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2018-11-08
Trump batte l’onda e fa il bipartisan: «Lavoriamo insieme»
ANSA
L'onda blu non è arrivata. Donald Trump non crolla. Nonostante la potente macchina da guerra elettorale messa in campo, con la grande stampa a fare una tifoseria sfrenata, i democratici non sono riusciti a sfondare. «Non c'è stato lo tsunami», ha scandito la Cnn mentre arrivavano i primi risultati a inizio spoglio in cui è stato subito chiaro che il sorpasso non ci sarebbe stato.
Le elezioni di midterm, negli Stati Uniti, sono andate come previsto. Storicamente il voto di metà mandato penalizza il partito del presidente e favorisce l'opposizione. E così è stato, con la differenza che i democratici speravano in un riscatto e quindi di impadronirsi pure del Senato. Alla Camera hanno superato la quota dei 218 seggi necessari per avere il controllo di questo ramo del Congresso, ma non sono riusciti a erodere la posizione dei repubblicani al Senato che qui non solo conservano la maggioranza, ma aumentano il bottino con seggi in più. «C'è stata una increspatura, ma di sicuro non un'onda blu», ha ironizzato la portavoce di Trump, Sarah Sanders, fotografando il risultato raggiunto con un'affluenza da record (il 49%) che i dem pensavano sarebbe stata a loro vantaggio. Inoltre alla Camera non c'è un grande scarto tra i 220 seggi dei dem e i 196 del Gop di Trump, secondo gli ultimi risultati dello spoglio.
I repubblicani si sono assicurati il controllo di Stati chiave per le prossime elezioni di fine mandato del 2020. In Texas il repubblicano Ted Cruz ha battuto il democratico Beto O'Rourke nella corsa al Senato. Significativo è il risultato in Florida dove il democratico afroamericano Andrew Gillum, per il quale si è speso personalmente Barack Obama, è stato battuto dal trumpiano Ron DeSantis. In Indiana il repubblicano Mike Braun ha vinto su Joe Donnelly.
Confermato nello Utah, tra le file dei repubblicani, l'ex aspirante della Casa Bianca, Mitt Romney.
Alla Camera ci sono state new entry inaspettate tra le file democratiche a cominciare da Alexandria Ocasio Cortez, la più giovane deputata (29 anni) mai eletta al Congresso, che vince a New York e Rashida Tlaib, la prima deputata Usa di origini palestinesi.
Per quanto riguarda i governatori, il partito repubblicano fa meglio del previsto con Greg Abbott, 60 anni, trumpiano di ferro, rieletto alla guida del Texas, Mike DeWine in Ohio e DeSantis in Florida. I democratici mantengono lo Stato di New York dove Andrew Cuomo, sconfitto Marc Molinaro, è al suo terzo mandato.
Leggendo in controluce i risultati emerge che non è stata una battaglia decisiva, ma Trump ha ora il vantaggio di aver ricompattato il partito mettendo a tacere le voci critiche. Il presidente sa che i dem alla Camera daranno battaglia alle sue leggi e ieri in una conferenza stampa, oltre a sottolineare la soddisfazione per «il grande successo elettorale» («ho imparato che le persone mi amano») ha lanciato messaggi di invito al dialogo. «Dobbiamo lavorare insieme. Con i democratici abbiamo tante cose in comune sul fronte dei progetti infrastrutturali; noi vogliamo fare qualcosa sulla sanità così come loro». E ha rivendicato i risultati raggiunti: «L'America sta prosperando come mai fino a ora». Pure la speaker della Camera, la democratica Nancy Pelosi, ha usato toni concilianti parlando di «soluzioni bipartisan».
Trump si è anche sfogato, sottolineando che tutti i candIidati repubblicani «che non mi hanno abbracciato hanno perso». Come dire che ora il partito repubblicano è davvero il partito del presidente.
I democratici sono invece ancora alla ricerca di un loro candidato. Tra quelli messi in campo, una schiera arcobaleno con rappresentanti di diversa provenienza, non spicca nessuna personalità di rilievo in grado di configurarsi come l'anti Trump.
C'è un altro fattore di queste elezioni che non va sottovalutato. Il presidente ha arginato l'onda blu, non facendo leva sui dati dell'economia, ma difendendo i valori identitari. Un tema sul quale i democratici saranno chiamati a riflettere e che potrebbe essere un fattore di divisione dentro il partito, tra coloro che pensano sia meglio spingersi più a sinistra, quindi impostare la prossima campagna elettorale tutta sul welfare e quanti invece vogliono riacciuffare i moderati sensibili alle sirene trumpiane del sovranismo.
La tenuta di Trump non potrà non avere conseguenze a livello internazionale. Sia nei rapporti con Cina e Russia che sul voto delle europee. «Si può presumere che non ci siano prospettive brillanti per la normalizzazione delle relazioni russo-americane», ha detto il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov.
Il primo impatto sull'Europa si dovrebbe far sentire nel congresso del Cdu tedesco di dicembre, favorendo la linea più conservatrice e mettendo la Merkel definitivamente nell'angolo. A cascata potrebbe favorire, in vista delle europee, un'alleanza tra il Ppe e le famiglie populiste. La stessa auspicata dal vicepremier Salvini. Il leader della Lega ha rimarcato che l'esito del midterm «è stato diverso dal trionfo democratico di cui si leggeva sui giornali. Il voto ha premiato la linea coerente di Donald Trump».
Laura Della Pasqua
Donne, islamiche, rifugiate e lesbiche Le figurine dem non servono a nulla
Donald Trump li ha beffati un'altra volta. Eppure i media mainstream e il Corrispondente Unico tentano di annacquare il senso delle elezioni di midterm. Avevano parlato di un'«onda democratica» che avrebbe travolto Trump, ma le cose non sono andate secondo i loro desideri. Tanto che Trump ha potuto fare sarcasmo sull'«onda», derubricandola a «increspatura».
Si è invece rivelata azzeccata la previsione della Verità, pubblicata quarantott'ore ore fa: un sostanziale pareggio, con vittoria democratica alla Camera e successo repubblicano al Senato, dove Trump estende e rafforza la sua maggioranza. Ma attenzione: considerando i sondaggi e la campagna mediatica ossessivamente anti Trump, siamo davanti a un chiaro successo politico del presidente almeno per sei ragioni.
1Tutta la «narrazione» contro di lui è stata smentita. La Florida come presunto baluardo democratico, i latinos che non lo avrebbero votato, gli «equilibri cambiati», l'effetto della «carovana dei migranti», la campagna scandalistica contro il giudice conservatore Brett Kavanaugh, il Russiagate: tutti argomenti che si sono rivelati altrettanti autogol per i democratici.
2L'impeachment non esiste più. In teoria, disponendo di una maggioranza alla Camera, i democratici potrebbero provare a innescare la procedura, ma poi occorrerebbe il voto favorevole dei due terzi del Senato. Mission impossible.
3Con la sequenza di comizi delle ultime settimane, The Donald ha già lanciato la campagna per la rielezione nel 2020. Di più, se ora qualche legge non passerà, ha già l'argomento pronto: me l'hanno bloccata i democratici alla Camera.
4Al contrario, i democratici non hanno ancora un candidato presidenziale. Molti dei presunti nuovi eroi supersponsorizzati dai media liberal hanno fatto flop (si pensi a Beto O' Rourke in Texas), e se il «nuovo» ha il volto di un vecchio arnese come la solita Nancy Pelosi, allora Trump può davvero cantare vittoria.
5Trump tiene dove doveva tenere (Texas) e vince dove i sondaggi lo davano perdente (Florida) o in una serie di Stati elettoralmente mobili («swing states»).
6L'effetto Obama non c'è stato: ricorderete che l'ex presidente, con stile discutibile, si era messo a comiziare contro Trump, accusandolo di non avere «compassione» per gli immigrati («Questa non è l'America», aveva gridato) e rivendicando comicamente il merito del boom economico prodotto invece dai tagli fiscali di Trump. La verità è che la sua «legacy» è stata cancellata, respinta, rimossa dagli elettori.
Davanti a tutto questo, i democratici e la loro grancassa mediatica si sono messi a sgranare il rosario delle diversità etniche e di genere, rivendicando una specie di dream team multiculturale. Ecco i nuovi «campioni»: la ventinovenne Alexandria Ocasio Cortez, radici portoricane e «narrazione» ultra sinistra (ha già all'attivo le prime dichiarazioni pro Palestina e anti Israele); Rashida Tlaib, la prima musulmana eletta al Congresso; Ilhan Omar, la prima rifugiata africana (con tanto di hijab); Sharice Davids, nativa americana e lesbica; Jared Polis, primo governatore gay. Innegabilmente, tutte storie interessanti. Ma, secondo la recente analisi del politologo Mark Lilla, con il solito vizio di fondo della sinistra: appassionarsi alle minoranze, e dimenticare la maggioranza degli elettori.
Per il resto, sul piano sociale si conferma una grande differenziazione tra l'America rurale (che sta con Trump) e le aree urbane (schierate prevalentemente contro di lui). Ma un fatto clamoroso è ovunque una grande crescita dell'affluenza al voto.
Quanto alla direzione di marcia, per Trump non cambia. In politica economica, un mix efficace di megatagli di tasse e megainvestimenti (un doppio pacchetto da 1.500 miliardi di dollari ciascuno). In politica estera, per un verso le sanzioni anti Iran (con esenzione a favore dell'Italia come atto di amicizia) e per altro verso la minaccia dell'indurimento della trade war come arma negoziale per sanare gli squilibri commerciali - intollerabili dal punto di vista di Washington - con Cina e Germania.
Insomma, per Trump un'altra nottata divertente (non a caso il presidente ha subito twittato: «Tremendous success tonight. Thank you to all!»), mentre si preparano nuovi motivi di mestizia per le capitali europee dell'antitrumpismo militante e per troppi presunti «esperti» di America e politica internazionale, sbugiardati un'altra volta.
Da Bruxelles, emblematica di un'ostilità viscerale non solo contro Trump, ma pure contro gli elettori repubblicani, ecco l'incredibile reazione di Frans Timmermans, possibile candidato della sinistra alla guida della prossima Commissione Ue: «Sono ispirato dagli elettori che hanno scelto la speranza sulla paura, la civiltà sulla rozzezza, l'inclusione sul razzismo, l'uguaglianza sulla discriminazione. Si sono battuti per i loro valori, e così faremo noi».
Dall'Italia, tra negazione della realtà, incomprensione dei risultati e trionfo dei desideri sui fatti, oltre all'inevitabile Laura Boldrini («È partita la riscossa che porterà alla sconfitta di Trump nel 2020»), si segnala un tweet dell'ex premier Paolo Gentiloni: «I democratici tornano in pista per il 2020. Oggi è un altro giorno». O forse un altro film.
Daniele Capezzone
Macron delira: «Esercito anti Usa»
Decisamente un momentaccio per Emmanuel Macron. Da una parte, il Financial Times rilancia la notizia (La Verità, come ricorderete, l'aveva già data la scorsa settimana con grande evidenza, unica tra i giornali italiani) del presunto esaurimento nervoso del presidente francese. Dall'altra, la protesta furiosa - in patria - di automobilisti e autotrasportatori per l'aumento della tassazione del carburante, con la minaccia di un superblocco del traffico in tutta la Francia il prossimo 17 novembre. E ora una surreale gaffe di politica internazionale, con l'evocazione macroniana di un «vero esercito europeo» come strumento per proteggere il Continente anche dall'America, incredibilmente presentata dall'inquilino dell'Eliseo come una minaccia geopolitica.
A rendere tutto più grottesco, due elementi. Per un verso, il fatto che Macron abbia equiparato gli Stati Uniti alla Russia e alla Cina: nel caso dell'America (bontà sua), Macron non l'ha citata come un avversario geopolitico, ma per le eventuali «conseguenze sulla pace delle sue politiche». Immaginate con che facce lo guarderanno Vladimir Putin e soprattutto Donald Trump, attesi domenica prossima a Parigi per le celebrazioni del centesimo anniversario della fine della prima guerra mondiale.
L'altro tocco di grottesco deriva proprio dal fatto che siamo nel cuore delle commemorazioni della Grande guerra (ieri Macron era a Verdun, sede di una battaglia leggendaria): e l'idea di attaccare gli Stati Uniti, il cui ruolo fu assolutamente importante per la vittoria finale nel 1918, dà veramente la sensazione di un presidente francese confuso, spaesato, senza bussola.
Gaffe a parte, anche la sostanza della proposta di Macron (cioè l'idea in sé di un esercito comune) ha incontrato la freddezza dei partner europei: Ursula von Leyen, la ministra tedesca della Difesa, ha commentato seccamente che non si tratta di «un progetto immediato per domani». E lo stesso portavoce della commissione Ue, Margaritis Schinas, ha insistito sulla gradualità dell'azione comune in materia militare, precisando comunque che «non si comincerà da un esercito europeo». Una chiara doppia presa di distanze.
In ogni caso, la sortita di Macron, potrà solo peggiorare l'opinione su di lui di Trump: già Washington sollecitava maggiori contributi dei Paesi dell'Unione europea alla Nato (il famoso obiettivo del 2% del Pil da destinare alle spese per la difesa è tuttora un target lontanissimo per molte capitali europei), ma ora sentir parlare di progetti alternativi sa di provocazione.
Il progetto Macron appare infatti discutibile almeno per tre ragioni. La prima: sembra delineare un posizionamento geopolitico europeo «terzo» tra l'America e i giganti asiatici, ponendo Washington sullo stesso piano di Pechino, e marcando una curiosa equidistanza europea tra Occidente e Oriente..
La seconda, perché questo strumento militare Ue diverrebbe concorrenziale (e perfino ostile, se questo è l'approccio) alla Nato, cioè al tradizionale ombrello difensivo occidentale.
E una terza volta, perché un corpo militare europeo presupporrebbe anche una politica estera comune della quale mettersi al servizio. E perché mai gli odiati (da Macron) populisti di Roma, Varsavia, Praga, Budapest, o anche i duri conservatori di Vienna, solo per fare degli esempi, dovrebbero fornire uomini e mezzi per consentire a Parigi queste sortite anti Washington e anti Nato, o per facilitare gli ambiziosi progetti di egemonia francese in svariati teatri geopolitici?
Daniele Capezzone
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La spallata blu non è arrivata. The Donald tiene e piazza i suoi uomini. Poi a sorpresa tende la mano all'opposizione.La sinistra deve accontentarsi della prima musulmana eletta al Congresso. Gli elettori non hanno dato ascolto alla retorica sui migranti e alla campagna contro Brett Kavanaugh. E anche Barack Obama esce sconfitto.Gaffe di Emmanuel Macron, forse alle prese con un esaurimento nervoso. L'inquilino dell'Eliseo invoca una forza militare Ue per contrastare Washington, Mosca e Pechino.Lo speciale contiene tre articoli.L'onda blu non è arrivata. Donald Trump non crolla. Nonostante la potente macchina da guerra elettorale messa in campo, con la grande stampa a fare una tifoseria sfrenata, i democratici non sono riusciti a sfondare. «Non c'è stato lo tsunami», ha scandito la Cnn mentre arrivavano i primi risultati a inizio spoglio in cui è stato subito chiaro che il sorpasso non ci sarebbe stato.Le elezioni di midterm, negli Stati Uniti, sono andate come previsto. Storicamente il voto di metà mandato penalizza il partito del presidente e favorisce l'opposizione. E così è stato, con la differenza che i democratici speravano in un riscatto e quindi di impadronirsi pure del Senato. Alla Camera hanno superato la quota dei 218 seggi necessari per avere il controllo di questo ramo del Congresso, ma non sono riusciti a erodere la posizione dei repubblicani al Senato che qui non solo conservano la maggioranza, ma aumentano il bottino con seggi in più. «C'è stata una increspatura, ma di sicuro non un'onda blu», ha ironizzato la portavoce di Trump, Sarah Sanders, fotografando il risultato raggiunto con un'affluenza da record (il 49%) che i dem pensavano sarebbe stata a loro vantaggio. Inoltre alla Camera non c'è un grande scarto tra i 220 seggi dei dem e i 196 del Gop di Trump, secondo gli ultimi risultati dello spoglio.I repubblicani si sono assicurati il controllo di Stati chiave per le prossime elezioni di fine mandato del 2020. In Texas il repubblicano Ted Cruz ha battuto il democratico Beto O'Rourke nella corsa al Senato. Significativo è il risultato in Florida dove il democratico afroamericano Andrew Gillum, per il quale si è speso personalmente Barack Obama, è stato battuto dal trumpiano Ron DeSantis. In Indiana il repubblicano Mike Braun ha vinto su Joe Donnelly.Confermato nello Utah, tra le file dei repubblicani, l'ex aspirante della Casa Bianca, Mitt Romney.Alla Camera ci sono state new entry inaspettate tra le file democratiche a cominciare da Alexandria Ocasio Cortez, la più giovane deputata (29 anni) mai eletta al Congresso, che vince a New York e Rashida Tlaib, la prima deputata Usa di origini palestinesi. Per quanto riguarda i governatori, il partito repubblicano fa meglio del previsto con Greg Abbott, 60 anni, trumpiano di ferro, rieletto alla guida del Texas, Mike DeWine in Ohio e DeSantis in Florida. I democratici mantengono lo Stato di New York dove Andrew Cuomo, sconfitto Marc Molinaro, è al suo terzo mandato.Leggendo in controluce i risultati emerge che non è stata una battaglia decisiva, ma Trump ha ora il vantaggio di aver ricompattato il partito mettendo a tacere le voci critiche. Il presidente sa che i dem alla Camera daranno battaglia alle sue leggi e ieri in una conferenza stampa, oltre a sottolineare la soddisfazione per «il grande successo elettorale» («ho imparato che le persone mi amano») ha lanciato messaggi di invito al dialogo. «Dobbiamo lavorare insieme. Con i democratici abbiamo tante cose in comune sul fronte dei progetti infrastrutturali; noi vogliamo fare qualcosa sulla sanità così come loro». E ha rivendicato i risultati raggiunti: «L'America sta prosperando come mai fino a ora». Pure la speaker della Camera, la democratica Nancy Pelosi, ha usato toni concilianti parlando di «soluzioni bipartisan». Trump si è anche sfogato, sottolineando che tutti i candIidati repubblicani «che non mi hanno abbracciato hanno perso». Come dire che ora il partito repubblicano è davvero il partito del presidente. I democratici sono invece ancora alla ricerca di un loro candidato. Tra quelli messi in campo, una schiera arcobaleno con rappresentanti di diversa provenienza, non spicca nessuna personalità di rilievo in grado di configurarsi come l'anti Trump. C'è un altro fattore di queste elezioni che non va sottovalutato. Il presidente ha arginato l'onda blu, non facendo leva sui dati dell'economia, ma difendendo i valori identitari. Un tema sul quale i democratici saranno chiamati a riflettere e che potrebbe essere un fattore di divisione dentro il partito, tra coloro che pensano sia meglio spingersi più a sinistra, quindi impostare la prossima campagna elettorale tutta sul welfare e quanti invece vogliono riacciuffare i moderati sensibili alle sirene trumpiane del sovranismo.La tenuta di Trump non potrà non avere conseguenze a livello internazionale. Sia nei rapporti con Cina e Russia che sul voto delle europee. «Si può presumere che non ci siano prospettive brillanti per la normalizzazione delle relazioni russo-americane», ha detto il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov. Il primo impatto sull'Europa si dovrebbe far sentire nel congresso del Cdu tedesco di dicembre, favorendo la linea più conservatrice e mettendo la Merkel definitivamente nell'angolo. A cascata potrebbe favorire, in vista delle europee, un'alleanza tra il Ppe e le famiglie populiste. La stessa auspicata dal vicepremier Salvini. Il leader della Lega ha rimarcato che l'esito del midterm «è stato diverso dal trionfo democratico di cui si leggeva sui giornali. Il voto ha premiato la linea coerente di Donald Trump». Laura Della Pasqua<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/trump-batte-londa-e-fa-il-bipartisan-lavoriamo-insieme-2618569045.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="donne-islamiche-rifugiate-e-lesbiche-le-figurine-dem-non-servono-a-nulla" data-post-id="2618569045" data-published-at="1772065005" data-use-pagination="False"> Donne, islamiche, rifugiate e lesbiche Le figurine dem non servono a nulla Donald Trump li ha beffati un'altra volta. Eppure i media mainstream e il Corrispondente Unico tentano di annacquare il senso delle elezioni di midterm. Avevano parlato di un'«onda democratica» che avrebbe travolto Trump, ma le cose non sono andate secondo i loro desideri. Tanto che Trump ha potuto fare sarcasmo sull'«onda», derubricandola a «increspatura». Si è invece rivelata azzeccata la previsione della Verità, pubblicata quarantott'ore ore fa: un sostanziale pareggio, con vittoria democratica alla Camera e successo repubblicano al Senato, dove Trump estende e rafforza la sua maggioranza. Ma attenzione: considerando i sondaggi e la campagna mediatica ossessivamente anti Trump, siamo davanti a un chiaro successo politico del presidente almeno per sei ragioni. 1Tutta la «narrazione» contro di lui è stata smentita. La Florida come presunto baluardo democratico, i latinos che non lo avrebbero votato, gli «equilibri cambiati», l'effetto della «carovana dei migranti», la campagna scandalistica contro il giudice conservatore Brett Kavanaugh, il Russiagate: tutti argomenti che si sono rivelati altrettanti autogol per i democratici. 2L'impeachment non esiste più. In teoria, disponendo di una maggioranza alla Camera, i democratici potrebbero provare a innescare la procedura, ma poi occorrerebbe il voto favorevole dei due terzi del Senato. Mission impossible. 3Con la sequenza di comizi delle ultime settimane, The Donald ha già lanciato la campagna per la rielezione nel 2020. Di più, se ora qualche legge non passerà, ha già l'argomento pronto: me l'hanno bloccata i democratici alla Camera. 4Al contrario, i democratici non hanno ancora un candidato presidenziale. Molti dei presunti nuovi eroi supersponsorizzati dai media liberal hanno fatto flop (si pensi a Beto O' Rourke in Texas), e se il «nuovo» ha il volto di un vecchio arnese come la solita Nancy Pelosi, allora Trump può davvero cantare vittoria. 5Trump tiene dove doveva tenere (Texas) e vince dove i sondaggi lo davano perdente (Florida) o in una serie di Stati elettoralmente mobili («swing states»). 6L'effetto Obama non c'è stato: ricorderete che l'ex presidente, con stile discutibile, si era messo a comiziare contro Trump, accusandolo di non avere «compassione» per gli immigrati («Questa non è l'America», aveva gridato) e rivendicando comicamente il merito del boom economico prodotto invece dai tagli fiscali di Trump. La verità è che la sua «legacy» è stata cancellata, respinta, rimossa dagli elettori. Davanti a tutto questo, i democratici e la loro grancassa mediatica si sono messi a sgranare il rosario delle diversità etniche e di genere, rivendicando una specie di dream team multiculturale. Ecco i nuovi «campioni»: la ventinovenne Alexandria Ocasio Cortez, radici portoricane e «narrazione» ultra sinistra (ha già all'attivo le prime dichiarazioni pro Palestina e anti Israele); Rashida Tlaib, la prima musulmana eletta al Congresso; Ilhan Omar, la prima rifugiata africana (con tanto di hijab); Sharice Davids, nativa americana e lesbica; Jared Polis, primo governatore gay. Innegabilmente, tutte storie interessanti. Ma, secondo la recente analisi del politologo Mark Lilla, con il solito vizio di fondo della sinistra: appassionarsi alle minoranze, e dimenticare la maggioranza degli elettori. Per il resto, sul piano sociale si conferma una grande differenziazione tra l'America rurale (che sta con Trump) e le aree urbane (schierate prevalentemente contro di lui). Ma un fatto clamoroso è ovunque una grande crescita dell'affluenza al voto. Quanto alla direzione di marcia, per Trump non cambia. In politica economica, un mix efficace di megatagli di tasse e megainvestimenti (un doppio pacchetto da 1.500 miliardi di dollari ciascuno). In politica estera, per un verso le sanzioni anti Iran (con esenzione a favore dell'Italia come atto di amicizia) e per altro verso la minaccia dell'indurimento della trade war come arma negoziale per sanare gli squilibri commerciali - intollerabili dal punto di vista di Washington - con Cina e Germania. Insomma, per Trump un'altra nottata divertente (non a caso il presidente ha subito twittato: «Tremendous success tonight. Thank you to all!»), mentre si preparano nuovi motivi di mestizia per le capitali europee dell'antitrumpismo militante e per troppi presunti «esperti» di America e politica internazionale, sbugiardati un'altra volta. Da Bruxelles, emblematica di un'ostilità viscerale non solo contro Trump, ma pure contro gli elettori repubblicani, ecco l'incredibile reazione di Frans Timmermans, possibile candidato della sinistra alla guida della prossima Commissione Ue: «Sono ispirato dagli elettori che hanno scelto la speranza sulla paura, la civiltà sulla rozzezza, l'inclusione sul razzismo, l'uguaglianza sulla discriminazione. Si sono battuti per i loro valori, e così faremo noi». Dall'Italia, tra negazione della realtà, incomprensione dei risultati e trionfo dei desideri sui fatti, oltre all'inevitabile Laura Boldrini («È partita la riscossa che porterà alla sconfitta di Trump nel 2020»), si segnala un tweet dell'ex premier Paolo Gentiloni: «I democratici tornano in pista per il 2020. Oggi è un altro giorno». O forse un altro film. Daniele Capezzone <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/trump-batte-londa-e-fa-il-bipartisan-lavoriamo-insieme-2618569045.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="macron-delira-esercito-anti-usa" data-post-id="2618569045" data-published-at="1772065005" data-use-pagination="False"> Macron delira: «Esercito anti Usa» Decisamente un momentaccio per Emmanuel Macron. Da una parte, il Financial Times rilancia la notizia (La Verità, come ricorderete, l'aveva già data la scorsa settimana con grande evidenza, unica tra i giornali italiani) del presunto esaurimento nervoso del presidente francese. Dall'altra, la protesta furiosa - in patria - di automobilisti e autotrasportatori per l'aumento della tassazione del carburante, con la minaccia di un superblocco del traffico in tutta la Francia il prossimo 17 novembre. E ora una surreale gaffe di politica internazionale, con l'evocazione macroniana di un «vero esercito europeo» come strumento per proteggere il Continente anche dall'America, incredibilmente presentata dall'inquilino dell'Eliseo come una minaccia geopolitica. A rendere tutto più grottesco, due elementi. Per un verso, il fatto che Macron abbia equiparato gli Stati Uniti alla Russia e alla Cina: nel caso dell'America (bontà sua), Macron non l'ha citata come un avversario geopolitico, ma per le eventuali «conseguenze sulla pace delle sue politiche». Immaginate con che facce lo guarderanno Vladimir Putin e soprattutto Donald Trump, attesi domenica prossima a Parigi per le celebrazioni del centesimo anniversario della fine della prima guerra mondiale. L'altro tocco di grottesco deriva proprio dal fatto che siamo nel cuore delle commemorazioni della Grande guerra (ieri Macron era a Verdun, sede di una battaglia leggendaria): e l'idea di attaccare gli Stati Uniti, il cui ruolo fu assolutamente importante per la vittoria finale nel 1918, dà veramente la sensazione di un presidente francese confuso, spaesato, senza bussola. Gaffe a parte, anche la sostanza della proposta di Macron (cioè l'idea in sé di un esercito comune) ha incontrato la freddezza dei partner europei: Ursula von Leyen, la ministra tedesca della Difesa, ha commentato seccamente che non si tratta di «un progetto immediato per domani». E lo stesso portavoce della commissione Ue, Margaritis Schinas, ha insistito sulla gradualità dell'azione comune in materia militare, precisando comunque che «non si comincerà da un esercito europeo». Una chiara doppia presa di distanze. In ogni caso, la sortita di Macron, potrà solo peggiorare l'opinione su di lui di Trump: già Washington sollecitava maggiori contributi dei Paesi dell'Unione europea alla Nato (il famoso obiettivo del 2% del Pil da destinare alle spese per la difesa è tuttora un target lontanissimo per molte capitali europei), ma ora sentir parlare di progetti alternativi sa di provocazione. Il progetto Macron appare infatti discutibile almeno per tre ragioni. La prima: sembra delineare un posizionamento geopolitico europeo «terzo» tra l'America e i giganti asiatici, ponendo Washington sullo stesso piano di Pechino, e marcando una curiosa equidistanza europea tra Occidente e Oriente.. La seconda, perché questo strumento militare Ue diverrebbe concorrenziale (e perfino ostile, se questo è l'approccio) alla Nato, cioè al tradizionale ombrello difensivo occidentale. E una terza volta, perché un corpo militare europeo presupporrebbe anche una politica estera comune della quale mettersi al servizio. E perché mai gli odiati (da Macron) populisti di Roma, Varsavia, Praga, Budapest, o anche i duri conservatori di Vienna, solo per fare degli esempi, dovrebbero fornire uomini e mezzi per consentire a Parigi queste sortite anti Washington e anti Nato, o per facilitare gli ambiziosi progetti di egemonia francese in svariati teatri geopolitici? Daniele Capezzone
Achille Lauro e Laura Pausini sul palco dell'Ariston (Ansa)
Seconda serata del Festival di Sanremo 2026 tra musica, ospiti e momenti di spettacolo più o meno riusciti. Sul palco dell’Ariston si alternano cantanti, co-conduttori e incursioni comiche: queste le pagelle ai protagonisti della serata.
Laura Pausini 8 Più che spalla, padrona di casa. Conti le concede l’apertura e ripaga la fiducia. A proprio agio anche da conduttrice, s’improvvisa corista dell’Anffas. Lo stile pop porta spontaneità al protocollo. Disinvolta.
Patty Pravo 5 Santi e peccatori/ Naviganti e sognatori. L’unicità di ogni essere umano, come la sua all’Ariston, ultima resistente dell’era beat. Proprio indispensabile?
Achille Lauro 7,5 Accolto dal tifo organizzato. La sua Perdutamente, intonata al funerale di Achille Barosi, morto nel rogo del Constellation, canta la precarietà umana. E se bastasse una notte, sì, per farci sparire/ Cancellarci in un lampo come un meteorite. Momento clou con coro lirico. E un pizzico d’enfasi di troppo.
Lillo 6,5 Si finge apprendista presentatore. Infila i luoghi comuni del mestiere, la «splendida cornice», il «voltiamo pagina», il «proprio su questo palcoscenico»… Si dilunga, imposta la voce attoriale, esagera con l’enfasi. Autoironico.
Vincenzo De Lucia 4 La performance meno riuscita del Festival. L’imitazione di Laura Pausini non è credibile e soprattutto non diverte. Conti fa il finto tonto. Gli autori dove sono? Numero da oratorio.
Elettra Lamborghini 6 Media voto tra Voilà, esile canzonzina da spiaggia sostenuta dal balletto glamour, e la protesta fuori programma contro le «festine bilaterali» che l’hanno costretta alla notte insonne. Il fuori palco irrompe sul palco. Strappacopione.
Francesca Lollobrigida, Lisa Vittozzi 6 Vincitrici di tre ori olimpici, emozionate più che sul ghiaccio e sulla neve di Milano Cortina. Dove stanno per cimentarsi anche gli atleti paralimpici. Non manca l’onnipresente ex presidente del Coni, Giovanni Malagò. Passaggio del testimone, forzato, da un evento all’altro.
Levante 7 Sei tu, la più difficile delle canzoni in gara. Recitata, sussurrata, commossa. Se l’amore sei tu/ Ma ho già perso il controllo/ Non mi segue più il corpo. Un brano romantico vecchia maniera, scritto da sola. Cantautrice ispirata.
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A quattro anni dall'invasione russa in Ucraina un evento di Fratelli d'Italia in Senato per raccontare la verità di quello che succede sul campo.
Un evento organizzato dal sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Giovanbattista Fazzolari e dall'onorevole Francesco Filini, responsabile dell'Ufficio studi e che lo ha anche moderato.
Fazzolari ha garantito che il sostegno, anche militare a Kiev, ci sarà per tutto il 2026, così come confermato dal voto in Senato del giorno successivo. «Il governo è sempre stato molto compatto sul sostegno a Kiev, abbiamo messo più volte la fiducia su più provvedimenti anche per ragioni di tempo e di semplicità, ma non c’è mai stato un problema nella maggioranza sul sostegno all’Ucraina». Poi ha aggiunto: «In tutto questo gioco di trattative il pericolo più grande che abbiamo è quello di giungere alla fine a una pace tra Mosca e Kiev senza aver inglobato pienamente l’Ucraina nel contesto europeo, nel nostro sistema di difesa o nel nostro sistema dell’Unione Europea». Per Filini i quattro anni passati sono stati conditi anche tantissima disinformazione: «Da quattro anni circolano fake news che raccontano come l’Ucraina avrebbe perso la guerra sin dalle prime settimane. In realtà, la situazione sul campo è tutt’altra: ci parla di una Russia impantanata, che non riesce più a uscire da un inferno che si è andata a cercare, perché non si aspettava la risposta ucraina all’aggressione di quattro anni fa». Invece, aggiunge: «Oggi siamo qui per raccontare, anche attraverso un documento elaborato dall’Ufficio studi di FdI, come stanno realmente le cose e per smascherare l’enorme quantità di fake news che purtroppo vengono rilanciate qui in Italia da persone che probabilmente si bevono la propaganda russa e la rilanciano. Noi siamo qui a testimoniare la verità».
All'evento hanno partecipato anche il presidente dei senatori di FdI Lucio Malan, il capogruppo alla Camera Galeazzo Bignami, il direttore di Libero Mario Sechi, il direttore de Il Foglio Claudio Cerasa, l’analista e youtuber Anton Sokol, il presidente del Copasir Lorenzo Guerini, il senatore di Azione Marco Lombardo, l’inviata Rai Stefania Battistini e il giornalista Federico Rampini, esperto di politica americana e inviato del Corriere della sera, il giornalista ucraino Vladislav Maistrouk.
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Ansa
Gli arrestati per l’omicidio di Quentin Deranque sono quasi tutti figli della borghesia benestante della Francia-ztl e più in generale quando la Sinistra antagonista va in piazza per una manifestazione propal i musulmani arruolati appartengono sempre a fasce di disagio urbano precedentemente e pazientemente politicizzate dalla Sinistra antagonista alla testa delle proteste di piazza. Non avviene mai, come invece sarebbe logico aspettarsi, che i Centri sociali si accodino a proteste di eventuali movimenti politici composti da coloro che in prima persona vivono il problema oggetto della manifestazione, al contrario, quando si tratta di manifestare a favore del Venezuela o di Cuba, il copione classico vede lo scontro verbale tra i manifestanti europei figli di famiglie benestanti con i veri venezuelani e i veri cubani ai quali viene rimproverato il fatto di non essere abbastanza informati su ciò che succede «davvero» a casa loro.
Questo schema non è casuale e discende consequenzialmente dal nuovo rapporto di utilizzo che la Sinistra occidentale ha sviluppato nei confronti della violenza: venuta a mancare da decenni la prospettiva rivoluzionaria reale, la Sinistra ha trasformato la violenza di piazza in un rituale autoreferenziale privo di telos politico ed è giunta a tale stadio dialettico realizzando le linee-guida tratteggiate dai postmarxisti teorici della protesta come fonte di senso esistenziale à la Toni Negri. In questa visione la violenza diventa lo strumento paradossale con cui la borghesia ricca e presentabile manifesta la propria esistenza morale contro la società che essa stessa ha edificato. Dalla radice iniziale del concetto di violenza intesa come «levatrice della storia» - il contributo forse più originale elaborato da Marx insieme alla superiorità della prassi sulla teoria - si è giunti alla sua funzione puramente simulacrale e sostanzialmente finalizzata al dispendio energetico delle forze di coloro che non trovano posto nella nuova società postindustriale.
Dalla Comune di Parigi alla Rivoluzione d’ottobre, dal Biennio rosso al Sessantotto, dalle Brigate Rosse alla Rote Armee Fraktion, la violenza ha sempre avuto una precisa finalità politica ed un preciso obiettivo rivoluzionario, più o meno realistico o utopico. Con l’ingresso nella Globalizzazione la rivoluzione è in effetti avvenuta ma non come i rivoluzionari si aspettavano: in effetti si è entrati in un «mondo nuovo» ma non basato sugli esiti ultimi del marxismo bensì sul mercato unico globale in grado, secondo il marketing che l’ha accompagnato, di stabilire «pace perpetua e fine delle ineguaglianze». La presa d’atto da parte della Sinistra più violenta, quella legata alle proprie radici marxiste, di tale deriva realizzata proprio dalla Sinistra mercatista - quella per intenderci del New Labour il cui principale teorizzatore, Peter Mandelson, è stato arrestato due giorni fa per i suoi rapporti con Jeffrey Epstein - ha portato ad una sorta di «denudamento della violenza» ormai trovatasi orfana dei propri obiettivi rivoluzionari.
Ecco dunque la necessaria ridefinizione della stessa nei termini di «svolta identitaria post-coloniale», come ipotizzato da Herbert Marcuse, per arrivare ad un nuovo utilizzo della violenza stessa la quale non abbatte più lo Stato ma «decolonizza lo spazio pubblico», «denuncia il privilegio» e, soprattutto, «pratica l’antifascismo militante». Inutile sottolineare come tutto ciò significhi un ritiro dagli obiettivi politici reali ed un approdo all’ambito esistenziale, soggettivo e psicologico. Il «disagio» è così passato dall’essere parte decisiva della coscienza di classe ad essere elemento scatenante il rifiuto della propria condizione soggettiva, del proprio corpo, dei propri codici comunicativi, della propria cultura, della propria etnia, del proprio sesso.
Privata di obiettivi politici la violenza resta tuttavia in gioco in quanto ineliminabile ed in quanto costitutiva della vita sociale degli esseri umani ma anche la sua strumentalizzazione è rimasta intatta dietro le quinte dei meccanismi vittimari per i quali i «nuovi oppressi» - immigrati, minoranze, trans - vengono sacralizzati per permettere alla borghesia di espiare il proprio privilegio senza rinunciarvi. La tragica conferma della dissoluzione nichilistica della violenza si ha, infine, nei numerosi casi di omicidio-suicidio degli individui spinti a ciò dal woke negli Usa e senza che ciò possa incidere politicamente su alcun aspetto della società.
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Valdo Calocane (Getty Images)
Uno schizofrenico paranoico diagnosticato, che però non riceveva alcuna cura perché nero. E il razzismo questa volta non c’entra. C’entra, in compenso, la paura di essere additati come xenofobi. Quella paura che ha fatto sì che gli specialisti dell’ospedale psichiatrico che avrebbero dovuto prenderlo in cura preferissero lasciarlo libero per evitare una «sovrarappresentazione di giovani maschi neri in detenzione».
Come emerge da una recente inchiesta, infatti, Valdo sarebbe dovuto stare in un istituto psichiatrico. Del resto, la sua carriera di violenza è lunga. Nel 2020 il primo raptus. Provano a curarlo ma non c’è nulla da fare. Va e viene dagli ospedali per quattro volte, fino a quando i medici rinunciano. Non perché Valdo non ne abbia più bisogno ma perché, come si legge nel report dedicato al killer, «il team coinvolto nel quarto ricovero di Calocane si è sentito sotto pressione per evitare pratiche restrittive a causa della sua etnia, data la pubblicità che circondava l’uso eccessivo del Mental Health Act e le misure restrittive nei confronti dei pazienti neri africani e neri caraibici».
Del resto, come rileva il Telegraph, «secondo gli ultimi dati del Servizio sanitario nazionale (Nhs), le persone di colore hanno quattro volte più probabilità di essere internate rispetto ai bianchi. Nel 2024-2025, 262,4 neri ogni 100.000 persone sono stati internati, la percentuale più alta tra tutti i gruppi etnici, contro i 65,8 ogni 100.000 bianchi».
Calocane resta così libero. Non fa nemmeno più le cure perché dice di aver paura degli aghi. Continua con le aggressioni e afferma di esser controllato. Di sentire delle voci che gli sussurrano di colpire.
Un giorno, nel 2021, si presenta anche davanti all’ufficio che ospita i servizi segreti interni britannici, il famoso Mi5, e chiede di essere arrestato. La spirale di paranoia è sempre più feroce. Valdo continua a nutrirsi di violenza. Guarda i video delle stragi e cerca informazioni su come compierle. Si è convinto che la sua testa sia eterodiretta da qualcun altro attraverso l’intelligenza artificiale. Era un pericolo pubblico e, non a caso, era stato internato quattro volte, ma poi sempre «liberato». E questo nonostante il medico che lo aveva in cura fosse convinto che Calocane, prima o poi, avrebbe ammazzato qualcuno. Così è stato.
Chris Philp, il ministro ombra degli Interni, commentando questa notizia ha detto: «Le decisioni non dovrebbero mai essere prese su questa base (ovvero la paura di esser tacciati come razzisti, Ndr). È preoccupante che il partito laburista stia modificando la legge per rendere ancora più difficile l’internamento di persone per lo stesso motivo. L’ingegneria inversa dei risultati basati sull’etnia sta mettendo a rischio vite umane. Questa follia deve finire».
Eppure il Regno Unito sembra colpito da questa follia che è diventata una vera e propria «malattia». Da questo razzismo al contrario che si ostina a non vedere la realtà.
Solamente qualche settimana fa, la metropolitana di Londra aveva realizzato una campagna per mostrare i comportamenti inadeguati ai quali stare attenti durante i viaggi. In essa, si vedeva un bianco che importunava una ragazza. E poi, in un altro spezzone, un nero che faceva la stessa cosa. Ovviamente il filmato è stato rimosso perché, secondo alcuni, non faceva altro che rafforzare «stereotipi razziali dannosi» nei confronti della comunità afro. Non era così. O meglio. In quei pochi frame si faceva notare una cosa molto semplice: chiunque può delinquere, indipendentemente dal colore della pelle. Ma l’aver mostrato anche un ragazzo nero non è accettabile. È la white guilt», la colpa di essere bianchi, per citare un bel libro di Emanuele Fusi. Una colpa che ormai è penetrata nelle viscere dell’Occidente. E che sta continuando a mietere vittime innocenti.
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