
«Le sentenze non si commentano, si rispettano» è il mantra del Pd da Pier Luigi Bersani a Piero Fassino a Enrico Letta. L’hanno detto negli anni a geometria variabile. Ieri a Repubblica è successa la stessa cosa. Il Foglio mercoledì dava notizia che la Cassazione ha sancito che i rapporti tra Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri con la Mafia per quanto attiene il riciclaggio di denaro sono pura invenzione. Scrivono i supremi giudici, negando la confisca dei beni di Dell’Utri e la richiesta di sottoporlo a regime di sorveglianza: «Non è risultata, a oggi, mai processualmente provata alcuna attività di riciclaggio di Cosa nostra nelle imprese berlusconiane, né nella fase iniziale di fondazione del gruppo né nei decenni successivi». Fanno notare che dati i rapporti tra il Cav e Dell’Utri sospettare dei versamenti che Berlusconi ha fatto negli anni a uno dei suoi più stretti amici è «soltanto un teorema illogico e non dimostrato». A Repubblica gli tocca di prenderne atto, ma ecco immediato il commento di Lirio Abbate: «Dell’Utri-Berlusconi, la sentenza che non c’è».
In effetti dopo un quarantennio di narrazione sul Berlusconi mafioso si fa fatica a rassegnarsi. Per esempio c’è da capire come possano restare ancora in piedi le inchieste aperte a Firenze contro il Cavaliere - nel frattempo scomparso - e Marcello Dell’Utri per le stragi del ‘93 e ‘94 quando il processo sulla trattativa Stato-Mafia si è chiuso, anche quello da anni in Cassazione, con tutti assolti Dell’Utri compreso. Tuttavia dopo trent’anni i magistrati (tanti hanno fatto carriera con le accuse all’ex premier) fiorentini ritengono che Berlusconi attraverso Dell’Utri si sarebbe auto intimidito per poi poter favorire la Mafia. È la favola metropolitana di Silvio Berlusconi che ha creato Fininvest grazie a Cosa Nostra, perciò versava via Dell’Utri (condannato, va detto, a 7 anni per concorso esterno in associazione mafiosa, reato creato nel 1992) 250.000 euro al mese a Totò Riina che aveva infiltrato ad Arcore lo stalliere Vittorio Mangano. Per la Cassazione tutto questo non è mai esistito. Lo nota il leader di Forza Italia e ministro degli Esteri Antonio Tajani che commenta: «I supremi giudici hanno definitivamente chiarito ciò che era ovvio per noi e per tutti gli italiani in buona fede: non è mai esistito alcun legame tra Berlusconi, Dell’Utri e Cosa nostra. Oggi si cancellano anni di menzogne e calunnie». Maurizio Gasparri aggiunge: «Si tratta di una pronuncia netta, che conferma ciò che abbiamo sempre sostenuto e ribadito da anni, dentro e fuori il Parlamento».
Tutti contenti? Forse no perché, per esempio, tre giorni fa Sigfrido Ranucci, dopo il vile attentato che lo ha colpito, ha ricordato che l’unica censura l’ha subìta quando gli hanno bloccato l’intervista al giudice Paolo Borsellino in cui parlava di Berlusconi, Dell’Utri e Mangano. E chissà se nell’azzeramento in forma di solidarietà di tutte le querele per il conduttore di Report rientra anche quella di Marina Berlusconi che il 13 gennaio di quest’anno definì «pattume mediatico» l’ennesima puntata della trasmissione di Rai 3 sui presunti legami tra il Cavaliere e Cosa Nostra. Oggi ci sono tante «popolarità infrante» tra giornalisti, politici e magistrati come quelle di Roberto Saviano, Marco Travaglio, Guido Ruotolo, Giovanni Floris, Leoluca Orlando. Ricorda Deborah Bergamini, vice segretario nazionale di Forza Italia: «Per decenni gli inflessibili alfieri del moralismo giudiziario hanno costruito le loro carriere su palesi mistificazioni». Leonardo Sciascia sul Corriere il 10 gennaio 1987 concludeva così il suo articolo «I professionisti dell’Antimafia»: «I lettori, comunque, prendano atto che nulla vale più, in Sicilia, per far carriera nella magistratura, del prender parte a processi di stampo mafioso».
Ps. 48 ore fa il pm antimafia e già membro del Csm Nino Di Matteo si è dimesso dall’Anm affermando: «Non mi sento parte di un’associazione dove continuano a trovare spazio logiche di appartenenza correntizia e di opportunità politica».






