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2018-08-20
Tre fattorini su dieci sono laureati
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Deliveroo
A portare agli onori della cronaca il problema della precarietà dei rider è stato il decreto Dignità. Almeno nella sua bozza iniziale, visto che poi il tema dei ciclofattorini è uscito dal provvedimento. Questi nuovi lavoratori sono i protagonisti della cosiddetta gig economy: gig in inglese significa lavoretto. L'economia del lavoretto nasce da quella che gli esperti chiamano la quarta rivoluzione industriale. Quella per cui il reddito del lavoratore si basa sulla chiamata realizzata dal cliente attraverso un'app. Le più famose società del settore sono quelle della consegna del cibo: Foodora, Deliveroo e Justeat, soltanto per citarne alcune.
Ma la gig economy è molto di più. Un rapporto delle Acli, le associazioni cristiane lavoratori italiani, basato su dati della Fondazione Rodolfo Debenedetti, stima che in Italia ci siano circa 700.000 lavoratori a chiamata. Ma solo il 10% di questi lavora per consegnare cibo a casa dei clienti. Come spiega lo studio, solo 150.000 professionisti, circa il 15% del totale, utilizza quello a chiamata come unico lavoro svolto. La maggioranza lo fa per arrotondare. Tanto che il 45% dei lavoratori italiani della gig economy si dichiara soddisfatto della flessibilità che questa occupazione concede.
Da una ricerca svolta in aprile da Foodora, una delle maggiori piattaforme del settore della consegna di cibo, emerge che i rider che svolgono questo lavoro sono soprattutto giovani e lo fanno per scelta, oltre che per un periodo che non va oltre qualche mese. Solo il 10% di loro supera i 35 anni e il 4% va oltre i 45 anni d'età; l'86% dei rider dai 18 ai 35 anni è rappresentato, per circa la metà, da studenti. Dal questionario anonimo, distribuito ai ciclofattorini iscritti sulla piattaforma, la figura del rider appare giovane e perlopiù maschile. Da notare che solo il 2% lavora per Foodora da oltre due anni mentre il 30% non è impegnato tramite l'app da più di un mese. Dai dati emerge, inoltre, che il 25% di loro lavora anche per altre piattaforme per accumulare un numero maggiore di consegne e massimizzare i guadagni. Il 90% dei rider sono uomini, il 75% lavora per meno di 25 ore a settimana, il 23% è impiegato in un altro lavoro, il 24% è disoccupato e l'1,5% è rappresentato da pensionati. Fra le motivazioni emerse, oltre il 50% degli intervistati dichiara di lavorare per Foodora perché preferisce un'attività da poter organizzare a proprio piacimento e circa un terzo per arrotondare.
Se invece non si prendono in considerazione solo i rider, ma tutti i lavoratori della gig economy (si pensi ad esempio ai driver di applicazioni come Zego o Heetch o a quelli di Uber Pop, fino a quando c'era), lo sbilanciamento di genere è meno marcato. In questo caso, la quota di donne sul totale ammonta al 42,8%. Quanto all'età di chi non è un ciclofattorino, ma lavora comunque nell'economia dei lavoretti, circa il 30% ha tra i 30 e i 49 anni, mentre il 10% ha tra i 18 e i 24 anni e un altro 10% tra i 25 e i 29. Nel 20% dei casi si tratta di persone tra i 50 e i 64 anni di età.
In più, come spiega la fondazione Inps, va notato che sul totale la quota di lavoratori non italiani è bassa, circa il 4%, equamente divisa tra cittadini comunitari ed extracomunitari. Inoltre, per quanto riguarda lo stato civile, il 43% dei rispondenti è nubile o celibe, il 48% è sposato e circa il 9% divorziato, separato o vedovo. L'indagine ci suggerisce inoltre che circa il 52% dei rispondenti possiede titoli di studio medio bassi (scuola primaria, scuola secondaria inferiore, istituti secondari professionali), il 18% ha un titolo di studio di diploma liceale, il 10% una laurea triennale, il 14% una magistrale (o una laurea a ciclo unico), e circa il 6% ha un master o un dottorato. Si deduce quindi che il livello medio di istruzione è più elevato di quello della popolazione, dove la quota di chi ha una istruzione terziaria o superiore non supera il 20%, contro circa il 30% dei lavoratori gig. Lo studio non mostra inoltre differenze rilevanti nei livelli di istruzione per chi lo fa come unico lavoro, come seconda occupazione o come modo per avere un reddito anche da disoccupato.
Si nota quindi che non in tutti i casi la gig economy produce lavoratori scontenti o che hanno scelto questo lavoro come ultima spiaggia. Il problema è più legato alla mancanza di regole e tutele per questo nuovo genere di lavoratori che cresce ogni anno. Ma, su questo, le istituzioni, sia a livello nazionale che europeo, stanno forse provando a fare qualcosa.
Dal car sharing ai professionisti: le categorie dell'economia del lavoretto
La gig economy, l'economia del lavoretto, è ormai una realtà che ha creato anche in Italia un nuovo genere di lavoratori. Secondo uno studio delle Acli, le associazioni cristiane lavoratori italiani, basato su dati della Fondazione Rodolfo Debenedetti, nel nostro Paese ci sono circa 700.000 lavoratori a chiamata, circa il 2% del totale dei professionisti italiani. Tra questi, circa 175.000 lo fanno come unico lavoro, 437.000 come secondo lavoro e 140.000 per arrotondare da disoccupati.
Ma quanto guadagnano questi lavoratori? In realtà è difficile dirlo con precisione. In media, se si prende come riferimento un rider di quelli che consegnano il cibo a casa dei clienti, ogni tragitto vale circa 4 euro lordi. Nel 50% dei casi, secondo lo studio, questi lavoratori possono godere di un contratto di collaborazione occasionale. Complessivamente, il guadagno medio è di 839 euro per chi lo fa come lavoro principale e di 343 euro per tutti gli altri.
Secondo lo studio Acli che cita le categorie identificate dall'Inps, esistono tre tipi di lavoratori della gig economy. Ci sono quelli a chiamata, che lavorano su richiesta di una o più piattaforme. Le attività vanno dalla consegna di cibo a riparazioni di idraulica o altri lavori manuali da effettuare in casa del cliente, dal trasporto di persone al lavaggio a domicilio dell'automobile, al personal trainer direttamente a casa o alla babysitter.
C'è poi la categoria di lavoratori a cui forse siamo più abituati: i freelance. Anche in questo caso, però, quelli della gig economy lavorano attraverso piattaforme digitali che smistano il lavoro. Si tratta di piattaforme che operano globalmente, come Upwork, Freelancer, Amazon mechanical turk, Twago, Greenpanthera, Crowdflower, Vicker e non solo. Il committente può essere un'azienda irlandese o argentina, mentre i lavoratori sui quali suddivide i compiti possono risiedere in India o negli Stati Uniti. Alcune piattaforme sono ricercate per lavori da libero professionista, ma sono soprattutto i lavori micro quelli ai quali sono dedicate: rispondere a questionari online, audio editing, trascrizione di materiale audiovisivo in forma scritta oppure la moderazione dei contenuti dei social network.
Ci sono poi i lavoratori che mettono qualcosa a disposizione del mercato (asset rental in inglese). In questi casi la prestazione lavorativa, se c'è, è accessoria, come nel caso del proprietario di un appartamento in affitto su Airbnb che cura anche l'accoglienza e le pulizie finali. In questo caso la richiesta del cliente non rappresenta una vera e propria prestazione lavorativa, bensì la possibilità di potere utilizzare, pagando, un bene o una proprietà altrui, in genere per un breve periodo, come nel caso di Blablacar, Sharewood, Airbnb, Miogarage e non solo.
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Il tema dei rider è finito sulla bocca di tutti grazie al decreto Dignità, dal quale però è sparito nel provvedimento finale. Ecco chi ci consegna il cibo a casa: l'86% è under 35, il 90% sono uomini e meno della metà si dichiara soddisfatto della flessibilità. Ci sono tre categorie di lavoratori della gig economy: quelli a chiamata (come personal trainer e babysitter), i liberi professionisti e chi offre una casa in affitto o un passaggio in automobile. INFOGRAFICA !function(e,t,n,s){var i="InfogramEmbeds",o=e.getElementsByTagName(t)[0],d=/^http:/.test(e.location)?"http:":"https:";if(/^\/{2}/.test(s)&&(s=d+s),window[i]&&window[i].initialized)window[i].process&&window[i].process();else if(!e.getElementById(n)){var a=e.createElement(t);a.async=1,a.id=n,a.src=s,o.parentNode.insertBefore(a,o)}}(document,"script","infogram-async","https://e.infogram.com/js/dist/embed-loader-min.js");Lo speciale contiene due articoli A portare agli onori della cronaca il problema della precarietà dei rider è stato il decreto Dignità. Almeno nella sua bozza iniziale, visto che poi il tema dei ciclofattorini è uscito dal provvedimento. Questi nuovi lavoratori sono i protagonisti della cosiddetta gig economy: gig in inglese significa lavoretto. L'economia del lavoretto nasce da quella che gli esperti chiamano la quarta rivoluzione industriale. Quella per cui il reddito del lavoratore si basa sulla chiamata realizzata dal cliente attraverso un'app. Le più famose società del settore sono quelle della consegna del cibo: Foodora, Deliveroo e Justeat, soltanto per citarne alcune. Ma la gig economy è molto di più. Un rapporto delle Acli, le associazioni cristiane lavoratori italiani, basato su dati della Fondazione Rodolfo Debenedetti, stima che in Italia ci siano circa 700.000 lavoratori a chiamata. Ma solo il 10% di questi lavora per consegnare cibo a casa dei clienti. Come spiega lo studio, solo 150.000 professionisti, circa il 15% del totale, utilizza quello a chiamata come unico lavoro svolto. La maggioranza lo fa per arrotondare. Tanto che il 45% dei lavoratori italiani della gig economy si dichiara soddisfatto della flessibilità che questa occupazione concede. Da una ricerca svolta in aprile da Foodora, una delle maggiori piattaforme del settore della consegna di cibo, emerge che i rider che svolgono questo lavoro sono soprattutto giovani e lo fanno per scelta, oltre che per un periodo che non va oltre qualche mese. Solo il 10% di loro supera i 35 anni e il 4% va oltre i 45 anni d'età; l'86% dei rider dai 18 ai 35 anni è rappresentato, per circa la metà, da studenti. Dal questionario anonimo, distribuito ai ciclofattorini iscritti sulla piattaforma, la figura del rider appare giovane e perlopiù maschile. Da notare che solo il 2% lavora per Foodora da oltre due anni mentre il 30% non è impegnato tramite l'app da più di un mese. Dai dati emerge, inoltre, che il 25% di loro lavora anche per altre piattaforme per accumulare un numero maggiore di consegne e massimizzare i guadagni. Il 90% dei rider sono uomini, il 75% lavora per meno di 25 ore a settimana, il 23% è impiegato in un altro lavoro, il 24% è disoccupato e l'1,5% è rappresentato da pensionati. Fra le motivazioni emerse, oltre il 50% degli intervistati dichiara di lavorare per Foodora perché preferisce un'attività da poter organizzare a proprio piacimento e circa un terzo per arrotondare. Se invece non si prendono in considerazione solo i rider, ma tutti i lavoratori della gig economy (si pensi ad esempio ai driver di applicazioni come Zego o Heetch o a quelli di Uber Pop, fino a quando c'era), lo sbilanciamento di genere è meno marcato. In questo caso, la quota di donne sul totale ammonta al 42,8%. Quanto all'età di chi non è un ciclofattorino, ma lavora comunque nell'economia dei lavoretti, circa il 30% ha tra i 30 e i 49 anni, mentre il 10% ha tra i 18 e i 24 anni e un altro 10% tra i 25 e i 29. Nel 20% dei casi si tratta di persone tra i 50 e i 64 anni di età. In più, come spiega la fondazione Inps, va notato che sul totale la quota di lavoratori non italiani è bassa, circa il 4%, equamente divisa tra cittadini comunitari ed extracomunitari. Inoltre, per quanto riguarda lo stato civile, il 43% dei rispondenti è nubile o celibe, il 48% è sposato e circa il 9% divorziato, separato o vedovo. L'indagine ci suggerisce inoltre che circa il 52% dei rispondenti possiede titoli di studio medio bassi (scuola primaria, scuola secondaria inferiore, istituti secondari professionali), il 18% ha un titolo di studio di diploma liceale, il 10% una laurea triennale, il 14% una magistrale (o una laurea a ciclo unico), e circa il 6% ha un master o un dottorato. Si deduce quindi che il livello medio di istruzione è più elevato di quello della popolazione, dove la quota di chi ha una istruzione terziaria o superiore non supera il 20%, contro circa il 30% dei lavoratori gig. Lo studio non mostra inoltre differenze rilevanti nei livelli di istruzione per chi lo fa come unico lavoro, come seconda occupazione o come modo per avere un reddito anche da disoccupato. Si nota quindi che non in tutti i casi la gig economy produce lavoratori scontenti o che hanno scelto questo lavoro come ultima spiaggia. Il problema è più legato alla mancanza di regole e tutele per questo nuovo genere di lavoratori che cresce ogni anno. Ma, su questo, le istituzioni, sia a livello nazionale che europeo, stanno forse provando a fare qualcosa. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/tre-fattorini-su-dieci-sono-laureati-2596902236.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="dal-car-sharing-ai-professionisti-le-categorie-delleconomia-del-lavoretto" data-post-id="2596902236" data-published-at="1778870442" data-use-pagination="False"> Dal car sharing ai professionisti: le categorie dell'economia del lavoretto La gig economy, l'economia del lavoretto, è ormai una realtà che ha creato anche in Italia un nuovo genere di lavoratori. Secondo uno studio delle Acli, le associazioni cristiane lavoratori italiani, basato su dati della Fondazione Rodolfo Debenedetti, nel nostro Paese ci sono circa 700.000 lavoratori a chiamata, circa il 2% del totale dei professionisti italiani. Tra questi, circa 175.000 lo fanno come unico lavoro, 437.000 come secondo lavoro e 140.000 per arrotondare da disoccupati. Ma quanto guadagnano questi lavoratori? In realtà è difficile dirlo con precisione. In media, se si prende come riferimento un rider di quelli che consegnano il cibo a casa dei clienti, ogni tragitto vale circa 4 euro lordi. Nel 50% dei casi, secondo lo studio, questi lavoratori possono godere di un contratto di collaborazione occasionale. Complessivamente, il guadagno medio è di 839 euro per chi lo fa come lavoro principale e di 343 euro per tutti gli altri.Secondo lo studio Acli che cita le categorie identificate dall'Inps, esistono tre tipi di lavoratori della gig economy. Ci sono quelli a chiamata, che lavorano su richiesta di una o più piattaforme. Le attività vanno dalla consegna di cibo a riparazioni di idraulica o altri lavori manuali da effettuare in casa del cliente, dal trasporto di persone al lavaggio a domicilio dell'automobile, al personal trainer direttamente a casa o alla babysitter.C'è poi la categoria di lavoratori a cui forse siamo più abituati: i freelance. Anche in questo caso, però, quelli della gig economy lavorano attraverso piattaforme digitali che smistano il lavoro. Si tratta di piattaforme che operano globalmente, come Upwork, Freelancer, Amazon mechanical turk, Twago, Greenpanthera, Crowdflower, Vicker e non solo. Il committente può essere un'azienda irlandese o argentina, mentre i lavoratori sui quali suddivide i compiti possono risiedere in India o negli Stati Uniti. Alcune piattaforme sono ricercate per lavori da libero professionista, ma sono soprattutto i lavori micro quelli ai quali sono dedicate: rispondere a questionari online, audio editing, trascrizione di materiale audiovisivo in forma scritta oppure la moderazione dei contenuti dei social network.Ci sono poi i lavoratori che mettono qualcosa a disposizione del mercato (asset rental in inglese). In questi casi la prestazione lavorativa, se c'è, è accessoria, come nel caso del proprietario di un appartamento in affitto su Airbnb che cura anche l'accoglienza e le pulizie finali. In questo caso la richiesta del cliente non rappresenta una vera e propria prestazione lavorativa, bensì la possibilità di potere utilizzare, pagando, un bene o una proprietà altrui, in genere per un breve periodo, come nel caso di Blablacar, Sharewood, Airbnb, Miogarage e non solo.
Regina Corradini D’Arienzo (Ansa)
Risorse a tassi agevolati e contributi a fondo perduto fino al 30% per contrastare il caro energia e il blocco dello Stretto di Hormuz. La misura, operativa dal 25 maggio, protegge le aziende esportatrici e le filiere strategiche dagli choc del conflitto nel Golfo Persico.
La diplomazia non ha ancora trovato una via d’uscita al conflitto con l’Iran e la crisi energetica legata al blocco del canale di Hormuz si aggrava.
Gli analisti stimano che anche a fronte di una risoluzione a breve, per rimettere in moto il meccanismo dei rapporti con quell’area a cominciare dagli approvvigionamenti, serviranno mesi. Alla luce di questo scenario la Simest, la società per l’internazionalizzazione delle imprese del gruppo Cdp (Cassa depositi e prestiti) lancia un nuovo intervento strategico da 800 milioni di euro a sostegno delle imprese colpite dagli effetti del conflitto nel Golfo Persico e dal perdurare delle tensioni sui costi energetici. Le risorse sono destinate alle aziende esportatrici e a quelle che, pur non vendendo direttamente direttamente all’estero i propri prodotti, fanno parte di filiere produttive strategiche. Cuore del pacchetto, attivato nell’ambito dello strumento «Transizione digitale ed ecologica», è la nuova linea «Energia per la competitività internazionale», concepita per offrire una risposta mirata per fronteggiare gli effetti della crisi sui costi energetici e sul fatturato, in modo da salvaguardare la solidità finanziaria e la capacità di continuare a investire all’estero delle imprese.
Potranno accedere al sostegno le realtà imprenditoriali che, nel primo trimestre o quadrimestre del 2026, abbiano registrato un incremento dei costi energetici o una riduzione del fatturato pari ad almeno il 10% rispetto allo stesso periodo del 2025, a causa del conflitto. Il sostegno avverrà attraverso la concessione di finanziamenti agevolati accompagnati da una quota a fondo perduto fino al 30% per le Pmi e fino al 20% per le altre imprese.
Le risorse sono finalizzate a essere utilizzate principalmente per operazioni di rafforzamento patrimoniale (fino al 90% del finanziamento) oppure per finanziamenti di soci, con possibilità di destinare fino a 1,5 milioni di euro a incrementi di capitale e supporto alle società controllate. L’anticipo può arrivare a coprire fino al 50% della somma richiesta mentre la durata del finanziamento sarà di otto anni. Parallelamente, viene ulteriormente rafforzata la misura dedicata alle imprese energivore, cioè a favore dei comparti più esposti al caro energia, con condizioni migliorative affinché possano continuare ad operare e a investire. Si prevede un contributo a fondo perduto fino al 20%, l’esenzione dalla presentazione delle garanzie; poi finanziamenti fino al 90% per il rafforzamento patrimoniale, l’incremento fino a 1,5 milioni di euro della quota da destinare alla capitalizzazione delle controllate e l’innalzamento dell’anticipo fino al 50%. Infine l’estensione della durata dei finanziamenti fino a otto anni.
Le domande potranno essere presentate a partire dal 25 maggio fino al 31 dicembre 2026. Per garantire una gestione ordinata delle richieste, nei primi cinque giorni di apertura della misura, sarà attivato un sistema di «coda virtuale» nel caso di accessi simultanei elevati alla piattaforma.
«Vogliamo dare una risposta concreta e tempestiva alle imprese che stanno affrontando gli effetti di un quadro internazionale sempre più instabile, segnato dalle tensioni geopolitiche e dal forte aumento dei costi energetici, che rischiano di incidere sulla competitività del nostro sistema produttivo. L’obiettivo è sostenere non solo le aziende esportatrici, ma anche tutte le filiere strategiche del Made in Italy, rafforzandone la capacità di continuare a investire e crescere sui mercati internazionali», ha affermato l’amministratore delegato di Simest, Regina Corradini D’Arienzo.
Il Fondo monetario internazionale ha segnalato che, insieme al Regno Unito, l’Italia è fra i Paesi europei più esposti a causa della forte dipendenza dalle centrali a gas. Le importazioni italiane di beni energetici dal Medio Oriente nel 2025 hanno superato i 15 miliardi di euro. L’intervento di Simest quindi vuole accompagnare le imprese non solo nella gestione della fase emergenziale, ma anche nella gestione del periodo successivo, contribuendo al rafforzamento strutturale.
Ecco #DimmiLaVerità del 15 maggio 2026. Il deputato del M5s Marco Pellegrini commenta gli sviluppi della guerra in Iran e la crisi economica in Italia.
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Con il bando delle auto con il motore a scoppio dal 2035 (poi inutilmente annacquato) Bruxelles ha invece direttamente spalancato tutte le porte all’industria automobilistica cinese. Del resto, dato il quadro di ciò che è possibile fare, le case automobilistiche si organizzano. La globalizzazione consente ai capitali di muoversi attorno al globo a seconda della convenienza, per sfruttare le migliori condizioni di mercato. L’abbraccio della Germania alla Cina, che risale a qualche decennio fa, ha man mano sancito un’alleanza tra l’industria automobilistica tedesca e quella cinese. Una coalizione che oggi è sfociata nel dominio cinese del settore dell’auto elettrica e ibrida, con i tedeschi in grave crisi nel mercato cinese tanto da minacciare i livelli occupazionali in patria. Tutta l’industria europea dell’auto è stata travolta dalla capacità produttiva cinese, in termini di costi, produttività e persino qualità. Nonostante i dazi e i prezzi minimi che l’Ue ha imposto sulle auto fabbricate in Cina, le quote di mercato che i marchi del Dragone stanno conquistando in Europa sono significative. Forse anche per via dei dazi, ora i cinesi stanno iniziando a stabilirsi direttamente in Europa.
Gli esempi sono moltissimi. Byd ha già investito circa 4 miliardi di euro a Szeged, in Ungheria, dove la fabbrica entrerà in produzione nel 2026 con la piccola Dolphin Surf, per poi arrivare a regime con una capacità di 300.000 unità annue. Parallelamente, Byd sta negoziando con Stellantis e altri produttori europei per rilevare stabilimenti sottoutilizzati, con l’Italia esplicitamente nel mirino come obiettivo di acquisizioni. Il nome che circola con più insistenza sul fronte italiano è Cassino, dove lo stabilimento Stellantis ha prodotto appena 19.000 vetture nel 2025, il 28% in meno rispetto all’anno precedente. Il candidato all’acquisto sarebbe la casa cinese Dongfeng, che potrebbe puntare su una auto elettrica da città sotto i 20.000 euro, un segmento nel quale il mercato italiano è molto sensibile. Non è ancora chiaro se Stellantis venderà o si limiterà ad affittare gli impianti, e i tempi non sono ancora noti. Per un passaggio completo però potrebbero volerci un paio d’anni. Sul fronte sindacale l’ipotesi è stata accolta con favore, ma a scatola chiusa, dato che le intenzioni dei possibili nuovi padroni potrebbero non essere così favorevoli, né c’è stato ancora un confronto sui temi della produttività.
In Spagna c’è ancora più affollamento. Chery è già operativa a Barcellona nell’ex stabilimento Nissan della Zona Franca, con 17.300 veicoli prodotti nel 2025 e un obiettivo di 50.000 nel 2026, puntando a 150.000 entro il 2029. Geely è in trattativa avanzata per acquisire il reparto Body 3 della fabbrica Ford di Almussafes, vicino Valencia, un’area oggi inattiva dopo il pensionamento di Mondeo, Galaxy e S-Max, mentre Ford continua a produrre la sua Kuga su altre linee. Le parti starebbero anche valutando se Geely possa produrre un modello per conto di Ford. Saic, il gruppo proprietario di MG, ha lasciato trapelare che nelle prossime settimane potrebbe arrivare un annuncio su espansioni in Spagna. Le indiscrezioni indicano Ferrol, in Galizia, come sede di un nuovo impianto con una capacità fino a 120.000 veicoli annui. Non è un caso che il presidente di quella regione si sia recato personalmente in Cina per incontrare il vertice del gruppo.
Il marchio Changan sta effettuando sopralluoghi nel nord della Spagna, con l’Aragona tra le opzioni, valutando sia la costruzione di un nuovo impianto sia l’acquisizione di strutture esistenti. Leapmotor, in partnership con Stellantis, si prepara a produrre il Suv elettrico B10 a Saragozza, dove CATL e Stellantis stanno costruendo una gigafactory da 4,1 miliardi di euro per batterie, con produzione attesa entro fine 2026. La scelta della Spagna da parte di così tanti operatori non è casuale. Lì vi sono impianti moderni ma sottoutilizzati, cioè esattamente il tipo di asset che i cinesi cercano, con infrastrutture collaudate, indotto già formato e costi del lavoro più bassi.
Se è vero che i sindacati pensano che l’arrivo dei capitali cinesi sia una buona notizia per i livelli occupazionali, potrebbero andare incontro ad un amaro risveglio. Le manifattura cinese, in qualunque settore, costruisce il proprio vantaggio competitivo su una esasperata efficienza di costo, innanzitutto, e su una produttività a base di robotica e IA. Chiunque non stia al passo dello standard asiatico sarà tagliato fuori.
Come questo giornale ha scritto sin dal 2021, il Green deal non è mai stata una rivoluzione industriale a favore dell’Europa, ma un vincolo esterno industriale disegnato a Berlino e impacchettato a Bruxelles. Dietro la retorica del «fare la nostra parte» per salvare il pianeta (sic) si nascondeva la necessità di ridare fiato al morente settore automobilistico tedesco riscrivendo per legge le regole dell’intero mercato europeo. Un affare gigantesco, come forse mai nella storia si era prospettato. Solo che l’affarone si è involato e da Berlino è atterrato a Pechino. La «vera e propria rivoluzione industriale» annunciata trionfalmente sette anni fa da Frans Timmermans è effettivamente in corso. Semplicemente, non è la nostra.
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Nell’era della digitalizzazione e dell’Intelligenza artificiale, però, gli sprovveduti sono una platea molto più numerosa e facilmente aggirabile per la perfezione dell’inganno. Ieri vi abbiamo raccontato della truffa ai danni dei risparmiatori realizzata clonando la mia identità e immaginando uno scontro con il ceo di Intesa Sanpaolo negli studi di Porta a Porta. Nella trasmissione di Bruno Vespa avrei «sbugiardato» il banchiere cattivo, nella fattispecie Carlo Messina, e lanciato una piattaforma di trading online che, al contrario del sistema creditizio, avrebbe in cura i risparmi degli italiani e con un investimento minimo di 250 euro avrebbe assicurato una buona rendita.
Questa truffa - per la quale mi sto muovendo legalmente con il mio avvocato Eugenio Piccolo, anche a tutela del giornale - l’abbiamo raccontata perché ne avevamo trovato traccia in un banner pubblicitario inserito nella homepage di Repubblica (come da foto pubblicate). Cliccando si apriva l’articolo fake con la grafica di Repubblica altrettanto fake e le foto della finta trasmissione di Vespa. Ovviamente tutti i protagonisti sono all’oscuro: da me a Messina, da Vespa ai colleghi di Repubblica.
Abbiamo anche spiegato il meccanismo. Un’azienda anonima (nel mio caso la Url riporta a una certa «woodupp«) carica la sua pubblicità su uno o più network pubblicitari internazionali. Qui si tratta di MediaGo, di proprietà del colosso cinese Baidu, il secondo motore di ricerca dopo Google. In automatico MediaGo distribuisce su molti grandi siti italiani con cui ha accordi commerciali, inclusa Repubblica, attraverso aste in tempo reale (programmatic advertising) che «atterrano» sulla base del cliente meglio profilato. È il meccanismo con cui lavorano tutti i top player del settore. Repubblica non sceglie quella pubblicità: la riceve automaticamente. La redazione di Repubblica non sa nemmeno che qualcuno ha creato un articolo «come se fosse di Repubblica»: lo sa a segnalazione avvenuta. Però Repubblica incassa perché la raccolta pubblicitaria si contrae e la prende come tutti dai «predatori», i cosiddetti Ott, gli Over the Top (Amazon, Meta, Google…) che raccolgono tutto e smistano alle condizioni di mercato che vogliono. Nel calderone pubblicitario c’è tutto, anche le truffe che quand’anche non fossero create da loro, nei loro vettori viaggiano che è una bellezza, quindi indirettamente ci guadagnano. Perché questo è il far west del Capitalismo della sorveglianza, generato secondo la legge del più forte.
Lo stesso meccanismo distorto è la linfa dell’Intelligenza artificiale, la quale si sta imponendo esattamente replicando la pirateria delle Big Tech quando cominciarono a lavorare sui nostri dati senza avere il permesso di farlo.
Sì può fare qualcosa? Si deve, ma la classe dirigente è troppo impegnata a difendere se stessa. Alcuni mesi fa, Marina Berlusconi, nel ruolo di presidente di Mondadori, aveva lanciato un monito scrivendo una lettera al Corriere e pubblicando contemporaneamente tre titoli per i tipi della Silvio Berlusconi Editore, tre «pezzi» per capire le potenzialità e le minacce della nuova frontiera digitale: Careless People, Gente che se ne frega» (libro boicottato da Zuckerberg) di Sarah Wynn-Williams; La Repubblica tecnologica, di Alex Karp, ceo di Palantir, socio di Peter Thiel (quello delle lezioni sull’anticristo), e La Società Tecnologica», un libro del filosofo e teologo Jacques Ellul.
Vi riporto alcune riflessioni di Marina Berlusconi in quella lettera di presentazione. «Oggi le prime cinque Big Tech assieme - Nvidia, Microsoft, Apple, Alphabet, Amazon - sono arrivate a superare il Pil dell’area euro. Ma attenzione: ridurre tutto ai valori economici non basta, il potere dei giganti della tecnologia va ben oltre. È un potere che rifiuta le regole, cioè la base di qualsiasi società davvero funzionante. Noi editori tradizionali paghiamo le tasse, rispettiamo le leggi, tuteliamo il diritto d’autore e i posti di lavoro - basti pensare che in Italia le piattaforme occupano appena un trentesimo dei lavoratori del settore. Eppure, quasi due terzi del mercato pubblicitario globale vengono inghiottiti dai colossi della Silicon Valley, che fanno esattamente il contrario: per dirla con il titolo del saggio firmato dalla ex-Meta Sarah Wynn-Williams, sono Careless People, “gente che se ne frega”. È concorrenza sleale bella e buona».
E ancora: «I giganti del Tech mettono sul piatto generosi finanziamenti e i dati di miliardi di persone […] Questi colossi non sono più solo aziende private, sono attori politici». Ha ragione!
Si può fare qualcosa, per contrastare questo mondo messo in piedi da predoni e pirati, di cui noi siamo vittime più o meno consapevoli? Sì. E lo dico al governo di centrodestra, al governo «sovranista»: mettete un tetto alla raccolta pubblicitaria di questi Ott, oppure obbligateli a destinare delle quote all’editoria che stanno uccidendo. Lo dice Marina Berlusconi, lo dice la Confindustria del settore col presidente Antonio Marano, lo dicono i grandi, i medi e i piccoli editori. Proprio discutendo di Careless People, Gente che se frega con il deputato di Forza Italia, Francesco Battistoni, riflettevamo che tutti siamo coinvolti, dalla politica alle università, dal giornalismo ai centri studi e persino alla Chiesa: è un tema di libertà, di sicurezza, di resistenza rispetto a questi nuovi Padroni. Che si credono dio.
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