle condizioni attualmente previste». Il riferimento è al piano di prestiti Ue per gli investimenti nella Difesa.
Una prima risposta è arrivata in serata da un portavoce della Commissione, Olof Gill: «La posizione della Commissione non è cambiata. Abbiamo presentato agli Stati membri una gamma di opzioni a loro disposizione per affrontare l’attuale crisi energetica» e tra queste non c’è la clausola di salvaguardia. Ma la chiusura non è netta: «Osserviamo l’evoluzione della situazione».
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Donald Trump
«Questa sera, su mio ordine, le coraggiose forze americane e le forze armate nigeriane hanno portato a termine in modo impeccabile una missione meticolosamente pianificata e molto complessa», ha dichiarato il presidente americano, venerdì sera, su Truth. «Abu-Bilal al-Minuki, numero due dell'Isis a livello globale, pensava di potersi nascondere in Africa, ma non sapeva che avevamo fonti che ci tenevano informati sulle sue attività. Non potrà più terrorizzare la popolazione africana né contribuire a pianificare operazioni contro gli americani. Con la sua eliminazione, l'operazione globale dell'Isis è notevolmente ridimensionata», ha aggiunto, per poi concludere: «Grazie al governo della Nigeria per la collaborazione in questa operazione».
«Per mesi abbiamo dato la caccia a questo importante leader dell'Isis in Nigeria che uccideva i cristiani, e lo abbiamo ucciso, insieme a tutta la sua banda», ha affermato il capo del Pentagono, Pete Hegseth. «Daremo la caccia a chiunque voglia fare del male agli americani o ai cristiani innocenti, ovunque si trovino», ha proseguito. Dal canto suo, il presidente nigeriano, Bola Tinubu, ha reso noto che al-Minuki è stato ucciso insieme a «diversi suoi luogotenenti, durante un attacco al suo complesso nel bacino del lago Ciad». «La Nigeria apprezza questa collaborazione con gli Stati Uniti per il raggiungimento dei nostri obiettivi di sicurezza comuni», ha anche affermato.
Era lo scorso Natale, quando Trump ordinò un attacco contro l’Isis in Nigeria. Un’operazione, quella dello scorso dicembre, che gli Stati Uniti effettuarono in coordinamento con il governo Abuja. Il che segnò una distensione con la Nigeria. A novembre, Trump aveva infatti designato quest’ultima come «Paese di particolare preoccupazione» a causa della situazione in cui versa la locale comunità cristiana. In quell’occasione, aveva anche ventilato l’ipotesi di mobilitare le forze statunitensi in loco, irritando non poco il governo di Abuja. Tuttavia, da dicembre, sembra che Stati Uniti e Nigeria abbiano inaugurato una proficua collaborazione nel contrasto al jihadismo. Il che, per Trump, ha un triplice significato.
Innanzitutto, l’obiettivo primario è quello di aumentare la sicurezza internazionale arginando il terrorismo islamista. In secondo luogo, sul fronte geopolitico, la Casa Bianca punta a rafforzare l’influenza statunitense sul continente africano, per fronteggiare la competizione di Cina e Russia. Infine, sul piano interno, la lotta all’islamismo e la difesa dei cristiani rappresentano notoriamente due dei capisaldi del movimento Maga.
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L'immagine IA postata da Trump
Le dichiarazioni arrivano dopo il ritorno del presidente americano Donald Trump da Pechino. Il leader statunitense ha spiegato che eventuali nuove vendite di armi a Taipei «dipendono dalla Cina e costituiscono una buona carta negoziale». Mentre cresce la tensione tra Washington e Pechino sul dossier taiwanese, il Medio Oriente continua a vivere ore estremamente delicate. Gli Emirati Arabi Uniti hanno annunciato di aver intercettato tre droni penetrati nel proprio spazio aereo. Secondo quanto riferito dal ministero della Difesa emiratino, due velivoli senza pilota sono stati abbattuti, mentre un terzo ha colpito un generatore elettrico situato all’esterno del perimetro interno della centrale nucleare di Barakah, nella regione di Al Dhafra. Le autorità emiratine hanno precisato che sono in corso indagini per stabilire l’origine dei droni e identificare i responsabili dell’operazione.
Nel frattempo emergono nuovi dettagli sui negoziati indiretti tra Stati Uniti e Iran per porre fine al conflitto regionale. Secondo l’agenzia iraniana Fars, vicina ai Guardiani della Rivoluzione, Washington avrebbe presentato cinque condizioni per arrivare a un accordo con Teheran. Tra le richieste figurerebbero il trasferimento agli Stati Uniti di 400 chilogrammi di uranio arricchito iraniano, il mantenimento operativo di un solo sito nucleare e il mancato pagamento di risarcimenti o lo sblocco dei beni congelati appartenenti all’Iran. Sempre secondo Fars, gli Stati Uniti avrebbero inoltre subordinato la sospensione delle operazioni militari all’avvio ufficiale dei negoziati. L’Iran avrebbe risposto avanzando a sua volta cinque condizioni: la fine della guerra su tutti i fronti, soprattutto in Libano, la revoca delle sanzioni economiche, lo sblocco dei fondi congelati, il pagamento di risarcimenti per i danni subiti durante il conflitto e il riconoscimento della sovranità iraniana sullo Stretto di Hormuz. Posizioni di fatto inconciliabili.
Intanto Israele starebbe già preparando nuovi possibili raid contro obiettivi iraniani. Lo hanno riferito ad Associated Press due fonti informate, tra cui un ufficiale dell’esercito israeliano, precisando che i preparativi militari sarebbero coordinati con gli Stati Uniti. Il premier israeliano Benjamin Netanyahu, intervenendo davanti al proprio Gabinetto, ha dichiarato: «Siamo preparati a qualsiasi scenario». Poi ha aggiunto: «Donald Trump deve prendere una decisione. Se decidesse di riprendere le ostilità con l’Iran, è probabile che Israele verrà chiamato a partecipare». Quest’ultima dichiarazione fa riferimento a una telefonata, durata più di mezz’ora, avvenuta ieri tra Netanyahu e Trump e conclusasi a ridosso dell’inizio della riunione di gabinetto israeliano.
Nelle stesse ore Donald Trump è tornato a minacciare apertamente Teheran, questa volta utilizzando un’immagine generata con l’intelligenza artificiale pubblicata sulla piattaforma Truth. La foto mostra il presidente americano con il tradizionale cappellino Maga mentre punta il dito verso la telecamera, circondato da navi da guerra in mezzo a un mare agitato. Su diverse imbarcazioni compaiono bandiere iraniane, mentre sullo sfondo si addensano nuvole scure. Ad accompagnare l’immagine la frase: «La calma prima della tempesta». Poi in un altro post ha aggiunto: « Non rimarrà nulla dell’Iran se non accetterà un accordo».
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