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2018-08-20
Tre fattorini su dieci sono laureati
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Deliveroo
A portare agli onori della cronaca il problema della precarietà dei rider è stato il decreto Dignità. Almeno nella sua bozza iniziale, visto che poi il tema dei ciclofattorini è uscito dal provvedimento. Questi nuovi lavoratori sono i protagonisti della cosiddetta gig economy: gig in inglese significa lavoretto. L'economia del lavoretto nasce da quella che gli esperti chiamano la quarta rivoluzione industriale. Quella per cui il reddito del lavoratore si basa sulla chiamata realizzata dal cliente attraverso un'app. Le più famose società del settore sono quelle della consegna del cibo: Foodora, Deliveroo e Justeat, soltanto per citarne alcune.
Ma la gig economy è molto di più. Un rapporto delle Acli, le associazioni cristiane lavoratori italiani, basato su dati della Fondazione Rodolfo Debenedetti, stima che in Italia ci siano circa 700.000 lavoratori a chiamata. Ma solo il 10% di questi lavora per consegnare cibo a casa dei clienti. Come spiega lo studio, solo 150.000 professionisti, circa il 15% del totale, utilizza quello a chiamata come unico lavoro svolto. La maggioranza lo fa per arrotondare. Tanto che il 45% dei lavoratori italiani della gig economy si dichiara soddisfatto della flessibilità che questa occupazione concede.
Da una ricerca svolta in aprile da Foodora, una delle maggiori piattaforme del settore della consegna di cibo, emerge che i rider che svolgono questo lavoro sono soprattutto giovani e lo fanno per scelta, oltre che per un periodo che non va oltre qualche mese. Solo il 10% di loro supera i 35 anni e il 4% va oltre i 45 anni d'età; l'86% dei rider dai 18 ai 35 anni è rappresentato, per circa la metà, da studenti. Dal questionario anonimo, distribuito ai ciclofattorini iscritti sulla piattaforma, la figura del rider appare giovane e perlopiù maschile. Da notare che solo il 2% lavora per Foodora da oltre due anni mentre il 30% non è impegnato tramite l'app da più di un mese. Dai dati emerge, inoltre, che il 25% di loro lavora anche per altre piattaforme per accumulare un numero maggiore di consegne e massimizzare i guadagni. Il 90% dei rider sono uomini, il 75% lavora per meno di 25 ore a settimana, il 23% è impiegato in un altro lavoro, il 24% è disoccupato e l'1,5% è rappresentato da pensionati. Fra le motivazioni emerse, oltre il 50% degli intervistati dichiara di lavorare per Foodora perché preferisce un'attività da poter organizzare a proprio piacimento e circa un terzo per arrotondare.
Se invece non si prendono in considerazione solo i rider, ma tutti i lavoratori della gig economy (si pensi ad esempio ai driver di applicazioni come Zego o Heetch o a quelli di Uber Pop, fino a quando c'era), lo sbilanciamento di genere è meno marcato. In questo caso, la quota di donne sul totale ammonta al 42,8%. Quanto all'età di chi non è un ciclofattorino, ma lavora comunque nell'economia dei lavoretti, circa il 30% ha tra i 30 e i 49 anni, mentre il 10% ha tra i 18 e i 24 anni e un altro 10% tra i 25 e i 29. Nel 20% dei casi si tratta di persone tra i 50 e i 64 anni di età.
In più, come spiega la fondazione Inps, va notato che sul totale la quota di lavoratori non italiani è bassa, circa il 4%, equamente divisa tra cittadini comunitari ed extracomunitari. Inoltre, per quanto riguarda lo stato civile, il 43% dei rispondenti è nubile o celibe, il 48% è sposato e circa il 9% divorziato, separato o vedovo. L'indagine ci suggerisce inoltre che circa il 52% dei rispondenti possiede titoli di studio medio bassi (scuola primaria, scuola secondaria inferiore, istituti secondari professionali), il 18% ha un titolo di studio di diploma liceale, il 10% una laurea triennale, il 14% una magistrale (o una laurea a ciclo unico), e circa il 6% ha un master o un dottorato. Si deduce quindi che il livello medio di istruzione è più elevato di quello della popolazione, dove la quota di chi ha una istruzione terziaria o superiore non supera il 20%, contro circa il 30% dei lavoratori gig. Lo studio non mostra inoltre differenze rilevanti nei livelli di istruzione per chi lo fa come unico lavoro, come seconda occupazione o come modo per avere un reddito anche da disoccupato.
Si nota quindi che non in tutti i casi la gig economy produce lavoratori scontenti o che hanno scelto questo lavoro come ultima spiaggia. Il problema è più legato alla mancanza di regole e tutele per questo nuovo genere di lavoratori che cresce ogni anno. Ma, su questo, le istituzioni, sia a livello nazionale che europeo, stanno forse provando a fare qualcosa.
Dal car sharing ai professionisti: le categorie dell'economia del lavoretto
La gig economy, l'economia del lavoretto, è ormai una realtà che ha creato anche in Italia un nuovo genere di lavoratori. Secondo uno studio delle Acli, le associazioni cristiane lavoratori italiani, basato su dati della Fondazione Rodolfo Debenedetti, nel nostro Paese ci sono circa 700.000 lavoratori a chiamata, circa il 2% del totale dei professionisti italiani. Tra questi, circa 175.000 lo fanno come unico lavoro, 437.000 come secondo lavoro e 140.000 per arrotondare da disoccupati.
Ma quanto guadagnano questi lavoratori? In realtà è difficile dirlo con precisione. In media, se si prende come riferimento un rider di quelli che consegnano il cibo a casa dei clienti, ogni tragitto vale circa 4 euro lordi. Nel 50% dei casi, secondo lo studio, questi lavoratori possono godere di un contratto di collaborazione occasionale. Complessivamente, il guadagno medio è di 839 euro per chi lo fa come lavoro principale e di 343 euro per tutti gli altri.
Secondo lo studio Acli che cita le categorie identificate dall'Inps, esistono tre tipi di lavoratori della gig economy. Ci sono quelli a chiamata, che lavorano su richiesta di una o più piattaforme. Le attività vanno dalla consegna di cibo a riparazioni di idraulica o altri lavori manuali da effettuare in casa del cliente, dal trasporto di persone al lavaggio a domicilio dell'automobile, al personal trainer direttamente a casa o alla babysitter.
C'è poi la categoria di lavoratori a cui forse siamo più abituati: i freelance. Anche in questo caso, però, quelli della gig economy lavorano attraverso piattaforme digitali che smistano il lavoro. Si tratta di piattaforme che operano globalmente, come Upwork, Freelancer, Amazon mechanical turk, Twago, Greenpanthera, Crowdflower, Vicker e non solo. Il committente può essere un'azienda irlandese o argentina, mentre i lavoratori sui quali suddivide i compiti possono risiedere in India o negli Stati Uniti. Alcune piattaforme sono ricercate per lavori da libero professionista, ma sono soprattutto i lavori micro quelli ai quali sono dedicate: rispondere a questionari online, audio editing, trascrizione di materiale audiovisivo in forma scritta oppure la moderazione dei contenuti dei social network.
Ci sono poi i lavoratori che mettono qualcosa a disposizione del mercato (asset rental in inglese). In questi casi la prestazione lavorativa, se c'è, è accessoria, come nel caso del proprietario di un appartamento in affitto su Airbnb che cura anche l'accoglienza e le pulizie finali. In questo caso la richiesta del cliente non rappresenta una vera e propria prestazione lavorativa, bensì la possibilità di potere utilizzare, pagando, un bene o una proprietà altrui, in genere per un breve periodo, come nel caso di Blablacar, Sharewood, Airbnb, Miogarage e non solo.
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Il tema dei rider è finito sulla bocca di tutti grazie al decreto Dignità, dal quale però è sparito nel provvedimento finale. Ecco chi ci consegna il cibo a casa: l'86% è under 35, il 90% sono uomini e meno della metà si dichiara soddisfatto della flessibilità. Ci sono tre categorie di lavoratori della gig economy: quelli a chiamata (come personal trainer e babysitter), i liberi professionisti e chi offre una casa in affitto o un passaggio in automobile. INFOGRAFICA !function(e,t,n,s){var i="InfogramEmbeds",o=e.getElementsByTagName(t)[0],d=/^http:/.test(e.location)?"http:":"https:";if(/^\/{2}/.test(s)&&(s=d+s),window[i]&&window[i].initialized)window[i].process&&window[i].process();else if(!e.getElementById(n)){var a=e.createElement(t);a.async=1,a.id=n,a.src=s,o.parentNode.insertBefore(a,o)}}(document,"script","infogram-async","https://e.infogram.com/js/dist/embed-loader-min.js");Lo speciale contiene due articoli A portare agli onori della cronaca il problema della precarietà dei rider è stato il decreto Dignità. Almeno nella sua bozza iniziale, visto che poi il tema dei ciclofattorini è uscito dal provvedimento. Questi nuovi lavoratori sono i protagonisti della cosiddetta gig economy: gig in inglese significa lavoretto. L'economia del lavoretto nasce da quella che gli esperti chiamano la quarta rivoluzione industriale. Quella per cui il reddito del lavoratore si basa sulla chiamata realizzata dal cliente attraverso un'app. Le più famose società del settore sono quelle della consegna del cibo: Foodora, Deliveroo e Justeat, soltanto per citarne alcune. Ma la gig economy è molto di più. Un rapporto delle Acli, le associazioni cristiane lavoratori italiani, basato su dati della Fondazione Rodolfo Debenedetti, stima che in Italia ci siano circa 700.000 lavoratori a chiamata. Ma solo il 10% di questi lavora per consegnare cibo a casa dei clienti. Come spiega lo studio, solo 150.000 professionisti, circa il 15% del totale, utilizza quello a chiamata come unico lavoro svolto. La maggioranza lo fa per arrotondare. Tanto che il 45% dei lavoratori italiani della gig economy si dichiara soddisfatto della flessibilità che questa occupazione concede. Da una ricerca svolta in aprile da Foodora, una delle maggiori piattaforme del settore della consegna di cibo, emerge che i rider che svolgono questo lavoro sono soprattutto giovani e lo fanno per scelta, oltre che per un periodo che non va oltre qualche mese. Solo il 10% di loro supera i 35 anni e il 4% va oltre i 45 anni d'età; l'86% dei rider dai 18 ai 35 anni è rappresentato, per circa la metà, da studenti. Dal questionario anonimo, distribuito ai ciclofattorini iscritti sulla piattaforma, la figura del rider appare giovane e perlopiù maschile. Da notare che solo il 2% lavora per Foodora da oltre due anni mentre il 30% non è impegnato tramite l'app da più di un mese. Dai dati emerge, inoltre, che il 25% di loro lavora anche per altre piattaforme per accumulare un numero maggiore di consegne e massimizzare i guadagni. Il 90% dei rider sono uomini, il 75% lavora per meno di 25 ore a settimana, il 23% è impiegato in un altro lavoro, il 24% è disoccupato e l'1,5% è rappresentato da pensionati. Fra le motivazioni emerse, oltre il 50% degli intervistati dichiara di lavorare per Foodora perché preferisce un'attività da poter organizzare a proprio piacimento e circa un terzo per arrotondare. Se invece non si prendono in considerazione solo i rider, ma tutti i lavoratori della gig economy (si pensi ad esempio ai driver di applicazioni come Zego o Heetch o a quelli di Uber Pop, fino a quando c'era), lo sbilanciamento di genere è meno marcato. In questo caso, la quota di donne sul totale ammonta al 42,8%. Quanto all'età di chi non è un ciclofattorino, ma lavora comunque nell'economia dei lavoretti, circa il 30% ha tra i 30 e i 49 anni, mentre il 10% ha tra i 18 e i 24 anni e un altro 10% tra i 25 e i 29. Nel 20% dei casi si tratta di persone tra i 50 e i 64 anni di età. In più, come spiega la fondazione Inps, va notato che sul totale la quota di lavoratori non italiani è bassa, circa il 4%, equamente divisa tra cittadini comunitari ed extracomunitari. Inoltre, per quanto riguarda lo stato civile, il 43% dei rispondenti è nubile o celibe, il 48% è sposato e circa il 9% divorziato, separato o vedovo. L'indagine ci suggerisce inoltre che circa il 52% dei rispondenti possiede titoli di studio medio bassi (scuola primaria, scuola secondaria inferiore, istituti secondari professionali), il 18% ha un titolo di studio di diploma liceale, il 10% una laurea triennale, il 14% una magistrale (o una laurea a ciclo unico), e circa il 6% ha un master o un dottorato. Si deduce quindi che il livello medio di istruzione è più elevato di quello della popolazione, dove la quota di chi ha una istruzione terziaria o superiore non supera il 20%, contro circa il 30% dei lavoratori gig. Lo studio non mostra inoltre differenze rilevanti nei livelli di istruzione per chi lo fa come unico lavoro, come seconda occupazione o come modo per avere un reddito anche da disoccupato. Si nota quindi che non in tutti i casi la gig economy produce lavoratori scontenti o che hanno scelto questo lavoro come ultima spiaggia. Il problema è più legato alla mancanza di regole e tutele per questo nuovo genere di lavoratori che cresce ogni anno. Ma, su questo, le istituzioni, sia a livello nazionale che europeo, stanno forse provando a fare qualcosa. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/tre-fattorini-su-dieci-sono-laureati-2596902236.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="dal-car-sharing-ai-professionisti-le-categorie-delleconomia-del-lavoretto" data-post-id="2596902236" data-published-at="1778183410" data-use-pagination="False"> Dal car sharing ai professionisti: le categorie dell'economia del lavoretto La gig economy, l'economia del lavoretto, è ormai una realtà che ha creato anche in Italia un nuovo genere di lavoratori. Secondo uno studio delle Acli, le associazioni cristiane lavoratori italiani, basato su dati della Fondazione Rodolfo Debenedetti, nel nostro Paese ci sono circa 700.000 lavoratori a chiamata, circa il 2% del totale dei professionisti italiani. Tra questi, circa 175.000 lo fanno come unico lavoro, 437.000 come secondo lavoro e 140.000 per arrotondare da disoccupati. Ma quanto guadagnano questi lavoratori? In realtà è difficile dirlo con precisione. In media, se si prende come riferimento un rider di quelli che consegnano il cibo a casa dei clienti, ogni tragitto vale circa 4 euro lordi. Nel 50% dei casi, secondo lo studio, questi lavoratori possono godere di un contratto di collaborazione occasionale. Complessivamente, il guadagno medio è di 839 euro per chi lo fa come lavoro principale e di 343 euro per tutti gli altri.Secondo lo studio Acli che cita le categorie identificate dall'Inps, esistono tre tipi di lavoratori della gig economy. Ci sono quelli a chiamata, che lavorano su richiesta di una o più piattaforme. Le attività vanno dalla consegna di cibo a riparazioni di idraulica o altri lavori manuali da effettuare in casa del cliente, dal trasporto di persone al lavaggio a domicilio dell'automobile, al personal trainer direttamente a casa o alla babysitter.C'è poi la categoria di lavoratori a cui forse siamo più abituati: i freelance. Anche in questo caso, però, quelli della gig economy lavorano attraverso piattaforme digitali che smistano il lavoro. Si tratta di piattaforme che operano globalmente, come Upwork, Freelancer, Amazon mechanical turk, Twago, Greenpanthera, Crowdflower, Vicker e non solo. Il committente può essere un'azienda irlandese o argentina, mentre i lavoratori sui quali suddivide i compiti possono risiedere in India o negli Stati Uniti. Alcune piattaforme sono ricercate per lavori da libero professionista, ma sono soprattutto i lavori micro quelli ai quali sono dedicate: rispondere a questionari online, audio editing, trascrizione di materiale audiovisivo in forma scritta oppure la moderazione dei contenuti dei social network.Ci sono poi i lavoratori che mettono qualcosa a disposizione del mercato (asset rental in inglese). In questi casi la prestazione lavorativa, se c'è, è accessoria, come nel caso del proprietario di un appartamento in affitto su Airbnb che cura anche l'accoglienza e le pulizie finali. In questo caso la richiesta del cliente non rappresenta una vera e propria prestazione lavorativa, bensì la possibilità di potere utilizzare, pagando, un bene o una proprietà altrui, in genere per un breve periodo, come nel caso di Blablacar, Sharewood, Airbnb, Miogarage e non solo.
Dal Brasile arriva pollo contaminato da salmonella che invade il mercato europeo senza alcun controllo. Nella partita del Mercosur per l’Italia c’è anche un’aggravante, se così si può dire: aveva fatto fronte comune con gli altri Paesi per bloccarlo, ma alla fine ha detto sì al trattato di libero scambio con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay con annessa Bolivia. Il ministro per la Sovranità alimentare, Francesco Lollobrigida, anche su consiglio di Giorgia Meloni, si era fatto convincere perché la Commissione Ue ha promosso l’applicazione della clausola di reciprocità: i prodotti agricoli importati dal Mercosur devono avere le stesse garanzie di salubrità e qualità di quelli europei.
Promessa immediatamente smentita da quanto è accaduto in Grecia: è sbarcato un carico di carne di pollo contaminato il 2 maggio, il giorno seguente all’entrata in vigore ufficiale del Mercosur. Ursula von der Leyen ha fatto il diavolo a quattro per far ratificare l’accordo il prima possibile, ha sfidato il Parlamento europeo che ha chiesto alla Corte di giustizia di verificare se l’accordo violi o meno i Trattati europei e lo ha fatto applicare in via provvisoria infischiandosene del pronunciamento dei giudici. Il che espone l’Ue, nel caso in cui la Corte di Lussemburgo sancisse l’illegittimità dell’accordo, a un contenzioso lungo e oneroso assai. Pur di vendere le vecchie Mercedes, le Bmw e le Audi ai brasiliani che ci rimpinzano di ogni schifezza agricola, la baronessa non è andata tanto per il sottile. Ma, come si dice, il diavolo fa le pentole, ma non i coperchi. E la prima, gravissima conseguenza del Mercosur si è materializzata in Grecia, Paese che, dopo la batosta della crisi monetaria del 2009, di fatto è a trazione tedesca e il leader di Nea Democratia e premier, Kyriakos Mitsotakis, ha già pagato un prezzo alto in popolarità. Ha seguito la stessa traiettoria dell’Italia anche se i contadini greci sono tutt’ora sul piede di guerra, soprattutto i coltivatori di riso Ndel nord, gli allevatori del Peloponneso e gli olivicoltori e vignaioli di Creta dove ci sono state le proteste più violente.
E hanno ragione perché l’80% del primo carico di pollo congelato, pari a 3 tonnellate in totale, giunto in Grecia dal Brasile, era contaminato da salmonella. Lo ha rivelato la Federazione panellenica degli ingegneri geotecnici. Quanto accaduto solleva seri interrogativi sull’efficacia dei meccanismi di controllo dell’Ue sulla sicurezza degli alimenti importati. Secondo i risultati dei laboratori veterinari di Agia Paraskevi, nella periferia di Atene, 8 su 10 dei primi lotti analizzati sono risultati contaminati da salmonella e il presidente della Federazione panellenica degli ingegnergeotecnici pubblici, Nikos Kakavas, lo ha confermato esprimendo forti preoccupazioni circa l’adeguatezza dei controlli sui prodotti importati.
Nikos Kakavas ha denunciato peraltro le gravi ripercussioni sull’agricoltura greca a causa delle importazioni selvagge via Mercosur, in un Paese che, avendo solo il 40% dei tecnici che servirebbero, non è in grado di controllare la merce che arriva. Come direbbero i francesi: è solo l’inizio. In Italia la mobilitazione anti Mercosur, per chiedere controlli e lotta alle contraffazioni, non si è mai arrestata. Migliaia di agricoltori della Coldiretti si ritroveranno alla Fiera di Cagliari domani per protestare e con loro ci sarà anche il ministro Francesco Lollobrigida che sul Mercosur avrà forse da ridire.
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Papa Leone (Imagoeconomica)
A rivelarlo pubblicamente è stato un caro amico di Robert Prevost, padre Tom McCarthy, nel corso di un incontro con alcuni fedeli a Naperville nell’Illinois il cui contenuto è stato poi diffuso dal New York Times.
I fatti, secondo il racconto di McCarthy, sono avvenuti a due mesi dall’elezione al soglio pontificio di Prevost; quando, cioè, il suo nome - pur già noto in precedenza negli States - era divenuto di fama planetaria. In breve, è accaduto che papa Leone XIV abbia contattato telefonicamente la sua banca di Chicago per aggiornare, per ovvie ragioni, il suo numero di telefono e il suo indirizzo. In tale tentativo, si è trovato d interloquire con una addetta che gli ha posto tutta una serie di domande di verifica.
Ebbene, il Santo Padre ha risposto correttamente a tutti i quesiti postigli; eppure ciò non è bastato per ottenere lo scopo che si era prefissato con la telefonata, che a un certo punto ha visto la zelante addetta alla sicurezza scandire queste parole al suo interlocutore: «Deve venire di persona in filiale». A quel punto, sempre secondo il racconto di McCarthy, l’utente - dopo aver manifestato una cauta perplessità («Beh, non credo di poterlo fare») - avrebbe tentato la sua ultima carta per uscire dall’angolo: «Cambierebbe qualcosa se le dicessi che sono papa Leone?». Una domanda a fronte della quale l’addetta - la quale forse non aveva sufficiente familiarità con la voce del pontefice, benché suo connazionale - ha riattaccato. Fine della conversazione e delle speranze, da parte di papa Prevost, di sbrigare con quella telefonata una faccenda semplice, come milioni di persone potranno confermare, solo sulla carta. Com’è finita? Che il pontefice ha poi contattato un altro sacerdote di Chicago, il quale l’ha messo in contatto con il presidente della banca, che a sua volta avrebbe fatto resistenza rimarcando, dura lex sed lex, che le regole impongono la presenza fisica del correntista. Leone XIV a questo punto avrebbe fatto capire che avrebbe cambiato banca, eventualità che avrebbe fatto cedere anche il presidente.
Fine di questa storia, che torna utile sotto almeno due punti di vista. Il primo, senza dubbio, è quello dell’umiltà d’un capo di Stato - perché questo è il Papa - il quale, pur potendo delegare numerosissimi sottoposti, sceglie di sbrigarsi da solo faccende per giunta snervanti. Già si sapeva, in realtà, come Prevost fosse un uomo di grande umiltà, ma episodi come questo sono comunque significativi e rivelatori di chi sia e di come ragioni il successore di Pietro. In secondo luogo, come già si diceva in apertura, il racconto di padre McCarthy funge da monito: mai osare mettere alla prova l’impermeabilità d’un servizio di assistenza clienti. Neppure se si è il Papa.
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Ecco #DimmiLaVerità del 7 maggio 2026. La deputata della Lega Tiziana Nisini ci parla della carenza di senologi in Italia, una emergenza nazionale
Papa Leone XIV (Ansa)
L’ennesimo codazzo del disordine sinodale è la pubblicazione del rapporto finale del nono Gruppo di studio sulle «questioni dottrinali, pastorali ed etiche emergenti». In sostanza, il rapporto con i fedeli Lgbt. L’ennesima mina che a Robert Francis Prevost toccherà disinnescare, dopo il caso delle benedizioni gay in Germania.
La relazione, infatti, cerca di occultare, dietro l’uso della neolingua catto-woke, un vero e proprio assalto al magistero. Lo si intuisce già dallo slittamento semantico che propone: gli autori dicono di ritenere «più appropriato qualificare le questioni in oggetto come questioni “emergenti” piuttosto che come questioni “controverse”». Essi annunciano, così, un «cambio di paradigma», che consentirebbe di trattare certe situazioni non più alla stregua di un «problema» da risolvere, evidenziando invece «la qualità globale dell’impegno che concerne l’insieme della comunità ecclesiale e l’integralità della persona», oltre che rimandando a «una possibile risorsa da discernere nella “conversazione nello Spirito” e nella “conversione relazionale”». Cristallino, eh? Se Gesù si fosse espresso in questi termini, non si sarebbe capito nemmeno da solo.
Quel che si capisce benissimo è dove che vogliano andare a parare le 24 pagine (su 32 totali) che precedono la prima occorrenza della parola «omosessuali»: a legittimare, appunto, le relazioni gay. Se non il matrimonio tra persone dello stesso sesso.
Al volumetto sono state allegate alcune testimonianze anonime, in particolare una proveniente dal Portogallo e l’altra dagli Stati Uniti, di cattolici Lgbt accolti dalle locali comunità ecclesiali, dopo un periodo di travagli e discriminazioni.
Il fedele lusitano allude apertamente al «mio matrimonio» e a «mio marito». Matrimonio. Marito. La Chiesa ritiene che l’unione omosessuale sia equiparabile alle nozze tra uomo e donna? Strano, perché il Dicastero per la Dottrina della fede, pur retto dal bergogliano Víctor Manuel Fernández, ha appena diffuso il testo di una lettera che il cardinale, nel 2024, indirizzò a monsignor Stephen Ackermann, vescovo di Trier, in risposta alla posizione della Conferenza episcopale tedesca sulle «benedizioni per le coppie che si amano». Il capo dell’ex Sant’Uffizio spiegava che, nonostante Fiducia Supplicans avesse liberalizzato - in modo maldestro - la pratica di benedire le unioni irregolari, la Chiesa di Germania si stava spingendo troppo in là. Tucho ricordava che la Chiesa «non ha il potere di conferire la sua benedizione liturgica» a coppie omosessuali e divorziati risposati, che non voleva «legittimare nulla» né «sancire […] nulla» e che non bisognava, dunque, «creare confusione», introducendo un «rito liturgico» o «forme di benedizioni simili a sacramentali». Tirare fuori quella missiva è stata la risposta della Santa Sede, ora guidata dal pontefice americano, all’ennesima fuga in avanti dei teutonici: il cardinale Reinhard Marx ha chiesto ai sacerdoti della sua diocesi, Monaco e Frisinga, di mettere a «fondamento della pratica pastorale» le benedizioni già bocciate dal Dicastero della Fede.
Ma nel rapporto del Gruppo di studio n. 9 del Sinodo compare un’intervista dagli Usa, che è ancora più esplicita di quella realizzata in Portogallo. La corrispondente vaticana Diane Montagna ha identificato il testimone statunitense, il quale ringrazia Dio «per mio marito» e si presenta come l’autore del libro Lgbtq catholic ministry, past and present, che reca la prefazione del noto prete arcobaleno, il gesuita James Martin. L’innominato, allora, non può che essere Jason Steidl: è l’uomo la cui foto con il compagno, mentre entrambi venivano benedetti dallo stesso padre Martin, comparve il 21 dicembre 2023 sul New York Times, scatenando un vespaio di polemiche. L’immagine, in effetti, somigliava alla celebrazione di un matrimonio gay.
D’altronde, nel comitato di teologi che ha prodotto il documento compaiono figure quali Maurizio Chiodi, sostenitore della pastorale Lgbt e convinto che, in alcune circostanze, gli atti omosessuali siano «moralmente buoni». Tutto coerente con i toni della relazione sinodale, che per giustificare l’inosservanza della dottrina pattina tra espressioni alate e retoriche evanescenti: la «narrazione», la «cultura della trasparenza» e quella «del rendiconto e della valutazione», il dovere di accogliere le «istanze che le pratiche credenti esprimono e mettono in atto», nonché di piegare i principi alle esigenze dei «contesti».
Se la decisione di nominare vescovi senza il consenso di Roma romperà, per ovvi motivi, la comunione della Fraternità San Pio X con la Santa Sede, sarebbe bizzarro se il Vaticano non iniziasse a prendere provvedimenti seri anche per arginare queste martellanti campagne di demolizione del magistero «da sinistra». Per il Papa chiamato a riparare le crepe che si erano aperte durante il pontificato di Francesco, lo scisma arcobaleno è più allarmante degli attacchi di Trump. Il presidente Usa non è eterno e le sue sparate, semmai, stanno compattando i cattolici. La vera grana - il Vangelo insegna - un regno ce l’ha quando si divide in sé stesso.
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