Ansa
Quale sia l’obiettivo di Donald Trump e di Benjamin Netanyahu è piuttosto evidente: non si fermeranno fino a quando gli ayatollah non alzeranno bandiera bianca.
O perlomeno fino a che i loro eserciti non avranno esaurito le scorte di missili. Altrettanto chiaro è l’obiettivo di ciò che resta del regime iraniano dopo l’uccisione di Khamenenon avendo scampo, proverà a coinvolgere nella guerra altri Paesi dell’area, nella speranza di gettare l’intera regione nel caos. Allo stesso tempo i pasdaran punteranno a vendere cara la pelle, giocando sull’aumento del prezzo del gas e del petrolio per rendere il conflitto costoso e insostenibile nel tempo. È per questo che hanno bloccato lo stretto di Hormuz, al cui imbocco stazionano migliaia di navi.
Detto ciò, se sono chiari sia gli obiettivi che le strategie dei contendenti, per quanto riguarda l’Europa si procede speditamente nel buio più fitto. Ursula von der Leyen si è presa il weekend per pensare, trascorso il quale non pare però aver ottenuto granché dalla riflessione. A parte generiche dichiarazioni, che sono state sovrastate da quelle dei leader dei singoli Paesi (vedi Macron), non sembra infatti avere alcuna strategia per affrontare la crisi. Lasciamo perdere il coinvolgimento diretto nel conflitto, con i droni di Teheran che hanno colpito una base aerea nella parte meridionale di Cipro. L’isola, oltre a far parte della Ue, dal primo gennaio ricopre la presidenza del Consiglio dell’Unione. Dunque, il bombardamento porterebbe a un coinvolgimento diretto dell’Europa, ma la baronessa che governa Bruxelles ha preferito far finta di niente.
Tuttavia, se è consentito ignorare un drone scagliato contro un aeroporto, più difficile è evitare di prendere posizione dinnanzi agli scossoni dell’economia. Con il prezzo del gas alle stelle e quello del petrolio intorno ai 100 dollari al barile (i Guardiani della rivoluzione sognano di farlo schizzare addirittura a 200), l’Europa rischia una sincope. Già l’economia del vecchio continente boccheggia, per via dell’aumento dei costi delle materie prime, dell’energia e dei dazi, ma se si aggiunge un rincaro del gasolio e del combustibile da riscaldamento c’è il pericolo concreto che entri in coma. Molti Paesi non sono ancora riusciti a riprendersi dallo shock causato dalla fine delle forniture a basso costo dalla Russia, misura inevitabile dopo le sanzioni imposte a Mosca a causa dell’invasione dell’Ucraina. Veder salire i prezzi dell’energia senza potersi rivolgere a fonti alternative a basso costo, perciò, sarebbe il colpo finale.
Ovviamente Ursula von der Leyen tutto questo lo sa. Ciò che invece non è in grado di immaginare è come si esce da un vicolo cieco che rischia di essere la tomba delle ambizioni di rilancio dell’economia europea. Gli investimenti nel green al momento non sono in grado di sostituire la produzione energetica derivante dal combustibile fossile. E nonostante la presidente Ue parli di accelerare il processo di transizione per raggiungere l’obiettivo di emissioni zero, al momento a gas e petrolio non c’è alternativa.
Dunque? Un’idea ci sarebbe, ma richiede di dover ammettere di aver sbagliato tutto e, in particolare, di darla vinta all’odiato Putin. La soluzione, infatti, è raggiungere una tregua in Ucraina (senza i droni di Teheran potrebbe convenire anche a Mosca) e poi riaprire i gasdotti che Kiev ha sabotato. Vi pare una bestemmia? Forse lo è, se si considera che in quattro anni sono morti centinaia di migliaia di soldati, ma se il gas e il petrolio non possono arrivare dal Medioriente, è difficile immaginare che possano giungere da altre sponde. Del resto, come ha rivelato il Financial Times, già oggi l’Europa si prepara a una marcia indietro, riaprendo l’oleodotto russo che serve all’Ungheria. Fatta un’eccezione (per Orbán, il quale altrimenti avrebbe minacciato di bloccare le decisioni Ue), se ne può fare un’altra. La sola cosa certa è che l’Europa non può restare né al buio né al freddo. E dunque sono necessarie un po’ di fantasia e diplomazia per trovare la soluzione. A dire il vero serve anche un’altra cosa, ovvero che a guidare la Ue ci sia una statista, figura di cui al momento, a Bruxelles, non disponiamo. Purtroppo, ci è toccata una Von der Leyen e siccome siamo al secondo mandato della baronessa significa che l’Europa ama l’azzardo. Oppure è pronta al suicidio.
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Riduci
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Nell’area ci sono oltre 70.000 connazionali. Il ministro emiratino: «Copriamo le spese».
Rimane molto complicato il rientro degli italiani che per lavoro o turismo si trovano negli Emirati Arabi. «Solo nell’area del Golfo sono al momento presenti oltre 70.000 nostri connazionali», ha spiegato il ministro degli Esteri, Antonio Tajani. Circa 30.000 solo a Dubai e Abu Dhabi, migliaia tra Maldive, Seychelles, Thailandia, India, Sri Lanka che transitano per Dubai. «Stiamo lavorando senza sosta per assistere i nostri connazionali rimasti bloccati in Medio Oriente. C’è una situazione di blocco dei voli e stiamo cercando di trovare soluzioni», ha precisato il ministro. Le istruzioni per i trasferimenti sono inviate a chi si trova negli Emirati ed è registrato sull’app Viaggiare sicuri o sul sito Dovesiamonelmondo.it.
Ieri nel tardo pomeriggio sono arrivati a Malpensa i circa 200 studenti della World Students Connection, con i loro accompagnati. Ragazze e ragazzi tra i 16 e i 18 anni, partiti per una settimana di attività formative tra Dubai e Abu Dhabi nell’ambito del progetto «L’ambasciatore del futuro» promosso da Wsc e bloccati per giorni dopo l’attacco all’Iran. Sul volo partito da Abu Dhabi viaggiavano anche alcuni cittadini italiani in particolari condizioni di salute.
E sono atterrati due voli commerciali speciali da Muscat (Oman) verso Roma Fiumicino, con circa 300 persone; due voli Etihad da Abu Dhabi per l’Italia, uno su Milano e l’altro per Roma destinati a riproteggere i passeggeri che non erano potuti partire prima con la compagnia. Troppo poco, per le esigenze di chi rimane bloccato e teme i riflessi di una guerra sempre più vicina.
Abdulla bin Touq Al Marri, ministro dell’Economia e del Turismo degli Emirati Arabi Uniti, ha precisato che sono stati aperti corridoi aerei sicuri in coordinamento con i Paesi del Golfo, con una capacità di gestione attuale di 48 voli all’ora. Se pensiamo che solo l’aeroporto internazionale di Dubai, uno dei più trafficati al mondo, accoglie solitamente tra 2.000 e 2.500 voli al giorno operati da oltre 100 compagnie aeree, è evidente l’enorme difficoltà a prendere un aereo per rientrare nel proprio Paese. Il ministro ha assicurato che il governo ha accettato di coprire le spese di soggiorno e di vitto dei turisti bloccati. Tra i tanti, i 563 passeggeri italiani della Msc Euribia fermi a port Rashid. La crociera è stata cancellata ma la nave non può muoversi e non è ancora previsto il rientro dei quasi 6.000 turisti di diverse nazionalità che consumano la settimana di vacanza ancorati a Dubai, in un crescendo di apprensione. L’associazione di consumatori Codici, che sta raccogliendo le segnalazioni dei passeggeri a bordo per fornire assistenza legale in vista del rientro in Italia, chiede rapidi aggiornamenti. «Comprendiamo che la situazione è in continua evoluzione, ma Msc deve capire lo stato d’animo di chi si trova bloccato su una nave in un porto coinvolto in una guerra», ha dichiarato Ivano Giacomelli, segretario nazionale di Codici.
Non se l’è sentita di aspettare Michela Marchi, 51 anni, architetto di Vicenza. Dopo aver tentato inutilmente di mettersi con contatto con ambasciata e consolato generale, non ricevendo risposta dalla Farnesina con due amici ha lasciato la nave e raggiunto l’Oman. «A Dubai abbiamo trovato un’agenzia che ci ha fornito il servizio taxi fino a Muscat al costo di 1.000 euro». Ieri c’era stata la partenza, ma dopo lunghi controlli, al secondo varco il conducente di Dubai è dovuto tornare indietro e Michela con i due amici ha potuto raggiungere la frontiera con l’Oman su un bus umanitario e poi spostarsi di notte con un altro taxi, in direzione aeroporto.
«È stato tutto molto stressante, ore di viaggio senza avere la certezza di poter poi prendere il volo che ci è stato riservato per Istanbul», raccontava ieri sera alla Verità. Rientrare a tutti i costi, però, le sembra l’unica soluzione possibile. Tra le preoccupazioni, anche il rischio radiazioni come ha confermato alla Stampa Rafael Grossi, responsabile dell’Aiea, l’organismo di controllo nucleare delle Nazioni Unite: «Non possiamo escludere un possibile rilascio radioattivo con gravi conseguenze».
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Riduci
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Smentite le testimonianze, finite agli atti dell’inchiesta, secondo cui il cuore destinato al piccolo sarebbe stato danneggiato durante le operazioni a Bolzano. Il medico legale: «Niente tagli sul ventricolo, adesso silenzio».
Il cuore del piccolo Domenico Caliendo non presenterebbe «lesioni da espianto» e non ci sarebbe il taglio sul ventricolo. È uno dei primi elementi emersi dall’esame autoptico sul corpo del bimbo di due anni morto a causa di un trapianto di cuore fallito.
Il medico legale Luca Scognamiglio, consulente della famiglia del bimbo ha fornito solo qualche dettaglio: «L’unica cosa che possiamo dire è che da un primo esame sembrerebbero non esserci lesioni macroscopiche al cuore. In particolare, non sembra esserci il taglio sul ventricolo di cui qualche fonte ha parlato. Le operazioni sono state riaggiornate al 28 aprile a Bari. Abbiamo trovato un collegio peritale di altissimo livello, ne siamo felici. Dobbiamo ringraziare anche la Procura che ha nominato un suo collegio di consulenti. Adesso credo sia il momento del silenzio anche mediatico, di far fare i funerali alla famiglia e noi di metterci a studiare le carte».
La mancanza di lesioni macroscopiche sull’organo smentirebbe quanto emerso da alcune testimonianze finite agli atti dell’inchiesta, secondo cui il cuore destinato a Domenico sarebbe stato danneggiato già in fase di espianto con un taglio sul ventricolo. L’espianto è stato eseguito, nell’ospedale di Bolzano, da parte dell’équipe del Monaldi. Tutti i periti si confronteranno nuovamente il prossimo 28 aprile: in quella sede si dovranno effettuare anche valutazioni sui campioni anatomopatologici. I consulenti avranno quattro mesi per approfondire gli accertamenti e stilare una relazione.
Nella serata di ieri la salma è stata consegnata alla famiglia e oggi, alle 15, si svolgeranno i funerali nel Duomo di Nola, il comune in cui vive la famiglia. L’avvocato Francesco Petruzzi, legale della famiglia, subito dopo l’incidente probatorio ha rilasciato una dichiarazione ai giornalisti dando informazioni sul funerale: «C’è stata un’apertura grande sul dibattimento, non è stato il solito incidente probatorio, sono stati dati 120 giorni ai periti per sviluppare la loro relazione, il rinvio va a 11 settembre 2026. La salma sarà liberata in serata (ieri, ndr), c’è il nullaosta cosiddetto in bianco consegnato al medico legale, una volta finite le operazioni, il medico libererà la salma, con i funerali domani mattina». Il legale Petruzzi ha poi spiegato il perché non ha ritenuto opportuno aggiungere ulteriori quesiti rispetto a quelli posti dal gip in quanto «coprono un ventaglio di momenti che vanno dagli albori fino alla fine di questa storia, che non lasciano campo a nessuna interpretazione o ambiguità anche su quanto accaduto a Bolzano».
I consiglieri di opposizione della Regione Campania hanno presentato una richiesta di consiglio regionale straordinario per affrontare il caso del trapianto fallito. In una nota, i capigruppo della minoranza hanno motivato la loro proposta: «La tragica vicenda del piccolo Domenico Caliendo, che continua a sconcertarci per i dettagli che emergono, investe anche la responsabilità della Regione e delle sue articolazioni, i vari livelli delle persone prescelte per occupare livelli apicali, l’organizzazione e la sua efficacia. Il bilancio regionale di cui a breve discuteremo è in gran parte destinato alla Sanità e proprio per questo abbiamo un dovere di vigilanza sulla qualità del servizio erogato. Per questo abbiamo depositato, ai sensi dell’art. 39 (secondo comma) una richiesta di consiglio regionale straordinario da dedicare alla vicenda del Monaldi. La tragica vicenda del piccolo ci ha ferito soprattutto nei sentimenti, nella nostra più intima dimensione umana di persone. Una storia che ci ha sconvolto per la sua assurdità e soprattutto per la sua evitabilità. Nelle ore immediatamente successive, quando in cuor nostro speravamo che un miracolo potesse ridare alla vita il piccolo Domenico, ci siamo doverosamente astenuti dal fare dichiarazioni pubbliche perché riteniamo che questo fatto, pur avendo una evidente dimensione politica e amministrativa, non dovesse costituire oggetto di speculazioni. A settimane dalla tragica scomparsa del bimbo, tuttavia, registriamo sulla stampa un quotidiano susseguirsi di notizie che ci lasciano sconcertati per i loro contenuti. La famiglia ha appreso della tragedia in atto solo dai giornali e i vertici dell’Asl non hanno avvertito il dovere morale di fare comunicazioni. Il presidente della Regione, Roberto Fico, anche nella sua qualità di assessore alla Sanità, ha appreso tutto dai giornali, e non abbiamo motivo di non credergli, mentre sarebbe stato opportuno fare una comunicazione formale prima.
Il feretro del piccolo arriverà, oggi per le 11, nella Cattedrale di Santa Maria Assunta in Cielo. Alle esequie, probabilmente, sarà presente anche il premier Giorgia Meloni. Il sindaco di Nola, Andrea Ruggiero, ha reso noto che «sarà allestita la camera ardente per consentire a quanti vorranno di rivolgere un ultimo, commosso saluto al piccolo Domenico». Il sindaco ha proclamato il lutto cittadino e ha invitato «tutti i cittadini a partecipare con compostezza, ritegno e profondo rispetto, condividendo il dolore della famiglia in un clima di raccoglimento e silenziosa solidarietà. In momenti come questo, il senso di comunità deve prevalere su tutto, nel rispetto di una sofferenza che merita discrezione e serietà. L’accesso al Duomo sarà regolato dalla Polizia municipale e dai volontari della Protezione civile, ai quali va il mio ringraziamento per il prezioso servizio. Chiedo a tutti la massima collaborazione affinché ogni fase della giornata possa svolgersi in modo ordinato e dignitoso, nel segno di un cordoglio comune e sincero». La Curia ha fatto sapere che durante i funerali non sarà consentito l’utilizzo di cellulari, macchine fotografiche, videocamere né prima, né durante, né dopo la Celebrazione eucaristica.
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Riduci
Ermanno Scervino (Getty Images)
Ermanno Scervino, protagonista alla Milano Fashion Week, continua a dare forma a una femminilità che unisce romanticismo e seduzione: «Gli abiti non nascono per imporre un’identità, ma per valorizzare chi li indossa. Oggi si osa di più. La strada è fonte d’ispirazione».
C’è una sensualità che non alza la voce, una tensione sottile tra disciplina e desiderio, tra struttura e pelle. È lì che si muove Ermanno Scervino, che prima ancora di diventare un marchio globale è stato un’idea precisa di femminilità: colta ma istintiva, romantica ma mai fragile, consapevole del proprio potere. Una donna che decide come e quando essere guardata. Da Firenze al mondo, Scervino ha costruito un linguaggio che unisce disciplina sartoriale e tensione emotiva, materia e corpo, rigore e seduzione. Lo definiscono «romanticismo sexy», ma dentro c’è una visione precisa del desiderio contemporaneo.
Da dove parte una sua collezione: da un’immagine, da un tessuto, da una donna reale?
«L’ispirazione non ha orari né confini. Vivo in Toscana, nella bellezza, affascinante quanto il paesaggio è il lavoro delle première: un’idea può scaturire dalla loro manualità come dagli imprevisti. Le capitali del mondo, comunque, rimangono grandi fonti di ispirazione: la gente per strada, nei locali, la vita di tutti i giorni, i giovani».
Il suo stile è spesso definito «romanticismo sexy»: cosa significa questa espressione e come si traduce in silhouette, materiali e lavorazioni?
«Una sottoveste di pizzo, una gonna di organza, un vestito di chiffon acquistano grazia e carattere soprattutto quando indossate con qualcosa di insolito, magari di maschile o sportivo. Questo accostamento è forse il mio modo più significativo di vedere un romanticismo contemporaneo, una sensualità vissuta con personalità».
Cosa le chiedono oggi le sue clienti?
«Sicuramente la portabilità, la funzionalità e il dialogo col corpo rimangono caratteristiche sempre richieste. Negli anni tutto cambia ma non il gusto per il bello. La donna contemporanea rischia di più, la strada offre e cerca stimoli sempre maggiori; vestirsi bene, oggi, non significa essere convenzionali. Io mi rivolgo a una donna libera, che non ama gli stereotipi, ma moderna e attuale».
Ha vestito molte personalità del cinema, della musica e della società internazionale. Per un abito da red carpet quanto conta il dialogo con la persona che lo indossa?
«Ogni donna è un universo da scoprire, e sono tante quelle con cui abbiamo condiviso momenti di bellezza e di arte. Il dialogo conta: gli abiti nascono non per imporre un’identità ma per accompagnare e valorizzare chi li indossa. La vera eleganza è essere sé stesse e il mio lavoro è facilitare questo processo».
La produzione made in Italy è un valore centrale per il suo brand. Cosa significa oggi difendere e promuovere l’artigianalità italiana in un mercato globale?
«È una missione. Il made in Italy è frutto di una tradizione secolare, intere generazioni hanno primeggiato nella maestria sartoriale lasciando al Paese un’eredità diventata patrimonio mondiale».
Quali sono oggi i mercati più importanti? Nota differenze di gusto tra Europa, America e Asia?
«I mercati più importanti sono Europa e America. Non ci sono differenze di gusto nei mercati, ma nelle donne sì, nella loro individualità. Immagino le mie creazioni al di là del Paese di provenienza di chi le indosserà».
Come riesce a coniugare tecniche sartoriali tradizionali con la sperimentazione su tessuti e lavorazioni innovative?
«La ricerca è fondamentale: creare nuovi tessuti, provare lavaggi e trattamenti. Tradizione e innovazione devono camminare assieme per realizzare un prodotto contemporaneo, ma il gesto artigianale resterà sempre al centro».
Quanto influisce Firenze sul Dna del marchio? È solo sede produttiva o anche fonte di ispirazione estetica?
«Firenze è sinonimo di casa. Territorio di tradizione e sapere, custodisce e tramanda competenze uniche. È questo patrimonio umano e culturale che alimenta il nostro lavoro e predispone alla creatività e da cui il brand continua ad attingere».
Le sue lavorazioni knit e i tessuti ricercati sono diventati un segno distintivo. Quanto conta la ricerca sui materiali nello sviluppo di ogni collezione?
«Prima ancora di disegnare penso ai materiali, li provo sul manichino, osservo il loro movimento e la luce, e mentre li studio penso a come trasformarli e a quello che possono diventare».
In che modo la maison affronta il tema della sostenibilità senza rinunciare al lusso e alla qualità?
«La sostenibilità è una responsabilità, non una scelta. Oltre a selezionare materiali e lavorazioni nel rispetto dell’ambiente, un capo ben realizzato nasce per durare a lungo ed è per definizione sostenibile: le mie collezioni sono concepite per vivere attraverso gli anni».
Dopo tanti anni di successi, quali sono oggi le sue nuove sfide e quali sogni desidera ancora realizzare?
«I successi non li considero un punto di arrivo ma una direzione. C’è la volontà di sviluppare senza tradire il nostro percorso, e di tramandare una visione ambiziosa che nasce dalla sapienza del nostro territorio. Abbiamo in programma molte aperture in alcune delle città più importanti e prestigiose del mondo».
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