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2025-01-06
Un tesoro di fosfati fa litigare il Sahara: in palio c’è il futuro dell’energia mondiale
il presidente della Repubblica Araba Saharawi Democratica, Brahim Ghali (Getty Images)
Il Fronte Polisario, che lotta con metodi violenti per l’indipendenza del Sahara occidentale, ha avvertito che potrebbe intensificare gli attacchi militari, mentre il Marocco cerca di consolidare il controllo del territorio conteso, rafforzato dal sostegno di Stati Uniti e Francia. Nel 2024 il Fronte Polisario, secondo quanto afferma, ha compiuto oltre 3.700 attacchi contro più di 60 obiettivi marocchini nel Sahara Occidentale. Il Sahara Occidentale, situato nel Nordovest dell’Africa, è oggetto di disputa da parte del popolo saharawi sin dal 1966, quando l’Onu chiese alla Spagna, allora potenza coloniale, di organizzare un referendum per garantire il diritto all’autodeterminazione della popolazione locale. Tuttavia, con gli Accordi di Madrid del 1975, la Spagna trasferì il controllo del territorio al Marocco e alla Mauritania, provocando un vasto esodo di rifugiati saharawi verso l’Algeria. Da allora, il Marocco accusa l’Algeria di appoggiare il Fronte Polisario, che combatte per l’indipendenza del Sahara Occidentale, mentre l’Algeria sostiene che il Marocco, insieme a Israele, favorisca movimenti separatisti come il Mak nella regione cabila.
Il riconoscimento storico del dominio marocchino, avviato durante l’amministrazione Trump, sta spingendo Rabat a potenziare i progetti in ambiti come l’energia verde, il turismo e le infrastrutture, considerandoli parte integrante del regno. Tuttavia, il Fronte Polisario, sostenuto dall’Algeria, continua a opporsi con fermezza, alimentando un conflitto di bassa intensità riaccesosi nel 2020. Mohamed Liman Ali, ambasciatore in Kenya per la Repubblica saharawi, come il Polisario e altri chiamano questo territorio, ha affermato che «il continuo sostegno di Parigi e una seconda presidenza Trump non faranno altro che incoraggiare il Marocco e non lasceranno al popolo saharawi altra scelta che intensificare la propria lotta armata per l’autodeterminazione e l’indipendenza». Il Sahara occidentale, una fascia di costa atlantica e deserto ricca di minerali, più grande della Gran Bretagna, è stato duramente conteso sin dalla sua annessione da parte del Marocco nel 1975, quando l’ex sovrano coloniale spagnolo si ritirò. Una guerra che ne seguì, che contrappose le forze marocchine al Polisario, causò circa 9.000 vittime fino a una tregua mediata dalle Nazioni Unite nel 1991. Gli Stati Uniti, come accennato, hanno riconosciuto la sovranità del Marocco sul Sahara occidentale negli ultimi mesi del primo mandato di Trump, in un accordo che ha visto la nazione nordafricana ripristinare e rafforzare i legami diplomatici con Israele. La Spagna ha fatto un passo simile nel 2022 e la Francia ha seguito l’esempio quest’estate. Ciò ha irritato il vicino e rivale di lunga data Algeria, dove circa 170.000 saharawi vivono nei campi profughi. Da quando l’Algeria ha tagliato i rapporti con il Marocco nel 2021, i due Paesi sono riusciti a evitare lo scontro armato nonostante diversi incidenti nel Sahara occidentale che avrebbero potuto portare a un’escalation, ma non è detto che la situazione rimanga tale. Secondo un rapporto del 29 novembre dell’International crisis group, esiste il rischio concreto che scoppi un conflitto tra Marocco e Algeria per il territorio conteso: « Finora, l’autocontrollo reciproco e la diplomazia statunitense hanno mantenuto la pace tra i vicini, ma le ostilità nel Sahara occidentale, la disinformazione online, una corsa agli armamenti bilaterale e l’avvento dell’amministrazione del presidente eletto Donald Trump sono tutti rischi».
Dopo il fallimento del cessate il fuoco avvenuto quattro anni fa, il Polisario continua a rilasciare dichiarazioni riguardanti presunti attacchi contro le forze marocchine posizionate lungo il cosiddetto «muro della vergogna», un imponente terrapieno di sabbia costruito dal Marocco per difendere l’80% del Sahara occidentale sotto il suo controllo. Tuttavia, il Marocco non divulga informazioni sulle operazioni militari nella regione, rendendo impossibile verificare le affermazioni del Polisario relative a presunti attacchi letali contro le truppe marocchine.
Le tensioni tra Marocco e Algeria sono ulteriormente aggravate dall’intervento di potenze globali. La Russia ha tradizionalmente sostenuto l’Algeria, mentre il Marocco ha rafforzato i legami con gli Stati Uniti, come dimostrato dagli Accordi di Abramo del 2020, attraverso i quali gli Stati Uniti hanno riconosciuto la sovranità marocchina sul Sahara occidentale. La Spagna, storicamente neutrale, ha cambiato posizione nel marzo 2022, schierandosi con il Marocco per risolvere una crisi diplomatica con Rabat e supportando la proposta marocchina di autonomia per il Sahara occidentale, pur lasciando al Marocco il controllo su settori chiave come difesa, sicurezza e risorse naturali. Questa svolta politica della Spagna ha avuto conseguenze immediate. Il presidente algerino Abdelmadjid Tebboune ha reagito ritirando l’ambasciatore e sospendendo le relazioni commerciali, bloccando anche operazioni bancarie per un valore di 3 miliardi di euro. Alla fine di ottobre, l’Algeria ha inoltre interrotto il contratto per il gasdotto Maghreb-Europa, che dal 1996 trasportava oltre 10 miliardi di metri cubi di gas all’anno dall’Algeria alla Spagna.
Perché questa area è strategica per il Regno del Marocco? Innanzitutto, rappresenta l’accesso all’Oceano Atlantico, essenziale per il controllo della pesca e del traffico marittimo. Inoltre, è la zona in cui il Marocco sta realizzando il più grande progetto di energia solare a concentrazione al mondo, l’Ouarzazate solar power station, finanziato anche dall’Unione europea. Questo progetto, spiegano, è di interesse strategico nell’ottica della transizione energetica globale e della riduzione delle emissioni di CO2. Ma il vero tesoro della regione è rappresentato dalle sue ricchezze naturali, in particolare i fosfati. Il Sahara occidentale possiede circa il 75% delle riserve globali conosciute di questo minerale, fondamentale per l’agricoltura, in quanto utilizzato nella produzione di fertilizzanti per colture come grano e mais. I fosfati sono anche un elemento chiave nella produzione di uranio, cruciale per il settore energetico e nucleare.
Negli anni Cinquanta si scoprì che l’uranio poteva essere estratto dai fosfati. Questa tecnica, oggi economicamente conveniente, ha già portato alla produzione di 20.000 tonnellate di uranio a livello globale. Il processo utilizza l’acido fosforico per isolare il minerale ed è attualmente in uso in circa 400 impianti nel mondo. Le riserve di uranio contenute nei fosfati marocchini, stimate in 6,9 milioni di tonnellate, superano quelle di Paesi come l’Australia e il Kazakistan. Con la crisi energetica in Europa e la riduzione delle forniture di uranio dal Niger, il Marocco potrebbe affermarsi come un attore chiave nel mercato globale dell’uranio. Tuttavia, dovrà competere con la Norvegia, dove è stato recentemente scoperto un gigantesco deposito di fosfati nelle sue fredde terre. Il Marocco mira a ridurre la propria dipendenza energetica dall’estero, che attualmente copre il 90% del suo fabbisogno, attraverso un mix di fonti nucleari, solari ed eoliche. Nel 2024 ha firmato un accordo con l’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Iaea) per sviluppare un programma nucleare a scopi pacifici, includendo reattori e impianti di desalinizzazione per affrontare la crescente crisi idrica. Grazie alle sue ingenti riserve di fosfati e agli ambiziosi progetti nel settore energetico, il Marocco è ben posizionato per emergere come leader globale nella produzione di uranio.
Contro Rabat c’è il Fronte Polisario. Che resta in vita con i soldi algerini
Il Fronte Polisario, nato nel Sahara occidentale, continua a lottare per l’indipendenza della regione, rivendicata dai suoi membri. Il nome Polisario, abbreviazione di Frente Popular de Liberación de Saguía el Hamra y Río de Oro, richiama le due province coloniali spagnole che componevano l’area oggi occupata in parte dal Marocco. Il movimento, attivo anche nella gestione dei campi profughi di Tindouf, nel Sud dell’Algeria, non ha mai rinunciato al suo ideale indipendentista, ma deve far fronte a una serie di sfide legate al finanziamento e alle sue alleanze internazionali.
L’Algeria rimane il principale sostenitore del Polisario, ma la capacità di sostenere finanziariamente il movimento è limitata. Secondo fonti citate dal sito algerino Algérie Part Plus, il sostegno al Polisario ha un costo significativo per il governo algerino, stimato in almeno un miliardo di dollari all’anno. Metà di questo budget è destinata al settore della difesa del Fronte Polisario, con 497 milioni di dollari che finanziano direttamente il ministero della Difesa della Repubblica araba saharawi democratica (Rasd), entità autoproclamata dal movimento. I cosiddetti rapporti di guerra diffusi regolarmente dal ministero suggeriscono che l’Esercito di liberazione del popolo saharawi (Spla) mantenga un arsenale militare di una certa rilevanza. Fonti Osint sono riuscite a compilare un inventario delle risorse militari disponibili per il Polisario. Nonostante ciò, la mancanza di immagini o video a corredo dei rapporti di guerra - in un’epoca in cui i gruppi armati sommergono le reti con contenuti di propaganda - solleva molti interrogativi sulla reale capacità operativa di tale esercito. Nel 2022, le spese complessive del Polisario hanno superato 1,3 miliardi di dollari. L’Algeria ha fornito carburante, armamenti, equipaggiamenti e addestramento a oltre 10.000 combattenti separatisti. Sempre secondo Algérie Part Plus, le attività diplomatiche del Polisario costano circa 250 milioni di dollari, mentre le spese presidenziali della Rasd ammontano a 8,5 milioni di dollari. Inoltre, i costi relativi a servizi essenziali come acqua, elettricità e gas raggiungono i 53 milioni di dollari all’anno.
Questo massiccio impegno finanziario si inserisce in un contesto socioeconomico complesso per l’Algeria, segnata da una crisi economica aggravata dall’aumento dei prezzi delle materie prime e dalle proteste interne del movimento Hirak. Nonostante le difficoltà, il supporto al Polisario resta una priorità per il regime algerino. A livello internazionale, diverse organizzazioni e governi, inclusa l’Unione europea, contribuiscono con fondi umanitari per sostenere i rifugiati saharawi nei campi di Tindouf. Nel 2021, l’Ue ha stanziato 10 milioni di euro per aiuti alimentari e per combattere la malnutrizione, con particolare attenzione a donne e bambini. Tuttavia, i costi crescenti e la precarietà dei rifugiati continuano a sollevare interrogativi sulla sostenibilità di questa crisi, sia per l’Algeria sia per la comunità internazionale.
L’Ue ha recentemente stanziato un milione di euro per sostenere la campagna di vaccinazione contro il Covid-19 nei campi profughi di Tindouf. Oltre all’Ue, anche l’Agenzia di Sain per la cooperazione internazionale allo sviluppo e diversi organismi delle Nazioni Unite hanno fornito aiuti mirati a migliorare le condizioni di vita delle comunità saharawi che risiedono nei campi. Tuttavia, nonostante il sostegno internazionale, la situazione in tali campi resta drammatica. Le popolazioni continuano a soffrire per la carenza di beni di prima necessità e per la diffusione di malattie quali la malnutrizione e l’anemia, che colpiscono in particolare donne e bambini.
La gestione delle risorse economiche per sostenere il Polisario e le istituzioni della Repubblica araba saharawi democratica (Rasd) ha sollevato interrogativi. Emergono sospetti di finanziamenti illeciti, che potrebbero essere collegati al traffico di droga attraverso le carovane del deserto o al dirottamento di fondi destinati ufficialmente ai rifugiati dei campi. Tali accuse alimentano dubbi sulla trasparenza delle operazioni e pongono nuove pressioni sulla comunità internazionale per garantire che gli aiuti raggiungano realmente i più bisognosi.
«Per l’Europa si tratta di materiale critico»
Giovanni Brussato, ingegnere minerario e saggista, in caso di conflitto tra Marocco e Fronte Polisario come potrebbe proseguire l’approvvigionamento di fosforo da Rabat?
«Il fosfato è uno dei 14 elementi essenziali per la vita utilizzati dagli esseri viventi, ma ciò che lo distingue da altri, come carbonio o azoto, è la sua relativa scarsità: Asimov lo ha definito “il collo di bottiglia della vita”. La maggior parte dei Paesi dipende dalle importazioni di fosforo per soddisfare la propria domanda alimentare. L’atmosfera non contiene quasi fosforo, e le rocce ricche di fosfati sono presenti in quantità limitate. La roccia fosfatica è una roccia sedimentaria ricca di fosfati da cui si estrae il fosforo, un elemento fondamentale per la crescita delle piante. Oltre il 90% della roccia fosfatica lavorata viene utilizzata per produrre fertilizzanti fosfatici, necessari in qualsiasi tipo di agricoltura per sostituire i nutrienti e i minerali che sono essenzialmente consumati da animali e piante. Il 70% delle riserve mondiali di rocce fosfatiche è in mano a un solo Paese: il Marocco, e quelle della Cina, le seconde riserve più grandi del mondo, sono meno di un decimo di quelle del Marocco. Le implicazioni sulla criticità della supply chain globale sono evidenti e tali da far impallidire il controllo della Cina sulle terre rare. I Paesi produttori di fosforo, come la Cina e gli Usa, in presenza di tensioni sui mercati, potrebbero cercare di proteggere le loro forniture interne limitando le esportazioni. In questo senso l’Europa ha classificato il fosforo come me un materiale critico. Le future interruzioni delle catene di approvvigionamento del fosforo saranno probabilmente di natura geopolitica ed economica, molto prima dell’esaurimento delle riserve globali. Dagli anni Sessanta il consumo globale di fosforo nel settore agricolo è più che quadruplicato. La popolazione globale raggiungerà i 9 miliardi in 15 anni: sempre più persone dovranno essere nutrite. Quanto dureranno le riserve mondiali è una questione di dibattito».
In quest’area contesa quali e quante sono le risorse naturali?
«Il Marocco possiede riserve di roccia fosfatica per un totale di oltre 50 miliardi di tonnellate: la Cina, al secondo posto, ha riserve stimate di soli 3,2 miliardi di tonnellate di roccia fosfatica. Oltre ai fosfati l’unico asset produttivo, di un certo significato, del Marocco è la miniera di cobalto di Bou-Azzer, di proprietà di Managem e situata a 120 km a Sud della città di Ouarzazate. La produzione è di circa 2.000 tonnellate annue di cobalto e pone il Paese al 14° posto tra i produttori mondiali. Le stime sulle riserve identificate del Marocco sono pari a circa 13.000 tonnellate: lo 0,2% delle riserve globali. In Marocco sono in funzione diverse miniere di metalli comuni, specie zinco, piombo e rame. I progetti sono per lo più situati nel massiccio ercinico della Meseta Centrale e sebbene i giacimenti siano economici, il loro cubaggio non è particolarmente significativo: per questo motivo il Paese è un modesto produttore di metalli».
Quali sono i mercati di riferimento di queste risorse e quanto pesano in termini finanziari ?
«L’industria marocchina dei fosfati è fiorente ed è controllata da due industrie di proprietà e gestite dallo Stato marocchino, Ocp Sa e Phosphates de Boucraa Sa. La società gestisce tutte e tre le miniere di roccia fosfatica operative a Boucraa, Gantour e Khouribga che sono collegate agli impianti di produzione di fertilizzanti in tre porti sulla costa atlantica marocchina. Un grande nastro trasportatore, lungo 97 km, porta oltre 2 milioni di tonnellate all’anno di fosfati dai depositi di Boucra, nei territori occupati del Sahara occidentale oggetto di rivendicazione del Fronte Polisario, fino al porto di El Aaiun, dove la roccia fosfatica viene lavata, asciugata, stoccata e spedita con le portarinfuse. Ocp sta aumentando la produzione di Tsp (triplo superfosfato o superfosfato concentrato) con nuovi impianti presso la struttura portuale di Jorf Lasfar, nel quadro di uno sforzo aziendale concertato per orientare la strategia e aumentare l’uso di fertilizzanti ricchi di fosfati. Il governo marocchino sta anche cercando di aumentare la produzione di cobalto e Managem ha concluso un accordo quinquennale con Glencore per il recupero di cobalto, nichel e litio dalla massa nera, il prodotto dello smontaggio delle batterie Ev, presso la raffineria idrometallurgica Ctt di Guemssa».
Quali sono gli interessi della Cina nell’area?
«Negli ultimi anni le batterie per auto elettriche basate sulla chimica litio-ferro-fosfato (Lfp) sono diventate la scelta preferita per i veicoli di massa in Cina e probabilmente sarà così in futuro anche per gli altri mercati: si prevede che questa chimica rappresenterà una quota del 42% della domanda di celle entro il 2030. Il settore automobilistico rappresenta attualmente circa il 5% della domanda di acido fosforico purificato (Ppa), ma si prevede che questo numero salga al 24% entro il 2030. La roccia fosfatica deve essere raffinata per raggiungere un livello di purezza essenziale per le batterie. La purificazione dell’acido fosforico è fondamentale per il funzionamento delle batterie ma oggi solo il 3% della fornitura totale di fosfato è adatta alle applicazioni delle batterie agli ioni di litio».
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A Sud del Marocco si annidano riserve chiave per la produzione di uranio e fertilizzanti. Ma la zona è contesa dalle milizie ribelli.Le truppe saharawi lottano per l’indipendenza del loro territorio (con annessi giacimenti) grazie ai miliardi sborsati dal Paese di Tebboune, che secondo fonti locali addestra i combattenti fornendo armi e carburante.L’ingegnere minerario Giovanni Brussato: «Un possibile conflitto farebbe impallidire il controllo di Pechino sulle terre rare».Lo speciale contiene tre articoli.Il Fronte Polisario, che lotta con metodi violenti per l’indipendenza del Sahara occidentale, ha avvertito che potrebbe intensificare gli attacchi militari, mentre il Marocco cerca di consolidare il controllo del territorio conteso, rafforzato dal sostegno di Stati Uniti e Francia. Nel 2024 il Fronte Polisario, secondo quanto afferma, ha compiuto oltre 3.700 attacchi contro più di 60 obiettivi marocchini nel Sahara Occidentale. Il Sahara Occidentale, situato nel Nordovest dell’Africa, è oggetto di disputa da parte del popolo saharawi sin dal 1966, quando l’Onu chiese alla Spagna, allora potenza coloniale, di organizzare un referendum per garantire il diritto all’autodeterminazione della popolazione locale. Tuttavia, con gli Accordi di Madrid del 1975, la Spagna trasferì il controllo del territorio al Marocco e alla Mauritania, provocando un vasto esodo di rifugiati saharawi verso l’Algeria. Da allora, il Marocco accusa l’Algeria di appoggiare il Fronte Polisario, che combatte per l’indipendenza del Sahara Occidentale, mentre l’Algeria sostiene che il Marocco, insieme a Israele, favorisca movimenti separatisti come il Mak nella regione cabila. Il riconoscimento storico del dominio marocchino, avviato durante l’amministrazione Trump, sta spingendo Rabat a potenziare i progetti in ambiti come l’energia verde, il turismo e le infrastrutture, considerandoli parte integrante del regno. Tuttavia, il Fronte Polisario, sostenuto dall’Algeria, continua a opporsi con fermezza, alimentando un conflitto di bassa intensità riaccesosi nel 2020. Mohamed Liman Ali, ambasciatore in Kenya per la Repubblica saharawi, come il Polisario e altri chiamano questo territorio, ha affermato che «il continuo sostegno di Parigi e una seconda presidenza Trump non faranno altro che incoraggiare il Marocco e non lasceranno al popolo saharawi altra scelta che intensificare la propria lotta armata per l’autodeterminazione e l’indipendenza». Il Sahara occidentale, una fascia di costa atlantica e deserto ricca di minerali, più grande della Gran Bretagna, è stato duramente conteso sin dalla sua annessione da parte del Marocco nel 1975, quando l’ex sovrano coloniale spagnolo si ritirò. Una guerra che ne seguì, che contrappose le forze marocchine al Polisario, causò circa 9.000 vittime fino a una tregua mediata dalle Nazioni Unite nel 1991. Gli Stati Uniti, come accennato, hanno riconosciuto la sovranità del Marocco sul Sahara occidentale negli ultimi mesi del primo mandato di Trump, in un accordo che ha visto la nazione nordafricana ripristinare e rafforzare i legami diplomatici con Israele. La Spagna ha fatto un passo simile nel 2022 e la Francia ha seguito l’esempio quest’estate. Ciò ha irritato il vicino e rivale di lunga data Algeria, dove circa 170.000 saharawi vivono nei campi profughi. Da quando l’Algeria ha tagliato i rapporti con il Marocco nel 2021, i due Paesi sono riusciti a evitare lo scontro armato nonostante diversi incidenti nel Sahara occidentale che avrebbero potuto portare a un’escalation, ma non è detto che la situazione rimanga tale. Secondo un rapporto del 29 novembre dell’International crisis group, esiste il rischio concreto che scoppi un conflitto tra Marocco e Algeria per il territorio conteso: « Finora, l’autocontrollo reciproco e la diplomazia statunitense hanno mantenuto la pace tra i vicini, ma le ostilità nel Sahara occidentale, la disinformazione online, una corsa agli armamenti bilaterale e l’avvento dell’amministrazione del presidente eletto Donald Trump sono tutti rischi». Dopo il fallimento del cessate il fuoco avvenuto quattro anni fa, il Polisario continua a rilasciare dichiarazioni riguardanti presunti attacchi contro le forze marocchine posizionate lungo il cosiddetto «muro della vergogna», un imponente terrapieno di sabbia costruito dal Marocco per difendere l’80% del Sahara occidentale sotto il suo controllo. Tuttavia, il Marocco non divulga informazioni sulle operazioni militari nella regione, rendendo impossibile verificare le affermazioni del Polisario relative a presunti attacchi letali contro le truppe marocchine. Le tensioni tra Marocco e Algeria sono ulteriormente aggravate dall’intervento di potenze globali. La Russia ha tradizionalmente sostenuto l’Algeria, mentre il Marocco ha rafforzato i legami con gli Stati Uniti, come dimostrato dagli Accordi di Abramo del 2020, attraverso i quali gli Stati Uniti hanno riconosciuto la sovranità marocchina sul Sahara occidentale. La Spagna, storicamente neutrale, ha cambiato posizione nel marzo 2022, schierandosi con il Marocco per risolvere una crisi diplomatica con Rabat e supportando la proposta marocchina di autonomia per il Sahara occidentale, pur lasciando al Marocco il controllo su settori chiave come difesa, sicurezza e risorse naturali. Questa svolta politica della Spagna ha avuto conseguenze immediate. Il presidente algerino Abdelmadjid Tebboune ha reagito ritirando l’ambasciatore e sospendendo le relazioni commerciali, bloccando anche operazioni bancarie per un valore di 3 miliardi di euro. Alla fine di ottobre, l’Algeria ha inoltre interrotto il contratto per il gasdotto Maghreb-Europa, che dal 1996 trasportava oltre 10 miliardi di metri cubi di gas all’anno dall’Algeria alla Spagna. Perché questa area è strategica per il Regno del Marocco? Innanzitutto, rappresenta l’accesso all’Oceano Atlantico, essenziale per il controllo della pesca e del traffico marittimo. Inoltre, è la zona in cui il Marocco sta realizzando il più grande progetto di energia solare a concentrazione al mondo, l’Ouarzazate solar power station, finanziato anche dall’Unione europea. Questo progetto, spiegano, è di interesse strategico nell’ottica della transizione energetica globale e della riduzione delle emissioni di CO2. Ma il vero tesoro della regione è rappresentato dalle sue ricchezze naturali, in particolare i fosfati. Il Sahara occidentale possiede circa il 75% delle riserve globali conosciute di questo minerale, fondamentale per l’agricoltura, in quanto utilizzato nella produzione di fertilizzanti per colture come grano e mais. I fosfati sono anche un elemento chiave nella produzione di uranio, cruciale per il settore energetico e nucleare.Negli anni Cinquanta si scoprì che l’uranio poteva essere estratto dai fosfati. Questa tecnica, oggi economicamente conveniente, ha già portato alla produzione di 20.000 tonnellate di uranio a livello globale. Il processo utilizza l’acido fosforico per isolare il minerale ed è attualmente in uso in circa 400 impianti nel mondo. Le riserve di uranio contenute nei fosfati marocchini, stimate in 6,9 milioni di tonnellate, superano quelle di Paesi come l’Australia e il Kazakistan. Con la crisi energetica in Europa e la riduzione delle forniture di uranio dal Niger, il Marocco potrebbe affermarsi come un attore chiave nel mercato globale dell’uranio. Tuttavia, dovrà competere con la Norvegia, dove è stato recentemente scoperto un gigantesco deposito di fosfati nelle sue fredde terre. Il Marocco mira a ridurre la propria dipendenza energetica dall’estero, che attualmente copre il 90% del suo fabbisogno, attraverso un mix di fonti nucleari, solari ed eoliche. Nel 2024 ha firmato un accordo con l’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Iaea) per sviluppare un programma nucleare a scopi pacifici, includendo reattori e impianti di desalinizzazione per affrontare la crescente crisi idrica. Grazie alle sue ingenti riserve di fosfati e agli ambiziosi progetti nel settore energetico, il Marocco è ben posizionato per emergere come leader globale nella produzione di uranio.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/tesoro-fosfati-fa-litigare-sahara-2670744359.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="contro-rabat-ce-il-fronte-polisario-che-resta-in-vita-con-i-soldi-algerini" data-post-id="2670744359" data-published-at="1736103237" data-use-pagination="False"> Contro Rabat c’è il Fronte Polisario. Che resta in vita con i soldi algerini Il Fronte Polisario, nato nel Sahara occidentale, continua a lottare per l’indipendenza della regione, rivendicata dai suoi membri. Il nome Polisario, abbreviazione di Frente Popular de Liberación de Saguía el Hamra y Río de Oro, richiama le due province coloniali spagnole che componevano l’area oggi occupata in parte dal Marocco. Il movimento, attivo anche nella gestione dei campi profughi di Tindouf, nel Sud dell’Algeria, non ha mai rinunciato al suo ideale indipendentista, ma deve far fronte a una serie di sfide legate al finanziamento e alle sue alleanze internazionali. L’Algeria rimane il principale sostenitore del Polisario, ma la capacità di sostenere finanziariamente il movimento è limitata. Secondo fonti citate dal sito algerino Algérie Part Plus, il sostegno al Polisario ha un costo significativo per il governo algerino, stimato in almeno un miliardo di dollari all’anno. Metà di questo budget è destinata al settore della difesa del Fronte Polisario, con 497 milioni di dollari che finanziano direttamente il ministero della Difesa della Repubblica araba saharawi democratica (Rasd), entità autoproclamata dal movimento. I cosiddetti rapporti di guerra diffusi regolarmente dal ministero suggeriscono che l’Esercito di liberazione del popolo saharawi (Spla) mantenga un arsenale militare di una certa rilevanza. Fonti Osint sono riuscite a compilare un inventario delle risorse militari disponibili per il Polisario. Nonostante ciò, la mancanza di immagini o video a corredo dei rapporti di guerra - in un’epoca in cui i gruppi armati sommergono le reti con contenuti di propaganda - solleva molti interrogativi sulla reale capacità operativa di tale esercito. Nel 2022, le spese complessive del Polisario hanno superato 1,3 miliardi di dollari. L’Algeria ha fornito carburante, armamenti, equipaggiamenti e addestramento a oltre 10.000 combattenti separatisti. Sempre secondo Algérie Part Plus, le attività diplomatiche del Polisario costano circa 250 milioni di dollari, mentre le spese presidenziali della Rasd ammontano a 8,5 milioni di dollari. Inoltre, i costi relativi a servizi essenziali come acqua, elettricità e gas raggiungono i 53 milioni di dollari all’anno. Questo massiccio impegno finanziario si inserisce in un contesto socioeconomico complesso per l’Algeria, segnata da una crisi economica aggravata dall’aumento dei prezzi delle materie prime e dalle proteste interne del movimento Hirak. Nonostante le difficoltà, il supporto al Polisario resta una priorità per il regime algerino. A livello internazionale, diverse organizzazioni e governi, inclusa l’Unione europea, contribuiscono con fondi umanitari per sostenere i rifugiati saharawi nei campi di Tindouf. Nel 2021, l’Ue ha stanziato 10 milioni di euro per aiuti alimentari e per combattere la malnutrizione, con particolare attenzione a donne e bambini. Tuttavia, i costi crescenti e la precarietà dei rifugiati continuano a sollevare interrogativi sulla sostenibilità di questa crisi, sia per l’Algeria sia per la comunità internazionale. L’Ue ha recentemente stanziato un milione di euro per sostenere la campagna di vaccinazione contro il Covid-19 nei campi profughi di Tindouf. Oltre all’Ue, anche l’Agenzia di Sain per la cooperazione internazionale allo sviluppo e diversi organismi delle Nazioni Unite hanno fornito aiuti mirati a migliorare le condizioni di vita delle comunità saharawi che risiedono nei campi. Tuttavia, nonostante il sostegno internazionale, la situazione in tali campi resta drammatica. Le popolazioni continuano a soffrire per la carenza di beni di prima necessità e per la diffusione di malattie quali la malnutrizione e l’anemia, che colpiscono in particolare donne e bambini. La gestione delle risorse economiche per sostenere il Polisario e le istituzioni della Repubblica araba saharawi democratica (Rasd) ha sollevato interrogativi. Emergono sospetti di finanziamenti illeciti, che potrebbero essere collegati al traffico di droga attraverso le carovane del deserto o al dirottamento di fondi destinati ufficialmente ai rifugiati dei campi. Tali accuse alimentano dubbi sulla trasparenza delle operazioni e pongono nuove pressioni sulla comunità internazionale per garantire che gli aiuti raggiungano realmente i più bisognosi. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/tesoro-fosfati-fa-litigare-sahara-2670744359.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="per-leuropa-si-tratta-di-materiale-critico" data-post-id="2670744359" data-published-at="1736103237" data-use-pagination="False"> «Per l’Europa si tratta di materiale critico» Giovanni Brussato, ingegnere minerario e saggista, in caso di conflitto tra Marocco e Fronte Polisario come potrebbe proseguire l’approvvigionamento di fosforo da Rabat? «Il fosfato è uno dei 14 elementi essenziali per la vita utilizzati dagli esseri viventi, ma ciò che lo distingue da altri, come carbonio o azoto, è la sua relativa scarsità: Asimov lo ha definito “il collo di bottiglia della vita”. La maggior parte dei Paesi dipende dalle importazioni di fosforo per soddisfare la propria domanda alimentare. L’atmosfera non contiene quasi fosforo, e le rocce ricche di fosfati sono presenti in quantità limitate. La roccia fosfatica è una roccia sedimentaria ricca di fosfati da cui si estrae il fosforo, un elemento fondamentale per la crescita delle piante. Oltre il 90% della roccia fosfatica lavorata viene utilizzata per produrre fertilizzanti fosfatici, necessari in qualsiasi tipo di agricoltura per sostituire i nutrienti e i minerali che sono essenzialmente consumati da animali e piante. Il 70% delle riserve mondiali di rocce fosfatiche è in mano a un solo Paese: il Marocco, e quelle della Cina, le seconde riserve più grandi del mondo, sono meno di un decimo di quelle del Marocco. Le implicazioni sulla criticità della supply chain globale sono evidenti e tali da far impallidire il controllo della Cina sulle terre rare. I Paesi produttori di fosforo, come la Cina e gli Usa, in presenza di tensioni sui mercati, potrebbero cercare di proteggere le loro forniture interne limitando le esportazioni. In questo senso l’Europa ha classificato il fosforo come me un materiale critico. Le future interruzioni delle catene di approvvigionamento del fosforo saranno probabilmente di natura geopolitica ed economica, molto prima dell’esaurimento delle riserve globali. Dagli anni Sessanta il consumo globale di fosforo nel settore agricolo è più che quadruplicato. La popolazione globale raggiungerà i 9 miliardi in 15 anni: sempre più persone dovranno essere nutrite. Quanto dureranno le riserve mondiali è una questione di dibattito». In quest’area contesa quali e quante sono le risorse naturali? «Il Marocco possiede riserve di roccia fosfatica per un totale di oltre 50 miliardi di tonnellate: la Cina, al secondo posto, ha riserve stimate di soli 3,2 miliardi di tonnellate di roccia fosfatica. Oltre ai fosfati l’unico asset produttivo, di un certo significato, del Marocco è la miniera di cobalto di Bou-Azzer, di proprietà di Managem e situata a 120 km a Sud della città di Ouarzazate. La produzione è di circa 2.000 tonnellate annue di cobalto e pone il Paese al 14° posto tra i produttori mondiali. Le stime sulle riserve identificate del Marocco sono pari a circa 13.000 tonnellate: lo 0,2% delle riserve globali. In Marocco sono in funzione diverse miniere di metalli comuni, specie zinco, piombo e rame. I progetti sono per lo più situati nel massiccio ercinico della Meseta Centrale e sebbene i giacimenti siano economici, il loro cubaggio non è particolarmente significativo: per questo motivo il Paese è un modesto produttore di metalli». Quali sono i mercati di riferimento di queste risorse e quanto pesano in termini finanziari ? «L’industria marocchina dei fosfati è fiorente ed è controllata da due industrie di proprietà e gestite dallo Stato marocchino, Ocp Sa e Phosphates de Boucraa Sa. La società gestisce tutte e tre le miniere di roccia fosfatica operative a Boucraa, Gantour e Khouribga che sono collegate agli impianti di produzione di fertilizzanti in tre porti sulla costa atlantica marocchina. Un grande nastro trasportatore, lungo 97 km, porta oltre 2 milioni di tonnellate all’anno di fosfati dai depositi di Boucra, nei territori occupati del Sahara occidentale oggetto di rivendicazione del Fronte Polisario, fino al porto di El Aaiun, dove la roccia fosfatica viene lavata, asciugata, stoccata e spedita con le portarinfuse. Ocp sta aumentando la produzione di Tsp (triplo superfosfato o superfosfato concentrato) con nuovi impianti presso la struttura portuale di Jorf Lasfar, nel quadro di uno sforzo aziendale concertato per orientare la strategia e aumentare l’uso di fertilizzanti ricchi di fosfati. Il governo marocchino sta anche cercando di aumentare la produzione di cobalto e Managem ha concluso un accordo quinquennale con Glencore per il recupero di cobalto, nichel e litio dalla massa nera, il prodotto dello smontaggio delle batterie Ev, presso la raffineria idrometallurgica Ctt di Guemssa». Quali sono gli interessi della Cina nell’area? «Negli ultimi anni le batterie per auto elettriche basate sulla chimica litio-ferro-fosfato (Lfp) sono diventate la scelta preferita per i veicoli di massa in Cina e probabilmente sarà così in futuro anche per gli altri mercati: si prevede che questa chimica rappresenterà una quota del 42% della domanda di celle entro il 2030. Il settore automobilistico rappresenta attualmente circa il 5% della domanda di acido fosforico purificato (Ppa), ma si prevede che questo numero salga al 24% entro il 2030. La roccia fosfatica deve essere raffinata per raggiungere un livello di purezza essenziale per le batterie. La purificazione dell’acido fosforico è fondamentale per il funzionamento delle batterie ma oggi solo il 3% della fornitura totale di fosfato è adatta alle applicazioni delle batterie agli ioni di litio».
Luca Ciriani (Ansa)
«L’Italia tanti anni fa ha deciso frettolosamente di uscire dal nucleare, ma noi speriamo quanto prima di poter finalmente impiantare centrali di nuova generazione nel nostro Paese, come avviene in Francia come avviene in tanti Paesi da cui noi importiamo energia elettrica prodotta dal nucleare». Niente più tabù sul referendum dopo la sconfitta subita sulla riforma della giustizia ma, soprattutto, niente più tabù sulle centrali nucleari in Italia. Non si può più aspettare, per Ciriani, perché «con la guerra in Ucraina abbiamo scoperto che l’Italia è un Paese che dipendeva per quasi la metà dei suoi approvvigionamenti energetici dalla Russia, un Paese ostile, antidemocratico, una dittatura, e abbiamo all’improvviso dovuto correre ai ripari cercando di trovare da altri Paesi forniture che riducessero e cancellassero la nostra dipendenza dalla Russia».
Oggi l’Italia cerca l’indipendenza energetica, un percorso lungo che va intrapreso prima possibile. «Immagino discuteremo anche su questo», ha proseguito il ministro, «però noi ci prendiamo la responsabilità di indicare al Paese quali sono le strade da percorrere. Vedremo quello che succederà». Dal suo entourage, dopo l’intervento, si sono affrettati a spiegare che non si trattava di un annuncio ma di «un’ipotesi», «una supposizione del ministro».
Non solo energia, però, perché Ciriani ha parlato anche di legge elettorale, ribadendo: «Vogliamo fare una legge proporzionale con una soglia di sbarramento non troppo elevata, con un piccolo premio di maggioranza, un premio di maggioranza proporzionale, che è un premio, coerente con le indicazioni che ha dato la Consulta, pertanto intorno al 42%. Però il principio è che una coalizione che raggiunge un certo consenso ha un certo premio, non superiore a una certa soglia, in modo tale da impedire che chiunque vinca possa, oltre a vincere, scegliersi non solo il presidente della Camera e del Senato, ma anche il presidente della Repubblica». E sul Pd: «Credo che Elly Schlein abbia la legittima ambizione di fare il presidente del Consiglio nel 2027, ma con questa legge elettorale il rischio molto concreto è che lei non lo possa mai più fare, perché se il Parlamento è ingovernabile, sicuramente non sarà il leader del Pd a tenere insieme una maggioranza politica tra destra e sinistra, una maggioranza tecnica o una maggioranza che comunque esce dei giochi del potere del palazzo dopo il voto». Un sistema che, secondo Ciriani, «piace solo ai partiti del 2-3% che determinano la sopravvivenza dei governi inventandosi alleanze successive al voto». La speranza è che «entro la fine del mese di giugno, si possa approvare almeno in prima lettura alla Camera», ha continuato il ministro, perché «c’è la massima volontà di accelerare l’approvazione. Dopo aver atteso le proposte del centrosinistra che non sono mai arrivate, il centrodestra ha deciso, naturalmente col consenso del governo, di accelerare».
Anche il ministro della Pubblica amministrazione, Paolo Zangrillo, ha partecipato al Festival dell’economia di Trento, annunciando «un milione di assunzioni nei prossimi 6-7 anni. Nel 2026 contiamo di assumere tra le 200.000 e le 250.000 persone». Poi ha spiegato: «I rinnovi dei contratti sono uno dei processi che mi hanno dato più soddisfazione in questi anni. Per la prima volta nella storia abbiamo avviato le trattative di rinnovo nel primo anno di riferimento. Abbiamo già firmato il contratto della scuola e siamo ormai arrivati in fase finale delle funzioni centrali che credo si chiuderà a giugno. Abbiamo, poi, avviato le trattative per i contratti della sanità e degli enti locali. Mi sono preso l’impegno di chiudere entro quest’anno la tornata 2025-2027 ma il mio obiettivo personale è quello di chiuderla prima dell’estate. Questa è una notizia bella per i nostri dipendenti perché non facciamo più contratti con anni di ritardo e diamo continuità. L’altra buona notizia è che ci sono già le risorse per la tornata di rinnovo successiva che è quella 2028-2030».
L’ospite d’onore è stata il presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, che ha consegnato il suo intervento in un videomessaggio. «La strategia del governo è stata chiara fin dall’inizio: sostenere chi crea ricchezza e posti di lavoro», ha detto il premier illustrando i risultati del suo esecutivo, «L’occupazione in Italia ha raggiunto livelli record con 1.200.000 occupati stabili in più e 550.000 precari in meno. Il tasso di disoccupazione sia generale che giovanile ha raggiunto i livelli minimi di sempre e per la prima volta nella storia abbiamo superato il tetto dei 10 milioni di donne lavoratrici». Infine ha rivendicato «il taglio del costo del lavoro» e «l’aumento del netto in busta paga per milioni di lavoratori, soprattutto per i redditi medio-bassi».
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Il Kennedy Space Center della Nasa a Titusville in Florida (Ansa)
Aziende private lanciano satelliti, gestiscono costellazioni e offrono servizi che un tempo erano appannaggio esclusivo dei governi. In particolare, aziende private - come Space X e Blue Origin - stanno abbattendo i costi di accesso allo Spazio, passando da sistemi di proprietà governativa a un mercato commerciale e competitivo.
In tutto questo, dove si colloca l’Europa? Riuscirà a mantenere un ruolo sostanziale senza dipendere da tecnologie prodotte altrove? Mentre procediamo verso quella che la Nasa ha definito la «seconda era spaziale», l’autonomia strategica diventa improvvisamente centrale per l’Ue. Ed è sempre più essenziale che l’Europa possa raggiungere, controllare e proteggere i propri sistemi spaziali, senza vincoli. Lo Spazio un tempo era principalmente legato alla scienza o al business, ma ora è una risorsa di fondamentale importanza per l’Ue. Quasi tutto - finanza, comunicazioni, trasporti, sicurezza - dipende dalla tecnologia spaziale. Ma c’è un problema: molti componenti e servizi cruciali provengono ancora da fuori Europa. Questo tipo di dipendenza non è sostenibile se si vuole esercitare una reale influenza globale, in un contesto dove chi controlla le infrastrutture detta legge. La governance spaziale europea è invece frammentata tra le istituzioni dell’Ue, l’Agenzia spaziale europea, i Paesi membri e le aziende. Anche i finanziamenti mostrano criticità: i bilanci europei sono (notevolmente) inferiori a quelli di Usa e Cina, soprattutto in materia di difesa e sicurezza. Inoltre, la cultura imprenditoriale europea è restia a farsi coinvolgere, dato che l’industria e le startup non godono della stessa propensione al rischio che troverebbero Oltreoceano. L’Europa deve ridurre al più presto la sua dipendenza, concentrandosi sullo sviluppo delle proprie catene di approvvigionamento per tecnologie come chip speciali, sistemi di propulsione avanzati, crittografia e infrastrutture di terra sicure. L’Europa dovrebbe inoltre incrementare gli sforzi della ricerca privata, soprattutto in settori come i sistemi di lancio riutilizzabili, i servizi in orbita e la sicurezza informatica dei satelliti. Tutto questo richiede investimenti: bisogna quindi creare strumenti finanziari che combinino fondi dell’Unione europea, nazionali e privati per aiutare le nuove aziende spaziali europee a crescere.
Un’opportunità emergente è quella dello Spazio cislunare. Parliamo della regione dello Spazio tra la Terra e la Luna, generalmente considerato poco più di un corridoio. Ma ora gli Usa ne hanno fatto un pivot di competizione strategica. Al momento, non esiste un piano per amministrare o difendere quella che sta diventando una delle aree spaziali più importanti. Gli attuali sistemi di controllo sono inadatti a monitorare le attività in questo sistema che si sta trasformando in un ambiente affollato da molteplici attori statali, commerciali e ibridi, con una vasta gamma di idee e obiettivi. Queste attività spaziano dalla ricerca, allo sviluppo e all’esplorazione, fino alla raccolta di informazioni di intelligence, alla trasmissione sicura di dati e a operazioni di prossimità ambigue che confondono il confine tra uso pacifico e militare.
La prospettiva di un conflitto nello Spazio cislunare non è più quindi puramente teorica, ma sempre più plausibile. I conflitti «terrestri» perdono di rilevanza, rispetto a questo nuovo scenario. E questo è uno dei messaggi in filigrana emersi dal recente incontro tra Donald Trump e Xi Jinping. La scelta non è tra militarizzare lo Spazio o preservare un bene comune pacifico. L’unica scelta è tra amministrare deliberatamente lo Spazio cislunare o permettere ad altri di definire un proprio ordine. Per questo il nuovo amministratore Nasa, nel presentare ai primi di marzo Ignition - la nuova strategia Usa per lo Spazio - ha parlato della competizione in atto con il «vero rivale geopolitico» - la Cina - rimarcando che «la differenza tra successo e fallimento si misurerà in mesi, non in anni. Potremmo arrivare presto, ma la storia recente suggerisce che potremmo arrivare tardi». Uno degli elementi principali dei piani presentati a Ignition è stato il blocco del progetto del Lunar gateway (parte centrale del programma Artemis), delegandone l’eventuale costruzione e gestione ai privati, e orientandosi verso la costruzione di una base lunare, con tanto di centrale nucleare e strutture di deposito per i dati della Intelligenza artificiale. I partner internazionali sono stati colti alla sprovvista: lo smantellamento del Gateway significa incertezza sugli investimenti realizzati per Artemis, e molti elementi già progettati potrebbero non essere riutilizzabili per una base lunare.
A prescindere dal danno economico e dallo scompiglio generato, tutto questo deve portarci a interrogarci sul senso della collaborazione con gli Usa. Siamo partner o comprimari irrilevanti? Su tutto questo la politica tace o è assente. Qualcuno dovrebbe risvegliarla. La seconda era spaziale non aspetterà l’Europa. L’Europa deve decidere. Vuole essere leader o limitarsi a osservare da bordo campo? È ancora possibile permettersi di non avere una politica industriale spaziale ben definita e attentamente monitorata? Occorre apportare cambiamenti significativi e velocemente. L’Ue deve agire ora: deve investire in modo ambizioso, innovare con urgenza, governare in modo coeso e sviluppare capacità spaziali indipendenti e resilienti. L’opportunità per l’Europa di assumere un ruolo guida è aperta. Ma si sta chiudendo rapidamente.
di Mariano Bizzarri, Coordinatore scientifico del comitato interministeriale per lo Spazio
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Ansa
Ieri il presidente ucraino Volodymir Zelensky ha annunciato che droni dei servizi di sicurezza hanno raggiunto e colpito un importante impianto chimico russo, implicato in produzioni a scopo militare, situato a 1.700 km dal confine. È la Metafrax Chemicals di Gubakha, nella regione di Perm, presso la catena dei monti Urali. Ha detto il leader di Kiev: «Sono grato al Servizio di sicurezza dell’Ucraina per aver colpito una delle più importanti imprese militar-industriali della Russia. I prodotti della Metafrax Chemicals supportano dozzine di altre industrie militari russe inclusi quelli di equipaggiamento d’aviazione e droni, motori di missili ed esplosivi». L’attacco è avvenuto nella notte fra venerdì e sabato e ha causato la sospensione della produzione. L’impianto produce precursori di esplosivi e di carburanti di razzi, come ammoniaca, urea e melammina, e ha una capacità quotidiana di 900 tonnellate di ammoniaca e 1.600 tonnellate di urea.
La Metafrax era stata attaccata già lo scorso 17 febbraio e in quell’occasione erano stati impiegati droni An-196 Liutyi prodotti dalla celebre azienda aeronautica Antonov. Probabilmente è lo stesso drone usato anche per l’azione di ieri. È tra i mezzi più efficaci del servizio di sicurezza Sbu, il servizio segreto di Kiev che ha il monopolio degli attacchi in profondità. Lungo 4,4 metri e con apertura alare di 6,7 metri, il Liutyi è spinto da un motore a elica importato dalla Germania, un Hirth F-23 da 50 cavalli, e pesa al decollo 300 kg di cui fra 50 e 75 kg, a seconda della missione, spettanti alla testata esplosiva. Il suo raggio d’azione arriva fino a 2.000 km. Il sistema di guida s’avvale dell’intelligenza artificiale, un settore in cui l’Ucraina ha investito molto nell’ambito del suo piano di produzione di droni, ma anche della guida satellitare tipo Gps o Glonass. È solo uno degli ordigni che gli ucraini hanno sviluppato dal 2022 per portare la guerra nel cuore della Russia.
L’Sbu ha colpito una volta di più Mosca, domenica, utilizzando altri due tipi di droni, il Fire Point FP-1 e l’RS-1 Bars, più un terzo tipo di cui si sa ancora poco, il Bars-SM Gladiator. Giovedì è stata centrata la sede del servizio segreto russo Fsb nella regione annessa di Kherson, dove si sono avuti 100 morti. Poi nella notte fra giovedì e venerdì è stato bombardato il dormitorio studentesco di Starobilsk, nella regione ucraina russofona di Lugansk, annessa alla Russia. Raid il cui bilancio è arrivato ieri a 18 morti e 42 feriti. Dalle macerie sono stati estratti corpi di quattro bambini. Gli ucraini sostengono che l’edificio celasse un centro di guida di droni russi dell’unità Rubicon. Putin, invece, ha annunciato una rappresaglia, con Zelensky che ha avvisato i cittadini ucraini di un possibile attacco con missili Oreshnik. Sabato altri droni di Kiev hanno incendiato il terminal petrolifero di Sheskharis e il deposito di greggio di Grushovaya, nella regione di Novorossiysk, nonché la nave cisterna Chrysalis, reputata da Kiev parte della «flotta ombra».
Per gli attacchi a lungo raggio gli ucraini hanno messo a punto vari sistemi di guida dei velivoli oltre la linea dell’orizzonte, ovviando alla curvatura terrestre che limita i segnali diretti da stazioni terrestri. Sono stati usati droni ripetitori che, volando ad alta quota, fanno da ponte radio per rimandare i segnali guida da terra. L’uso dell’IA permette inoltre ad alcuni di questi tipi di orientarsi sulla base di una mappa memorizzata. Molto importante s’è dimostrato anche lo sfruttamento della rete telefonica cellulare russa per inviare segnali di guida a una scheda Sim installata sul drone stesso. In certe occasioni, magari per la guida terminale vicino dall’obbiettivo, possono essere stati utilizzati segnali, radio o forse laser, mandati da terra da agenti dell’Sbu infiltrati in Russia. Il che spiega anche perché proprio un’agenzia di spionaggio, più che l’Aeronautica di Kiev, sia responsabile di tali raid.
L’invio dei droni kamikaze su obbiettivi non solo militari ma anche civili in larga parte della Russia non ha solo lo scopo di rispondere alle massicce incursioni che gli stessi russi compiono. È anche una forma di pressione politica, come lo stesso Zelensky ha rimarcato, definendo i raid su strutture produttive ed energetiche «le nostre sanzioni a lungo raggio» e affermando che «occorre far capire a Mosca che continuare la guerra costa caro».
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