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2025-02-07
Trump lancia la sfida anche al G20: Usa assenti al summit in Sudafrica
Il segretario di Stato Usa Marco Rubio (Ansa)
L’amministrazione Trump si sfila dal G20. Il segretario di Stato americano, Marco Rubio, ha reso noto che non prenderà parte al summit dei ministri degli Esteri previsto per il 20 e il 21 febbraio in Sudafrica. «Non parteciperò al summit del G20 a Johannesburg. Il Sudafrica sta facendo cose molto brutte: sta espropriando proprietà private, sta usando il G20 per promuovere “solidarietà, uguaglianza e sostenibilità”. In altre parole: sta promuovendo politiche di diversità e inclusione e cambiamento climatico», ha dichiarato Rubio su X, per poi aggiungere: «Il mio lavoro è promuovere gli interessi nazionali dell’America, non sprecare soldi dei contribuenti o coccolare l’antiamericanismo».
Ora, le motivazioni alla base di questa mossa sono molteplici. La prima, la più immediata, l’ha citata lo stesso Rubio. A fine gennaio, il presidente sudafricano, Cyril Ramaphosa, ha firmato una legge piuttosto controversa, che consente di espropriare terreni senza indennizzo in determinate circostanze: vale a dire quando ciò sia ritenuto «giusto, equo e nell’interesse pubblico». In particolare, chi è a favore della norma tende a citare il fatto che, in Sudafrica, la maggior parte dei terreni è attualmente in mano a cittadini bianchi: ebbene, secondo Reuters, la legge avrebbe come obiettivo anche quello di modificare questa situazione. Dall’altra parte, i critici affermano che la norma risulterebbe incostituzionale e ad opporsi a essa è anche un pezzo dello stesso esecutivo sudafricano. Contrario è infatti lo schieramento liberale Alleanza democratica, che, su questo punto, è arrivato ai ferri corti con la formazione socialdemocratica dello stesso Ramaphosa, il Congresso nazionale africano (ricordiamo che questi due partiti governano nella medesima coalizione dall’anno scorso).
Nel dibattito è entrato anche Donald Trump, che, domenica, aveva accusato il Sudafrica di «confiscare terre e di trattare molto male certe categorie di persone». L’inquilino della Casa Bianca aveva anche minacciato di tagliare l’assistenza statunitense al Paese, fin quando non fosse stata effettuata un’indagine sulla legge in questione. Una posizione, quella di Trump, che ha irritato il presidente sudafricano. «Il Sudafrica è una democrazia costituzionale profondamente radicata nello stato di diritto, nella giustizia e nell’uguaglianza. Il governo sudafricano non ha confiscato alcuna terra», ha dichiarato Ramaphosa, che ha poi avuto un colloquio telefonico con Elon Musk: magnate sudafricano che è attualmente a capo del Dipartimento per l’efficienza governativa statunitense. Dall’altra parte, il presidente americano ha fatto della battaglia contro l’«identity politics» e le politiche ultra-progressiste, volte a promuovere diversità e inclusione, un proprio cavallo di battaglia. È anche questa una delle ragioni che Trump ha addotto, nel suo tentativo di smantellare l’Usaid.
Tuttavia, il no di Rubio al G20 poggia anche su considerazioni di natura maggiormente strutturale. Non a caso, il segretario di Stato, nel suo post, ha citato l’antiamericanismo. La polemica con il Sudafrica va infatti inserita nel quadro delle crescenti tensioni che intercorrono tra l’amministrazione Trump e i Brics (di cui il Sudafrica è notoriamente parte integrante). A fine gennaio, il presidente americano aveva minacciato di imporre pesanti dazi al blocco, qualora quest’ultimo avesse proseguito nei suoi intenti di de-dollarizzazione. «Chiederemo a questi Paesi apparentemente ostili di impegnarsi a non creare una nuova valuta Brics, né a sostenere un’altra valuta per sostituire il potente dollaro statunitense, altrimenti dovranno affrontare tariffe del 100%», aveva tuonato. È quindi chiaro che Trump non vede assolutamente di buon occhio i legami sempre più stretti di Pretoria con Pechino e Mosca. Non è probabilmente un caso che, poco dopo il post di Rubio, la Cina abbia espresso sostegno alla presidenza sudafricana del prossimo G20.
Tra l’altro, vale anche la pena di ricordare che i rapporti tra Stati Uniti e Sudafrica si erano guastati già ai tempi dell’amministrazione Biden: nel maggio 2023, l’allora ambasciatore statunitense, Reuben Brigety, accusò il governo di Pretoria di fornire armamenti alla Russia nell’ambito della sua invasione dell’Ucraina. Senza poi dimenticare che, a dicembre di quell’anno, Pretoria ha accusato Israele di genocidio a Gaza davanti alla Corte internazionale di Giustizia: si tratta di una mossa evidentemente non apprezzata da Trump, che, come confermato martedì dal suo consigliere per la sicurezza nazionale Mike Waltz, sta cercando di rilanciare gli Accordi di Abramo.
Infine, ma non meno importante, è possibile che l’amministrazione Trump non sia interessata al formato G20 in quanto tale. Istituito per la prima volta nel 1999, questo forum viene tenuto ogni anno a partire dal 2008. Il punto è che, visto l’alto numero di partecipanti che coinvolge, sempre più raramente sembra riuscire ad adottare misure e linee davvero incisive. A questo aggiungiamoci la storica diffidenza che Trump nutre nei confronti del multilateralismo: non è infatti un mistero che l’attuale presidente americano prediliga l’approccio bilaterale, senza rinunciare alla strategia della coercizione. È infatti a seguito delle pressioni di Rubio e dello stesso Trump, che Panama ha reso noto di voler abbandonare la Belt and Road Initiative: una circostanza che ha irritato non poco Pechino.
Tagli Usaid, sberla di Musk alla Bbc
«Non c’era tracciabilità né responsabilità ed era davvero difficile per noi svolgere il nostro lavoro». A esprimersi in questi termini riguardo a Usaid non è il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, e nemmeno Elon Musk, ma un’ex dipendente dell’agenzia americana.
Catharine O'Neill Gillihan, come riporta Fox Business, ha lavorato al dipartimento di Stato e poi come funzionario da Usaid durante la prima amministrazione Trump. Ha confermato episodi di sprechi di cui «la lista potrebbe continuare all’infinito», raccontando al giornalista Stuart Varney: «Ho letto di recente che stavamo finanziando un programma “Sesame street” in Perù», concludendo: «Voglio dire, questi programmi sono afiniti fuori controllo».
Usaid, fondata nel 1961 dal presidente Kennedy ufficialmente con lo scopo di fornire aiuti umanitari per lo sviluppo internazionale, è entrata nel mirino di Trump. La linea dell’amministrazione americana è infatti che si tratti di un carrozzone da chiudere, pieno di sprechi e con iniziative poco trasparenti, con il tycoon che sostiene che sia stata guidata «da lunatici radicali».
L’agenzia è già stata commissariata e al personale è stato comunicato mercoledì che da oggi saranno messi in congedo in tutto il mondo. La misura riguarderà «tutto il personale assunto direttamente da Usaid a eccezione del personale responsabile di funzioni cruciali per la missione, posti dirigenziali e programmi appositamente designati».
Nel frattempo, tra accuse e smentite su possibili finanziamenti dell’agenzia a media esteri, la Bbc media action, ente di beneficenza internazionale della Bbc, ha rilasciato un comunicato che ha sollevato scalpore. «Come molte organizzazioni internazionali per lo sviluppo, Bbc media action è stata colpita dalla sospensione temporanea dei finanziamenti del governo statunitense, che ammontano a circa l’8% delle nostre entrate nel 2023-24», si legge nel comunicato. E anche se Bbc media action ha specificato che «in quanto ente di beneficenza internazionale della Bbc, siamo completamente separati da Bbc news», è anche vero che nella pagina web ufficiale, si fa presente: «Applichiamo gli standard editoriali della Bbc, ci basiamo sui suoi valori e spesso lavoriamo a stretto contatto con il Bbc world service e altri dipartimenti della Bbc». Il comunicato è stato subito ripreso da Musk, che su X ha commentato: «Perché i soldi dei contribuenti americani dovrebbero finanziare la British Broadcasting Corporation? È folle».
E nei canali social ieri è circolata anche la voce che le visite in Ucraina di alcuni divi di Hollywood, tra cui Ben Stiller, Sean Penn, Ben Stiller, Orlando Bloom, fossero state finanziate da Usaid per aumentare la popolarità del presidente ucraino Volodymyr Zelensky negli Usa. La notizia è stata però smentita e sarebbe opera di canali filorussi.
Invece, al di fuori dei confini americani, tra le fila di chi sostiene la nuova posizione americana c’è il primo ministro ungherese Viktor Orbán, che su X ha dichiarato: «Sono d’accordo con il presidente Donald Trump. È una questione troppo grande e troppo sporca per nascondersi».
Il premier, celebrando lo smantellamento di Usaid, ha spiegato: «Il coniglio è uscito dal cappello! Abbiamo dovuto sopportare per anni che gli ultra progressisti, autoproclamati campioni dei diritti umani dei media mainstream demonizzassero le forze politiche patriottiche per anni», aggiungendo che «lo hanno fatto perché erano pagati per farlo da Usaid e dalla precedente amministrazione statunitense di sinistra».
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Rubio non andrà a Johannesburg: alla base della scelta, la legge di Pretoria che espropria terre senza indennizzi e la vicinanza del Paese a Cina e Russia. Ma a pesare è anche l’inutilità del forum internazionale.Un’ex funzionaria dell’agenzia Usaid: «Sprechi e frodi». La Bbc protesta per lo stop alle donazioni e il magnate replica: «Folle che gli americani finanzino la rete Uk».Lo speciale contiene due articoli.L’amministrazione Trump si sfila dal G20. Il segretario di Stato americano, Marco Rubio, ha reso noto che non prenderà parte al summit dei ministri degli Esteri previsto per il 20 e il 21 febbraio in Sudafrica. «Non parteciperò al summit del G20 a Johannesburg. Il Sudafrica sta facendo cose molto brutte: sta espropriando proprietà private, sta usando il G20 per promuovere “solidarietà, uguaglianza e sostenibilità”. In altre parole: sta promuovendo politiche di diversità e inclusione e cambiamento climatico», ha dichiarato Rubio su X, per poi aggiungere: «Il mio lavoro è promuovere gli interessi nazionali dell’America, non sprecare soldi dei contribuenti o coccolare l’antiamericanismo».Ora, le motivazioni alla base di questa mossa sono molteplici. La prima, la più immediata, l’ha citata lo stesso Rubio. A fine gennaio, il presidente sudafricano, Cyril Ramaphosa, ha firmato una legge piuttosto controversa, che consente di espropriare terreni senza indennizzo in determinate circostanze: vale a dire quando ciò sia ritenuto «giusto, equo e nell’interesse pubblico». In particolare, chi è a favore della norma tende a citare il fatto che, in Sudafrica, la maggior parte dei terreni è attualmente in mano a cittadini bianchi: ebbene, secondo Reuters, la legge avrebbe come obiettivo anche quello di modificare questa situazione. Dall’altra parte, i critici affermano che la norma risulterebbe incostituzionale e ad opporsi a essa è anche un pezzo dello stesso esecutivo sudafricano. Contrario è infatti lo schieramento liberale Alleanza democratica, che, su questo punto, è arrivato ai ferri corti con la formazione socialdemocratica dello stesso Ramaphosa, il Congresso nazionale africano (ricordiamo che questi due partiti governano nella medesima coalizione dall’anno scorso).Nel dibattito è entrato anche Donald Trump, che, domenica, aveva accusato il Sudafrica di «confiscare terre e di trattare molto male certe categorie di persone». L’inquilino della Casa Bianca aveva anche minacciato di tagliare l’assistenza statunitense al Paese, fin quando non fosse stata effettuata un’indagine sulla legge in questione. Una posizione, quella di Trump, che ha irritato il presidente sudafricano. «Il Sudafrica è una democrazia costituzionale profondamente radicata nello stato di diritto, nella giustizia e nell’uguaglianza. Il governo sudafricano non ha confiscato alcuna terra», ha dichiarato Ramaphosa, che ha poi avuto un colloquio telefonico con Elon Musk: magnate sudafricano che è attualmente a capo del Dipartimento per l’efficienza governativa statunitense. Dall’altra parte, il presidente americano ha fatto della battaglia contro l’«identity politics» e le politiche ultra-progressiste, volte a promuovere diversità e inclusione, un proprio cavallo di battaglia. È anche questa una delle ragioni che Trump ha addotto, nel suo tentativo di smantellare l’Usaid.Tuttavia, il no di Rubio al G20 poggia anche su considerazioni di natura maggiormente strutturale. Non a caso, il segretario di Stato, nel suo post, ha citato l’antiamericanismo. La polemica con il Sudafrica va infatti inserita nel quadro delle crescenti tensioni che intercorrono tra l’amministrazione Trump e i Brics (di cui il Sudafrica è notoriamente parte integrante). A fine gennaio, il presidente americano aveva minacciato di imporre pesanti dazi al blocco, qualora quest’ultimo avesse proseguito nei suoi intenti di de-dollarizzazione. «Chiederemo a questi Paesi apparentemente ostili di impegnarsi a non creare una nuova valuta Brics, né a sostenere un’altra valuta per sostituire il potente dollaro statunitense, altrimenti dovranno affrontare tariffe del 100%», aveva tuonato. È quindi chiaro che Trump non vede assolutamente di buon occhio i legami sempre più stretti di Pretoria con Pechino e Mosca. Non è probabilmente un caso che, poco dopo il post di Rubio, la Cina abbia espresso sostegno alla presidenza sudafricana del prossimo G20.Tra l’altro, vale anche la pena di ricordare che i rapporti tra Stati Uniti e Sudafrica si erano guastati già ai tempi dell’amministrazione Biden: nel maggio 2023, l’allora ambasciatore statunitense, Reuben Brigety, accusò il governo di Pretoria di fornire armamenti alla Russia nell’ambito della sua invasione dell’Ucraina. Senza poi dimenticare che, a dicembre di quell’anno, Pretoria ha accusato Israele di genocidio a Gaza davanti alla Corte internazionale di Giustizia: si tratta di una mossa evidentemente non apprezzata da Trump, che, come confermato martedì dal suo consigliere per la sicurezza nazionale Mike Waltz, sta cercando di rilanciare gli Accordi di Abramo.Infine, ma non meno importante, è possibile che l’amministrazione Trump non sia interessata al formato G20 in quanto tale. Istituito per la prima volta nel 1999, questo forum viene tenuto ogni anno a partire dal 2008. Il punto è che, visto l’alto numero di partecipanti che coinvolge, sempre più raramente sembra riuscire ad adottare misure e linee davvero incisive. A questo aggiungiamoci la storica diffidenza che Trump nutre nei confronti del multilateralismo: non è infatti un mistero che l’attuale presidente americano prediliga l’approccio bilaterale, senza rinunciare alla strategia della coercizione. È infatti a seguito delle pressioni di Rubio e dello stesso Trump, che Panama ha reso noto di voler abbandonare la Belt and Road Initiative: una circostanza che ha irritato non poco Pechino.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/trump-g20-sudafrica-2671111459.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="tagli-usaid-sberla-di-musk-alla-bbc" data-post-id="2671111459" data-published-at="1738878658" data-use-pagination="False"> Tagli Usaid, sberla di Musk alla Bbc «Non c’era tracciabilità né responsabilità ed era davvero difficile per noi svolgere il nostro lavoro». A esprimersi in questi termini riguardo a Usaid non è il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, e nemmeno Elon Musk, ma un’ex dipendente dell’agenzia americana. Catharine O'Neill Gillihan, come riporta Fox Business, ha lavorato al dipartimento di Stato e poi come funzionario da Usaid durante la prima amministrazione Trump. Ha confermato episodi di sprechi di cui «la lista potrebbe continuare all’infinito», raccontando al giornalista Stuart Varney: «Ho letto di recente che stavamo finanziando un programma “Sesame street” in Perù», concludendo: «Voglio dire, questi programmi sono afiniti fuori controllo». Usaid, fondata nel 1961 dal presidente Kennedy ufficialmente con lo scopo di fornire aiuti umanitari per lo sviluppo internazionale, è entrata nel mirino di Trump. La linea dell’amministrazione americana è infatti che si tratti di un carrozzone da chiudere, pieno di sprechi e con iniziative poco trasparenti, con il tycoon che sostiene che sia stata guidata «da lunatici radicali». L’agenzia è già stata commissariata e al personale è stato comunicato mercoledì che da oggi saranno messi in congedo in tutto il mondo. La misura riguarderà «tutto il personale assunto direttamente da Usaid a eccezione del personale responsabile di funzioni cruciali per la missione, posti dirigenziali e programmi appositamente designati». Nel frattempo, tra accuse e smentite su possibili finanziamenti dell’agenzia a media esteri, la Bbc media action, ente di beneficenza internazionale della Bbc, ha rilasciato un comunicato che ha sollevato scalpore. «Come molte organizzazioni internazionali per lo sviluppo, Bbc media action è stata colpita dalla sospensione temporanea dei finanziamenti del governo statunitense, che ammontano a circa l’8% delle nostre entrate nel 2023-24», si legge nel comunicato. E anche se Bbc media action ha specificato che «in quanto ente di beneficenza internazionale della Bbc, siamo completamente separati da Bbc news», è anche vero che nella pagina web ufficiale, si fa presente: «Applichiamo gli standard editoriali della Bbc, ci basiamo sui suoi valori e spesso lavoriamo a stretto contatto con il Bbc world service e altri dipartimenti della Bbc». Il comunicato è stato subito ripreso da Musk, che su X ha commentato: «Perché i soldi dei contribuenti americani dovrebbero finanziare la British Broadcasting Corporation? È folle». E nei canali social ieri è circolata anche la voce che le visite in Ucraina di alcuni divi di Hollywood, tra cui Ben Stiller, Sean Penn, Ben Stiller, Orlando Bloom, fossero state finanziate da Usaid per aumentare la popolarità del presidente ucraino Volodymyr Zelensky negli Usa. La notizia è stata però smentita e sarebbe opera di canali filorussi. Invece, al di fuori dei confini americani, tra le fila di chi sostiene la nuova posizione americana c’è il primo ministro ungherese Viktor Orbán, che su X ha dichiarato: «Sono d’accordo con il presidente Donald Trump. È una questione troppo grande e troppo sporca per nascondersi». Il premier, celebrando lo smantellamento di Usaid, ha spiegato: «Il coniglio è uscito dal cappello! Abbiamo dovuto sopportare per anni che gli ultra progressisti, autoproclamati campioni dei diritti umani dei media mainstream demonizzassero le forze politiche patriottiche per anni», aggiungendo che «lo hanno fatto perché erano pagati per farlo da Usaid e dalla precedente amministrazione statunitense di sinistra».
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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