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2024-07-26
Dazi sulle auto prodotte in Messico. Trump «vuole» le fabbriche cinesi
Donald Trump (Getty Images)
Alla convention del Partito repubblicano della settimana scorsa, che lo ha designato quale candidato alle elezioni per la Casa Bianca, Donald Trump ha parlato di nuovo di dazi sulle importazioni di automobili, ma ha aperto alla possibilità di investimenti cinesi negli Stati Uniti. «Grandi fabbriche vengono costruite oltre confine in Messico» dalla Cina per produrre auto da vendere negli Stati Uniti, ha detto Trump. «Quegli impianti saranno costruiti negli Stati Uniti e la nostra gente gestirà quegli impianti», ha detto, aggiungendo che, altrimenti, avrebbe imposto tariffe fino al 200% su ogni auto per impedirne l’ingresso nel Paese. Concetti già espressi nel marzo scorso durante un comizio in Ohio, la cui sintesi era: metterò forti dazi sull’import, ma se i cinesi vogliono aprire qui le loro fabbriche, sono i benvenuti.
La cosa può risultare sorprendente e in effetti lo è, in un certo senso. L’eventualità di fabbriche appartenenti ad aziende cinesi in territorio statunitense solleva a Washington molti dubbi sul tema della sicurezza nazionale, ad esempio. A parte ciò, esiste anche la possibilità che si tratti solo di una boutade elettorale, estratta dal cilindro per accaparrarsi i voti dei colletti blu della cosiddetta rust belt, cuore (malato) dell’industria americana. C’è dietro altro? È possibile che la proposta di Trump non sia poi così peregrina?
Per capirlo occorre guardare alla situazione del mercato americano dell’auto e agli scambi internazionali. Nel settore auto, gli Stati Uniti hanno un deficit commerciale che, nel 2022, era di 103 miliardi di dollari. «L’arrivo di auto low cost prodotte in Messico da aziende cinesi, che costano poco perché finanziate dal governo di Pechino, rischia di portare il settore automotive americano all’estinzione», aveva scritto pochi mesi fa la Alliance for american manufacturing (Aam), l’associazione degli industriali dell’auto statunitense. La Aam ha chiesto al governo di bloccare l’importazione delle auto cinesi dal Messico, che sono «una backdoor commerciale per le importazioni cinesi».
Oggi negli Usa le «big three» di Detroit (General Motors, Ford e Stellantis) hanno una quota del 40%, mentre il resto del mercato è in gran parte in mano a costruttori giapponesi, coreani ed europei. L’import americano di auto dalla Cina, a oggi, è del tutto trascurabile. Su 12,3 milioni di veicoli immatricolati negli Usa nel 2023, circa 2,6 milioni sono stati, invece, importati dal vicino Messico, che risulta essere il maggior fornitore del mercato statunitense (seguono Giappone, Canada, Sud Corea e Germania). Il trattato di libero scambio del Nord America consente di esportare negli Usa senza diritti di dogana, ragion per cui quasi tutti i maggiori marchi automobilistici mondiali impegnati sul mercato statunitense hanno aperto in Messico le proprie fabbriche, per avvantaggiarsi dei costi del lavoro più bassi e della fitta rete di accordi di libero scambio messicana.
Altrettanto sta facendo la Cina, con Byd intenzionata ad aprire una fabbrica di assemblaggio delle proprie auto da vendere poi negli Stati Uniti (e non solo). Rispetto a questa situazione, Trump intende cambiare le cose, imponendo un dazio del 200% sulle auto cinesi alla frontiera con il Messico. Per farlo, però, dovrebbe applicare un dazio specifico, poiché anche i marchi americani (e gli altri marchi stranieri) importano negli Usa dalle proprie fabbriche delocalizzate in Messico.
A meno che il disegno sia di far rimpatriare anche le case automobilistiche statunitensi, cosa che, pur irta di difficoltà politiche, avrebbe senso. Ciò detto, un dazio al 200% renderebbe praticamente impossibile competere sul mercato americano per qualunque casa automobilistica. Dall’altra parte, l’apertura di fabbriche d’auto cinesi in territorio americano porterebbe almeno tre vantaggi: creare lavoro per gli operai americani, portare profitti alle banche americane che forniscono gli investimenti e, in condizioni normali, far crescere il Pil statunitense.
Tutto ciò è ancora più vero se fossero costrette allo stesso iter anche le altre aziende asiatiche ed europee. Gli investimenti diretti all’estero (Ide), quali questi sarebbero, darebbero luogo a profitti che entrerebbero con segno meno nella bilancia dei pagamenti Usa, appesantendo il saldo negativo. Ma il ragionamento di Trump (o, più probabilmente, di Robert Lighthizer, consigliere dell’ex presidente) probabilmente è questo: gli Usa hanno un saldo pesantemente negativo della bilancia commerciale sia con la con la Cina sia con il Messico (rispettivamente di -279 e -152 miliardi di dollari nel 2023). Spostare la voce «automobili» dal conto delle partite correnti (dove è la bilancia commerciale delle merci) al conto capitale e finanziario (dove transitano i profitti verso l’estero) avrebbe un effetto positivo sulla bilancia dei pagamenti. Anziché pesare a valore pieno sulla bilancia commerciale dei beni importati, vi sarebbe solo un deflusso dei profitti finanziari generati negli Usa verso l’estero. In estrema sintesi, qualche americano in più lavora (e qualche cinese in meno), il Pil americano cresce, le entrate fiscali americane anche e il disavanzo commerciale degli Usa si riduce.
L’operazione è certo complessa, con diverse incognite e con qualche possibile conseguenza, però non è affatto impossibile. Rimpatriare dal Messico capacità produttiva darebbe spinta al Pil degli Usa e creerebbe lavoro. Non è detto che tutto ciò sia solo campagna elettorale, potrebbe diventare il new normal nel caso di una vittoria di Trump il prossimo novembre.
«Sono il migliore, quindi mi ritiro»
Ha avuto un che di surreale il discorso con cui Joe Biden ha parlato per la prima volta della sua decisione di ritirarsi dalla campagna elettorale. Pensiamo innanzitutto alla tempistica. Dopo aver annunciato la sua decisione domenica con un comunicato stringato, il presidente ha aspettato fino a mercoledì sera per affrontare la questione: ovviamente senza ricorrere a una conferenza stampa, dove i giornalisti avrebbero potuto metterlo sotto pressione.In secondo luogo, Biden non ha chiarito granché le motivazioni del suo gesto. «Credo che il mio curriculum da presidente, la mia leadership nel mondo, la mia visione del futuro dell’America meritassero tutti un secondo mandato, ma niente può ostacolare la salvezza della nostra democrazia e questo include l’ambizione personale», ha detto, per poi aggiungere: «Ho deciso che il modo migliore per procedere è passare il testimone a una nuova generazione: è il modo migliore per unire la nostra nazione». Insomma, prima ha detto di essersi sentito in grado di reggere un secondo mandato. Poi però ha aggiunto che, in nome dell’unità nazionale, ha deciso di «passare il testimone». Peccato che non abbia esplicitato il perché della sua scelta.Non è d’altronde un mistero che Biden abbia cercato di resistere in tutti i modi alle pressioni di chi voleva un suo passo indietro. Trasparenza avrebbe voluto che il presidente chiarisse apertamente la motivazione che lo ha spinto a cambiare idea. Ma non l’ha fatto. Il che aumenta l’opacità con cui il Partito democratico ha gestito il suo siluramento. Il terzo aspetto problematico è che, nel suo discorso, Biden ha reso noto di voler portare a termine il proprio mandato presidenziale. Ma allora, nuovamente, per quale motivo si è ritirato dalla campagna elettorale? Il paragone con Lyndon Johnson non regge. In primis, Johnson, nel 1968, si ritirò a marzo e non a fine luglio. Inoltre, fece un passo indietro per ll’impopolarità che lo perseguitava a causa della guerra in Vietnam e giustificò il proprio addio elettorale dicendo di voler avere le mani libere per occuparsi di quel conflitto.Biden, invece, è finito sotto pressione a causa delle sue precarie condizioni psicofisiche. Condizioni che tuttavia, nel suo discorso, il diretto interessato non ha citato. I casi sono due. O Biden ritiene di essere sano (e allora perché si tira indietro? oppure sa di essere malato (e allora perché rifiuta di dimettersi da presidente?).Nel suo discorso ha parlato anche di «difesa della democrazia». Eppure ha appena ceduto a una manovra di palazzo che ha bellamente bypassato le primarie. Primarie che, in una lettera scritta tre settimane fa ai parlamentari dem, il presidente rivendicava di aver vinto, respingendo le richieste di un passo indietro. «Gli elettori del Partito democratico hanno votato. Mi hanno scelto come candidato del partito», scrisse. Adesso si è rimangiato tutto. Si è ritirato dalla campagna senza spiegare il motivo e, anziché invocare un processo aperto per la scelta del sostituto, ha dato l’endorsement a Kamala Harris, spianando così la strada a una sorta di successione dinastica. Né vale parlare di «emergenza». Qui non c’è nessuna emergenza. C’è un presidente che, fino a una manciata di giorni fa, non ne voleva sapere di fare un passo indietro e che poi, a seguito di pressioni opache, ha improvvisamente deciso di lasciare a tre mesi dal voto.Del resto, che Biden avesse problemi di lucidità era noto fin dal 2020. Per quale ragione non ha allora dovuto affrontare alcuna sfida seria alle primarie? Probabilmente perché l’establishment dem, a partire da Barack Obama, sperava in un suo ritiro «spontaneo» per avviare la cosiddetta «successione ordinata» (vale a dire: una successione in barba al voto della base). Quello che Obama non aveva previsto è stata la resistenza di Biden (e dei famigliari) a mollare: una situazione, che ha finito con l’allungare i tempi.Resta comunque l’inquietante opacità della sostituzione del presidente. E meno male che l’Asinello continua a presentarsi come il baluardo della democrazia.
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Fa discutere il piano del tycoon di tassare del 200% le vetture costruite oltre confine per «costringere» le case del Dragone a traslocare negli States. Così crescerebbero i posti di lavoro, i profitti delle banche e anche il Pil.Alla convention del Partito repubblicano della settimana scorsa, che lo ha designato quale candidato alle elezioni per la Casa Bianca, Donald Trump ha parlato di nuovo di dazi sulle importazioni di automobili, ma ha aperto alla possibilità di investimenti cinesi negli Stati Uniti. «Grandi fabbriche vengono costruite oltre confine in Messico» dalla Cina per produrre auto da vendere negli Stati Uniti, ha detto Trump. «Quegli impianti saranno costruiti negli Stati Uniti e la nostra gente gestirà quegli impianti», ha detto, aggiungendo che, altrimenti, avrebbe imposto tariffe fino al 200% su ogni auto per impedirne l’ingresso nel Paese. Concetti già espressi nel marzo scorso durante un comizio in Ohio, la cui sintesi era: metterò forti dazi sull’import, ma se i cinesi vogliono aprire qui le loro fabbriche, sono i benvenuti.La cosa può risultare sorprendente e in effetti lo è, in un certo senso. L’eventualità di fabbriche appartenenti ad aziende cinesi in territorio statunitense solleva a Washington molti dubbi sul tema della sicurezza nazionale, ad esempio. A parte ciò, esiste anche la possibilità che si tratti solo di una boutade elettorale, estratta dal cilindro per accaparrarsi i voti dei colletti blu della cosiddetta rust belt, cuore (malato) dell’industria americana. C’è dietro altro? È possibile che la proposta di Trump non sia poi così peregrina? Per capirlo occorre guardare alla situazione del mercato americano dell’auto e agli scambi internazionali. Nel settore auto, gli Stati Uniti hanno un deficit commerciale che, nel 2022, era di 103 miliardi di dollari. «L’arrivo di auto low cost prodotte in Messico da aziende cinesi, che costano poco perché finanziate dal governo di Pechino, rischia di portare il settore automotive americano all’estinzione», aveva scritto pochi mesi fa la Alliance for american manufacturing (Aam), l’associazione degli industriali dell’auto statunitense. La Aam ha chiesto al governo di bloccare l’importazione delle auto cinesi dal Messico, che sono «una backdoor commerciale per le importazioni cinesi».Oggi negli Usa le «big three» di Detroit (General Motors, Ford e Stellantis) hanno una quota del 40%, mentre il resto del mercato è in gran parte in mano a costruttori giapponesi, coreani ed europei. L’import americano di auto dalla Cina, a oggi, è del tutto trascurabile. Su 12,3 milioni di veicoli immatricolati negli Usa nel 2023, circa 2,6 milioni sono stati, invece, importati dal vicino Messico, che risulta essere il maggior fornitore del mercato statunitense (seguono Giappone, Canada, Sud Corea e Germania). Il trattato di libero scambio del Nord America consente di esportare negli Usa senza diritti di dogana, ragion per cui quasi tutti i maggiori marchi automobilistici mondiali impegnati sul mercato statunitense hanno aperto in Messico le proprie fabbriche, per avvantaggiarsi dei costi del lavoro più bassi e della fitta rete di accordi di libero scambio messicana. Altrettanto sta facendo la Cina, con Byd intenzionata ad aprire una fabbrica di assemblaggio delle proprie auto da vendere poi negli Stati Uniti (e non solo). Rispetto a questa situazione, Trump intende cambiare le cose, imponendo un dazio del 200% sulle auto cinesi alla frontiera con il Messico. Per farlo, però, dovrebbe applicare un dazio specifico, poiché anche i marchi americani (e gli altri marchi stranieri) importano negli Usa dalle proprie fabbriche delocalizzate in Messico. A meno che il disegno sia di far rimpatriare anche le case automobilistiche statunitensi, cosa che, pur irta di difficoltà politiche, avrebbe senso. Ciò detto, un dazio al 200% renderebbe praticamente impossibile competere sul mercato americano per qualunque casa automobilistica. Dall’altra parte, l’apertura di fabbriche d’auto cinesi in territorio americano porterebbe almeno tre vantaggi: creare lavoro per gli operai americani, portare profitti alle banche americane che forniscono gli investimenti e, in condizioni normali, far crescere il Pil statunitense.Tutto ciò è ancora più vero se fossero costrette allo stesso iter anche le altre aziende asiatiche ed europee. Gli investimenti diretti all’estero (Ide), quali questi sarebbero, darebbero luogo a profitti che entrerebbero con segno meno nella bilancia dei pagamenti Usa, appesantendo il saldo negativo. Ma il ragionamento di Trump (o, più probabilmente, di Robert Lighthizer, consigliere dell’ex presidente) probabilmente è questo: gli Usa hanno un saldo pesantemente negativo della bilancia commerciale sia con la con la Cina sia con il Messico (rispettivamente di -279 e -152 miliardi di dollari nel 2023). Spostare la voce «automobili» dal conto delle partite correnti (dove è la bilancia commerciale delle merci) al conto capitale e finanziario (dove transitano i profitti verso l’estero) avrebbe un effetto positivo sulla bilancia dei pagamenti. Anziché pesare a valore pieno sulla bilancia commerciale dei beni importati, vi sarebbe solo un deflusso dei profitti finanziari generati negli Usa verso l’estero. In estrema sintesi, qualche americano in più lavora (e qualche cinese in meno), il Pil americano cresce, le entrate fiscali americane anche e il disavanzo commerciale degli Usa si riduce.L’operazione è certo complessa, con diverse incognite e con qualche possibile conseguenza, però non è affatto impossibile. Rimpatriare dal Messico capacità produttiva darebbe spinta al Pil degli Usa e creerebbe lavoro. Non è detto che tutto ciò sia solo campagna elettorale, potrebbe diventare il new normal nel caso di una vittoria di Trump il prossimo novembre.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/trump-vuole-la-fabbriche-cinesi-2668820037.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="sono-il-migliore-quindi-mi-ritiro" data-post-id="2668820037" data-published-at="1722000884" data-use-pagination="False"> «Sono il migliore, quindi mi ritiro» Ha avuto un che di surreale il discorso con cui Joe Biden ha parlato per la prima volta della sua decisione di ritirarsi dalla campagna elettorale. Pensiamo innanzitutto alla tempistica. Dopo aver annunciato la sua decisione domenica con un comunicato stringato, il presidente ha aspettato fino a mercoledì sera per affrontare la questione: ovviamente senza ricorrere a una conferenza stampa, dove i giornalisti avrebbero potuto metterlo sotto pressione.In secondo luogo, Biden non ha chiarito granché le motivazioni del suo gesto. «Credo che il mio curriculum da presidente, la mia leadership nel mondo, la mia visione del futuro dell’America meritassero tutti un secondo mandato, ma niente può ostacolare la salvezza della nostra democrazia e questo include l’ambizione personale», ha detto, per poi aggiungere: «Ho deciso che il modo migliore per procedere è passare il testimone a una nuova generazione: è il modo migliore per unire la nostra nazione». Insomma, prima ha detto di essersi sentito in grado di reggere un secondo mandato. Poi però ha aggiunto che, in nome dell’unità nazionale, ha deciso di «passare il testimone». Peccato che non abbia esplicitato il perché della sua scelta.Non è d’altronde un mistero che Biden abbia cercato di resistere in tutti i modi alle pressioni di chi voleva un suo passo indietro. Trasparenza avrebbe voluto che il presidente chiarisse apertamente la motivazione che lo ha spinto a cambiare idea. Ma non l’ha fatto. Il che aumenta l’opacità con cui il Partito democratico ha gestito il suo siluramento. Il terzo aspetto problematico è che, nel suo discorso, Biden ha reso noto di voler portare a termine il proprio mandato presidenziale. Ma allora, nuovamente, per quale motivo si è ritirato dalla campagna elettorale? Il paragone con Lyndon Johnson non regge. In primis, Johnson, nel 1968, si ritirò a marzo e non a fine luglio. Inoltre, fece un passo indietro per ll’impopolarità che lo perseguitava a causa della guerra in Vietnam e giustificò il proprio addio elettorale dicendo di voler avere le mani libere per occuparsi di quel conflitto.Biden, invece, è finito sotto pressione a causa delle sue precarie condizioni psicofisiche. Condizioni che tuttavia, nel suo discorso, il diretto interessato non ha citato. I casi sono due. O Biden ritiene di essere sano (e allora perché si tira indietro? oppure sa di essere malato (e allora perché rifiuta di dimettersi da presidente?).Nel suo discorso ha parlato anche di «difesa della democrazia». Eppure ha appena ceduto a una manovra di palazzo che ha bellamente bypassato le primarie. Primarie che, in una lettera scritta tre settimane fa ai parlamentari dem, il presidente rivendicava di aver vinto, respingendo le richieste di un passo indietro. «Gli elettori del Partito democratico hanno votato. Mi hanno scelto come candidato del partito», scrisse. Adesso si è rimangiato tutto. Si è ritirato dalla campagna senza spiegare il motivo e, anziché invocare un processo aperto per la scelta del sostituto, ha dato l’endorsement a Kamala Harris, spianando così la strada a una sorta di successione dinastica. Né vale parlare di «emergenza». Qui non c’è nessuna emergenza. C’è un presidente che, fino a una manciata di giorni fa, non ne voleva sapere di fare un passo indietro e che poi, a seguito di pressioni opache, ha improvvisamente deciso di lasciare a tre mesi dal voto.Del resto, che Biden avesse problemi di lucidità era noto fin dal 2020. Per quale ragione non ha allora dovuto affrontare alcuna sfida seria alle primarie? Probabilmente perché l’establishment dem, a partire da Barack Obama, sperava in un suo ritiro «spontaneo» per avviare la cosiddetta «successione ordinata» (vale a dire: una successione in barba al voto della base). Quello che Obama non aveva previsto è stata la resistenza di Biden (e dei famigliari) a mollare: una situazione, che ha finito con l’allungare i tempi.Resta comunque l’inquietante opacità della sostituzione del presidente. E meno male che l’Asinello continua a presentarsi come il baluardo della democrazia.
Rocco Buttiglione (secondo da sinistra), durante la Messa dell'Epifania nella Basilica di San Pietro, celebrata da Papa Benedetto XVI il 6 gennaio 2013 (Getty Images)
Secondo Joseph Ratzinger, quello del filosofo Dietrich von Hildebrand (1889-1977) sarebbe diventato «il nome più eminente per la storia intellettuale della Chiesa cattolica del XX secolo». In occasione della Giornata di studio della Cattedra Hildebrand per il Personalismo Cristiano Amore e comunione nel pensiero di Dietrich von Hildebrand, tenutasi presso il Pontificio Ateneo Regina Apostolorum di Roma, La Verità ha intervistato il professor Rocco Buttiglione, tra i principali interpreti contemporanei del personalismo cristiano e del pensiero di Karol Wojtyła.
Professor Buttiglione, il documento vaticano del 2005 Una caro ha riportato al centro del dibattito ecclesiale e culturale il tema dell’amore coniugale come comunione personale. Perché il pensiero di Dietrich von Hildebrand è attuale?
«Molte volte i cattolici hanno sviluppato una pedagogia del dovere. La parola di Dio, oppure la Legge naturale, oppure la Tradizione mi dicono cosa devo fare e io lo faccio. Disimpegno un ruolo sociale e assumo gli obblighi corrispondenti. L’energia della vita viene assorbita dall’adempimento del dovere. Fra il dovere ed il desiderio del cuore nasce un’ostilità, una contrapposizione. Il tipo di uomo che risulta da questa educazione è una persona “per bene”, che svolge responsabilmente il suo ruolo sociale ma è spento dentro, è noioso ed è annoiato. Gran parte delle energie della persona sono assorbite dal compito di controllare e tenere sottomesse le passioni dell’anima. Ogni tanto, o anche spesso, questa pressione viene sospesa e le passioni vengono soddisfatte, nella forma più rozza, più immediata e meno umana. Molti vivono da robot i giorni della settimana, e il sabato e la domenica si ubriacano fino a perdere la coscienza di sé o fino ad andare a letto con chi capita (in America questo si chiama binge drinking) oppure assumono droghe, o entrano nel giro del gioco virtuale. La pedagogia del dovere parte dalla convinzione che la passione sia cattiva. Von Hildebrand parte invece dalla convinzione che la passione sia buona, che ogni percezione di un oggetto sia accompagnata dalla intuizione di un valore proprio dell’oggetto percepito e che queste intuizioni di valore si dispongano naturalmente in una gerarchia di valori. Le passioni non hanno bisogno di essere represse per essere sottomesse al dominio della ragione. Hanno bisogno, se mai, di essere educate per fare in modo che la loro energia confluisca per intero nell’adempimento del compito della vita. Ognuno conosce la differenza fra un professore che svolge meccanicamente il compito di esporre una disciplina e uno che ama quello che fa, lo investe con tutta la passione della sua vita e in tal modo appassiona lo studente alla materia che insegna. Questo è il grande apporto di von Hildebrand alla filosofia contemporanea: la conciliazione, anzi il matrimonio fra dovere e passione».
Nel suo intervento lei parlera del “pensare a partire dal cuore” in dialogo con Hildebrand, Wojtyła e Giussani. In che senso il cuore può essere considerato un luogo autentico della conoscenza morale e non semplicemente della soggettività emotiva?
«La filosofia classica distingue nell’uomo due facoltà diverse, l’intelletto e la volontà. L’intelletto processa tutta la informazione disponibile e poi comunica il suo giudizio alla volontà che secondo tale giudizio è tenuta ad operare. La volontà deve obbedire all’intelletto e deve resistere alle passioni che tendono a trascinarla ad agire per la soddisfazione del momento e non secondo gli interessi di lungo periodo della persona. In modi diversi e convergenti von Hildebrand, Wojtyła e Giussani ci dicono che intelletto e volontà sono astrazioni, certo valide nel livello loro proprio ma lontane un passo dalla realtà. La realtà dell’uomo è il cuore che è il centro dinamico della persona. Dobbiamo imparare a pensare a partire dal cuore, cioè a partire dall’insieme di esigenze ed evidenze elementari che sono costitutive di ciascuno di noi. Pensare a partire dal cuore ci rivela anche la positività delle passioni che non devono essere represse, ma guidate verso il loro fine proprio. Questo è il compito della cultura».
Hildebrand insiste molto sul fatto che l’uomo non “costruisce” il valore, ma lo riconosce e vi risponde. Quanto questa impostazione può rappresentare oggi un’alternativa al relativismo contemporaneo?
«Io non mi sono fatto da solo. Io sono dato a me stesso. La prima lealtà del pensiero è il riconoscimento del dono. Ricevo da Dio il dono del mio essere. Ad un livello più prossimo ricevo il mio corpo dai miei genitori e modello il mio spirito nel dialogo con loro. Attraverso i genitori incontro il mondo della cultura al quale appartengo e che devo fare mio. Fare mio questo mondo non è però una operazione passiva. Qui la originaria passività si capovolge in attività. Devo creare il mio mondo interiore attraverso il dialogo con la Tradizione che mi precede. La originaria passività è la condizione della mia attività creativa. Per poter essere creativo devo prima di tutto accettare il dono di me che viene da un altro. Per essere padre devo accettare di essere figlio».
Nel dibattito pubblico contemporaneo sembra prevalere una concezione delle relazioni molto legata all’autorealizzazione individuale o alla soddisfazione reciproca. Che cosa può dire oggi il personalismo cristiano sul significato dell’amore come dono di sé? Lei ha dedicato, inoltre, gran parte della sua riflessione al rapporto tra verità e libertà. Ritiene che oggi esista ancora spazio, culturalmente, per parlare di verità sull’uomo senza essere immediatamente accusati di dogmatismo?
«È in gioco il senso della libertà. Posso giocare con la libertà immaginando di creare il mondo a partire da me stesso ed ignorando che ciò che sono l'ho ricevuto. Posso pensare la libertà come un “fare quello che pare e piace”. Questo è però un gioco demente ed il suo punto d’arrivo necessario è l’autoinganno, la disperazione e la follia. I nostri autori propongono un’altra visione della libertà. Per cominciare la libertà decide all’interno di un orizzonte di possibilità che mi è dato. Posso decidere solo all’interno di questo orizzonte che mi è dato dalla modalità concreta in cui ricevo il dono dell’essere. Facciamo un esempio: la esperienza più grande di libertà nella mia vita coincide con il momento in cui la ragazza di cui ero innamorato mi ha detto di sì. Per vivere questa esperienza la mia libertà non può fingersi sovrana, deve accettare di essere mendicante. Io chiedo il sì di un’altra libertà, che potrebbe anche dirmi di no. La libertà comporta, inevitabilmente, un rischio. L’incontro della mia libertà con la libertà dell’altro mi cambia. Non penso più il mondo a partire da me. Lo penso a partire da noi. Non posso definire il mio bene senza includere nel mio bene il bene dell’altro. È davvero un altro mondo».
Che cosa accomuna, a suo avviso, figure molto diverse come Hildebrand, Wojtyła e don Luigi Giussani? Le chiedo inoltre: nel contesto delle grandi trasformazioni antropologiche contemporanee - dalla crisi della famiglia alla solitudine sociale - quali aspetti del personalismo cristiano ritiene oggi più urgenti?
«La cosa più urgente è riscoprire l’amore. L’amore è quella “divina follia” che fa in modo che “due” divengano “uno”. Ogni qual volta un ragazzo ed una ragazza si innamorano e imparano a dire “noi”, la società liquida di cui parla Zygmunt Bauman si condensa e si risolidifica. Per fortuna i giovani continuano ad innamorarsi. Tutto il mondo, però, è contro di loro. Tutti dicono loro che non vale la pena, che il sesso è reale e l’amore invece no, che chi ama di più soffre di più, che nella vita bisogna accontentarsi, che non si può andare oltre il circolo ferreo dell’interesse individuale e che alla fine l’amore è destinato a perire. Così alle prime difficoltà si arrendono e rompono, in attesa di un altro amore che inizieranno già stanchi e sfiduciati, già convinti nel fondo che l’amore vero non esista. Convinti di avere esplorato la profondità dell’amore e di esserne delusi, non hanno in realtà neppure incominciato a capire che cosa sia. Von Hildebrand era soprannominato dai suoi amici “Doctor Amoris”. Di questo c’è bisogno. In un recente documento il Dicastero della dottrina della fede della Chiesa Cattolica ci offre un grande elogio dell’amore che attinge in gran parte al pensiero di von Hildebrand e di Wojtyła. È un segno di speranza. Di recente si è conclusa a Milano, con una celebrazione in Sant'Ambrogio, la fase diocesana del processo di beatificazione di don Giussani. Anche questo è un segno di speranza».
intervista realizzata da Elisa Grimi, Direttore della Cattedra per il Personalismo Cristiano, Pontificio Ateneo Regina Apostolorum, Roma (Italia)
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(Ansa)
Fare in fretta e fare bene: dopo il buon risultato del primo turno delle amministrative, il centrodestra punta tutto sulla legge elettorale per mettere all’angolo gli avversari. Innanzitutto, si obbligherà il centrosinistra a indicare il candidato premier prima delle elezioni, con tutte le conseguenze (nefaste, per loro) del caso. I risultati delle comunali, inoltre, al di là del voto dei centri più importanti, restituiscono una distribuzione dell’elettorato molto frammentata, con Pd, M5s, Avs e alleati che, correndo uniti a differenza del 2022, nei collegi soprattutto al Sud (basta leggere i risultati delle comunali in Campania) potrebbero fare il pieno di uninominali. Proprio gli uninominali, quindi, verranno eliminati nella nuova legge elettorale, che il centrodestra deve però approvare il prima possibile, per non consegnare al centrosinistra l’arma propagandistica del «parlate di cose che non interessano alla gente» e «volete cambiare in corsa le regole».
Alcune modifiche, quindi, verranno apportate al testo originario: le indiscrezioni parlano di un premio di maggioranza più contenuto e di una soglia per ottenerlo leggermente più alta del 40%, per non correre il rischio di una bocciatura da parte della Corte costituzionale. Le preferenze? Falso problema: come già sanno i lettori della Verità, basterà «bloccare» il cappello di lista per garantire l’elezione dei candidati scelti dalle segreterie di partito, lasciando gli altri a battersi per la speranza di un posto al sole. «Ci sono tre disegni di legge», spiega il presidente della commissione Affari costituzionali della Camera, Nazario Pagano di Forza Italia, al termine dei lavori di ieri, «sui quali si è aperta la discussione generale e si sta svolgendo in commissione. Al suo esito, anche sulla scorta di ciò che è emerso dalle audizioni, molto variegate, i relatori trarranno le loro conseguenze ed è probabile che faranno le loro proposte. Delle modifiche saranno proposte, questo sì. A me non risulta che il testo sarà stravolto. C’è sempre stata la intenzione di coinvolgere le opposizioni», aggiunge Pagano, «io ero anche favorevole a un comitato ristretto ma se opponi sempre un niet sovietico a qualunque cose capite che è un problema». In Commissione non è mancata un po’ di bagarre, poiché le opposizioni, prendendo spunto dalle indiscrezioni di stampa su imminenti modifiche al testo in fase di valutazione, hanno chiesto di poter discutere su quello definitivo: «Se c’è un nuovo testo base», chiede il deputato del Pd Gianni Cuperlo, «perché iniziamo la discussione generale su un testo base che di fatto voi stessi dite che non c’è più? Su questo punto c’è stata un’oretta di schermaglie. I relatori sono intervenuti dicendo che ragionevolmente ci sarà un testo modificato ma di fatto ancora non c’è. Il presidente Pagano si è impuntato e ha avviato comunque la discussione generale che, ha detto, servirà a definire il nuovo testo che arriverà successivamente. Ma è un gioco dell’oca: se stanno discutendo sul nuovo testo base ci facciano sapere cosa prevede».
Il gioco delle parti: in realtà l’unica speranza per il centrosinistra è che la maggioranza perda tempo e arrivi «lunga», troppo a ridosso delle elezioni per procedere a modificare la legge. «Se c’è la volontà politica», sottolinea il presidente del Senato, Ignazio La Russa, «ci sono i tempi. Non è un problema di tempi il percorso delle leggi, è sempre figlio della volontà politica». Sembrano invece superate le perplessità di Forza Italia, che non può certo sganciarsi da un’alleanza che sta in piedi, da più di 30 anni, non solo a livello nazionale ma anche in regioni e comuni. Il problema-Roberto Vannacci? Tutta fuffa: Forza Italia alla fine accetterà l’alleanza con chiunque, pur di vincere, incassare la sua quota di premio di maggioranza e restare al governo. Un «accordo sul programma» si trova sempre, come del resto lo troveranno nel centrosinistra, dove certo non mancano le distanze tra le visioni dei vari partiti.
A proposito di Vannacci: il generale non molla sulle preferenze, ma la nuova legge elettorale, manco a dirlo, gli sta benissimo: «A noi non interessano le altre dinamiche», commenta Vannacci, «la soglia di sbarramento la mettano dove vogliono. Ci piace il premio di maggioranza perché consegna governabilità al Paese, ma siamo assolutamente contrari al fatto che non si riprendano in considerazione le preferenze e che le preferenze non vengano reintrodotte. La sinistra, peraltro, deve tacere perché questa legge si chiama Rosatellum, deriva da Rosato che è un loro esimio rappresentante, quindi è stata la sinistra in primis a non volere le preferenze e siamo noi di Futuro nazionale invece ad avanzare questa istanza. Faremo tutti gli emendamenti, tutti gli ordini del giorno per farci ascoltare», aggiunge il leader di Fn, «anche se sappiamo che le dinamiche di potere, di palazzo e le mosse del cavallo delle segreterie dei partiti saranno difficili da superare».
Col pareggio Colle in mano ai cespugli. Ecco perché servono regole diverse
Naturalmente fare previsioni su un voto che arriverà fra un anno, senza sapere se la legge elettorale resterà in vigore oppure verrà modificata, è un esercizio rischioso. Eppure i sondaggi - per quel che valgono -accreditano sempre più uno scenario preciso: dalle elezioni politiche del 2027 potrebbe non uscire una maggioranza chiara. Centrodestra e centrosinistra rischiano di equivalersi. È questo il vero spettro che si aggira nelle stanze della politica italiana: il fantasma del pareggio. Se ne discute nei partiti, nelle coalizioni, nei retroscena parlamentari, nei sondaggi, utili a costruire strategie in vista del voto e sulle pagine dei giornali. Se ne parla soprattutto in relazione al difficile percorso che dovrebbe portare a una nuova legge elettorale, con l’obiettivo dichiarato di garantire una maggioranza stabile e un governo in grado di durare per l’intera legislatura. Ma il tema non riguarda soltanto il governo del Paese. Sullo sfondo c’è già il 2029, anno in cui il prossimo Parlamento sarà chiamato ad eleggere il successore di Sergio Mattarella al Quirinale. È anche in funzione di quell’appuntamento decisivo che i partiti stanno ragionando sugli equilibri parlamentari. Il ricordo della non vittoria corre inevitabilmente al 2013, quando il risultato elettorale impedì a Pier Luigi Bersani di conquistare Palazzo Chigi e aprì una lunga stagione di governi eterogenei e larghe intese, alimentando smarrimento e sfiducia nell’elettorato. Per questo motivo, l’idea stessa di un nuovo pareggio viene letta da molti come il segnale di una crisi dei due poli e di una crescente sfiducia verso l’intero sistema politico. Ma chi spinge per desiderare questo ipotetico risultato? Sono senza dubbio tutte le forze centriste e i partiti di dimensioni minori (Azione, Italia viva, la parte riformista del Pd, ) che sperano di essere determinanti nella formazione di una alleanza di governo. In un Parlamento senza maggioranze autosufficienti, infatti, il loro peso politico potrebbe essere decisivo.
Da qui nasce il dibattito aperto nei diversi schieramenti tra «pareggisti» e «bipolaristi». Uno scontro che attraversa in particolare il centrosinistra. Da una parte c’è chi rifiuta qualsiasi dialogo con il governo Meloni sulla riforma elettorale, dall’altra chi ritiene inevitabile aprire un confronto per impedire una nuova stagione di instabilità.Nel Partito democratico l’arbitro di questa discussione sembra essere ancora Dario Franceschini. Secondo alcuni retroscena, l’ex ministro avrebbe invitato i dirigenti dem a riflettere sul fatto che rifiutarsi oggi di discutere con la Meloni sulla riforma elettorale non metterebbe comunque il Pd al riparo da un confronto con Fratelli d’Italia domani, in caso di pareggio. Una riflessione che non fa una grinza ma il dibattito si complica quando lo sguardo si sposta sul Qurinale.
I «pareggisti», infatti, sostengono che in caso di «non vittoria» dei due schieramenti sarebbe più semplice influire sulla scelta del nuovo presidente della Repubblica. Nel centrosinistra cresce il timore che una vittoria piena del centrodestra possa consegnare a Meloni anche il controllo della partita per il Quirinale. Una posizione questa che sembra comprensibile ma che mostra tutta la sua debolezza. Quasi una rinuncia preventiva a combattere per far prevalere il proprio schieramento politico nella contesa elettorale. È il segnale delle difficoltà e dell’assenza di ambizioni del cosiddetto campo largo. Solo pochi mesi fa, affascinati dall’esito del referendum sulla giustizia, erano pronti a campagne battagliere per scalzare il governo di centrodestra, oggi sembrano meno audaci. Probabilmente si è compreso che non esiste alcuna traslazione automatica dal voto referendario e quello politico, come dimostra del resto il test elettorale amministrativo del fine settimana appena trascorso. Non sappiamo se il messaggio ai duri e puri del centrosinistra, inviato da Franceschini, sia stato recepito. Sappiamo invece che una riforma elettorale appare sempre più necessaria per assicurare, indipendentemente da chi vincerà, un governo stabile e duraturo in una fase storica segnata da sfide economiche, sociali e internazionali sempre più complesse.
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