True
2025-08-25
Tropico del crimine
Polizia nazionale di Haiti (Ansa)
Dietro l’immagine da cartolina dei Caraibi si nasconde un processo silenzioso ma implacabile: l’avanzata delle organizzazioni criminali che stanno trasformando le isole in un hub globale di narcotraffico, traffici d’armi e tratta di esseri umani. Secondo l’Ufficio delle Nazioni Unite contro la droga ed il crimine (Unodc), la regione, che rappresenta appena il 9% della popolazione mondiale, concentra circa un terzo degli omicidi registrati a livello planetario. È un dato che da solo misura la portata di una crisi che sta superando i confini locali per assumere dimensioni geopolitiche.
La geografia è il primo alleato dei clan. Le centinaia di isole disseminate tra l’Atlantico e il Mar dei Caraibi, i confini marittimi difficili da controllare, le rotte che collegano Sudamerica, Nordamerica ed Europa: tutto concorre a rendere questa fascia un corridoio perfetto per la cocaina colombiana e venezuelana diretta verso gli Stati Uniti. Secondo le stime di Dialogo Américas, oltre il 14% della droga prodotta in Sudamerica transita oggi attraverso i Caraibi, generando profitti miliardari che rafforzano gruppi locali e cartelli esterni. Non si tratta soltanto di narcotraffico. Il commercio di armi è diventato un moltiplicatore di violenza. Molti arsenali provengono dal contrabbando statunitense, altri dalle scorte residue di guerre civili africane o conflitti centroamericani. Il risultato è che le bande caraibiche, spesso composte da poche centinaia di uomini, dispongono di un potere di fuoco superiore a quello delle forze di polizia. L’Onu avverte che in molte aree le autorità statali si dichiarano «sopraffatte» dalla potenza di fuoco delle organizzazioni criminali, dotate di armi automatiche e lanciarazzi. A peggiorare il quadro, sottolinea il rapporto, è la corruzione diffusa tra funzionari pubblici a ogni livello, che indebolisce ulteriormente la capacità di risposta delle istituzioni.
La conseguenza diretta è l’aumento esponenziale degli omicidi. A Saint Lucia il tasso di assassinii ha raggiunto quota 42,8 ogni 100.000 abitanti, superiore a quello di Honduras ed El Salvador, Paesi storicamente associati alla violenza delle maras. Nelle Barbados, considerate per decenni un’isola sicura, il numero di reati violenti è triplicato in dieci anni. In Giamaica, secondo i dati ufficiali del 2024, sono stati registrati oltre 1.500 omicidi, quasi la metà dei quali collegati a conflitti tra bande rivali. Il caso più drammatico resta Haiti, epicentro di un collasso statale che ha assunto le proporzioni di una catastrofe. Port-au-Prince è ormai una città divisa tra gruppi armati. La coalizione di differenti gang, conosciuta come Viv Ansanm (vivere insieme), controlla più dell’80% della capitale, imponendo tasse illegali, sequestri e regolando persino l’accesso agli ospedali. Secondo un rapporto delle Nazioni Unite, dall’inizio del 2025 sono stati uccisi più di 3.100 civili e 1,3 milioni di persone hanno abbandonato le proprie case. L’incendio che ha distrutto il leggendario Hotel Oloffson, icona della cultura haitiana, è diventato il simbolo della caduta di un Paese nelle mani delle gang.
La comunità internazionale osserva con crescente preoccupazione. La Comunità Caraibica, riunitasi a Montego Bay, ha definito la violenza ad Haiti «una minaccia esistenziale» per l’intera regione, chiedendo un’azione coordinata sul modello della lotta al terrorismo. Ma gli sforzi di sicurezza sono ancora frammentati. La missione multinazionale guidata dal Kenya, che avrebbe dovuto schierare oltre 2.500 uomini, a oggi ne ha dispiegati meno della metà. Nel frattempo, il vuoto è stato colmato da attori controversi: Erik Prince, ex fondatore della compagnia militare privata Blackwater, ha annunciato un accordo decennale con il governo haitiano attraverso la sua nuova società Vectus Global per inviare centinaia di contractors. Una scelta che ha sollevato critiche per il rischio di trasformare Haiti in un laboratorio di guerra privatizzata. Gli Stati Uniti hanno reagito con misure drastiche. Il Dipartimento di Stato ha inserito gli affiliati a Viv Ansanm nella lista delle organizzazioni terroristiche straniere. Un gran giurì federale ha incriminato Jimmy «Barbecue» Chérizier, ex poliziotto divenuto capo gang, accusandolo di massacri di civili. Su di lui pende una taglia di cinque milioni di dollari. Washington accusa Chérizier di aver ordinato almeno tre stragi tra il 2021 e il 2024 e di gestire una rete di riciclaggio che passa attraverso le rimesse della diaspora haitiana negli Stati Uniti e in Canada. Il quadro umanitario è disastroso. L’appello delle Nazioni Unite per raccogliere 900 milioni di dollari destinati a cibo, acqua e assistenza sanitaria è stato finanziato solo al 9%, uno dei livelli più bassi al mondo. Programmi alimentari segnalano che almeno cinque milioni di haitiani soffrono di insicurezza alimentare acuta. La scarsità di fondi ha già costretto diverse Ong a sospendere le attività di distribuzione, lasciando interi quartieri senza sostegno.
Ma Haiti è solo il punto più visibile di una crisi più ampia. In tutta l’area caraibica, la criminalità organizzata si intreccia con la politica e con le fragilità istituzionali. In Trinidad e Tobago, il ministro della Sicurezza nazionale Fitzgerald Hinds ha ammesso che «i confini marittimi sono troppo estesi per essere controllati». A Porto Rico, secondo un’inchiesta dell’Fbi, clan locali collaborano direttamente con i cartelli messicani per la gestione delle spedizioni di droga. In Repubblica Dominicana, il presidente Luis Abinader ha dichiarato che «la stabilità della nazione è minacciata dal narcotraffico che penetra ovunque, anche nelle istituzioni pubbliche». Secondo la Banca Mondiale, la criminalità organizzata costa alla regione fino al 3% del Pil annuo, una cifra che equivale a decine di miliardi di dollari sottratti a investimenti in infrastrutture, scuola e sanità.
Il dato più preoccupante riguarda però la percezione della popolazione: un sondaggio condotto nel 2024 ha rivelato che oltre il 60% degli abitanti dei Caraibi non crede più che lo Stato sia in grado di proteggerli. È il segno di un’erosione della legittimità che rischia di consolidare il potere dei clan come alternativa alle istituzioni.
La crisi dei Caraibi non è dunque un problema periferico, ma un banco di prova globale. La regione è oggi il crocevia dove convergono le rotte della cocaina sudamericana, del traffico d’armi e della tratta di persone dirette verso Stati Uniti ed Europa. Se non verrà affrontata con risorse adeguate, cooperazione internazionale e strategie di sviluppo inclusivo, il rischio è che l’immagine di paradiso tropicale lasci spazio a un futuro dominato dalla violenza organizzata e dal collasso statale.
Da poliziotto a spietato capo gang. La parabola di «Barbecue» Chérizier
Il nome di Jimmy «Barbecue» Chérizier è ormai indissolubilmente legato alla crisi haitiana. Ex poliziotto, oggi capo della coalizione criminale Viv Ansanm, Chérizier incarna la trasformazione di un Paese in cui lo Stato ha perso il controllo e la violenza è diventata sistema di governo. La sua parabola, da agente della polizia nazionale a leader delle bande armate di Port-au-Prince, è la storia di un uomo che ha saputo sfruttare il caos per imporsi come arbitro della capitale.Cresciuto nei quartieri poveri della città, ha fatto carriera nella Brigata di intervento speciale, dove si è guadagnato una fama di uomo spietato, tanto che già allora veniva accusato di eccessi e brutalità. Diversi rapporti internazionali lo collegano a massacri in quartieri popolari, spesso a danno di comunità ostili al potere politico. Quando fu allontanato dalla polizia, aveva già costruito una rete che gli permise di passare dalla divisa allo status di capo criminale.Il soprannome «Barbecue», che lui attribuisce alla passione per il cibo alla griglia, evoca invece per molti haitiani le sue azioni violente: corpi carbonizzati, case date alle fiamme, intere comunità ridotte in cenere. Nel 2020 ha fondato la gang G9, alleanza di nove bande che controllano i principali quartieri di Port-au-Prince. Attraverso intimidazione e omicidi mirati, il gruppo ha imposto un dominio territoriale che tocca trasporti, commercio e persino l’accesso agli aiuti umanitari. Oggi è a capo della federazione di gang Viv Ansam, formatasi nel 2023 come coalizione delle due principali fazioni operanti a Port-au-Prince, G-9 e G-Pèp.Nelle sue apparizioni pubbliche, Chérizier indossa mimetiche, circondato da uomini armati, e si proclama rivoluzionario. Dice di voler difendere i poveri dalle élite corrotte, presentandosi come un leader politico più che come un criminale. Ma i fatti parlano chiaro: rapimenti, riscatti, estorsioni e traffici di armi e droga costituiscono l’ossatura del suo potere. Secondo le Nazioni Unite, le bande da lui guidate sono responsabili di migliaia di vittime e decine di migliaia di sfollati interni. La sua ascesa è stata favorita dal vuoto istituzionale seguito all’assassinio del presidente Jovenel Moïse nel luglio 2021. Il governo provvisorio è apparso impotente, mentre la polizia, mal pagata e sotto organico, ha perso il controllo della capitale. In questo contesto Barbecue si è trasformato in una sorta di autorità parallela, capace di bloccare porti, strade e depositi di carburante per esercitare pressioni sui vertici politici. In più occasioni ha imposto condizioni al governo, mostrando di poter paralizzare il Paese.Sul piano internazionale, Chérizier è stato colpito da sanzioni da parte di Stati Uniti e Canada, che gli hanno congelato beni e vietato viaggi. L’Onu lo accusa di gravi violazioni dei diritti umani e ha chiesto misure per arrestarlo. Tuttavia, nonostante condanne e pressioni diplomatiche, continua a muoversi liberamente, protetto dalla fedeltà dei suoi uomini e dal sostegno di chi, nei quartieri più poveri, lo considera un difensore contro l’abbandono dello Stato.
«È un corridoio per la cocaina diretta in Europa»
Sandra Pellegrini, analista senior presso Acled, coordina l’analisi dei conflitti in America Latina e nei Caraibi.Quali sono le principali rotte del traffico di cocaina nei Caraibi oggi? «I Caraibi rimangono un hub fondamentale per il traffico di cocaina, con la maggior parte delle spedizioni che provengono dalla Colombia e transitano attraverso il Venezuela prima di raggiungere la regione. Da lì, la droga viene convogliata verso Usa e Europa. Questo corridoio è diventato sempre più importante dal 2010, quando l’intensificarsi della pressione statunitense lungo il Messico e l’America Centrale ha dirottato i flussi verso i Caraibi. I principali porti e aeroporti - Kingston, Caucedo, San Juan, Port of Spain - rimangono nodi centrali, ma i trafficanti si affidano a piccole imbarcazioni per sbarcare i carichi su coste meno sorvegliate. Una volta nei Caraibi, i carichi vengono spesso spostati all’interno dei paesi e da un paese all’altro prima di essere caricati su navi più grandi dirette verso gli Stati Uniti o l’Europa, dove i trafficanti sfruttano sempre più i legami di lunga data tra gli Stati europei e i loro territori d’oltremare. Anche Panama è emersa come punto di transito, con alcune spedizioni che passano attraverso i porti caraibici, come nel caso del sequestro nel 2024 a Santo Domingo di cocaina spedita da Panama e destinata ad Anversa, in Belgio».In quali Paesi la corruzione statale favorisce maggiormente i cartelli? «Sebbene l’Acled non monitori direttamente la corruzione, l’Indice di percezione della corruzione di Transparency International evidenzia punteggi costantemente bassi per Haiti, Repubblica Dominicana, Trinidad e Tobago e Giamaica. Haiti è un caso eclatante: decenni di clientelismo politico e finanziamento diretto delle bande hanno alimentato l’acuta crisi di sicurezza che si sta verificando oggi. In tutta la regione, la collusione tra le forze dell’ordine e le bande facilita l’accesso alle armi e la protezione per le operazioni di traffico. La Giamaica e Trinidad e Tobago sono state oggetto di indagini per reati finanziari legati alla droga, mentre giurisdizioni offshore come le Isole Vergini Britanniche e le Isole Cayman sono sfruttate dai gruppi criminali per il riciclaggio di denaro».Qual è il ruolo della ‘ndrangheta e della mafia albanese? «All’Acled registriamo principalmente episodi di violenza, e le grandi organizzazioni internazionali come la ‘ndrangheta o la mafia albanese evitano generalmente la violenza aperta per proteggere le loro operazioni. La loro attività non è direttamente visibile nei nostri dati, ma la loro influenza è significativa. Il loro ruolo può essere inteso sia logistico che strategico. Sul fronte logistico, essi fanno ampio ricorso a bande locali che subappaltano per facilitare i trasferimenti, riducendo al minimo l’esposizione. Allo stesso tempo, la ‘ndrangheta in particolare è fondamentale per il finanziamento di grandi spedizioni, la definizione della domanda transatlantica e l’indirizzamento delle destinazioni finali in Europa. Le richieste rivolte a questi gruppi, e agli attori transnazionali in generale, contribuiscono ai flussi e aggravano la concorrenza tra i gruppi locali. La presenza della ‘ndrangheta è meglio documentata, in particolare nella Repubblica Dominicana, a Curaçao, a Sint Maarten e in Guyana. La mafia albanese, sebbene meno visibile nei Caraibi, è stata segnalata nella Repubblica Dominicana e mantiene una forte presenza in Colombia, dove è prodotta la cocaina».La presenza delle mafie europee influisce solo sui flussi di traffico o anche sulla violenza interna nei Caraibi? «L’attività delle mafie europee, così come quella di altri gruppi transnazionali dediti al traffico, quali i gruppi colombiani, i cartelli messicani e il Tren de Aragua venezuelano a Trinidad e Tobago, ha un impatto sulle tendenze della violenza nei Caraibi. I Paesi e i territori in cui Acled monitora la violenza delle bande, come Giamaica, Trinidad e Tobago, Haiti e Porto Rico, hanno tutti registrato un aumento dei livelli di violenza negli ultimi anni. Altrove, dove Acled non monitora la violenza delle bande, i tassi di omicidio sono aumentati in diversi Paesi. La loro attività ha ampliato il mercato locale della droga e ha aperto nuove opportunità alle bande caraibiche che si sono posizionate come affiliate a contratto di questi gruppi transnazionali. A sua volta, l’espansione dei mercati criminali locali ha contribuito a un’escalation delle lotte di potere interne tra le bande che competono per il controllo dei corridoi di contrabbando e delle quote di mercato, portando alla frammentazione del panorama delle bande locali. Parallelamente, un aumento dell’afflusso di armi, contrabbandate principalmente dagli Stati Uniti e, più recentemente, dal Venezuela a Trinidad e Tobago, ha ulteriormente esacerbato questi conflitti».
Continua a leggereRiduci
Dimenticate i Caraibi da cartolina. Oggi le isole tanto amate dai turisti sono un crocevia di droga, armi e tratta di esseri umani. E lì si concentra un terzo degli omicidi mondiali.Il bandito Jimmy «Barbecue» Chérizier controlla di fatto la capitale di Haiti. E si proclama difensore dei poveri.L’esperta Sandra Pellegrini: «La pressione americana sul Messico ha dirottato i flussi in questa regione. La ‘ndrangheta ha un ruolo strategico».Lo speciale contiene tre articoli.Dietro l’immagine da cartolina dei Caraibi si nasconde un processo silenzioso ma implacabile: l’avanzata delle organizzazioni criminali che stanno trasformando le isole in un hub globale di narcotraffico, traffici d’armi e tratta di esseri umani. Secondo l’Ufficio delle Nazioni Unite contro la droga ed il crimine (Unodc), la regione, che rappresenta appena il 9% della popolazione mondiale, concentra circa un terzo degli omicidi registrati a livello planetario. È un dato che da solo misura la portata di una crisi che sta superando i confini locali per assumere dimensioni geopolitiche. La geografia è il primo alleato dei clan. Le centinaia di isole disseminate tra l’Atlantico e il Mar dei Caraibi, i confini marittimi difficili da controllare, le rotte che collegano Sudamerica, Nordamerica ed Europa: tutto concorre a rendere questa fascia un corridoio perfetto per la cocaina colombiana e venezuelana diretta verso gli Stati Uniti. Secondo le stime di Dialogo Américas, oltre il 14% della droga prodotta in Sudamerica transita oggi attraverso i Caraibi, generando profitti miliardari che rafforzano gruppi locali e cartelli esterni. Non si tratta soltanto di narcotraffico. Il commercio di armi è diventato un moltiplicatore di violenza. Molti arsenali provengono dal contrabbando statunitense, altri dalle scorte residue di guerre civili africane o conflitti centroamericani. Il risultato è che le bande caraibiche, spesso composte da poche centinaia di uomini, dispongono di un potere di fuoco superiore a quello delle forze di polizia. L’Onu avverte che in molte aree le autorità statali si dichiarano «sopraffatte» dalla potenza di fuoco delle organizzazioni criminali, dotate di armi automatiche e lanciarazzi. A peggiorare il quadro, sottolinea il rapporto, è la corruzione diffusa tra funzionari pubblici a ogni livello, che indebolisce ulteriormente la capacità di risposta delle istituzioni.La conseguenza diretta è l’aumento esponenziale degli omicidi. A Saint Lucia il tasso di assassinii ha raggiunto quota 42,8 ogni 100.000 abitanti, superiore a quello di Honduras ed El Salvador, Paesi storicamente associati alla violenza delle maras. Nelle Barbados, considerate per decenni un’isola sicura, il numero di reati violenti è triplicato in dieci anni. In Giamaica, secondo i dati ufficiali del 2024, sono stati registrati oltre 1.500 omicidi, quasi la metà dei quali collegati a conflitti tra bande rivali. Il caso più drammatico resta Haiti, epicentro di un collasso statale che ha assunto le proporzioni di una catastrofe. Port-au-Prince è ormai una città divisa tra gruppi armati. La coalizione di differenti gang, conosciuta come Viv Ansanm (vivere insieme), controlla più dell’80% della capitale, imponendo tasse illegali, sequestri e regolando persino l’accesso agli ospedali. Secondo un rapporto delle Nazioni Unite, dall’inizio del 2025 sono stati uccisi più di 3.100 civili e 1,3 milioni di persone hanno abbandonato le proprie case. L’incendio che ha distrutto il leggendario Hotel Oloffson, icona della cultura haitiana, è diventato il simbolo della caduta di un Paese nelle mani delle gang.La comunità internazionale osserva con crescente preoccupazione. La Comunità Caraibica, riunitasi a Montego Bay, ha definito la violenza ad Haiti «una minaccia esistenziale» per l’intera regione, chiedendo un’azione coordinata sul modello della lotta al terrorismo. Ma gli sforzi di sicurezza sono ancora frammentati. La missione multinazionale guidata dal Kenya, che avrebbe dovuto schierare oltre 2.500 uomini, a oggi ne ha dispiegati meno della metà. Nel frattempo, il vuoto è stato colmato da attori controversi: Erik Prince, ex fondatore della compagnia militare privata Blackwater, ha annunciato un accordo decennale con il governo haitiano attraverso la sua nuova società Vectus Global per inviare centinaia di contractors. Una scelta che ha sollevato critiche per il rischio di trasformare Haiti in un laboratorio di guerra privatizzata. Gli Stati Uniti hanno reagito con misure drastiche. Il Dipartimento di Stato ha inserito gli affiliati a Viv Ansanm nella lista delle organizzazioni terroristiche straniere. Un gran giurì federale ha incriminato Jimmy «Barbecue» Chérizier, ex poliziotto divenuto capo gang, accusandolo di massacri di civili. Su di lui pende una taglia di cinque milioni di dollari. Washington accusa Chérizier di aver ordinato almeno tre stragi tra il 2021 e il 2024 e di gestire una rete di riciclaggio che passa attraverso le rimesse della diaspora haitiana negli Stati Uniti e in Canada. Il quadro umanitario è disastroso. L’appello delle Nazioni Unite per raccogliere 900 milioni di dollari destinati a cibo, acqua e assistenza sanitaria è stato finanziato solo al 9%, uno dei livelli più bassi al mondo. Programmi alimentari segnalano che almeno cinque milioni di haitiani soffrono di insicurezza alimentare acuta. La scarsità di fondi ha già costretto diverse Ong a sospendere le attività di distribuzione, lasciando interi quartieri senza sostegno.Ma Haiti è solo il punto più visibile di una crisi più ampia. In tutta l’area caraibica, la criminalità organizzata si intreccia con la politica e con le fragilità istituzionali. In Trinidad e Tobago, il ministro della Sicurezza nazionale Fitzgerald Hinds ha ammesso che «i confini marittimi sono troppo estesi per essere controllati». A Porto Rico, secondo un’inchiesta dell’Fbi, clan locali collaborano direttamente con i cartelli messicani per la gestione delle spedizioni di droga. In Repubblica Dominicana, il presidente Luis Abinader ha dichiarato che «la stabilità della nazione è minacciata dal narcotraffico che penetra ovunque, anche nelle istituzioni pubbliche». Secondo la Banca Mondiale, la criminalità organizzata costa alla regione fino al 3% del Pil annuo, una cifra che equivale a decine di miliardi di dollari sottratti a investimenti in infrastrutture, scuola e sanità. Il dato più preoccupante riguarda però la percezione della popolazione: un sondaggio condotto nel 2024 ha rivelato che oltre il 60% degli abitanti dei Caraibi non crede più che lo Stato sia in grado di proteggerli. È il segno di un’erosione della legittimità che rischia di consolidare il potere dei clan come alternativa alle istituzioni. La crisi dei Caraibi non è dunque un problema periferico, ma un banco di prova globale. La regione è oggi il crocevia dove convergono le rotte della cocaina sudamericana, del traffico d’armi e della tratta di persone dirette verso Stati Uniti ed Europa. Se non verrà affrontata con risorse adeguate, cooperazione internazionale e strategie di sviluppo inclusivo, il rischio è che l’immagine di paradiso tropicale lasci spazio a un futuro dominato dalla violenza organizzata e dal collasso statale.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/tropico-del-crimine-2673914154.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="da-poliziotto-a-spietato-capo-gang-la-parabola-di-barbecue-cherizier" data-post-id="2673914154" data-published-at="1756110883" data-use-pagination="False"> Da poliziotto a spietato capo gang. La parabola di «Barbecue» Chérizier Il nome di Jimmy «Barbecue» Chérizier è ormai indissolubilmente legato alla crisi haitiana. Ex poliziotto, oggi capo della coalizione criminale Viv Ansanm, Chérizier incarna la trasformazione di un Paese in cui lo Stato ha perso il controllo e la violenza è diventata sistema di governo. La sua parabola, da agente della polizia nazionale a leader delle bande armate di Port-au-Prince, è la storia di un uomo che ha saputo sfruttare il caos per imporsi come arbitro della capitale.Cresciuto nei quartieri poveri della città, ha fatto carriera nella Brigata di intervento speciale, dove si è guadagnato una fama di uomo spietato, tanto che già allora veniva accusato di eccessi e brutalità. Diversi rapporti internazionali lo collegano a massacri in quartieri popolari, spesso a danno di comunità ostili al potere politico. Quando fu allontanato dalla polizia, aveva già costruito una rete che gli permise di passare dalla divisa allo status di capo criminale.Il soprannome «Barbecue», che lui attribuisce alla passione per il cibo alla griglia, evoca invece per molti haitiani le sue azioni violente: corpi carbonizzati, case date alle fiamme, intere comunità ridotte in cenere. Nel 2020 ha fondato la gang G9, alleanza di nove bande che controllano i principali quartieri di Port-au-Prince. Attraverso intimidazione e omicidi mirati, il gruppo ha imposto un dominio territoriale che tocca trasporti, commercio e persino l’accesso agli aiuti umanitari. Oggi è a capo della federazione di gang Viv Ansam, formatasi nel 2023 come coalizione delle due principali fazioni operanti a Port-au-Prince, G-9 e G-Pèp.Nelle sue apparizioni pubbliche, Chérizier indossa mimetiche, circondato da uomini armati, e si proclama rivoluzionario. Dice di voler difendere i poveri dalle élite corrotte, presentandosi come un leader politico più che come un criminale. Ma i fatti parlano chiaro: rapimenti, riscatti, estorsioni e traffici di armi e droga costituiscono l’ossatura del suo potere. Secondo le Nazioni Unite, le bande da lui guidate sono responsabili di migliaia di vittime e decine di migliaia di sfollati interni. La sua ascesa è stata favorita dal vuoto istituzionale seguito all’assassinio del presidente Jovenel Moïse nel luglio 2021. Il governo provvisorio è apparso impotente, mentre la polizia, mal pagata e sotto organico, ha perso il controllo della capitale. In questo contesto Barbecue si è trasformato in una sorta di autorità parallela, capace di bloccare porti, strade e depositi di carburante per esercitare pressioni sui vertici politici. In più occasioni ha imposto condizioni al governo, mostrando di poter paralizzare il Paese.Sul piano internazionale, Chérizier è stato colpito da sanzioni da parte di Stati Uniti e Canada, che gli hanno congelato beni e vietato viaggi. L’Onu lo accusa di gravi violazioni dei diritti umani e ha chiesto misure per arrestarlo. Tuttavia, nonostante condanne e pressioni diplomatiche, continua a muoversi liberamente, protetto dalla fedeltà dei suoi uomini e dal sostegno di chi, nei quartieri più poveri, lo considera un difensore contro l’abbandono dello Stato. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/tropico-del-crimine-2673914154.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="e-un-corridoio-per-la-cocaina-diretta-in-europa" data-post-id="2673914154" data-published-at="1756110883" data-use-pagination="False"> «È un corridoio per la cocaina diretta in Europa» Sandra Pellegrini, analista senior presso Acled, coordina l’analisi dei conflitti in America Latina e nei Caraibi.Quali sono le principali rotte del traffico di cocaina nei Caraibi oggi? «I Caraibi rimangono un hub fondamentale per il traffico di cocaina, con la maggior parte delle spedizioni che provengono dalla Colombia e transitano attraverso il Venezuela prima di raggiungere la regione. Da lì, la droga viene convogliata verso Usa e Europa. Questo corridoio è diventato sempre più importante dal 2010, quando l’intensificarsi della pressione statunitense lungo il Messico e l’America Centrale ha dirottato i flussi verso i Caraibi. I principali porti e aeroporti - Kingston, Caucedo, San Juan, Port of Spain - rimangono nodi centrali, ma i trafficanti si affidano a piccole imbarcazioni per sbarcare i carichi su coste meno sorvegliate. Una volta nei Caraibi, i carichi vengono spesso spostati all’interno dei paesi e da un paese all’altro prima di essere caricati su navi più grandi dirette verso gli Stati Uniti o l’Europa, dove i trafficanti sfruttano sempre più i legami di lunga data tra gli Stati europei e i loro territori d’oltremare. Anche Panama è emersa come punto di transito, con alcune spedizioni che passano attraverso i porti caraibici, come nel caso del sequestro nel 2024 a Santo Domingo di cocaina spedita da Panama e destinata ad Anversa, in Belgio».In quali Paesi la corruzione statale favorisce maggiormente i cartelli? «Sebbene l’Acled non monitori direttamente la corruzione, l’Indice di percezione della corruzione di Transparency International evidenzia punteggi costantemente bassi per Haiti, Repubblica Dominicana, Trinidad e Tobago e Giamaica. Haiti è un caso eclatante: decenni di clientelismo politico e finanziamento diretto delle bande hanno alimentato l’acuta crisi di sicurezza che si sta verificando oggi. In tutta la regione, la collusione tra le forze dell’ordine e le bande facilita l’accesso alle armi e la protezione per le operazioni di traffico. La Giamaica e Trinidad e Tobago sono state oggetto di indagini per reati finanziari legati alla droga, mentre giurisdizioni offshore come le Isole Vergini Britanniche e le Isole Cayman sono sfruttate dai gruppi criminali per il riciclaggio di denaro».Qual è il ruolo della ‘ndrangheta e della mafia albanese? «All’Acled registriamo principalmente episodi di violenza, e le grandi organizzazioni internazionali come la ‘ndrangheta o la mafia albanese evitano generalmente la violenza aperta per proteggere le loro operazioni. La loro attività non è direttamente visibile nei nostri dati, ma la loro influenza è significativa. Il loro ruolo può essere inteso sia logistico che strategico. Sul fronte logistico, essi fanno ampio ricorso a bande locali che subappaltano per facilitare i trasferimenti, riducendo al minimo l’esposizione. Allo stesso tempo, la ‘ndrangheta in particolare è fondamentale per il finanziamento di grandi spedizioni, la definizione della domanda transatlantica e l’indirizzamento delle destinazioni finali in Europa. Le richieste rivolte a questi gruppi, e agli attori transnazionali in generale, contribuiscono ai flussi e aggravano la concorrenza tra i gruppi locali. La presenza della ‘ndrangheta è meglio documentata, in particolare nella Repubblica Dominicana, a Curaçao, a Sint Maarten e in Guyana. La mafia albanese, sebbene meno visibile nei Caraibi, è stata segnalata nella Repubblica Dominicana e mantiene una forte presenza in Colombia, dove è prodotta la cocaina».La presenza delle mafie europee influisce solo sui flussi di traffico o anche sulla violenza interna nei Caraibi? «L’attività delle mafie europee, così come quella di altri gruppi transnazionali dediti al traffico, quali i gruppi colombiani, i cartelli messicani e il Tren de Aragua venezuelano a Trinidad e Tobago, ha un impatto sulle tendenze della violenza nei Caraibi. I Paesi e i territori in cui Acled monitora la violenza delle bande, come Giamaica, Trinidad e Tobago, Haiti e Porto Rico, hanno tutti registrato un aumento dei livelli di violenza negli ultimi anni. Altrove, dove Acled non monitora la violenza delle bande, i tassi di omicidio sono aumentati in diversi Paesi. La loro attività ha ampliato il mercato locale della droga e ha aperto nuove opportunità alle bande caraibiche che si sono posizionate come affiliate a contratto di questi gruppi transnazionali. A sua volta, l’espansione dei mercati criminali locali ha contribuito a un’escalation delle lotte di potere interne tra le bande che competono per il controllo dei corridoi di contrabbando e delle quote di mercato, portando alla frammentazione del panorama delle bande locali. Parallelamente, un aumento dell’afflusso di armi, contrabbandate principalmente dagli Stati Uniti e, più recentemente, dal Venezuela a Trinidad e Tobago, ha ulteriormente esacerbato questi conflitti».
Getty Images
Siamo in Valsesia, meta di trekking ad alta quota e di escursioni a piedi o in mountain-bike fra i boschi, in un territorio che per l’abbondante vegetazione molti considerano la «valle più verde» d’Italia. Ma qui c’è molto più della natura. Questa è stata, e per certi aspetti è ancora, la terra dei Walser: l’antica popolazione di lingua germanica dell’alto Vallese che, a partire dal 1200, attraversò le Alpi alla ricerca di nuovi pascoli, nuove terre da coltivare, nuove opportunità di vita comunitaria.
«Pensiamo al Medioevo come a qualcosa di estraneo alla montagna, invece in Europa è stato un periodo di grandi spostamenti e migrazioni. A quel tempo le valli svizzere cominciavano ad essere molto popolate e i Walser, che di animo erano un po’ nomadi, decisero di spostarsi verso sud, stabilendosi in questi luoghi che sopra i 1.100 metri di quota erano disabitati». A raccontare la storia di come i Walser cambiarono il destino della valle è Davide Zambrino, guida ambientale-escursionistica dell’hotel NH Collection Alagna Mirtillo Rosso in località Riva Valdobbia, ai piedi di Alagna. Arrivando, lo riconosci subito: è un mosaico di quattro grandi chalet (per un totale di 56 camere) ispirati all’architettura walser, di proprietà della famiglia Ponti - quella dell’aceto - oggi sotto il cappello del brand NH Collection Hotels & Resorts, parte del gruppo Minor Hotels (www.minorhotels.com). Un hotel innovativo fin dall’apertura, nel 2015, per via della filosofia eco-sostenibile che sposa i criteri della bioedilizia, con pareti in legno, rivestimenti coibentati, pannelli solari, il recupero dell’acqua piovana. «Nel rispetto dell’ambiente, chiediamo agli ospiti se vogliono rinunciare alla pulizia quotidiana della camera, in cambio di un drink omaggio. E al ristorante Biancospino lo chef Omar Bonecchi utilizza prevalentemente prodotti bio e sostenibili, con grande attenzione ai piccoli produttori del territorio», precisa il direttore Stefano Cerutti.
La vocazione dell’hotel è decisamente family, ma non mancano spazi riservati alle coppie, come la spa di 300 mq (accanto a quella di poco più grande destinata alle famiglie), con piscina interna ed esterna, la vasca di galleggiamento, la sauna, il bagno turco e le cabine per massaggi al profumo di montagna. Anche le escursioni in compagnia di Davide Zambrino sono a misura di ospite: «Organizziamo passeggiate facili per le famiglie e camminate più impegnative fino alle alte vette, al confine fra Piemonte e Valle d’Aosta».
Fra le camminate impegnative, la più famosa è quella al rifugio Margherita, il più alto d’Europa, accoccolato a 4.554 metri di quota sulla vetta della Punta Gnifetti, nel gruppo del Monte Rosa. Ci si arriva per gradi: il primo pezzo è facile, con gli impianti del Monterosa Ski fino a quota 3.300 metri. Poi si cammina fino alla Capanna Gnifetti, chiamata così in onore di Giovanni Gnifetti, il parroco-alpinista di Alagna che, nel XIX secolo, fu fra i primi a scalare quelle montagne. All’ultimo tratto, la salita al rifugio Margherita, una volta all’anno si aggiunge il direttore Cerutti, grande appassionato di montagna, per condividere con i suoi ospiti l’incanto di quell’orizzonte increspato di roccia e di neve. Una meraviglia che richiede passione e un po’ di allenamento. Al contrario, la scoperta delle antiche frazioni Walser di Alagna, è alla portata di tutti. «Consiglio di partire da Pedemonte, perché è lì che sono arrivati i primi Walser, come ci racconta il museo a loro dedicato nel cuore del paese», continua Davide Zambrino. Il museo, altro non è che un piccolo nucleo di case dell’antico popolo vallese, identiche a quando furono costruite, con le pareti in pietra e in legno, i grandi ballatoi esterni, il solaio dove si raccoglieva il fieno, i letti con il materasso di foglie di faggio secco rivestito di canapa.
Un’altra escursione da non perdere è al Sacro Monte di Varallo, struttura immensa che domina dall’alto l’imbocco della valle. «I villaggi Walser sono una poesia delicata, il Sacro Monte è un capolavoro imponente di arte e spiritualità, in un luogo di grande suggestione», conclude la guida. Non a caso, l’Unesco l’ha dichiarato Patrimonio mondiale dell’umanità.
Continua a leggereRiduci
Le città di pianura @Lucky Red
Per la lagna di Matilda De Angelis sull’impoverimento intellettuale eccetera. Per gli svarioni di Valeria Bruni Tedeschi, ignara dei fondamenti nel tragico Ventennio delle grandi istituzioni cinematografiche italiane. E per i proclami di Lino Musella e i moniti di Rosella Pastorino, autrice di Le assaggiatrici («Si può essere colpevoli per inerzia») che vorrebbero trasporre nel presente la pedagogia resistenziale e antinazista. Non solo per tutto questo che, pure, è già abbastanza per abbatterli.
Anche per altro, molto altro. Da rivedere potrebbe essere il regolamento del premio, reso noto nell’imminenza dell’assegnazione e rimasto tuttora opaco. Da abbattere, appunto, per poi ricostruire è la composizione della giuria. Che stabilisce un circolo di prestigio, non l’unica delle incongruenze di questo sistema autoreferenziale come ha notato Ciak, la bibbia della materia in questione. Una giuria nella quale si entra versando un canone di 90 euro. E, a proposito di conflitti di interesse, una giuria nella quale ci sono tutti gli attori e le attrici, i registi, gli sceneggiatori e i produttori italiani del circoletto. Fate un nome, uno qualsiasi, e lo troverete. Roberto Benigni, Walter Veltroni, Stefano Accorsi, Valeria Golino, Nanni Moretti, Marco Bellocchio, Gianni e Giampaolo Letta, Sabrina Ferilli, Paolo Sorrentino, Ferzan Ozpetek, Silvio Soldini e Gianni Amelio, Aurelio De Laurentiis, Alba e Alice Rohrwacher, non solo un componente, ma intere famiglie dal cognome celebre. Mi fermo, la lista è infinita, oltre 1.600 persone da Abatantuono Diego a Zurolo Davide. Si fa prima a dire chi non c’è: Pupi Avati, per esempio. E Luca Medici e Gennaro Nunziante. Assenze significative. Per il resto, si premiano e si autopremiano. Con l’eccezione di Francesco Sossai, forse troppo periferico, il regista di Feltre travolto da otto David con il suo film outsider che ha sbaragliato i più accreditati Paolo Sorrentino e Luca Guadagnino, portandosi a casa le statuette per miglior film, regia, sceneggiatura, attore (Sergio Romano), brano originale, eccetera.
Non l’avevo visto Le città di pianura quand’era uscito qualche mese fa perché avevo intuito di che cosa si trattasse. Sono veneto, originario di Treviso, la città dove ora vive Sossai, e sono grato alla mia terra, alle mie strade e ai miei borghi. E avevo intuito che in quest’opera dominava un nichilismo neanche tanto camuffato. Una dispersione confinante con la disperazione. La filosofia dell’ultimo bicchiere di due spiantati. Dopo la messe di David sono andato a vederlo per capire se sono vittima di un pregiudizio. E se c’è un motivo valido per ignorare La grazia di Sorrentino oltre a quello accennato su X da Antonio Polito, cioè che è stato Sergio Mattarella con la grazia concessa a Nicole Minetti a farlo bocciare in tutte le sue 14 candidature. E dopo aver visto il film di Sossai, ho concluso che no, non c’è: il provvedimento di clemenza diramato dal capo dello Stato che, pure, ha ricevuto tutto il cinema italiano al Quirinale, è diventato ingombrante anche per il film del nostro ultimo premio Oscar.
Dunque, Le città di pianura è la storia formalmente ben raccontata di una gigantesca negazione. Una negazione consapevole e ribadita. È il Veneto dei non luoghi, caselli autostradali, autogrill, parcheggi sotto le tangenziali, case viste di sguincio, spesso sgangherate, capannoni, garage, osterie dove la gente indossa cappelli da cow boy per gli addii al nubilato, campielli veneziani deserti e dove anche uno degli aeroporti di Venezia si trova appena fuori Treviso e la stessa Venezia è una fondamenta periferica. Un Veneto dall’urbanistica sconclusionata, metafora di vite sgangherate e fatiscenti. Perché, ovviamente, quello di Sossai è un film sull’esistenza persa dispersa e perdente.
L’unico posto strutturato è il Memoriale Brion, ovvero il non cimitero, il «complesso funebre» di Carlo Scarpa, il grande architetto morto in Giappone. Un altro tassello dell’anticartolina perlustrata da due antiprotagonisti. Due che si trascinano e sopravvivono senza meta. Due erranti. Tutto accompagnato da una musica minimal country, chitarra e armonica, come in un west americano, ma desolato e desolante. Si vaga di giorno e di notte, senza fuso orario, per bere l’ultimo bicchiere, birra o gin tonic più che vino e anche questo è un controsenso, una negazione storica. Si vaga nella pianura cancellata dalla grande pittura che privilegia le montagne e la laguna, mentre invece è anch’essa piena di storia e di piccole patrie, che Sossai depenna per dipingere il suo affresco della sconfitta. C’è un segreto della vita e del mondo che i due antiprotagonisti inseguono per tutto il film, non se lo ricordano, perso nei fumi dell’alcol e delle piccole truffe con cui la sfangano. Un segreto che riemerge alla fine, con una discreta trovata di sceneggiatura e regia. L’unico vero colpo d’ala della trama. Ma è un colpo d’ala alla rovescia e si esce intristiti dalla sala. Perché, ahimè, l’assenza di fellinismi e di estetismi neorealisti non basta certo a farne un capolavoro.
Mi spiace, il mio pregiudizio ha trovato conferma. E anche la diagnosi di Sergio Castellitto.
Continua a leggereRiduci
Richard Hawkins (Getty Images)
Ma mentre Veltroni arriva alle conclusioni di Veltroni - e meno male che non è arrivato a quelle di Corrado Augias, già in passato in difficoltà con alcune mail - il genetista Richard Dawkins, in una sorta di ebbrezza dionisiaca provocata dalle gratificazioni che Claude gli elargisce, prorompe ammettendo che l’IA ha «una coscienza».
La questione non è affatto secondaria perché Dawkins ha dedicato la propria vita alla riduzione della coscienza umana a epifenomeno di una macchina genetica, in particolare con Il gene egoista del 1976. Non solo, in realtà si può sostenere che tutto il pensiero di Dawkins non stesse aspettando altro che l’incontro con un’IA basata sul Large language model per confermare le proprie tesi. Secondo Dawkins, pensatore di riferimento per tutto il materialismo darwinista di fine Novecento, i geni non sarebbero altro che «replicatori egoisti» e gli organismi «semplici macchine di sopravvivenza» prive di scopo intrinseco. Il comportamento complesso ci appare come intelligente ma nasce in realtà da algoritmi ciechi e inconsci frutto della selezione naturale: non serve una mente o una coscienza al livello del gene o dell’organismo per spiegare le dighe dei castori, la danze delle api, l’altruismo e, soprattutto, la trascendenza e l’idea di Dio.
La coscienza umana altro non sarebbe che un prodotto tardivo e misterioso dell’evoluzione cerebrale, priva di qualsiasi addentellato spirituale e di intenzionalità; un banale fenomeno emergente da processi fisici: in pratica Dawkins ha sempre teorizzato che gli organismi funzionino come una sorta di Large language model. Appare così paradossale che lo scrittore de L’illusione di Dio, una volta trovatosi di fronte a ciò che può servire a rafforzare tutto il proprio impianto teorico, si metta a parlare proprio di ciò che ha cercato di confutare per tutta la vita: la coscienza. Ma, forse, non siamo di fronte a un’occasione persa bensì allo smascheramento dell’ossessione antispirituale come reale obiettivo teorico del materialismo darwinista. Forse per tutta la corrente teorica che si è presentata per decenni come la nuova, grande e vera religione scientista, la vera depositaria della verità ultima sulla vita, il fine non è mai stato descrivere la realtà bensì attaccare l’idea di trascendenza, di spiritualità e di Dio.
Se uno scienziato, di fronte alla coscienza umana, ribadisce incessantemente che si tratta solo di un meccanismo ma di fronte ad una macchina che simula una coscienza ammette la plausibilità della coscienza, allora la costante teorica è la volontà di impedire che la coscienza possa essere segno di trascendenza. In sostanza Dawkins, di fronte a ciò che simula una coscienza, ammette di poterla riconoscere come tale perché sa di essere di fronte a un Llm, ma quando si è trovato di fronte a una coscienza umana si è sempre visto costretto a negarne l’esistenza proprio perché non poteva esimersi dal riconoscerne la natura spirituale. E non è un caso se in questi giorni i principali esponenti dello scientismo ateista, da Sam Harris a Daniel Dennett, stiano gridando al crimine di «leso woke» a proposito del dialogo tra Dawkins e Claude: se l’ateo più rigoroso concede la coscienza a un algoritmo, crolla il monopolio materialista sulla spiegazione del mondo.
L’IA emerge, dunque, come specchio dell’inestinguibile nostalgia degli atei per Dio: gli eredi di quell’Illuminismo che dichiarò Dio un’illusione dalla quale liberarsi non riescono a vivere senza un sostituto divino e quando trovano un «automa sapiente» che simula la coscienza, riesplode tutta la loro nostalgia per qualcosa che vada oltre, che fornisca significato, che getti una luce calda sul gelo di cui si sono contornati, ma per farlo vogliono la garanzia di non star parlando di Dio quanto di un neutro meccanismo, il tutto per avere la garanzia di non trasgredire il dogma della religione che impone loro di non alzare mai la testa verso il cielo.
A partire dal positivismo ingenuo sino al behaviorismo ed al funzionalismo, il Novecento ha sempre tentato di dissolvere la coscienza nella computazione per dover tuttavia giungere a constatare che la computazione dell’IA generativa in realtà non dissolve nulla, riproduce solo la forma esteriore della coscienza umana e del suo pensiero e costringe i materialisti a reintrodurre surrettiziamente il termine «coscienza»: Dawkins può riconoscere in Claude una coscienza perché Claude sta simulando quella umana. D’altra parte, se la coscienza è un algoritmo selettivo allora anche i diritti umani lo sono: la dignità, la libertà, la giustizia sociale diventano tutte etichette utili ma arbitrarie, termini che riportano, dopo quasi tre secoli, all’origine kantiana del paradosso: la fonte del valore non può trovarsi nel valore stesso, c’è sempre bisogno di un «di più» al quale riferirsi. Dopo un po’ che parli con Claude, questa cosa ti scappa.
Continua a leggereRiduci
content.jwplatform.com
Una terra molto diversa, sconfinata, abitata da strani esseri (ci vollero circa una cinquantina di anni, e pagine e pagine di discussioni sulla loro natura, affinché gli indios fossero riconosciuti come «veri uomini», dunque dotati di pieni diritti e non riducibili in schiavitù). Pochi anni dopo, nel 1516, Tommaso Moro (poi martire e santo) inventò il termine «utopia», giocando su una possibile doppia etimologia greca: «non-luogo» o «buon luogo». E non è un caso che, proprio in quel periodo, nella cultura occidentale si insinuò l’idea che fosse possibile ripartire da zero, costruire un «mondo nuovo», più giusto e più libero. Per Moro era il tratteggio di uno Stato ideale, ma per molti fu la speranza, al di là degli esiti, di un «altrove» esistente, una nuova terra appena scoperta. E la rottura di una gabbia ideologica che aveva, nel tardo Medioevo, forse un po’ soffocato il mondo in un sistema di pensiero - benché straordinario - come quello scolastico.
Nemmeno può essere un caso, dunque, che gli Stati Uniti, nazione nata dall’incontro di avventurieri e immigrati in cerca di fortuna, siano diventati i grandi produttori globali di narrazioni sugli alieni (dal latino «altrui», ma anche «estraneo») e sull’ignoto, a volte sotto il segno della minaccia a volte sotto quello della curiosità e del mistero. Anche altre culture, naturalmente, hanno raccontato mondi altri, con forme di vita extraterrestri, ma è nella natura stessa degli Stati Uniti una tensione a scoprire e colonizzare l’ignoto. Sono gli Usa la patria di Star Wars, di Et e Isaac Asimov, solo per citarne alcuni. È evidente che queste storie toccano corde profonde dell’inconscio collettivo americano, rinnovano uno slancio originario. Ecco perché, forse, l’amministrazione Maga ha deciso di desecretare i file governativi relativi «alla vita aliena ed extraterrestre, ai fenomeni aerei non identificati (Uap) e agli oggetti volanti non identificati (Ufo)» (Donald Trump, 19 febbraio 2026, su Truth). Per alcuni si tratta del solito vecchio espediente, cioè distrarre la popolazione dai fallimenti del governo, ma sicuramente per gli americani - e non solo - è un tema che va a sollecitare le fibre più intime.
Venerdì il ministero della Guerra ha rilasciato la prima tranche di file. Si tratta di documenti - report, immagini, filmati, audio - che arrivano fino agli anni recenti ma partono già dal 1947. Per esempio, la registrazione delle comunicazioni aria-terra durante il volo della missione Gemini 7. L’astronauta Frank Borman riferisce al centro di controllo missione Nasa a Houston, il 5 dicembre 1965, di aver avvistato un oggetto non identificato che ha chiamato «bogey». Durante lo scambio, Borman descrive tre elementi: il booster (il razzo che ha portato la navicella in orbita), centinaia di piccole particelle e, appunto, un terzo oggetto non identificato.
Una foto della superficie lunare vista dal sito di allunaggio dell’Apollo 12, quindi nel 1969, presenta fenomeni visibili non identificati sopra l’orizzonte. Nel debriefing dell’Apollo 11, reso pubblico per la prima volta dopo quasi 60 anni, l’astronauta Buzz Aldrin descrive la vista di un oggetto «di dimensioni considerevoli» vicino alla superficie lunare e una fonte di luce così intensa da sembrare un laser.
Tra i file figurano video ripresi da sensori militari in diverse aree del mondo. Uno mostra un oggetto a forma di «pallone da football» avvistato nel Mar Cinese Orientale nel 2022, ma in molti altri filmati si vedono «puntini» che si muovono in modo erratico sopra Iraq, Siria ed Emirati Arabi Uniti negli ultimi anni. Il Comando centrale degli Stati Uniti ha inviato un rapporto su un fenomeno anomalo non identificato ripreso in cinque secondi di filmato da un sensore a infrarossi installato su una piattaforma militare a maggio del 2022. Nel video, un oggetto simile a un missile attraversa lo schermo per pochi secondi a velocità molto sostenuta. «I lettori non devono interpretare alcuna parte di questa descrizione come un giudizio analitico, una conclusione investigativa o una determinazione fattuale riguardo alla validità, natura o rilevanza dell’evento descritto», si legge in fondo al commento del filmato. Eppure, evidentemente, gli esperti Oltreoceano non riescono a spiegare il fenomeno.
Tra i file c’è anche una foto elaborata dall’Fbi che ricrea i resoconti concordanti di testimoni oculari del settembre 2023 riguardanti un apparente oggetto metallico di colore bronzo a forma ellissoidale, lungo tra i 130 e i 195 piedi, che si materializzò da una luce brillante nel cielo e scomparve istantaneamente. In generale, non vi è alcunché di inequivocabile, ed è anzi verosimile che la maggior parte le anomalie registrate dalle videocamere abbiano spiegazioni plausibili da parte degli addetti ai lavori.
Si tratta, comunque, solo della prima tranche: altri rilasci avverranno nei prossimi mesi, in quello che è un immaginario senz’altro molto americano, capace però di affascinare anche il Vecchio continente. E che forse riflette, oggi come allora, un po’ l’archetipo del cercatore/esploratore (antico almeno quanto Ulisse), un po’ la possibilità di un’evasione. E forse anche la speranza, attraverso l’incontro con l’Altro, di scoprire qualcosa di più su noi stessi.
Continua a leggereRiduci