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2023-08-04
Altra truffa sul reddito: beccati 39 africani
Una marea di soldi verso Sud, ben oltre le differenze di ricchezza. In più di quattro anni il Reddito di cittadinanza è costato oltre 31 miliardi ed è andato a 1.148.010 famiglie, con assegni medi mensili da 538,64 euro. I dati sono dell’Inps e coprono il periodo che va da aprile 2019, quando il governo Lega-M5s ha introdotto la misura, e lo scorso giugno. Due regioni, la Campania e la Sicilia, da sole hanno incamerato il 43% dei sussidi. E in città come Napoli (15,82%) e Crotone (15,72%) una famiglia su sei ha preso il Rdc. Considerate l’evasione fiscale e l’alto numero di truffe scoperte, non è difficile capire chi ha vinto e chi ha perso intorno alla mensa pubblica della misura che a settembre del 2018 fece dire al grillino Luigi Di Maio: «Oggi abbiamo sconfitto la povertà». Intanto il commissario straordinario dell’Inps, Micaela Gelera, ha riconosciuto che l’sms dell’ente «avrebbe dovuto essere più accurato».
Il 31 luglio hanno perso il diritto a ricevere il sussidio le famiglie in cui non vi siano minori, disabili, ultrasessantenni o persone assistite dai servizi sociosanitari locali. Si tratta del primo passo verso l’abolizione, entro cinque mesi, del Reddito di cittadinanza, decisa dal governo di Giorgia Meloni con la finanziaria per il 2023 e il decreto Lavoro del 4 maggio scorso. I componenti dei nuclei più svantaggiati, di età compresa tra 18 e 59 anni, privi di disabilità e con un Isee non superiore a 6.000 euro annui, potranno tuttavia richiedere da settembre il «Supporto per la formazione e il lavoro», ovvero una somma fissa di 350 euro al mese destinata al singolo individuo che partecipi a misure di attivazione lavorativa (tra cui il servizio civile universale e i progetti utili alla collettività), della durata di non più di 12 mesi e non rinnovabile. Da gennaio 2024 il Reddito di cittadinanza cesserà per tutti e verrà sostituito dall’assegno di inclusione. Sull’sms di disdetta che ha suscitato polemiche, il commissario Gelera ieri ha affermato che «nell’ambito di un rapporto di trasparenza e lealtà con i cittadini, in ossequio al principio di proattività adottato dall’Inps, che è teso a fornire al cittadino tutte le informazioni relative alle prestazioni che lo riguardano e alle opportunità che potrebbe cogliere, Inps ha inviato un sms/email, che avrebbe dovuto essere più accurato nei contenuti e nella forma».
Nei primi due mesi del 2023, le domande di accesso sono letteralmente crollate dalle 261.378 del primo bimestre 2022 a quota 90.287. Certo, un po’ ha pesato la ripresa economica, ma molto ha inciso l’effetto psicologico e la consapevolezza che la misura sarà gradualmente cancellata.
Dall’aprile del 2019 al giugno di quest’anno, secondo l’Inps, per il mega sussidio contro la povertà sono stati spesi 31,5 miliardi di euro, quanto una manovra finanziaria. L’importo medio degli assegni è stato di 538,64 euro, con una media nel periodo di 1.148.010 famiglie beneficiarie. Il picco si è toccato a luglio 2021 con 1,4 milioni di famiglie e 767 milioni di spesa, mentre a giugno scorso i nuclei familiari erano calati a poco più di un milione, per 511,6 milioni di costo totale. Secondo Anpal, solo 257.629 persone si sono iscritte al programma di formazione lavoro specifico e solo 108.289 sono state coinvolte in corsi di formazione, orientamento e avviamento (42%).
Per capire perché in alcune zone stanno esplodendo le proteste, basta vedere chi ha percepito il Reddito in questi anni. La prima provincia per lettere di sospensione è quella di Napoli, con 21.500 famiglie che incassano il sussidio, seguita da quella di Roma con 12.225 revoche e da quella di Palermo con 11.573. Secondo i dati forniti da Inps e Istat, la Campania guida la classifica del Reddito di cittadinanza con il 23% del totale, seguita da Sicilia (20%), Lazio (10%) e Puglia (9%). Al Nord, il maggior numero di sospensioni è arrivato nelle provincie di Torino, con 4.615 lettere, e di Milano, con 3.278 cessazioni. In fondo alla classifica Bolzano (29) e Belluno (59). Del resto, a Bolzano prendeva il reddito solo lo 0,33% delle famiglie, contro il 15,8% di Napoli. A Belluno si arrivava appena allo 0,95%, a Treviso all’1,44% e a Sondrio all’1,51%. Nel 2021 il Pil pro capite nel Centro Nord era pari a 33.400 euro e quello del Sud si fermava a 18.500 euro. Un divario rilevante, ma che non basta a spiegare questa distribuzione del Rdc.
Una famiglia su tre di quelle che prendevano il sussidio aveva minorenni in casa e l’età media dei loro componenti era di 36 anni. Oltre mezzo milione di persone era nella fascia di età tra i 40 e i 67 anni ed è in possesso di licenza elementare o di terza media. Le donne sono di più (52,8%), anche per i noti divari di reddito con gli uomini. Uno studio di Prometeia ha individuato intorno al 15,5% la percentuale di Neet (giovani inattivi tra i 15 e i 29 anni che non cercano lavoro) che prende il Reddito di cittadinanza.
Pasquale Tridico, ex presidente dell’Inps, sostiene che le truffe sono state «solo dell’1%». Ma, secondo l’inchiesta della Verità pubblicata domenica utilizzando gli stessi dati Inps, il 6% delle persone controllate non era in regola. E se su 156.822 soggetti verificati si sono accertati oltre 40 milioni di euro indebitamente percepiti, dietro ai 4,65 milioni di beneficiari del Reddito dei primi tre anni potrebbe nascondersi una voragine da 1,18 miliardi.
I furbi del reddito di cittadinanza. Africani con bagagli pieni di soldi
«Niente da dichiarare». E invece nascondevano decine di migliaia di euro nelle zip delle cinture, nei doppiofondi delle valige, dentro la biancheria intima. Davanti ai ligi finanzieri dell’aeroporto di Linate, i trentanove nordafricani hanno balbettato improbabili motivazioni. «Da dove viene tutto questo denaro?» gli chiedevano. E loro abbozzavano. Chissà. L’arcano s’è scoperto dopo una serie di controlli incrociati: i liquidissimi viaggiatori erano fortunati percettori del reddito di cittadinanza. Le prodezze svelate dalla Guardia di finanza dello scalo milanese sono l’ennesimo episodio del consumato capitolo: truffe sull’assegno voluto dai grillini e rivisto dal governo. I fermati sono egiziani, soprattutto. Gonfi di contanti da riportare nei Paesi natali. Trasformati in indigenti a cui corrispondere il controverso sussidio da farlocche autocertificazioni. Nonostante lavori stabili, imprese in salute e buone entrate. Alcuni di loro avevano perfino immobili a Milano, addirittura affittati. Mentre altri utilizzavano beni intestati a defunti.
Eh sì, avevano moltissimo da dichiarare invece. Ma avrebbero perduto l’assegno a sbafo, dunque si fingevano nullatenenti o quasi. Astuzia che ha permesso di incassare il celeberrimo aiuto a 25 uomini e 14 donne, scoperti in poco più di un anno. Tutti traditi da quel denaro frusciante nascosto tra doppi fondi e tasche segrete. Assieme ai loro balbettii sulla provenienza dei bigliettoni. Stesse storie, una dopo l’altra: trentanove casi, scoperti solo a Linate. Provate a pensare, considerando chi l’ha fatta franca e allargando ipotetiche verifiche a tutti gli aeroporti italiani: quanti sono i furbacchioni percettori di reddito ed esportatori di oltre dieci mila euro, il limite massimo consentito?
Facciamo pure due conti, già che ci siamo: la finanza meneghina ha accertato un danno per lo stato di 456.000 euro, evitando l’esborso di ulteriori 120.000. Moltiplicate allora per i potenziali emuli, abituati a farla franca. Invece, nell’indagine di Linate, i finanzieri si sono insospettiti per le reiterate modalità. Come fanno disoccupati o quasi nullatenenti a nascondere ventimila euro nella cinta dei pantaloni? Sono quindi scattate le indagini, coordinate dalla procura di Milano, con le verifiche incrociate. I militari hanno appurato l’evidente irregolarità delle domande presentate dai nordafricani. Con l’obiettivo di mettere le mani sul sussidio, ovviamente. E quindi: falsi documenti e dichiarazioni mendaci. Bastava nascondere famigli oppure omettere il reddito familiare.
Non ha certo abolito la povertà, come annunciava dal balcone di Palazzo Chigi un festante Luigino Di Maio, allora ministro del Lavoro e adesso riverito inviato nel Golfo persico per l’Unione europea. In compenso, il reddito di cittadinanza ha permesso di lambire vette truffaldine mai raggiunte. Indagini sempre più roboanti, nel corso degli anni, hanno svelato un campionario sterminato. L’asiatico che dichiara falsamente la presenza in Italia di moglie figlie, che percepiscono il reddito dall’estero. L’uomo che s’inventa una numerosa prole. La donna che dimentica di essere sposata. Il settantenne possidente che sfreccia in Ferrari. Quello ai domiciliari con lo yacht. L’attempato disoccupato proprietario di diciassette macchine e una motocicletta. L’indigente membro di una famiglia che dichiara quasi 700.000 euro. Nutritissima anche la pattuglia degli appartenenti alla criminalità organizzata, soprattutto in Campania. Così come pullulano mogli e familiari dei boss, che hanno omesso di segnalare la scomoda parentela. E poi pluripregiudicati finiti al fresco. Affiliati che scontano l’arresto ai domiciliari. Clandestini appena arrivati in Italia. Stranieri fantasma che rientravano a fine mese solo per intascare il sussidio. Tutti felici percettori. Del resto, bastava presentare un’autocertificazione fasulla.
Eppure, dopo le novità introdotte dal governo, a Napoli alcuni minacciano di mettere a fuoco la città se non riavranno l’assegno mensile dell’Inps. Come ha verificato La Verità, spesso però si tratta di persone che lavorano in nero o arrotondano i guadagni con i soldi statali. I contestatori, insomma, spesso non sono disperati capi famiglia che non sanno cosa mettere nel piatto. In appena una giornata abbiamo scovato affittacamere di due bed&breakfast abusivi, badanti che guadagnando 2.500 euro al mese in nero, custodi abusivi al Vomero con casa in comodato gratuito, richiestissime parrucchiere a domicilio.
Scaltrezze che, inevitabilmente, finiscono per sfuggire alle inchieste. Negli anni sono stati milioni i percettori del reddito di cittadinanza. E da gennaio 2021 a maggio 2022, gli ultimi dati pubblicati, sono stati scoperti illeciti per 288 milioni: 171 indebitamente percepiti e 117 non ancora riscossi. Nello stesso periodo, le autorità hanno denunciato oltre 29.000 persone. Rivelando inarrivabili gesta. Vedi l’egiziano di 39 anni fermato recentemente a Roma per un controllo. In tasca aveva ben 34 carte bancoposta per l’accredito del sussidio e 33 ricevute d’acquisto. Oltre a 5.580 euro in contanti. Che ha tentato maldestramente di offrire agli agenti, chiedendo inutilmente di chiudere un occhio.
Molto meno audaci, invece, i suoi connazionali beccati a Linate mentre portavano all’estero i soldi del reddito di cittadinanza. «Niente da dichiarare» ripetevano tutti. E beati continuavano a godersi l’immeritato assegno.
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Prendevano il sussidio senza averne diritto: fermati a Linate strapieni di contante nascosto dappertutto. I dati ufficiali: il Rdc è costato 31,5 miliardi in 4 anni, ecco la mappa. Fermati 39 passeggeri, per lo più egiziani, che a Linate trasportavano contanti di cui non hanno giustificato la provenienza. Tutti percepivano il sussidio senza averne diritto: avevano lavori stabili e immobili a Milano.Lo speciale contiene due articoli.Una marea di soldi verso Sud, ben oltre le differenze di ricchezza. In più di quattro anni il Reddito di cittadinanza è costato oltre 31 miliardi ed è andato a 1.148.010 famiglie, con assegni medi mensili da 538,64 euro. I dati sono dell’Inps e coprono il periodo che va da aprile 2019, quando il governo Lega-M5s ha introdotto la misura, e lo scorso giugno. Due regioni, la Campania e la Sicilia, da sole hanno incamerato il 43% dei sussidi. E in città come Napoli (15,82%) e Crotone (15,72%) una famiglia su sei ha preso il Rdc. Considerate l’evasione fiscale e l’alto numero di truffe scoperte, non è difficile capire chi ha vinto e chi ha perso intorno alla mensa pubblica della misura che a settembre del 2018 fece dire al grillino Luigi Di Maio: «Oggi abbiamo sconfitto la povertà». Intanto il commissario straordinario dell’Inps, Micaela Gelera, ha riconosciuto che l’sms dell’ente «avrebbe dovuto essere più accurato».Il 31 luglio hanno perso il diritto a ricevere il sussidio le famiglie in cui non vi siano minori, disabili, ultrasessantenni o persone assistite dai servizi sociosanitari locali. Si tratta del primo passo verso l’abolizione, entro cinque mesi, del Reddito di cittadinanza, decisa dal governo di Giorgia Meloni con la finanziaria per il 2023 e il decreto Lavoro del 4 maggio scorso. I componenti dei nuclei più svantaggiati, di età compresa tra 18 e 59 anni, privi di disabilità e con un Isee non superiore a 6.000 euro annui, potranno tuttavia richiedere da settembre il «Supporto per la formazione e il lavoro», ovvero una somma fissa di 350 euro al mese destinata al singolo individuo che partecipi a misure di attivazione lavorativa (tra cui il servizio civile universale e i progetti utili alla collettività), della durata di non più di 12 mesi e non rinnovabile. Da gennaio 2024 il Reddito di cittadinanza cesserà per tutti e verrà sostituito dall’assegno di inclusione. Sull’sms di disdetta che ha suscitato polemiche, il commissario Gelera ieri ha affermato che «nell’ambito di un rapporto di trasparenza e lealtà con i cittadini, in ossequio al principio di proattività adottato dall’Inps, che è teso a fornire al cittadino tutte le informazioni relative alle prestazioni che lo riguardano e alle opportunità che potrebbe cogliere, Inps ha inviato un sms/email, che avrebbe dovuto essere più accurato nei contenuti e nella forma». Nei primi due mesi del 2023, le domande di accesso sono letteralmente crollate dalle 261.378 del primo bimestre 2022 a quota 90.287. Certo, un po’ ha pesato la ripresa economica, ma molto ha inciso l’effetto psicologico e la consapevolezza che la misura sarà gradualmente cancellata.Dall’aprile del 2019 al giugno di quest’anno, secondo l’Inps, per il mega sussidio contro la povertà sono stati spesi 31,5 miliardi di euro, quanto una manovra finanziaria. L’importo medio degli assegni è stato di 538,64 euro, con una media nel periodo di 1.148.010 famiglie beneficiarie. Il picco si è toccato a luglio 2021 con 1,4 milioni di famiglie e 767 milioni di spesa, mentre a giugno scorso i nuclei familiari erano calati a poco più di un milione, per 511,6 milioni di costo totale. Secondo Anpal, solo 257.629 persone si sono iscritte al programma di formazione lavoro specifico e solo 108.289 sono state coinvolte in corsi di formazione, orientamento e avviamento (42%). Per capire perché in alcune zone stanno esplodendo le proteste, basta vedere chi ha percepito il Reddito in questi anni. La prima provincia per lettere di sospensione è quella di Napoli, con 21.500 famiglie che incassano il sussidio, seguita da quella di Roma con 12.225 revoche e da quella di Palermo con 11.573. Secondo i dati forniti da Inps e Istat, la Campania guida la classifica del Reddito di cittadinanza con il 23% del totale, seguita da Sicilia (20%), Lazio (10%) e Puglia (9%). Al Nord, il maggior numero di sospensioni è arrivato nelle provincie di Torino, con 4.615 lettere, e di Milano, con 3.278 cessazioni. In fondo alla classifica Bolzano (29) e Belluno (59). Del resto, a Bolzano prendeva il reddito solo lo 0,33% delle famiglie, contro il 15,8% di Napoli. A Belluno si arrivava appena allo 0,95%, a Treviso all’1,44% e a Sondrio all’1,51%. Nel 2021 il Pil pro capite nel Centro Nord era pari a 33.400 euro e quello del Sud si fermava a 18.500 euro. Un divario rilevante, ma che non basta a spiegare questa distribuzione del Rdc.Una famiglia su tre di quelle che prendevano il sussidio aveva minorenni in casa e l’età media dei loro componenti era di 36 anni. Oltre mezzo milione di persone era nella fascia di età tra i 40 e i 67 anni ed è in possesso di licenza elementare o di terza media. Le donne sono di più (52,8%), anche per i noti divari di reddito con gli uomini. Uno studio di Prometeia ha individuato intorno al 15,5% la percentuale di Neet (giovani inattivi tra i 15 e i 29 anni che non cercano lavoro) che prende il Reddito di cittadinanza. Pasquale Tridico, ex presidente dell’Inps, sostiene che le truffe sono state «solo dell’1%». Ma, secondo l’inchiesta della Verità pubblicata domenica utilizzando gli stessi dati Inps, il 6% delle persone controllate non era in regola. E se su 156.822 soggetti verificati si sono accertati oltre 40 milioni di euro indebitamente percepiti, dietro ai 4,65 milioni di beneficiari del Reddito dei primi tre anni potrebbe nascondersi una voragine da 1,18 miliardi. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/truffe-reddito-cittadinanza-2662712921.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="i-furbi-del-reddito-di-cittadinanza-africani-con-bagagli-pieni-di-soldi" data-post-id="2662712921" data-published-at="1691138546" data-use-pagination="False"> I furbi del reddito di cittadinanza. Africani con bagagli pieni di soldi «Niente da dichiarare». E invece nascondevano decine di migliaia di euro nelle zip delle cinture, nei doppiofondi delle valige, dentro la biancheria intima. Davanti ai ligi finanzieri dell’aeroporto di Linate, i trentanove nordafricani hanno balbettato improbabili motivazioni. «Da dove viene tutto questo denaro?» gli chiedevano. E loro abbozzavano. Chissà. L’arcano s’è scoperto dopo una serie di controlli incrociati: i liquidissimi viaggiatori erano fortunati percettori del reddito di cittadinanza. Le prodezze svelate dalla Guardia di finanza dello scalo milanese sono l’ennesimo episodio del consumato capitolo: truffe sull’assegno voluto dai grillini e rivisto dal governo. I fermati sono egiziani, soprattutto. Gonfi di contanti da riportare nei Paesi natali. Trasformati in indigenti a cui corrispondere il controverso sussidio da farlocche autocertificazioni. Nonostante lavori stabili, imprese in salute e buone entrate. Alcuni di loro avevano perfino immobili a Milano, addirittura affittati. Mentre altri utilizzavano beni intestati a defunti. Eh sì, avevano moltissimo da dichiarare invece. Ma avrebbero perduto l’assegno a sbafo, dunque si fingevano nullatenenti o quasi. Astuzia che ha permesso di incassare il celeberrimo aiuto a 25 uomini e 14 donne, scoperti in poco più di un anno. Tutti traditi da quel denaro frusciante nascosto tra doppi fondi e tasche segrete. Assieme ai loro balbettii sulla provenienza dei bigliettoni. Stesse storie, una dopo l’altra: trentanove casi, scoperti solo a Linate. Provate a pensare, considerando chi l’ha fatta franca e allargando ipotetiche verifiche a tutti gli aeroporti italiani: quanti sono i furbacchioni percettori di reddito ed esportatori di oltre dieci mila euro, il limite massimo consentito? Facciamo pure due conti, già che ci siamo: la finanza meneghina ha accertato un danno per lo stato di 456.000 euro, evitando l’esborso di ulteriori 120.000. Moltiplicate allora per i potenziali emuli, abituati a farla franca. Invece, nell’indagine di Linate, i finanzieri si sono insospettiti per le reiterate modalità. Come fanno disoccupati o quasi nullatenenti a nascondere ventimila euro nella cinta dei pantaloni? Sono quindi scattate le indagini, coordinate dalla procura di Milano, con le verifiche incrociate. I militari hanno appurato l’evidente irregolarità delle domande presentate dai nordafricani. Con l’obiettivo di mettere le mani sul sussidio, ovviamente. E quindi: falsi documenti e dichiarazioni mendaci. Bastava nascondere famigli oppure omettere il reddito familiare. Non ha certo abolito la povertà, come annunciava dal balcone di Palazzo Chigi un festante Luigino Di Maio, allora ministro del Lavoro e adesso riverito inviato nel Golfo persico per l’Unione europea. In compenso, il reddito di cittadinanza ha permesso di lambire vette truffaldine mai raggiunte. Indagini sempre più roboanti, nel corso degli anni, hanno svelato un campionario sterminato. L’asiatico che dichiara falsamente la presenza in Italia di moglie figlie, che percepiscono il reddito dall’estero. L’uomo che s’inventa una numerosa prole. La donna che dimentica di essere sposata. Il settantenne possidente che sfreccia in Ferrari. Quello ai domiciliari con lo yacht. L’attempato disoccupato proprietario di diciassette macchine e una motocicletta. L’indigente membro di una famiglia che dichiara quasi 700.000 euro. Nutritissima anche la pattuglia degli appartenenti alla criminalità organizzata, soprattutto in Campania. Così come pullulano mogli e familiari dei boss, che hanno omesso di segnalare la scomoda parentela. E poi pluripregiudicati finiti al fresco. Affiliati che scontano l’arresto ai domiciliari. Clandestini appena arrivati in Italia. Stranieri fantasma che rientravano a fine mese solo per intascare il sussidio. Tutti felici percettori. Del resto, bastava presentare un’autocertificazione fasulla. Eppure, dopo le novità introdotte dal governo, a Napoli alcuni minacciano di mettere a fuoco la città se non riavranno l’assegno mensile dell’Inps. Come ha verificato La Verità, spesso però si tratta di persone che lavorano in nero o arrotondano i guadagni con i soldi statali. I contestatori, insomma, spesso non sono disperati capi famiglia che non sanno cosa mettere nel piatto. In appena una giornata abbiamo scovato affittacamere di due bed&breakfast abusivi, badanti che guadagnando 2.500 euro al mese in nero, custodi abusivi al Vomero con casa in comodato gratuito, richiestissime parrucchiere a domicilio. Scaltrezze che, inevitabilmente, finiscono per sfuggire alle inchieste. Negli anni sono stati milioni i percettori del reddito di cittadinanza. E da gennaio 2021 a maggio 2022, gli ultimi dati pubblicati, sono stati scoperti illeciti per 288 milioni: 171 indebitamente percepiti e 117 non ancora riscossi. Nello stesso periodo, le autorità hanno denunciato oltre 29.000 persone. Rivelando inarrivabili gesta. Vedi l’egiziano di 39 anni fermato recentemente a Roma per un controllo. In tasca aveva ben 34 carte bancoposta per l’accredito del sussidio e 33 ricevute d’acquisto. Oltre a 5.580 euro in contanti. Che ha tentato maldestramente di offrire agli agenti, chiedendo inutilmente di chiudere un occhio. Molto meno audaci, invece, i suoi connazionali beccati a Linate mentre portavano all’estero i soldi del reddito di cittadinanza. «Niente da dichiarare» ripetevano tutti. E beati continuavano a godersi l’immeritato assegno.
L'Aston Villa festeggia l'Europa League dopo aver vinto la finale contro il Friburgo (Ansa)
Quando in panchina siede (per modo di dire, visto che si è fatto tutta la partita in piedi) un allenatore che ha un rapporto privilegiato con una competizione come l’Europa League e un curriculum di altissimo livello, il risultato non può che essere uno solo: riportare l’Aston Villa sul tetto d’Europa dopo 44 anni. Allora, era il 1992, un altro calcio, un altro mondo, un altro tutto e la squadra di Birmingham sollevava al cielo di Rotterdam la Coppa dei Campioni battendo in finale il Bayern Monaco. Oggi, il trofeo non è la coppa dalle grandi orecchie, ma la pur sempre prestigiosa Uefa Europa League. Un titolo a cui Unai Emery è particolarmente affezionato e che nella sua personalissima bacheca ci è finito cinque volte. Dopo la tripletta consecutiva alla guida del Siviglia (2014, 2015, 2016) e il successo con il Villarreal nel 2021, l’allenatore spagnolo è riuscito a fare cinquina con l’Aston Villa. Parliamo di un tecnico che ha preso l’Aston Villa nell’ottobre del 2022 nei bassifondi della Premier League e l’ha portato a fine stagione alla qualificazione in Conference League, per poi centrare in quella successiva lo storico ritorno, dopo 41 anni, dei Villans in Champions.
La finale di Istanbul ha chiaramente espresso sul campo una differenza netta non solo tra le due squadre, ma anche tra il sempre più ricco e competitivo campionato inglese e quello tedesco, che eccezion fatta per lo strapotere del Bayern Monaco e qualche exploit di Borussia Dortmund, Eintracht Francoforte e Leverkusen, non è ancora all’altezza della situazione. È vero, probabilmente il Friburgo ha pagato a caro prezzo la poca, se non nulla, esperienza a questi livelli; mentre la squadra di Birmingham è già da qualche stagione che bazzica i palcoscenici più importanti d’Europa e ha tra le fila giocatori con un certo pedigree internazionale, a cominciare dal portiere Emiliano Martinez, campione del mondo con l’Argentina. Per non parlare poi della profondità di rosa, visto che Emery può permettersi il lusso di lasciare in panchina giocatori che sono transitati dalla Serie A o cercati dai nostri club, come l’ex juventino Douglas Luiz, l’ex Roma e Milan Tammy Abraham, Leon Bailey, che dopo una prima parte di stagione anonima in giallorosso ha deciso di tornare a Birmingham, o quel Jadon Sancho più volte cercato da Juventus e Roma e stasera campione d’Europa guardando l’intero match dalla panchina.
Il 3-0 racconta dunque un divario troppo netto tra la quarta in classifica della Premier e la settima della Bundesliga. L’approccio della squadra tedesca, almeno nei primi minuti, non era stato neppure timido. Il Friburgo aveva provato a partire con coraggio, cercando subito Matanovic e tentando di tenere il baricentro abbastanza alto. Ma è bastato poco per capire che il piano partita dell’Aston Villa fosse di tutt'altro tenore. Ogni recupero palla degli inglesi dava la sensazione di poter trasformarsi in una potenziale occasione da gol, soprattutto grazie alla qualità di Tielemans e alla capacità di Rogers di muoversi tra le linee. Proprio Rogers è stato uno dei grandi protagonisti della serata di Istanbul. Già nei primi minuti aveva impegnato Atubolu con un destro ben calibrato e per tutto il primo tempo è stato il giocatore che più ha creato problemi alla difesa tedesca. Il Friburgo, invece, ha vissuto soprattutto di iniziative isolate e dei tentativi di Vincenzo Grifo, italiano e capitano della squadra tedesca, di accendersi tra le linee. Spesso costretto ad abbassarsi per ricevere palloni giocabili, ha provato a dare ordine e fantasia a una squadra che però faticava tremendamente ad arrivare nell’ultimo terzo di campo con lucidità. La partita si è definitivamente indirizzata poco prima dell’intervallo. A rompere l’equilibrio è stato Tielemans, probabilmente il migliore in campo insieme a Rogers e Buendia. Il belga ha trovato il vantaggio con una conclusione al volo di grande qualità sugli sviluppi di un corner, premiando il momento migliore dei Villans. Da lì in avanti il Friburgo si è completamente disunito, accusando il colpo anche dal punto di vista mentale. Il 2-0 arrivato nei minuti di recupero del primo tempo, con il sinistro a giro di Buendia sotto l’incrocio, ha di fatto tolto ogni margine di rimonta alla squadra di Schuster. Nel secondo tempo l’Aston Villa ha fatto esattamente quello che serviva fare in una finale: controllo dei ritmi, gestione del possesso e ripartenze continue negli spazi lasciati dal Friburgo. Emery dalla panchina ha continuato a guidare ogni movimento dei suoi, chiedendo attenzione anche sul doppio vantaggio. Il terzo gol, firmato da Rogers dopo una bellissima azione sviluppata sulla destra, è stato la fotografia della differenza tecnica e atletica vista in campo per tutta la serata.
Da quel momento in poi, il Besiktas Park si è trasformato in una festa inglese. I tifosi del Villa hanno accompagnato gli ultimi minuti tra cori e bandiere, mentre il Friburgo ha lentamente accettato un risultato che non è mai sembrato realmente in discussione dopo l’intervallo. In tribuna, ad assistere al trionfo dei Villans, c’era anche il principe William, tifoso dichiarato dell’Aston Villa. Emery ha così potuto gestire le energie nel finale, inserendo giocatori di qualità ed esperienza come Douglas Luiz e Tyrone Mings a partita ormai chiusa. Per l’Aston Villa questo successo rappresenta molto più di una semplice vittoria europea. È la conferma definitiva del salto di dimensione compiuto dal club negli ultimi anni sotto la guida di Emery. Una squadra che fino a poco tempo fa lottava nelle zone basse della Premier oggi torna a vincere in Europa e lo fa mostrando solidità, qualità e una mentalità ormai da grande squadra. Per il Friburgo resta invece una finale storica raggiunta con merito, ma anche la sensazione di aver incontrato un avversario semplicemente superiore sotto ogni aspetto.
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La chiusura dello Stretto mette in difficoltà le monarchie del Golfo e riapre il dossier sul dominio del dollaro nel commercio energetico. Tra yuan, blockchain e nuovi accordi finanziari, gli alleati degli Usa diversificano senza rompere con Washington.
Può la crisi mediorientale trasformarsi in una crisi finanziaria? È ancora presto per dirlo, ciò che è certo, invece, è che la chiusura di Hormuz sta mettendo sotto forte pressione le monarchie del Golfo Persico, le cosiddette petromonarchie; che in questi mesi hanno visto le loro esportazioni energetiche dimezzarsi o praticamente azzerarsi. Eppure questi Regni rivestono un ruolo molto importante all’interno dell’economia del «dollaro», la principale valuta di riserva globale.
È soprattutto per questo motivo che quando il governo degli Emirati Arabi Uniti ha presentato una richiesta ufficiale di scambio di valute (dollari americani agli Emirati per dirham emiratini agli Stati Uniti), lo scorso aprile, il Segretario al Tesoro americano Scott Bessent ha risposto celermente in maniera affermativa. La posta in gioco è altissima, e Washington non può permettere che i Paesi del Golfo vendano petrolio in valute diverse dal dollaro.
Il motivo è semplice, per spiegarlo al meglio, tuttavia, dobbiamo fare un salto indietro al 1974. Nel luglio di quell'anno, in un contesto segnato dalla crisi petrolifera del 1973 e dalla fine del sistema di Bretton Woods, il Segretario al Tesoro statunitense William Simon intraprese una missione diplomatica cruciale in Arabia Saudita. L'obiettivo era stabilizzare i prezzi del petrolio e, soprattutto, assicurare il dominio del dollaro nel commercio energetico mondiale. L'accordo che ne scaturì, sebbene mai formalmente divulgato nei suoi dettagli più intimi, gettò le basi per quello che sarebbe diventato noto come il sistema del «petrodollaro».
I termini essenziali dell'intesa prevedevano che l'Arabia Saudita, il maggiore esportatore di petrolio al mondo, avrebbe prezzato le sue esportazioni di greggio esclusivamente in dollari statunitensi. In cambio, gli Stati Uniti avrebbero garantito supporto militare e protezione al Regno Saudita. Ma l'aspetto più innovativo e strategicamente rilevante dell'accordo riguardava il riciclo dei petrodollari. I vasti surplus di dollari accumulati dall'Arabia Saudita grazie alle vendite dell’oro nero non sarebbero rimasti inattivi, ma sarebbero stati reinvestiti in asset denominati in dollari, in particolare in Titoli del Tesoro statunitensi. Questo meccanismo, noto come «petrodollar recycling», divenne un pilastro fondamentale per l'economia americana e per la stabilità del dollaro.
Attraverso questo sistema, i dollari guadagnati dalle petromonarchie venivano e vengono tutt'ora reinvestiti in una vasta gamma di strumenti finanziari statunitensi, che vanno dai bond governativi al mercato azionario, passando per investimenti immobiliari e acquisizioni aziendali. Questo flusso costante di capitali esteri ha avuto un impatto profondo, contribuendo a finanziare il debito pubblico americano a tassi d'interesse più bassi, sostenendo la domanda di asset statunitensi e rafforzando la posizione del dollaro come valuta di riserva globale.
Tuttavia, questo equilibrio storico sta affrontando sfide senza precedenti. La rapida risposta affermativa del Segretario Bessent alla richiesta di currency swap degli Emirati Arabi Uniti è stata infatti una mossa difensiva. Gli Emirati, pur essendo un alleato strettissimo degli Stati Uniti nell'attuale conflitto con l'Iran, hanno fatto della diversificazione economica e finanziaria una delle loro massime priorità strategiche. Un segnale inequivocabile di questa tendenza è l'adesione di Abu Dhabi al Project mBridge. Si tratta di un'iniziativa all'avanguardia, sviluppata in collaborazione tra la Banca dei Regolamenti Internazionali e le banche centrali di Thailandia, Hong Kong, Emirati Arabi Uniti e l'Istituto di Valuta Digitale della Banca Popolare Cinese. Il progetto ha portato alla creazione di un sistema di pagamento transfrontaliero digitale basato su tecnologia blockchain, che consente transazioni dirette tra le valute locali bypassando di fatto i sistemi di messaggistica tradizionali dominati dall'Occidente, come lo SWIFT, e riducendo la dipendenza dal dollaro. A giugno del 2024 anche l'Arabia Saudita si è unita a questa piattaforma, aggiungendosi al coro crescente di nazioni aperte a esplorare alternative al biglietto verde.
Se a questa infrastruttura tecnologica emergente si uniscono i dati commerciali reali, il quadro diventa ancora più complesso per Washington. Secondo i media cinesi, nel 2024 circa il 45% del greggio saudita esportato verso la Cina è stato pagato in renminbi. Siamo quindi alla tanto chiacchierata «de-dollarizzazione»? Nient’affatto, semplicemente, gli alleati americani del Golfo stanno di fatto alzando il prezzo della loro fedeltà. Attraverso queste mosse di diversificazione, stanno ricordando a Washington quanto sia cruciale il loro ruolo nel mantenere il dollaro come valuta di riserva e, di conseguenza, nel preservare il «privilegio esorbitante» americano.
A livello globale, le transazioni petrolifere condotte in valute diverse dal dollaro hanno raggiunto circa il 20% nel 2023, segnando il livello più alto da decenni. Tuttavia, questo significa che l'80% del commercio globale di petrolio è ancora saldamente denominato in dollari statunitensi. Allo stesso modo, la quota del dollaro nelle riserve valutarie globali delle banche centrali, sebbene in costante calo dal 71% registrato nel 2000 al 58% nel 2024, rimane assolutamente predominante rispetto a qualsiasi altra valuta concorrente. Insomma, è ancora presto per parlare di de-dollarizzazione.
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