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2025-02-07
Trump lancia la sfida anche al G20: Usa assenti al summit in Sudafrica
Il segretario di Stato Usa Marco Rubio (Ansa)
L’amministrazione Trump si sfila dal G20. Il segretario di Stato americano, Marco Rubio, ha reso noto che non prenderà parte al summit dei ministri degli Esteri previsto per il 20 e il 21 febbraio in Sudafrica. «Non parteciperò al summit del G20 a Johannesburg. Il Sudafrica sta facendo cose molto brutte: sta espropriando proprietà private, sta usando il G20 per promuovere “solidarietà, uguaglianza e sostenibilità”. In altre parole: sta promuovendo politiche di diversità e inclusione e cambiamento climatico», ha dichiarato Rubio su X, per poi aggiungere: «Il mio lavoro è promuovere gli interessi nazionali dell’America, non sprecare soldi dei contribuenti o coccolare l’antiamericanismo».
Ora, le motivazioni alla base di questa mossa sono molteplici. La prima, la più immediata, l’ha citata lo stesso Rubio. A fine gennaio, il presidente sudafricano, Cyril Ramaphosa, ha firmato una legge piuttosto controversa, che consente di espropriare terreni senza indennizzo in determinate circostanze: vale a dire quando ciò sia ritenuto «giusto, equo e nell’interesse pubblico». In particolare, chi è a favore della norma tende a citare il fatto che, in Sudafrica, la maggior parte dei terreni è attualmente in mano a cittadini bianchi: ebbene, secondo Reuters, la legge avrebbe come obiettivo anche quello di modificare questa situazione. Dall’altra parte, i critici affermano che la norma risulterebbe incostituzionale e ad opporsi a essa è anche un pezzo dello stesso esecutivo sudafricano. Contrario è infatti lo schieramento liberale Alleanza democratica, che, su questo punto, è arrivato ai ferri corti con la formazione socialdemocratica dello stesso Ramaphosa, il Congresso nazionale africano (ricordiamo che questi due partiti governano nella medesima coalizione dall’anno scorso).
Nel dibattito è entrato anche Donald Trump, che, domenica, aveva accusato il Sudafrica di «confiscare terre e di trattare molto male certe categorie di persone». L’inquilino della Casa Bianca aveva anche minacciato di tagliare l’assistenza statunitense al Paese, fin quando non fosse stata effettuata un’indagine sulla legge in questione. Una posizione, quella di Trump, che ha irritato il presidente sudafricano. «Il Sudafrica è una democrazia costituzionale profondamente radicata nello stato di diritto, nella giustizia e nell’uguaglianza. Il governo sudafricano non ha confiscato alcuna terra», ha dichiarato Ramaphosa, che ha poi avuto un colloquio telefonico con Elon Musk: magnate sudafricano che è attualmente a capo del Dipartimento per l’efficienza governativa statunitense. Dall’altra parte, il presidente americano ha fatto della battaglia contro l’«identity politics» e le politiche ultra-progressiste, volte a promuovere diversità e inclusione, un proprio cavallo di battaglia. È anche questa una delle ragioni che Trump ha addotto, nel suo tentativo di smantellare l’Usaid.
Tuttavia, il no di Rubio al G20 poggia anche su considerazioni di natura maggiormente strutturale. Non a caso, il segretario di Stato, nel suo post, ha citato l’antiamericanismo. La polemica con il Sudafrica va infatti inserita nel quadro delle crescenti tensioni che intercorrono tra l’amministrazione Trump e i Brics (di cui il Sudafrica è notoriamente parte integrante). A fine gennaio, il presidente americano aveva minacciato di imporre pesanti dazi al blocco, qualora quest’ultimo avesse proseguito nei suoi intenti di de-dollarizzazione. «Chiederemo a questi Paesi apparentemente ostili di impegnarsi a non creare una nuova valuta Brics, né a sostenere un’altra valuta per sostituire il potente dollaro statunitense, altrimenti dovranno affrontare tariffe del 100%», aveva tuonato. È quindi chiaro che Trump non vede assolutamente di buon occhio i legami sempre più stretti di Pretoria con Pechino e Mosca. Non è probabilmente un caso che, poco dopo il post di Rubio, la Cina abbia espresso sostegno alla presidenza sudafricana del prossimo G20.
Tra l’altro, vale anche la pena di ricordare che i rapporti tra Stati Uniti e Sudafrica si erano guastati già ai tempi dell’amministrazione Biden: nel maggio 2023, l’allora ambasciatore statunitense, Reuben Brigety, accusò il governo di Pretoria di fornire armamenti alla Russia nell’ambito della sua invasione dell’Ucraina. Senza poi dimenticare che, a dicembre di quell’anno, Pretoria ha accusato Israele di genocidio a Gaza davanti alla Corte internazionale di Giustizia: si tratta di una mossa evidentemente non apprezzata da Trump, che, come confermato martedì dal suo consigliere per la sicurezza nazionale Mike Waltz, sta cercando di rilanciare gli Accordi di Abramo.
Infine, ma non meno importante, è possibile che l’amministrazione Trump non sia interessata al formato G20 in quanto tale. Istituito per la prima volta nel 1999, questo forum viene tenuto ogni anno a partire dal 2008. Il punto è che, visto l’alto numero di partecipanti che coinvolge, sempre più raramente sembra riuscire ad adottare misure e linee davvero incisive. A questo aggiungiamoci la storica diffidenza che Trump nutre nei confronti del multilateralismo: non è infatti un mistero che l’attuale presidente americano prediliga l’approccio bilaterale, senza rinunciare alla strategia della coercizione. È infatti a seguito delle pressioni di Rubio e dello stesso Trump, che Panama ha reso noto di voler abbandonare la Belt and Road Initiative: una circostanza che ha irritato non poco Pechino.
Tagli Usaid, sberla di Musk alla Bbc
«Non c’era tracciabilità né responsabilità ed era davvero difficile per noi svolgere il nostro lavoro». A esprimersi in questi termini riguardo a Usaid non è il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, e nemmeno Elon Musk, ma un’ex dipendente dell’agenzia americana.
Catharine O'Neill Gillihan, come riporta Fox Business, ha lavorato al dipartimento di Stato e poi come funzionario da Usaid durante la prima amministrazione Trump. Ha confermato episodi di sprechi di cui «la lista potrebbe continuare all’infinito», raccontando al giornalista Stuart Varney: «Ho letto di recente che stavamo finanziando un programma “Sesame street” in Perù», concludendo: «Voglio dire, questi programmi sono afiniti fuori controllo».
Usaid, fondata nel 1961 dal presidente Kennedy ufficialmente con lo scopo di fornire aiuti umanitari per lo sviluppo internazionale, è entrata nel mirino di Trump. La linea dell’amministrazione americana è infatti che si tratti di un carrozzone da chiudere, pieno di sprechi e con iniziative poco trasparenti, con il tycoon che sostiene che sia stata guidata «da lunatici radicali».
L’agenzia è già stata commissariata e al personale è stato comunicato mercoledì che da oggi saranno messi in congedo in tutto il mondo. La misura riguarderà «tutto il personale assunto direttamente da Usaid a eccezione del personale responsabile di funzioni cruciali per la missione, posti dirigenziali e programmi appositamente designati».
Nel frattempo, tra accuse e smentite su possibili finanziamenti dell’agenzia a media esteri, la Bbc media action, ente di beneficenza internazionale della Bbc, ha rilasciato un comunicato che ha sollevato scalpore. «Come molte organizzazioni internazionali per lo sviluppo, Bbc media action è stata colpita dalla sospensione temporanea dei finanziamenti del governo statunitense, che ammontano a circa l’8% delle nostre entrate nel 2023-24», si legge nel comunicato. E anche se Bbc media action ha specificato che «in quanto ente di beneficenza internazionale della Bbc, siamo completamente separati da Bbc news», è anche vero che nella pagina web ufficiale, si fa presente: «Applichiamo gli standard editoriali della Bbc, ci basiamo sui suoi valori e spesso lavoriamo a stretto contatto con il Bbc world service e altri dipartimenti della Bbc». Il comunicato è stato subito ripreso da Musk, che su X ha commentato: «Perché i soldi dei contribuenti americani dovrebbero finanziare la British Broadcasting Corporation? È folle».
E nei canali social ieri è circolata anche la voce che le visite in Ucraina di alcuni divi di Hollywood, tra cui Ben Stiller, Sean Penn, Ben Stiller, Orlando Bloom, fossero state finanziate da Usaid per aumentare la popolarità del presidente ucraino Volodymyr Zelensky negli Usa. La notizia è stata però smentita e sarebbe opera di canali filorussi.
Invece, al di fuori dei confini americani, tra le fila di chi sostiene la nuova posizione americana c’è il primo ministro ungherese Viktor Orbán, che su X ha dichiarato: «Sono d’accordo con il presidente Donald Trump. È una questione troppo grande e troppo sporca per nascondersi».
Il premier, celebrando lo smantellamento di Usaid, ha spiegato: «Il coniglio è uscito dal cappello! Abbiamo dovuto sopportare per anni che gli ultra progressisti, autoproclamati campioni dei diritti umani dei media mainstream demonizzassero le forze politiche patriottiche per anni», aggiungendo che «lo hanno fatto perché erano pagati per farlo da Usaid e dalla precedente amministrazione statunitense di sinistra».
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Rubio non andrà a Johannesburg: alla base della scelta, la legge di Pretoria che espropria terre senza indennizzi e la vicinanza del Paese a Cina e Russia. Ma a pesare è anche l’inutilità del forum internazionale.Un’ex funzionaria dell’agenzia Usaid: «Sprechi e frodi». La Bbc protesta per lo stop alle donazioni e il magnate replica: «Folle che gli americani finanzino la rete Uk».Lo speciale contiene due articoli.L’amministrazione Trump si sfila dal G20. Il segretario di Stato americano, Marco Rubio, ha reso noto che non prenderà parte al summit dei ministri degli Esteri previsto per il 20 e il 21 febbraio in Sudafrica. «Non parteciperò al summit del G20 a Johannesburg. Il Sudafrica sta facendo cose molto brutte: sta espropriando proprietà private, sta usando il G20 per promuovere “solidarietà, uguaglianza e sostenibilità”. In altre parole: sta promuovendo politiche di diversità e inclusione e cambiamento climatico», ha dichiarato Rubio su X, per poi aggiungere: «Il mio lavoro è promuovere gli interessi nazionali dell’America, non sprecare soldi dei contribuenti o coccolare l’antiamericanismo».Ora, le motivazioni alla base di questa mossa sono molteplici. La prima, la più immediata, l’ha citata lo stesso Rubio. A fine gennaio, il presidente sudafricano, Cyril Ramaphosa, ha firmato una legge piuttosto controversa, che consente di espropriare terreni senza indennizzo in determinate circostanze: vale a dire quando ciò sia ritenuto «giusto, equo e nell’interesse pubblico». In particolare, chi è a favore della norma tende a citare il fatto che, in Sudafrica, la maggior parte dei terreni è attualmente in mano a cittadini bianchi: ebbene, secondo Reuters, la legge avrebbe come obiettivo anche quello di modificare questa situazione. Dall’altra parte, i critici affermano che la norma risulterebbe incostituzionale e ad opporsi a essa è anche un pezzo dello stesso esecutivo sudafricano. Contrario è infatti lo schieramento liberale Alleanza democratica, che, su questo punto, è arrivato ai ferri corti con la formazione socialdemocratica dello stesso Ramaphosa, il Congresso nazionale africano (ricordiamo che questi due partiti governano nella medesima coalizione dall’anno scorso).Nel dibattito è entrato anche Donald Trump, che, domenica, aveva accusato il Sudafrica di «confiscare terre e di trattare molto male certe categorie di persone». L’inquilino della Casa Bianca aveva anche minacciato di tagliare l’assistenza statunitense al Paese, fin quando non fosse stata effettuata un’indagine sulla legge in questione. Una posizione, quella di Trump, che ha irritato il presidente sudafricano. «Il Sudafrica è una democrazia costituzionale profondamente radicata nello stato di diritto, nella giustizia e nell’uguaglianza. Il governo sudafricano non ha confiscato alcuna terra», ha dichiarato Ramaphosa, che ha poi avuto un colloquio telefonico con Elon Musk: magnate sudafricano che è attualmente a capo del Dipartimento per l’efficienza governativa statunitense. Dall’altra parte, il presidente americano ha fatto della battaglia contro l’«identity politics» e le politiche ultra-progressiste, volte a promuovere diversità e inclusione, un proprio cavallo di battaglia. È anche questa una delle ragioni che Trump ha addotto, nel suo tentativo di smantellare l’Usaid.Tuttavia, il no di Rubio al G20 poggia anche su considerazioni di natura maggiormente strutturale. Non a caso, il segretario di Stato, nel suo post, ha citato l’antiamericanismo. La polemica con il Sudafrica va infatti inserita nel quadro delle crescenti tensioni che intercorrono tra l’amministrazione Trump e i Brics (di cui il Sudafrica è notoriamente parte integrante). A fine gennaio, il presidente americano aveva minacciato di imporre pesanti dazi al blocco, qualora quest’ultimo avesse proseguito nei suoi intenti di de-dollarizzazione. «Chiederemo a questi Paesi apparentemente ostili di impegnarsi a non creare una nuova valuta Brics, né a sostenere un’altra valuta per sostituire il potente dollaro statunitense, altrimenti dovranno affrontare tariffe del 100%», aveva tuonato. È quindi chiaro che Trump non vede assolutamente di buon occhio i legami sempre più stretti di Pretoria con Pechino e Mosca. Non è probabilmente un caso che, poco dopo il post di Rubio, la Cina abbia espresso sostegno alla presidenza sudafricana del prossimo G20.Tra l’altro, vale anche la pena di ricordare che i rapporti tra Stati Uniti e Sudafrica si erano guastati già ai tempi dell’amministrazione Biden: nel maggio 2023, l’allora ambasciatore statunitense, Reuben Brigety, accusò il governo di Pretoria di fornire armamenti alla Russia nell’ambito della sua invasione dell’Ucraina. Senza poi dimenticare che, a dicembre di quell’anno, Pretoria ha accusato Israele di genocidio a Gaza davanti alla Corte internazionale di Giustizia: si tratta di una mossa evidentemente non apprezzata da Trump, che, come confermato martedì dal suo consigliere per la sicurezza nazionale Mike Waltz, sta cercando di rilanciare gli Accordi di Abramo.Infine, ma non meno importante, è possibile che l’amministrazione Trump non sia interessata al formato G20 in quanto tale. Istituito per la prima volta nel 1999, questo forum viene tenuto ogni anno a partire dal 2008. Il punto è che, visto l’alto numero di partecipanti che coinvolge, sempre più raramente sembra riuscire ad adottare misure e linee davvero incisive. A questo aggiungiamoci la storica diffidenza che Trump nutre nei confronti del multilateralismo: non è infatti un mistero che l’attuale presidente americano prediliga l’approccio bilaterale, senza rinunciare alla strategia della coercizione. È infatti a seguito delle pressioni di Rubio e dello stesso Trump, che Panama ha reso noto di voler abbandonare la Belt and Road Initiative: una circostanza che ha irritato non poco Pechino.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/trump-g20-sudafrica-2671111459.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="tagli-usaid-sberla-di-musk-alla-bbc" data-post-id="2671111459" data-published-at="1738878658" data-use-pagination="False"> Tagli Usaid, sberla di Musk alla Bbc «Non c’era tracciabilità né responsabilità ed era davvero difficile per noi svolgere il nostro lavoro». A esprimersi in questi termini riguardo a Usaid non è il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, e nemmeno Elon Musk, ma un’ex dipendente dell’agenzia americana. Catharine O'Neill Gillihan, come riporta Fox Business, ha lavorato al dipartimento di Stato e poi come funzionario da Usaid durante la prima amministrazione Trump. Ha confermato episodi di sprechi di cui «la lista potrebbe continuare all’infinito», raccontando al giornalista Stuart Varney: «Ho letto di recente che stavamo finanziando un programma “Sesame street” in Perù», concludendo: «Voglio dire, questi programmi sono afiniti fuori controllo». Usaid, fondata nel 1961 dal presidente Kennedy ufficialmente con lo scopo di fornire aiuti umanitari per lo sviluppo internazionale, è entrata nel mirino di Trump. La linea dell’amministrazione americana è infatti che si tratti di un carrozzone da chiudere, pieno di sprechi e con iniziative poco trasparenti, con il tycoon che sostiene che sia stata guidata «da lunatici radicali». L’agenzia è già stata commissariata e al personale è stato comunicato mercoledì che da oggi saranno messi in congedo in tutto il mondo. La misura riguarderà «tutto il personale assunto direttamente da Usaid a eccezione del personale responsabile di funzioni cruciali per la missione, posti dirigenziali e programmi appositamente designati». Nel frattempo, tra accuse e smentite su possibili finanziamenti dell’agenzia a media esteri, la Bbc media action, ente di beneficenza internazionale della Bbc, ha rilasciato un comunicato che ha sollevato scalpore. «Come molte organizzazioni internazionali per lo sviluppo, Bbc media action è stata colpita dalla sospensione temporanea dei finanziamenti del governo statunitense, che ammontano a circa l’8% delle nostre entrate nel 2023-24», si legge nel comunicato. E anche se Bbc media action ha specificato che «in quanto ente di beneficenza internazionale della Bbc, siamo completamente separati da Bbc news», è anche vero che nella pagina web ufficiale, si fa presente: «Applichiamo gli standard editoriali della Bbc, ci basiamo sui suoi valori e spesso lavoriamo a stretto contatto con il Bbc world service e altri dipartimenti della Bbc». Il comunicato è stato subito ripreso da Musk, che su X ha commentato: «Perché i soldi dei contribuenti americani dovrebbero finanziare la British Broadcasting Corporation? È folle». E nei canali social ieri è circolata anche la voce che le visite in Ucraina di alcuni divi di Hollywood, tra cui Ben Stiller, Sean Penn, Ben Stiller, Orlando Bloom, fossero state finanziate da Usaid per aumentare la popolarità del presidente ucraino Volodymyr Zelensky negli Usa. La notizia è stata però smentita e sarebbe opera di canali filorussi. Invece, al di fuori dei confini americani, tra le fila di chi sostiene la nuova posizione americana c’è il primo ministro ungherese Viktor Orbán, che su X ha dichiarato: «Sono d’accordo con il presidente Donald Trump. È una questione troppo grande e troppo sporca per nascondersi». Il premier, celebrando lo smantellamento di Usaid, ha spiegato: «Il coniglio è uscito dal cappello! Abbiamo dovuto sopportare per anni che gli ultra progressisti, autoproclamati campioni dei diritti umani dei media mainstream demonizzassero le forze politiche patriottiche per anni», aggiungendo che «lo hanno fatto perché erano pagati per farlo da Usaid e dalla precedente amministrazione statunitense di sinistra».
Ansa
I nerazzurri completano la doppietta nazionale dopo lo Scudetto e conquistano la decima Coppa Italia della loro storia. All’Olimpico, contro la Lazio di Sarri, decisivi l’autogol di Marusic e il sigillo di Lautaro Martinez nel primo tempo. Chivu: «Non è mai scontato vincere Scudetto e Coppa Italia».
L’Inter chiude la stagione italiana con il secondo trofeo in bacheca. Dopo lo Scudetto, arriva anche la Coppa Italia: 2-0 alla Lazio nella finale dell’Olimpico e decimo successo nella competizione per i nerazzurri, che continuano così il proprio ciclo vincente. Per Cristian Chivu, arrivato in estate tra dubbi e inevitabili paragoni con il recente passato, il primo anno sulla panchina interista si chiude con una doppietta che pochi avrebbero pronosticato dodici mesi fa.
La finale è durata poco più di mezz’ora. L’Inter ha indirizzato la partita sfruttando due errori pesanti della Lazio e poi ha gestito senza particolari affanni. Il vantaggio è arrivato al 14’: corner di Dimarco, Thuram prolunga e Marusic, nel tentativo di anticipare tutti, devia nella propria porta. Un episodio che ha cambiato subito l’inerzia della gara e messo la squadra di Sarri nella condizione peggiore possibile, considerando quanto dichiarato dal tecnico biancoceleste al termine della partita in merito al fatto che aveva preparato una partita più lunga, con l'obiettivo di portarla ai tempi supplementari. Dopo lo svantaggio la Lazio ha provato a rimanere dentro la partita, ma ha faticato a costruire gioco e soprattutto perso troppi palloni in uscita. Ed è proprio da una disattenzione che è nato il raddoppio interista. Al 35’ Tavares si fa soffiare il pallone da Dumfries, che entra in area e serve Lautaro Martinez: il capitano deve soltanto spingere in rete il 2-0. Per l’argentino è il ventitreesimo gol stagionale, l’ennesimo sigillo in una finale. La squadra di Chivu non ha offerto una prestazione spettacolare, ma ha dato sempre la sensazione di avere il controllo della gara. Pressione alta, ritmi spezzati quando necessario e pochissimi rischi concessi alla Lazio. I biancocelesti hanno costruito poco: le occasioni migliori sono arrivate nella ripresa con un tiro insidioso di Noslin di poco a lato e una conclusione ravvicinata di Dia, salvata con il volto da Josep Martinez. Troppo poco per riaprire davvero la partita. Nel finale è cresciuto solo il nervosismo, culminato in un parapiglia dopo un duro intervento di Pedro su Dimarco.
Per l’Inter è una vittoria netta, costruita con organizzazione e solidità. Dopo la pesante delusione europea della passata stagione con la finale persa 5-0 a Monaco contro il Paris Saint-Germain, e la scottante eliminazione di quest'anno agli ottavi contro il Bodo/Glimt, il club nerazzurro ha ritrovato immediatamente equilibrio e continuità. E Chivu, alla sua prima esperienza ad altissimo livello, ha saputo tenere compatto un gruppo che conosce bene e che ha continuato a garantire rendimento anche dopo i cambiamenti estivi. «L’Inter ha vinto due trofei quest’anno, ce li siamo meritati», ha detto il tecnico romeno dopo la partita. «Non è mai scontato vincere Scudetto e Coppa Italia. Siamo felici per quello che abbiamo superato, per i tifosi e per la società». Chivu ha poi sottolineato il lavoro mentale fatto a inizio stagione: «Prima del Mondiale per Club mentalmente non stavano bene, ho cercato di stare vicino agli uomini oltre che ai calciatori». Soddisfatto anche Lautaro Martinez: «Non era semplice ripartire dopo l’anno scorso. Abbiamo fatto una stagione importante a livello di gioco, risultati e prestazioni». Il capitano ha poi difeso il gruppo dalle critiche ricevute durante l’anno: «Si parla sempre dell’Inter, ma noi dobbiamo continuare sulla nostra strada». Dall’altra parte resta la delusione della Lazio, che vede sfumare l’ultimo obiettivo stagionale. Maurizio Sarri, squalificato e assente in panchina, non cerca alibi tecnici: «Abbiamo fatto tutto da soli, gli abbiamo regalato due gol». Poi però il tecnico biancoceleste si scaglia contro la gestione del calendario e il possibile derby di campionato programmato a ridosso degli Internazionali di tennis: «Se fossi il presidente non presenterei nemmeno la squadra. Gli errori clamorosi li ha fatti la Lega Serie A».
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Luciano Darderi festeggia dopo aver vinto contro Rafael Jódar durante il quarto di finale degli Internazionali Bnl d'Italia 2026 al Foro Italico (Getty Images)
Cosa c’è di meglio di una vittoria in rimonta, quando tutti ti davano per spacciato, contro il numero 3 del mondo agli ottavi di un Masters 1000 di casa? Probabilmente solo ripetersi il giorno dopo, nei quarti, in una notte lunga e complicata, superando il nuovo talento spagnolo Rafael Jódar e conquistando la semifinale degli Internazionali d’Italia. Luciano Darderi, 24 anni, continua a spingersi oltre i propri limiti e tiene vivo il sogno di una possibile finale tutta azzurra sulla terra di Roma.
La notte del Foro Italico consegna al ragazzo italo-argentino la prima semifinale in carriera in un Masters 1000. Un traguardo che arriva al termine di una partita lunga, sporca, spezzata da interruzioni e ribaltamenti continui, chiusa dopo oltre tre ore contro il baby fenomeno spagnolo con il punteggio di 7-6, 5-7, 6-0. Un match iniziato in ritardo per la pioggia e poi ulteriormente complicato da un episodio singolare: la sospensione temporanea dovuta al fumo proveniente dai festeggiamenti allo Stadio Olimpico per la finale di Coppa Italia vinta dall'Inter, che ha reso l’aria irrespirabile e mandato in tilt alcune componenti del sistema elettronico di chiamata.
Dentro questa cornice anomala, Darderi ha dovuto prima reggere l’urto mentale e poi trovare le energie per venire fuori alla distanza. Il primo set si è deciso al tie-break, dopo una fase iniziale equilibrata e con continui cambi di inerzia. L’azzurro era anche andato avanti di un break, poi recuperato dallo spagnolo. Nel gioco decisivo, Darderi ha rimontato uno svantaggio importante, ribaltando il 2-5 fino al 7-5 finale. Nel secondo set l’andamento si è capovolto. Darderi ha avuto anche due palle match, ma non è riuscito a chiudere. Jódar ne ha approfittato, ha alzato il livello negli scambi lunghi e ha portato a casa il parziale 7-5, rimettendo tutto in equilibrio. La risposta dell’italiano, però, è stata netta. Nel terzo set non c’è stata partita: break immediato, pressione costante e Jódar progressivamente scarico, anche fisicamente. Il 6-0 finale fotografa una frazione in cui Darderi ha preso completamente il controllo, spinto anche da un Centrale rimasto fino a notte fonda.
Il dato più rilevante è la gestione dei momenti chiave. Dopo aver eliminato Alexander Zverev agli ottavi in rimonta, Darderi si è ripetuto contro un avversario diverso per caratteristiche ma altrettanto pericoloso, confermando una crescita anche sul piano della tenuta mentale nei passaggi decisivi. Con questo risultato, l’azzurro entra per la prima volta tra i migliori quattro di un Masters 1000 e diventa uno degli otto italiani dell’era Open a raggiungere la semifinale a Roma. Ora lo attende Casper Ruud, in una sfida che definirà il lato alto del tabellone. Dall’altra parte, infatti, continua a prendere forma il sogno di una finale tutta italiana che coinvolge anche Jannik Sinner, ancora in corsa nella parte opposta del draw e in campo oggi alle 13 contro Andrej Rublev. Ma per Darderi, per ora, il discorso resta più immediato: una semifinale conquistata nel modo più logorante possibile, in una notte in cui Roma ha chiesto tutto e lui ha risposto fino all’ultimo punto. Con tanto di dedica scritta con il pennarello sulla lente della telecamera: «Roma ti amo».
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Il presidente della Lega di Serie A Ezio Simonelli (Ansa)
E a farne le spese, tanto per cambiare, sono i tifosi di calcio, già frastornati dagli insuccessi della Nazionale e, al momento in cui questo giornale va in stampa, ancora senza informazioni su quando si disputerà il derby Roma-Lazio, dopo 48 ore di rimpiattino tra Lega Serie A, Prefettura di Roma e Federtennis, attore incolpevole ma chiamato in causa obtorto collo. Ma il problema non riguarda solo il derby. A Roma-Lazio si deve per forza abbinare il pacchetto di sfide Pisa-Napoli, Juventus-Fiorentina Genoa-Milan e Como-Parma nel medesimo orario. Sono match che coinvolgono compagini impegnate nel conquistarsi un posto in Champions League e il regolamento specifica come negli ultimi due turni di stagione sia obbligatorio che le squadre impegnate a conseguire gli stessi obiettivi scendano in campo agli stessi orari. Solo che nessuno aveva considerato la concomitanza della finale degli Internazionali di tennis. Per evitare incidenti analoghi alla guerriglia urbana tra tifosi dell’aprile 2025, in cui rimasero contusi 14 agenti, il Viminale aveva vietato alle due formazioni di affrontarsi in orario serale, impedendo una collocazione della partita alle 20.45 di domenica.
La Lega di Serie A aveva proposto di disputare le sfide alle 12.30, vale a dire nel cosiddetto orario di «lunch match», incontrando però il diniego della Prefettura e della questura di Roma: «Siamo attrezzati per gestire qualsiasi cosa, anche eventi difficili in concomitanza, ma sarebbe più sensato non far giocare un derby nello stesso giorno degli Internazionali di tennis, oggi diventati un evento mondiale di pari importanza», era stata la motivazione, seguita da una nota che ufficializzava lo slittamento del derby a lunedì alle 20.45, in orario sì serale, ma il giorno dopo rispetto all’evento tennistico. Decisione però rifiutata dalla Lega di Serie A. Piccolo particolare: la sovrapposizione potenziale dei due eventi, quello di pallone e quello di tennis, era nota già da tempo, ma nessuno si è preoccupato di prendere le logiche contromisure. La pezza che salvasse capra, cavoli e palinsesti televisivi (non bisogna dimenticare il ruolo decisivo degli editori tv che detengono i diritti sulle partite di calcio) trovata dalla Lega era spostare la lancetta degli orologi di mezz’ora avanti e di mezz’ora indietro: derby domenica alle 12 insieme con le altre quattro partite abbinate, finale del Foro Italico alle 17, per consentire lo svolgimento autonomo delle due manifestazioni e un controllo adeguato dell’ordine pubblico. «Abbiamo sbagliato, ma chiediamo di venirci incontro», ha dichiarato il presidente di Lega Ezio Simonelli, «Forse non è stato tenuto conto del fatto che il rinvio del derby coinvolgesse altre quattro città e 300.000 tifosi. Alla luce di questo, dando noi disponibilità ad anticipare di mezz’ora, mi auguro che la stessa disponibilità la dia la Federtennis nel posticipare». Continuando: «Prendiamo atto della decisione del Prefetto di far giocare il derby e le altre quattro partite lunedì sera, ma non la condividiamo. Abbiamo fatto una proposta formale al Viminale per trovare una soluzione. Se non dovessimo trovarla, presenteremo ricorso al Tar».
Il ricorso al Tar peraltro sta diventando sport nazionale al pari del pallone. Al caos organizzativo si è poi aggiunta la finaIe di Coppa Italia tra Lazio e Inter di ieri, che ha reso impervie le comunicazioni tra i protagonisti della vicenda, non consentendo ancora una soluzione. La faccenda è spinosa: giocare le partite di lunedì sera comporterebbe uno stravolgimento impraticabile per molti tifosi che non riuscirebbero a sostenere un viaggio in trasferta in un giorno feriale. La petizione di alcuni gruppi ultras che circola da marzo per un calcio «più giusto e popolare» è anche una reazione a pasticci del genere: «Vogliamo dire basta al calcio con orari spezzatino, subordinato a decisioni dell’ultimo minuto», sostengono i tifosi. Il numero uno del Coni Giovanni Malagò ha stigmatizzato la vicenda con una stilettata ovattata: «Non ho alcuna carica o ruolo per parlare dell’argomento. Mi auguro che possano trovare una soluzione in grado di accontentare tutti. Non è certo una bella cosa questa diatriba». Bella non lo è, e al momento una soluzione ufficiale non c’è ancora. Ma la diatriba aiuta a comprendere sia il significato autentico dell’espressione «decidere in zona Cesarini», sia il motivo per cui il calcio italiano è prigioniero di sé stesso, forse troppo occupato a pensare ai ricorsi al Tar e poco ai ricorsi (e ai corsi) della sua travagliata storia recente.
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