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2021-04-16
Tutti gli effetti avversi dei vaccini in tre mesi
Nella giornata di ieri, l'Agenzia italiana del farmaco ha pubblico il terzo Rapporto di farmacovigilanza sui vaccini Covid-19. Una trentina di pagine che analizzano nel dettaglio le reazioni avverse segnalate a seguito della somministrazione dei tre farmaci attualmente utilizzati in Italia - Comirnaty (Pfizer-Biontech), Vaxzevria (Astrazeneca) e Moderna - dall'inizio della campagna vaccinale fino al 26 marzo 2021. Complessivamente, le segnalazioni registrate nella Rete nazionale di farmacovigilanza nel periodo preso in esame sono state 46.237, su un totale di 9.068.349 dosi somministrate, facendo registrare dunque un tasso pari a 510 segnalazioni ogni 100.000 dosi somministrate (tradotto in percentuale parliamo dello 0,51%). Otto segnalazioni su dieci (81%) hanno riguardato il vaccino Pfizer-Biontech, il 17% quello Astrazeneca e appena il 2% quello Moderna. Un dato già di per sé significativo, in quanto indica come, in generale, il Comirnaty risulti più reattogenico (535 segnalazioni ogni 100.000) rispetto al Vaxzevria (477 ogni 100.000) e al Moderna (227 ogni 100.000). A ogni modo, l'Aifa sottolinea come «il tasso di segnalazione del vaccino Vaxzevria è aumentato rispetto al mese precedente, avvicinandosi a quello di Comirnaty, in funzione dell'uso maggiore nella campagna vaccinale». Sempre parlando di dati aggregati, il 92,7% delle reazioni segnalate riguarda eventi non gravi, che si risolvono completamente, come dolore in sede di iniezione, febbre, astenia e stanchezza e dolori muscolari. Piccoli fastidi, insomma, che insorgono perlopiù lo stesso giorno della vaccinazione e spariscono nel giro di 24-48 ore.
Non vanno trascurati, tuttavia, i casi più gravi, che rappresentano il 7,1% del totale, con un tasso di 36 eventi ogni 100.000 dosi somministrate. Circa la metà vengono riportati già con esito «risoluzione completa», e circa un quarto «in miglioramento», anche se non mancano gli eventi ancora in attesa di guarigione oppure di risoluzione con postumi. Sono stati segnalati, poi, 100 casi con esito fatale: il 53% riguarda donne e l'età media è pari a 81,4 anni (l'80% riguarda over 75). L'Aifa precisa che «sia la valutazione della causa di morte che l'attribuzione del nesso di causalità risultano complesse», e condizionate dalla presenza di «patologie intercorrenti o pregresse» e «fragilità cliniche». Tuttavia, al netto dei doverosi caveat, va segnalato che la percentuale maggiore di decessi riguarda il vaccino Moderna (12 casi pari a 2,8 su 100.000 dosi), seguito dal Pfizer-Biontech (76 casi, con un tasso di 1,1 su 100.000 dosi) e, ultimo, Astrazeneca (12 decessi pari a 0,7 su 100.000 dosi). Un altro dato che stride con l'allarmismo intorno al vaccino britannico-svedese, finito ormai da più di un mese nella bufera per noti problemi a carico del sistema vascolare.
E proprio all'argomento il rapporto Aifa dedica un paragrafo a parte, nel quale descrive con dovizia di particolari il contorto balletto di valutazioni, pareri e raccomandazioni al quale abbiamo assistito in queste ultime settimane. Prima il sequestro dei lotti incriminati e conseguente sospensione delle somministrazioni; poi la prima valutazione del Comitato per la valutazione del rischio in farmacovigilanza (Prac), conclusasi il 19 marzo, la quale ha stabilito che «i benefici del vaccino nel prevenire la malattia da Covid-19 (che a sua volta provoca problemi di coagulazione) continuavano a superare i rischi», e che «il vaccino non aumentava il rischio complessivo di eventi tromboemolici e non emergono problematiche relative a lotti specifici o a particolari siti di produzione»; infine, la nuova revisione del Prac terminata l'8 aprile nella quale l'Ema, pur confermando che i benefici superano ancora i rischi, ha disposto che gli eventi trombotici venosi associati a bassi livelli di piastrine debbano essere elencati come effetti indesiderati molto rari del vaccino Astrazeneca. Un tira e molla al termine del quale il ministero della Salute ha stabilito di raccomandare la somministrazione del vaccino Vaxzevria ai soggetti over 60, gettando nel caos la già di per sé difficoltosa campagna vaccinale.
Sul tema Astrazeneca è intervenuto ieri anche il ministro Roberto Speranza nel corso della sua informativa al Parlamento. Dopo averlo definito un vaccino «sicuro ed efficace», che «salva le vite», Speranza ha snocciolato le cifre della farmacovigilanza europea: «Su 32 milioni di vaccinazioni e 222 segnalazioni, sono stati registrati 86 eventi avversi e, di questi, 18 sono risultati fatali». Tanti o pochi, il numero uno di Lungotevere Ripa non si pronuncia, limitandosi a osservare che si tratta di un «fenomeno, per quanto doloroso poiché ogni vita spezzata è una perdita grave, numericamente molto ridotto». Parole forse sensate ma ormai tardive, che arrivano quando i buoi sono già scappati dalla stalla e la campagna vaccinale rischia di essere irrimediabilmente compromessa.
Lo Stato dubita dei rimedi che impone. L'obbligo di profilassi è schizofrenico
Abbiamo capito che un futuro ce l'avranno solo i vaccini a «Rna messaggero». L'ha detto la presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, ma ci eravamo già accorti che farmaci a vettore virale come Astrazeneca e Johnson & Johnson avranno mesi contati tra blocchi, raccomandazioni e sospensioni precauzionali che ne stanno minando la sicurezza prima ancora che la somministrazione. Sul vaccino monodose statunitense dovremo aspettare le decisioni di Fda ed Ema, per sapere se sarà davvero per tutti gli over 18 -come stabilì l'Agenzia europea del farmaco appena un mese fa- o se in base alle nuove valutazioni dell'Agenzia regolatrice americana anche J&J finirà solo alle persone con più di 60 anni.
Nel frattempo piovono rassicurazioni dal ministro della Salute, Roberto Speranza, che non è medico né scienziato eppure conferma: «È un vaccino importante», e dalla platea di virologi che intonano: «Eventi rarissimi», i sei casi di trombosi verificatosi in giovani donne statunitensi. Occorre controllare, fare chiarezza, concordano gli esperti che però non hanno dati di farmacovigilanza da verificare visto che nella Ue non è stata inoculata una sola dose di J&J. E Astrazeneca? «Efficace e sicuro», dichiara Speranza, secondo il quale gli eventi avversi sono «un fenomeno molto ridotto che non va sottovalutato, mantenendo alta la vigilanza». Ecco, appunto, l'attenzione va tenuta alta ma intanto il farmaco anglosvedese continua ad essere somministrato al personale sanitario over 60. Ovvero a tutti i medici, infermieri, farmacisti, dipendenti delle Rsa che in base al decreto legge dello scorso 1° aprile sono obbligati a vaccinarsi contro il Covid, pena il demansionamento o la messa in aspettativa senza stipendio.
Quindi mentre l'Unione europea, e l'Italia a strascico, guardano ad altri farmaci e dal prossimo anno non rinnoveranno i contratti con Astrazeneca e Johnson & Johnson, il personale sociosanitario deve farsi iniettare l'anglosvedese Vaxzevria, dopo aver perso il diritto all'autodeterminazione in tema di salute. Un farmaco che in Italia, nel giro di due mesi, è stato sconsigliato agli over 55, poi agli over 60, quindi sono arrivati il via libera per tutte le fasce d'età, il divieto per tutti, mentre adesso l'«uso preferenziale» è per soggetti di età superiore ai 60 anni. Medici e infermieri non possono avere dubbi su Astrazeneca, loro devono vaccinarsi «al fine di tutelare la salute pubblica», benché non si abbiano certezze che i vaccini proteggano dal contagio e impediscano la trasmissione dell'infezione. Lo deve fare l'intera categoria, indipendentemente dall'età e dall'essere quindi più o meno suscettibili ad ammalarsi in forma grave di Covid, e nonostante la durata della protezione dal virus sia ancora ignota.
Infatti, nel quarto rapporto Covid dell'Istituto superiore della sanità e del Controllo delle infezioni, datato 13 marzo, alla voce vaccinazione si legge ancora una volta: «Per nessuno dei vaccini in utilizzo è nota al momento la durata della protezione ottenuta con la vaccinazione». L'Iss avverte: «Seppur diminuito, non è possibile al momento escludere un rischio di contagio anche in coloro che sono stati vaccinati». Informazioni che non compaiono nell'allegato al consenso informato che il cittadino deve firmare, dove ci si limita a dire che «la durata della protezione offerta dal vaccino non è nota», e che i soggetti «potrebbero non essere completamente protetti», da sette fino a quindici giorni (a seconda del vaccino) dopo la somministrazione della seconda dose. Ben diverso da quanto sottolinea l'Iss. Il rapporto sul Covid-19 ricorda, dunque, che la vaccinazione con Astrazeneca, Moderna e Pfizer «potrebbe non proteggere tutti i soggetti vaccinati». Aggiunge: «I lavoratori/operatori sanitari nonostante siano stati sottoposti a vaccinazione devono essere considerati potenzialmente in grado di infettarsi con Sars-Cov-2 e di trasmettere il virus ad altri». In questa assenza di evidenze scientifiche è stato imposto loro, per legge, un trattamento sanitario.
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L'Aifa segnala oltre 46.200 casi su circa 9 milioni di somministrazioni. L'81% riguarda Pfizer, il 17% Vaxzevria. Gli eventi gravi si fermano al 7% del totale, 100 hanno portato alla morte. Roberto Speranza rassicura sul prodotto anglosvedese: «Sicuro ed efficace».Medici e infermieri costretti a ricevere dei prodotti già destinati a essere accantonati.Lo speciale contiene due articoli.Nella giornata di ieri, l'Agenzia italiana del farmaco ha pubblico il terzo Rapporto di farmacovigilanza sui vaccini Covid-19. Una trentina di pagine che analizzano nel dettaglio le reazioni avverse segnalate a seguito della somministrazione dei tre farmaci attualmente utilizzati in Italia - Comirnaty (Pfizer-Biontech), Vaxzevria (Astrazeneca) e Moderna - dall'inizio della campagna vaccinale fino al 26 marzo 2021. Complessivamente, le segnalazioni registrate nella Rete nazionale di farmacovigilanza nel periodo preso in esame sono state 46.237, su un totale di 9.068.349 dosi somministrate, facendo registrare dunque un tasso pari a 510 segnalazioni ogni 100.000 dosi somministrate (tradotto in percentuale parliamo dello 0,51%). Otto segnalazioni su dieci (81%) hanno riguardato il vaccino Pfizer-Biontech, il 17% quello Astrazeneca e appena il 2% quello Moderna. Un dato già di per sé significativo, in quanto indica come, in generale, il Comirnaty risulti più reattogenico (535 segnalazioni ogni 100.000) rispetto al Vaxzevria (477 ogni 100.000) e al Moderna (227 ogni 100.000). A ogni modo, l'Aifa sottolinea come «il tasso di segnalazione del vaccino Vaxzevria è aumentato rispetto al mese precedente, avvicinandosi a quello di Comirnaty, in funzione dell'uso maggiore nella campagna vaccinale». Sempre parlando di dati aggregati, il 92,7% delle reazioni segnalate riguarda eventi non gravi, che si risolvono completamente, come dolore in sede di iniezione, febbre, astenia e stanchezza e dolori muscolari. Piccoli fastidi, insomma, che insorgono perlopiù lo stesso giorno della vaccinazione e spariscono nel giro di 24-48 ore. Non vanno trascurati, tuttavia, i casi più gravi, che rappresentano il 7,1% del totale, con un tasso di 36 eventi ogni 100.000 dosi somministrate. Circa la metà vengono riportati già con esito «risoluzione completa», e circa un quarto «in miglioramento», anche se non mancano gli eventi ancora in attesa di guarigione oppure di risoluzione con postumi. Sono stati segnalati, poi, 100 casi con esito fatale: il 53% riguarda donne e l'età media è pari a 81,4 anni (l'80% riguarda over 75). L'Aifa precisa che «sia la valutazione della causa di morte che l'attribuzione del nesso di causalità risultano complesse», e condizionate dalla presenza di «patologie intercorrenti o pregresse» e «fragilità cliniche». Tuttavia, al netto dei doverosi caveat, va segnalato che la percentuale maggiore di decessi riguarda il vaccino Moderna (12 casi pari a 2,8 su 100.000 dosi), seguito dal Pfizer-Biontech (76 casi, con un tasso di 1,1 su 100.000 dosi) e, ultimo, Astrazeneca (12 decessi pari a 0,7 su 100.000 dosi). Un altro dato che stride con l'allarmismo intorno al vaccino britannico-svedese, finito ormai da più di un mese nella bufera per noti problemi a carico del sistema vascolare.E proprio all'argomento il rapporto Aifa dedica un paragrafo a parte, nel quale descrive con dovizia di particolari il contorto balletto di valutazioni, pareri e raccomandazioni al quale abbiamo assistito in queste ultime settimane. Prima il sequestro dei lotti incriminati e conseguente sospensione delle somministrazioni; poi la prima valutazione del Comitato per la valutazione del rischio in farmacovigilanza (Prac), conclusasi il 19 marzo, la quale ha stabilito che «i benefici del vaccino nel prevenire la malattia da Covid-19 (che a sua volta provoca problemi di coagulazione) continuavano a superare i rischi», e che «il vaccino non aumentava il rischio complessivo di eventi tromboemolici e non emergono problematiche relative a lotti specifici o a particolari siti di produzione»; infine, la nuova revisione del Prac terminata l'8 aprile nella quale l'Ema, pur confermando che i benefici superano ancora i rischi, ha disposto che gli eventi trombotici venosi associati a bassi livelli di piastrine debbano essere elencati come effetti indesiderati molto rari del vaccino Astrazeneca. Un tira e molla al termine del quale il ministero della Salute ha stabilito di raccomandare la somministrazione del vaccino Vaxzevria ai soggetti over 60, gettando nel caos la già di per sé difficoltosa campagna vaccinale.Sul tema Astrazeneca è intervenuto ieri anche il ministro Roberto Speranza nel corso della sua informativa al Parlamento. Dopo averlo definito un vaccino «sicuro ed efficace», che «salva le vite», Speranza ha snocciolato le cifre della farmacovigilanza europea: «Su 32 milioni di vaccinazioni e 222 segnalazioni, sono stati registrati 86 eventi avversi e, di questi, 18 sono risultati fatali». Tanti o pochi, il numero uno di Lungotevere Ripa non si pronuncia, limitandosi a osservare che si tratta di un «fenomeno, per quanto doloroso poiché ogni vita spezzata è una perdita grave, numericamente molto ridotto». Parole forse sensate ma ormai tardive, che arrivano quando i buoi sono già scappati dalla stalla e la campagna vaccinale rischia di essere irrimediabilmente compromessa.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/tutti-gli-effetti-avversi-dei-vaccini-in-tre-mesi-2652596372.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lo-stato-dubita-dei-rimedi-che-impone-l-obbligo-di-profilassi-e-schizofrenico" data-post-id="2652596372" data-published-at="1618513310" data-use-pagination="False"> Lo Stato dubita dei rimedi che impone. L'obbligo di profilassi è schizofrenico Abbiamo capito che un futuro ce l'avranno solo i vaccini a «Rna messaggero». L'ha detto la presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, ma ci eravamo già accorti che farmaci a vettore virale come Astrazeneca e Johnson & Johnson avranno mesi contati tra blocchi, raccomandazioni e sospensioni precauzionali che ne stanno minando la sicurezza prima ancora che la somministrazione. Sul vaccino monodose statunitense dovremo aspettare le decisioni di Fda ed Ema, per sapere se sarà davvero per tutti gli over 18 -come stabilì l'Agenzia europea del farmaco appena un mese fa- o se in base alle nuove valutazioni dell'Agenzia regolatrice americana anche J&J finirà solo alle persone con più di 60 anni. Nel frattempo piovono rassicurazioni dal ministro della Salute, Roberto Speranza, che non è medico né scienziato eppure conferma: «È un vaccino importante», e dalla platea di virologi che intonano: «Eventi rarissimi», i sei casi di trombosi verificatosi in giovani donne statunitensi. Occorre controllare, fare chiarezza, concordano gli esperti che però non hanno dati di farmacovigilanza da verificare visto che nella Ue non è stata inoculata una sola dose di J&J. E Astrazeneca? «Efficace e sicuro», dichiara Speranza, secondo il quale gli eventi avversi sono «un fenomeno molto ridotto che non va sottovalutato, mantenendo alta la vigilanza». Ecco, appunto, l'attenzione va tenuta alta ma intanto il farmaco anglosvedese continua ad essere somministrato al personale sanitario over 60. Ovvero a tutti i medici, infermieri, farmacisti, dipendenti delle Rsa che in base al decreto legge dello scorso 1° aprile sono obbligati a vaccinarsi contro il Covid, pena il demansionamento o la messa in aspettativa senza stipendio. Quindi mentre l'Unione europea, e l'Italia a strascico, guardano ad altri farmaci e dal prossimo anno non rinnoveranno i contratti con Astrazeneca e Johnson & Johnson, il personale sociosanitario deve farsi iniettare l'anglosvedese Vaxzevria, dopo aver perso il diritto all'autodeterminazione in tema di salute. Un farmaco che in Italia, nel giro di due mesi, è stato sconsigliato agli over 55, poi agli over 60, quindi sono arrivati il via libera per tutte le fasce d'età, il divieto per tutti, mentre adesso l'«uso preferenziale» è per soggetti di età superiore ai 60 anni. Medici e infermieri non possono avere dubbi su Astrazeneca, loro devono vaccinarsi «al fine di tutelare la salute pubblica», benché non si abbiano certezze che i vaccini proteggano dal contagio e impediscano la trasmissione dell'infezione. Lo deve fare l'intera categoria, indipendentemente dall'età e dall'essere quindi più o meno suscettibili ad ammalarsi in forma grave di Covid, e nonostante la durata della protezione dal virus sia ancora ignota. Infatti, nel quarto rapporto Covid dell'Istituto superiore della sanità e del Controllo delle infezioni, datato 13 marzo, alla voce vaccinazione si legge ancora una volta: «Per nessuno dei vaccini in utilizzo è nota al momento la durata della protezione ottenuta con la vaccinazione». L'Iss avverte: «Seppur diminuito, non è possibile al momento escludere un rischio di contagio anche in coloro che sono stati vaccinati». Informazioni che non compaiono nell'allegato al consenso informato che il cittadino deve firmare, dove ci si limita a dire che «la durata della protezione offerta dal vaccino non è nota», e che i soggetti «potrebbero non essere completamente protetti», da sette fino a quindici giorni (a seconda del vaccino) dopo la somministrazione della seconda dose. Ben diverso da quanto sottolinea l'Iss. Il rapporto sul Covid-19 ricorda, dunque, che la vaccinazione con Astrazeneca, Moderna e Pfizer «potrebbe non proteggere tutti i soggetti vaccinati». Aggiunge: «I lavoratori/operatori sanitari nonostante siano stati sottoposti a vaccinazione devono essere considerati potenzialmente in grado di infettarsi con Sars-Cov-2 e di trasmettere il virus ad altri». In questa assenza di evidenze scientifiche è stato imposto loro, per legge, un trattamento sanitario.
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Lo ha dichiarato l'eurodeputato di Fratelli d'Italia a margine dell'evento «Stop the Ets to save the ceramics sector» organizzato dall'eurodeputato Stefano Cavedagna dello stesso partito.
Ursula von der Leyen (Getty Images)
Da Camberra annuncia che oggi firma l’ennesimo «accordo storico» con l’Australia. Anche questo è in gestazione da 18 anni ed è la fotocopia del Mercosur: ci guadagnano industria e finanza, ci perdono gli agricoltori. Per la verità, la Coldiretti, che dopo il sì di Francesco Lollobrigida al Mercosur (bisognava dare l’impressione che l’Italia è europeista e non si può mettere in discussione la Commissione dove siede Rafaele Fitto) si è molto ammorbidita, prova a dire che il patto con i canguri crea opportunità all’agroalimentare italiano facendoci sapere che, mentre noi esportiamo in Australia per quasi 900 milioni loro per ora ci vendono per qualcosa meno di 90. Però è un ragionamento che non guarda lontano. L’accordo azzera in un arco di tempo di almeno dieci anni i dazi su buona parte di prodotti europei e di fatto su tutti i prodotti australiani, ma a un prezzo: consentire a loro di continuare a produrre il falso made in Italy.
Il Parmesan, che loro producono a imitazione del Grana Padano e del Parmigiano Reggiano, possono continuare a venderlo in giro per il mondo, e così il loro «Prosecco». Esiste il Prosecco della King Valley, dove fin dagli anni Novanta viene spumantizzata l’uva glera importata lì da alcuni italoaustraliani. La cantina più nota è la Otto Dal Zotto che a imitazione della strada del Prosecco di Conegliano-Valdobbiadene (sito Unesco) ha anche tracciato la Prosecco-road.
Questo spumante soddisfa al 78% il mercato interno australiano e viene esportato anche in Cina, dove noi facciamo grande fatica a vendere.
Il fatturato del Prosecco dei canguri è attorno ai 300 milioni di dollari australiani, pari a circa 130 milioni di euro, circa il 5% del fatturato dello spumante italiano. L’accordo che la Von der Leyen presenta come epocale prevede che per i prossimi dieci anni i vignaioli di Victoria possano continuare a mandare il loro Prosecco in giro per il mondo senza che nessuno possa dir loro nulla. Lo stesso vale per il Parmesan e per tutti i formaggi australiani tra cui un ottimo Gorgonzola, un saporito Romano e una Feta che è un’offesa nazionale alla Grecia. La cosa curiosa è che questi formaggi potranno essere esportati a dazio zero e così tutti gli altri prodotti a imitazione di quelli tricolore che sono in gran parte fatti da emigranti italiani.
L’Ue, come contentino agli agricoltori, ha previsto un contingentamento all’export di carne di agnello, di manzo, un tetto per lo zucchero, per il riso. Ma quello che non torna è che, come già col Mercosur, si mettono in discussione i criteri dell’etichettatura a marchio europeo. Si accetta di separare il prodotto dal luogo di produzione e il nome dalla storicità del processo. Il presidente del Consorzio del Prosecco Doc (è quello che costa meno) Giancarlo Guidolin prova a fare buon viso a cattivo gioco: «Li costringiamo a scriverci australian in etichetta, è un passo avanti». Ciò che Guidolin non dice è che gli australiani sono liberi di vendere il loro Prosecco su tutti i mercati dove la tutela del nostro Doc non vale e cioè in tutto il mondo tranne che in Europa dove però arriverà egualmente. E lo stesso vale per i formaggi. Questo accordo, che Ursula von der Leyen magnifica perché «consente agli australiani di entrare in contatto con i prodotti europei e offre anche una platea di 450 milioni di consumatori ci dà un risparmio di un miliardo sulle tariffe doganali» in realtà all’Ue interessa per due ragioni: il rafforzamento delle intese militari sulla sicurezza soprattutto in mare e progetti di ricerca comuni.
La Von der Leyen dice che in dieci anni l’interscambio crescerà del 33% e quasi a sfiorare i 18 miliardi di export. E a questo guardano i nostri produttori convinti che l’Australia sia il nuovo Eldorado (lo dice Assolatte) ma devono non aver fatto i conti con la concorrenza di ritorno e sull’esiguità del vantaggio: in fine dei conti i dazi in ingresso in Australia delle nostre merci era tra il 5 e il 15%, ma oggi gli australiani avranno via libera in Europa anche perché, come nel caso del Mercosur, non ci sono le clausole di salvaguardia. La butta in politica il capo del Ppe Manfred Weber che parla di un protagonismo europeo nell’area del Pacifico: «Approfondire i legami con un partner fidato dall’altra parte del mondo è particolarmente importante in questo periodo geopolitico, in quanto garantisce maggiore stabilità e prevedibilità per tutti noi». Gli risponde indirettamente l’eurodeputata dei 5 Stelle, Carolina Morace che nota: «L’accordo commerciale Ue-Australia è un insulto all’Italia perché autorizza vini australiani a utilizzare il termine Prosecco. Con questa decisione la Commissione europea legalizza l’Italian sounding e cioè l’imitazione delle nostre eccellenze agroalimentari nel mondo». A darle torto si fa davvero fatica.
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(Totaleu)
Lo ha dichiarato l'eurodeputato di Fratelli d'italia a margine dell'evento «Piumini e catene. Storie di Maranza» al Parlamento europeo a Bruxelles.