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2025-01-06
Un tesoro di fosfati fa litigare il Sahara: in palio c’è il futuro dell’energia mondiale
il presidente della Repubblica Araba Saharawi Democratica, Brahim Ghali (Getty Images)
Il Fronte Polisario, che lotta con metodi violenti per l’indipendenza del Sahara occidentale, ha avvertito che potrebbe intensificare gli attacchi militari, mentre il Marocco cerca di consolidare il controllo del territorio conteso, rafforzato dal sostegno di Stati Uniti e Francia. Nel 2024 il Fronte Polisario, secondo quanto afferma, ha compiuto oltre 3.700 attacchi contro più di 60 obiettivi marocchini nel Sahara Occidentale. Il Sahara Occidentale, situato nel Nordovest dell’Africa, è oggetto di disputa da parte del popolo saharawi sin dal 1966, quando l’Onu chiese alla Spagna, allora potenza coloniale, di organizzare un referendum per garantire il diritto all’autodeterminazione della popolazione locale. Tuttavia, con gli Accordi di Madrid del 1975, la Spagna trasferì il controllo del territorio al Marocco e alla Mauritania, provocando un vasto esodo di rifugiati saharawi verso l’Algeria. Da allora, il Marocco accusa l’Algeria di appoggiare il Fronte Polisario, che combatte per l’indipendenza del Sahara Occidentale, mentre l’Algeria sostiene che il Marocco, insieme a Israele, favorisca movimenti separatisti come il Mak nella regione cabila.
Il riconoscimento storico del dominio marocchino, avviato durante l’amministrazione Trump, sta spingendo Rabat a potenziare i progetti in ambiti come l’energia verde, il turismo e le infrastrutture, considerandoli parte integrante del regno. Tuttavia, il Fronte Polisario, sostenuto dall’Algeria, continua a opporsi con fermezza, alimentando un conflitto di bassa intensità riaccesosi nel 2020. Mohamed Liman Ali, ambasciatore in Kenya per la Repubblica saharawi, come il Polisario e altri chiamano questo territorio, ha affermato che «il continuo sostegno di Parigi e una seconda presidenza Trump non faranno altro che incoraggiare il Marocco e non lasceranno al popolo saharawi altra scelta che intensificare la propria lotta armata per l’autodeterminazione e l’indipendenza». Il Sahara occidentale, una fascia di costa atlantica e deserto ricca di minerali, più grande della Gran Bretagna, è stato duramente conteso sin dalla sua annessione da parte del Marocco nel 1975, quando l’ex sovrano coloniale spagnolo si ritirò. Una guerra che ne seguì, che contrappose le forze marocchine al Polisario, causò circa 9.000 vittime fino a una tregua mediata dalle Nazioni Unite nel 1991. Gli Stati Uniti, come accennato, hanno riconosciuto la sovranità del Marocco sul Sahara occidentale negli ultimi mesi del primo mandato di Trump, in un accordo che ha visto la nazione nordafricana ripristinare e rafforzare i legami diplomatici con Israele. La Spagna ha fatto un passo simile nel 2022 e la Francia ha seguito l’esempio quest’estate. Ciò ha irritato il vicino e rivale di lunga data Algeria, dove circa 170.000 saharawi vivono nei campi profughi. Da quando l’Algeria ha tagliato i rapporti con il Marocco nel 2021, i due Paesi sono riusciti a evitare lo scontro armato nonostante diversi incidenti nel Sahara occidentale che avrebbero potuto portare a un’escalation, ma non è detto che la situazione rimanga tale. Secondo un rapporto del 29 novembre dell’International crisis group, esiste il rischio concreto che scoppi un conflitto tra Marocco e Algeria per il territorio conteso: « Finora, l’autocontrollo reciproco e la diplomazia statunitense hanno mantenuto la pace tra i vicini, ma le ostilità nel Sahara occidentale, la disinformazione online, una corsa agli armamenti bilaterale e l’avvento dell’amministrazione del presidente eletto Donald Trump sono tutti rischi».
Dopo il fallimento del cessate il fuoco avvenuto quattro anni fa, il Polisario continua a rilasciare dichiarazioni riguardanti presunti attacchi contro le forze marocchine posizionate lungo il cosiddetto «muro della vergogna», un imponente terrapieno di sabbia costruito dal Marocco per difendere l’80% del Sahara occidentale sotto il suo controllo. Tuttavia, il Marocco non divulga informazioni sulle operazioni militari nella regione, rendendo impossibile verificare le affermazioni del Polisario relative a presunti attacchi letali contro le truppe marocchine.
Le tensioni tra Marocco e Algeria sono ulteriormente aggravate dall’intervento di potenze globali. La Russia ha tradizionalmente sostenuto l’Algeria, mentre il Marocco ha rafforzato i legami con gli Stati Uniti, come dimostrato dagli Accordi di Abramo del 2020, attraverso i quali gli Stati Uniti hanno riconosciuto la sovranità marocchina sul Sahara occidentale. La Spagna, storicamente neutrale, ha cambiato posizione nel marzo 2022, schierandosi con il Marocco per risolvere una crisi diplomatica con Rabat e supportando la proposta marocchina di autonomia per il Sahara occidentale, pur lasciando al Marocco il controllo su settori chiave come difesa, sicurezza e risorse naturali. Questa svolta politica della Spagna ha avuto conseguenze immediate. Il presidente algerino Abdelmadjid Tebboune ha reagito ritirando l’ambasciatore e sospendendo le relazioni commerciali, bloccando anche operazioni bancarie per un valore di 3 miliardi di euro. Alla fine di ottobre, l’Algeria ha inoltre interrotto il contratto per il gasdotto Maghreb-Europa, che dal 1996 trasportava oltre 10 miliardi di metri cubi di gas all’anno dall’Algeria alla Spagna.
Perché questa area è strategica per il Regno del Marocco? Innanzitutto, rappresenta l’accesso all’Oceano Atlantico, essenziale per il controllo della pesca e del traffico marittimo. Inoltre, è la zona in cui il Marocco sta realizzando il più grande progetto di energia solare a concentrazione al mondo, l’Ouarzazate solar power station, finanziato anche dall’Unione europea. Questo progetto, spiegano, è di interesse strategico nell’ottica della transizione energetica globale e della riduzione delle emissioni di CO2. Ma il vero tesoro della regione è rappresentato dalle sue ricchezze naturali, in particolare i fosfati. Il Sahara occidentale possiede circa il 75% delle riserve globali conosciute di questo minerale, fondamentale per l’agricoltura, in quanto utilizzato nella produzione di fertilizzanti per colture come grano e mais. I fosfati sono anche un elemento chiave nella produzione di uranio, cruciale per il settore energetico e nucleare.
Negli anni Cinquanta si scoprì che l’uranio poteva essere estratto dai fosfati. Questa tecnica, oggi economicamente conveniente, ha già portato alla produzione di 20.000 tonnellate di uranio a livello globale. Il processo utilizza l’acido fosforico per isolare il minerale ed è attualmente in uso in circa 400 impianti nel mondo. Le riserve di uranio contenute nei fosfati marocchini, stimate in 6,9 milioni di tonnellate, superano quelle di Paesi come l’Australia e il Kazakistan. Con la crisi energetica in Europa e la riduzione delle forniture di uranio dal Niger, il Marocco potrebbe affermarsi come un attore chiave nel mercato globale dell’uranio. Tuttavia, dovrà competere con la Norvegia, dove è stato recentemente scoperto un gigantesco deposito di fosfati nelle sue fredde terre. Il Marocco mira a ridurre la propria dipendenza energetica dall’estero, che attualmente copre il 90% del suo fabbisogno, attraverso un mix di fonti nucleari, solari ed eoliche. Nel 2024 ha firmato un accordo con l’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Iaea) per sviluppare un programma nucleare a scopi pacifici, includendo reattori e impianti di desalinizzazione per affrontare la crescente crisi idrica. Grazie alle sue ingenti riserve di fosfati e agli ambiziosi progetti nel settore energetico, il Marocco è ben posizionato per emergere come leader globale nella produzione di uranio.
Contro Rabat c’è il Fronte Polisario. Che resta in vita con i soldi algerini
Il Fronte Polisario, nato nel Sahara occidentale, continua a lottare per l’indipendenza della regione, rivendicata dai suoi membri. Il nome Polisario, abbreviazione di Frente Popular de Liberación de Saguía el Hamra y Río de Oro, richiama le due province coloniali spagnole che componevano l’area oggi occupata in parte dal Marocco. Il movimento, attivo anche nella gestione dei campi profughi di Tindouf, nel Sud dell’Algeria, non ha mai rinunciato al suo ideale indipendentista, ma deve far fronte a una serie di sfide legate al finanziamento e alle sue alleanze internazionali.
L’Algeria rimane il principale sostenitore del Polisario, ma la capacità di sostenere finanziariamente il movimento è limitata. Secondo fonti citate dal sito algerino Algérie Part Plus, il sostegno al Polisario ha un costo significativo per il governo algerino, stimato in almeno un miliardo di dollari all’anno. Metà di questo budget è destinata al settore della difesa del Fronte Polisario, con 497 milioni di dollari che finanziano direttamente il ministero della Difesa della Repubblica araba saharawi democratica (Rasd), entità autoproclamata dal movimento. I cosiddetti rapporti di guerra diffusi regolarmente dal ministero suggeriscono che l’Esercito di liberazione del popolo saharawi (Spla) mantenga un arsenale militare di una certa rilevanza. Fonti Osint sono riuscite a compilare un inventario delle risorse militari disponibili per il Polisario. Nonostante ciò, la mancanza di immagini o video a corredo dei rapporti di guerra - in un’epoca in cui i gruppi armati sommergono le reti con contenuti di propaganda - solleva molti interrogativi sulla reale capacità operativa di tale esercito. Nel 2022, le spese complessive del Polisario hanno superato 1,3 miliardi di dollari. L’Algeria ha fornito carburante, armamenti, equipaggiamenti e addestramento a oltre 10.000 combattenti separatisti. Sempre secondo Algérie Part Plus, le attività diplomatiche del Polisario costano circa 250 milioni di dollari, mentre le spese presidenziali della Rasd ammontano a 8,5 milioni di dollari. Inoltre, i costi relativi a servizi essenziali come acqua, elettricità e gas raggiungono i 53 milioni di dollari all’anno.
Questo massiccio impegno finanziario si inserisce in un contesto socioeconomico complesso per l’Algeria, segnata da una crisi economica aggravata dall’aumento dei prezzi delle materie prime e dalle proteste interne del movimento Hirak. Nonostante le difficoltà, il supporto al Polisario resta una priorità per il regime algerino. A livello internazionale, diverse organizzazioni e governi, inclusa l’Unione europea, contribuiscono con fondi umanitari per sostenere i rifugiati saharawi nei campi di Tindouf. Nel 2021, l’Ue ha stanziato 10 milioni di euro per aiuti alimentari e per combattere la malnutrizione, con particolare attenzione a donne e bambini. Tuttavia, i costi crescenti e la precarietà dei rifugiati continuano a sollevare interrogativi sulla sostenibilità di questa crisi, sia per l’Algeria sia per la comunità internazionale.
L’Ue ha recentemente stanziato un milione di euro per sostenere la campagna di vaccinazione contro il Covid-19 nei campi profughi di Tindouf. Oltre all’Ue, anche l’Agenzia di Sain per la cooperazione internazionale allo sviluppo e diversi organismi delle Nazioni Unite hanno fornito aiuti mirati a migliorare le condizioni di vita delle comunità saharawi che risiedono nei campi. Tuttavia, nonostante il sostegno internazionale, la situazione in tali campi resta drammatica. Le popolazioni continuano a soffrire per la carenza di beni di prima necessità e per la diffusione di malattie quali la malnutrizione e l’anemia, che colpiscono in particolare donne e bambini.
La gestione delle risorse economiche per sostenere il Polisario e le istituzioni della Repubblica araba saharawi democratica (Rasd) ha sollevato interrogativi. Emergono sospetti di finanziamenti illeciti, che potrebbero essere collegati al traffico di droga attraverso le carovane del deserto o al dirottamento di fondi destinati ufficialmente ai rifugiati dei campi. Tali accuse alimentano dubbi sulla trasparenza delle operazioni e pongono nuove pressioni sulla comunità internazionale per garantire che gli aiuti raggiungano realmente i più bisognosi.
«Per l’Europa si tratta di materiale critico»
Giovanni Brussato, ingegnere minerario e saggista, in caso di conflitto tra Marocco e Fronte Polisario come potrebbe proseguire l’approvvigionamento di fosforo da Rabat?
«Il fosfato è uno dei 14 elementi essenziali per la vita utilizzati dagli esseri viventi, ma ciò che lo distingue da altri, come carbonio o azoto, è la sua relativa scarsità: Asimov lo ha definito “il collo di bottiglia della vita”. La maggior parte dei Paesi dipende dalle importazioni di fosforo per soddisfare la propria domanda alimentare. L’atmosfera non contiene quasi fosforo, e le rocce ricche di fosfati sono presenti in quantità limitate. La roccia fosfatica è una roccia sedimentaria ricca di fosfati da cui si estrae il fosforo, un elemento fondamentale per la crescita delle piante. Oltre il 90% della roccia fosfatica lavorata viene utilizzata per produrre fertilizzanti fosfatici, necessari in qualsiasi tipo di agricoltura per sostituire i nutrienti e i minerali che sono essenzialmente consumati da animali e piante. Il 70% delle riserve mondiali di rocce fosfatiche è in mano a un solo Paese: il Marocco, e quelle della Cina, le seconde riserve più grandi del mondo, sono meno di un decimo di quelle del Marocco. Le implicazioni sulla criticità della supply chain globale sono evidenti e tali da far impallidire il controllo della Cina sulle terre rare. I Paesi produttori di fosforo, come la Cina e gli Usa, in presenza di tensioni sui mercati, potrebbero cercare di proteggere le loro forniture interne limitando le esportazioni. In questo senso l’Europa ha classificato il fosforo come me un materiale critico. Le future interruzioni delle catene di approvvigionamento del fosforo saranno probabilmente di natura geopolitica ed economica, molto prima dell’esaurimento delle riserve globali. Dagli anni Sessanta il consumo globale di fosforo nel settore agricolo è più che quadruplicato. La popolazione globale raggiungerà i 9 miliardi in 15 anni: sempre più persone dovranno essere nutrite. Quanto dureranno le riserve mondiali è una questione di dibattito».
In quest’area contesa quali e quante sono le risorse naturali?
«Il Marocco possiede riserve di roccia fosfatica per un totale di oltre 50 miliardi di tonnellate: la Cina, al secondo posto, ha riserve stimate di soli 3,2 miliardi di tonnellate di roccia fosfatica. Oltre ai fosfati l’unico asset produttivo, di un certo significato, del Marocco è la miniera di cobalto di Bou-Azzer, di proprietà di Managem e situata a 120 km a Sud della città di Ouarzazate. La produzione è di circa 2.000 tonnellate annue di cobalto e pone il Paese al 14° posto tra i produttori mondiali. Le stime sulle riserve identificate del Marocco sono pari a circa 13.000 tonnellate: lo 0,2% delle riserve globali. In Marocco sono in funzione diverse miniere di metalli comuni, specie zinco, piombo e rame. I progetti sono per lo più situati nel massiccio ercinico della Meseta Centrale e sebbene i giacimenti siano economici, il loro cubaggio non è particolarmente significativo: per questo motivo il Paese è un modesto produttore di metalli».
Quali sono i mercati di riferimento di queste risorse e quanto pesano in termini finanziari ?
«L’industria marocchina dei fosfati è fiorente ed è controllata da due industrie di proprietà e gestite dallo Stato marocchino, Ocp Sa e Phosphates de Boucraa Sa. La società gestisce tutte e tre le miniere di roccia fosfatica operative a Boucraa, Gantour e Khouribga che sono collegate agli impianti di produzione di fertilizzanti in tre porti sulla costa atlantica marocchina. Un grande nastro trasportatore, lungo 97 km, porta oltre 2 milioni di tonnellate all’anno di fosfati dai depositi di Boucra, nei territori occupati del Sahara occidentale oggetto di rivendicazione del Fronte Polisario, fino al porto di El Aaiun, dove la roccia fosfatica viene lavata, asciugata, stoccata e spedita con le portarinfuse. Ocp sta aumentando la produzione di Tsp (triplo superfosfato o superfosfato concentrato) con nuovi impianti presso la struttura portuale di Jorf Lasfar, nel quadro di uno sforzo aziendale concertato per orientare la strategia e aumentare l’uso di fertilizzanti ricchi di fosfati. Il governo marocchino sta anche cercando di aumentare la produzione di cobalto e Managem ha concluso un accordo quinquennale con Glencore per il recupero di cobalto, nichel e litio dalla massa nera, il prodotto dello smontaggio delle batterie Ev, presso la raffineria idrometallurgica Ctt di Guemssa».
Quali sono gli interessi della Cina nell’area?
«Negli ultimi anni le batterie per auto elettriche basate sulla chimica litio-ferro-fosfato (Lfp) sono diventate la scelta preferita per i veicoli di massa in Cina e probabilmente sarà così in futuro anche per gli altri mercati: si prevede che questa chimica rappresenterà una quota del 42% della domanda di celle entro il 2030. Il settore automobilistico rappresenta attualmente circa il 5% della domanda di acido fosforico purificato (Ppa), ma si prevede che questo numero salga al 24% entro il 2030. La roccia fosfatica deve essere raffinata per raggiungere un livello di purezza essenziale per le batterie. La purificazione dell’acido fosforico è fondamentale per il funzionamento delle batterie ma oggi solo il 3% della fornitura totale di fosfato è adatta alle applicazioni delle batterie agli ioni di litio».
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A Sud del Marocco si annidano riserve chiave per la produzione di uranio e fertilizzanti. Ma la zona è contesa dalle milizie ribelli.Le truppe saharawi lottano per l’indipendenza del loro territorio (con annessi giacimenti) grazie ai miliardi sborsati dal Paese di Tebboune, che secondo fonti locali addestra i combattenti fornendo armi e carburante.L’ingegnere minerario Giovanni Brussato: «Un possibile conflitto farebbe impallidire il controllo di Pechino sulle terre rare».Lo speciale contiene tre articoli.Il Fronte Polisario, che lotta con metodi violenti per l’indipendenza del Sahara occidentale, ha avvertito che potrebbe intensificare gli attacchi militari, mentre il Marocco cerca di consolidare il controllo del territorio conteso, rafforzato dal sostegno di Stati Uniti e Francia. Nel 2024 il Fronte Polisario, secondo quanto afferma, ha compiuto oltre 3.700 attacchi contro più di 60 obiettivi marocchini nel Sahara Occidentale. Il Sahara Occidentale, situato nel Nordovest dell’Africa, è oggetto di disputa da parte del popolo saharawi sin dal 1966, quando l’Onu chiese alla Spagna, allora potenza coloniale, di organizzare un referendum per garantire il diritto all’autodeterminazione della popolazione locale. Tuttavia, con gli Accordi di Madrid del 1975, la Spagna trasferì il controllo del territorio al Marocco e alla Mauritania, provocando un vasto esodo di rifugiati saharawi verso l’Algeria. Da allora, il Marocco accusa l’Algeria di appoggiare il Fronte Polisario, che combatte per l’indipendenza del Sahara Occidentale, mentre l’Algeria sostiene che il Marocco, insieme a Israele, favorisca movimenti separatisti come il Mak nella regione cabila. Il riconoscimento storico del dominio marocchino, avviato durante l’amministrazione Trump, sta spingendo Rabat a potenziare i progetti in ambiti come l’energia verde, il turismo e le infrastrutture, considerandoli parte integrante del regno. Tuttavia, il Fronte Polisario, sostenuto dall’Algeria, continua a opporsi con fermezza, alimentando un conflitto di bassa intensità riaccesosi nel 2020. Mohamed Liman Ali, ambasciatore in Kenya per la Repubblica saharawi, come il Polisario e altri chiamano questo territorio, ha affermato che «il continuo sostegno di Parigi e una seconda presidenza Trump non faranno altro che incoraggiare il Marocco e non lasceranno al popolo saharawi altra scelta che intensificare la propria lotta armata per l’autodeterminazione e l’indipendenza». Il Sahara occidentale, una fascia di costa atlantica e deserto ricca di minerali, più grande della Gran Bretagna, è stato duramente conteso sin dalla sua annessione da parte del Marocco nel 1975, quando l’ex sovrano coloniale spagnolo si ritirò. Una guerra che ne seguì, che contrappose le forze marocchine al Polisario, causò circa 9.000 vittime fino a una tregua mediata dalle Nazioni Unite nel 1991. Gli Stati Uniti, come accennato, hanno riconosciuto la sovranità del Marocco sul Sahara occidentale negli ultimi mesi del primo mandato di Trump, in un accordo che ha visto la nazione nordafricana ripristinare e rafforzare i legami diplomatici con Israele. La Spagna ha fatto un passo simile nel 2022 e la Francia ha seguito l’esempio quest’estate. Ciò ha irritato il vicino e rivale di lunga data Algeria, dove circa 170.000 saharawi vivono nei campi profughi. Da quando l’Algeria ha tagliato i rapporti con il Marocco nel 2021, i due Paesi sono riusciti a evitare lo scontro armato nonostante diversi incidenti nel Sahara occidentale che avrebbero potuto portare a un’escalation, ma non è detto che la situazione rimanga tale. Secondo un rapporto del 29 novembre dell’International crisis group, esiste il rischio concreto che scoppi un conflitto tra Marocco e Algeria per il territorio conteso: « Finora, l’autocontrollo reciproco e la diplomazia statunitense hanno mantenuto la pace tra i vicini, ma le ostilità nel Sahara occidentale, la disinformazione online, una corsa agli armamenti bilaterale e l’avvento dell’amministrazione del presidente eletto Donald Trump sono tutti rischi». Dopo il fallimento del cessate il fuoco avvenuto quattro anni fa, il Polisario continua a rilasciare dichiarazioni riguardanti presunti attacchi contro le forze marocchine posizionate lungo il cosiddetto «muro della vergogna», un imponente terrapieno di sabbia costruito dal Marocco per difendere l’80% del Sahara occidentale sotto il suo controllo. Tuttavia, il Marocco non divulga informazioni sulle operazioni militari nella regione, rendendo impossibile verificare le affermazioni del Polisario relative a presunti attacchi letali contro le truppe marocchine. Le tensioni tra Marocco e Algeria sono ulteriormente aggravate dall’intervento di potenze globali. La Russia ha tradizionalmente sostenuto l’Algeria, mentre il Marocco ha rafforzato i legami con gli Stati Uniti, come dimostrato dagli Accordi di Abramo del 2020, attraverso i quali gli Stati Uniti hanno riconosciuto la sovranità marocchina sul Sahara occidentale. La Spagna, storicamente neutrale, ha cambiato posizione nel marzo 2022, schierandosi con il Marocco per risolvere una crisi diplomatica con Rabat e supportando la proposta marocchina di autonomia per il Sahara occidentale, pur lasciando al Marocco il controllo su settori chiave come difesa, sicurezza e risorse naturali. Questa svolta politica della Spagna ha avuto conseguenze immediate. Il presidente algerino Abdelmadjid Tebboune ha reagito ritirando l’ambasciatore e sospendendo le relazioni commerciali, bloccando anche operazioni bancarie per un valore di 3 miliardi di euro. Alla fine di ottobre, l’Algeria ha inoltre interrotto il contratto per il gasdotto Maghreb-Europa, che dal 1996 trasportava oltre 10 miliardi di metri cubi di gas all’anno dall’Algeria alla Spagna. Perché questa area è strategica per il Regno del Marocco? Innanzitutto, rappresenta l’accesso all’Oceano Atlantico, essenziale per il controllo della pesca e del traffico marittimo. Inoltre, è la zona in cui il Marocco sta realizzando il più grande progetto di energia solare a concentrazione al mondo, l’Ouarzazate solar power station, finanziato anche dall’Unione europea. Questo progetto, spiegano, è di interesse strategico nell’ottica della transizione energetica globale e della riduzione delle emissioni di CO2. Ma il vero tesoro della regione è rappresentato dalle sue ricchezze naturali, in particolare i fosfati. Il Sahara occidentale possiede circa il 75% delle riserve globali conosciute di questo minerale, fondamentale per l’agricoltura, in quanto utilizzato nella produzione di fertilizzanti per colture come grano e mais. I fosfati sono anche un elemento chiave nella produzione di uranio, cruciale per il settore energetico e nucleare.Negli anni Cinquanta si scoprì che l’uranio poteva essere estratto dai fosfati. Questa tecnica, oggi economicamente conveniente, ha già portato alla produzione di 20.000 tonnellate di uranio a livello globale. Il processo utilizza l’acido fosforico per isolare il minerale ed è attualmente in uso in circa 400 impianti nel mondo. Le riserve di uranio contenute nei fosfati marocchini, stimate in 6,9 milioni di tonnellate, superano quelle di Paesi come l’Australia e il Kazakistan. Con la crisi energetica in Europa e la riduzione delle forniture di uranio dal Niger, il Marocco potrebbe affermarsi come un attore chiave nel mercato globale dell’uranio. Tuttavia, dovrà competere con la Norvegia, dove è stato recentemente scoperto un gigantesco deposito di fosfati nelle sue fredde terre. Il Marocco mira a ridurre la propria dipendenza energetica dall’estero, che attualmente copre il 90% del suo fabbisogno, attraverso un mix di fonti nucleari, solari ed eoliche. Nel 2024 ha firmato un accordo con l’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Iaea) per sviluppare un programma nucleare a scopi pacifici, includendo reattori e impianti di desalinizzazione per affrontare la crescente crisi idrica. Grazie alle sue ingenti riserve di fosfati e agli ambiziosi progetti nel settore energetico, il Marocco è ben posizionato per emergere come leader globale nella produzione di uranio.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/tesoro-fosfati-fa-litigare-sahara-2670744359.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="contro-rabat-ce-il-fronte-polisario-che-resta-in-vita-con-i-soldi-algerini" data-post-id="2670744359" data-published-at="1736103237" data-use-pagination="False"> Contro Rabat c’è il Fronte Polisario. Che resta in vita con i soldi algerini Il Fronte Polisario, nato nel Sahara occidentale, continua a lottare per l’indipendenza della regione, rivendicata dai suoi membri. Il nome Polisario, abbreviazione di Frente Popular de Liberación de Saguía el Hamra y Río de Oro, richiama le due province coloniali spagnole che componevano l’area oggi occupata in parte dal Marocco. Il movimento, attivo anche nella gestione dei campi profughi di Tindouf, nel Sud dell’Algeria, non ha mai rinunciato al suo ideale indipendentista, ma deve far fronte a una serie di sfide legate al finanziamento e alle sue alleanze internazionali. L’Algeria rimane il principale sostenitore del Polisario, ma la capacità di sostenere finanziariamente il movimento è limitata. Secondo fonti citate dal sito algerino Algérie Part Plus, il sostegno al Polisario ha un costo significativo per il governo algerino, stimato in almeno un miliardo di dollari all’anno. Metà di questo budget è destinata al settore della difesa del Fronte Polisario, con 497 milioni di dollari che finanziano direttamente il ministero della Difesa della Repubblica araba saharawi democratica (Rasd), entità autoproclamata dal movimento. I cosiddetti rapporti di guerra diffusi regolarmente dal ministero suggeriscono che l’Esercito di liberazione del popolo saharawi (Spla) mantenga un arsenale militare di una certa rilevanza. Fonti Osint sono riuscite a compilare un inventario delle risorse militari disponibili per il Polisario. Nonostante ciò, la mancanza di immagini o video a corredo dei rapporti di guerra - in un’epoca in cui i gruppi armati sommergono le reti con contenuti di propaganda - solleva molti interrogativi sulla reale capacità operativa di tale esercito. Nel 2022, le spese complessive del Polisario hanno superato 1,3 miliardi di dollari. L’Algeria ha fornito carburante, armamenti, equipaggiamenti e addestramento a oltre 10.000 combattenti separatisti. Sempre secondo Algérie Part Plus, le attività diplomatiche del Polisario costano circa 250 milioni di dollari, mentre le spese presidenziali della Rasd ammontano a 8,5 milioni di dollari. Inoltre, i costi relativi a servizi essenziali come acqua, elettricità e gas raggiungono i 53 milioni di dollari all’anno. Questo massiccio impegno finanziario si inserisce in un contesto socioeconomico complesso per l’Algeria, segnata da una crisi economica aggravata dall’aumento dei prezzi delle materie prime e dalle proteste interne del movimento Hirak. Nonostante le difficoltà, il supporto al Polisario resta una priorità per il regime algerino. A livello internazionale, diverse organizzazioni e governi, inclusa l’Unione europea, contribuiscono con fondi umanitari per sostenere i rifugiati saharawi nei campi di Tindouf. Nel 2021, l’Ue ha stanziato 10 milioni di euro per aiuti alimentari e per combattere la malnutrizione, con particolare attenzione a donne e bambini. Tuttavia, i costi crescenti e la precarietà dei rifugiati continuano a sollevare interrogativi sulla sostenibilità di questa crisi, sia per l’Algeria sia per la comunità internazionale. L’Ue ha recentemente stanziato un milione di euro per sostenere la campagna di vaccinazione contro il Covid-19 nei campi profughi di Tindouf. Oltre all’Ue, anche l’Agenzia di Sain per la cooperazione internazionale allo sviluppo e diversi organismi delle Nazioni Unite hanno fornito aiuti mirati a migliorare le condizioni di vita delle comunità saharawi che risiedono nei campi. Tuttavia, nonostante il sostegno internazionale, la situazione in tali campi resta drammatica. Le popolazioni continuano a soffrire per la carenza di beni di prima necessità e per la diffusione di malattie quali la malnutrizione e l’anemia, che colpiscono in particolare donne e bambini. La gestione delle risorse economiche per sostenere il Polisario e le istituzioni della Repubblica araba saharawi democratica (Rasd) ha sollevato interrogativi. Emergono sospetti di finanziamenti illeciti, che potrebbero essere collegati al traffico di droga attraverso le carovane del deserto o al dirottamento di fondi destinati ufficialmente ai rifugiati dei campi. Tali accuse alimentano dubbi sulla trasparenza delle operazioni e pongono nuove pressioni sulla comunità internazionale per garantire che gli aiuti raggiungano realmente i più bisognosi. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/tesoro-fosfati-fa-litigare-sahara-2670744359.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="per-leuropa-si-tratta-di-materiale-critico" data-post-id="2670744359" data-published-at="1736103237" data-use-pagination="False"> «Per l’Europa si tratta di materiale critico» Giovanni Brussato, ingegnere minerario e saggista, in caso di conflitto tra Marocco e Fronte Polisario come potrebbe proseguire l’approvvigionamento di fosforo da Rabat? «Il fosfato è uno dei 14 elementi essenziali per la vita utilizzati dagli esseri viventi, ma ciò che lo distingue da altri, come carbonio o azoto, è la sua relativa scarsità: Asimov lo ha definito “il collo di bottiglia della vita”. La maggior parte dei Paesi dipende dalle importazioni di fosforo per soddisfare la propria domanda alimentare. L’atmosfera non contiene quasi fosforo, e le rocce ricche di fosfati sono presenti in quantità limitate. La roccia fosfatica è una roccia sedimentaria ricca di fosfati da cui si estrae il fosforo, un elemento fondamentale per la crescita delle piante. Oltre il 90% della roccia fosfatica lavorata viene utilizzata per produrre fertilizzanti fosfatici, necessari in qualsiasi tipo di agricoltura per sostituire i nutrienti e i minerali che sono essenzialmente consumati da animali e piante. Il 70% delle riserve mondiali di rocce fosfatiche è in mano a un solo Paese: il Marocco, e quelle della Cina, le seconde riserve più grandi del mondo, sono meno di un decimo di quelle del Marocco. Le implicazioni sulla criticità della supply chain globale sono evidenti e tali da far impallidire il controllo della Cina sulle terre rare. I Paesi produttori di fosforo, come la Cina e gli Usa, in presenza di tensioni sui mercati, potrebbero cercare di proteggere le loro forniture interne limitando le esportazioni. In questo senso l’Europa ha classificato il fosforo come me un materiale critico. Le future interruzioni delle catene di approvvigionamento del fosforo saranno probabilmente di natura geopolitica ed economica, molto prima dell’esaurimento delle riserve globali. Dagli anni Sessanta il consumo globale di fosforo nel settore agricolo è più che quadruplicato. La popolazione globale raggiungerà i 9 miliardi in 15 anni: sempre più persone dovranno essere nutrite. Quanto dureranno le riserve mondiali è una questione di dibattito». In quest’area contesa quali e quante sono le risorse naturali? «Il Marocco possiede riserve di roccia fosfatica per un totale di oltre 50 miliardi di tonnellate: la Cina, al secondo posto, ha riserve stimate di soli 3,2 miliardi di tonnellate di roccia fosfatica. Oltre ai fosfati l’unico asset produttivo, di un certo significato, del Marocco è la miniera di cobalto di Bou-Azzer, di proprietà di Managem e situata a 120 km a Sud della città di Ouarzazate. La produzione è di circa 2.000 tonnellate annue di cobalto e pone il Paese al 14° posto tra i produttori mondiali. Le stime sulle riserve identificate del Marocco sono pari a circa 13.000 tonnellate: lo 0,2% delle riserve globali. In Marocco sono in funzione diverse miniere di metalli comuni, specie zinco, piombo e rame. I progetti sono per lo più situati nel massiccio ercinico della Meseta Centrale e sebbene i giacimenti siano economici, il loro cubaggio non è particolarmente significativo: per questo motivo il Paese è un modesto produttore di metalli». Quali sono i mercati di riferimento di queste risorse e quanto pesano in termini finanziari ? «L’industria marocchina dei fosfati è fiorente ed è controllata da due industrie di proprietà e gestite dallo Stato marocchino, Ocp Sa e Phosphates de Boucraa Sa. La società gestisce tutte e tre le miniere di roccia fosfatica operative a Boucraa, Gantour e Khouribga che sono collegate agli impianti di produzione di fertilizzanti in tre porti sulla costa atlantica marocchina. Un grande nastro trasportatore, lungo 97 km, porta oltre 2 milioni di tonnellate all’anno di fosfati dai depositi di Boucra, nei territori occupati del Sahara occidentale oggetto di rivendicazione del Fronte Polisario, fino al porto di El Aaiun, dove la roccia fosfatica viene lavata, asciugata, stoccata e spedita con le portarinfuse. Ocp sta aumentando la produzione di Tsp (triplo superfosfato o superfosfato concentrato) con nuovi impianti presso la struttura portuale di Jorf Lasfar, nel quadro di uno sforzo aziendale concertato per orientare la strategia e aumentare l’uso di fertilizzanti ricchi di fosfati. Il governo marocchino sta anche cercando di aumentare la produzione di cobalto e Managem ha concluso un accordo quinquennale con Glencore per il recupero di cobalto, nichel e litio dalla massa nera, il prodotto dello smontaggio delle batterie Ev, presso la raffineria idrometallurgica Ctt di Guemssa». Quali sono gli interessi della Cina nell’area? «Negli ultimi anni le batterie per auto elettriche basate sulla chimica litio-ferro-fosfato (Lfp) sono diventate la scelta preferita per i veicoli di massa in Cina e probabilmente sarà così in futuro anche per gli altri mercati: si prevede che questa chimica rappresenterà una quota del 42% della domanda di celle entro il 2030. Il settore automobilistico rappresenta attualmente circa il 5% della domanda di acido fosforico purificato (Ppa), ma si prevede che questo numero salga al 24% entro il 2030. La roccia fosfatica deve essere raffinata per raggiungere un livello di purezza essenziale per le batterie. La purificazione dell’acido fosforico è fondamentale per il funzionamento delle batterie ma oggi solo il 3% della fornitura totale di fosfato è adatta alle applicazioni delle batterie agli ioni di litio».
Friedrich Merz e Donald Trump (Ansa)
Non solo. Il presidente americano sarebbe anche pronto a ricorrere a una pressione di natura militare. Secondo Axios, Centcom avrebbe infatti preparato dei piani per possibili attacchi «brevi e incisivi» contro obiettivi del regime: attacchi che l’inquilino della Casa Bianca potrebbe decidere di ordinare per indebolire la posizione negoziale di Teheran. In particolare, tra le opzioni sul tavolo, ci sarebbe anche la conquista di alcune parti dello Stretto di Hormuz, nonché l’invio di soldati sul terreno per sequestrare le scorte di uranio arricchito iraniano.
In questo quadro, secondo il Wall Street Journal, il Dipartimento di Stato americano starebbe cercando di creare una nuova coalizione internazionale per rendere navigabile lo Stretto: non è del resto un mistero che lo stallo nei negoziati ruoti attorno al destino di Hormuz e all’uranio arricchito di Teheran. Proprio su quest’ultimo punto è infatti intervenuta, in una dichiarazione scritta, la Guida suprema iraniana, Mojtaba Khamenei. «Novanta milioni di iraniani orgogliosi e onorevoli, dentro e fuori dal Paese, considerano tutte le capacità dell’Iran, siano esse identitarie, spirituali, umane, scientifiche, industriali e tecnologiche - dalle nanotecnologie e biotecnologie alle capacità nucleari e missilistiche - come beni nazionali e le proteggeranno così come proteggono le acque, la terra e lo spazio aereo del Paese», si legge nel comunicato dell’ayatollah.
Parole, quelle di Khamenei, che rischiano di allontanare ancora di più la possibilità di un accordo. Ricordiamo che, secondo la Cnn, i negoziatori iraniani starebbero lavorando a una proposta di pace «rivista», dopo che Trump aveva escluso di raggiungere intese, senza affrontare fin da subito la spinosa questione nucleare. Non è del resto un mistero che il regime khomeinista sia internamente spaccato tra un’ala aperta alla diplomazia e un’altra che, legata ai pasdaran, preme per la linea dura nei confronti degli Usa. Una debolezza, quella iraniana, che si ripercuote paradossalmente sulla Casa Bianca. Le spaccature in seno ai vertici di Teheran stanno infatti allungando i tempi, mentre Trump ha necessità di chiudere il conflitto e di vedere Hormuz riaperto per abbassare il prezzo dell’energia e rafforzare così il Partito repubblicano in vista delle Midterm novembrine.
Inoltre, secondo la Cnn, al costo del conflitto in corso (che, secondo il Pentagono, si aggirerebbe finora attorno ai 25 miliardi di dollari) andrebbero aggiunti gli esborsi che saranno necessari per riparare le basi americane colpite in Medio Oriente. In tal senso, la testata ha riferito che la stima reale delle spese complessive si aggirerebbe attualmente attorno ai 45 miliardi di dollari. Il fattore tempo è quindi cruciale. Trump scommette sul fatto che, a suon di pressione economica e militare, l’Iran ceda rapidamente, per poi accettare di sedersi al tavolo negoziale con meno pretese. Tuttavia, il successo di questa scommessa dipende dall’eventualità che l’ala dialogante del regime riesca ad avere il sopravvento su quella delle Guardie della rivoluzione: uno scenario, questo, che, al momento, è tutt’altro che certo.
Nel frattempo, il presidente americano si sta mostrando sempre più innervosito da Friedrich Merz, che ha recentemente criticato la gestione della crisi iraniana da parte di Washington. «Il cancelliere tedesco dovrebbe dedicare più tempo a porre fine alla guerra con Russia e Ucraina (dove si è dimostrato totalmente inefficace!) e a risanare il suo Paese in rovina, soprattutto in materia di immigrazione ed energia, e meno tempo a interferire con coloro che si stanno adoperando per eliminare la minaccia nucleare iraniana, rendendo così il mondo, Germania compresa, un luogo più sicuro», ha affermato ieri Trump, aprendo inoltre alla possibilità di ridurre le truppe statunitensi di stanza in territorio tedesco. Merz, dal canto suo, ha cercato di gettare acqua sul fuoco, sostenendo che «la partnership transatlantica ci sta particolarmente a cuore». Il cancelliere ha inoltre affermato che Berlino starebbe contribuendo agli sforzi per riaprire Hormuz.
In tutto questo, ha parlato della crisi iraniana anche il ministro della Difesa israeliano, Israel Katz. «Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, in coordinamento con il primo ministro Benjamin Netanyahu, sta guidando gli sforzi per raggiungere gli obiettivi della campagna», ha affermato, per poi aggiungere: «Sosteniamo questo sforzo e stiamo fornendo il supporto necessario, ma è possibile che presto dovremo intervenire nuovamente per garantire il raggiungimento di questi obiettivi». In particolare, secondo Channel 12, lo Stato ebraico si starebbe preparando a riprendere le ostilità, ritenendo che il processo diplomatico tra Washington e Teheran possa naufragare all’inizio della prossima settimana. Non è del resto un mistero che Israele abbia sempre guardato con una certa freddezza al cessate il fuoco tra Usa e Iran. Dall’altra parte, è JD Vance la figura che, in seno all’amministrazione americana, resta maggiormente propensa a una soluzione diplomatica.
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Sergio Mattarella (Ansa)
Bisogna «cooperare con i governi dei paesi di origine» e in questo ambito «si colloca il piano Mattei, varato e sviluppato dal governo», ha detto il capo dello Stato, in visita alla Piaggio di Pontedera per celebrare il Primo maggio.
Un messaggio di pace e distensione verso Palazzo Chigi, dopo una settimana folle, in cui «la grazia del presidente» prevista dalla Costituzione, è diventata l’ennesima disgrazia del ministro della giustizia.
La serenità di Nicole Minetti, ex consigliere regionale della Lombardia tra le fila del Pdl, non era esattamente in testa alle priorità di Fratelli d’Italia, della Lega, di Giorgia Meloni o di Carlo Nordio. Sarebbe bastata questa elementare considerazione per capire che quel provvedimento di grazia individuale non era farina del sacco del governo. Invece, la lettura dello scandalo accreditata da gran parte dei giornali era quasi ribaltata. Con Repubblica che martedì sparava in prima pagina: «Grazia a Minetti. Il Quirinale contro Nordio».
Veleni romani? Forse a volte basta uscire un po’ dal Palazzo e allora ieri Mattarella è andato a Pontedera, in visita alla Piaggio, e nell’auditorium aziendale ha tenuto un discorso in occasione della Festa dei lavoratori. Visitare la Piaggio della famiglia Colaninno è sempre un piacere per chi ha a cuore il tricolore. È rimasta un’azienda italiana, famosa in tutto il mondo per i suoi scooter, (un misto di tecnica e design) ed è sopravvissuta alla stagione dei saldi di John Elkann semplicemente perché gli Agnelli la fecero fuori già nel 1999.
Mattarella ieri ha seguito il consueto canovaccio da Primo maggio, ovvero ha sottolineato l’importanza della «dignità del lavoro» e, di fronte al ministro Marina Calderone, ha ricordato l’importanza di impiegare più donne e giovani. Non è mancato il richiamo all’importanza della sicurezza, con il presidente che ha osservato come «oltre mille vite spezzate sul lavoro o in itinere all’anno» siano «un tributo inaccettabile».
Il passaggio più imprevisto è stato sull’immigrazione. «Sono numerosi i giovani ben istruiti che lasciano il nostro Paese per lavorare all’estero», ha ricordato Mattarella, ma «sono più di quelli che vengono in Italia» e «nell’interesse del Paese questa tendenza va invertita». Raramente l’inquilino del Colle è stato così netto, sul tema. Non solo, ma dopo aver riconosciuto che «il tema delle migrazioni è rilevante in tutta Europa», ha ammesso che «le nostre società si devono misurare con questi problemi (calo demografico e carenza di mano d’opera, ndr) usando razionalità e saggezza, sollecitando cooperazione con i Paesi di origine». Dopo di che, la caramella per l’esecutivo: «In questo ambito si colloca il piano Mattei per l’Africa, varato e sviluppato dal doverno». Con una grazia a Marcello Dell’Utri, forse arriverebbe anche la benedizione presidenziale alla remigrazione.
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Imagoeconomica
«La benzina mediamente è aumentata del 6%, il gasolio del 24%», aveva detto già prima del Cdm il premier Giorgia Meloni, sottolineando che «per questa ragione, il governo ha deciso di concentrare il beneficio sul gasolio, riducendo più significativamente il suo prezzo rispetto alla benzina».
L’intenzione è quella di calibrare l’intervento in modo che risponda meglio alla realtà dei consumi e all’andamento dei prezzi, in modo da offrire un sostegno maggiore a chi sta pagando maggiormente per il carburante. Questo approccio differenziato nasce dalla necessità di ridurre l’impatto economico più forte che il diesel ha avuto su famiglie e imprese. Il governo italiano aveva già adottato in passato provvedimenti simili, con un taglio uniforme delle accise di 24,4 centesimi al litro su entrambi i carburanti, una misura che ha comportato un impegno economico significativo per le casse dello Stato. L’intervento aveva un costo giornaliero di circa 20 milioni di euro, per un totale che ha superato le centinaia di milioni di euro. Il peso economico di queste misure è stato consistente, soprattutto in un periodo di incertezze economiche globali, e il governo ha dovuto fare i conti con la sostenibilità di questi interventi nel lungo periodo. Per il nuovo provvedimento, il governo ha deciso di limitare l’entità complessiva della spesa, fissando un tetto massimo intorno ai 500 milioni di euro. In questo modo, l’intervento sarà più mirato, ma al tempo stesso meno gravoso per le finanze pubbliche. L’esecutivo, infatti, sta cercando di evitare un impatto troppo negativo sui conti pubblici, pur mantenendo un sostegno adeguato alle famiglie e alle imprese che stanno affrontando i rincari.
Oltre al taglio delle accise, il governo prevede anche un rafforzamento del credito d’imposta per il settore dell’autotrasporto. Questo provvedimento mira a ridurre il peso dei costi aggiuntivi per le imprese di trasporto, che stanno affrontando aumenti significativi dei prezzi del carburante. Il credito d’imposta dovrebbe coprire almeno il 50% dei costi sostenuti dagli operatori, in modo da evitare il fermo del settore. Questo è particolarmente importante, poiché la situazione dei trasportatori è delicata, e un blocco delle merci avrebbe ripercussioni su tutta l’economia.
Il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Matteo Salvini, ha sottolineato l’importanza di questa misura, dichiarando che «stiamo lavorando per aumentare questo rimborso, con l’obiettivo di coprire oltre il 50% dei costi sostenuti. Lo sciopero dell’autotrasporto è la priorità mia e del governo», e ha aggiunto: «Andare incontro alle giuste richieste di queste imprese che stanno lavorando con costi esorbitanti, per evitare il blocco del Paese».
Pallottoliere alla mano, dal 2 maggio la benzina potrebbe quindi arrivare a 1,9 euro al litro, mentre il gasolio dovrebbe scendere a livelli analoghi, di poco sotto i due euro al litro.
Il problema, però, è che, così facendo, non si stimola il consumo responsabile di carburante. Perché la vera questione è che le risorse scarseggiano. Inoltre, il timore è che così si favoriscano coloro che usano più carburante, cioè le fasce più abbienti della popolazione.
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