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2023-08-04
Altra truffa sul reddito: beccati 39 africani
Una marea di soldi verso Sud, ben oltre le differenze di ricchezza. In più di quattro anni il Reddito di cittadinanza è costato oltre 31 miliardi ed è andato a 1.148.010 famiglie, con assegni medi mensili da 538,64 euro. I dati sono dell’Inps e coprono il periodo che va da aprile 2019, quando il governo Lega-M5s ha introdotto la misura, e lo scorso giugno. Due regioni, la Campania e la Sicilia, da sole hanno incamerato il 43% dei sussidi. E in città come Napoli (15,82%) e Crotone (15,72%) una famiglia su sei ha preso il Rdc. Considerate l’evasione fiscale e l’alto numero di truffe scoperte, non è difficile capire chi ha vinto e chi ha perso intorno alla mensa pubblica della misura che a settembre del 2018 fece dire al grillino Luigi Di Maio: «Oggi abbiamo sconfitto la povertà». Intanto il commissario straordinario dell’Inps, Micaela Gelera, ha riconosciuto che l’sms dell’ente «avrebbe dovuto essere più accurato».
Il 31 luglio hanno perso il diritto a ricevere il sussidio le famiglie in cui non vi siano minori, disabili, ultrasessantenni o persone assistite dai servizi sociosanitari locali. Si tratta del primo passo verso l’abolizione, entro cinque mesi, del Reddito di cittadinanza, decisa dal governo di Giorgia Meloni con la finanziaria per il 2023 e il decreto Lavoro del 4 maggio scorso. I componenti dei nuclei più svantaggiati, di età compresa tra 18 e 59 anni, privi di disabilità e con un Isee non superiore a 6.000 euro annui, potranno tuttavia richiedere da settembre il «Supporto per la formazione e il lavoro», ovvero una somma fissa di 350 euro al mese destinata al singolo individuo che partecipi a misure di attivazione lavorativa (tra cui il servizio civile universale e i progetti utili alla collettività), della durata di non più di 12 mesi e non rinnovabile. Da gennaio 2024 il Reddito di cittadinanza cesserà per tutti e verrà sostituito dall’assegno di inclusione. Sull’sms di disdetta che ha suscitato polemiche, il commissario Gelera ieri ha affermato che «nell’ambito di un rapporto di trasparenza e lealtà con i cittadini, in ossequio al principio di proattività adottato dall’Inps, che è teso a fornire al cittadino tutte le informazioni relative alle prestazioni che lo riguardano e alle opportunità che potrebbe cogliere, Inps ha inviato un sms/email, che avrebbe dovuto essere più accurato nei contenuti e nella forma».
Nei primi due mesi del 2023, le domande di accesso sono letteralmente crollate dalle 261.378 del primo bimestre 2022 a quota 90.287. Certo, un po’ ha pesato la ripresa economica, ma molto ha inciso l’effetto psicologico e la consapevolezza che la misura sarà gradualmente cancellata.
Dall’aprile del 2019 al giugno di quest’anno, secondo l’Inps, per il mega sussidio contro la povertà sono stati spesi 31,5 miliardi di euro, quanto una manovra finanziaria. L’importo medio degli assegni è stato di 538,64 euro, con una media nel periodo di 1.148.010 famiglie beneficiarie. Il picco si è toccato a luglio 2021 con 1,4 milioni di famiglie e 767 milioni di spesa, mentre a giugno scorso i nuclei familiari erano calati a poco più di un milione, per 511,6 milioni di costo totale. Secondo Anpal, solo 257.629 persone si sono iscritte al programma di formazione lavoro specifico e solo 108.289 sono state coinvolte in corsi di formazione, orientamento e avviamento (42%).
Per capire perché in alcune zone stanno esplodendo le proteste, basta vedere chi ha percepito il Reddito in questi anni. La prima provincia per lettere di sospensione è quella di Napoli, con 21.500 famiglie che incassano il sussidio, seguita da quella di Roma con 12.225 revoche e da quella di Palermo con 11.573. Secondo i dati forniti da Inps e Istat, la Campania guida la classifica del Reddito di cittadinanza con il 23% del totale, seguita da Sicilia (20%), Lazio (10%) e Puglia (9%). Al Nord, il maggior numero di sospensioni è arrivato nelle provincie di Torino, con 4.615 lettere, e di Milano, con 3.278 cessazioni. In fondo alla classifica Bolzano (29) e Belluno (59). Del resto, a Bolzano prendeva il reddito solo lo 0,33% delle famiglie, contro il 15,8% di Napoli. A Belluno si arrivava appena allo 0,95%, a Treviso all’1,44% e a Sondrio all’1,51%. Nel 2021 il Pil pro capite nel Centro Nord era pari a 33.400 euro e quello del Sud si fermava a 18.500 euro. Un divario rilevante, ma che non basta a spiegare questa distribuzione del Rdc.
Una famiglia su tre di quelle che prendevano il sussidio aveva minorenni in casa e l’età media dei loro componenti era di 36 anni. Oltre mezzo milione di persone era nella fascia di età tra i 40 e i 67 anni ed è in possesso di licenza elementare o di terza media. Le donne sono di più (52,8%), anche per i noti divari di reddito con gli uomini. Uno studio di Prometeia ha individuato intorno al 15,5% la percentuale di Neet (giovani inattivi tra i 15 e i 29 anni che non cercano lavoro) che prende il Reddito di cittadinanza.
Pasquale Tridico, ex presidente dell’Inps, sostiene che le truffe sono state «solo dell’1%». Ma, secondo l’inchiesta della Verità pubblicata domenica utilizzando gli stessi dati Inps, il 6% delle persone controllate non era in regola. E se su 156.822 soggetti verificati si sono accertati oltre 40 milioni di euro indebitamente percepiti, dietro ai 4,65 milioni di beneficiari del Reddito dei primi tre anni potrebbe nascondersi una voragine da 1,18 miliardi.
I furbi del reddito di cittadinanza. Africani con bagagli pieni di soldi
«Niente da dichiarare». E invece nascondevano decine di migliaia di euro nelle zip delle cinture, nei doppiofondi delle valige, dentro la biancheria intima. Davanti ai ligi finanzieri dell’aeroporto di Linate, i trentanove nordafricani hanno balbettato improbabili motivazioni. «Da dove viene tutto questo denaro?» gli chiedevano. E loro abbozzavano. Chissà. L’arcano s’è scoperto dopo una serie di controlli incrociati: i liquidissimi viaggiatori erano fortunati percettori del reddito di cittadinanza. Le prodezze svelate dalla Guardia di finanza dello scalo milanese sono l’ennesimo episodio del consumato capitolo: truffe sull’assegno voluto dai grillini e rivisto dal governo. I fermati sono egiziani, soprattutto. Gonfi di contanti da riportare nei Paesi natali. Trasformati in indigenti a cui corrispondere il controverso sussidio da farlocche autocertificazioni. Nonostante lavori stabili, imprese in salute e buone entrate. Alcuni di loro avevano perfino immobili a Milano, addirittura affittati. Mentre altri utilizzavano beni intestati a defunti.
Eh sì, avevano moltissimo da dichiarare invece. Ma avrebbero perduto l’assegno a sbafo, dunque si fingevano nullatenenti o quasi. Astuzia che ha permesso di incassare il celeberrimo aiuto a 25 uomini e 14 donne, scoperti in poco più di un anno. Tutti traditi da quel denaro frusciante nascosto tra doppi fondi e tasche segrete. Assieme ai loro balbettii sulla provenienza dei bigliettoni. Stesse storie, una dopo l’altra: trentanove casi, scoperti solo a Linate. Provate a pensare, considerando chi l’ha fatta franca e allargando ipotetiche verifiche a tutti gli aeroporti italiani: quanti sono i furbacchioni percettori di reddito ed esportatori di oltre dieci mila euro, il limite massimo consentito?
Facciamo pure due conti, già che ci siamo: la finanza meneghina ha accertato un danno per lo stato di 456.000 euro, evitando l’esborso di ulteriori 120.000. Moltiplicate allora per i potenziali emuli, abituati a farla franca. Invece, nell’indagine di Linate, i finanzieri si sono insospettiti per le reiterate modalità. Come fanno disoccupati o quasi nullatenenti a nascondere ventimila euro nella cinta dei pantaloni? Sono quindi scattate le indagini, coordinate dalla procura di Milano, con le verifiche incrociate. I militari hanno appurato l’evidente irregolarità delle domande presentate dai nordafricani. Con l’obiettivo di mettere le mani sul sussidio, ovviamente. E quindi: falsi documenti e dichiarazioni mendaci. Bastava nascondere famigli oppure omettere il reddito familiare.
Non ha certo abolito la povertà, come annunciava dal balcone di Palazzo Chigi un festante Luigino Di Maio, allora ministro del Lavoro e adesso riverito inviato nel Golfo persico per l’Unione europea. In compenso, il reddito di cittadinanza ha permesso di lambire vette truffaldine mai raggiunte. Indagini sempre più roboanti, nel corso degli anni, hanno svelato un campionario sterminato. L’asiatico che dichiara falsamente la presenza in Italia di moglie figlie, che percepiscono il reddito dall’estero. L’uomo che s’inventa una numerosa prole. La donna che dimentica di essere sposata. Il settantenne possidente che sfreccia in Ferrari. Quello ai domiciliari con lo yacht. L’attempato disoccupato proprietario di diciassette macchine e una motocicletta. L’indigente membro di una famiglia che dichiara quasi 700.000 euro. Nutritissima anche la pattuglia degli appartenenti alla criminalità organizzata, soprattutto in Campania. Così come pullulano mogli e familiari dei boss, che hanno omesso di segnalare la scomoda parentela. E poi pluripregiudicati finiti al fresco. Affiliati che scontano l’arresto ai domiciliari. Clandestini appena arrivati in Italia. Stranieri fantasma che rientravano a fine mese solo per intascare il sussidio. Tutti felici percettori. Del resto, bastava presentare un’autocertificazione fasulla.
Eppure, dopo le novità introdotte dal governo, a Napoli alcuni minacciano di mettere a fuoco la città se non riavranno l’assegno mensile dell’Inps. Come ha verificato La Verità, spesso però si tratta di persone che lavorano in nero o arrotondano i guadagni con i soldi statali. I contestatori, insomma, spesso non sono disperati capi famiglia che non sanno cosa mettere nel piatto. In appena una giornata abbiamo scovato affittacamere di due bed&breakfast abusivi, badanti che guadagnando 2.500 euro al mese in nero, custodi abusivi al Vomero con casa in comodato gratuito, richiestissime parrucchiere a domicilio.
Scaltrezze che, inevitabilmente, finiscono per sfuggire alle inchieste. Negli anni sono stati milioni i percettori del reddito di cittadinanza. E da gennaio 2021 a maggio 2022, gli ultimi dati pubblicati, sono stati scoperti illeciti per 288 milioni: 171 indebitamente percepiti e 117 non ancora riscossi. Nello stesso periodo, le autorità hanno denunciato oltre 29.000 persone. Rivelando inarrivabili gesta. Vedi l’egiziano di 39 anni fermato recentemente a Roma per un controllo. In tasca aveva ben 34 carte bancoposta per l’accredito del sussidio e 33 ricevute d’acquisto. Oltre a 5.580 euro in contanti. Che ha tentato maldestramente di offrire agli agenti, chiedendo inutilmente di chiudere un occhio.
Molto meno audaci, invece, i suoi connazionali beccati a Linate mentre portavano all’estero i soldi del reddito di cittadinanza. «Niente da dichiarare» ripetevano tutti. E beati continuavano a godersi l’immeritato assegno.
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Prendevano il sussidio senza averne diritto: fermati a Linate strapieni di contante nascosto dappertutto. I dati ufficiali: il Rdc è costato 31,5 miliardi in 4 anni, ecco la mappa. Fermati 39 passeggeri, per lo più egiziani, che a Linate trasportavano contanti di cui non hanno giustificato la provenienza. Tutti percepivano il sussidio senza averne diritto: avevano lavori stabili e immobili a Milano.Lo speciale contiene due articoli.Una marea di soldi verso Sud, ben oltre le differenze di ricchezza. In più di quattro anni il Reddito di cittadinanza è costato oltre 31 miliardi ed è andato a 1.148.010 famiglie, con assegni medi mensili da 538,64 euro. I dati sono dell’Inps e coprono il periodo che va da aprile 2019, quando il governo Lega-M5s ha introdotto la misura, e lo scorso giugno. Due regioni, la Campania e la Sicilia, da sole hanno incamerato il 43% dei sussidi. E in città come Napoli (15,82%) e Crotone (15,72%) una famiglia su sei ha preso il Rdc. Considerate l’evasione fiscale e l’alto numero di truffe scoperte, non è difficile capire chi ha vinto e chi ha perso intorno alla mensa pubblica della misura che a settembre del 2018 fece dire al grillino Luigi Di Maio: «Oggi abbiamo sconfitto la povertà». Intanto il commissario straordinario dell’Inps, Micaela Gelera, ha riconosciuto che l’sms dell’ente «avrebbe dovuto essere più accurato».Il 31 luglio hanno perso il diritto a ricevere il sussidio le famiglie in cui non vi siano minori, disabili, ultrasessantenni o persone assistite dai servizi sociosanitari locali. Si tratta del primo passo verso l’abolizione, entro cinque mesi, del Reddito di cittadinanza, decisa dal governo di Giorgia Meloni con la finanziaria per il 2023 e il decreto Lavoro del 4 maggio scorso. I componenti dei nuclei più svantaggiati, di età compresa tra 18 e 59 anni, privi di disabilità e con un Isee non superiore a 6.000 euro annui, potranno tuttavia richiedere da settembre il «Supporto per la formazione e il lavoro», ovvero una somma fissa di 350 euro al mese destinata al singolo individuo che partecipi a misure di attivazione lavorativa (tra cui il servizio civile universale e i progetti utili alla collettività), della durata di non più di 12 mesi e non rinnovabile. Da gennaio 2024 il Reddito di cittadinanza cesserà per tutti e verrà sostituito dall’assegno di inclusione. Sull’sms di disdetta che ha suscitato polemiche, il commissario Gelera ieri ha affermato che «nell’ambito di un rapporto di trasparenza e lealtà con i cittadini, in ossequio al principio di proattività adottato dall’Inps, che è teso a fornire al cittadino tutte le informazioni relative alle prestazioni che lo riguardano e alle opportunità che potrebbe cogliere, Inps ha inviato un sms/email, che avrebbe dovuto essere più accurato nei contenuti e nella forma». Nei primi due mesi del 2023, le domande di accesso sono letteralmente crollate dalle 261.378 del primo bimestre 2022 a quota 90.287. Certo, un po’ ha pesato la ripresa economica, ma molto ha inciso l’effetto psicologico e la consapevolezza che la misura sarà gradualmente cancellata.Dall’aprile del 2019 al giugno di quest’anno, secondo l’Inps, per il mega sussidio contro la povertà sono stati spesi 31,5 miliardi di euro, quanto una manovra finanziaria. L’importo medio degli assegni è stato di 538,64 euro, con una media nel periodo di 1.148.010 famiglie beneficiarie. Il picco si è toccato a luglio 2021 con 1,4 milioni di famiglie e 767 milioni di spesa, mentre a giugno scorso i nuclei familiari erano calati a poco più di un milione, per 511,6 milioni di costo totale. Secondo Anpal, solo 257.629 persone si sono iscritte al programma di formazione lavoro specifico e solo 108.289 sono state coinvolte in corsi di formazione, orientamento e avviamento (42%). Per capire perché in alcune zone stanno esplodendo le proteste, basta vedere chi ha percepito il Reddito in questi anni. La prima provincia per lettere di sospensione è quella di Napoli, con 21.500 famiglie che incassano il sussidio, seguita da quella di Roma con 12.225 revoche e da quella di Palermo con 11.573. Secondo i dati forniti da Inps e Istat, la Campania guida la classifica del Reddito di cittadinanza con il 23% del totale, seguita da Sicilia (20%), Lazio (10%) e Puglia (9%). Al Nord, il maggior numero di sospensioni è arrivato nelle provincie di Torino, con 4.615 lettere, e di Milano, con 3.278 cessazioni. In fondo alla classifica Bolzano (29) e Belluno (59). Del resto, a Bolzano prendeva il reddito solo lo 0,33% delle famiglie, contro il 15,8% di Napoli. A Belluno si arrivava appena allo 0,95%, a Treviso all’1,44% e a Sondrio all’1,51%. Nel 2021 il Pil pro capite nel Centro Nord era pari a 33.400 euro e quello del Sud si fermava a 18.500 euro. Un divario rilevante, ma che non basta a spiegare questa distribuzione del Rdc.Una famiglia su tre di quelle che prendevano il sussidio aveva minorenni in casa e l’età media dei loro componenti era di 36 anni. Oltre mezzo milione di persone era nella fascia di età tra i 40 e i 67 anni ed è in possesso di licenza elementare o di terza media. Le donne sono di più (52,8%), anche per i noti divari di reddito con gli uomini. Uno studio di Prometeia ha individuato intorno al 15,5% la percentuale di Neet (giovani inattivi tra i 15 e i 29 anni che non cercano lavoro) che prende il Reddito di cittadinanza. Pasquale Tridico, ex presidente dell’Inps, sostiene che le truffe sono state «solo dell’1%». Ma, secondo l’inchiesta della Verità pubblicata domenica utilizzando gli stessi dati Inps, il 6% delle persone controllate non era in regola. E se su 156.822 soggetti verificati si sono accertati oltre 40 milioni di euro indebitamente percepiti, dietro ai 4,65 milioni di beneficiari del Reddito dei primi tre anni potrebbe nascondersi una voragine da 1,18 miliardi. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/truffe-reddito-cittadinanza-2662712921.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="i-furbi-del-reddito-di-cittadinanza-africani-con-bagagli-pieni-di-soldi" data-post-id="2662712921" data-published-at="1691138546" data-use-pagination="False"> I furbi del reddito di cittadinanza. Africani con bagagli pieni di soldi «Niente da dichiarare». E invece nascondevano decine di migliaia di euro nelle zip delle cinture, nei doppiofondi delle valige, dentro la biancheria intima. Davanti ai ligi finanzieri dell’aeroporto di Linate, i trentanove nordafricani hanno balbettato improbabili motivazioni. «Da dove viene tutto questo denaro?» gli chiedevano. E loro abbozzavano. Chissà. L’arcano s’è scoperto dopo una serie di controlli incrociati: i liquidissimi viaggiatori erano fortunati percettori del reddito di cittadinanza. Le prodezze svelate dalla Guardia di finanza dello scalo milanese sono l’ennesimo episodio del consumato capitolo: truffe sull’assegno voluto dai grillini e rivisto dal governo. I fermati sono egiziani, soprattutto. Gonfi di contanti da riportare nei Paesi natali. Trasformati in indigenti a cui corrispondere il controverso sussidio da farlocche autocertificazioni. Nonostante lavori stabili, imprese in salute e buone entrate. Alcuni di loro avevano perfino immobili a Milano, addirittura affittati. Mentre altri utilizzavano beni intestati a defunti. Eh sì, avevano moltissimo da dichiarare invece. Ma avrebbero perduto l’assegno a sbafo, dunque si fingevano nullatenenti o quasi. Astuzia che ha permesso di incassare il celeberrimo aiuto a 25 uomini e 14 donne, scoperti in poco più di un anno. Tutti traditi da quel denaro frusciante nascosto tra doppi fondi e tasche segrete. Assieme ai loro balbettii sulla provenienza dei bigliettoni. Stesse storie, una dopo l’altra: trentanove casi, scoperti solo a Linate. Provate a pensare, considerando chi l’ha fatta franca e allargando ipotetiche verifiche a tutti gli aeroporti italiani: quanti sono i furbacchioni percettori di reddito ed esportatori di oltre dieci mila euro, il limite massimo consentito? Facciamo pure due conti, già che ci siamo: la finanza meneghina ha accertato un danno per lo stato di 456.000 euro, evitando l’esborso di ulteriori 120.000. Moltiplicate allora per i potenziali emuli, abituati a farla franca. Invece, nell’indagine di Linate, i finanzieri si sono insospettiti per le reiterate modalità. Come fanno disoccupati o quasi nullatenenti a nascondere ventimila euro nella cinta dei pantaloni? Sono quindi scattate le indagini, coordinate dalla procura di Milano, con le verifiche incrociate. I militari hanno appurato l’evidente irregolarità delle domande presentate dai nordafricani. Con l’obiettivo di mettere le mani sul sussidio, ovviamente. E quindi: falsi documenti e dichiarazioni mendaci. Bastava nascondere famigli oppure omettere il reddito familiare. Non ha certo abolito la povertà, come annunciava dal balcone di Palazzo Chigi un festante Luigino Di Maio, allora ministro del Lavoro e adesso riverito inviato nel Golfo persico per l’Unione europea. In compenso, il reddito di cittadinanza ha permesso di lambire vette truffaldine mai raggiunte. Indagini sempre più roboanti, nel corso degli anni, hanno svelato un campionario sterminato. L’asiatico che dichiara falsamente la presenza in Italia di moglie figlie, che percepiscono il reddito dall’estero. L’uomo che s’inventa una numerosa prole. La donna che dimentica di essere sposata. Il settantenne possidente che sfreccia in Ferrari. Quello ai domiciliari con lo yacht. L’attempato disoccupato proprietario di diciassette macchine e una motocicletta. L’indigente membro di una famiglia che dichiara quasi 700.000 euro. Nutritissima anche la pattuglia degli appartenenti alla criminalità organizzata, soprattutto in Campania. Così come pullulano mogli e familiari dei boss, che hanno omesso di segnalare la scomoda parentela. E poi pluripregiudicati finiti al fresco. Affiliati che scontano l’arresto ai domiciliari. Clandestini appena arrivati in Italia. Stranieri fantasma che rientravano a fine mese solo per intascare il sussidio. Tutti felici percettori. Del resto, bastava presentare un’autocertificazione fasulla. Eppure, dopo le novità introdotte dal governo, a Napoli alcuni minacciano di mettere a fuoco la città se non riavranno l’assegno mensile dell’Inps. Come ha verificato La Verità, spesso però si tratta di persone che lavorano in nero o arrotondano i guadagni con i soldi statali. I contestatori, insomma, spesso non sono disperati capi famiglia che non sanno cosa mettere nel piatto. In appena una giornata abbiamo scovato affittacamere di due bed&breakfast abusivi, badanti che guadagnando 2.500 euro al mese in nero, custodi abusivi al Vomero con casa in comodato gratuito, richiestissime parrucchiere a domicilio. Scaltrezze che, inevitabilmente, finiscono per sfuggire alle inchieste. Negli anni sono stati milioni i percettori del reddito di cittadinanza. E da gennaio 2021 a maggio 2022, gli ultimi dati pubblicati, sono stati scoperti illeciti per 288 milioni: 171 indebitamente percepiti e 117 non ancora riscossi. Nello stesso periodo, le autorità hanno denunciato oltre 29.000 persone. Rivelando inarrivabili gesta. Vedi l’egiziano di 39 anni fermato recentemente a Roma per un controllo. In tasca aveva ben 34 carte bancoposta per l’accredito del sussidio e 33 ricevute d’acquisto. Oltre a 5.580 euro in contanti. Che ha tentato maldestramente di offrire agli agenti, chiedendo inutilmente di chiudere un occhio. Molto meno audaci, invece, i suoi connazionali beccati a Linate mentre portavano all’estero i soldi del reddito di cittadinanza. «Niente da dichiarare» ripetevano tutti. E beati continuavano a godersi l’immeritato assegno.
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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