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2021-04-19
Tesoretto dimenticato. Tolto ai delinquenti ma sempre in mano loro
Hotel Paradiso (Architetti Pistoia)
Una guerra a metà, impantanata tra la mancanza dei fondi e la scarsa volontà politica. La lotta dello Stato alla criminalità organizzata si ferma ancora alla sua prima fase, quella repressiva, con i sequestri e le confische dei patrimoni accumulati dai clan. Il secondo momento, quello della restituzione dei beni alla collettività, continua a zoppicare tra le lungaggini burocratiche. L'analisi dell'attività svolta dall'Agenzia nazionale per l'amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati (Anbsc) parla chiaro. Secondo il dossier FattiPerbene, elaborato da Libera a 25 anni dalla legge che prevede il riutilizzo sociale dei beni confiscati, 5 immobili su 10 restano ancora da destinare; le aziende confiscate e destinate sono state quasi tutte liquidate.
Su 37.300 immobili sottratti definitivamente ai clan, 17.316 sono tornati alla collettività. Gli altri (19.984) restano ancora in pancia all'Agenzia. Di quelli destinati, «circa la metà attende ancora una effettiva rifunzionalizzazione», si legge nell'ultima relazione disponibile redatta dall'Agenzia. «Fin qui la legge ha prodotto importanti esperienze, ma ci sono ancora troppe criticità nei processi amministrativi, risolvibili solo se questo tema diventa una priorità nell'agenda politica», spiega alla Verità Gianpiero Cioffredi, presidente dell'Osservatorio per la legalità e la sicurezza della Regione Lazio. «Per troppo tempo, l'agenzia è stata una sorta di scatola vuota, con pochi fondi e risorse. Di fatto, avevano le mani legate». La concentrazione territoriale dei beni finisce per complicare anche il processo di gestione in mano agli enti: «Ci sono Comuni che si trovano a gestire un numero spropositato di immobili, e sono costretti a farlo con risorse che non hanno», continua Cioffredi. «Basterebbe investire nella ristrutturazione dei beni confiscati una parte del Fondo unico giustizia, nel quale convergono tutti i soldi sequestrati con le operazioni antimafia. Sono anni che le amministrazioni e le associazioni chiedono un sostegno maggiore da quel fondo».
I ritardi nella gestione del patrimonio ne hanno spesso causato la perdita di valore: ci sono palazzi, alberghi negozi abbandonati da anni, saccheggiati e spogliati di ogni cosa. Come raccontato in queste pagine, a volte sono le stesse organizzazioni a vandalizzare le strutture, approfittando dei tempi lunghi che separano il sequestro dalla confisca definitiva. In altre occasioni, addirittura, capita che la confisca non sia sufficiente: le famiglie dei clan continuano a utilizzare appartamenti, ville e terreni come se nulla fosse. Nella relazione della commissione parlamentare d'inchiesta sul fenomeno della mafia e della corruzione in Sicilia, per esempio, è spuntato fuori il paradosso di Gravina di Catania, dove le abitazioni confiscate in via definitiva nel 2018 alla famiglia Zuccaro «hanno continuato ad essere impunemente e tranquillamente occupate dai vecchi proprietari».
Si tratta delle case del boss Maurizio Zuccaro, clan Ercolano-Santapaola, messe a bando dall'Agenzia per i beni confiscati: villa con piscina e una serie di appartamenti in cui hanno abitato i figli, la madre e altri familiari. Tutte tranquillamente abitate, come rivelato dall'amministratore giudiziario contattato dall'associazione interessata a rilevare i beni: «Voi dovete sapere», ha spiegato ai membri dell'organizzazione I Siciliani giovani, «che se volete andare a fare il sopralluogo, dobbiamo andare a farlo con i carabinieri perché l'immobile è occupato». E ancora, in una seconda telefonata riportata nei verbali della commissione d'inchiesta regionale: «Fermiamo tutto perché noi non possiamo permetterci di effettuare un sopralluogo prima dell'avvenuto sgombero dei locali». Meglio è riuscita a fare la funzionaria dell'Agenzia per i beni confiscati, che, di fronte all'occupazione, ha dato una risposta senza appello: «L'amministratore giudiziario avrebbe dovuto dissuadere dall'effettuare il sopralluogo. L'associazione avrebbe potuto tranquillamente scegliere altri beni da avere affidati visto che c'erano quei problemi».
«Lo Stato ci mette faccia e risorse. Non può permettersi certe figure»
Dottor Gian Carlo Caselli, il processo per la valorizzazione dei beni confiscati alla criminalità organizzata è ancora in ritardo. Lei che conosce la mafia e che, da magistrato, ha speso tanti anni per combatterla, a cosa attribuisce queste incertezze?
«Manca la volontà politica per far funzionare adeguatamente la legge del 1996 sul riutilizzo dei beni e delle imprese confiscati, sia a livello nazionale che nei singoli territori. Troppo spesso, prevalgono logiche burocratiche».
Eppure si tratta di uno strumento di valore per portare a compimento la lotta ai clan.
«Molto apprezzato anche all'estero, aggiungerei. Ha avuto una infinità di applicazioni estremamente positive, tanto che i mafiosi hanno fatto di tutto per ostacolarne l'applicazione. Un buon funzionamento del sistema dimostra che le mafie possono essere battute non solo con le “manette", ma anche colpendole in ciò che sta loro maggiormente a cuore: il denaro».
L'Agenzia nazionale per l'amministrazione dei beni sequestrati e confiscati dispone di una sufficiente capacità manageriale per gestire un numero enorme di immobili e aziende sottratti alle mafie?
«Tenuto conto della scarsità di uomini e risorse disponibili, l'Agenzia sta facendo bene. Certamente la gestione di immobili e imprese, dal momento del sequestro a quello della destinazione, richiede competenze specialistiche».
Il ritardo nella destinazione dei beni indebolisce il lavoro della magistratura e delle forze dell'ordine?
«Per sequestrare e confiscare occorrono indagini complesse e tre lunghi gradi di giudizio. Oltre ai costi e al tempo, lo Stato ci mette “la faccia". Se poi i beni si coprono di ragnatele o muffa, restando abbandonati e inutilizzati, lo Stato ci fa una magra figura».
Ciò incide sulla fiducia dei cittadini nelle istituzioni?
«In maniera negativa, purtroppo. Il consenso verso l'azione dello Stato diminuisce e può lasciare spazio all'indifferenza ostile. Non possiamo permetterci il lusso che qualcuno, a fronte di queste disfunzioni, possa bestemmiare dicendo che “la mafia dà lavoro" o che “andava meglio prima"».
In che modo si potrebbero velocizzare le procedure?
«Le prassi amministrative di trasmissione delle notizie da parte degli uffici giudiziari, di destinazione e di assegnazione vanno semplificate in alcuni punti e accompagnate da tempi certi e più brevi. Per ottenere tutto ciò, occorrono investimenti in risorse materiali e umane».
In una lettera indirizzata al premier Mario Draghi, lei scrive: «Molti Comuni non intendono farsi carico di un immobile confiscato per via della loro indifferenza verso il significato dell'antimafia». A chi si riferisce?
«A tutti quei Comuni che si dichiarano non interessati a prendere in carico un immobile appartenuto a un mafioso per trasformarlo in qualcosa di utile sul territorio, nonostante l'oggettivo vantaggio economico dell'operazione; oppure, alle amministrazioni che, dopo essersi dichiarate interessate, tentennano o “ci ripensano". A volte manca la “metabolizzazione" dei valori dell'antimafia».
L'altro asset fondamentale dell'Agenzia nazionale sono i beni aziendali. Come si legge nell'ultima relazione disponibile, «il percorso di rigenerazione per una percentuale altissima di aziende è del tutto impercorribile». Siamo di fronte a un vicolo cieco?
«È lo stesso direttore dell'Agenzia, Bruno Corda, a segnalare il “grosso problema" delle imprese confiscate “senza futuro", cioè “destinate quasi sempre al fallimento". Abituate a lavorare sul mercato nero, quando si confrontano con il mercato reale, “soccombono". Un disastro per la credibilità dello Stato, da scongiurare rendendo le imprese confiscate i motori di un nuovo sviluppo nella legalità».
Come?
«Il codice antimafia stabilisce che, fin dal momento del sequestro, l'amministratore nominato dal giudice, anche d'intesa con l'Agenzia, debba delineare la prospettiva di impiego o riutilizzo di quanto sequestrato. Nei casi di imprese prive di prospettive, si potrebbe pensare a una rapida liquidazione. Quando ha voluto, lo Stato ha invece sostenuto con lungimiranza l'imprenditoria giovanile e ha potuto misurare i risultati dei suoi interventi. Se un'impresa già in mano a un clan passa a una cooperativa di giovani che riescono a farla funzionare, vi è sviluppo nella legalità. Con conseguenti ricadute positive sul territorio, che ci guadagna nella qualità e nella quantità dei servizi».
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A 25 anni dalla legge che restituisce alla collettività le ricchezze sottratte ai racket, 20.000 immobili su 37.000 restano sospesi. Preda di incuria e vandali o perfino rimasti in possesso degli illegittimi proprietari. Dopo la mafia, va sconfitta anche la burocrazia.L'ex toga antimafia Gian Carlo Caselli: «Per far funzionare la norma del '96 serve semplificare e investire, ma manca la volontà politica. Le aziende confiscate potrebbero essere motore di sviluppo. Invece ci si arrende al loro fallimento».Lo speciale contiene due articoli.Una guerra a metà, impantanata tra la mancanza dei fondi e la scarsa volontà politica. La lotta dello Stato alla criminalità organizzata si ferma ancora alla sua prima fase, quella repressiva, con i sequestri e le confische dei patrimoni accumulati dai clan. Il secondo momento, quello della restituzione dei beni alla collettività, continua a zoppicare tra le lungaggini burocratiche. L'analisi dell'attività svolta dall'Agenzia nazionale per l'amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati (Anbsc) parla chiaro. Secondo il dossier FattiPerbene, elaborato da Libera a 25 anni dalla legge che prevede il riutilizzo sociale dei beni confiscati, 5 immobili su 10 restano ancora da destinare; le aziende confiscate e destinate sono state quasi tutte liquidate.Su 37.300 immobili sottratti definitivamente ai clan, 17.316 sono tornati alla collettività. Gli altri (19.984) restano ancora in pancia all'Agenzia. Di quelli destinati, «circa la metà attende ancora una effettiva rifunzionalizzazione», si legge nell'ultima relazione disponibile redatta dall'Agenzia. «Fin qui la legge ha prodotto importanti esperienze, ma ci sono ancora troppe criticità nei processi amministrativi, risolvibili solo se questo tema diventa una priorità nell'agenda politica», spiega alla Verità Gianpiero Cioffredi, presidente dell'Osservatorio per la legalità e la sicurezza della Regione Lazio. «Per troppo tempo, l'agenzia è stata una sorta di scatola vuota, con pochi fondi e risorse. Di fatto, avevano le mani legate». La concentrazione territoriale dei beni finisce per complicare anche il processo di gestione in mano agli enti: «Ci sono Comuni che si trovano a gestire un numero spropositato di immobili, e sono costretti a farlo con risorse che non hanno», continua Cioffredi. «Basterebbe investire nella ristrutturazione dei beni confiscati una parte del Fondo unico giustizia, nel quale convergono tutti i soldi sequestrati con le operazioni antimafia. Sono anni che le amministrazioni e le associazioni chiedono un sostegno maggiore da quel fondo». I ritardi nella gestione del patrimonio ne hanno spesso causato la perdita di valore: ci sono palazzi, alberghi negozi abbandonati da anni, saccheggiati e spogliati di ogni cosa. Come raccontato in queste pagine, a volte sono le stesse organizzazioni a vandalizzare le strutture, approfittando dei tempi lunghi che separano il sequestro dalla confisca definitiva. In altre occasioni, addirittura, capita che la confisca non sia sufficiente: le famiglie dei clan continuano a utilizzare appartamenti, ville e terreni come se nulla fosse. Nella relazione della commissione parlamentare d'inchiesta sul fenomeno della mafia e della corruzione in Sicilia, per esempio, è spuntato fuori il paradosso di Gravina di Catania, dove le abitazioni confiscate in via definitiva nel 2018 alla famiglia Zuccaro «hanno continuato ad essere impunemente e tranquillamente occupate dai vecchi proprietari».Si tratta delle case del boss Maurizio Zuccaro, clan Ercolano-Santapaola, messe a bando dall'Agenzia per i beni confiscati: villa con piscina e una serie di appartamenti in cui hanno abitato i figli, la madre e altri familiari. Tutte tranquillamente abitate, come rivelato dall'amministratore giudiziario contattato dall'associazione interessata a rilevare i beni: «Voi dovete sapere», ha spiegato ai membri dell'organizzazione I Siciliani giovani, «che se volete andare a fare il sopralluogo, dobbiamo andare a farlo con i carabinieri perché l'immobile è occupato». E ancora, in una seconda telefonata riportata nei verbali della commissione d'inchiesta regionale: «Fermiamo tutto perché noi non possiamo permetterci di effettuare un sopralluogo prima dell'avvenuto sgombero dei locali». Meglio è riuscita a fare la funzionaria dell'Agenzia per i beni confiscati, che, di fronte all'occupazione, ha dato una risposta senza appello: «L'amministratore giudiziario avrebbe dovuto dissuadere dall'effettuare il sopralluogo. 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Lei che conosce la mafia e che, da magistrato, ha speso tanti anni per combatterla, a cosa attribuisce queste incertezze? «Manca la volontà politica per far funzionare adeguatamente la legge del 1996 sul riutilizzo dei beni e delle imprese confiscati, sia a livello nazionale che nei singoli territori. Troppo spesso, prevalgono logiche burocratiche». Eppure si tratta di uno strumento di valore per portare a compimento la lotta ai clan. «Molto apprezzato anche all'estero, aggiungerei. Ha avuto una infinità di applicazioni estremamente positive, tanto che i mafiosi hanno fatto di tutto per ostacolarne l'applicazione. Un buon funzionamento del sistema dimostra che le mafie possono essere battute non solo con le “manette", ma anche colpendole in ciò che sta loro maggiormente a cuore: il denaro». L'Agenzia nazionale per l'amministrazione dei beni sequestrati e confiscati dispone di una sufficiente capacità manageriale per gestire un numero enorme di immobili e aziende sottratti alle mafie? «Tenuto conto della scarsità di uomini e risorse disponibili, l'Agenzia sta facendo bene. Certamente la gestione di immobili e imprese, dal momento del sequestro a quello della destinazione, richiede competenze specialistiche». Il ritardo nella destinazione dei beni indebolisce il lavoro della magistratura e delle forze dell'ordine? «Per sequestrare e confiscare occorrono indagini complesse e tre lunghi gradi di giudizio. Oltre ai costi e al tempo, lo Stato ci mette “la faccia". Se poi i beni si coprono di ragnatele o muffa, restando abbandonati e inutilizzati, lo Stato ci fa una magra figura». Ciò incide sulla fiducia dei cittadini nelle istituzioni? «In maniera negativa, purtroppo. Il consenso verso l'azione dello Stato diminuisce e può lasciare spazio all'indifferenza ostile. Non possiamo permetterci il lusso che qualcuno, a fronte di queste disfunzioni, possa bestemmiare dicendo che “la mafia dà lavoro" o che “andava meglio prima"». In che modo si potrebbero velocizzare le procedure? «Le prassi amministrative di trasmissione delle notizie da parte degli uffici giudiziari, di destinazione e di assegnazione vanno semplificate in alcuni punti e accompagnate da tempi certi e più brevi. Per ottenere tutto ciò, occorrono investimenti in risorse materiali e umane». In una lettera indirizzata al premier Mario Draghi, lei scrive: «Molti Comuni non intendono farsi carico di un immobile confiscato per via della loro indifferenza verso il significato dell'antimafia». A chi si riferisce? «A tutti quei Comuni che si dichiarano non interessati a prendere in carico un immobile appartenuto a un mafioso per trasformarlo in qualcosa di utile sul territorio, nonostante l'oggettivo vantaggio economico dell'operazione; oppure, alle amministrazioni che, dopo essersi dichiarate interessate, tentennano o “ci ripensano". A volte manca la “metabolizzazione" dei valori dell'antimafia». L'altro asset fondamentale dell'Agenzia nazionale sono i beni aziendali. Come si legge nell'ultima relazione disponibile, «il percorso di rigenerazione per una percentuale altissima di aziende è del tutto impercorribile». Siamo di fronte a un vicolo cieco? «È lo stesso direttore dell'Agenzia, Bruno Corda, a segnalare il “grosso problema" delle imprese confiscate “senza futuro", cioè “destinate quasi sempre al fallimento". Abituate a lavorare sul mercato nero, quando si confrontano con il mercato reale, “soccombono". Un disastro per la credibilità dello Stato, da scongiurare rendendo le imprese confiscate i motori di un nuovo sviluppo nella legalità». Come? «Il codice antimafia stabilisce che, fin dal momento del sequestro, l'amministratore nominato dal giudice, anche d'intesa con l'Agenzia, debba delineare la prospettiva di impiego o riutilizzo di quanto sequestrato. Nei casi di imprese prive di prospettive, si potrebbe pensare a una rapida liquidazione. Quando ha voluto, lo Stato ha invece sostenuto con lungimiranza l'imprenditoria giovanile e ha potuto misurare i risultati dei suoi interventi. Se un'impresa già in mano a un clan passa a una cooperativa di giovani che riescono a farla funzionare, vi è sviluppo nella legalità. Con conseguenti ricadute positive sul territorio, che ci guadagna nella qualità e nella quantità dei servizi».
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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