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2018-08-20
Tre fattorini su dieci sono laureati
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Deliveroo
A portare agli onori della cronaca il problema della precarietà dei rider è stato il decreto Dignità. Almeno nella sua bozza iniziale, visto che poi il tema dei ciclofattorini è uscito dal provvedimento. Questi nuovi lavoratori sono i protagonisti della cosiddetta gig economy: gig in inglese significa lavoretto. L'economia del lavoretto nasce da quella che gli esperti chiamano la quarta rivoluzione industriale. Quella per cui il reddito del lavoratore si basa sulla chiamata realizzata dal cliente attraverso un'app. Le più famose società del settore sono quelle della consegna del cibo: Foodora, Deliveroo e Justeat, soltanto per citarne alcune.
Ma la gig economy è molto di più. Un rapporto delle Acli, le associazioni cristiane lavoratori italiani, basato su dati della Fondazione Rodolfo Debenedetti, stima che in Italia ci siano circa 700.000 lavoratori a chiamata. Ma solo il 10% di questi lavora per consegnare cibo a casa dei clienti. Come spiega lo studio, solo 150.000 professionisti, circa il 15% del totale, utilizza quello a chiamata come unico lavoro svolto. La maggioranza lo fa per arrotondare. Tanto che il 45% dei lavoratori italiani della gig economy si dichiara soddisfatto della flessibilità che questa occupazione concede.
Da una ricerca svolta in aprile da Foodora, una delle maggiori piattaforme del settore della consegna di cibo, emerge che i rider che svolgono questo lavoro sono soprattutto giovani e lo fanno per scelta, oltre che per un periodo che non va oltre qualche mese. Solo il 10% di loro supera i 35 anni e il 4% va oltre i 45 anni d'età; l'86% dei rider dai 18 ai 35 anni è rappresentato, per circa la metà, da studenti. Dal questionario anonimo, distribuito ai ciclofattorini iscritti sulla piattaforma, la figura del rider appare giovane e perlopiù maschile. Da notare che solo il 2% lavora per Foodora da oltre due anni mentre il 30% non è impegnato tramite l'app da più di un mese. Dai dati emerge, inoltre, che il 25% di loro lavora anche per altre piattaforme per accumulare un numero maggiore di consegne e massimizzare i guadagni. Il 90% dei rider sono uomini, il 75% lavora per meno di 25 ore a settimana, il 23% è impiegato in un altro lavoro, il 24% è disoccupato e l'1,5% è rappresentato da pensionati. Fra le motivazioni emerse, oltre il 50% degli intervistati dichiara di lavorare per Foodora perché preferisce un'attività da poter organizzare a proprio piacimento e circa un terzo per arrotondare.
Se invece non si prendono in considerazione solo i rider, ma tutti i lavoratori della gig economy (si pensi ad esempio ai driver di applicazioni come Zego o Heetch o a quelli di Uber Pop, fino a quando c'era), lo sbilanciamento di genere è meno marcato. In questo caso, la quota di donne sul totale ammonta al 42,8%. Quanto all'età di chi non è un ciclofattorino, ma lavora comunque nell'economia dei lavoretti, circa il 30% ha tra i 30 e i 49 anni, mentre il 10% ha tra i 18 e i 24 anni e un altro 10% tra i 25 e i 29. Nel 20% dei casi si tratta di persone tra i 50 e i 64 anni di età.
In più, come spiega la fondazione Inps, va notato che sul totale la quota di lavoratori non italiani è bassa, circa il 4%, equamente divisa tra cittadini comunitari ed extracomunitari. Inoltre, per quanto riguarda lo stato civile, il 43% dei rispondenti è nubile o celibe, il 48% è sposato e circa il 9% divorziato, separato o vedovo. L'indagine ci suggerisce inoltre che circa il 52% dei rispondenti possiede titoli di studio medio bassi (scuola primaria, scuola secondaria inferiore, istituti secondari professionali), il 18% ha un titolo di studio di diploma liceale, il 10% una laurea triennale, il 14% una magistrale (o una laurea a ciclo unico), e circa il 6% ha un master o un dottorato. Si deduce quindi che il livello medio di istruzione è più elevato di quello della popolazione, dove la quota di chi ha una istruzione terziaria o superiore non supera il 20%, contro circa il 30% dei lavoratori gig. Lo studio non mostra inoltre differenze rilevanti nei livelli di istruzione per chi lo fa come unico lavoro, come seconda occupazione o come modo per avere un reddito anche da disoccupato.
Si nota quindi che non in tutti i casi la gig economy produce lavoratori scontenti o che hanno scelto questo lavoro come ultima spiaggia. Il problema è più legato alla mancanza di regole e tutele per questo nuovo genere di lavoratori che cresce ogni anno. Ma, su questo, le istituzioni, sia a livello nazionale che europeo, stanno forse provando a fare qualcosa.
Dal car sharing ai professionisti: le categorie dell'economia del lavoretto
La gig economy, l'economia del lavoretto, è ormai una realtà che ha creato anche in Italia un nuovo genere di lavoratori. Secondo uno studio delle Acli, le associazioni cristiane lavoratori italiani, basato su dati della Fondazione Rodolfo Debenedetti, nel nostro Paese ci sono circa 700.000 lavoratori a chiamata, circa il 2% del totale dei professionisti italiani. Tra questi, circa 175.000 lo fanno come unico lavoro, 437.000 come secondo lavoro e 140.000 per arrotondare da disoccupati.
Ma quanto guadagnano questi lavoratori? In realtà è difficile dirlo con precisione. In media, se si prende come riferimento un rider di quelli che consegnano il cibo a casa dei clienti, ogni tragitto vale circa 4 euro lordi. Nel 50% dei casi, secondo lo studio, questi lavoratori possono godere di un contratto di collaborazione occasionale. Complessivamente, il guadagno medio è di 839 euro per chi lo fa come lavoro principale e di 343 euro per tutti gli altri.
Secondo lo studio Acli che cita le categorie identificate dall'Inps, esistono tre tipi di lavoratori della gig economy. Ci sono quelli a chiamata, che lavorano su richiesta di una o più piattaforme. Le attività vanno dalla consegna di cibo a riparazioni di idraulica o altri lavori manuali da effettuare in casa del cliente, dal trasporto di persone al lavaggio a domicilio dell'automobile, al personal trainer direttamente a casa o alla babysitter.
C'è poi la categoria di lavoratori a cui forse siamo più abituati: i freelance. Anche in questo caso, però, quelli della gig economy lavorano attraverso piattaforme digitali che smistano il lavoro. Si tratta di piattaforme che operano globalmente, come Upwork, Freelancer, Amazon mechanical turk, Twago, Greenpanthera, Crowdflower, Vicker e non solo. Il committente può essere un'azienda irlandese o argentina, mentre i lavoratori sui quali suddivide i compiti possono risiedere in India o negli Stati Uniti. Alcune piattaforme sono ricercate per lavori da libero professionista, ma sono soprattutto i lavori micro quelli ai quali sono dedicate: rispondere a questionari online, audio editing, trascrizione di materiale audiovisivo in forma scritta oppure la moderazione dei contenuti dei social network.
Ci sono poi i lavoratori che mettono qualcosa a disposizione del mercato (asset rental in inglese). In questi casi la prestazione lavorativa, se c'è, è accessoria, come nel caso del proprietario di un appartamento in affitto su Airbnb che cura anche l'accoglienza e le pulizie finali. In questo caso la richiesta del cliente non rappresenta una vera e propria prestazione lavorativa, bensì la possibilità di potere utilizzare, pagando, un bene o una proprietà altrui, in genere per un breve periodo, come nel caso di Blablacar, Sharewood, Airbnb, Miogarage e non solo.
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Il tema dei rider è finito sulla bocca di tutti grazie al decreto Dignità, dal quale però è sparito nel provvedimento finale. Ecco chi ci consegna il cibo a casa: l'86% è under 35, il 90% sono uomini e meno della metà si dichiara soddisfatto della flessibilità. Ci sono tre categorie di lavoratori della gig economy: quelli a chiamata (come personal trainer e babysitter), i liberi professionisti e chi offre una casa in affitto o un passaggio in automobile. 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Quella per cui il reddito del lavoratore si basa sulla chiamata realizzata dal cliente attraverso un'app. Le più famose società del settore sono quelle della consegna del cibo: Foodora, Deliveroo e Justeat, soltanto per citarne alcune. Ma la gig economy è molto di più. Un rapporto delle Acli, le associazioni cristiane lavoratori italiani, basato su dati della Fondazione Rodolfo Debenedetti, stima che in Italia ci siano circa 700.000 lavoratori a chiamata. Ma solo il 10% di questi lavora per consegnare cibo a casa dei clienti. Come spiega lo studio, solo 150.000 professionisti, circa il 15% del totale, utilizza quello a chiamata come unico lavoro svolto. La maggioranza lo fa per arrotondare. Tanto che il 45% dei lavoratori italiani della gig economy si dichiara soddisfatto della flessibilità che questa occupazione concede. Da una ricerca svolta in aprile da Foodora, una delle maggiori piattaforme del settore della consegna di cibo, emerge che i rider che svolgono questo lavoro sono soprattutto giovani e lo fanno per scelta, oltre che per un periodo che non va oltre qualche mese. Solo il 10% di loro supera i 35 anni e il 4% va oltre i 45 anni d'età; l'86% dei rider dai 18 ai 35 anni è rappresentato, per circa la metà, da studenti. Dal questionario anonimo, distribuito ai ciclofattorini iscritti sulla piattaforma, la figura del rider appare giovane e perlopiù maschile. Da notare che solo il 2% lavora per Foodora da oltre due anni mentre il 30% non è impegnato tramite l'app da più di un mese. Dai dati emerge, inoltre, che il 25% di loro lavora anche per altre piattaforme per accumulare un numero maggiore di consegne e massimizzare i guadagni. Il 90% dei rider sono uomini, il 75% lavora per meno di 25 ore a settimana, il 23% è impiegato in un altro lavoro, il 24% è disoccupato e l'1,5% è rappresentato da pensionati. Fra le motivazioni emerse, oltre il 50% degli intervistati dichiara di lavorare per Foodora perché preferisce un'attività da poter organizzare a proprio piacimento e circa un terzo per arrotondare. Se invece non si prendono in considerazione solo i rider, ma tutti i lavoratori della gig economy (si pensi ad esempio ai driver di applicazioni come Zego o Heetch o a quelli di Uber Pop, fino a quando c'era), lo sbilanciamento di genere è meno marcato. In questo caso, la quota di donne sul totale ammonta al 42,8%. Quanto all'età di chi non è un ciclofattorino, ma lavora comunque nell'economia dei lavoretti, circa il 30% ha tra i 30 e i 49 anni, mentre il 10% ha tra i 18 e i 24 anni e un altro 10% tra i 25 e i 29. Nel 20% dei casi si tratta di persone tra i 50 e i 64 anni di età. In più, come spiega la fondazione Inps, va notato che sul totale la quota di lavoratori non italiani è bassa, circa il 4%, equamente divisa tra cittadini comunitari ed extracomunitari. Inoltre, per quanto riguarda lo stato civile, il 43% dei rispondenti è nubile o celibe, il 48% è sposato e circa il 9% divorziato, separato o vedovo. L'indagine ci suggerisce inoltre che circa il 52% dei rispondenti possiede titoli di studio medio bassi (scuola primaria, scuola secondaria inferiore, istituti secondari professionali), il 18% ha un titolo di studio di diploma liceale, il 10% una laurea triennale, il 14% una magistrale (o una laurea a ciclo unico), e circa il 6% ha un master o un dottorato. Si deduce quindi che il livello medio di istruzione è più elevato di quello della popolazione, dove la quota di chi ha una istruzione terziaria o superiore non supera il 20%, contro circa il 30% dei lavoratori gig. Lo studio non mostra inoltre differenze rilevanti nei livelli di istruzione per chi lo fa come unico lavoro, come seconda occupazione o come modo per avere un reddito anche da disoccupato. Si nota quindi che non in tutti i casi la gig economy produce lavoratori scontenti o che hanno scelto questo lavoro come ultima spiaggia. Il problema è più legato alla mancanza di regole e tutele per questo nuovo genere di lavoratori che cresce ogni anno. Ma, su questo, le istituzioni, sia a livello nazionale che europeo, stanno forse provando a fare qualcosa. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/tre-fattorini-su-dieci-sono-laureati-2596902236.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="dal-car-sharing-ai-professionisti-le-categorie-delleconomia-del-lavoretto" data-post-id="2596902236" data-published-at="1768597700" data-use-pagination="False"> Dal car sharing ai professionisti: le categorie dell'economia del lavoretto La gig economy, l'economia del lavoretto, è ormai una realtà che ha creato anche in Italia un nuovo genere di lavoratori. Secondo uno studio delle Acli, le associazioni cristiane lavoratori italiani, basato su dati della Fondazione Rodolfo Debenedetti, nel nostro Paese ci sono circa 700.000 lavoratori a chiamata, circa il 2% del totale dei professionisti italiani. Tra questi, circa 175.000 lo fanno come unico lavoro, 437.000 come secondo lavoro e 140.000 per arrotondare da disoccupati. Ma quanto guadagnano questi lavoratori? In realtà è difficile dirlo con precisione. In media, se si prende come riferimento un rider di quelli che consegnano il cibo a casa dei clienti, ogni tragitto vale circa 4 euro lordi. Nel 50% dei casi, secondo lo studio, questi lavoratori possono godere di un contratto di collaborazione occasionale. Complessivamente, il guadagno medio è di 839 euro per chi lo fa come lavoro principale e di 343 euro per tutti gli altri.Secondo lo studio Acli che cita le categorie identificate dall'Inps, esistono tre tipi di lavoratori della gig economy. Ci sono quelli a chiamata, che lavorano su richiesta di una o più piattaforme. Le attività vanno dalla consegna di cibo a riparazioni di idraulica o altri lavori manuali da effettuare in casa del cliente, dal trasporto di persone al lavaggio a domicilio dell'automobile, al personal trainer direttamente a casa o alla babysitter.C'è poi la categoria di lavoratori a cui forse siamo più abituati: i freelance. Anche in questo caso, però, quelli della gig economy lavorano attraverso piattaforme digitali che smistano il lavoro. Si tratta di piattaforme che operano globalmente, come Upwork, Freelancer, Amazon mechanical turk, Twago, Greenpanthera, Crowdflower, Vicker e non solo. Il committente può essere un'azienda irlandese o argentina, mentre i lavoratori sui quali suddivide i compiti possono risiedere in India o negli Stati Uniti. Alcune piattaforme sono ricercate per lavori da libero professionista, ma sono soprattutto i lavori micro quelli ai quali sono dedicate: rispondere a questionari online, audio editing, trascrizione di materiale audiovisivo in forma scritta oppure la moderazione dei contenuti dei social network.Ci sono poi i lavoratori che mettono qualcosa a disposizione del mercato (asset rental in inglese). In questi casi la prestazione lavorativa, se c'è, è accessoria, come nel caso del proprietario di un appartamento in affitto su Airbnb che cura anche l'accoglienza e le pulizie finali. In questo caso la richiesta del cliente non rappresenta una vera e propria prestazione lavorativa, bensì la possibilità di potere utilizzare, pagando, un bene o una proprietà altrui, in genere per un breve periodo, come nel caso di Blablacar, Sharewood, Airbnb, Miogarage e non solo.
In occasione della Giornata nazionale del dialetto e delle lingue locali che ricorre ogni 17 gennaio, oltre alla versione in italiano, il numero 3660 – in edicola (e su Panini.it) da mercoledì 14 gennaio – è disponibile in Emilia-Romagna, Liguria, Calabria e Valle d'Aosta in 4 versioni speciali, con la storia Paperino lucidatore a domicilio, scritta da Vito Stabile per i disegni di Francesco D'Ippolito, tradotta in bolognese, genovese, catanzarese e francoprovenzale valdostano. Le copie con la storia in dialetto saranno distribuite unicamente nelle edicole della zona regionale di competenza linguistica, mentre nelle altre regioni verrà distribuita la versione in italiano. Sarà però possibile trovare tutte le versioni in fumetteria, su Panini.it, e dal proprio edicolante su Primaedicola.it.
Per declinare Paperino lucidatore a domicilio in bolognese, genovese, catanzarese e francoprovenzale valdostano, Panini Comics si è avvalsa nuovamente della collaborazione di Riccardo Regis – Professore ordinario di Linguistica italiana dell'Università degli Studi di Torino, esperto di dialettologia italiana – che ha coordinato un team di linguisti composto da Daniele Vitali e Roberto Serra (bolognese), Stefano Lusito (genovese), Michele Cosentino (catanzarese) e Fabio Armand (francoprovenzale valdostano).
«Quando un anno fa varammo l' “Operazione dialetti“ non avevamo la minima idea di quello che sarebbe accaduto. Eravamo partiti dal semplice proposito di valorizzare su Topolino la straordinaria varietà linguistica del nostro Paese. La complessità dell'impresa spaventava. Abbiamo lavorato per mesi dietro le quinte e chiesto supporto ad alcuni tra i più riconosciuti esperti in materia. Il successo è stato debordante. Siamo stati assediati dalle richieste di chi non era riuscito ad accaparrarsi la propria copia. Siamo dovuti correre ai ripari andando in ristampa. L'iniziativa è diventata un esempio concreto e paradigmatico di come a volte il fumetto e la cultura pop in genere, col loro linguaggio diretto e immediato e la loro facilità di dialogare coi giovani possano diventare importanti vettori di trasmissione del nostro patrimonio culturale», racconta il direttore editoriale di Topolino Alex Bertani.
La versione valdostana di Paperino lucidatore a domicilio (Disney)
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L’attivista Eva Vlaardingerbroek racconta il bando imposto dal governo Starmer, denuncia la repressione della libertà di espressione e avverte l’Europa: immigrazione, sicurezza e controllo statale stanno cambiando il volto delle nostre democrazie.