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2025-02-07
Trump lancia la sfida anche al G20: Usa assenti al summit in Sudafrica
Il segretario di Stato Usa Marco Rubio (Ansa)
L’amministrazione Trump si sfila dal G20. Il segretario di Stato americano, Marco Rubio, ha reso noto che non prenderà parte al summit dei ministri degli Esteri previsto per il 20 e il 21 febbraio in Sudafrica. «Non parteciperò al summit del G20 a Johannesburg. Il Sudafrica sta facendo cose molto brutte: sta espropriando proprietà private, sta usando il G20 per promuovere “solidarietà, uguaglianza e sostenibilità”. In altre parole: sta promuovendo politiche di diversità e inclusione e cambiamento climatico», ha dichiarato Rubio su X, per poi aggiungere: «Il mio lavoro è promuovere gli interessi nazionali dell’America, non sprecare soldi dei contribuenti o coccolare l’antiamericanismo».
Ora, le motivazioni alla base di questa mossa sono molteplici. La prima, la più immediata, l’ha citata lo stesso Rubio. A fine gennaio, il presidente sudafricano, Cyril Ramaphosa, ha firmato una legge piuttosto controversa, che consente di espropriare terreni senza indennizzo in determinate circostanze: vale a dire quando ciò sia ritenuto «giusto, equo e nell’interesse pubblico». In particolare, chi è a favore della norma tende a citare il fatto che, in Sudafrica, la maggior parte dei terreni è attualmente in mano a cittadini bianchi: ebbene, secondo Reuters, la legge avrebbe come obiettivo anche quello di modificare questa situazione. Dall’altra parte, i critici affermano che la norma risulterebbe incostituzionale e ad opporsi a essa è anche un pezzo dello stesso esecutivo sudafricano. Contrario è infatti lo schieramento liberale Alleanza democratica, che, su questo punto, è arrivato ai ferri corti con la formazione socialdemocratica dello stesso Ramaphosa, il Congresso nazionale africano (ricordiamo che questi due partiti governano nella medesima coalizione dall’anno scorso).
Nel dibattito è entrato anche Donald Trump, che, domenica, aveva accusato il Sudafrica di «confiscare terre e di trattare molto male certe categorie di persone». L’inquilino della Casa Bianca aveva anche minacciato di tagliare l’assistenza statunitense al Paese, fin quando non fosse stata effettuata un’indagine sulla legge in questione. Una posizione, quella di Trump, che ha irritato il presidente sudafricano. «Il Sudafrica è una democrazia costituzionale profondamente radicata nello stato di diritto, nella giustizia e nell’uguaglianza. Il governo sudafricano non ha confiscato alcuna terra», ha dichiarato Ramaphosa, che ha poi avuto un colloquio telefonico con Elon Musk: magnate sudafricano che è attualmente a capo del Dipartimento per l’efficienza governativa statunitense. Dall’altra parte, il presidente americano ha fatto della battaglia contro l’«identity politics» e le politiche ultra-progressiste, volte a promuovere diversità e inclusione, un proprio cavallo di battaglia. È anche questa una delle ragioni che Trump ha addotto, nel suo tentativo di smantellare l’Usaid.
Tuttavia, il no di Rubio al G20 poggia anche su considerazioni di natura maggiormente strutturale. Non a caso, il segretario di Stato, nel suo post, ha citato l’antiamericanismo. La polemica con il Sudafrica va infatti inserita nel quadro delle crescenti tensioni che intercorrono tra l’amministrazione Trump e i Brics (di cui il Sudafrica è notoriamente parte integrante). A fine gennaio, il presidente americano aveva minacciato di imporre pesanti dazi al blocco, qualora quest’ultimo avesse proseguito nei suoi intenti di de-dollarizzazione. «Chiederemo a questi Paesi apparentemente ostili di impegnarsi a non creare una nuova valuta Brics, né a sostenere un’altra valuta per sostituire il potente dollaro statunitense, altrimenti dovranno affrontare tariffe del 100%», aveva tuonato. È quindi chiaro che Trump non vede assolutamente di buon occhio i legami sempre più stretti di Pretoria con Pechino e Mosca. Non è probabilmente un caso che, poco dopo il post di Rubio, la Cina abbia espresso sostegno alla presidenza sudafricana del prossimo G20.
Tra l’altro, vale anche la pena di ricordare che i rapporti tra Stati Uniti e Sudafrica si erano guastati già ai tempi dell’amministrazione Biden: nel maggio 2023, l’allora ambasciatore statunitense, Reuben Brigety, accusò il governo di Pretoria di fornire armamenti alla Russia nell’ambito della sua invasione dell’Ucraina. Senza poi dimenticare che, a dicembre di quell’anno, Pretoria ha accusato Israele di genocidio a Gaza davanti alla Corte internazionale di Giustizia: si tratta di una mossa evidentemente non apprezzata da Trump, che, come confermato martedì dal suo consigliere per la sicurezza nazionale Mike Waltz, sta cercando di rilanciare gli Accordi di Abramo.
Infine, ma non meno importante, è possibile che l’amministrazione Trump non sia interessata al formato G20 in quanto tale. Istituito per la prima volta nel 1999, questo forum viene tenuto ogni anno a partire dal 2008. Il punto è che, visto l’alto numero di partecipanti che coinvolge, sempre più raramente sembra riuscire ad adottare misure e linee davvero incisive. A questo aggiungiamoci la storica diffidenza che Trump nutre nei confronti del multilateralismo: non è infatti un mistero che l’attuale presidente americano prediliga l’approccio bilaterale, senza rinunciare alla strategia della coercizione. È infatti a seguito delle pressioni di Rubio e dello stesso Trump, che Panama ha reso noto di voler abbandonare la Belt and Road Initiative: una circostanza che ha irritato non poco Pechino.
Tagli Usaid, sberla di Musk alla Bbc
«Non c’era tracciabilità né responsabilità ed era davvero difficile per noi svolgere il nostro lavoro». A esprimersi in questi termini riguardo a Usaid non è il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, e nemmeno Elon Musk, ma un’ex dipendente dell’agenzia americana.
Catharine O'Neill Gillihan, come riporta Fox Business, ha lavorato al dipartimento di Stato e poi come funzionario da Usaid durante la prima amministrazione Trump. Ha confermato episodi di sprechi di cui «la lista potrebbe continuare all’infinito», raccontando al giornalista Stuart Varney: «Ho letto di recente che stavamo finanziando un programma “Sesame street” in Perù», concludendo: «Voglio dire, questi programmi sono afiniti fuori controllo».
Usaid, fondata nel 1961 dal presidente Kennedy ufficialmente con lo scopo di fornire aiuti umanitari per lo sviluppo internazionale, è entrata nel mirino di Trump. La linea dell’amministrazione americana è infatti che si tratti di un carrozzone da chiudere, pieno di sprechi e con iniziative poco trasparenti, con il tycoon che sostiene che sia stata guidata «da lunatici radicali».
L’agenzia è già stata commissariata e al personale è stato comunicato mercoledì che da oggi saranno messi in congedo in tutto il mondo. La misura riguarderà «tutto il personale assunto direttamente da Usaid a eccezione del personale responsabile di funzioni cruciali per la missione, posti dirigenziali e programmi appositamente designati».
Nel frattempo, tra accuse e smentite su possibili finanziamenti dell’agenzia a media esteri, la Bbc media action, ente di beneficenza internazionale della Bbc, ha rilasciato un comunicato che ha sollevato scalpore. «Come molte organizzazioni internazionali per lo sviluppo, Bbc media action è stata colpita dalla sospensione temporanea dei finanziamenti del governo statunitense, che ammontano a circa l’8% delle nostre entrate nel 2023-24», si legge nel comunicato. E anche se Bbc media action ha specificato che «in quanto ente di beneficenza internazionale della Bbc, siamo completamente separati da Bbc news», è anche vero che nella pagina web ufficiale, si fa presente: «Applichiamo gli standard editoriali della Bbc, ci basiamo sui suoi valori e spesso lavoriamo a stretto contatto con il Bbc world service e altri dipartimenti della Bbc». Il comunicato è stato subito ripreso da Musk, che su X ha commentato: «Perché i soldi dei contribuenti americani dovrebbero finanziare la British Broadcasting Corporation? È folle».
E nei canali social ieri è circolata anche la voce che le visite in Ucraina di alcuni divi di Hollywood, tra cui Ben Stiller, Sean Penn, Ben Stiller, Orlando Bloom, fossero state finanziate da Usaid per aumentare la popolarità del presidente ucraino Volodymyr Zelensky negli Usa. La notizia è stata però smentita e sarebbe opera di canali filorussi.
Invece, al di fuori dei confini americani, tra le fila di chi sostiene la nuova posizione americana c’è il primo ministro ungherese Viktor Orbán, che su X ha dichiarato: «Sono d’accordo con il presidente Donald Trump. È una questione troppo grande e troppo sporca per nascondersi».
Il premier, celebrando lo smantellamento di Usaid, ha spiegato: «Il coniglio è uscito dal cappello! Abbiamo dovuto sopportare per anni che gli ultra progressisti, autoproclamati campioni dei diritti umani dei media mainstream demonizzassero le forze politiche patriottiche per anni», aggiungendo che «lo hanno fatto perché erano pagati per farlo da Usaid e dalla precedente amministrazione statunitense di sinistra».
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Rubio non andrà a Johannesburg: alla base della scelta, la legge di Pretoria che espropria terre senza indennizzi e la vicinanza del Paese a Cina e Russia. Ma a pesare è anche l’inutilità del forum internazionale.Un’ex funzionaria dell’agenzia Usaid: «Sprechi e frodi». La Bbc protesta per lo stop alle donazioni e il magnate replica: «Folle che gli americani finanzino la rete Uk».Lo speciale contiene due articoli.L’amministrazione Trump si sfila dal G20. Il segretario di Stato americano, Marco Rubio, ha reso noto che non prenderà parte al summit dei ministri degli Esteri previsto per il 20 e il 21 febbraio in Sudafrica. «Non parteciperò al summit del G20 a Johannesburg. Il Sudafrica sta facendo cose molto brutte: sta espropriando proprietà private, sta usando il G20 per promuovere “solidarietà, uguaglianza e sostenibilità”. In altre parole: sta promuovendo politiche di diversità e inclusione e cambiamento climatico», ha dichiarato Rubio su X, per poi aggiungere: «Il mio lavoro è promuovere gli interessi nazionali dell’America, non sprecare soldi dei contribuenti o coccolare l’antiamericanismo».Ora, le motivazioni alla base di questa mossa sono molteplici. La prima, la più immediata, l’ha citata lo stesso Rubio. A fine gennaio, il presidente sudafricano, Cyril Ramaphosa, ha firmato una legge piuttosto controversa, che consente di espropriare terreni senza indennizzo in determinate circostanze: vale a dire quando ciò sia ritenuto «giusto, equo e nell’interesse pubblico». In particolare, chi è a favore della norma tende a citare il fatto che, in Sudafrica, la maggior parte dei terreni è attualmente in mano a cittadini bianchi: ebbene, secondo Reuters, la legge avrebbe come obiettivo anche quello di modificare questa situazione. Dall’altra parte, i critici affermano che la norma risulterebbe incostituzionale e ad opporsi a essa è anche un pezzo dello stesso esecutivo sudafricano. Contrario è infatti lo schieramento liberale Alleanza democratica, che, su questo punto, è arrivato ai ferri corti con la formazione socialdemocratica dello stesso Ramaphosa, il Congresso nazionale africano (ricordiamo che questi due partiti governano nella medesima coalizione dall’anno scorso).Nel dibattito è entrato anche Donald Trump, che, domenica, aveva accusato il Sudafrica di «confiscare terre e di trattare molto male certe categorie di persone». L’inquilino della Casa Bianca aveva anche minacciato di tagliare l’assistenza statunitense al Paese, fin quando non fosse stata effettuata un’indagine sulla legge in questione. Una posizione, quella di Trump, che ha irritato il presidente sudafricano. «Il Sudafrica è una democrazia costituzionale profondamente radicata nello stato di diritto, nella giustizia e nell’uguaglianza. Il governo sudafricano non ha confiscato alcuna terra», ha dichiarato Ramaphosa, che ha poi avuto un colloquio telefonico con Elon Musk: magnate sudafricano che è attualmente a capo del Dipartimento per l’efficienza governativa statunitense. Dall’altra parte, il presidente americano ha fatto della battaglia contro l’«identity politics» e le politiche ultra-progressiste, volte a promuovere diversità e inclusione, un proprio cavallo di battaglia. È anche questa una delle ragioni che Trump ha addotto, nel suo tentativo di smantellare l’Usaid.Tuttavia, il no di Rubio al G20 poggia anche su considerazioni di natura maggiormente strutturale. Non a caso, il segretario di Stato, nel suo post, ha citato l’antiamericanismo. La polemica con il Sudafrica va infatti inserita nel quadro delle crescenti tensioni che intercorrono tra l’amministrazione Trump e i Brics (di cui il Sudafrica è notoriamente parte integrante). A fine gennaio, il presidente americano aveva minacciato di imporre pesanti dazi al blocco, qualora quest’ultimo avesse proseguito nei suoi intenti di de-dollarizzazione. «Chiederemo a questi Paesi apparentemente ostili di impegnarsi a non creare una nuova valuta Brics, né a sostenere un’altra valuta per sostituire il potente dollaro statunitense, altrimenti dovranno affrontare tariffe del 100%», aveva tuonato. È quindi chiaro che Trump non vede assolutamente di buon occhio i legami sempre più stretti di Pretoria con Pechino e Mosca. Non è probabilmente un caso che, poco dopo il post di Rubio, la Cina abbia espresso sostegno alla presidenza sudafricana del prossimo G20.Tra l’altro, vale anche la pena di ricordare che i rapporti tra Stati Uniti e Sudafrica si erano guastati già ai tempi dell’amministrazione Biden: nel maggio 2023, l’allora ambasciatore statunitense, Reuben Brigety, accusò il governo di Pretoria di fornire armamenti alla Russia nell’ambito della sua invasione dell’Ucraina. Senza poi dimenticare che, a dicembre di quell’anno, Pretoria ha accusato Israele di genocidio a Gaza davanti alla Corte internazionale di Giustizia: si tratta di una mossa evidentemente non apprezzata da Trump, che, come confermato martedì dal suo consigliere per la sicurezza nazionale Mike Waltz, sta cercando di rilanciare gli Accordi di Abramo.Infine, ma non meno importante, è possibile che l’amministrazione Trump non sia interessata al formato G20 in quanto tale. Istituito per la prima volta nel 1999, questo forum viene tenuto ogni anno a partire dal 2008. Il punto è che, visto l’alto numero di partecipanti che coinvolge, sempre più raramente sembra riuscire ad adottare misure e linee davvero incisive. A questo aggiungiamoci la storica diffidenza che Trump nutre nei confronti del multilateralismo: non è infatti un mistero che l’attuale presidente americano prediliga l’approccio bilaterale, senza rinunciare alla strategia della coercizione. È infatti a seguito delle pressioni di Rubio e dello stesso Trump, che Panama ha reso noto di voler abbandonare la Belt and Road Initiative: una circostanza che ha irritato non poco Pechino.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/trump-g20-sudafrica-2671111459.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="tagli-usaid-sberla-di-musk-alla-bbc" data-post-id="2671111459" data-published-at="1738878658" data-use-pagination="False"> Tagli Usaid, sberla di Musk alla Bbc «Non c’era tracciabilità né responsabilità ed era davvero difficile per noi svolgere il nostro lavoro». A esprimersi in questi termini riguardo a Usaid non è il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, e nemmeno Elon Musk, ma un’ex dipendente dell’agenzia americana. Catharine O'Neill Gillihan, come riporta Fox Business, ha lavorato al dipartimento di Stato e poi come funzionario da Usaid durante la prima amministrazione Trump. Ha confermato episodi di sprechi di cui «la lista potrebbe continuare all’infinito», raccontando al giornalista Stuart Varney: «Ho letto di recente che stavamo finanziando un programma “Sesame street” in Perù», concludendo: «Voglio dire, questi programmi sono afiniti fuori controllo». Usaid, fondata nel 1961 dal presidente Kennedy ufficialmente con lo scopo di fornire aiuti umanitari per lo sviluppo internazionale, è entrata nel mirino di Trump. La linea dell’amministrazione americana è infatti che si tratti di un carrozzone da chiudere, pieno di sprechi e con iniziative poco trasparenti, con il tycoon che sostiene che sia stata guidata «da lunatici radicali». L’agenzia è già stata commissariata e al personale è stato comunicato mercoledì che da oggi saranno messi in congedo in tutto il mondo. La misura riguarderà «tutto il personale assunto direttamente da Usaid a eccezione del personale responsabile di funzioni cruciali per la missione, posti dirigenziali e programmi appositamente designati». Nel frattempo, tra accuse e smentite su possibili finanziamenti dell’agenzia a media esteri, la Bbc media action, ente di beneficenza internazionale della Bbc, ha rilasciato un comunicato che ha sollevato scalpore. «Come molte organizzazioni internazionali per lo sviluppo, Bbc media action è stata colpita dalla sospensione temporanea dei finanziamenti del governo statunitense, che ammontano a circa l’8% delle nostre entrate nel 2023-24», si legge nel comunicato. E anche se Bbc media action ha specificato che «in quanto ente di beneficenza internazionale della Bbc, siamo completamente separati da Bbc news», è anche vero che nella pagina web ufficiale, si fa presente: «Applichiamo gli standard editoriali della Bbc, ci basiamo sui suoi valori e spesso lavoriamo a stretto contatto con il Bbc world service e altri dipartimenti della Bbc». Il comunicato è stato subito ripreso da Musk, che su X ha commentato: «Perché i soldi dei contribuenti americani dovrebbero finanziare la British Broadcasting Corporation? È folle». E nei canali social ieri è circolata anche la voce che le visite in Ucraina di alcuni divi di Hollywood, tra cui Ben Stiller, Sean Penn, Ben Stiller, Orlando Bloom, fossero state finanziate da Usaid per aumentare la popolarità del presidente ucraino Volodymyr Zelensky negli Usa. La notizia è stata però smentita e sarebbe opera di canali filorussi. Invece, al di fuori dei confini americani, tra le fila di chi sostiene la nuova posizione americana c’è il primo ministro ungherese Viktor Orbán, che su X ha dichiarato: «Sono d’accordo con il presidente Donald Trump. È una questione troppo grande e troppo sporca per nascondersi». Il premier, celebrando lo smantellamento di Usaid, ha spiegato: «Il coniglio è uscito dal cappello! Abbiamo dovuto sopportare per anni che gli ultra progressisti, autoproclamati campioni dei diritti umani dei media mainstream demonizzassero le forze politiche patriottiche per anni», aggiungendo che «lo hanno fatto perché erano pagati per farlo da Usaid e dalla precedente amministrazione statunitense di sinistra».
A quattro anni dall'invasione russa in Ucraina un evento di Fratelli d'Italia in Senato per raccontare la verità di quello che succede sul campo.
Un evento organizzato dal sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Giovanbattista Fazzolari e dall'onorevole Francesco Filini, responsabile dell'Ufficio studi e che lo ha anche moderato.
Fazzolari ha garantito che il sostegno, anche militare a Kiev, ci sarà per tutto il 2026, così come confermato dal voto in Senato del giorno successivo. «Il governo è sempre stato molto compatto sul sostegno a Kiev, abbiamo messo più volte la fiducia su più provvedimenti anche per ragioni di tempo e di semplicità, ma non c’è mai stato un problema nella maggioranza sul sostegno all’Ucraina». Poi ha aggiunto: «In tutto questo gioco di trattative il pericolo più grande che abbiamo è quello di giungere alla fine a una pace tra Mosca e Kiev senza aver inglobato pienamente l’Ucraina nel contesto europeo, nel nostro sistema di difesa o nel nostro sistema dell’Unione Europea». Per Filini i quattro anni passati sono stati conditi anche tantissima disinformazione: «Da quattro anni circolano fake news che raccontano come l’Ucraina avrebbe perso la guerra sin dalle prime settimane. In realtà, la situazione sul campo è tutt’altra: ci parla di una Russia impantanata, che non riesce più a uscire da un inferno che si è andata a cercare, perché non si aspettava la risposta ucraina all’aggressione di quattro anni fa». Invece, aggiunge: «Oggi siamo qui per raccontare, anche attraverso un documento elaborato dall’Ufficio studi di FdI, come stanno realmente le cose e per smascherare l’enorme quantità di fake news che purtroppo vengono rilanciate qui in Italia da persone che probabilmente si bevono la propaganda russa e la rilanciano. Noi siamo qui a testimoniare la verità».
All'evento hanno partecipato anche il presidente dei senatori di FdI Lucio Malan, il capogruppo alla Camera Galeazzo Bignami, il direttore di Libero Mario Sechi, il direttore de Il Foglio Claudio Cerasa, l’analista e youtuber Anton Sokol, il presidente del Copasir Lorenzo Guerini, il senatore di Azione Marco Lombardo, l’inviata Rai Stefania Battistini e il giornalista Federico Rampini, esperto di politica americana e inviato del Corriere della sera, il giornalista ucraino Vladislav Maistrouk.
Ansa
Gli arrestati per l’omicidio di Quentin Deranque sono quasi tutti figli della borghesia benestante della Francia-ztl e più in generale quando la Sinistra antagonista va in piazza per una manifestazione propal i musulmani arruolati appartengono sempre a fasce di disagio urbano precedentemente e pazientemente politicizzate dalla Sinistra antagonista alla testa delle proteste di piazza. Non avviene mai, come invece sarebbe logico aspettarsi, che i Centri sociali si accodino a proteste di eventuali movimenti politici composti da coloro che in prima persona vivono il problema oggetto della manifestazione, al contrario, quando si tratta di manifestare a favore del Venezuela o di Cuba, il copione classico vede lo scontro verbale tra i manifestanti europei figli di famiglie benestanti con i veri venezuelani e i veri cubani ai quali viene rimproverato il fatto di non essere abbastanza informati su ciò che succede «davvero» a casa loro.
Questo schema non è casuale e discende consequenzialmente dal nuovo rapporto di utilizzo che la Sinistra occidentale ha sviluppato nei confronti della violenza: venuta a mancare da decenni la prospettiva rivoluzionaria reale, la Sinistra ha trasformato la violenza di piazza in un rituale autoreferenziale privo di telos politico ed è giunta a tale stadio dialettico realizzando le linee-guida tratteggiate dai postmarxisti teorici della protesta come fonte di senso esistenziale à la Toni Negri. In questa visione la violenza diventa lo strumento paradossale con cui la borghesia ricca e presentabile manifesta la propria esistenza morale contro la società che essa stessa ha edificato. Dalla radice iniziale del concetto di violenza intesa come «levatrice della storia» - il contributo forse più originale elaborato da Marx insieme alla superiorità della prassi sulla teoria - si è giunti alla sua funzione puramente simulacrale e sostanzialmente finalizzata al dispendio energetico delle forze di coloro che non trovano posto nella nuova società postindustriale.
Dalla Comune di Parigi alla Rivoluzione d’ottobre, dal Biennio rosso al Sessantotto, dalle Brigate Rosse alla Rote Armee Fraktion, la violenza ha sempre avuto una precisa finalità politica ed un preciso obiettivo rivoluzionario, più o meno realistico o utopico. Con l’ingresso nella Globalizzazione la rivoluzione è in effetti avvenuta ma non come i rivoluzionari si aspettavano: in effetti si è entrati in un «mondo nuovo» ma non basato sugli esiti ultimi del marxismo bensì sul mercato unico globale in grado, secondo il marketing che l’ha accompagnato, di stabilire «pace perpetua e fine delle ineguaglianze». La presa d’atto da parte della Sinistra più violenta, quella legata alle proprie radici marxiste, di tale deriva realizzata proprio dalla Sinistra mercatista - quella per intenderci del New Labour il cui principale teorizzatore, Peter Mandelson, è stato arrestato due giorni fa per i suoi rapporti con Jeffrey Epstein - ha portato ad una sorta di «denudamento della violenza» ormai trovatasi orfana dei propri obiettivi rivoluzionari.
Ecco dunque la necessaria ridefinizione della stessa nei termini di «svolta identitaria post-coloniale», come ipotizzato da Herbert Marcuse, per arrivare ad un nuovo utilizzo della violenza stessa la quale non abbatte più lo Stato ma «decolonizza lo spazio pubblico», «denuncia il privilegio» e, soprattutto, «pratica l’antifascismo militante». Inutile sottolineare come tutto ciò significhi un ritiro dagli obiettivi politici reali ed un approdo all’ambito esistenziale, soggettivo e psicologico. Il «disagio» è così passato dall’essere parte decisiva della coscienza di classe ad essere elemento scatenante il rifiuto della propria condizione soggettiva, del proprio corpo, dei propri codici comunicativi, della propria cultura, della propria etnia, del proprio sesso.
Privata di obiettivi politici la violenza resta tuttavia in gioco in quanto ineliminabile ed in quanto costitutiva della vita sociale degli esseri umani ma anche la sua strumentalizzazione è rimasta intatta dietro le quinte dei meccanismi vittimari per i quali i «nuovi oppressi» - immigrati, minoranze, trans - vengono sacralizzati per permettere alla borghesia di espiare il proprio privilegio senza rinunciarvi. La tragica conferma della dissoluzione nichilistica della violenza si ha, infine, nei numerosi casi di omicidio-suicidio degli individui spinti a ciò dal woke negli Usa e senza che ciò possa incidere politicamente su alcun aspetto della società.
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Valdo Calocane (Getty Images)
Uno schizofrenico paranoico diagnosticato, che però non riceveva alcuna cura perché nero. E il razzismo questa volta non c’entra. C’entra, in compenso, la paura di essere additati come xenofobi. Quella paura che ha fatto sì che gli specialisti dell’ospedale psichiatrico che avrebbero dovuto prenderlo in cura preferissero lasciarlo libero per evitare una «sovrarappresentazione di giovani maschi neri in detenzione».
Come emerge da una recente inchiesta, infatti, Valdo sarebbe dovuto stare in un istituto psichiatrico. Del resto, la sua carriera di violenza è lunga. Nel 2020 il primo raptus. Provano a curarlo ma non c’è nulla da fare. Va e viene dagli ospedali per quattro volte, fino a quando i medici rinunciano. Non perché Valdo non ne abbia più bisogno ma perché, come si legge nel report dedicato al killer, «il team coinvolto nel quarto ricovero di Calocane si è sentito sotto pressione per evitare pratiche restrittive a causa della sua etnia, data la pubblicità che circondava l’uso eccessivo del Mental Health Act e le misure restrittive nei confronti dei pazienti neri africani e neri caraibici».
Del resto, come rileva il Telegraph, «secondo gli ultimi dati del Servizio sanitario nazionale (Nhs), le persone di colore hanno quattro volte più probabilità di essere internate rispetto ai bianchi. Nel 2024-2025, 262,4 neri ogni 100.000 persone sono stati internati, la percentuale più alta tra tutti i gruppi etnici, contro i 65,8 ogni 100.000 bianchi».
Calocane resta così libero. Non fa nemmeno più le cure perché dice di aver paura degli aghi. Continua con le aggressioni e afferma di esser controllato. Di sentire delle voci che gli sussurrano di colpire.
Un giorno, nel 2021, si presenta anche davanti all’ufficio che ospita i servizi segreti interni britannici, il famoso Mi5, e chiede di essere arrestato. La spirale di paranoia è sempre più feroce. Valdo continua a nutrirsi di violenza. Guarda i video delle stragi e cerca informazioni su come compierle. Si è convinto che la sua testa sia eterodiretta da qualcun altro attraverso l’intelligenza artificiale. Era un pericolo pubblico e, non a caso, era stato internato quattro volte, ma poi sempre «liberato». E questo nonostante il medico che lo aveva in cura fosse convinto che Calocane, prima o poi, avrebbe ammazzato qualcuno. Così è stato.
Chris Philp, il ministro ombra degli Interni, commentando questa notizia ha detto: «Le decisioni non dovrebbero mai essere prese su questa base (ovvero la paura di esser tacciati come razzisti, Ndr). È preoccupante che il partito laburista stia modificando la legge per rendere ancora più difficile l’internamento di persone per lo stesso motivo. L’ingegneria inversa dei risultati basati sull’etnia sta mettendo a rischio vite umane. Questa follia deve finire».
Eppure il Regno Unito sembra colpito da questa follia che è diventata una vera e propria «malattia». Da questo razzismo al contrario che si ostina a non vedere la realtà.
Solamente qualche settimana fa, la metropolitana di Londra aveva realizzato una campagna per mostrare i comportamenti inadeguati ai quali stare attenti durante i viaggi. In essa, si vedeva un bianco che importunava una ragazza. E poi, in un altro spezzone, un nero che faceva la stessa cosa. Ovviamente il filmato è stato rimosso perché, secondo alcuni, non faceva altro che rafforzare «stereotipi razziali dannosi» nei confronti della comunità afro. Non era così. O meglio. In quei pochi frame si faceva notare una cosa molto semplice: chiunque può delinquere, indipendentemente dal colore della pelle. Ma l’aver mostrato anche un ragazzo nero non è accettabile. È la white guilt», la colpa di essere bianchi, per citare un bel libro di Emanuele Fusi. Una colpa che ormai è penetrata nelle viscere dell’Occidente. E che sta continuando a mietere vittime innocenti.
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Greta Thunberg cammina con una folla di attivisti filo-palestinesi arrivati per accogliere la Global Sumud Flotilla al porto di Sidi Bou Said, in Tunisia, il 7 settembre 2025 (Ansa)
Cuba potrebbe diventare la meta di una nuova Flotilla che dovrebbe arrivare nell’isola caraibica il 21 marzo. L’iniziativa, denominata Nuestra América, è stata promossa dall’ organizzazione Internazionale Progressista e dai Democratic Socialists of America, che hanno appoggiato l’elezione di Mamdani a New York, e ha già ricevuto la benedizione dell’eco-attivista Greta Thunberg. Le imbarcazioni vorrebbero portare cibo, medicinali e beni di prima necessità, ma soprattutto «rompere il blocco imposto da Washington».
Nel frattempo, la cronaca delle ultime ore riporta di quanto accaduto al largo delle acque cubane, dove la Guardia Costiera ha aperto il fuoco su un'imbarcazione registrata in Florida, uccidendo quattro persone e ferendone altre sei. Stando a quanto dichiarato dal ministero dell’Interno dell’Avana lo scontro sarebbe avvenuto nelle acque territoriali dell’isola e in una nota gli uomini sull’imbarcazione sono stati definiti come aggressori statunitensi.
Le previsioni di Donald Trump sul crollo del regime cubano sembrano infatti sempre più vicine ad avversarsi. Il tycoon aveva dichiarato che L’Avana era pronta a cadere e che non ci sarebbe stato bisogno di fare nulla, dipendendo totalmente dal petrolio del Venezuela che adesso non avrebbe più ricevuto. Il governo di Cuba ha annunciato alle compagnie aeree internazionali che gli aeroporti cubani non saranno in grado di fare rifornimento agli aerei almeno fino a metà marzo. Una situazione che complica enormemente l’afflusso turistico nell’isola caraibica, costringendo gli aerei a fare degli scali tecnici in Messico o nella Repubblica Dominicana. Air Canada ha già interrotto le tratte, limitandosi a organizzare una serie di voli per riportare a casa i canadesi presenti a Cuba. Per il momento le compagnie aeree spagnole Iberia e Air Europa hanno dichiarato che i loro servizi per l'isola continueranno, ma i voli da Madrid dovranno atterrare nella Repubblica Dominicana per rifornirsi di carburante. Nelle ultime settimane il governo cubano ha tagliato molte tratte di trasporti pubblici, ha accorciato la settimana lavorativa e ha imposto che le lezioni universitarie si tengano online. Il governo ha anche deciso di chiudere alcuni resort turistici per concentrare i visitatori. Il turismo è in grave crisi ormai da anni: nel 2024 sono arrivati poco più di 2 milioni di turisti, la cifra più bassa in due decenni e nel 2025 c’è stato un ulteriore calo del 20 per cento. I blackout sono sempre più frequenti e le code ai distributori infinite, mentre ormai anche i generatori degli ospedali sono quasi esauriti.
Carlos Fernandez de Cossio è il viceministro degli Esteri ed ha lavorato presso le Nazioni Unite. «Abbiamo opzioni molto limitate, dobbiamo cercare un dialogo che si basi sul rispetto delle sovranità nazionale. Siamo aperti al dialogo con gli Stati Uniti, ma non vi sarà né collasso del sistema socialista cubano, né tantomeno una nostra resa». L’esperto uomo politico ha poi fatto la fotografia dell’attuale situazione. «Stiamo adottando una serie di misure che mirano a preservare i servizi essenziali e concentrare le risorse dove sono più necessarie. Siamo pronti ad aprire una trattativa economica, ma non ad un cambio di regime. Tutte le divergenze con Washington possono essere risolte».
Il Messico sta valutando la ripresa delle spedizioni di petrolio, dopo la sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti che ha annullato i dazi imposti contro i Paesi esportatori di greggio verso Cuba. Il governo della presidente Claudia Sheinbaum ha inviato 800 tonnellate di aiuti alimentari a bordo di due navi della sua Marina. Anche il Canada ha annunciato che sta lavorando a un pacchetto di aiuti e assistenza. Mosca è intervenuta nella questione dichiarando che la situazione è davvero critica e accusando gli Stati Uniti di aver imposto una stretta alla gola sull’isola. Dichiarazioni di sostegno sono arrivate anche dalla Cina, dal Brasile e dalla Colombia, ma il destino dell’ormai ex isola rivoluzionaria sembra già segnato.
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