True
2021-07-21
Bullismo a scoppio ritardato. Cacciato compositore delle Olimpiadi
Il compositore Cornelius, al secolo Keigo Oyamada (Getty Images)
Persino il Sol Levante diventa calante al cospetto delle diatribe sul politicamente corretto, soltanto l'ultimo dei guai che attanagliano le Olimpiadi di Tokyo 2020, nate sotto una cattiva stella, allestite nell'incertezza e oggi, a due giorni dall'inaugurazione - si dovrebbe cominciare venerdì 23 luglio - addirittura a rischio cancellazione per gli alti numeri da Covid-19 e un'opinione pubblica diffidente nei confronti della riuscita della manifestazione. Ma procediamo con ordine.
L'ultima mazzata reputazionale all'evento nipponico l'hanno data i social, che hanno chiesto a gran voce la cancellazione di una canzone inclusa nello show inaugurale, 4 minuti di musica elettro-pop composta da un membro dello staff creativo. L'artista in questione si chiama Cornelius, al secolo Keigo Oyamada, cinquantaduenne polistrumentista, dj e produttore tra i più popolari in Giappone. A leggere la notizia, si potrebbe ipotizzare che il suo pezzo fosse inascoltabile, magari frutto di qualche plagio, cose così. Invece la radiazione di Oyamada ha radici nel suo passato di adolescente turbolento. Qualcuno ha scartabellato nella vita del personaggio, capello corvino a caschetto, aria tormentata da esistenzialista, precursore dello stile musicale Shibuya-kei - di gran rilevanza sulla scena internazionale fin dalla fine degli anni Novanta - individuando un episodio non proprio lusinghiero, risalente a circa 40 anni fa.
Oyamada, da liceale, avrebbe maltrattato un compagno disabile sottoponendolo a scherzi da caserma, costringendo il malcapitato, pare, a mangiare le proprie feci, a masturbarsi di fronte ai compagni e legandolo a una sedia mentre gli gettava sulla testa polvere di gesso. La vicenda, non certo commendevole per la biografia del musicista, è ascrivibile a un episodio di ijime, fenomeno sociale giapponese più o meno assimilabile al bullismo scolastico d'occidente. A nulla sono valse le scuse dell'artista: «Mi pento dal profondo del cuore per aver suscitato ricordi dolorosi in molti. Ho rassegnato le mie dimissioni. Voglio riflettere sul mio comportamento e i miei pensieri. Con dolore ho capito che accettare di partecipare all'ideazione della colonna sonora olimpica sarebbe stata una mancanza di rispetto verso molte persone». La pressione degli utenti sui social ha convinto il comitato organizzativo a cacciare Oyamada e a cancellarne la canzone.
Riproponendo una disputa assai attuale, quella sul green pass, in questo caso non il salvacondotto per i vaccinati dal covid, ma il lasciapassare etico capace di decidere della carriera e del futuro di chiunque, persino su episodi molto lontani nel tempo. Al netto della gravità del fatto specifico, è la riproposizione in salsa olimpica delle sovrapposizioni dogmatiche care a un certo pensiero ultraliberal: o la vita privata di un personaggio pubblico è immacolata e rispetta determinati standard di livellamento linguistico e comportamentale, o gli verrà preclusa ogni possibilità di carriera, in barba al talento, alla contingenza, alla propria autosufficienza morale. Ma la girandola di dimissioni olimpiche non finisce qui.
Qualche giorno prima è toccato a Yoshiro Mori, presidente del comitato olimpico, a essere messo nelle condizioni di andarsene. Durante una riunione sul web, gli sarebbe scappato un commento impertinente sulle colleghe femmine. Mori avrebbe detto che «parlano troppo», scavandosi la fossa professionale. Stessa sorte è toccata a Hiroshi Sasaki, direttore creativo di Tokyo 2020: avrebbe proposto a Naomi Watanabe, attrice comica molto nota in patria e dalla corporatura non accostabile a una silfide, di esibirsi durante lo spettacolo inaugurale indossando orecchie da porcellina, aggiungendo commenti poco cortesi sulla massa ponderale della ragazza al cospetto della bilancia. «In occasione delle Olimpiadi, potresti esibirti come Olympig», avrebbe detto, giocando sul termine «pig», che significa porcello, appunto.
Un caso classico di body shaming, letteralmente «derisione del corpo», che ha innescato un prevedibile vespaio. Fino alla beffa definitiva. Le Olimpiadi potrebbero addirittura saltare a causa del covid. «Ci siamo riuniti, ripromettendoci di monitorare la situazione» - ha annunciato il presidente del comitato organizzativo Toshiro Muto rispondendo a chi gli chiedeva se fosse ipotizzabile una cancellazione o un ulteriore rinvio. «Non possiamo prevedere che cosa accadrà con i casi di coronavirus, ma se l'infezione si dovesse diffondere ulteriormente, dovremo consultarci ancora». Forse non è un caso che l'accorta dirigenza Toyota, potentissimo marchio nazionale, abbia ritirato i propri video promozionali dalla manifestazione. Considerati gli auspici non certo tonitruanti, potrebbe non avere del tutto torto.
La schiacciata buonista va a segno. Alla fine la Egonu sarà portabandiera
Portabandiera doveva essere e portabandiera sarà: ma non del tricolore, bensì del vessillo olimpico. Qualcuno dirà che alla pallavolista Paola Egonu - che sarà una degli atleti a reggere la bandiera coi cinque cerchi alla cerimonia d'apertura di Tokyo 2020 - sia quindi andata meglio del previsto. Già, perché i rumors di metà maggio la indicavano come portabandiera dell'Italia, ipotesi che la diretta interessata aveva accolto con giubilo, non senza affibbiare immediatamente alla cosa significato politico.
«Mi piacerebbe prendermi sulle spalle questa responsabilità, davvero», erano state infatti le parole dell'atleta, che aveva tenuto subito a ribadir la sua identità multiculturale: «Io, di colore, italiana e la bandiera. L'ignoranza e certe cose del passato hanno bisogno di un taglio netto. Sono pronta. Facciamola, bum, questa rivoluzione!».
La «rivoluzione» contro «l'ignoranza» era stata però stoppata da un cavillo. Tradizione vuole infatti che i portabandiera siano gente reduce da vittorie olimpiche, requisito di cui la pur talentuosa schiacciatrice del 1998, nata a Cittadella da genitori di nazionalità nigeriana, è priva. Non a caso il tricolore sarà portato da Jessica Rossi, oro nel tiro al volo nel 2012, ed Elia Viviani, oro nel ciclismo su pista nel 2016.
Tuttavia, siccome la «rivoluzione» di Egonu era troppo bella per esser rinviata - specie dopo che la nazionale di Roberto Mancini ha osato trionfare agli Europei di calcio senza neppure un giocatore di colore - ecco che quel che era uscito dalla porta è rientrato dalla finestra. Finestra si fa per dire dato che Egonu sarà in pole position addirittura all'apertura delle olimpiadi.
A dare la notizia alla pallavolista ci ha pensato il presidente del Coni, Giovanni Malagò. Informata dall'onore che le sarà concesso venerdì prossimo, Egonu non ha trattenuto lacrime d'emozione. «Sono molto onorata per l'incarico che mi è stato dato a far parte del Cio per portare la bandiera olimpica», è stato il suo commento. «Mi ritrovo a rappresentare gli atleti di tutto il mondo», ha aggiunto, «ed è una grossa responsabilità: attraverso me esprimerò e sfilerò per ogni atleta di questo pianeta». Dunque la «rivoluzione» che rischiava di saltare per ragioni di protocollo non solo avrà luogo, ma avrà più visibilità che mai.
Beninteso, Paola Egonu è atleta di prima grandezza, e non solo per il suo metro e 93 di statura: ancora nel 2015 era nella nazionale under 18 vincitrice della medaglia d'oro al campionato mondiale, ove si aggiudicò pure il premio Mpv, che sta per Most valuable player. Suo pure il record, pari a 47 punti, di una giocatrice in una singola partita di serie A1. Sul valore della stella dell'Imoco Volley, insomma, non si discute. Ciò tuttavia non attenua l'impressione che aver scelto come portabandiera olimpica la Egonu - che non è certo la sola azzurra di carnagione non bianca, si pensi a Yeman Crippa, nostro mezzofondista che macina record su record - abbia riflessi politici.
«Tricolore, nera e arcobaleno», titolava infatti ieri Open, sottolineando che, oltre al colore della pelle, a caratterizzare l'atleta c'è pure l'identità gender fluid. «Mi ero innamorata di una collega», aveva infatti spiegato tempo fa la pallavolista al Corriere della Sera, «ma non significa che non potrei innamorami di un ragazzo, o di un'altra donna». La sensazione che Egonu sia stata scelta come emblema d'una più ampia «rivoluzione» poggia pure su altri elementi.
Per esempio, lo scorso anno è stata chiamata a doppiare la voce di un personaggio nel film d'animazione Soul di Disney e Pixar, e ad aprile la rivista Forbes l'ha inclusa nientemeno che tra gli under 30 più influenti d'Europa. Nessuno dunque discute i numeri della Egonu, ma è indubbio che ci si stia industriando per farne un personaggio. Lavori in corso.
Continua a leggereRiduci
Cornelius paga le vessazioni a un compagno più di 30 anni fa. Si allunga la lista di big fatti fuori dal tribunale della morale.La pallavolista gender fluid Paola Egonu porterà il vessillo del Cio all'inaugurazione dell'evento.Lo speciale contiene due articoli.Persino il Sol Levante diventa calante al cospetto delle diatribe sul politicamente corretto, soltanto l'ultimo dei guai che attanagliano le Olimpiadi di Tokyo 2020, nate sotto una cattiva stella, allestite nell'incertezza e oggi, a due giorni dall'inaugurazione - si dovrebbe cominciare venerdì 23 luglio - addirittura a rischio cancellazione per gli alti numeri da Covid-19 e un'opinione pubblica diffidente nei confronti della riuscita della manifestazione. Ma procediamo con ordine. L'ultima mazzata reputazionale all'evento nipponico l'hanno data i social, che hanno chiesto a gran voce la cancellazione di una canzone inclusa nello show inaugurale, 4 minuti di musica elettro-pop composta da un membro dello staff creativo. L'artista in questione si chiama Cornelius, al secolo Keigo Oyamada, cinquantaduenne polistrumentista, dj e produttore tra i più popolari in Giappone. A leggere la notizia, si potrebbe ipotizzare che il suo pezzo fosse inascoltabile, magari frutto di qualche plagio, cose così. Invece la radiazione di Oyamada ha radici nel suo passato di adolescente turbolento. Qualcuno ha scartabellato nella vita del personaggio, capello corvino a caschetto, aria tormentata da esistenzialista, precursore dello stile musicale Shibuya-kei - di gran rilevanza sulla scena internazionale fin dalla fine degli anni Novanta - individuando un episodio non proprio lusinghiero, risalente a circa 40 anni fa. Oyamada, da liceale, avrebbe maltrattato un compagno disabile sottoponendolo a scherzi da caserma, costringendo il malcapitato, pare, a mangiare le proprie feci, a masturbarsi di fronte ai compagni e legandolo a una sedia mentre gli gettava sulla testa polvere di gesso. La vicenda, non certo commendevole per la biografia del musicista, è ascrivibile a un episodio di ijime, fenomeno sociale giapponese più o meno assimilabile al bullismo scolastico d'occidente. A nulla sono valse le scuse dell'artista: «Mi pento dal profondo del cuore per aver suscitato ricordi dolorosi in molti. Ho rassegnato le mie dimissioni. Voglio riflettere sul mio comportamento e i miei pensieri. Con dolore ho capito che accettare di partecipare all'ideazione della colonna sonora olimpica sarebbe stata una mancanza di rispetto verso molte persone». La pressione degli utenti sui social ha convinto il comitato organizzativo a cacciare Oyamada e a cancellarne la canzone. Riproponendo una disputa assai attuale, quella sul green pass, in questo caso non il salvacondotto per i vaccinati dal covid, ma il lasciapassare etico capace di decidere della carriera e del futuro di chiunque, persino su episodi molto lontani nel tempo. Al netto della gravità del fatto specifico, è la riproposizione in salsa olimpica delle sovrapposizioni dogmatiche care a un certo pensiero ultraliberal: o la vita privata di un personaggio pubblico è immacolata e rispetta determinati standard di livellamento linguistico e comportamentale, o gli verrà preclusa ogni possibilità di carriera, in barba al talento, alla contingenza, alla propria autosufficienza morale. Ma la girandola di dimissioni olimpiche non finisce qui. Qualche giorno prima è toccato a Yoshiro Mori, presidente del comitato olimpico, a essere messo nelle condizioni di andarsene. Durante una riunione sul web, gli sarebbe scappato un commento impertinente sulle colleghe femmine. Mori avrebbe detto che «parlano troppo», scavandosi la fossa professionale. Stessa sorte è toccata a Hiroshi Sasaki, direttore creativo di Tokyo 2020: avrebbe proposto a Naomi Watanabe, attrice comica molto nota in patria e dalla corporatura non accostabile a una silfide, di esibirsi durante lo spettacolo inaugurale indossando orecchie da porcellina, aggiungendo commenti poco cortesi sulla massa ponderale della ragazza al cospetto della bilancia. «In occasione delle Olimpiadi, potresti esibirti come Olympig», avrebbe detto, giocando sul termine «pig», che significa porcello, appunto. Un caso classico di body shaming, letteralmente «derisione del corpo», che ha innescato un prevedibile vespaio. Fino alla beffa definitiva. Le Olimpiadi potrebbero addirittura saltare a causa del covid. «Ci siamo riuniti, ripromettendoci di monitorare la situazione» - ha annunciato il presidente del comitato organizzativo Toshiro Muto rispondendo a chi gli chiedeva se fosse ipotizzabile una cancellazione o un ulteriore rinvio. «Non possiamo prevedere che cosa accadrà con i casi di coronavirus, ma se l'infezione si dovesse diffondere ulteriormente, dovremo consultarci ancora». Forse non è un caso che l'accorta dirigenza Toyota, potentissimo marchio nazionale, abbia ritirato i propri video promozionali dalla manifestazione. Considerati gli auspici non certo tonitruanti, potrebbe non avere del tutto torto.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/tokyo-olimpiadi-cornelius-egonu-2653877230.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="la-schiacciata-buonista-va-a-segno-alla-fine-la-egonu-sara-portabandiera" data-post-id="2653877230" data-published-at="1626859739" data-use-pagination="False"> La schiacciata buonista va a segno. Alla fine la Egonu sarà portabandiera Portabandiera doveva essere e portabandiera sarà: ma non del tricolore, bensì del vessillo olimpico. Qualcuno dirà che alla pallavolista Paola Egonu - che sarà una degli atleti a reggere la bandiera coi cinque cerchi alla cerimonia d'apertura di Tokyo 2020 - sia quindi andata meglio del previsto. Già, perché i rumors di metà maggio la indicavano come portabandiera dell'Italia, ipotesi che la diretta interessata aveva accolto con giubilo, non senza affibbiare immediatamente alla cosa significato politico. «Mi piacerebbe prendermi sulle spalle questa responsabilità, davvero», erano state infatti le parole dell'atleta, che aveva tenuto subito a ribadir la sua identità multiculturale: «Io, di colore, italiana e la bandiera. L'ignoranza e certe cose del passato hanno bisogno di un taglio netto. Sono pronta. Facciamola, bum, questa rivoluzione!». La «rivoluzione» contro «l'ignoranza» era stata però stoppata da un cavillo. Tradizione vuole infatti che i portabandiera siano gente reduce da vittorie olimpiche, requisito di cui la pur talentuosa schiacciatrice del 1998, nata a Cittadella da genitori di nazionalità nigeriana, è priva. Non a caso il tricolore sarà portato da Jessica Rossi, oro nel tiro al volo nel 2012, ed Elia Viviani, oro nel ciclismo su pista nel 2016. Tuttavia, siccome la «rivoluzione» di Egonu era troppo bella per esser rinviata - specie dopo che la nazionale di Roberto Mancini ha osato trionfare agli Europei di calcio senza neppure un giocatore di colore - ecco che quel che era uscito dalla porta è rientrato dalla finestra. Finestra si fa per dire dato che Egonu sarà in pole position addirittura all'apertura delle olimpiadi. A dare la notizia alla pallavolista ci ha pensato il presidente del Coni, Giovanni Malagò. Informata dall'onore che le sarà concesso venerdì prossimo, Egonu non ha trattenuto lacrime d'emozione. «Sono molto onorata per l'incarico che mi è stato dato a far parte del Cio per portare la bandiera olimpica», è stato il suo commento. «Mi ritrovo a rappresentare gli atleti di tutto il mondo», ha aggiunto, «ed è una grossa responsabilità: attraverso me esprimerò e sfilerò per ogni atleta di questo pianeta». Dunque la «rivoluzione» che rischiava di saltare per ragioni di protocollo non solo avrà luogo, ma avrà più visibilità che mai. Beninteso, Paola Egonu è atleta di prima grandezza, e non solo per il suo metro e 93 di statura: ancora nel 2015 era nella nazionale under 18 vincitrice della medaglia d'oro al campionato mondiale, ove si aggiudicò pure il premio Mpv, che sta per Most valuable player. Suo pure il record, pari a 47 punti, di una giocatrice in una singola partita di serie A1. Sul valore della stella dell'Imoco Volley, insomma, non si discute. Ciò tuttavia non attenua l'impressione che aver scelto come portabandiera olimpica la Egonu - che non è certo la sola azzurra di carnagione non bianca, si pensi a Yeman Crippa, nostro mezzofondista che macina record su record - abbia riflessi politici. «Tricolore, nera e arcobaleno», titolava infatti ieri Open, sottolineando che, oltre al colore della pelle, a caratterizzare l'atleta c'è pure l'identità gender fluid. «Mi ero innamorata di una collega», aveva infatti spiegato tempo fa la pallavolista al Corriere della Sera, «ma non significa che non potrei innamorami di un ragazzo, o di un'altra donna». La sensazione che Egonu sia stata scelta come emblema d'una più ampia «rivoluzione» poggia pure su altri elementi. Per esempio, lo scorso anno è stata chiamata a doppiare la voce di un personaggio nel film d'animazione Soul di Disney e Pixar, e ad aprile la rivista Forbes l'ha inclusa nientemeno che tra gli under 30 più influenti d'Europa. Nessuno dunque discute i numeri della Egonu, ma è indubbio che ci si stia industriando per farne un personaggio. Lavori in corso.
Avamposto italiano sul Coni Zugna nel maggio 1916 (Getty Images)
Sul fronte alpino è il secondo anno della Grande Guerra, che da offensiva è ormai mutata in guerra di posizione, con gli italiani concentrati nei tentativi di avanzata sul fronte dell’Isonzo. Gli austro-ungarici invece, forti delle vittorie in Serbia, nutrivano allora l’idea di dare una spallata al nemico attaccando sul fronte trentino per irrompere nella pianura veneta, con l’intenzione di prendere alle spalle il grosso degli italiani schierati sul fronte isontino.
L’azione avrebbe anche avuto, qualora vincente, di alleggerire le pressioni che l’Austria subiva anche sul fronte orientale. Fin dal dicembre 1915 gli austriaci organizzarono le forze, nonostante i non trascurabili problemi logistici che sia il logoramento del primo anno di guerra che le difficoltà di richiamare truppe da altri fronti comportavano. D’altra parte, i comandi supremi italiani trascurarono il pericolo di un attacco dal fronte trentino, considerato sicuro e non prioritario per l’asperità del terreno.
Luigi Cadorna, comandante supremo delle forze armate italiane, fu tra i più convinti sostenitori di questa prospettiva, che si rivelerà fallace. Il settore era allora comandato dal generale Roberto Brusati, che disattendendo alle direttive di Cadorna sul mantenimento di un atteggiamento difensivo sul settore trentino, rispose con una serie di attacchi alle posizioni austriache, allungando troppo la linea del fronte e rendendola più vulnerabile. Neppure le informazioni ricevute dall’ufficio informativo dell’Esercito fecero cambiare idea ai comandi italiani, che pur sapevano di una forte concentrazione di truppe nel Tirolo meridionale. Da parte austriaca, l’offensiva avrebbe dovuto già scattare nell’aprile 1916 ma le condizioni climatiche avverse che portarono a abbondanti nevicate primaverili ritardarono l’azione. Nei primi giorni di maggio del 1916, i piani del generale Franz Conrad von Hötzendorf videro lo schieramento di circa 300.000 uomini e 2.000 pezzi di artiglieria. Una forza molto superiore a quella italiana pronta all’azione tra i rilievi di Folgaria, Lavarone e Vezzena. A difendere le postazioni erano circa 150.000 soldati italiani, con un rapporto di forze di circa 2:1. Cadorna realizzò tardivamente l’incombere dell’attacco e licenziò Brusati per sostituirlo con il generale Pecori-Giraldi l’8 maggio.
Nonostante gli sforzi di quest’ultimo per consolidare la difesa richiamando forze dal fronte isontino, il 15 maggio gli austriaci aprirono le ostilità con un pesantissimo fuoco di artiglieria che precedette l’attacco dell’11ª armata sulla direttrice Folgaria-Lavarone. Due giorni più tardi caddero le linee di Posina e Arsiero, mentre sul monte Pasubio iniziò la battaglia degli Alpini, entrata in seguito nella memoria collettiva come una delle più dure di tutta la Grande Guerra. Le unità imperiali della 11ª Armata cercarono subito di sfondare lungo le direttrici della Val Posina e della Val d’Astico, puntando a isolare le difese del massiccio. Gli Alpini italiani, già presenti sulle quote alte, subirono l’urto iniziale ma mantennero il controllo delle creste principali, unico punto del fronte che non cedette all’attacco nemico per tutta la durata dell’offensiva di primavera.
Anche sul Coni Zugna gli italiani resistettero a lungo, così come i Granatieri di Sardegna sul monte Cengio, sacrificati fino all’estremo. La Val d’Astico e la Val Posina invece, furono il punto debole per le difese italiane: gli austriaci trovarono un varco che permetteva l’aggiramento a valle del Pasubio e del Cengio, penetrando in profondità verso l’altipiano di Asiago alla fine del mese di maggio del 1916. Il 28 maggio entrarono nella cittadina di Asiago, già evacuata dai civili alcuni giorni prima: la pianura veneta era ormai a poca distanza. Tuttavia gli austriaci avevano speso molto nell’offensiva, che mostrava serie difficoltà nella logistica. Nel frattempo Pecori-Giraldi era riuscito a riorganizzare le difese in pianura, con la rapida costituzione della nuova 5ª Armata di circa 180.000 uomini che riuscirono a difendere in extremis la via della pianura.
Fu tuttavia decisivo per le sorti del fronte trentino quanto avvenuto negli stessi giorni sul fronte orientale quando il generale russo Aleksej Alekseevič Brusilov sferrò un’offensiva violentissima su un fronte di 500 chilometri lungo il confine tra Ucraina e Bielorussia, costringendo gli austriaci a ridurre l’impegno sul fronte italiano. La pianura veneta era salva. Lo sarebbe stata per poco più di un anno, prima di essere violata dopo la ritirata italiana di Caporetto.
Continua a leggereRiduci
il ministro degli Esteri cinese Wang Yi mentre conversa con il primo ministro thailandese Anutin Charnvirakul durante un incontro presso la Casa del Governo a Bangkok (Ansa)
Bangkok e Pechino rafforzano il partenariato strategico con nuovi accordi su tecnologia, green ed economia. La Cina consolida la sua influenza nel Sudest asiatico approfittando delle tensioni commerciali con gli Stati Uniti e delle incertezze globali.
La Tailandia guarda sempre più alla Cina. A fine aprile, il ministro degli Esteri di Bangkok, Sihasak Phuangketkeow, si è incontrato con l’omologo di Pechino, Wang Yi.
Nell’occasione, stando a quanto riferito da Agenzia Nova, «le parti hanno riaffermato il loro impegno a rafforzare il partenariato strategico globale di cooperazione tra i due Paesi e hanno concordato di svolgere un ruolo attivo nella promozione della pace, della stabilità e dello sviluppo regionale».
Non solo. I due ministri hanno anche stabilito di redigere il prossimo Piano d'azione congiunto sulla Cooperazione Strategica, che riguarderà soprattutto tecnologia, green e auto elettrica. Inoltre, secondo una nota di Pechino, Phuangketkeow ha detto che «la Thailandia apprezza molto le quattro principali iniziative globali proposte dal presidente Xi Jinping ed è disposta a rafforzare il coordinamento multilaterale con la Cina per contribuire con la saggezza asiatica alla pace e allo sviluppo mondiale».
Come sottolineato da Deutsche Welle, la linea che il Dragone sta tenendo con Bangkok va ad inserirsi nella più ampia strategia che la Repubblica popolare ha messo in piedi per quanto riguarda il Sudest Asiatico. Xi Jinping spera di far leva sulle tensioni commerciali di Washington con l’area per presentare ai Paesi della regione la Cina come un fattore di stabilità sia sul piano geopolitico che commerciale. Non a caso, oltre a recarsi in Thailandia, Wang Yi ha visitato anche la Cambogia e il Myanmar. Del resto, oltre al nodo dei dazi statunitensi, secondo Deutsche Welle, il Sudest asiatico è preoccupato per gli impatti della crisi iraniana sul costo dell’energia e, più in generale, sul costo della vita. È quindi proprio facendo leva su questi fattori che Pechino spera di arginare l’influenza economica e geopolitica statunitense in loco.
È del resto significativo che, secondo il Washington Post, Phuangketkeow si sia lamentato dello scarso aiuto americano arrivato a Bangkok nel corso dell’attuale crisi iraniana. «Non si sono fatti avanti per parlarci di come possono aiutarci. Non ci hanno contattato direttamente dicendo: "Capiamo che dobbiate sopportare le conseguenze e possiamo darvi una mano"», ha dichiarato, riferendosi agli statunitensi. «Non vogliamo condannare direttamente gli Stati Uniti. Ma questa è una situazione che non avrebbe dovuto iniziare», ha aggiunto. Questo poi non significa che il Sudest asiatico passerà in blocco con Pechino. È infatti piuttosto probabile che continuerà ad adottare la strategia del pendolo tra Usa e Cina. Tuttavia, il Dragone ha trovato margine di manovra. Ed è intenzionato a usarlo.
Continua a leggereRiduci
Una clean room per la produzione di semiconduttori: senza elio, questi impianti rischiano rallentamenti o stop (iStock)
Dal Medio Oriente alla Russia, lo shock sull’elio toglie dal mercato oltre il 40% dell’offerta globale. Un gas cruciale per semiconduttori e risonanze magnetiche: rischio rallentamenti per l’IA, meno chip e possibili ricadute dirette su diagnosi e cure.
Quando si parla di elio il pensiero va subito ai palloncini delle feste di compleanno e alle comiche modifiche alla voce che comporta la sua aspirazione. Eppure, l’impiego di questo gas nobile travalica festeggiamenti e giochi scherzosi, trovando un utilizzo vitale in settori importantissimi come quello dell’intelligenza artificiale e l’ingegneria biomedica.
L’approvvigionamento di questo gas sta diventando sempre più difficile, con oltre il 40% della produzione mondiale che è stata improvvisamente tolta dal mercato. Può sembrare cosa da poco, tuttavia senza elio non è possibile fabbricare i semiconduttori alla base dei calcoli matematici fatti dai software di intelligenza artificiale, di fatto rendendo inutili gli stessi. Medesima cosa vale per gli scanner MRI (usati nelle risonanze magnetiche) e varie altre apparecchiature mediche, che richiedono grandi quantità di elio per il loro funzionamento.
Il principale responsabile è la guerra in Medio Oriente; dallo Stretto di Hormuz passavano infatti le esportazioni di elio del Qatar, secondo produttore mondiale (33,16% dell’elio globale, dati USGS 2025) dietro solamente agli Stati Uniti. La chiusura dello Stretto e il bombardamento iraniano dell’impianto di Ras Laffan hanno azzerato le esportazioni. A questo shock si è sommata l’imposizione di restrizioni all’export da parte della Russia, la terza produttrice mondiale (9,47% delle forniture), con il suo elio che potrà essere venduto solo ai Paesi dell’Unione Economica Eurasiatica e agli alleati di Mosca. In altre parole, il 42,6% dell’elio non è più sul mercato.
Le carenze sono dunque una realtà imminente, con ripercussioni profonde e sistemiche che si estendono ben oltre il mero aumento dei costi. L'industria dei semiconduttori, in particolare, si trova ad affrontare una sfida senza precedenti. L'elio è un elemento insostituibile in diverse fasi cruciali della produzione di chip, agendo come refrigerante essenziale per mantenere temperature estremamente basse durante processi delicati come la litografia e la deposizione di film sottili. La sua elevata conduttività termica permette infatti un raffreddamento ultra-veloce dei wafer di silicio, fondamentale per prevenire danni e garantire la precisione richiesta nella fabbricazione di chip sempre più piccoli e complessi.
Inoltre, l'elio svolge un ruolo vitale nell'incisione al plasma (cosiddetta «plasma etching»), un processo chiave per scolpire i circuiti sui wafer. Qui, l'elio non solo aiuta a controllare la temperatura, ma agisce anche come gas diluente, stabilizzando la densità del plasma e assicurando un'incisione uniforme e accurata. Senza un approvvigionamento costante e affidabile di elio, la produzione di semiconduttori avanzati, soprattutto quelli a nodi tecnologici più piccoli utilizzati per i software di IA, diventa estremamente difficile, se non impossibile. Le fabbriche di chip, che operano con margini di tolleranza minimi, non possono permettersi interruzioni o variazioni nella qualità dei materiali. La conseguenza diretta è un rallentamento della produzione, un aumento dei costi operativi e, in caso di carenze continuate, una riduzione dell'offerta globale di chip.
Meno chip, meno schede grafiche, meno potenza di calcolo. L'economia dell'IA è infatti intrinsecamente legata alla disponibilità di hardware potente, in particolare le Unità di Elaborazione Grafica (GPU) e i chip di memoria ad alta larghezza di banda (HBM), che sono il cuore pulsante dei data center e dei sistemi di calcolo avanzati. La produzione di questi componenti, già di per sé complessa, è ora ulteriormente minacciata dalla carenza di elio. Un collo di bottiglia di tale portata nella catena di approvvigionamento dell'elio si traduce in un rallentamento nella produzione di GPU e HBM, frenando l'innovazione nel campo dell'IA.
Ma le ripercussioni si estendono anche al settore medico, dove l'elio è un componente critico per il funzionamento degli scanner di Risonanza Magnetica (MRI). Questi dispositivi si basano infatti su magneti superconduttori che devono essere mantenuti a temperature criogeniche, ovvero prossime allo zero assoluto (-269°C), un compito che solo l'elio liquido può svolgere efficacemente. Senza un adeguato rifornimento di elio, i magneti non possono mantenere la superconduttività, portando quindi allo «spegnimento» del macchinario e rendendolo di fatto inutilizzabile.
Le conseguenze cliniche di una prolungata carenza di elio sono autoevidenti: ritardi nelle diagnosi, razionamento degli esami MRI e un inevitabile aumento dei costi sanitari, poiché le strutture mediche faticano a reperire il gas o a sostenere i prezzi crescenti. Insomma, quello che è sempre sembrato un gas utile per scherzi e feste si rivela invece una delle fondamenta invisibili della civiltà moderna, con la sua scarsità che rischia di incrinare contemporaneamente i pilastri della salute e del progresso tecnologico.
Continua a leggereRiduci