Keir Starmer (Ansa)
Il premier britannico che, da super pm, dormì sui pakistani che stupravano bimbe e ora consente il cambio di genere a scuola a quattro anni, annuncia restrizioni sulle piattaforme per i minori (senza escludere il bando totale). Ma lo scopo è proteggerli oppure sorvegliarli?
La strada per l’inferno è lastricata di buone intenzioni. E pure di amnesie e incoerenze. La buona intenzione di Keir Starmer è di proteggere i minorenni sui social network, introducendo regole più stringenti. Le amnesie sono, semmai, le autentiche reticenze - in parte, a lui stesso riconducibili - nell’indagare sulle bande di pakistani che stupravano ragazzine. Le incoerenze riguardano la tutela dei bambini che si attiva a targhe alterne: antenne dritte per TikTok e Instagram; dopodiché, secondo i laburisti, a 4 anni, i piccini d’Inghilterra devono poter decidere se cambiare la loro «attribuzione di genere» a scuola.
Ieri, il premier britannico ha annunciato che, «entro pochi mesi», il governo introdurrà una stretta sull’accesso dei teenager alle piattaforme. Non si tratterà semplicemente di stabilire nuove soglie di età per l’iscrizione, bensì di complicarne l’aggiramento, impedendo le connessioni crittografate, oltre che di limitare alcune funzioni, tra cui l’«auto-scrolling». Quel meccanismo di «costante attaccamento alla macchina», come lo ha chiamato Starmer, per cui gli utenti «non riescono mai a smettere» di compulsare immagini e video. Un fenomeno che va di pari passo con il «doomscrolling»: lasciarsi catturare da un vortice di messaggi negativi e ansiogeni. Il primo ministro si è detto «aperto» addirittura all’idea di seguire l’esempio australiano: il 10 dicembre 2025, Canberra ha fatto entrare in vigore un bando totale sull’utilizzo dei social per i minori di 16 anni. È il primo Paese al mondo.
Che quel pubblico sia particolarmente vulnerabile ad alcune dinamiche che la fruizione delle piattaforme innesca, è oramai verificato dagli scienziati. Gli ultimi studi del 2025 citano la diffusione di disturbi del sonno e dell’alimentazione (Healthcare), un peggioramento del benessere mentale, con incremento della disistima di sé, dello stress sociale e della vulnerabilità psicologica (Adolescent Reserach), episodi di ansia e depressione (Adolescents). Senza contare che, secondo un esperimento condotto da alcuni ricercatori dell’Università di Dublino su un campione di tredicenni, i più giovani sono proprio quelli ai quali l’algoritmo propone contenuti dannosi con maggiore frequenza e velocità. Negli Stati Uniti, intanto, è in corso una causa pionieristica, intentata da una ventenne nei confronti di Instagram, Facebook e YouTube, che le avrebbero provocato stress e depressione. Secondo i legali della ragazza, le piattaforme sono state progettate in modo tale da indurre i fruitori a trascorrervi più tempo possibile. Un trucco che fa tanto più presa quanto più bassa è l’età dell’utente. E più bassa è la sua età, peggiore sarà il danno subìto dall’utente.
Non c’è dubbio, insomma, che qualche azione a salvaguardia dei vulnerabili sia auspicabile. Il punto, nel caso del Regno Unito, è che la stessa solerzia non si è vista quando, per fedeltà alla causa woke, l’establishment laburista chiuse entrambi gli occhi sullo scandalo delle grooming gang, tra gli anni Novanta e gli anni Duemiladieci.
Starmer, ora, rinfaccia ai conservatori di non aver fatto abbastanza per difendere i ragazzini dai danni dei social, che accusa di essere «evoluti in qualcosa» che «sta danneggiando i nostri figli». Ma dal 2008 al 2013 fu direttore del Crown prosecution service, nominato dall’esecutivo di sinistra. E, da super pubblico ministero dell’Inghilterra e del Galles, non ritenne che si dovessero perseguire con rapidità e severità gli abusi degli immigrati islamici sulle bambine. Solo nel 2025, travolto dall’indignazione della gente, il gabinetto laburista si è risolto ad avviare un’inchiesta nazionale. E come mai il premier, che conferì l’incarico di ambasciatore negli Usa a Peter Benjamin Mandelson, in seguito coinvolto nel caso Epstein, sente il bisogno di proteggere i minori da Meta ma non dall’ideologia gender? I reel di Instagram e le pillole video di TikTok sono pericolosi. La transizione di genere a 4 anni, no?
Certo, l’Australia e la Gran Bretagna non sono le uniche nazioni a essersi poste il problema degli adolescenti sui social. Emmanuel Macron, a fine gennaio, ha elogiato il disegno di legge approvato dai parlamentari francesi, per interdire le piattaforme a chi ha meno di 15 anni: «Il cervello dei nostri figli», ha twittato, «non è in vendita. Né sulle piattaforme americane, né sulle reti cinesi». Anche la Spagna di Pedro Sánchez è orientata a proibire i social agli under 16 e disporrà indagini «su possibili violazioni commessa da parte di Instagram, TikTok e Grok», l’intelligenza artificiale di X. Inoltre, un giro di vite è in programma in Danimarca, Grecia, Austria e Portogallo. Finalmente? Sorvoliamo sulle ipocrisie inglesi ed evitiamo di menzionare il peso che hanno le ripicche europee contro Donald Trump e le Big tech Usa. Ciò che sarà davvero cruciale è se - a proposito di strade per l’inferno - nei dettagli non finirà per nascondersi il diavolo.
Pure in Cina, infatti, sono in vigore diverse restrizioni: limiti di un’ora al giorno nei soli weekend per l’uso di videogiochi, nonché tetti al tempo che si può trascorrere su TikTok. Peccato che le misure giustificate dall’imperativo della salute dei minori occultino siano l’involucro in cui avvolgere stratagemmi propagandistici: filtri automatici sugli argomenti spinosi, religione compresa; imposizione di contenuti ideologici, dalla storia riscritta a uso e consumo del regime fino al culto del partito e di Xi Jinping; obblighi di identificazione e tracciamento dei comportamenti, che contribuiscono al pervasivo controllo digitale, chiodo fisso del Dragone comunista.
È vero: qui siamo in Occidente, mica a Pechino. Ma abbiamo vissuto una pandemia. Ci ricordiamo cosa è già successo. E del potere benevolo ci fidiamo poco: il suo scopo è proteggerci o sorvegliarci?
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Riduci
Astrid, attivista del collettivo Nemesis, racconta la morte di Quentin, il 23enne ucciso a Lione dopo un’aggressione di gruppo durante una manifestazione. Secondo Astrid, l’omicidio sarebbe stato minimizzato dai media e dalle istituzioni, mentre cresce la preoccupazione per la violenza politica nelle piazze francesi.
Giorgia Meloni (Ansa)
Dopo averne criticato lo statuto, la Commissione parteciperà in qualità di osservatore al comitato ideato da Trump. La stessa formula scelta da Giorgia Meloni, che però ha scatenato le ire di dem e M5s. Antonio Tajani: «Critiche senza senso, allora pure Bruxelles è serva degli States?»
Dopo aver duramente criticato lo statuto del Board of peace per Gaza, Bruxelles ha fatto dietrofront: la Commissione europea parteciperà alla riunione inaugurale come osservatore.
A rappresentare l’Ue giovedì a Washington sarà il commissario europeo per il Mediterraneo, Dubravka Suica. Nonostante le premesse di rito, ovvero che la Commissione «non sta diventando membro» del Board, il portavoce Guillaume Mercier ha comunicato che la partecipazione all’incontro è in virtù «dell’impegno di lunga data per l’attuazione del cessate il fuoco a Gaza, nonché per prendere parte agli sforzi internazionali per sostenere la ricostruzione e la ripresa postbellica a Gaza».
A fargli eco anche la portavoce della Commissione, Paula Pinho, che ha messo in primo piano il ruolo svolto da Bruxelles: «Siamo i più importanti donatori per Gaza e per la Palestina. Ed è in questo senso e in questo ruolo che andiamo alla riunione. Abbiamo le competenze necessarie. Disponiamo già di un importante sostegno finanziario». Pare però che a Bruxelles piaccia poco essere etichettata con il nome di «osservatore», termine usato anche da Reuters. «Preferiamo non parlare di osservatore» hanno detto fonti dell’Ue, che invece vogliono spiegare i due aspetti della presenza europea: non diventare membri, ma essere presenti «alle discussioni su Gaza».
La virata non è il risultato di un qualche cambiamento richiesto da Bruxelles e adottato dal Chair, ovvero Donald Trump, ma è l’ennesimo giro di valzer made in Ue. Il 23 gennaio, il presidente del Consiglio europeo, António Costa, aveva espresso «seri dubbi su diversi elementi dello statuto del Board of Peace» ovvero «il suo ambito di applicazione, la sua governance e la sua compatibilità con la Carta delle Nazioni unite». E invece ieri, pur ritenendo sempre critici questi aspetti, un portavoce della Commissione Ue ha reso noto che «l’Alto rappresentante, Kaja Kallas, è in contatto con i membri e, al Consiglio affari esteri, i ministri discuteranno con Nikolay Mladenov (l’Alto rappresentante del Board, ndr) di come l’Ue potrà contribuire».
La recente scelta del governo italiano di prendere parte al Board come osservatore non stona quindi con la linea europea. Lo stesso ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ha dichiarato ieri: «Vogliamo essere protagonisti ma come osservatori, come lo sarà la Commissione europea». In tal modo non si è vincolati «all’articolo 9 dello statuto del Board» che «è in contrasto con la Costituzione». L’iniziativa, ha proseguito Tajani, si spiega con il ruolo svolto dall’Italia: «Lo facciamo perché abbiamo già dato molto per Gaza e continueremo a farlo, siamo tra i Paesi al mondo che ha dato di più. Siamo pronti a formare la nuova polizia gazawa e quella palestinese, siamo pronti a incrementare i nostri carabinieri a Rafah». Tra l’altro, l’inversione di Bruxelles è andata probabilmente oltre le aspettative del Quirinale, che si è voluto mantenere distante dall’acceso dibattito tra il governo e l’opposizione. Poco prima della svolta europea, il Corriere della Sera aveva fatto sapere che «non era stato il Quirinale a stoppare l’ingresso a pieno titolo dell’Italia nel Board per la ricostruzione di Gaza. E non sarà il Quirinale a impedire che Meloni accetti l’invito di Trump a partecipare come osservatore».
In questo contesto, le critiche dell’opposizione sembrano obsolete. «Mi chiedo fino a che punto Meloni voglia umiliare la tradizione diplomatica di questo Paese per non scontentare Trump» ha detto il segretario del Pd, Elly Schlein. Per i parlamentari M5s delle Commissioni esteri di Camera e Senato si tratta dell’«ennesimo atto di sudditanza di Meloni che degrada l’Italia a vassallo degli Stati Uniti e allontana il nostro Paese dal novero dei Paesi europei che contano». Peraltro, Tajani, al Corriere della Sera, ha risposto alle critiche: «Mi sembrano accuse senza senso. Allora anche la Commissione europea, che sarà presente con la responsabile del Mediterraneo Dubravka Suica, è asservita all’America? E Cipro che ha la presidenza di turno? Non capisco cosa ci sia da strepitare». Tra gli osservatori ci saranno infatti anche Cipro, la Romania e la Grecia, mentre la Germania sta valutando. Di certo il cancelliere tedesco, Friedrich Merz, non sarà a Washington, ma una fonte del governo ha rivelato che «il cancelliere ha continuamente contatti con Meloni». Nel frattempo, ieri è stato organizzato un vertice a Palazzo Chigi tra il premier, Giorgia Meloni, Tajani, il vicepremier, Matteo Salvini e il leader di Noi moderati Maurizio Lupi. Il confronto, oltre al Board, ha riguardato le priorità dell’ultimo anno dell’esecutivo, la legge elettorale e il decreto energia. E nonostante non sia ancora noto chi rappresenterà l’Italia a Washington, se Tajani o Meloni, a fare da preludio alla riunione del Board saranno oggi le comunicazioni del vicepremier al Parlamento a cui seguiranno le votazioni.
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Riduci
Emmanuel Macron e Friedrich Merz (Ansa)
Sberla del ministro tedesco all’Eliseo: «Prima di parlare di autonomia faccia i compiti».
«Siamo in grado di difenderci solo insieme agli Stati Uniti, non da soli»: le parole del ministro degli Esteri tedesco, Johann Wadephul, in tempi in cui la forza della ragione avesse la prevalenza sulle fantasie propagandistiche sarebbero perfino banali, e invece fanno notizia. Il motivo?
Semplice: siamo letteralmente circondati da proclami su una presunta indipendenza strategica dell’Europa, proclami per lo più provenienti da Parigi e riecheggianti a Bruxelles, e dunque il bagno di realtà che arriva dalla pragmatica Berlino squarcia un velo di ipocrisia che da qualche giorno, in occasione della Conferenza sulla Sicurezza di Monaco, avvolge dibattiti, editoriali, opinioni e prime pagine di quei giornali. Il ragionamento di Wadephul è di una linearità esemplare: «Siamo in grado di difenderci solo insieme agli Stati Uniti», dice il ministro degli Esteri tedesco a radio Deutschlandfunk, «non da soli. Questa è la realtà. Questa è la cosa più fondamentale e importante che abbiamo.
E consiglio vivamente di porre fine a questi dibattiti sulla messa in discussione dell’alleanza Nato e della sua coesione. Nessuno a Washington compie queste discussioni. Senza l’ombrello nucleare degli Stati Uniti, non siamo in grado di difenderci qui. Questa è la realtà».
Tra tanti esponenti politici che si dilettano a elaborare teorie mistiche sulla indipendenza dell’Europa dagli Stati Uniti, Wadephul sembra Aristotele: questa è la realtà, e con questa tocca fare i conti. Il ministro ne ha anche per Emmanuel Macron, e anche in questo caso va giù piatto: «I Paesi della Nato», affonda i colpi Wadephul, «si sono impegnati a versare il 5 per cento del Pil per la difesa. Attendo con ansia il discorso del presidente francese Emmanuel Macron a fine febbraio, in cui si prevede che affronterà questioni strategiche. Macron parla giustamente e ripetutamente della ricerca della sovranità europea; chi ne parla deve agire di conseguenza nei propri Paesi. Purtroppo gli sforzi compiuti dalla Francia per raggiungere questo obiettivo sono stati finora insufficienti. Chiunque oggi parli di indipendenza dagli Stati Uniti dovrebbe prima fare i compiti a casa, e l’Europa ha ancora molto lavoro da fare in tal senso». Altro che «rottura dell’asse Meloni-Merz», qui siamo di fronte alla certificazione (se pure ce ne fosse ancora bisogno) che l’Europa non è un monolite condotto dalla valorosa Ursula von der Leyen, ma un insieme di Stati che, a parte la moneta, di comune non hanno proprio nulla: ognuno va (giustamente) per conto suo e le alleanza tra i singoli membri si consolidano o si rompono a seconda degli interessi nazionali, con la certezza granitica che immaginare una indipendenza dagli Usa è una pia illusione. L’Europa, se vuole contare qualcosa in quanto tale, deve fare esattamente quello che le chiede, in maniera ruvida ma sincera e schietta, Donald Trump: spendere i soldi necessari per la difesa. Anche perché, e questo pure lo sanno tutti, il famoso «ombrello nucleare francese» non potrebbe mai rappresentare una forma efficace di deterrenza nei confronti di Russia e Cina, sia per il numero di testate atomiche (290 quelle di Parigi, 6.000 quelle di Mosca, 600 le cinesi, mentre gli Usa ne hanno poco più di 5.000) sia perché le armi nucleari francesi non hanno la diversificazione operativa dei competitors mondiali. Che l’Europa altro non sia che una unione di Stati che vanno ognuno per la sua strada lo dice anche (dal suo punto di vista dolendosene) Massimo Cacciari sulla Stampa: «Gli accordi Italia-Germania», scrive il filosofo, «sanciscono la realtà di fatto maturata dall’euro in poi: che l’Europa è l’Europa degli Stati, punto e basta. Logica conseguenza che i diversi Stati finiscano con l’accordarsi tra loro, attraverso patti bilaterali, perfino su problemi di politica estera, alla faccia delle chiacchiere sugli eserciti comuni, e se Bruxelles segue, bene, altrimenti pazienza». I proclami di Mario Draghi ed Enrico Letta, dunque, non convincono proprio nessuno. Non si arrende all’evidenza Paolo Gentiloni: «La volatilità americana», dice l’ex presidente del Consiglio ed ex commissario europeo, «ha indebolito la fiducia nel dollaro che nel 2025 ha avuto la peggiore performance da 50 anni. L’Europa deve cogliere questo momento e far diventare gli Eurobond permanenti». Insomma, scatenare un bel conflitto economico con Washington. Proprio quello che serve per affossare completamente l’economia europea.
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