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2026-03-09
Peter Thiel, il tecno-filosofo tra aziende e politica che ha lanciato Zuckerberg e Vance
Peter Thiel (Getty Images)
- Si arricchisce grazie a PayPal, che inventa insieme a Musk. Ma la sua ambizione è dotare il potere dell’arma più efficace: l’analisi dei dati. È quello che fa dal 2003 con Palantir, gigante che oggi vale 300 miliardi di dollari.
- Per lui l’uguaglianza politica è incompatibile con la libertà e con l’innovazione. La mediazione produce soluzioni inefficaci.
- Dalle comunità «galleggianti» in acque internazionali al patto tra cittadini online. Obiettivo: superare lo Stato.
Lo speciale contiene tre articoli.
Nel racconto tra l’artefatto e l’ingenuo che dei campioni della Silicon Valley si fa usualmente, si tende a distinguere due tipi di imprenditori.
Da una parte, i fondatori visionari che, partendo dal mitico garage di papà dentista e madre insegnante, generano la startup del secolo e diventano miliardari. Dall’altra gli investitori, dotati di portafoglio gonfio, fiuto canino e denti aguzzi, che finanziano i progetti degli altri.
Adattandosi al cliché, in assenza di eroi veri, Peter Thiel appartiene a entrambe le categorie, ed è questo che lo rende una figura particolare nel panorama tecnologico americano. La sua traiettoria parte dalla tecnologia applicata alla finanza e arriva alla sorveglianza, passando per il venture capital e la politica. È un percorso unico nel quale si snodano tecnologia, finanza e sicurezza. La sua figura ha molti punti di contatto con l’altro personaggio trasversale di cui abbiamo già parlato in questa serie, Alex Karp. Come quest’ultimo, anche Thiel ha molto a che fare con la Germania e la filosofia.
Tanto per cominciare, Thiel nasce proprio in Germania nel 1967, a Francoforte, sempre quella, la patria dei filosofi della teoria critica. I suoi genitori sono tedeschi, il padre era un ingegnere chimico nel settore minerario che a un certo punto, per lavoro, trascina con sé la famiglia prima in Sudafrica, poi in Namibia e infine negli Stati Uniti. Qui le assonanze evidenti sono con l’altro geniaccio, Elon Musk, anch’egli figlio d’ingegnere e anch’egli catapultato in Sudafrica e poi negli Usa.
Il giovine Peter cresce in California e studia a Stanford, dove si laurea prima in filosofia e poi in legge. Già negli anni universitari emerge un tratto che resterà costante nella sua carriera, cioè l’avversione per quel conformismo intellettuale della Silicon Valley che già abbiamo trovato in Alex Karp. Nel 1987 fonda addirittura la Stanford Review, una rivista studentesca conservatrice nata con l’obiettivo dichiarato di contestare il politicamente corretto che, a suo giudizio, stava diventando dominante nelle università americane. Parecchio in anticipo sui tempi, gli va riconosciuto.
La svolta imprenditoriale arriva alla fine degli anni Novanta con Confinity, fondata insieme a Max Levchin e poi fusa con la startup di Elon Musk, X.com. Le due startup diventano assieme la mitica PayPal, la cui idea è semplice ma per l’epoca certamente nuova. Si trattava di creare un sistema di pagamenti digitali indipendente dalle infrastrutture bancarie tradizionali. PayPal diventa rapidamente uno dei servizi più utilizzati per le transazioni online e nel 2002 viene acquistata da eBay per 1,5 miliardi di dollari. Da quell’esperienza nasce quella che la rivista Fortune battezzerà qualche anno dopo la «PayPal Mafia», cioè un gruppo di imprenditori e investitori – tra cui il nostro Peter, Elon Musk, Reid Hoffman, Steve Chen ed altri – che continueranno a influenzare la Silicon Valley per decenni.
Dopo la vendita di PayPal, Thiel ha le tasche traboccanti d’oro e si trasforma in investitore. Nel 2004 diventa il primo finanziatore esterno di Facebook, acquistando una quota della startup di Mark Zuckerberg per 500.000 dollari. L’investimento si rivelerà uno dei più redditizi della storia del venture capital. Attraverso il fondo Founders Fund, Thiel partecipa negli anni successivi alla nascita di decine di aziende tecnologiche, costruendo una rete di influenza che si estende ben oltre le imprese da lui fondate direttamente.
Il progetto più ambizioso di Thiel nasce nel 2003 con la creazione di Palantir Technologies. Il nome dell’azienda viene dal mondo fantastico di John Ronald Reuel Tolkien (che, per inciso, è nato in Sudafrica) e ricorda i «palantír», le pietre veggenti che permettono di osservare eventi lontani. Nome studiatamente azzeccato, visto che l’azienda sviluppa software in grado di analizzare enormi quantità di dati e individuare connessioni invisibili agli occhi umani. O meglio, relazioni oltre il tempo e lo spazio. In Palantir, Thiel coinvolge Alex Karp, l’altro umanista della compagnia, conosciuto a Stanford.
Con Palantir, Thiel e Karp portano la logica delle startup tecnologiche dentro il mondo dell’intelligence. Il software dell’azienda consente di incrociare basi di dati diverse (finanziarie, telefoniche, logistiche) per individuare schemi e relazioni. L’idea è che la sicurezza contemporanea non dipenda più soltanto da armi o eserciti, ma dalla capacità di analizzare grandi quantità di informazioni. Un po’ è sempre stato così, essendo l’informazione l’arma più preziosa in mano al potere. Negli anni successivi Palantir estende i propri servizi anche a banche, compagnie assicurative e grandi aziende industriali.
Il valore di mercato della società ha superato i 300 miliardi di dollari, trasformando Palantir in uno dei protagonisti del settore dei big data e dell’intelligenza artificiale applicata alla sicurezza. Mentre molte società tecnologiche hanno cercato di prendere le distanze dal settore della difesa, Thiel ha invece sostenuto apertamente la necessità di una collaborazione più stretta tra industria tecnologica e governo.
Parallelamente alle attività imprenditoriali, Thiel ha costruito un ruolo sempre più influente nel dibattito politico americano. Nel 2016 è stato uno dei pochissimi grandi investitori della Silicon Valley a sostenere apertamente la candidatura di Donald Trump alla Casa Bianca. Negli anni successivi ha finanziato diversi candidati repubblicani e ha contribuito alla carriera politica di J.D. Vance, oggi vicepresidente degli Stati Uniti.
Questa combinazione di imprenditoria tecnologica, investimento finanziario e influenza politica rende Thiel una figura difficile da classificare. Non è soltanto un fondatore di aziende, né semplicemente un venture capitalist.
Accanto alle attività economiche, Thiel ha coltivato anche una dimensione intellettuale. Nei suoi saggi e interventi pubblici ha riflettuto sul rapporto tra progresso tecnologico e organizzazione politica. In un saggio del 2015 (Exotericism and the Untroubled Race for the Future) sostiene che la crescita della conoscenza scientifica ha prodotto una specializzazione sempre più estrema degli esperti, rendendo difficile per gli individui comprendere l’insieme del progresso tecnologico e le sue implicazioni sociali.
Per questo motivo, secondo Thiel, le trasformazioni prodotte dalla tecnologia non possono essere comprese soltanto in termini economici. Esse ridisegnano anche gli equilibri di potere tra istituzioni, imprese e individui. Difficile dargli torto e, in questo senso, la storia imprenditoriale di Thiel racconta qualcosa di più della semplice ascesa di un miliardario. Racconta la trasformazione del capitalismo, che diventa sempre più concentrato e irraggiungibile, forgiando rapporti sociali ed assommando in sé un potere che va oltre la politica classicamente intesa, quella della rappresentanza democratica, per sfociare nel più puro dei governi oligarchici.
Tre giorni di lezioni blindatissime a Roma. All’Angelicum parlerà dell’Anticristo
Dietro la storia imprenditoriale di Peter Thiel esiste una architettura teorica piuttosto strutturata. Thiel è autore di saggi e interventi pubblici in cui riflette sul rapporto tra tecnologia, potere e istituzioni politiche. In questi testi emerge una critica radicale alla democrazia liberale contemporanea, giudicata incapace di governare società sempre più complesse e tecnologicamente avanzate. Della sua visione del mondo e dell’Anticristo parlerà nella sua prossima tre giorni di Roma (dal 15 al 18 marzo), dove terrà altrettante conferenze all’Angelicum, la Pontificia Università di San Tommaso d’Aquinio. Le lezioni, lunghe tre ore ogni giorno, saranno super esclusive, saranno su invito, a porte chiuse e strettamente non filmabili attraverso i cellulare.
Il punto di partenza del suo ragionamento è l’idea che la crescita della conoscenza scientifica abbia prodotto una specializzazione estrema. Le tecnologie che strutturano la vita contemporanea sono comprese solo da piccole comunità di esperti, mentre la maggioranza della popolazione non possiede gli strumenti per valutare le reali implicazioni e i limiti. In un saggio del 2015 dedicato al rapporto tra scienza e politica, Thiel osserva che la complessità della ricerca scientifica rende difficile per i cittadini comprendere l’insieme del progresso tecnologico e le sue conseguenze sociali. Ne deriva, secondo lui, una tensione tra il principio democratico dell’uguaglianza politica e la realtà di un mondo dominato da competenze altamente specializzate.
Da qui prende forma una critica che Thiel ha espresso più volte in modo esplicito. In un celebre intervento del 2009 (The Education of a Libertarian, pubblicato nel 2009 sulla rivista del think tank Cato Institute) scrisse di non ritenere più compatibili libertà e democrazia. Alcune conquiste del Novecento, come l’estensione del suffragio universale, la crescita dello Stato sociale e la ricerca del consenso politico hanno reso più difficile, a suo giudizio, preservare una società veramente libertaria.
L’argomento non è che la democrazia sia illegittima, ma che le istituzioni rappresentative moderne tendano a rallentare o bloccare l’innovazione tecnologica attraverso regolazioni, procedure e compromessi politici. In un sistema politico basato sul consenso di massa, sostiene Thiel, decisioni complesse vengono spesso prese da elettori che non hanno alcuna competenza tecnica sui temi in discussione. Si tratta di un argomento vecchio come Platone, come minimo. Niente di nuovo. Se una novità c’è è che al posto del governo dei filosofi di Platone, Thiel vede una oligarchia di tecnologi. Cioè, la conseguenza di questo ragionamento è una visione decisamente elitaria del potere tecnologico. Nella prospettiva di Thiel, l’innovazione nasce da piccoli gruppi di individui altamente competenti. Le grandi trasformazioni non sono il prodotto di decisioni collettive ma di minoranze creative capaci di immaginare soluzioni radicalmente nuove. Questo schema, che nella Silicon Valley viene spesso applicato al mondo delle startup, viene esteso da Thiel anche alla politica.
Una delle idee che emergono da questa impostazione è quella di costruire spazi politici alternativi allo Stato nazionale. L’obiettivo dichiarato è sperimentare nuove forme di governo senza essere vincolati alle legislazioni degli Stati esistenti. In questi progetti il governo dovrebbe essere organizzato come una sorta di società privata, dove i cittadini scelgono di aderire a un determinato sistema normativo nello stesso modo in cui oggi scelgono un servizio o un’impresa. Un bel calcio a tutte le costituzioni del mondo, insomma.
Questa visione si lega a un’altra convinzione ricorrente nel pensiero di Thiel, cioè la diffidenza verso il consenso. Le decisioni prese attraverso lunghe mediazioni democratiche tendono, secondo lui, a produrre soluzioni moderate inefficaci. L’innovazione radicale richiede invece scelte rapide e leadership forti. Da qui l’idea che sistemi politici più piccoli e flessibili possano adattarsi meglio ai cambiamenti tecnologici. Negli ultimi anni queste riflessioni sono state collegate anche a questioni geopolitiche. Tra gli scenari discussi negli ambienti vicini a Thiel c’è la possibilità di creare nuove comunità tecnologiche in territori poco popolati e ricchi di risorse naturali. In questo contesto è stata evocata più volte la Groenlandia, un territorio enorme ma con una popolazione ridotta e infrastrutture limitate. In teoria, un luogo del genere potrebbe diventare il laboratorio di nuove città altamente tecnologiche, progettate fin dall’inizio per integrare infrastrutture energetiche, digitali e sistemi di governo «innovativi». Thiel ha dunque sviluppato un discorso vicino al libertarismo classico, in cui la libertà economica e l’innovazione scientifica hanno la priorità rispetto ai meccanismi della rappresentanza democratica.
La sua critica alla democrazia liberale indica la convinzione che il futuro delle società tecnologiche sarà guidato da élite altamente specializzate piuttosto che da processi decisionali di massa. In questa prospettiva la politica diventa sempre più simile alla gestione di sistemi complessi, dove la competenza tecnica tende a prevalere sul principio dell’uguaglianza formale tra i cittadini.
L’utopia di una sovranità senza territorio
Nel pensiero di Peter Thiel la critica allo Stato moderno non è soltanto politica. Ha anche una dimensione filosofica e, in parte, teologica. Thiel è cresciuto in una famiglia cristiana evangelica e negli anni ha intrecciato riflessioni sulla tecnologia con riferimenti alla tradizione biblica e alla teoria mimetica del filosofo René Girard, che fu suo professore a Stanford. In questa visione la politica contemporanea non è separata dalle grandi narrazioni religiose sull’ordine e sul caos. Thiel ha più volte evocato la figura dell’Anticristo come simbolo di un potere globale capace di presentarsi come umanitario e pacificatore mentre concentra nelle proprie mani un controllo sempre più vasto.
La sua lettura collega queste immagini bibliche alla possibilità di uno Stato mondiale centralizzato che governi la tecnologia e la società. È dentro questo quadro che prende forma la sua critica allo Stato-nazione moderno. Se la tecnologia crea sistemi sempre più complessi e globali, sostiene Thiel, le istituzioni politiche tradizionali diventano sempre più lente e incapaci di governare il cambiamento. Da qui nasce l’idea di cercare spazi alternativi.
Negli anni Duemila Thiel ha sostenuto progetti come il seasteading, la costruzione di comunità galleggianti in acque internazionali (sic) pensate come laboratori per nuovi modelli di governo. L’obiettivo era creare ambienti dove sperimentare regole diverse. Questa intuizione è stata sviluppata in modo più radicale da Balaji Srinivasan, imprenditore tecnologico e investitore nel mondo delle criptovalute. Nel libro The Network State, pubblicato nel 2022, Srinivasan propone una forma di organizzazione politica completamente nuova.
L’idea è che uno Stato possa nascere prima come comunità digitale e solo dopo acquisire una dimensione territoriale. Una rete di individui connessi online, dotata di strumenti di voto, identità digitale e sistemi economici basati su criptovalute, potrebbe organizzarsi come una comunità politica autonoma. Quando questa rete raggiunge una massa critica, potrebbe acquistare territori o fondare nuove città distribuite nel mondo.
La sovranità non nascerebbe quindi da un territorio storico ma da una rete di cittadini connessi. Internet diventerebbe l’infrastruttura politica, mentre la blockchain fornirebbe il sistema economico.
Srinivasanè così l’interprete più radicale di una tendenza che attraversa una parte della Silicon Valley, ovvero l’idea che la tecnologia non sia soltanto uno strumento economico ma il mezzo attraverso cui immaginare nuove forme di organizzazione politica oltre lo Stato-nazione.
Difficile dire a quanti possa piacere un mondo fatto così, a metà tra Gianroberto Casaleggio e Satoshi Nakamoto (se esiste). In fondo, con tutti i difetti che ha, il mondo attuale è quello in cui si può ancora incontrare il sindaco al bar e magari non votarlo più se non fa riparare il pavé in Corso Garibaldi. Perché c’è sempre un Corso Garibaldi in una città italiana. Nelle comunità galleggianti probabilmente no.
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Riduci
Marco Fortis, direttore della Fondazione Edison (Imagoeconomica)
L’economista: «Per la Ue tassare i servizi Usa è un’opzione, ma è meglio non fare la voce grossa: si rischia l’inflazione. La linea dialogante della Meloni può pagare, Macron si differenzia solo per ragioni di visibilità».
Più di un americano su due, secondo dei recenti sondaggi, pensa che Trump con l’avanzare dell’età sia diventato imprevedibile. E le sue ultime decisioni in politica estera e interna lo dimostrano. «Come anche il suo discorso di puro trumpismo al Congresso di un’ora e 48 minuti della scorsa settimana» aggiunge Marco Fortis, economista e direttore della Fondazione Edison, che per definire il presidente Usa utilizza un aggettivo che ci colpisce, ovvero «Trump è bizzoso».
Trump ha annunciato nuove imposte al 15%: è un bluff o succederà davvero?
«È molto difficile dirlo, il presidente Trump ci ha abituato a continui cambi di marcia e di decisioni. Con che strumento giuridico potranno essere avallati i nuovi dazi? Il presidente Usa continua imperterrito sulla sua strada e porta tutto il mondo occidentale in un territorio ignoto, generando confusione e incertezza. Si comporta in modo inedito e non si è mai visto niente di simile: un caos totale, sia negli Usa sia tra Paesi alleati commercialmente e non. Gli stessi mercati agiscono in base alle condizioni di questo contesto ormai confuso, Trump si comporta in maniera anomala, costellando il suo percorso di politica interna con continui stop and go. Non conta il numero dell’imposta, 10% o 15%. La vera domanda è: dove si andrà a parare?».
Il nuovo possibile dazio sarà la condanna per molte imprese anche italiane?
«La ripercussione sulle imprese italiane ci sarà, mi sembra evidente ormai. Come dicevo, se gli Stati Uniti introdurranno dazi in maniera definitiva, sia del 10 sia del 15%, le ripercussioni sull’export saranno notevoli. Molti prodotti continueranno a essere acquistati, penso al vino come il Barolo, o allo Champagne, o ancora alle automobili. Questo perché si tratta di un mercato unico e irripetibile al di fuori di Italia e altri Paesi europei. Si dovrà capire come gli americani decideranno di gestire questo aumento dei prezzi dei beni importati. Prevedere però quale sarà l’impatto sulle nostre produzioni è molto difficile, ma concretamente è chiaro che l’onda arriverà fin qui. Detto questo, sono fiducioso che il contraccolpo possa essere sostenuto dall’Italia e ne spiego il motivo. Un’azienda può vendere di meno negli Usa, ma vendere di più e aprire a nuovi mercati, compensando per esempio con Arabia Saudita o altri Paesi. Per quanto riguarda, invece, i settori con produttori più piccoli la penalizzazione può essere maggiore, con ripercussioni più difficili da colmare. Bisognerà valutare anche come saranno i dati della produzione nel 2026, perché nel 2025 il mercato era dopato da export anticipato per via dell’annuncio dei dazi. Mi spiego, per aggirare il problema americano sono state fatte manovre e vendite anticipate e quindi il dato reale sarà quello dell’anno corrente».
La bocciatura dei dazi originali da parte della Suprema Corte è una sconfitta per il presidente Usa?
«Sicuramente è una figuraccia universale, Trump ha inanellato una serie di brutte figure, una via l’altra. Una serie di errori che nei fatti si traduce in un comportamento ondivago e poco trasparente. La sua condotta non ha brillato, e sapete come voglio dimostrarlo? Con un inedito paragone Italia-Usa. La crescita dell’Italia è stata quest’anno dello 0,33% (il secondo Paese del G7, davanti anche a Francia, Germania, Giappone e Canada) e questo senza fare spesa pubblica. La crescita degli Stati Uniti è pari allo 0,35% (con una media che è sempre stata intorno al 2%) nell’ultimo trimestre, ma con un deficit statale di 800 miliardi di dollari a fronte, quindi, di una crescita minima. Possiamo dire che la politica economica di Trump non sta funzionando, come promesso prima e dopo la campagna elettorale. Un presidente accentratore e troppo protagonista non è un’immagine vincente. Il discorso della scorsa settimana ne è la dimostrazione».
Cosa può succedere ora concretamente dopo questa bocciatura?
«Se Trump dovesse persistere nella decisione di applicare dei dazi universali il caos avrebbe la meglio ancora una volta. Ricordiamo che prima ha minacciato India e Cina e ha continuato a farlo per tutto il 2025. Poi l’Europa. Vedremo come reagiranno le altre economie, perché anche l’Unione europea a furia di veder tirare la corda potrebbe reagire. Se riuscisse a farlo… Il mio sogno? Mettere dei dazi ai prodotti americani come reazione alla politica aggressiva di Trump e quindi dazi su carte di credito, film, ecc. Vero è anche che l’Unione europea non vuole aumentare spirali inflazionistiche interne: gli Usa pagherebbero di più perché alcuni prodotti non sono in grado di produrli. I dazi portano all’inflazione, insomma, e Trump pagherà le conseguenze di decisioni storiche le cui ripercussioni si vedranno tra 2 o 3 anni. Basta pensare alla recessione prevista per l’America. Il modello americano è in crisi: guadagnano in pochi, i tycoon. Gli americani soddisfatti della situazione economica interna sono pochi. Aumentano le diseguaglianze e muore l’american dream. Ma soprattutto il fallimento del modello americano non può essere imputato agli europei, come vuol far credere il presidente Usa, perché l’accusa è di depredamento da parte dei nostri Stati nei confronti degli Usa. Ma è una scusa bella e buona. Se noi esportiamo Ferrari è perché loro non sanno farle. Si tratta di un pretesto accusarci di “dover pagare dazio”, un falso storico perché non si può incolpare l’Europa dei malanni degli Usa. Se ci sono pochi che guadagnano cifre colossali perché hanno portato la produzione fuori dagli Usa per spendere meno e risparmiare, noi europei cosa c’entriamo? Mettere i dazi non fa rientrare la produzione della Apple dalla Cina, per intenderci, allora l’amministrazione americana dovrebbe costringere le multinazionali a produrre negli Usa, invece di mettere i dazi. Faccio un esempio: la produzione di auto americane in Messico. Gli americani hanno delocalizzato, ma la colpa di chi è, dell’Europa? O ancora, i prodotti che l’Italia vende negli Stati Uniti: vino e parmigiano sono insostituibili. Perché tassare il parmigiano? Non è prodotto in Usa e quindi il cittadino americano lo comprerà comunque, quindi è un ritorno economico fake. O meglio, una legge di prepotenza».
Ma attraverso il giudizio della Corte, Trump è stato spogliato dei suoi poteri?
«I poteri restano bilanciati, la Corte ha fatto il suo dovere: la cosa non stava in piedi. I giudici che hanno preso questa decisione, ricordiamolo, erano gli stessi nominati da Trump. Il presidente degli Usa ha un grande potere e di conseguenza anche i poteri bilancianti lo hanno, non possono essere condizionati proprio per equilibrare il suo peso. Le elezioni di midterm possono causare una perdita di parte della maggioranza, la cosiddetta anatra zoppa, e Trump rischia di esserne indebolito. Ma è inutile la sua collera, sono meccanismi previsti dalla costituzione americana, semmai è lui che non ha più il consenso. Sarà punito dalle elezioni e dovrà fare i conti con il suo operato, ma soprattutto con il suo elettorato».
L’Unione europea sta valutando delle contromosse. Cosa consiglierebbe di fare?
«Non ci sono vere risposte, forse aumentare i nostri dazi? Ma non sulle merci, semmai sui servizi. L’Ue non è animata dalla propaganda e dallo stesso spirito di Trump, che vuole picchiare i pugni sul tavolo: un giorno prendere a schiaffi Zelensky, un giorno attaccare l’Iran, un altro giorno prendersela con l’India… L’Europa è diversa. Non prende le stesse decisioni violente. Sulla scia dell’impeto. Con il rischio dell’inflazione da cui siamo appena usciti, come conseguenza del conflitto in Ucraina».
C’è chi ha invocato lo strumento anti coercizione, i Paesi membri sembrano divisi: questo è il vero problema?
«Anche con un’Europa più unita non può e non deve scattare l’inflazione. Punto. Ci vuole responsabilità. E non si può rischiare soltanto per fare la voce grossa come Trump. Di fronte a un uomo così bisogna agire con cautela».
Giorgia Meloni ha un rapporto più dialogante con Trump rispetto ad altri Paesi. Questo è un bene?
«Giorgia Meloni sta cercando di fare da ponte, non che gli altri Paesi non vogliano dialogare. Certo anche Germania e Francia lo fanno, Macron forse ora un po’ meno perché cerca di farsi vedere forte a fine mandato e con un Paese sul lastrico. Però sul piano pratico stanno facendo tutti lo stesso. Penso che alla fine avere delle posizioni differenziate, come quelle Italia-Usa, ogni tanto vada bene e infatti l’Italia non dice sempre di sì, penso al rapporto con Putin. Non è che dall’altra parte c’è il muso duro, ma una dialettica. Che è un bene con un personaggio così bizzoso».
Ma sarà possibile per l’Italia mantenere questo doppio standard?
«Dipende dal numero di guerre che Trump deciderà di fare… Scherzi a parte, per ora di fronte ai fatti il dialogo può restare aperto in questa modalità meloniana».
Trump sta sottovalutando la politica interna, in particolare l’economia, perché troppo concentrato su quella estera?
«Sicuramente in questo momento regna il caos, dentro e fuori dagli Stati Uniti, così come l’incertezza. Per esempio, l’accordo tra Usa ed Europa che fine è destinato a fare? Oltre a non cambiare le sorti dell’economia americana rischia davvero di portarla a conseguenze più gravi, come l’inflazione e in quel caso ne pagherà lui il prezzo».
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Riduci
Porto di Lavagna
Decreto cautelare del Consiglio di Stato: stop provvisorio al subentro di F2i SGR nella concessione del Porto di Lavagna. Accolta l’istanza dell’Associazione Marina d’Europa presieduta da Roberto Formigoni. Decisione collegiale attesa il 12 marzo.
Stop temporaneo al subentro di F2i SGR nella gestione del Porto di Lavagna. Con un decreto cautelare monocratico firmato il 27 febbraio, il presidente della quinta sezione del Consiglio di Stato, Francesco Caringella, ha accolto in via provvisoria l’istanza presentata dall’Associazione Marina d’Europa e dall’utente Roberto D’Alesio nell’ambito del contenzioso sulla concessione del porto turistico ligure.
Il provvedimento riguarda il subentro nella concessione della società F2i SGR, contro cui è stato presentato appello dopo che il Tribunale amministrativo regionale della Liguria aveva respinto il ricorso in primo grado con una sentenza breve, sospende temporaneamente il passaggio della concessione e resterà in vigore fino alla camera di consiglio fissata per il 12 marzo 2026, quando il collegio dei giudici amministrativi dovrà decidere se confermare o meno la misura cautelare.
Nel decreto il giudice amministrativo rileva che, «alla luce dell’immediatezza e dell’intensità del pregiudizio dedotto», sussistono i presupposti per concedere una tutela provvisoria. La misura cautelare è stata quindi accordata «ai soli fini dell’inibizione del subentro», in attesa della decisione collegiale. A esprimere soddisfazione per il decreto è stata l’Associazione Marina d’Europa, presieduta dall’ex governatore della Lombardia Roberto Formigoni. In una nota l’associazione si dice «ottimista» sull’esito del giudizio e sostiene che le ragioni dei diportisti rappresentati possano essere riconosciute dal collegio del Consiglio di Stato nella camera di consiglio fissata per il 12 marzo.
Il caso sarà esaminato nel merito cautelare dal collegio del Consiglio di Stato nella camera di consiglio già fissata per il 12 marzo 2026, quando i giudici decideranno se confermare o meno la sospensione.
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Riduci
Catello Maresca (Ansa)
Catello Maresca magistrato, ex sostituto procuratore a Napoli: «Sarebbe un peccato perdere questa opportunità per calcoli di partito, condannando la giustizia ad altri decenni di agonia».
Svolta epocale. Con il referendum siamo di fronte ad una svolta epocale per il nostro Paese, ad uno di quei momenti in cui si scrive la storia. Lo dico senza enfasi. E sarebbe, davvero, un peccato perdere questa opportunità per tatticismi o calcoli politici, condannando la giustizia ad altri decenni di agonia.
L’asprezza dei toni della discussione a cui si è arrivati e le tante posizioni aprioristiche, da un lato e dall’altro, dimostrano che, ormai, il punto focale è, purtroppo, diventato un altro.
Non più la riforma sacrosanta di una giustizia agonizzante, ma un pro o contro il governo. E questo è davvero un peccato mortale. Si tratta di un errore che il nostro Paese potrebbe pagare per i prossimi decenni.
Un sistema giudiziario come il nostro non offre garanzie agli investitori, soprattutto stranieri. Mina la stabilità e condiziona in negativo l’economia e lo sviluppo. Oltre alle più comuni e non meno gravi storture nei casi di tutti i giorni. E questo è un dato incontrovertibile ed uniformemente accettato anche dai detrattori della riforma.
Il dibattito anche acceso, dopo un iniziale muro contro muro di natura eminentemente ideologica, ha fatto venir fuori poche criticità legate, soprattutto, ad una sfiducia verso le cosiddette leggi e i decreti di attuazione. Sintetizzando, il punto è questo: poiché l’attuazione dei principi costituzionali sarà fatto dalla attuale maggioranza, c’è il pericolo che possa farla a proprio uso e consumo per provare a condizionare la magistratura.
Per il resto, pure con i dovuti distinguo, non mi sembra che le obiezioni sull’impianto normativo siano insuperabili. Anche chi oggi critica aspramente, almeno una volta nel recente passato ha sostenuto l’ineludibilita’ di una riforma, la necessità della separazione delle carriere e finanche quella del sorteggio per i membri del Csm, soprattutto dopo i fatti dell’hotel Champagne. E, forse, siamo ancora in tempo per un richiamo ad un atto di responsabilità da parte di tutte le forze politiche in campo, affinché non vada persa questa straordinaria occasione. Non solo stemperando i toni, ma provando a tracciare residui percorsi unitari nel processo di attuazione della riforma.
La discussione si sta concentrando, con posizioni diverse, sul metodo di composizione dell’elenco, da cui saranno estratti a sorte i componenti laici del Consiglio Superiore della Magistratura e dell’Alta Corte di Disciplina. Al netto di una quota di magistrati, che tende naturalmente a difendere le proprie prerogative (cosa purtroppo che ci sta, ricordando a me stesso lo sciopero dell’Associazione nazionale magistrati nel dicembre del 1991 contro il disegno di legge di Giovanni Falcone che istituiva la procura nazionale antimafia), i principali detrattori della riforma insistono, dicendo che sarà il modo con cui la politica controllerà i magistrati.
Ho già più volte ribadito, anche su questo giornale, come le quote riservate ai magistrati (2/3 nei Csm e 3/5 nell’Alta Corte) siano già esse sole una garanzia, ma forse sarebbe più rassicurante per tutti qualche impegno ulteriore anche sul prosieguo del processo riformatore.
Come avviene oggi, infatti, il sistema elettorale (con la riforma sarà di designazione) dei componenti dei tre organi (i due Csm e l’Alta Corte) sarà stabilito da una legge (oggi è la n. 195/1958, che andrà evidentemente modificata).
È auspicabile che si possano, già oggi, individuare quali criteri saranno seguiti per formare il famoso elenco da cui saranno estratti i componenti laici. Ritengo che naturalmente ci sarà un metodo che assicuri la rappresentatività parlamentare, proprio come accade oggi. Un criterio diverso rischierebbe, infatti, almeno, di avere censure pesanti da parte del Presidente della Repubblica. Ma, un impegno in tal senso da parte della attuale maggioranza forse servirebbe a rasserenare gli animi e sicuramente a smascherare anche qualche polemica, chiaramente strumentale e stucchevole, che non fa bene al Paese.
Sarebbe utile, ad esempio, sapere che si sta ragionando e lo si farà con tutte le forze politiche e gli attori istituzionali interessati, su un elenco formato da 100 (o più) professori universitari in materie giuridiche ed avvocati con anni di esperienza; che in questo elenco saranno inseriti nomi di alto profilo, indicati da tutte le forze parlamentari (come accade oggi nell’elezione diretta dei membri del Csm) secondo il principio della rappresentanza popolare. Il livello della discussione potrebbe tornare a quello che si confà ad una riforma costituzionale di tale importanza.
Potremmo discutere nei prossimi giorni se aveva ragione o meno l’Assemblea costituente a ritenere fondamentale, per rispettare l’equilibrio dei poteri, la presenza dei laici nel Csm e se oggi è ancora così. Questo è, infatti, l’unico motivo, forse poco noto o volutamente ignorato dai più critici, per cui l’elenco deve essere formato dai rappresentanti del popolo e non può esserci un sorteggio cosiddetto puro. Si potrebbe ragionare se anche per i magistrati da estrarre a sorte sia più utile individuare dei criteri discretivi, ad esempio, legati all’anzianità ed alle capacità specifiche (basate su documentate conoscenze ed esperienze ordinamentali).
Queste sarebbero le discussioni utili al sistema giustizia ed al Paese che darebbero al cittadino concreti ed alti elementi di valutazione, affinché si possa esprimere liberamente e consapevolmente il proprio voto. Immaginare, invece, che il dibattito continui a fondarsi su paure indotte e suggestioni offre una immagine sconfortante e squalifica il livello di una riforma fondamentale per lo sviluppo del nostro Paese.
Siamo di fronte alla storia ed al futuro dei nostri figli e non possiamo fallire.
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Riduci





