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2023-08-04
Altra truffa sul reddito: beccati 39 africani
Una marea di soldi verso Sud, ben oltre le differenze di ricchezza. In più di quattro anni il Reddito di cittadinanza è costato oltre 31 miliardi ed è andato a 1.148.010 famiglie, con assegni medi mensili da 538,64 euro. I dati sono dell’Inps e coprono il periodo che va da aprile 2019, quando il governo Lega-M5s ha introdotto la misura, e lo scorso giugno. Due regioni, la Campania e la Sicilia, da sole hanno incamerato il 43% dei sussidi. E in città come Napoli (15,82%) e Crotone (15,72%) una famiglia su sei ha preso il Rdc. Considerate l’evasione fiscale e l’alto numero di truffe scoperte, non è difficile capire chi ha vinto e chi ha perso intorno alla mensa pubblica della misura che a settembre del 2018 fece dire al grillino Luigi Di Maio: «Oggi abbiamo sconfitto la povertà». Intanto il commissario straordinario dell’Inps, Micaela Gelera, ha riconosciuto che l’sms dell’ente «avrebbe dovuto essere più accurato».
Il 31 luglio hanno perso il diritto a ricevere il sussidio le famiglie in cui non vi siano minori, disabili, ultrasessantenni o persone assistite dai servizi sociosanitari locali. Si tratta del primo passo verso l’abolizione, entro cinque mesi, del Reddito di cittadinanza, decisa dal governo di Giorgia Meloni con la finanziaria per il 2023 e il decreto Lavoro del 4 maggio scorso. I componenti dei nuclei più svantaggiati, di età compresa tra 18 e 59 anni, privi di disabilità e con un Isee non superiore a 6.000 euro annui, potranno tuttavia richiedere da settembre il «Supporto per la formazione e il lavoro», ovvero una somma fissa di 350 euro al mese destinata al singolo individuo che partecipi a misure di attivazione lavorativa (tra cui il servizio civile universale e i progetti utili alla collettività), della durata di non più di 12 mesi e non rinnovabile. Da gennaio 2024 il Reddito di cittadinanza cesserà per tutti e verrà sostituito dall’assegno di inclusione. Sull’sms di disdetta che ha suscitato polemiche, il commissario Gelera ieri ha affermato che «nell’ambito di un rapporto di trasparenza e lealtà con i cittadini, in ossequio al principio di proattività adottato dall’Inps, che è teso a fornire al cittadino tutte le informazioni relative alle prestazioni che lo riguardano e alle opportunità che potrebbe cogliere, Inps ha inviato un sms/email, che avrebbe dovuto essere più accurato nei contenuti e nella forma».
Nei primi due mesi del 2023, le domande di accesso sono letteralmente crollate dalle 261.378 del primo bimestre 2022 a quota 90.287. Certo, un po’ ha pesato la ripresa economica, ma molto ha inciso l’effetto psicologico e la consapevolezza che la misura sarà gradualmente cancellata.
Dall’aprile del 2019 al giugno di quest’anno, secondo l’Inps, per il mega sussidio contro la povertà sono stati spesi 31,5 miliardi di euro, quanto una manovra finanziaria. L’importo medio degli assegni è stato di 538,64 euro, con una media nel periodo di 1.148.010 famiglie beneficiarie. Il picco si è toccato a luglio 2021 con 1,4 milioni di famiglie e 767 milioni di spesa, mentre a giugno scorso i nuclei familiari erano calati a poco più di un milione, per 511,6 milioni di costo totale. Secondo Anpal, solo 257.629 persone si sono iscritte al programma di formazione lavoro specifico e solo 108.289 sono state coinvolte in corsi di formazione, orientamento e avviamento (42%).
Per capire perché in alcune zone stanno esplodendo le proteste, basta vedere chi ha percepito il Reddito in questi anni. La prima provincia per lettere di sospensione è quella di Napoli, con 21.500 famiglie che incassano il sussidio, seguita da quella di Roma con 12.225 revoche e da quella di Palermo con 11.573. Secondo i dati forniti da Inps e Istat, la Campania guida la classifica del Reddito di cittadinanza con il 23% del totale, seguita da Sicilia (20%), Lazio (10%) e Puglia (9%). Al Nord, il maggior numero di sospensioni è arrivato nelle provincie di Torino, con 4.615 lettere, e di Milano, con 3.278 cessazioni. In fondo alla classifica Bolzano (29) e Belluno (59). Del resto, a Bolzano prendeva il reddito solo lo 0,33% delle famiglie, contro il 15,8% di Napoli. A Belluno si arrivava appena allo 0,95%, a Treviso all’1,44% e a Sondrio all’1,51%. Nel 2021 il Pil pro capite nel Centro Nord era pari a 33.400 euro e quello del Sud si fermava a 18.500 euro. Un divario rilevante, ma che non basta a spiegare questa distribuzione del Rdc.
Una famiglia su tre di quelle che prendevano il sussidio aveva minorenni in casa e l’età media dei loro componenti era di 36 anni. Oltre mezzo milione di persone era nella fascia di età tra i 40 e i 67 anni ed è in possesso di licenza elementare o di terza media. Le donne sono di più (52,8%), anche per i noti divari di reddito con gli uomini. Uno studio di Prometeia ha individuato intorno al 15,5% la percentuale di Neet (giovani inattivi tra i 15 e i 29 anni che non cercano lavoro) che prende il Reddito di cittadinanza.
Pasquale Tridico, ex presidente dell’Inps, sostiene che le truffe sono state «solo dell’1%». Ma, secondo l’inchiesta della Verità pubblicata domenica utilizzando gli stessi dati Inps, il 6% delle persone controllate non era in regola. E se su 156.822 soggetti verificati si sono accertati oltre 40 milioni di euro indebitamente percepiti, dietro ai 4,65 milioni di beneficiari del Reddito dei primi tre anni potrebbe nascondersi una voragine da 1,18 miliardi.
I furbi del reddito di cittadinanza. Africani con bagagli pieni di soldi
«Niente da dichiarare». E invece nascondevano decine di migliaia di euro nelle zip delle cinture, nei doppiofondi delle valige, dentro la biancheria intima. Davanti ai ligi finanzieri dell’aeroporto di Linate, i trentanove nordafricani hanno balbettato improbabili motivazioni. «Da dove viene tutto questo denaro?» gli chiedevano. E loro abbozzavano. Chissà. L’arcano s’è scoperto dopo una serie di controlli incrociati: i liquidissimi viaggiatori erano fortunati percettori del reddito di cittadinanza. Le prodezze svelate dalla Guardia di finanza dello scalo milanese sono l’ennesimo episodio del consumato capitolo: truffe sull’assegno voluto dai grillini e rivisto dal governo. I fermati sono egiziani, soprattutto. Gonfi di contanti da riportare nei Paesi natali. Trasformati in indigenti a cui corrispondere il controverso sussidio da farlocche autocertificazioni. Nonostante lavori stabili, imprese in salute e buone entrate. Alcuni di loro avevano perfino immobili a Milano, addirittura affittati. Mentre altri utilizzavano beni intestati a defunti.
Eh sì, avevano moltissimo da dichiarare invece. Ma avrebbero perduto l’assegno a sbafo, dunque si fingevano nullatenenti o quasi. Astuzia che ha permesso di incassare il celeberrimo aiuto a 25 uomini e 14 donne, scoperti in poco più di un anno. Tutti traditi da quel denaro frusciante nascosto tra doppi fondi e tasche segrete. Assieme ai loro balbettii sulla provenienza dei bigliettoni. Stesse storie, una dopo l’altra: trentanove casi, scoperti solo a Linate. Provate a pensare, considerando chi l’ha fatta franca e allargando ipotetiche verifiche a tutti gli aeroporti italiani: quanti sono i furbacchioni percettori di reddito ed esportatori di oltre dieci mila euro, il limite massimo consentito?
Facciamo pure due conti, già che ci siamo: la finanza meneghina ha accertato un danno per lo stato di 456.000 euro, evitando l’esborso di ulteriori 120.000. Moltiplicate allora per i potenziali emuli, abituati a farla franca. Invece, nell’indagine di Linate, i finanzieri si sono insospettiti per le reiterate modalità. Come fanno disoccupati o quasi nullatenenti a nascondere ventimila euro nella cinta dei pantaloni? Sono quindi scattate le indagini, coordinate dalla procura di Milano, con le verifiche incrociate. I militari hanno appurato l’evidente irregolarità delle domande presentate dai nordafricani. Con l’obiettivo di mettere le mani sul sussidio, ovviamente. E quindi: falsi documenti e dichiarazioni mendaci. Bastava nascondere famigli oppure omettere il reddito familiare.
Non ha certo abolito la povertà, come annunciava dal balcone di Palazzo Chigi un festante Luigino Di Maio, allora ministro del Lavoro e adesso riverito inviato nel Golfo persico per l’Unione europea. In compenso, il reddito di cittadinanza ha permesso di lambire vette truffaldine mai raggiunte. Indagini sempre più roboanti, nel corso degli anni, hanno svelato un campionario sterminato. L’asiatico che dichiara falsamente la presenza in Italia di moglie figlie, che percepiscono il reddito dall’estero. L’uomo che s’inventa una numerosa prole. La donna che dimentica di essere sposata. Il settantenne possidente che sfreccia in Ferrari. Quello ai domiciliari con lo yacht. L’attempato disoccupato proprietario di diciassette macchine e una motocicletta. L’indigente membro di una famiglia che dichiara quasi 700.000 euro. Nutritissima anche la pattuglia degli appartenenti alla criminalità organizzata, soprattutto in Campania. Così come pullulano mogli e familiari dei boss, che hanno omesso di segnalare la scomoda parentela. E poi pluripregiudicati finiti al fresco. Affiliati che scontano l’arresto ai domiciliari. Clandestini appena arrivati in Italia. Stranieri fantasma che rientravano a fine mese solo per intascare il sussidio. Tutti felici percettori. Del resto, bastava presentare un’autocertificazione fasulla.
Eppure, dopo le novità introdotte dal governo, a Napoli alcuni minacciano di mettere a fuoco la città se non riavranno l’assegno mensile dell’Inps. Come ha verificato La Verità, spesso però si tratta di persone che lavorano in nero o arrotondano i guadagni con i soldi statali. I contestatori, insomma, spesso non sono disperati capi famiglia che non sanno cosa mettere nel piatto. In appena una giornata abbiamo scovato affittacamere di due bed&breakfast abusivi, badanti che guadagnando 2.500 euro al mese in nero, custodi abusivi al Vomero con casa in comodato gratuito, richiestissime parrucchiere a domicilio.
Scaltrezze che, inevitabilmente, finiscono per sfuggire alle inchieste. Negli anni sono stati milioni i percettori del reddito di cittadinanza. E da gennaio 2021 a maggio 2022, gli ultimi dati pubblicati, sono stati scoperti illeciti per 288 milioni: 171 indebitamente percepiti e 117 non ancora riscossi. Nello stesso periodo, le autorità hanno denunciato oltre 29.000 persone. Rivelando inarrivabili gesta. Vedi l’egiziano di 39 anni fermato recentemente a Roma per un controllo. In tasca aveva ben 34 carte bancoposta per l’accredito del sussidio e 33 ricevute d’acquisto. Oltre a 5.580 euro in contanti. Che ha tentato maldestramente di offrire agli agenti, chiedendo inutilmente di chiudere un occhio.
Molto meno audaci, invece, i suoi connazionali beccati a Linate mentre portavano all’estero i soldi del reddito di cittadinanza. «Niente da dichiarare» ripetevano tutti. E beati continuavano a godersi l’immeritato assegno.
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Prendevano il sussidio senza averne diritto: fermati a Linate strapieni di contante nascosto dappertutto. I dati ufficiali: il Rdc è costato 31,5 miliardi in 4 anni, ecco la mappa. Fermati 39 passeggeri, per lo più egiziani, che a Linate trasportavano contanti di cui non hanno giustificato la provenienza. Tutti percepivano il sussidio senza averne diritto: avevano lavori stabili e immobili a Milano.Lo speciale contiene due articoli.Una marea di soldi verso Sud, ben oltre le differenze di ricchezza. In più di quattro anni il Reddito di cittadinanza è costato oltre 31 miliardi ed è andato a 1.148.010 famiglie, con assegni medi mensili da 538,64 euro. I dati sono dell’Inps e coprono il periodo che va da aprile 2019, quando il governo Lega-M5s ha introdotto la misura, e lo scorso giugno. Due regioni, la Campania e la Sicilia, da sole hanno incamerato il 43% dei sussidi. E in città come Napoli (15,82%) e Crotone (15,72%) una famiglia su sei ha preso il Rdc. Considerate l’evasione fiscale e l’alto numero di truffe scoperte, non è difficile capire chi ha vinto e chi ha perso intorno alla mensa pubblica della misura che a settembre del 2018 fece dire al grillino Luigi Di Maio: «Oggi abbiamo sconfitto la povertà». Intanto il commissario straordinario dell’Inps, Micaela Gelera, ha riconosciuto che l’sms dell’ente «avrebbe dovuto essere più accurato».Il 31 luglio hanno perso il diritto a ricevere il sussidio le famiglie in cui non vi siano minori, disabili, ultrasessantenni o persone assistite dai servizi sociosanitari locali. Si tratta del primo passo verso l’abolizione, entro cinque mesi, del Reddito di cittadinanza, decisa dal governo di Giorgia Meloni con la finanziaria per il 2023 e il decreto Lavoro del 4 maggio scorso. I componenti dei nuclei più svantaggiati, di età compresa tra 18 e 59 anni, privi di disabilità e con un Isee non superiore a 6.000 euro annui, potranno tuttavia richiedere da settembre il «Supporto per la formazione e il lavoro», ovvero una somma fissa di 350 euro al mese destinata al singolo individuo che partecipi a misure di attivazione lavorativa (tra cui il servizio civile universale e i progetti utili alla collettività), della durata di non più di 12 mesi e non rinnovabile. Da gennaio 2024 il Reddito di cittadinanza cesserà per tutti e verrà sostituito dall’assegno di inclusione. Sull’sms di disdetta che ha suscitato polemiche, il commissario Gelera ieri ha affermato che «nell’ambito di un rapporto di trasparenza e lealtà con i cittadini, in ossequio al principio di proattività adottato dall’Inps, che è teso a fornire al cittadino tutte le informazioni relative alle prestazioni che lo riguardano e alle opportunità che potrebbe cogliere, Inps ha inviato un sms/email, che avrebbe dovuto essere più accurato nei contenuti e nella forma». Nei primi due mesi del 2023, le domande di accesso sono letteralmente crollate dalle 261.378 del primo bimestre 2022 a quota 90.287. Certo, un po’ ha pesato la ripresa economica, ma molto ha inciso l’effetto psicologico e la consapevolezza che la misura sarà gradualmente cancellata.Dall’aprile del 2019 al giugno di quest’anno, secondo l’Inps, per il mega sussidio contro la povertà sono stati spesi 31,5 miliardi di euro, quanto una manovra finanziaria. L’importo medio degli assegni è stato di 538,64 euro, con una media nel periodo di 1.148.010 famiglie beneficiarie. Il picco si è toccato a luglio 2021 con 1,4 milioni di famiglie e 767 milioni di spesa, mentre a giugno scorso i nuclei familiari erano calati a poco più di un milione, per 511,6 milioni di costo totale. Secondo Anpal, solo 257.629 persone si sono iscritte al programma di formazione lavoro specifico e solo 108.289 sono state coinvolte in corsi di formazione, orientamento e avviamento (42%). Per capire perché in alcune zone stanno esplodendo le proteste, basta vedere chi ha percepito il Reddito in questi anni. La prima provincia per lettere di sospensione è quella di Napoli, con 21.500 famiglie che incassano il sussidio, seguita da quella di Roma con 12.225 revoche e da quella di Palermo con 11.573. Secondo i dati forniti da Inps e Istat, la Campania guida la classifica del Reddito di cittadinanza con il 23% del totale, seguita da Sicilia (20%), Lazio (10%) e Puglia (9%). Al Nord, il maggior numero di sospensioni è arrivato nelle provincie di Torino, con 4.615 lettere, e di Milano, con 3.278 cessazioni. In fondo alla classifica Bolzano (29) e Belluno (59). Del resto, a Bolzano prendeva il reddito solo lo 0,33% delle famiglie, contro il 15,8% di Napoli. A Belluno si arrivava appena allo 0,95%, a Treviso all’1,44% e a Sondrio all’1,51%. Nel 2021 il Pil pro capite nel Centro Nord era pari a 33.400 euro e quello del Sud si fermava a 18.500 euro. Un divario rilevante, ma che non basta a spiegare questa distribuzione del Rdc.Una famiglia su tre di quelle che prendevano il sussidio aveva minorenni in casa e l’età media dei loro componenti era di 36 anni. Oltre mezzo milione di persone era nella fascia di età tra i 40 e i 67 anni ed è in possesso di licenza elementare o di terza media. Le donne sono di più (52,8%), anche per i noti divari di reddito con gli uomini. Uno studio di Prometeia ha individuato intorno al 15,5% la percentuale di Neet (giovani inattivi tra i 15 e i 29 anni che non cercano lavoro) che prende il Reddito di cittadinanza. Pasquale Tridico, ex presidente dell’Inps, sostiene che le truffe sono state «solo dell’1%». Ma, secondo l’inchiesta della Verità pubblicata domenica utilizzando gli stessi dati Inps, il 6% delle persone controllate non era in regola. E se su 156.822 soggetti verificati si sono accertati oltre 40 milioni di euro indebitamente percepiti, dietro ai 4,65 milioni di beneficiari del Reddito dei primi tre anni potrebbe nascondersi una voragine da 1,18 miliardi. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/truffe-reddito-cittadinanza-2662712921.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="i-furbi-del-reddito-di-cittadinanza-africani-con-bagagli-pieni-di-soldi" data-post-id="2662712921" data-published-at="1691138546" data-use-pagination="False"> I furbi del reddito di cittadinanza. Africani con bagagli pieni di soldi «Niente da dichiarare». E invece nascondevano decine di migliaia di euro nelle zip delle cinture, nei doppiofondi delle valige, dentro la biancheria intima. Davanti ai ligi finanzieri dell’aeroporto di Linate, i trentanove nordafricani hanno balbettato improbabili motivazioni. «Da dove viene tutto questo denaro?» gli chiedevano. E loro abbozzavano. Chissà. L’arcano s’è scoperto dopo una serie di controlli incrociati: i liquidissimi viaggiatori erano fortunati percettori del reddito di cittadinanza. Le prodezze svelate dalla Guardia di finanza dello scalo milanese sono l’ennesimo episodio del consumato capitolo: truffe sull’assegno voluto dai grillini e rivisto dal governo. I fermati sono egiziani, soprattutto. Gonfi di contanti da riportare nei Paesi natali. Trasformati in indigenti a cui corrispondere il controverso sussidio da farlocche autocertificazioni. Nonostante lavori stabili, imprese in salute e buone entrate. Alcuni di loro avevano perfino immobili a Milano, addirittura affittati. Mentre altri utilizzavano beni intestati a defunti. Eh sì, avevano moltissimo da dichiarare invece. Ma avrebbero perduto l’assegno a sbafo, dunque si fingevano nullatenenti o quasi. Astuzia che ha permesso di incassare il celeberrimo aiuto a 25 uomini e 14 donne, scoperti in poco più di un anno. Tutti traditi da quel denaro frusciante nascosto tra doppi fondi e tasche segrete. Assieme ai loro balbettii sulla provenienza dei bigliettoni. Stesse storie, una dopo l’altra: trentanove casi, scoperti solo a Linate. Provate a pensare, considerando chi l’ha fatta franca e allargando ipotetiche verifiche a tutti gli aeroporti italiani: quanti sono i furbacchioni percettori di reddito ed esportatori di oltre dieci mila euro, il limite massimo consentito? Facciamo pure due conti, già che ci siamo: la finanza meneghina ha accertato un danno per lo stato di 456.000 euro, evitando l’esborso di ulteriori 120.000. Moltiplicate allora per i potenziali emuli, abituati a farla franca. Invece, nell’indagine di Linate, i finanzieri si sono insospettiti per le reiterate modalità. Come fanno disoccupati o quasi nullatenenti a nascondere ventimila euro nella cinta dei pantaloni? Sono quindi scattate le indagini, coordinate dalla procura di Milano, con le verifiche incrociate. I militari hanno appurato l’evidente irregolarità delle domande presentate dai nordafricani. Con l’obiettivo di mettere le mani sul sussidio, ovviamente. E quindi: falsi documenti e dichiarazioni mendaci. Bastava nascondere famigli oppure omettere il reddito familiare. Non ha certo abolito la povertà, come annunciava dal balcone di Palazzo Chigi un festante Luigino Di Maio, allora ministro del Lavoro e adesso riverito inviato nel Golfo persico per l’Unione europea. In compenso, il reddito di cittadinanza ha permesso di lambire vette truffaldine mai raggiunte. Indagini sempre più roboanti, nel corso degli anni, hanno svelato un campionario sterminato. L’asiatico che dichiara falsamente la presenza in Italia di moglie figlie, che percepiscono il reddito dall’estero. L’uomo che s’inventa una numerosa prole. La donna che dimentica di essere sposata. Il settantenne possidente che sfreccia in Ferrari. Quello ai domiciliari con lo yacht. L’attempato disoccupato proprietario di diciassette macchine e una motocicletta. L’indigente membro di una famiglia che dichiara quasi 700.000 euro. Nutritissima anche la pattuglia degli appartenenti alla criminalità organizzata, soprattutto in Campania. Così come pullulano mogli e familiari dei boss, che hanno omesso di segnalare la scomoda parentela. E poi pluripregiudicati finiti al fresco. Affiliati che scontano l’arresto ai domiciliari. Clandestini appena arrivati in Italia. Stranieri fantasma che rientravano a fine mese solo per intascare il sussidio. Tutti felici percettori. Del resto, bastava presentare un’autocertificazione fasulla. Eppure, dopo le novità introdotte dal governo, a Napoli alcuni minacciano di mettere a fuoco la città se non riavranno l’assegno mensile dell’Inps. Come ha verificato La Verità, spesso però si tratta di persone che lavorano in nero o arrotondano i guadagni con i soldi statali. I contestatori, insomma, spesso non sono disperati capi famiglia che non sanno cosa mettere nel piatto. In appena una giornata abbiamo scovato affittacamere di due bed&breakfast abusivi, badanti che guadagnando 2.500 euro al mese in nero, custodi abusivi al Vomero con casa in comodato gratuito, richiestissime parrucchiere a domicilio. Scaltrezze che, inevitabilmente, finiscono per sfuggire alle inchieste. Negli anni sono stati milioni i percettori del reddito di cittadinanza. E da gennaio 2021 a maggio 2022, gli ultimi dati pubblicati, sono stati scoperti illeciti per 288 milioni: 171 indebitamente percepiti e 117 non ancora riscossi. Nello stesso periodo, le autorità hanno denunciato oltre 29.000 persone. Rivelando inarrivabili gesta. Vedi l’egiziano di 39 anni fermato recentemente a Roma per un controllo. In tasca aveva ben 34 carte bancoposta per l’accredito del sussidio e 33 ricevute d’acquisto. Oltre a 5.580 euro in contanti. Che ha tentato maldestramente di offrire agli agenti, chiedendo inutilmente di chiudere un occhio. Molto meno audaci, invece, i suoi connazionali beccati a Linate mentre portavano all’estero i soldi del reddito di cittadinanza. «Niente da dichiarare» ripetevano tutti. E beati continuavano a godersi l’immeritato assegno.
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In venti contro 4 li aggrediscono armati di spranghe. Le immagini sono al vaglio della Digos. Uno dei quattro militanti è stato trasportato in ospedale in codice giallo.
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Domani 9 gennaio a Milano arrivano migliaia di trattori per dire no all’accordo; si mobilitano da Rivolta agricola, agli allevatori piemontesi, fino ai Comitati degli agricoltori ormai diffusi in tutto il Nord e Centro Italia. Fanno quello che sta succedendo in Francia dove da settimane il Paese è bloccato dalle proteste, in Polonia dove alla fine dell’anno i trattori hanno bloccato le autostrade, in Ungheria, in Romania e in Repubblica Ceca dove oltre al no al trattato commerciale con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay a cui si aggiunge la Bolivia, c’è anche il no all’ingresso dell’Ucraina nell’Ue. Queste proteste stanno raffreddando i governi e l’intesa che appena 48 ore fa era data per fatta dopo che Giorgia Meloni aveva ottenuto la disponibilità di Ursula von der Leyen a mettere sulla prossima Pac 45 miliardi (all’Italia ne andrebbero 10 con un miliardo di vantaggio rispetto alla quota consolidata) è tornata in discussione.
Ieri il presidente della Commissione aveva favorito una riunione dei ministri agricoli dei 27 con i commissari all’agricoltura e al commercio per arrivare alla ratifica del Mercosur. Il nostro ministro Francesco Lollobrigida ha detto: «Firmiamo solo se ci sono delle garanzie. Guardiamo agli accordi che eliminano le barriere tariffarie e non tariffarie con uno sguardo positivo, ma non si può mettere in discussione il nostro sistema economico o una parte di questo». Tradotto: senza clausola di reciprocità (sui fitofarmaci, sui controlli sanitari e di qualità, sull’utilizzo di manodopera regolare) il Mercosur non passa. Lollobrigida ha rivendicato che la Commissione si è «convinta ad accettare la proposta italiana sulla Pac che torna centrale nelle politiche europee. La dotazione finanziaria», ha specificato, «deve garantire alcuni settori rispetto alle fluttuazioni di mercato. Ma non ci interessa pagare il funerale a qualcuno, ci interessa che qualcuno resti in vita e continui a produrre». La preoccupazione è per un’invasione di prodotti del Sudamerica (il Brasile è già il primo fornitore dell’Ue di materia agricola per quasi 10 miliardi): dalla carne alla soia, dal riso allo zucchero.
Ieri si è svolto anche un vertice dei Paesi di Visegrad. I ministri di Polonia, Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca hanno detto: «Siamo qui per difendere i nostri agricoltori, la sicurezza alimentare non deve essere oggetto dei giochi politici». L’ungherese Itsvan Nagy ha aggiunto: «Sono a Bruxelles sul campo di battaglia, le preoccupazioni degli agricoltori sono giustificate». Gianmarco Centinaio, vicepresidente del Senato (Lega, ex ministro agricolo) annuncia: «La Commissione europea non può pensare che le garanzie chieste dai nostri agricoltori siano in vendita. Un conto sono le risorse per la Pac, finalmente aumentate grazie al governo italiano, un altro conto è l’accordo Mercosur, per il quale serve reciprocità. Condivido la richiesta degli agricoltori e venerdì andrò ad ascoltare quanti scenderanno in piazza a Milano».
Del pari la Coldiretti sta in guardia sul Mercosur: un sì dell’Italia senza clausola di reciprocità è inaccettabile. Ettore Prandini, presidente, e Vincenzo Gesmundo, segretario, in una nota sostengono: l’annuncio dei 10 miliardi in più sulla Pac «ottenuto grazie al ruolo determinante svolto dal governo e dal ministro Lollobrigida» così come la marcia indietro sui tagli e le modifiche al fondo sulle aree rurali sono positivi, ma ora «devono seguire atti legislativi europei». Coldiretti non si fida della «tecnocrazia di Bruxelles» e annuncia: «Proseguiamo la mobilitazione permanente: dal 20 gennaio e fino alla fine del mese manifestazioni coinvolgeranno oltre 100.000 soci; inizieremo con Lombardia, Piemonte, Veneto e Lazio e si proseguirà in Emilia-Romagna, Toscana, Puglia, Campania, Sicilia e Sardegna. Saranno le occasioni per difendere le conquiste ottenute sulla Pac e chiarire la nostra contrarietà a un accordo Mercosur che non garantisca parità di trattamento tra agricoltori europei e sudamericani».
In Francia i trattori stanno preparando l’assedio di Parigi. Ieri è stato approvato un decreto che blocca l’import dal Sudamerica e l’ex ministro dell’Interno Bruno Retailleau ha detto: «Se Emmanuel Macron firma il Mercosur presento la mozione di sfiducia al governo». La baronessa Von der Leyen deve attendere.
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Ansa
Cupi riverberi, brividi bipartisan senza senso, rigurgiti di una stagione dialetticamente isterica nelle piazze e pure dentro le istituzioni; tutti ricordano Maurizio Landini che pochi mesi fa da un palco invocava «la rivolta sociale». Sull’aggressione romana, le forze dell’ordine hanno sintetizzato i racconti delle vittime: gli assalitori erano a volto coperto, in possesso di coltelli e di radio per comunicare senza il rischio di essere intercettati. Il presidente di Gioventù nazionale Roma, Francesco Todde, ha parlato di «un commando di più di 20 professionisti dell’odio politico» e ha spiegato: «I nostri ragazzi sono stati aggrediti con violenza mentre affiggevano un manifesto che parla di libertà, con l’obiettivo di ricordare come figli d’Italia tutti i ragazzi caduti in quegli anni di violenza infame, mentre l’odio politico portava al massacro di chi credeva nelle sue idee. Mai il nostro movimento si è contraddistinto per attacchi pianificati e violenti per ragioni politiche; al contrario questo episodio si aggiunge alla lunga lista di aggressioni ai nostri danni. Speriamo che la stampa, che un anno fa fece un gran rumore sul pericolo fascismo in Gioventù nazionale, parli anche di questo».
Difficile. Ancora più difficile che qualcuno si scomodi per la targa distrutta a Milano in memoria dell’agente ucciso dagli ultrà della rivoluzione permanente. Perché a tenere banco sono i proiettili alla Cgil, nella logica molto gauchiste dei «dos pesos y dos misuras» (copyright Paolo Pillitteri). Su quelli, con dinamiche e retroscena tutti da scoprire, si è immediatamente scatenata la grancassa del campo largo. Elly Schlein ha lanciato l’allarme selettivo: «Quanto accaduto a Primavalle è inaccettabile, esplodere colpi d’arma da fuoco contro la sede di un sindacato è un gesto di gravità inaudita. È urgente alzare la guardia, i sindacati sono presidi di democrazia e nessuna intimidazione ne depotenzierà il valore».
Più equilibrato Roberto Gualtieri, che si è ricordato di essere sindaco anche del Tuscolano: «Roma è una città che ripudia ogni forma di violenza politica, sia quando si manifesta contro sedi di partito, sindacati e associazioni, sia quando prende la forma di aggressione di strada come avvenuto nella notte in via Tuscolana ai danni dei militanti di Gioventù nazionale mentre affiggevano manifesti. La libertà di espressione e il confronto civile sono gli unici strumenti attraverso cui si costruisce la convivenza democratica».
Riguardo all’idiosincrasia nei confronti delle commemorazioni altrui, gli anni di piombo rimangono un nervo scoperto per la sinistra, che non ha mai voluto farci i conti tramandando alle galassie studentesche e ai centri sociali la mistica fasulla dei «compagni che sbagliano» e dei ragazzi «che volevano fare la rivoluzione». Dipinti come pulcini teneri e inconsapevoli, in realtà erano assassini, ben consci che le P38 sparavano proiettili veri ad altezza d’uomo. È surreale come, a distanza di mezzo secolo, quella parte politica faccia una fatica pazzesca a sopportare che chi ha avuto dei morti (in campo avverso o fra le forze dell’ordine) possa pretendere di ricordarli.
La commemorazione delle vittime (Franco Bigonzetti, Francesco Ciavatta, Stefano Recchioni) nel 48° anniversario di Acca Larenzia ha dato spunto a Giorgia Meloni per rilanciare un richiamo non certo alla memoria condivisa - dopo 50 anni a sinistra non si riesce neppure a condividere la pietà per i defunti -, ma a una pacificazione nazionale. Era l’obiettivo di Francesco Cossiga, Carlo Azeglio Ciampi e Luciano Violante ma oggi, con il governo di centrodestra in sella, per l’opposizione è più facile evocare toni da guerra civile. Con indignazione lunare a giorni alterni per il pericolo fascismo.
La premier ha sottolineato come «quelli del terrorismo e dell’odio politico sono stati anni bui, in cui troppo sangue innocente è stato versato, da più parti. Ferite che hanno colpito famiglie, comunità, l’intero popolo italiano a prescindere dal colore politico. L’Italia merita una vera e definitiva pacificazione nazionale». Riferendosi alla battaglia politica attuale, Meloni ha aggiunto: «Quando il dissenso diventa aggressione, quando un’idea viene zittita con la forza, la democrazia perde sempre. Abbiamo il dovere di custodire la memoria e di ribadire con chiarezza che la violenza politica, in ogni sua forma, è sempre una sconfitta. Non è mai giustificabile. Non deve mai più tornare».
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