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2021-07-21
Bullismo a scoppio ritardato. Cacciato compositore delle Olimpiadi
Il compositore Cornelius, al secolo Keigo Oyamada (Getty Images)
Persino il Sol Levante diventa calante al cospetto delle diatribe sul politicamente corretto, soltanto l'ultimo dei guai che attanagliano le Olimpiadi di Tokyo 2020, nate sotto una cattiva stella, allestite nell'incertezza e oggi, a due giorni dall'inaugurazione - si dovrebbe cominciare venerdì 23 luglio - addirittura a rischio cancellazione per gli alti numeri da Covid-19 e un'opinione pubblica diffidente nei confronti della riuscita della manifestazione. Ma procediamo con ordine.
L'ultima mazzata reputazionale all'evento nipponico l'hanno data i social, che hanno chiesto a gran voce la cancellazione di una canzone inclusa nello show inaugurale, 4 minuti di musica elettro-pop composta da un membro dello staff creativo. L'artista in questione si chiama Cornelius, al secolo Keigo Oyamada, cinquantaduenne polistrumentista, dj e produttore tra i più popolari in Giappone. A leggere la notizia, si potrebbe ipotizzare che il suo pezzo fosse inascoltabile, magari frutto di qualche plagio, cose così. Invece la radiazione di Oyamada ha radici nel suo passato di adolescente turbolento. Qualcuno ha scartabellato nella vita del personaggio, capello corvino a caschetto, aria tormentata da esistenzialista, precursore dello stile musicale Shibuya-kei - di gran rilevanza sulla scena internazionale fin dalla fine degli anni Novanta - individuando un episodio non proprio lusinghiero, risalente a circa 40 anni fa.
Oyamada, da liceale, avrebbe maltrattato un compagno disabile sottoponendolo a scherzi da caserma, costringendo il malcapitato, pare, a mangiare le proprie feci, a masturbarsi di fronte ai compagni e legandolo a una sedia mentre gli gettava sulla testa polvere di gesso. La vicenda, non certo commendevole per la biografia del musicista, è ascrivibile a un episodio di ijime, fenomeno sociale giapponese più o meno assimilabile al bullismo scolastico d'occidente. A nulla sono valse le scuse dell'artista: «Mi pento dal profondo del cuore per aver suscitato ricordi dolorosi in molti. Ho rassegnato le mie dimissioni. Voglio riflettere sul mio comportamento e i miei pensieri. Con dolore ho capito che accettare di partecipare all'ideazione della colonna sonora olimpica sarebbe stata una mancanza di rispetto verso molte persone». La pressione degli utenti sui social ha convinto il comitato organizzativo a cacciare Oyamada e a cancellarne la canzone.
Riproponendo una disputa assai attuale, quella sul green pass, in questo caso non il salvacondotto per i vaccinati dal covid, ma il lasciapassare etico capace di decidere della carriera e del futuro di chiunque, persino su episodi molto lontani nel tempo. Al netto della gravità del fatto specifico, è la riproposizione in salsa olimpica delle sovrapposizioni dogmatiche care a un certo pensiero ultraliberal: o la vita privata di un personaggio pubblico è immacolata e rispetta determinati standard di livellamento linguistico e comportamentale, o gli verrà preclusa ogni possibilità di carriera, in barba al talento, alla contingenza, alla propria autosufficienza morale. Ma la girandola di dimissioni olimpiche non finisce qui.
Qualche giorno prima è toccato a Yoshiro Mori, presidente del comitato olimpico, a essere messo nelle condizioni di andarsene. Durante una riunione sul web, gli sarebbe scappato un commento impertinente sulle colleghe femmine. Mori avrebbe detto che «parlano troppo», scavandosi la fossa professionale. Stessa sorte è toccata a Hiroshi Sasaki, direttore creativo di Tokyo 2020: avrebbe proposto a Naomi Watanabe, attrice comica molto nota in patria e dalla corporatura non accostabile a una silfide, di esibirsi durante lo spettacolo inaugurale indossando orecchie da porcellina, aggiungendo commenti poco cortesi sulla massa ponderale della ragazza al cospetto della bilancia. «In occasione delle Olimpiadi, potresti esibirti come Olympig», avrebbe detto, giocando sul termine «pig», che significa porcello, appunto.
Un caso classico di body shaming, letteralmente «derisione del corpo», che ha innescato un prevedibile vespaio. Fino alla beffa definitiva. Le Olimpiadi potrebbero addirittura saltare a causa del covid. «Ci siamo riuniti, ripromettendoci di monitorare la situazione» - ha annunciato il presidente del comitato organizzativo Toshiro Muto rispondendo a chi gli chiedeva se fosse ipotizzabile una cancellazione o un ulteriore rinvio. «Non possiamo prevedere che cosa accadrà con i casi di coronavirus, ma se l'infezione si dovesse diffondere ulteriormente, dovremo consultarci ancora». Forse non è un caso che l'accorta dirigenza Toyota, potentissimo marchio nazionale, abbia ritirato i propri video promozionali dalla manifestazione. Considerati gli auspici non certo tonitruanti, potrebbe non avere del tutto torto.
La schiacciata buonista va a segno. Alla fine la Egonu sarà portabandiera
Portabandiera doveva essere e portabandiera sarà: ma non del tricolore, bensì del vessillo olimpico. Qualcuno dirà che alla pallavolista Paola Egonu - che sarà una degli atleti a reggere la bandiera coi cinque cerchi alla cerimonia d'apertura di Tokyo 2020 - sia quindi andata meglio del previsto. Già, perché i rumors di metà maggio la indicavano come portabandiera dell'Italia, ipotesi che la diretta interessata aveva accolto con giubilo, non senza affibbiare immediatamente alla cosa significato politico.
«Mi piacerebbe prendermi sulle spalle questa responsabilità, davvero», erano state infatti le parole dell'atleta, che aveva tenuto subito a ribadir la sua identità multiculturale: «Io, di colore, italiana e la bandiera. L'ignoranza e certe cose del passato hanno bisogno di un taglio netto. Sono pronta. Facciamola, bum, questa rivoluzione!».
La «rivoluzione» contro «l'ignoranza» era stata però stoppata da un cavillo. Tradizione vuole infatti che i portabandiera siano gente reduce da vittorie olimpiche, requisito di cui la pur talentuosa schiacciatrice del 1998, nata a Cittadella da genitori di nazionalità nigeriana, è priva. Non a caso il tricolore sarà portato da Jessica Rossi, oro nel tiro al volo nel 2012, ed Elia Viviani, oro nel ciclismo su pista nel 2016.
Tuttavia, siccome la «rivoluzione» di Egonu era troppo bella per esser rinviata - specie dopo che la nazionale di Roberto Mancini ha osato trionfare agli Europei di calcio senza neppure un giocatore di colore - ecco che quel che era uscito dalla porta è rientrato dalla finestra. Finestra si fa per dire dato che Egonu sarà in pole position addirittura all'apertura delle olimpiadi.
A dare la notizia alla pallavolista ci ha pensato il presidente del Coni, Giovanni Malagò. Informata dall'onore che le sarà concesso venerdì prossimo, Egonu non ha trattenuto lacrime d'emozione. «Sono molto onorata per l'incarico che mi è stato dato a far parte del Cio per portare la bandiera olimpica», è stato il suo commento. «Mi ritrovo a rappresentare gli atleti di tutto il mondo», ha aggiunto, «ed è una grossa responsabilità: attraverso me esprimerò e sfilerò per ogni atleta di questo pianeta». Dunque la «rivoluzione» che rischiava di saltare per ragioni di protocollo non solo avrà luogo, ma avrà più visibilità che mai.
Beninteso, Paola Egonu è atleta di prima grandezza, e non solo per il suo metro e 93 di statura: ancora nel 2015 era nella nazionale under 18 vincitrice della medaglia d'oro al campionato mondiale, ove si aggiudicò pure il premio Mpv, che sta per Most valuable player. Suo pure il record, pari a 47 punti, di una giocatrice in una singola partita di serie A1. Sul valore della stella dell'Imoco Volley, insomma, non si discute. Ciò tuttavia non attenua l'impressione che aver scelto come portabandiera olimpica la Egonu - che non è certo la sola azzurra di carnagione non bianca, si pensi a Yeman Crippa, nostro mezzofondista che macina record su record - abbia riflessi politici.
«Tricolore, nera e arcobaleno», titolava infatti ieri Open, sottolineando che, oltre al colore della pelle, a caratterizzare l'atleta c'è pure l'identità gender fluid. «Mi ero innamorata di una collega», aveva infatti spiegato tempo fa la pallavolista al Corriere della Sera, «ma non significa che non potrei innamorami di un ragazzo, o di un'altra donna». La sensazione che Egonu sia stata scelta come emblema d'una più ampia «rivoluzione» poggia pure su altri elementi.
Per esempio, lo scorso anno è stata chiamata a doppiare la voce di un personaggio nel film d'animazione Soul di Disney e Pixar, e ad aprile la rivista Forbes l'ha inclusa nientemeno che tra gli under 30 più influenti d'Europa. Nessuno dunque discute i numeri della Egonu, ma è indubbio che ci si stia industriando per farne un personaggio. Lavori in corso.
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Cornelius paga le vessazioni a un compagno più di 30 anni fa. Si allunga la lista di big fatti fuori dal tribunale della morale.La pallavolista gender fluid Paola Egonu porterà il vessillo del Cio all'inaugurazione dell'evento.Lo speciale contiene due articoli.Persino il Sol Levante diventa calante al cospetto delle diatribe sul politicamente corretto, soltanto l'ultimo dei guai che attanagliano le Olimpiadi di Tokyo 2020, nate sotto una cattiva stella, allestite nell'incertezza e oggi, a due giorni dall'inaugurazione - si dovrebbe cominciare venerdì 23 luglio - addirittura a rischio cancellazione per gli alti numeri da Covid-19 e un'opinione pubblica diffidente nei confronti della riuscita della manifestazione. Ma procediamo con ordine. L'ultima mazzata reputazionale all'evento nipponico l'hanno data i social, che hanno chiesto a gran voce la cancellazione di una canzone inclusa nello show inaugurale, 4 minuti di musica elettro-pop composta da un membro dello staff creativo. L'artista in questione si chiama Cornelius, al secolo Keigo Oyamada, cinquantaduenne polistrumentista, dj e produttore tra i più popolari in Giappone. A leggere la notizia, si potrebbe ipotizzare che il suo pezzo fosse inascoltabile, magari frutto di qualche plagio, cose così. Invece la radiazione di Oyamada ha radici nel suo passato di adolescente turbolento. Qualcuno ha scartabellato nella vita del personaggio, capello corvino a caschetto, aria tormentata da esistenzialista, precursore dello stile musicale Shibuya-kei - di gran rilevanza sulla scena internazionale fin dalla fine degli anni Novanta - individuando un episodio non proprio lusinghiero, risalente a circa 40 anni fa. Oyamada, da liceale, avrebbe maltrattato un compagno disabile sottoponendolo a scherzi da caserma, costringendo il malcapitato, pare, a mangiare le proprie feci, a masturbarsi di fronte ai compagni e legandolo a una sedia mentre gli gettava sulla testa polvere di gesso. La vicenda, non certo commendevole per la biografia del musicista, è ascrivibile a un episodio di ijime, fenomeno sociale giapponese più o meno assimilabile al bullismo scolastico d'occidente. A nulla sono valse le scuse dell'artista: «Mi pento dal profondo del cuore per aver suscitato ricordi dolorosi in molti. Ho rassegnato le mie dimissioni. Voglio riflettere sul mio comportamento e i miei pensieri. Con dolore ho capito che accettare di partecipare all'ideazione della colonna sonora olimpica sarebbe stata una mancanza di rispetto verso molte persone». La pressione degli utenti sui social ha convinto il comitato organizzativo a cacciare Oyamada e a cancellarne la canzone. Riproponendo una disputa assai attuale, quella sul green pass, in questo caso non il salvacondotto per i vaccinati dal covid, ma il lasciapassare etico capace di decidere della carriera e del futuro di chiunque, persino su episodi molto lontani nel tempo. Al netto della gravità del fatto specifico, è la riproposizione in salsa olimpica delle sovrapposizioni dogmatiche care a un certo pensiero ultraliberal: o la vita privata di un personaggio pubblico è immacolata e rispetta determinati standard di livellamento linguistico e comportamentale, o gli verrà preclusa ogni possibilità di carriera, in barba al talento, alla contingenza, alla propria autosufficienza morale. Ma la girandola di dimissioni olimpiche non finisce qui. Qualche giorno prima è toccato a Yoshiro Mori, presidente del comitato olimpico, a essere messo nelle condizioni di andarsene. Durante una riunione sul web, gli sarebbe scappato un commento impertinente sulle colleghe femmine. Mori avrebbe detto che «parlano troppo», scavandosi la fossa professionale. Stessa sorte è toccata a Hiroshi Sasaki, direttore creativo di Tokyo 2020: avrebbe proposto a Naomi Watanabe, attrice comica molto nota in patria e dalla corporatura non accostabile a una silfide, di esibirsi durante lo spettacolo inaugurale indossando orecchie da porcellina, aggiungendo commenti poco cortesi sulla massa ponderale della ragazza al cospetto della bilancia. «In occasione delle Olimpiadi, potresti esibirti come Olympig», avrebbe detto, giocando sul termine «pig», che significa porcello, appunto. Un caso classico di body shaming, letteralmente «derisione del corpo», che ha innescato un prevedibile vespaio. Fino alla beffa definitiva. Le Olimpiadi potrebbero addirittura saltare a causa del covid. «Ci siamo riuniti, ripromettendoci di monitorare la situazione» - ha annunciato il presidente del comitato organizzativo Toshiro Muto rispondendo a chi gli chiedeva se fosse ipotizzabile una cancellazione o un ulteriore rinvio. «Non possiamo prevedere che cosa accadrà con i casi di coronavirus, ma se l'infezione si dovesse diffondere ulteriormente, dovremo consultarci ancora». Forse non è un caso che l'accorta dirigenza Toyota, potentissimo marchio nazionale, abbia ritirato i propri video promozionali dalla manifestazione. Considerati gli auspici non certo tonitruanti, potrebbe non avere del tutto torto.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/tokyo-olimpiadi-cornelius-egonu-2653877230.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-schiacciata-buonista-va-a-segno-alla-fine-la-egonu-sara-portabandiera" data-post-id="2653877230" data-published-at="1626859739" data-use-pagination="False"> La schiacciata buonista va a segno. Alla fine la Egonu sarà portabandiera Portabandiera doveva essere e portabandiera sarà: ma non del tricolore, bensì del vessillo olimpico. Qualcuno dirà che alla pallavolista Paola Egonu - che sarà una degli atleti a reggere la bandiera coi cinque cerchi alla cerimonia d'apertura di Tokyo 2020 - sia quindi andata meglio del previsto. Già, perché i rumors di metà maggio la indicavano come portabandiera dell'Italia, ipotesi che la diretta interessata aveva accolto con giubilo, non senza affibbiare immediatamente alla cosa significato politico. «Mi piacerebbe prendermi sulle spalle questa responsabilità, davvero», erano state infatti le parole dell'atleta, che aveva tenuto subito a ribadir la sua identità multiculturale: «Io, di colore, italiana e la bandiera. L'ignoranza e certe cose del passato hanno bisogno di un taglio netto. Sono pronta. Facciamola, bum, questa rivoluzione!». La «rivoluzione» contro «l'ignoranza» era stata però stoppata da un cavillo. Tradizione vuole infatti che i portabandiera siano gente reduce da vittorie olimpiche, requisito di cui la pur talentuosa schiacciatrice del 1998, nata a Cittadella da genitori di nazionalità nigeriana, è priva. Non a caso il tricolore sarà portato da Jessica Rossi, oro nel tiro al volo nel 2012, ed Elia Viviani, oro nel ciclismo su pista nel 2016. Tuttavia, siccome la «rivoluzione» di Egonu era troppo bella per esser rinviata - specie dopo che la nazionale di Roberto Mancini ha osato trionfare agli Europei di calcio senza neppure un giocatore di colore - ecco che quel che era uscito dalla porta è rientrato dalla finestra. Finestra si fa per dire dato che Egonu sarà in pole position addirittura all'apertura delle olimpiadi. A dare la notizia alla pallavolista ci ha pensato il presidente del Coni, Giovanni Malagò. Informata dall'onore che le sarà concesso venerdì prossimo, Egonu non ha trattenuto lacrime d'emozione. «Sono molto onorata per l'incarico che mi è stato dato a far parte del Cio per portare la bandiera olimpica», è stato il suo commento. «Mi ritrovo a rappresentare gli atleti di tutto il mondo», ha aggiunto, «ed è una grossa responsabilità: attraverso me esprimerò e sfilerò per ogni atleta di questo pianeta». Dunque la «rivoluzione» che rischiava di saltare per ragioni di protocollo non solo avrà luogo, ma avrà più visibilità che mai. Beninteso, Paola Egonu è atleta di prima grandezza, e non solo per il suo metro e 93 di statura: ancora nel 2015 era nella nazionale under 18 vincitrice della medaglia d'oro al campionato mondiale, ove si aggiudicò pure il premio Mpv, che sta per Most valuable player. Suo pure il record, pari a 47 punti, di una giocatrice in una singola partita di serie A1. Sul valore della stella dell'Imoco Volley, insomma, non si discute. Ciò tuttavia non attenua l'impressione che aver scelto come portabandiera olimpica la Egonu - che non è certo la sola azzurra di carnagione non bianca, si pensi a Yeman Crippa, nostro mezzofondista che macina record su record - abbia riflessi politici. «Tricolore, nera e arcobaleno», titolava infatti ieri Open, sottolineando che, oltre al colore della pelle, a caratterizzare l'atleta c'è pure l'identità gender fluid. «Mi ero innamorata di una collega», aveva infatti spiegato tempo fa la pallavolista al Corriere della Sera, «ma non significa che non potrei innamorami di un ragazzo, o di un'altra donna». La sensazione che Egonu sia stata scelta come emblema d'una più ampia «rivoluzione» poggia pure su altri elementi. Per esempio, lo scorso anno è stata chiamata a doppiare la voce di un personaggio nel film d'animazione Soul di Disney e Pixar, e ad aprile la rivista Forbes l'ha inclusa nientemeno che tra gli under 30 più influenti d'Europa. Nessuno dunque discute i numeri della Egonu, ma è indubbio che ci si stia industriando per farne un personaggio. Lavori in corso.
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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