Manifestazione studentesca nel 1968. Nel riquadro, Paolo Sorbi (Getty Images)
Il sociologo Paolo Sorbi, ex sessantottino, oggi pro life: «Perfino i comunisti furono più ricettivi davanti alla lezione di Wojtyla e Ratzinger. Il Pd ormai è diventato un partito radicale».
Il ‘68 italiano compie 60 anni. Sì, perché la contestazione studentesca da noi è iniziata prima: nel gennaio 1966, con l’occupazione per oltre due settimane della facoltà di Sociologia di Trento. C’erano Mauro Rostagno, Renato Curcio, Mara Cagol. E c’era anche Paolo Sorbi, che il 26 marzo di due anni dopo si rese protagonista di un episodio clamoroso, passato alla storia come «controquaresimale»: la contestazione a squarciagola, nel Duomo trentino, dell’omelia del celebrante. Poi Sorbi e compagni furono di lì a poco fatti uscire dalla cattedrale, ma quell’episodio ha segnato per sempre l’immaginario della contestazione trentina e non solo. Per fare un bilancio di quell’evento e di quel periodo, La Verità ha contattato proprio Sorbi, che oggi ha 83 anni, è stato dal 1996 al 1999 vicepresidente dell’Irer - Istituto regionale di ricerca della Lombardia -, e docente di Sociologia generale all’Università Europea di Roma. Collaboratore di Avvenire, ha scritto vari saggi sulle tendenze del mondo contemporaneo e ha pubblicato i volumi Ecclesia 2000 (1993), Emergenza antropologica (2012) e Poveri e capitale (2019), con prefazione di Mario Tronti. Sotto la sua presidenza, dal 2006 al 2010, il Movimento per la Vita ambrosiano ha ricevuto l’Ambrogino d’oro. Come ci riconferma nella nostra conversazione, era e si sente ancora oggi uomo di sinistra, ma non lesina critiche sia alla stagione della contestazione, vissuta da protagonista, sia alle derive odierne della sua area.
Cosa ricorda della prima occupazione di Sociologia del gennaio 1966?
«In un contesto di grandi speranze sul futuro - c’erano grandi industrie, lo sviluppo di tutto ciò che era legato alla metalmeccanica, fino alla chimica e al petrolio, e con una popolazione italiana e anche trentina, in crescita demografica - si inserì una prima frattura in alcune università, alcune in Francia e alcune negli Stati Uniti, perché c’era la guerra sbagliatissima degli americani in Vietnam, e noi a Trento cominciammo una mobilitazione sulle questioni della solidarietà ai Vietcong, questo era il contesto».
Perché occupavate?
«La prima occupazione fu un’occupazione internazionalista, non con obiettivi interni all’università, ma di solidarietà. E a parte l’internazionalismo che era molto importante, si era anche messo in evidenza il disagio degli studenti per il riconoscimento della facoltà in Sociologia e non facoltà che dava lauree in Scienze sociali, che noi non volevamo. Quindi due livelli: un livello interno, ma molto importante era il livello esterno, internazionale, in una società trentina e italiana molto aperta alla crescita economica».
Nel suo «controquaresimale» nel Duomo di Trento del marzo del ‘68, urlando «non è vero», interruppe il celebrante mentre criticava l’Unione sovietica e i gulag. Cosa c’era di «non vero» nelle sue parole?
«La domanda è fuori luogo».
Perché?
«Perché io volevo comunque fare un’interruzione alla liturgia. Il mio essere cristiano allora e ancora oggi praticante è determinante. Il problema che noi studenti cristiani avvertivamo, in modo eccessivamente pessimista, era quello della lentezza dell’attuazione del Concilio Vaticano II».
Quindi lei contestava il contenuto e non le parole del celebrante contro l’Unione sovietica.
«Le parole del frate erano assolutamente un puro pretesto, io volevo interrompere una liturgia perché venisse fuori che il Concilio andava troppo a rilento nella sua attuazione. E lì sbagliavo io».
Il frate, Igino Sbalchiero, rimase così turbato quel giorno che poi non predicò più.
«Mi dispiace tantissimo, gli chiedo ancora perdono».
Cos’è stato il movimento di Trento?
«È stata una formidabile scuola politica di creazione di una classe dirigente. Il movimento ha creato una classe dirigente, sia trentina – e ci tengo molto a dirlo perché i trentini mi sono molto simpatici – sia nazionale. Quindi il movimento di Trento ha avuto una funzione nazionale».
Da come parla sembra quasi voler rivendicare quella stagione.
«No, non rivendico affatto tutto. Io critico buona parte di quella contestazione di cui ho fatto parte come protagonista».
Che cosa ci fu di non positivo?
«Le questioni non positive sono molto ampie, nel senso che tutto il movimento del ‘68 è stato intriso di un estremismo che, come spesso ci dicevano i comunisti italiani e i democratici cristiani, cioè i due grandi partiti, non andava a parare a niente. Una formazione che il movimento del ’68 criticava e che io invece ho recuperato quando sono uscito dal Partito comunista era la cultura del limite. Nel ‘68 non era chiaro che il nostro estremismo portava a una illimitata libertà, che è sbagliato».
Perché?
«Perché la libertà si deve collegare con la verità razionale. La libertà deve essere sempre intrecciata con la razionalità».
C’è anche da dire che il vostro estremismo, di cui parlava poc’anzi, sfociò spesso nella violenza
«A Trento no, non ci furono quasi scontri. Ma certo ha ragione lei, vedendo quello che invece è successo in molte città italiane, specialmente Roma e Milano».
Che ricordo ha di Mauro Rostagno?
«È stato un mio carissimo amico, ho un ricordo fraterno di Mauro, di tante sue cose, siamo stati insieme quei quattro anni formidabili a Trento, dal ‘64 al ’68. Poi Mauro ebbe una certa “fase indiana” che io non accettavo e glielo dissi qui a Milano tante volte. Dopo ritornò dall’India deciso a re-impegnarsi nella lotta contro la mafia, cosa che ho apprezzato tantissimo. Poi è stato ucciso dalla mafia».
Cosa non condivideva della «fase indiana» di Rostagno?
«Tutto questo irrazionalismo, che era una delle componenti del ‘68».
Tra gli studenti di Sociologia c’era anche chi prese già allora le distanze dalla contestazione; come Renzo Gubert, futuro docente universitario e parlamentare del Popolo della libertà.
«Io con Renzo mi sono sentito tantissime volte, anche perché Renzo è un pro life e quindi mi è, diciamo, molto simpatico. Però non ha capito il movimento in cui era capitato, non l’ha capito. Doveva stare con me e Marco Boato, invece ha voluto fare la rottura e con la rottura è stato praticamente fuori dal movimento».
Come hanno reagito i suoi ex compagni della contestazione al suo ripensamento su quegli anni?
«In realtà, ci siamo rivisti alcune volte ma non ne abbiamo parlato. Ciò che è invece dolorosissimo nella mia vita è l’incomprensione di tanti cattolici progressisti che non capirono l’importanza enorme di sollevazione della questione antropologica da parte di Giovanni Paolo II e da parte del cardinale Ratzinger».
Sinlolare che un leader del ’68 elogi Wojtyla e Ratzinger.
«Sono stati i campioni culturali della nuova fase dopo la lotta di classe: quella della persona umana. Sa chi si rese conto di questa innovazione culturale? I vecchi comunisti: Beppe Vacca, Mario Tronti, Pietro Barcellona e io. Il Corriere, in modo simpatico, ci ha definiti i “marxisti ratzingeriani”, cosa verissima».
A sinistra però non sembra siate stati molto capiti.
«Nella vecchia sinistra del Partito comunista italiano ci hanno capito molto bene, non invece nella nuova sinistra, compresa la sinistra cristiana, ci tengo a dirlo. Ma non mi faccia fare cognomi altrimenti suscito un terremoto. Io fui molto emarginato perché non si capì che la questione antropologica era la vera radice culturale per ricostruire una sinistra a livello della società tecnologico digitale. Invece oggi vediamo la miserabile linea culturale e politica del Pd, ormai diventato irreversibilmente un’organizzazione liberal-democratica di sinistra radicale».
Perché la sinistra perde?
«La sinistra perde per una questione di politica culturale, non di politica economica. E continuerà a perdere nel mondo se non rimette in discussione la questione antropologica che deve essere una questione senza limiti di libertà: è sbagliato vedere la libertà senza il rapporto con la razionalità e la verità della razionalità».
Lei è passato dal ’68 alle battaglie pro life. Non c’è contraddizione?
«È una domanda molto giusta. Certo, c’è per la sinistra dominante di oggi, che è liberal-democratica radicale, c’è una totale incompatibilità e per questo io mi sono appartato, aspettando il loro crollo, che arriverà presto».
E come crollerà, per una débâcle elettorale o per un cambio di leadership?
«Un misto di queste cose, non mi faccia fare il profeta, perché la politica non ha bisogno di profezie, ma ha bisogno di speranze e di organizzazione»
Chi sono oggi, se ci sono, gli eredi di voi sessantottini?
«Noi del giro del ’68 di Trento consideriamo gli eredi del nostro movimento gli studenti di Hong Kong, quelli dove è stato arrestato pochi giorni fa un grande editore, protagonisti della Rivoluzione degli ombrelli, un movimento anti-autoritario nella realtà dei comunisti cinesi e che, purtroppo, è stato distrutto».
Che cosa ne pensa dell'ideologia gender?
«Malissimo!».
Perché?
«Ha già capito, sono contro».
Cosa ne pensa di Papa Leone XIV?
«Bene. Ma sono stato un grande innamorato di papa Francesco, che era proprio la linea che recuperava quello che io chiamo il nazional popolare, che è la piattaforma pre politica della vecchia sinistra operaia».
Però le piace anche Leone.
«Io sono un continuista, mi schiero perché non c’è rottura neanche tra Benedetto XVI e papa Francesco. Sono sciocchezze quelle della rottura».
Un’ultima cosa: è vero che ha ancora il basco che indossava la sera del «controquaresimale»?
«Certo, anche stamattina l’ho portato perché faceva molto freddo a Milano».
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Riduci
Ecco #DimmiLaVerità del 9 marzo 2026. Il vicepresidente della Camera Giorgio Mulè di Forza Italia spiega perché è fondamentale andare a votare al referendum sulla giustizia del 22 e 23 marzo prossimi.
La Relazione annuale sulla sicurezza descrive uno scenario internazionale sempre più instabile. Il terrorismo jihadista, le strategie ibride della Russia, l’influenza dell’Iran in Medio Oriente e l’uso crescente delle tecnologie digitali ridisegnano le minacce per l’Italia e per l’Europa.
Clicca qui sotto per scaricare e consultare la Relazione annuale sulla sicurezza.
Relazione annuale sulla politica dell'informazione per la sicurezza.pdf
La sicurezza nazionale non si gioca più soltanto sul terreno militare tradizionale. È questo il quadro che emerge dalla Relazione annuale sulla politica dell’informazione per la sicurezza 2026, il documento con cui il sistema di intelligence italiano analizza l’evoluzione delle principali minacce globali e le implicazioni per la stabilità dell’Italia e dell’Europa. Il rapporto descrive uno scenario internazionale segnato da profonde trasformazioni tecnologiche, dalla persistenza del terrorismo jihadista e da una competizione geopolitica sempre più intensa tra potenze regionali e globali.Secondo l’analisi degli apparati di sicurezza, la trasformazione tecnologica rappresenta uno dei fattori più rilevanti nel ridefinire gli equilibri strategici contemporanei. Innovazioni come l’intelligenza artificiale, le infrastrutture digitali, il cloud computing e le tecnologie quantistiche stanno cambiando il modo in cui gli Stati esercitano il potere e conducono la competizione internazionale. Il controllo dei dati, delle reti informatiche e delle filiere tecnologiche avanzate diventa così una componente fondamentale della sovranità nazionale.
In questo contesto la dimensione cyber assume un ruolo sempre più centrale. Gli attacchi informatici non sono più soltanto operazioni criminali isolate, ma strumenti di pressione geopolitica e di spionaggio strategico. Gruppi altamente specializzati, spesso collegati direttamente o indirettamente a governi stranieri, conducono operazioni mirate a sottrarre informazioni sensibili o a infiltrarsi nelle infrastrutture critiche di altri Paesi. Le amministrazioni pubbliche, le infrastrutture digitali, i sistemi energetici e le telecomunicazioni restano tra gli obiettivi più esposti.
Le tecniche più utilizzate comprendono malware sofisticati, sfruttamento di vulnerabilità informatiche e campagne di phishing finalizzate al furto di credenziali digitali. I dati sottratti possono essere utilizzati per operazioni di spionaggio, per ricatti economici o per preparare eventuali azioni di sabotaggio da attivare in momenti di crisi geopolitica. Accanto alla dimensione tecnologica, la relazione dedica ampio spazio alla minaccia terroristica, che continua a rappresentare un elemento strutturale dello scenario di sicurezza internazionale. Le tensioni geopolitiche in Medio Oriente, l’instabilità di diverse aree del Nord Africa e del Sahel e la diffusione della propaganda jihadista online contribuiscono a mantenere attivo un ecosistema estremista capace di influenzare anche il contesto europeo.
Il conflitto riacceso dall’attacco di Hamas contro Israele ha riportato il Medio Oriente al centro delle dinamiche di radicalizzazione globale. L’organizzazione islamista continua a rappresentare un punto di riferimento simbolico per la propaganda jihadista e per la mobilitazione di ambienti radicali. Le immagini e i contenuti legati al conflitto vengono rapidamente diffusi attraverso i social network e le piattaforme digitali, contribuendo ad alimentare narrazioni estremiste e tentativi di mobilitazione ideologica.
Secondo l’analisi degli apparati di sicurezza, queste dinamiche possono avere conseguenze dirette anche in Europa. Il continente resta infatti uno dei possibili obiettivi della propaganda jihadista e delle strategie di mobilitazione ideologica dei gruppi estremisti. L’uso intensivo delle piattaforme digitali consente alle organizzazioni radicali di raggiungere un pubblico globale e di influenzare individui vulnerabili all’interno delle società occidentali.
Uno dei rischi più rilevanti riguarda il fenomeno dei cosiddetti lupi solitari, individui che si radicalizzano online e decidono di compiere azioni violente senza appartenere formalmente a organizzazioni terroristiche strutturate. Questo tipo di minaccia è particolarmente difficile da individuare e prevenire, proprio perché non richiede una struttura organizzativa complessa.
La diffusione della propaganda jihadista, combinata con le tensioni geopolitiche legate al conflitto israelo-palestinese, potrebbe quindi aumentare il rischio di radicalizzazione e di tentativi di attacco anche nel contesto europeo. Per questo motivo la relazione sottolinea la necessità di mantenere un alto livello di attenzione sul fenomeno della radicalizzazione online e sulle reti estremiste attive nel continente. In questo quadro il ruolo dell’Iran continua a rappresentare uno dei principali fattori di instabilità nel Medio Oriente. Teheran esercita la propria influenza attraverso una vasta rete di milizie e gruppi armati attivi in diversi teatri regionali. Questo sistema di alleanze e proxy militari consente all’Iran di proiettare la propria influenza strategica ben oltre i confini nazionali, contribuendo a mantenere elevato il livello di tensione nella regione.
Le rivalità tra Iran, Israele e Stati Uniti, insieme alle dinamiche legate al programma nucleare iraniano, rappresentano uno dei nodi più delicati della sicurezza globale. Le tensioni regionali e il sostegno iraniano a diversi attori armati alimentano un contesto di conflitto permanente che favorisce instabilità, radicalizzazione e competizione strategica tra potenze. La relazione dedica inoltre attenzione al ruolo della Russia, che negli ultimi anni ha sviluppato un approccio strategico basato sull’uso integrato di strumenti militari, cyber-attacchi, operazioni di disinformazione e pressione geopolitica. La guerra in Ucraina ha dimostrato come il conflitto contemporaneo non si combatta soltanto sul campo di battaglia, ma anche nello spazio digitale e nell’arena informativa.
Le campagne di disinformazione mirano infatti a influenzare l’opinione pubblica, a creare divisioni interne nelle società occidentali e a indebolire la fiducia nelle istituzioni democratiche. Questo tipo di operazioni rappresenta una delle principali caratteristiche delle cosiddette minacce ibride, che combinano strumenti diversi per colpire un avversario senza ricorrere necessariamente a un confronto militare diretto. In questo scenario la tecnologia rappresenta al tempo stesso una risorsa e una vulnerabilità. L’intelligenza artificiale sta trasformando il modo in cui vengono analizzati i dati e individuate le minacce. Gli algoritmi avanzati consentono di elaborare enormi quantità di informazioni e di individuare pattern nascosti che possono aiutare a prevenire attacchi o a comprendere meglio l’evoluzione delle crisi internazionali.
Allo stesso tempo, però, l’IA introduce nuovi rischi. Le tecnologie generative possono essere utilizzate per creare deepfake realistici, manipolare contenuti audiovisivi o sviluppare campagne di disinformazione su larga scala. La stessa tecnologia che rafforza le capacità difensive degli Stati può quindi essere sfruttata anche da attori ostili, inclusi gruppi terroristici, reti criminali o strutture di propaganda. Per questo motivo la relazione insiste sulla necessità di rafforzare la capacità di previsione strategica degli apparati di sicurezza. L’intelligence non può limitarsi alla raccolta di informazioni ma deve essere in grado di anticipare le trasformazioni tecnologiche e geopolitiche che stanno ridefinendo gli equilibri globali. Il mondo sta entrando in una fase di competizione sempre più intensa, in cui terrorismo, rivalità tra potenze e innovazione tecnologica si sovrappongono. In questo contesto l’Europa resta esposta sia alla minaccia della radicalizzazione jihadista sia alle pressioni geopolitiche provenienti da attori statuali come Russia e Iran. Di fronte a uno scenario così complesso, la sicurezza delle democrazie europee dipenderà sempre più dalla capacità di anticipare le crisi, rafforzare la resilienza delle istituzioni e comprendere per tempo le trasformazioni che stanno ridefinendo il panorama globale delle minacce.
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Riduci
8 novembre 2024: un gruppo di migranti intercettato in acque internazionali intorno all'Italia arriva a bordo della nave Libra della Marina Militare italiana a Shengjin in Albania (Ansa)
Il 6 novembre 2023 Italia e Albania firmano un protocollo per la costruzione di due centri per migranti in territorio albanese, gestiti e finanziati dall'Italia. Obiettivo dichiarato: esternalizzare parte della gestione delle richieste d'asilo per alleggerire il sistema italiano. Il progetto, primo del genere in Europa, prevede centri a Shengjin (hotspot portuale) e Gjader (centro trattenimento ed espulsioni) con capacità iniziale 3.000 persone all'anno.
Dal novembre 2023 all'operatività dei primi trasferimenti nell'ottobre 2024, tra costruzione accelerata, costi (670-680 milioni di euro fino al 2028), sentenze della magistratura che bloccano i trattenimenti, polemiche politiche e attenzione internazionale: questa è la cronistoria completa dell'accordo Italia-Albania sui migranti, dalle origini alle prospettive future.
Il contesto: immigrazione in Italia 2014-2023
Tra il 2014 e il 2017 l'Italia affronta una crisi migratoria senza precedenti: gli arrivi via mare raggiungono il picco di 181.000 persone nel 2016, con 170.000 nel 2014, 154.000 nel 2015 e 119.000 nel 2017. La rotta centrale del Mediterraneo, dalla Libia verso l’Italia, si rivela la più letale, causando migliaia di morti. Gli hotspot italiani – Lampedusa, Pozzallo, Taranto – risultano sovraffollati, così come i Centri di accoglienza per richiedenti asilo (Cara), i Centri di accoglienza straordinaria (Cas) e il sistema Sprar, oggi Sai. I tempi medi per l’esame delle domande d’asilo oscillano tra 18 e 24 mesi, generando un accumulo significativo di richieste.
Nel 2018-2019, sotto il governo Conte I (Lega-M5s) e con Matteo Salvini ministro dell’Interno, entrano in vigore i cosiddetti «decreti sicurezza» e la politica dei «porti chiusi» porta a un drastico calo degli arrivi, 23.000 nel 2019, minimo decennale. Parallelamente, l’Italia esternalizza la cooperazione con la Libia, firmando accordi criticati da Onu e Ong per violazioni dei diritti umani nei centri libici. La pandemia del 2020-2021 riduce ulteriormente gli arrivi (34.000 nel 2020), mentre nel 2022 la guerra in Ucraina provoca l’accoglienza di oltre 150.000 profughi con protezione temporanea Ue e contemporaneamente riprende il flusso dai paesi del Nord Africa (105.000 arrivi).
Nel 2023, con il governo Meloni, le priorità sull’immigrazione si intensificano: gli arrivi schizzano a 157.000 persone, con la rotta Tunisia 60%, Libia 25%, Turchia-Grecia 15%. Solo il 20-30% ottiene lo status di rifugiato, mentre il 70% riceve diniego e necessita di rimpatrio, tuttavia i rimpatri rimangono bassissimi (10-15%). I Centri di Permanenza per Rimpatrio (CPR) risultano insufficienti: 9 strutture con una capacità totale di 1.000 posti e permanenza media 30-40 giorni, con pochissimi rimpatri effettivi. L’intero sistema asilo italiano appare sovraccarico, inefficiente e costoso, con 5 miliardi di euro stimati annualmente, e politicamente strumentalizzato da destra e sinistra. Si rende quindi necessaria una riforma strutturale.

Precedenti europei: esternalizzazione e accordi esterni
L’Italia non è il primo Paese europeo a esternalizzare la gestione dei richiedenti asilo. Nel 2016 l’Ue sigla l’accordo con la Turchia: 6 miliardi di euro per bloccare i flussi verso la Grecia. Ogni migrante siriano arrivato in Grecia viene rimandato in Turchia, mentre un altro viene reinsediato in Ue. L’accordo riduce il flusso del 90% (da 1 milione nel 2015 a 100.000 nel 2016), pur suscitando critiche per violazioni dei diritti e strumentalizzazione politica (2020 apertura confini greci).
Nel 2022, il Regno Unito annuncia l’accordo Uk-Rwanda: richiedenti asilo irregolari trasferiti in Rwanda per processare domande. La Corte Suprema boccia l’accordo come illegale (novembre 2023). Il governo Sunak dichiara Rwanda «Paese sicuro» (gennaio 2024), ma con la vittoria laburista a luglio l’accordo viene cancellato, con zero trasferimenti e 700 milioni di sterline spesi. Simile esperienza Danimarca-Rwanda (2021): legge approvata ma mai implementata.
Australia, dal 2001, utilizza il modello «Pacific Solution»: migranti intercettati in mare trasferiti a Nauru e Manus Island, domande processate off-shore. Critiche per violazioni dei diritti, suicidi e torture; costo circa 1 miliardo $/anno. Arrivi via mare calano del 90%.
Nel 2024 il Patto Ue Migrazione e Asilo introduce la «procedura confine»: screening rapido e respingimenti accelerati, logica simile all’esternalizzazione. Il Consiglio Ue invita a esplorare «soluzioni innovative». L’accordo Italia-Albania diventa così un test-case europeo.
6 novembre 2023: la firma del protocollo Italia-Albania
Il 6 novembre 2023, a Roma, presso Palazzo Chigi, il presidente del Consiglio italiano Giorgia Meloni e il primo ministro albanese Edi Rama hanno firmato il «Protocollo tra Repubblica Italiana e Repubblica Albania per il rafforzamento della collaborazione in materia migratoria». La cerimonia ufficiale è stata seguita da una conferenza stampa congiunta, in cui entrambe le parti hanno illustrato i contenuti e gli obiettivi dell’accordo.
L’intesa prevede la costruzione, gestione e finanziamento da parte dell’Italia di due centri in territorio albanese destinati alla gestione dei migranti. Il primo, Hotspot di Shengjin, situato nel porto a circa 70 chilometri a nord di Tirana, fungerà da struttura di prima accoglienza. Qui avverranno l’identificazione dei migranti, lo screening sanitario e il fotosegnalamento, con una capacità iniziale di 880 posti. Il secondo, Centro Gjader, ricavato dall’ex base aerea Nato a circa 20 chilometri nell’entroterra, fungerà da centro di trattenimento per i richiedenti asilo durante le procedure accelerate e da Centro di permanenza per rimpatrio (Cpr) per coloro che riceveranno diniego. La capacità del centro è stimata in 3.000 posti, espandibili in base alle necessità operative.
Secondo quanto stabilito dall’accordo, nei centri saranno trasferiti esclusivamente uomini adulti, singoli, provenienti da «paesi sicuri» secondo la lista aggiornata da un decreto italiano, e soccorsi in acque internazionali da navi italiane. La stima teorica è di circa 36.000 persone all’anno. Le procedure operative prevedono l’intercettazione dei migranti in mare da parte di una nave italiana, seguita da uno screening pre-imbarco che valuta identità e vulnerabilità. I migranti vengono quindi trasferiti in nave a Shengjin, dove la permanenza massima è di 48 ore, prima di essere spostati al centro di Gjader per il trattenimento, che può durare fino a 18 mesi durante le procedure di asilo accelerate.
Gli esiti possibili delle procedure sono tre: in caso di concessione dell’asilo, i migranti vengono trasferiti in Italia per l’accoglienza; in caso di diniego, vengono trattenuti nel CPR di Gjader in attesa del rimpatrio; in caso di fuga o irreperibilità, le autorità italiane ne registrano la scomparsa e attivano le procedure di ricerca previste dalla legge.
L’accordo definisce che il territorio dei centri sia considerato di fatto extraterritoriale italiano, con applicazione della legge italiana e giurisdizione dei giudici italiani, che convalideranno i trattenimenti tramite videoconferenza. La durata iniziale del protocollo è di cinque anni, rinnovabile, e la stima dei costi a carico dell’Italia è di circa 670 milioni di euro per costruzione e gestione dei due centri. L’Albania contribuisce fornendo il terreno, i permessi necessari e garantendo la sicurezza esterna dei perimetri.

Durante la conferenza, Giorgia Meloni ha sottolineato come il progetto rappresenti una «soluzione innovativa di deterrenza, modello per l’Europa, collaborazione con paesi di origine e transito, rispetto dei diritti umani e contrasto ai trafficanti». Edi Rama ha evidenziato la dimensione politica e infrastrutturale per l’Albania, parlando di «amicizia con l’Italia, solidarietà europea, investimento sulle infrastrutture del porto di Shengjin e visibilità internazionale».
Le reazioni immediate in Italia sono state differenziate: la destra ha accolto positivamente l’accordo definendolo coraggioso e innovativo; la sinistra ha criticato l’intesa, sollevando dubbi su costituzionalità, efficacia e costi. Sul piano europeo, la Commissione guidata da Ursula von der Leyen si è inizialmente mantenuta in silenzio, per poi definire il progetto «interessante», adottando un tono di cautela. Diverse ONG hanno denunciato possibili violazioni dei diritti umani e il rischio di deportazioni, mentre l’opposizione albanese ha criticato l’intesa come una svendita di sovranità.
L’accordo del 6 novembre 2023 segna così il momento fondativo del progetto Italia-Albania sui migranti, introducendo in Europa un modello di gestione extraterritoriale dei richiedenti asilo, con procedure accelerate, controlli sanitari e fotosegnalamento, e con un ruolo centrale dello Stato italiano nella giurisdizione e nell’organizzazione operativa dei centri.
Aspetti legali controversi dell'accordo
L’accordo Italia-Albania sui centri per migranti solleva numerose questioni di natura giuridica, dibattute da costituzionalisti, giuristi e associazioni per i diritti dei migranti. Tra i punti principali figurano la compatibilità con la Costituzione italiana, il diritto internazionale e la normativa europea.
Dal punto di vista costituzionale, i critici sottolineano possibili violazioni degli articoli 10, 13 e 111. L’articolo 10 garantisce il diritto d’asilo; l’articolo 13 tutela la libertà personale, mentre l’articolo 111 disciplina il giusto processo. Secondo alcuni osservatori, il trattenimento dei migranti nei centri in Albania potrebbe limitare la libertà personale senza offrire piena garanzia di giudizio in presenza fisica, dal momento che le convalide avvengono tramite videoconferenza con giudici italiani. L’idea di un’extraterritorialità fittizia – ossia considerare i centri albanesi come «territorio italiano» – viene contestata: giuridicamente, il territorio rimane Albania e non Italia.
Il rispetto delle convenzioni internazionali è un altro nodo delicato. La Convenzione di Ginevra del 1951 stabilisce che il diritto d’asilo non può essere negato per ragioni amministrative, mentre le procedure accelerate previste in Albania rischiano di limitare il diritto alla difesa dei richiedenti asilo. Il principio di non-refoulement, che vieta di respingere persone verso paesi dove possono essere perseguitate, solleva interrogativi rispetto alla lista dei cosiddetti «paesi sicuri»: Bangladesh, Egitto e Tunisia, inseriti nella lista italiana, presentano criticità documentate da Human Rights Watch, che segnala violazioni dei diritti umani.
Le norme europee sul diritto d’asilo, in particolare il Regolamento di Dublino, prevedono che le domande siano processate nel primo paese Ue di arrivo. L’Albania non fa parte dell’Unione europea, creando un paradosso: pur essendo il territorio extraterritoriale secondo l’accordo, l’Italia resta responsabile delle procedure. Alcuni giuristi contestano la legittimità di applicare la legge italiana su territorio albanese, sostenendo che la sovranità albanese impedisca tale estensione giuridica.

Rilevante è anche il quadro della CEDU (Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo): gli articoli 3 e 5 tutelano il divieto di trattamenti inumani e la libertà personale. I richiedenti asilo potrebbero presentare ricorso alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo; un precedente significativo è la condanna dell’Italia per il sovraffollamento dell’hotspot di Lampedusa.
Il rispetto degli standard europei minimi è richiesto dalla Direttiva Accoglienza Ue. Alcuni dubbi riguardano le condizioni di trattenimento prolungato fino a 18 mesi previste per Gjader, con possibili carenze rispetto ai requisiti minimi di accoglienza. La giurisprudenza italiana – Cassazione e TAR – storicamente limita i trattenimenti lunghi e richiede una valutazione individuale delle vulnerabilità; la procedura di screening pre-imbarco nei centri albanesi potrebbe non rilevare tutti i casi di vulnerabilità nascosti.
Le opinioni legali sul protocollo sono divise. I favorevoli – governo italiano e alcuni costituzionalisti – sostengono che l’accordo bilaterale sia legittimo, che l’extraterritorialità sia comparabile a quella di basi militari estere e che la giurisdizione italiana garantisca i diritti dei migranti. I contrari, tra cui l’Asgi (Associazione studi giuridici immigrazione) e numerosi giuristi, denunciano un aggiramento della Costituzione e della normativa Ue, definendo il progetto una forma mascherata di deportazione con trattenimenti illegittimi su territorio straniero e un rischio elevato di contenzioso giudiziario.
Secondo le previsioni, l’accordo potrebbe generare centinaia di ricorsi, con sentenze potenzialmente contraddittorie. Non si esclude un intervento della Corte Costituzionale italiana o della CEDU, con la possibilità di pronunce che potrebbero arrivare a bocciare totalmente il protocollo.
In sintesi, l’aspetto legale dell’accordo Italia-Albania resta altamente controverso: l’intesa bilaterale propone soluzioni innovative per la gestione dei migranti, ma la loro compatibilità con Costituzione, normativa Ue e diritti internazionali rimane oggetto di intenso dibattito giuridico.
Novembre 2023 - Settembre 2024: costruzione accelerata
Il percorso operativo per realizzare i centri migranti in Albania inizia ufficialmente il 29 novembre 2023, con un decreto interministeriale congiunto tra Ministeri dell’Interno, Esteri, Difesa ed Economia. Il decreto definisce le modalità operative e stanzia i primi fondi, autorizzando procedure di appalto d’urgenza in deroga al Codice Appalti, con l’obiettivo di accelerare la realizzazione delle strutture.
Nel dicembre 2023 vengono identificati i siti destinati ai centri. A Shengjin, il porto commerciale a nord di Tirana, viene concessa un’area di circa 7.000 metri quadrati all’Italia. A Gjader, ex base aerea Nato dismessa negli anni ’90 e estesa su 130 ettari, è necessaria una bonifica preliminare, inclusa la rimozione di eventuali ordigni inesplosi.
Tra gennaio e marzo 2024 si svolge la fase di progettazione, coordinata dal Ministero dell’Interno – Dipartimento Libertà Civili e Immigrazione, con il coinvolgimento di Polizia di Stato, Croce Rossa, IOM (Organizzazione Internazionale per le Migrazioni) e UNHCR per la consulenza tecnica e umanitaria.
L’aprile 2024 segna l’avvio dei lavori a Shengjin, con l’allestimento di container modulari in stile campo profughi e edifici prefabbricati. Le imprese appaltatrici italiane impiegano oltre 200 operai sul cantiere. Nel maggio 2024 iniziano le opere a Gjader, più complesse: costruzione di un muro perimetrale alto 5 metri, installazione di filo spinato, torri di controllo, alloggi, mensa, infermeria, spazi per colloqui legali e campo sportivo.

Nel giugno 2024, il sottosegretario all’Interno Piantoni visita i cantieri, annunciando un’operatività prevista per agosto. Tuttavia, i lavori subiscono rallentamenti a luglio a causa del caldo estremo (40°C) e delle proteste dei sindacati albanesi sulle condizioni degli operai. Di conseguenza, i costi stimati crescono del 30%, passando dai 670 milioni iniziali a circa 850 milioni di euro.
L’inaugurazione prevista per agosto viene rinviata: l’11 settembre 2024, Piantoni visita nuovamente i cantieri e annuncia che l’operatività sarà raggiunta entro la fine del mese. A metà settembre si completano le finiture, con letti, computer, attrezzature mediche e cucine; oltre 300 agenti tra Polizia e Carabinieri italiani, volontari con incentivi economici, vengono destinati ai centri. Le navi dedicate al trasporto e al supporto operativo includono la Libra della Guardia Costiera e la Cassiopea della Marina Militare.
Alla fine di settembre 2024, i centri risultano pronti per l’uso, ma con capacità operative ridotte rispetto alle previsioni iniziali: Shengjin può ospitare 200 persone (anziché 880) e Gjader 400 persone (anziché 3.000), limitando di fatto il numero di migranti che possono essere effettivamente trattati. I costi reali di costruzione ammontano a circa 200 milioni di euro (80 milioni Shengjin, 120 milioni Gjader), superiori ai 150 milioni inizialmente previsti. La gestione quotidiana dei centri, comprensiva di personale, navi, vitto e manutenzione, è stimata in 17.000 euro al giorno, con un costo annuo teorico di 6 milioni per la gestione di 36.000 persone, ma la capacità reale di 600 posti limita i trasferimenti a un massimo di 7.000-8.000 persone all’anno.
In sintesi, la costruzione dei centri tra novembre 2023 e settembre 2024 evidenzia un percorso accelerato ma caratterizzato da ritardi, aumento dei costi e riduzione della capacità operativa rispetto alle stime iniziali, segnando un primo punto critico nella cronistoria dell’accordo Italia-Albania sui migranti.
Le strutture: come sono fatti i centri
I centri migranti previsti dall’accordo Italia-Albania presentano caratteristiche architettoniche e operative molto diverse tra loro, adattate alle funzioni specifiche di accoglienza temporanea e trattenimento.
Lo Hotspot di Shengjin si trova nel porto commerciale della città, sulla costa adriatica albanese, a circa 70 chilometri da Tirana. L’accesso al centro avviene esclusivamente via mare, tramite navi italiane che attraccano a un molo dedicato. La struttura è composta da container abitativi bianchi e blu, brandizzati Polizia di Stato italiana, e da un edificio principale per la registrazione dei migranti. Sono presenti anche tende della Croce Rossa per il primo soccorso e l’assistenza sanitaria immediata. L’area totale recintata copre 7.000 metri quadrati, con una capacità teorica di 880 posti, ma nella fase iniziale vengono operativi solo 200 posti. La permanenza massima prevista è di 48 ore, durante le quali vengono effettuati identificazione, fotosegnalamento e screening sanitario. I servizi comprendono mediatori culturali, medici e avvocati per colloqui informativi, mentre la videosorveglianza opera 24 ore su 24.
Il Centro Gjader, situato a circa 20 chilometri nell’entroterra rispetto a Shengjin, occupa una ex-base aerea NATO dismessa nel 1992, in un’area rurale e montuosa. L’accesso avviene via terra con trasferimento in autobus scortato. Gjader è progettato come complesso fortificato: il perimetro è delimitato da un muro in cemento alto 5 metri con filo spinato elicoidale, integrato da quattro torri di controllo agli angoli e cancelli a doppia sicurezza. All’interno sono stati allestiti moduli abitativi prefabbricati, con stanze da 4-6 persone, mensa centrale, infermeria con 10 letti, palestra, campo da calcio, biblioteca e aule per colloqui legali, collegati via videoconferenza con giudici italiani. Sono presenti anche uffici per Polizia e Questura. L’area totale è di 130 ettari, ma nella fase 1 vengono utilizzati solo 15 ettari. La capacità prevista dal progetto totale è di 3.000 posti, mentre i posti operativi iniziali sono 400. La permanenza massima è di 18 mesi, comprensiva di procedura di asilo accelerata e eventuale trattenimento CPR per diniegati. Il centro è diviso in due sezioni: una per i richiedenti asilo e una per i CPR in attesa di rimpatrio. I servizi includono avvocati per difesa gratuita, medici, psicologi, mediatori culturali ed educatori; la libertà di movimento interna è limitata e l’uscita dall’area vietata.

Il personale complessivo dei centri comprende oltre 300 agenti tra Polizia di Stato, Carabinieri e Guardia di Finanza, 50 operatori della Croce Rossa, 30 mediatori culturali, 20 operatori legali e 15 medici. La tecnologia adottata prevede sistemi di biometria (impronte digitali e riconoscimento facciale), database collegati a EURODAC, oltre a 500 telecamere di videosorveglianza e sistemi di comunicazione criptata tra Italia e Albania.
I centri dichiarano conformità agli standard della Direttiva Accoglienza Ue, ma alcune critiche sollevano dubbi. La struttura di Gjader, con muri, filo spinato e torri di controllo, viene considerata simile a un carcere; l’isolamento geografico, in una zona rurale lontana 250 km dall’Italia, rende difficile l’accesso a legali e Ong, limitando la trasparenza e la supervisione esterna.
In sintesi, Shengjin e Gjader rappresentano due tipologie di centri complementari: il primo pensato per accoglienza e screening rapidi, il secondo per trattenimento prolungato e gestione di migranti destinati al rimpatrio. La progettazione tecnica e l’organizzazione logistica riflettono l’intento di controllare in modo rigoroso i flussi, ma lasciano aperti interrogativi sul rispetto dei diritti e sull’accessibilità legale e umanitaria.
16 ottobre 2024: il primo trasferimento
Il 15 ottobre 2024, alle ore 18:00, la nave Libra della Guardia Costiera soccorre un barcone con 16 migranti in difficoltà nelle acque internazionali a sud di Lampedusa, circa 30 miglia nautiche all’interno della zona SAR italiana. I migranti sono tutti uomini adulti, dichiarano età tra 20 e 35 anni, e provengono da Bangladesh (10) e Egitto (6), paesi inclusi nella lista italiana dei cosiddetti «sicuri».
Sul ponte della nave viene effettuato lo screening pre-imbarco: un medico valuta lo stato di salute e la polizia procede all’identificazione tramite documenti e dichiarazioni. In questa fase nessun migrante viene segnalato come vulnerabile, e la decisione dei comandi italiani è di procedere al trasferimento in Albania, segnando il primo invio ufficiale verso un centro offshore in Europa.
Il 16 ottobre, in mattinata, la Libra salpa verso l’Albania per un viaggio di circa 18 ore su 250 miglia nautiche. Nel primo pomeriggio, alle ore 14:30, Giorgia Meloni tiene una conferenza stampa a Roma, definendo il trasferimento «un momento storico e modello per l’Europa», sottolineando l’avvio operativo dei centri albanesi.
Il 17 ottobre, alle ore 8:00, la Libra attracca a Shengjin. I 16 migranti vengono sbarcati e scortati verso lo hotspot, dove le procedure ufficiali si svolgono tra le 10:00 e le 18:00. Durante lo screening medico approfondito e i colloqui informativi sui diritti e la procedura di asilo, vengono identificati 4 migranti vulnerabili: due minori che avevano dichiarato un’età adulta e due con problemi di salute. Secondo la legge italiana, queste persone non possono essere trattenute in Albania e vengono quindi rimandate immediatamente in Italia a bordo della stessa nave Libra. Gli altri 12 migranti rimangono nel centro, destinati al trasferimento in autobus verso Gjader, nella sezione dedicata ai richiedenti asilo.

Il 18 ottobre, i 12 migranti arrivano a Gjader, dove vengono accolti dai servizi legali e sanitari. La procedura di asilo accelerata prevede un termine massimo di 28 giorni per la prima istanza, a differenza dei circa 6 mesi medi in Italia. I colloqui con le Commissioni Territoriali vengono effettuati in videoconferenza, mentre i giudici del Tribunale di Roma, sezione immigrazione, devono convalidare il trattenimento entro 48 ore, sempre via videoconferenza con il centro Gjader.
Le reazioni all’operazione sono immediate e divergenti. Il governo definisce il trasferimento un successo, sostenendo che la deterrenza funziona e che i numeri cresceranno progressivamente. L’opposizione critica l’operazione: dei 16 migranti iniziali, 4 sono stati rimandati in Italia a causa di vulnerabilità non rilevate, evidenziando un errore dello screening del 25%. I costi stimati risultano elevatissimi: circa 8.000 euro per persona trasferita. Le ONG denunciano la pratica come deportazione e violazione dei diritti umani, mentre il primo ministro albanese Edi Rama conferma il pieno rispetto dell’accordo bilaterale.
Tra il 18 e il 19 ottobre, si attende la convalida dei giudici italiani sulle procedure dei primi 12 migranti, anticipando una serie di verifiche e possibili ricorsi legali che potrebbero incidere sul futuro operativo dei centri.
18 ottobre: la prima sentenza - convalide negate
Il 18 ottobre 2024, alle ore 17:00, il Tribunale di Roma, sezione immigrazione, con a capo la giudice Luciana Sangiovanni e due colleghi, emette una ordinanza storica: viene respinta la convalida dei trattenimenti dei 12 migranti trasferiti il giorno precedente nei centri albanesi.
La motivazione dei giudici è chiara: Bangladesh ed Egitto non possono essere considerati «paesi sicuri» per applicare automaticamente la procedura prevista dal protocollo Italia-Albania. Nella decisione, il tribunale richiama la recente sentenza della Corte di Giustizia Ue (CGUE) del 4 ottobre 2024, caso C-406/22 Repubblica Ceca, secondo la quale un paese può essere dichiarato sicuro solo se l’intero territorio garantisce protezione effettiva a tutte le categorie di persone.
Nel dettaglio, i giudici evidenziano come in Bangladesh persistano persecuzioni nei confronti delle minoranze religiose, giornalisti e oppositori politici, mentre in Egitto la repressione del dissenso e i casi di tortura documentati da Human Rights Watch rendono impossibile definire il paese «totalmente sicuro». La conseguenza è l’incompatibilità della lista dei paesi sicuri contenuta nel decreto italiano con il diritto Ue. I migranti devono quindi essere immediatamente rilasciati e trasferiti in Italia entro le ore 18:00.
La reazione del governo è immediata e durissima. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni definisce la sentenza «politicizzata», sostenendo che i giudici hanno sostituito l’esecutivo in una decisione che spetta al governo. Il ministro della Giustizia Nordio parla di «pronuncia anomala, invasione del campo del governo», mentre il leader della Lega Salvini dichiara: «Giudici rossi sabotano l’Italia».

Il 19 ottobre, in risposta, il Consiglio dei Ministri convoca una seduta urgente e approva il decreto legge 23 ottobre 2024 n.158, che stabilisce che la lista dei paesi sicuri non sia più definita da decreti interministeriali, ma abbia rango di norma primaria di legge. La nuova lista comprende 19 paesi, tra cui Bangladesh, Egitto, Tunisia, Marocco, Algeria, Nigeria, Ghana, Costa d’Avorio, Gambia e Senegal. Secondo il governo, la legge prevale sulle sentenze dei tribunali e i giudici devono conformarsi. I giuristi contestano la manovra: una norma nazionale non può derogare al primato del diritto Ue, e la sentenza CGUE resta vincolante.
Il 20 ottobre, i 12 migranti vengono imbarcati sulla nave Libra e riportati in Italia, dove vengono portati al CPR di Bari. Il bilancio del primo trasferimento offshore risulta quindi paradossale: dei 16 migranti inizialmente partiti, 12 tornano dopo soli quattro giorni in Albania, con costo stimato di 100.000 euro per nave, personale e gestione, pari a circa 8.000 euro per persona per quattro giorni di trattenimento. Non viene effettuato alcun rimpatrio effettivo.
La vicenda segna una svolta cruciale: da un lato, il governo tenta di consolidare la sua strategia di gestione esternalizzata dei flussi migratori; dall’altro, la magistratura europea e nazionale mette in luce i limiti legali e le contraddizioni nell’interpretazione dei paesi considerati «sicuri», anticipando un lungo contenzioso giuridico e politico.
Novembre 2024: secondo tentativo e stallo giudiziario
Il 7 novembre 2024, il governo italiano effettua un nuovo tentativo di trasferimento migranti verso i centri in Albania. La nave Libra soccorre 8 persone in acque internazionali: sette provenienti dal Bangladesh e uno dall'Egitto, tutti uomini adulti. Lo screening pre-imbarco risulta più accurato rispetto alla prima operazione: nessun vulnerabile viene individuato. Il giorno successivo, 8 novembre, i migranti arrivano a Shengjin e completano le procedure nell’hotspot. In seguito, gli 8 vengono trasferiti al centro Gjader, sezione richiedenti asilo, per l’avvio della procedura accelerata.
Il 9 novembre, le convalide giudiziarie avvengono in parallelo su due fronti. Il Tribunale di Bologna, con la giudice Marta Bruzzone, sospende un procedimento riguardante altri migranti Bangladesh, richiedendo un rinvio pregiudiziale alla Corte di Giustizia UE (CGUE) per chiarire se la lista italiana dei paesi sicuri sia compatibile con la sentenza del 4 ottobre 2024. I tempi stimati per la risposta da Lussemburgo sono di 12-18 mesi.
Contemporaneamente, il Tribunale di Roma, composto dagli stessi giudici del 18 ottobre, decide di ignorare il decreto legge recentemente approvato dal governo, negando la convalida degli 8 migranti. La motivazione richiamata è la stessa: il primato del diritto Ue non può essere scavalcato da una legge nazionale. Secondo il tribunale, i paesi inclusi nella lista dei sicuri devono soddisfare i criteri stabiliti dalla CGUE, e il decreto italiano non può modificarli unilateralmente.
Il 10 novembre, i migranti vengono riportati in Italia, con il governo che denuncia una serie di «sentenze fotocopia» e accusa i giudici di pregiudizio ideologico. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni annuncia che verranno presentati ricorsi alla Cassazione.

L’11 novembre, la Corte di Cassazione si pronuncia sui ricorsi del governo relativi alle sentenze del 18 ottobre. Il risultato conferma le decisioni del Tribunale di Roma, rigettando i ricorsi. La motivazione è netta: i giudici di merito hanno applicato correttamente il diritto Ue e il primato della Corte di Giustizia, stabilendo che la lista dei paesi sicuri non può essere discrezionale e deve rispettare i criteri europei.
A metà novembre, i centri in Albania rimangono vuoti. I costi giornalieri di gestione, stimati in 17.000 euro al giorno, non si traducono in trasferimenti operativi. Il bilancio complessivo risulta quindi paradossale: dei 20 migranti trasferiti (16 del primo tentativo più 8 del secondo, meno 4 vulnerabili), 16 tornano in Italia, senza alcun rimpatrio effettivo. La spesa totale per trasferimenti e gestione supera i 200.000 euro.
Un terzo tentativo viene effettuato tra il 20 e il 23 novembre, con la nave Cassiopea che trasferisce 5 migranti. Nonostante gli sforzi, tra questi è individuato 1 vulnerabile rimandato in Italia, mentre le convalide giudiziarie dei restanti 4 vengono negate dal Tribunale di Roma. Tutti tornano quindi in Italia, confermando il circolo vizioso: trasferimenti, bocciature giudiziarie, ritorno immediato.
Alla fine di novembre, il bilancio complessivo dei trasferimenti è di 13 persone partite, 13 tornate, con i centri rimasti vuoti e un costo continuativo significativo. Sul piano politico, circolano ipotesi di modifiche costituzionali per stabilire una lista dei paesi sicuri immodificabile dalla magistratura, ma la complessità procedurale di un emendamento – che richiede due terzi del Parlamento o un referendum – rende la prospettiva incerta.
L’intero periodo segna uno stallo giudiziario: i tentativi governativi si scontrano con il primato del diritto Ue, producendo un circolo vizioso di trasferimenti inefficaci e centri operativi inutilizzati.
Lo scontro istituzionale: governo vs magistratura
Il caso dei trasferimenti migranti verso i centri in Albania ha acceso un acceso scontro tra esecutivo e magistratura, evidenziando fratture profonde nella gestione dei poteri dello Stato.
Dal punto di vista del governo, la definizione dei paesi sicuri rappresenta una prerogativa politica ed esecutiva. La scelta riguarda questioni di sovranità nazionale e relazioni internazionali, non può essere delegata ai giudici. Secondo il governo, le sentenze che hanno negato le convalide dei trasferimenti costituiscono un’invasione del campo politico, espressione di un’agenda ideologica: giudici «rossi» ostacolerebbero un governo eletto democraticamente. L’Associazione nazionale magistrati (Anm) viene vista come schierata politicamente contro l’esecutivo. Il governo richiama precedenti storici: le tensioni tra Berlusconi e la magistratura negli anni Novanta-Duemila, i processi legati a Matteo Salvini, in particolare il caso Open Arms. Come possibili soluzioni, l’esecutivo propone riforme della giustizia mirate a separazione delle carriere e responsabilità civile per eventuali errori giudiziari, per ridurre interferenze politiche percepite.
Dall’altra parte, la magistratura ribadisce la propria indipendenza. I giudici applicano la legge e la Costituzione, senza obbedire a pressioni governative. Il principio del primato del diritto Ue è centrale: i trattati europei, ratificati dall’Italia, prevalgono sulle leggi ordinarie nazionali, come sancito dalla sentenza della Corte Costituzionale italiana 170/1984 e dalla dottrina dei controlimiti. Le sentenze della CGUE sono vincolanti per tutti i giudici Ue (art. 267 TFUE); ignorarle per compiacere il governo sarebbe illegittimo. L’Anm sottolinea che gli attacchi pubblici all’indipendenza giudiziaria costituiscono una forma di intimidazione, e difende la correttezza giuridica delle pronunce.
Lo scontro si è manifestato pubblicamente con dichiarazioni di alto profilo. Il ministro Nordio ha parlato di «pronunce anomale», sostenendo che i giudici non possono decidere in materia di politica estera. L'allora presidente dell'Anm Giuseppe Santalucia ha replicato denunciando «attacchi gravi, minano indipendenza e creano clima intimidatorio». La presidente del Consiglio Meloni ha affermato che «alcune toghe fanno politica con le sentenze», mentre la leader Pd Schlein ha commentato: «Il governo attacca la magistratura perché perde, bisogna rispettare le sentenze».

Precedenti storici confermano che la tensione tra governo e magistratura è ricorrente in Italia, da Tangentopoli ai processi Berlusconi fino al caso Salvini. Situazioni analoghe si osservano anche in democrazie occidentali: nel Regno Unito con il contrasto tra Corte Suprema e il governo Johnson sulla Brexit, negli Stati Uniti con gli scontri tra Trump e i giudici federali, e in Polonia con il PiS e la Corte Suprema. I giuristi avvertono del rischio che l’ignorare le sentenze europee possa portare a un’erosione dello Stato di diritto, mentre il governo evidenzia come una magistratura politicizzata possa bloccare l’azione democratica.
L’opinione pubblica riflette questa polarizzazione. Secondo i sondaggi di novembre 2024, il 45% degli italiani sostiene l’operato del governo, ritenendo che i giudici ostacolino l’esecutivo, mentre il 40% schiera la propria fiducia nella magistratura, sostenendo che l’esecutivo violi le leggi. Il restante 15% resta indeciso.
Il confronto rimane aperto e simbolico: il caso dei centri migranti in Albania diventa così un banco di prova per il bilanciamento dei poteri e per il rispetto dei vincoli europei, senza che sia possibile stabilire un «vincitore» tra le due istituzioni.
I costi: analisi economica del progetto
L’accordo tra Italia e Albania per la creazione dei centri offshore ha comportato spese rilevanti e crescenti, sia per la costruzione sia per la gestione operativa, con risultati ancora molto distanti dalle previsioni iniziali.
Costruzione: il consuntivo 2024 evidenzia 230 milioni di euro complessivi. Lo hotspot di Shengjin ha assorbito 80 milioni, con capacità progettuale di 880 posti e 200 operativi iniziali. Il centro di Gjader, più esteso e complesso, ha richiesto 120 milioni per la fase iniziale di 400 posti, mentre le infrastrutture accessorie (porto di Shengjin, strada di collegamento Shengjin-Gjader, utilities) hanno inciso per ulteriori 30 milioni. Rispetto alla stima iniziale di 150 milioni, il consuntivo segna un +53%.
Costi gestionali annui stimati raggiungono 70 milioni. La componente più rilevante riguarda il personale: 300 agenti delle forze dell’ordine operativi in Albania, tra stipendi, trasferte e incentivi, per 25 milioni all’anno, più 100 operatori civili tra Croce Rossa, mediatori, medici e personale amministrativo, pari a 8 milioni. Le navi dedicate, Libra e Cassiopea, comportano 15 milioni annui tra carburante, manutenzione ed equipaggi. Il vitto e l’alloggio dei migranti, calcolati a 50 euro/giorno per una capacità media di 500 persone, aggiungono circa 9 milioni. Manutenzione delle strutture 5 milioni, assistenza legale gratuita 3 milioni, logistica e trasporti 5 milioni.
Proiettando i costi su 5 anni, la costruzione già realizzata ammonta a 230 milioni, mentre la gestione per cinque anni sarebbe 350 milioni (70 x 5). Il totale stimato a regime teorico sarebbe quindi 580 milioni. Tuttavia, la capacità reale dei centri è di circa 600 posti, rispetto ai 3.000 previsti, e a novembre 2024 risultano vuoti, con tutti i migranti tornati in Italia. La sottoutilizzazione fa emergere una sproporzione tra spesa e risultati: i costi fissi per personale, navi e manutenzione restano invariati anche senza occupazione dei centri.
Dal punto di vista dei costi per migrante, il governo calcola 3.200 euro per migrante processato sulla base di 36.000 persone annue teoriche. La realtà di novembre 2024 evidenzia invece 247 milioni spesi per soli 20 migranti effettivamente trasferiti (poi tutti tornati), pari a 12,3 milioni euro per migrante, una cifra straordinariamente superiore al previsto. Se annualizziamo la sola gestione, 70 milioni/anno diviso 20 migranti corrisponde a 3,5 milioni euro per migrante/anno.

Il confronto con i CPR italiani e le procedure ordinarie è significativo. Un CPR italiano da 1.000 posti costa circa 44 milioni/anno (80-120 euro/giorno per posto), mentre la gestione dei centri Albania per 600 posti teorici richiede 70 milioni/anno. Per i CAS italiani, l’accoglienza di un richiedente asilo costa mediamente 35 euro/giorno per sei mesi, circa 6.300 euro per persona. Se il modello Albania non funziona e i migranti tornano in Italia, il costo complessivo diventa doppio: spese per Albania più quelle ordinarie.
Altri costi aggiuntivi derivano da contenziosi legali (ricorsi, Cassazione, CGUE) stimati in 10 milioni su cinque anni e da spese diplomatiche per mantenimento relazioni con l’Albania e personale ambasciata, circa 2 milioni/anno. I costi opportunità sono rilevanti: i 580 milioni complessivi potrebbero servire per raddoppiare i posti CPR italiani, triplicare i giudici delle Commissioni Territoriali per ridurre i tempi da 18 a 6 mesi, o potenziare accordi di rimpatrio e modernizzare l’intero sistema di accoglienza.
Le stime indipendenti indicano cifre ancora più elevate. La Fondazione ISMU valuta 900 milioni-1 miliardo in cinque anni, includendo costi nascosti e inefficienze dovute a underutilizzazione, mentre Openpolis calcola un costo reale di circa 18.000 euro per migrante, molto superiore ai 3.200 teorici.
In sintesi, l’analisi economica mostra una sproporzione marcata tra costi e risultati, con una spesa per singolo migrante decine di volte superiore rispetto alle alternative nazionali e dubbi sulla sostenibilità a lungo termine del progetto.
Reazioni internazionali ed europee
Il progetto dei centri offshore in Albania ha suscitato ampie e contrastanti reazioni a livello internazionale ed europeo, con opinioni divergenti tra istituzioni, governi, ONG e società civile.
All’interno dell’Unione europea, la Commissione Europea guidata da Ursula von der Leyen ha inizialmente adottato un approccio cauto. Nel novembre 2023 la presidente ha definito la soluzione italiana «interessante» e ha invitato a esplorare approcci innovativi alla gestione dei flussi migratori. All’inizio del 2024, tuttavia, la Commissione ha formalmente richiesto all’Italia chiarimenti sulla compatibilità del progetto con il diritto Ue, in particolare sulle procedure di trattenimento e sulle garanzie per i migranti. L’Italia ha risposto sostenendo che l’extraterritorialità dei centri garantirebbe comunque l’applicazione delle norme Ue, convincendo la Commissione a non bloccare l’iniziativa, ma a mantenerne un costante monitoraggio.

Il Parlamento Europeo si è espresso nel febbraio 2024 con una risoluzione critica. La maggioranza dei gruppi socialisti, verdi e liberali ha condannato l’esternalizzazione come pratica contraria ai valori dell’Unione, mentre le destre (Ecr e Id) hanno appoggiato la posizione italiana. Nel Consiglio Ue di giugno 2024, 15 Paesi, tra cui Germania (Scholz), Olanda (Rutte), Austria e Danimarca, hanno suggerito di valutare possibili esternalizzazioni come «soluzione innovativa» per ridurre l’immigrazione irregolare. Sul fronte bilaterale, Emmanuel Macron ha inizialmente mantenuto il silenzio, salvo poi presentare a sorpresa, a febbraio 2025, una memoria pro Meloni alla Corte di giustizia Ue; mentre Viktor Orban ha plaudito, definendo l’Italia «modello da seguire».
Altri paesi osservatori hanno reagito in modi differenti: il Regno Unito, sotto governo Labour (Starmer), non ha mostrato interesse dopo aver annullato il programma con il Rwanda, mostrandosi tuttavia aperto a studiare una soluzione analoga a quella studiata dall'Italia; in Germania, Friedrich Merz (Cdu) ha indicato potenziale interesse se il partito dovesse tornare al governo nel 2025; in Olanda, il leader di estrema destra Geert Wilders studia il modello per possibili applicazioni, mentre la Danimarca osserva l’evoluzione, già esperta di programmi di esternalizzazione; l’Austria (FPÖ) ha manifestato interesse analogo.
Le ONG e la società civile hanno espresso forti preoccupazioni. L’UNHCR ha chiesto accesso ispettivo ai centri, mentre l’IOM collabora tecnicamente ma manifesta riserve sui trattenimenti prolungati. Amnesty International parla di «deportazione mascherata che viola il diritto d’asilo», Human Rights Watch definisce il progetto «esperimento pericoloso che criminalizza i migranti», e Medici Senza Frontiere segnala rischi di isolamento psicologico nei centri. Sea Watch e altre Ong di soccorso in mare denunciano che la deterrenza aumenta i rischi per i migranti e chiede canali legali alternativi.
In Albania, l’opposizione guidata da Sali Berisha e il Partito democratico ha criticato il governo Rama, accusandolo di «svendere la sovranità nazionale per promesse europee». Le proteste a Tirana del dicembre 2023 hanno visto centinaia di manifestanti contro l’accordo, con slogan come «Albania non pattumiera dell’Italia». Le Ong locali denunciano la mancata consultazione della società civile. Il sostegno politico al governo Rama è comunque condizionato dall’aspirazione al percorso Ue, che limita critiche troppo dure. I media albanesi restano divisi: alcuni valorizzano gli investimenti infrastrutturali, come il porto di Shengjin, altri denunciano umiliazione nazionale.

I paesi di origine dei migranti hanno reagito con toni differenti: il Bangladesh ha espresso protesta diplomatica definendo offensiva l’etichetta di «paese sicuro» per cittadini che non hanno commesso crimini; l’Egitto ha mantenuto silenzio ufficiale per non compromettere rapporti con Italia e Ue. La Tunisia, già partner dell’Italia nel controllo dei flussi (accordo Meloni-Saied 2023, 150 milioni di euro), segue con interesse l’esperimento.
Infine, i media internazionali hanno tracciato una lettura critica e divergente. Il New York Times parla di «costoso esperimento con dubbi sull’efficacia», la Bbc lo definisce «test laboratorio per la deterrenza, osservato da tutta Europa», Le Monde denuncia una «deriva xenofoba italiana», mentre il Financial Times sottolinea pragmatismo realpolitik con diritti umani secondari. Al Jazeera descrive l’iniziativa come «fortezza Europa che esternalizza i respingimenti».
Il quadro complessivo evidenzia come il progetto italiano rappresenti un laboratorio controverso, accolto con interesse strategico da alcuni governi, ma criticato fortemente da ONG, parte della società civile e media internazionali, accentuando la polarizzazione sulle politiche di migrazione in Europa.
Aspetti politici: governo Meloni e opposizione
La gestione del progetto dei centri offshore in Albania ha assunto una dimensione politica centrale all’interno del panorama italiano, riflettendo le linee guida del governo Meloni e le strategie dell’opposizione.
Per il governo Meloni, guidato dalla coalizione FdI-Lega-FI, l’immigrazione è una priorità programmatica sin dalla campagna elettorale del 2022, con la promessa di «bloccare l’invasione e difendere i confini nazionali». Il progetto Albania rappresenta la prima innovazione strutturale significativa contro l’immigrazione irregolare ed è stato assunto come progetto simbolo della presidenza Meloni. I sondaggi di novembre 2024 indicano che circa il 60% dell’elettorato di centrodestra approva il progetto, considerandolo una misura di deterrenza necessaria.
La comunicazione governativa sottolinea la dimensione europea e legale dell’iniziativa: i centri vengono descritti come un «modello europeo», una soluzione «umana e legale» per contrastare i trafficanti. Meloni ha tenuto conferenze stampa mensili per aggiornare l’opinione pubblica sui progressi, mostrando un approccio «fare, non parlare». All’interno della coalizione, la pressione politica è diversificata: Salvini (Lega) spinge per una linea più dura, critica apertamente i giudici e sollecita misure più drastiche contro l’immigrazione irregolare; Tajani (FI) adotta un approccio più moderato, sottolineando la necessità di rispettare i diritti e temendo possibili danni all’immagine internazionale dell’Italia.

Dall’altra parte, l’opposizione ha mantenuto una posizione critica e strutturata. Il Pd, con Elly Schlein, definisce l’Albania «una deportazione costosa e illegale, spreco di denaro pubblico e violazione della Costituzione». Il partito ha presentato mozioni di censura contro il ministro Piantoni, respinte dalla maggioranza, e propone alternative: potenziare i CPR italiani, raddoppiare i giudici delle Commissioni Territoriali per ridurre i tempi delle procedure, e stipulare accordi di rimpatrio più efficaci. Il M5s di Conte ha criticato i costi, evidenziando che «un miliardo di euro avrebbe potuto costruire ospedali», e ha manifestato solidarietà alla magistratura contro gli attacchi del governo. L’Alleanza Verdi-Sinistra (AVS) denuncia la «criminalizzazione dei migranti e la deumanizzazione operata dalla fortezza Europa», sollecitando corridoi umanitari e canali legali sicuri. +Europa e Azione adottano posizioni più sfumate, concentrandosi sull’inefficienza economica più che sui principi, mentre Italia Viva (Renzi) inizialmente critica, a novembre 2024 assume un approccio pragmatico: «Se funziona, perché no? Il problema è che non funziona, non il principio».
La comunicazione politica evidenzia la contrapposizione: Meloni sottolinea come «la sinistra difende i clandestini, noi difendiamo gli italiani», mentre l’opposizione ribatte che il governo «butta soldi in mare, fallimento annunciato, l’ideologia prevale sull’efficacia».
Nei sondaggi nazionali, l’immigrazione si conferma tra i tre temi più sentiti dagli italiani, insieme a economia e sanità. Circa il 48% degli intervistati ritiene che il governo stia gestendo bene la questione, soprattutto elettori di centrodestra, mentre il 45% giudica negativamente la gestione, prevalentemente elettori di centrosinistra, e il 7% resta incerto. Sul progetto Albania nello specifico, il 42% valuta l’idea «buona ma mal implementata», il 35% la considera «cattiva in ogni caso», e il 23% la approva pienamente e invita a proseguirla.
Le prospettive politiche rimangono legate all’esito del progetto: se l’iniziativa dovesse fallire definitivamente, ad esempio per una sentenza CGUE contraria, il governo rischierebbe un danno politico, sebbene possa vantare di aver mostrato «coraggio e iniziativa». L’opposizione, dal canto suo, potrebbe rafforzare il proprio messaggio di critica, ma con il rischio di apparire «pro-clandestini» agli occhi dell’elettorato conservatore. In sintesi, l’Albania è diventata un simbolo di confronto politico interno, con comunicazione, consenso elettorale e strategia parlamentare strettamente intrecciati.
Dicembre 2024 - Febbraio 2025: aggiornamenti e sviluppi
Negli ultimi mesi del 2024 e nei primi del 2025, il governo Meloni ha cercato di modificare la strategia dei centri offshore in Albania per aggirare lo stallo giudiziario generato dalle sentenze dei tribunali italiani e dal primato del diritto Ue. A dicembre 2024 l’esecutivo ha ipotizzato di trasferire esclusivamente i migranti provenienti da paesi ritenuti «ultra-sicuri», tra cui Tunisia, Marocco e Algeria, escludendo quelli originari di Egitto e Bangladesh, ancora contestati dalla magistratura. Tuttavia, il tentativo si è scontrato immediatamente con la realtà diplomatica: Tunisia ha dichiarato formalmente di non accettare rimpatri forzati dall'Albania, definendoli «una violazione dell’accordo bilaterale Italia-Tunisia». Marocco e Algeria hanno adottato posizioni analoghe, bloccando di fatto ogni trasferimento dai centri offshore verso i loro cittadini.
Il 20 dicembre 2024, durante il Consiglio Ue dedicato ai leader, Meloni ha presentato l’esperimento Albania come modello di politica migratoria europea. Otto paesi – Italia, Austria, Olanda, Danimarca, Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia – hanno sottoscritto una dichiarazione congiunta per «esplorare centri offshore per l’asilo». La Commissione europea, guidata da von der Leyen, è stata incaricata di studiare la fattibilità del modello. Alcuni paesi hanno espresso posizioni prudenziali: Germania (Scholz) si è astenuta, la Francia (Macron) ha mantenuto un atteggiamento cauto, mentre la Spagna (Sanchez) ha espresso opposizione.

A gennaio 2025 il Tribunale di Bologna, con la giudice Bruzzone, ha ricevuto una risposta preliminare della CGUE, che ha confermato la sentenza del 4 ottobre 2024, ribadendo che i criteri per dichiarare un paese «sicuro» devono essere estremamente stringenti. La lista italiana dei paesi sicuri risultava quindi problematica, e il governo ha valutato, senza grande ottimismo, un ricorso alla Corte di Lussemburgo.
Il 15 gennaio 2025 si è concretizzato il quarto tentativo di trasferimento: la nave Libra ha portato sei migranti in Albania, tutti tunisini, provenienti da paesi mai contestati dalla magistratura. Il giorno successivo, durante le procedure a Shengjin, un migrante vulnerabile è stato immediatamente rimandato in Italia, mentre i restanti cinque sono stati trasferiti al centro di Gjader. Il 17 gennaio, per la prima volta, il Tribunale di Roma ha approvato le convalide per tutti e cinque i migranti, segnando un primo «successo» giudiziario per l’Albania. Il governo ha commentato con entusiasmo: «Finalmente una sentenza ragionevole, l’Albania funziona». Va precisato, tuttavia, che si trattava di una procedura accelerata di 28 giorni e solo cinque persone trattenute.
Il 10 febbraio 2025, le Commissioni Territoriali hanno esaminato le domande d’asilo dei cinque tunisini: quattro sono stati respinti (migranti economici), mentre uno ha ottenuto protezione internazionale e, l’11 febbraio, è stato trasferito in Italia per l’integrazione. I restanti quattro sono rimasti a Gjader in attesa di rimpatrio, ma il 15 febbraio la Tunisia ha bloccato nuovamente ogni trasferimento, rifiutando di riconoscere la cittadinanza e sostenendo di non avere documentazione valida.
A febbraio 2025, la situazione nei centri resta limitata: 4 migranti a Gjader (primi permanenti da ottobre) e 0 a Shengjin, con un costo operativo di 17.000 euro al giorno, comprensivo di personale e strutture operative. Nel frattempo, alla Corte europea parte il processo al protocollo del governo Meloni con l’Albania in merito ai «paesi sicuri». L’avvocatura della Commissione si schiera con Roma: «La sua lista è legittima, non è necessario che nella nazione d’origine debbano essere tutelati tutti i cittadini».
Il bilancio complessivo dei cinque mesi mostra che sono stati trasferiti 33 migranti (16+8+5+6, sottratti i 2 vulnerabili), di cui 24 tornati immediatamente in Italia, 5 processati, e solo 1 accolto con protezione in Italia. I rimpatri effettivi rimangono zero. La spesa totale ammonta a 290 milioni di euro (260 milioni costruzione + 30 milioni gestione). Il costo per migrante «processato» risulta così di 58 milioni di euro, evidenziando la sproporzione tra risultati concreti e risorse impiegate.
Nonostante il primo successo parziale del 17 gennaio, l’esperimento Albania continua a dimostrarsi costoso e operativo in condizioni di efficienza minima, con la politica italiana e europea che osservano con attenzione gli sviluppi, in attesa di verificare se il modello potrà mai produrre rimpatri effettivi e sostenibili.
I numeri del progetto Albania (aggiornato febbraio 2025)
Una fotografia quantitativa dell’accordo tra Italia e Albania consente di comprendere con maggiore precisione dimensioni, tempistiche e risultati concreti del progetto. I dati aggiornati a febbraio 2025 mostrano cronologia degli eventi, capacità delle strutture, trasferimenti effettuati e costi sostenuti.
Timeline completa: novembre 2023 – febbraio 2025
La vicenda dei centri per migranti in Albania si sviluppa nell’arco di oltre un anno, tra annunci politici, costruzione delle strutture, decisioni giudiziarie e tentativi di trasferimento. Di seguito la cronologia completa degli eventi principali.
Scenari futuri: successo, fallimento o trasformazione?
Il progetto dei centri per migranti in Albania è entrato ormai in una fase decisiva. Dopo i primi mesi di operatività, caratterizzati da numeri molto ridotti e da numerosi ostacoli giudiziari e diplomatici, il futuro dell’iniziativa resta incerto. Più che una traiettoria lineare, si delineano diversi possibili scenari. Nessuno è oggi garantito: il destino del progetto dipenderà soprattutto da decisioni giudiziarie, dinamiche politiche europee e dalla cooperazione dei paesi di origine dei migranti.
I fattori decisivi
Diversi elementi influenzeranno quale scenario diventerà realtà. Tra i più importanti figurano la futura sentenza della Corte di giustizia Ue, la cooperazione dei paesi di origine – in particolare della Tunisia – e l’andamento dei flussi migratori verso l’Italia nei prossimi anni.
Anche l’opinione pubblica e i costi politici interni avranno un peso significativo. Se il progetto continuerà a essere percepito come inefficiente o troppo oneroso, la pressione per modificarlo o chiuderlo potrebbe aumentare. Se invece verrà considerato utile come segnale politico o come parte di una strategia europea più ampia, potrebbe sopravvivere nonostante i limiti operativi.
In ogni caso, il dibattito sui centri in Albania va oltre il singolo progetto. Tocca questioni più ampie: il rapporto tra sovranità nazionale e diritto europeo, la gestione comune dei flussi migratori e l’equilibrio tra controllo delle frontiere e tutela dei diritti fondamentali. Temi destinati a restare centrali nella politica europea anche negli anni a venire.
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