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2022-02-12
«Terra Sacra». Alla Mole Vanvitelliana di Ancona, una mostra nel segno della rinascita
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Un sisma tremendo quello del 2016, il più forte in Italia dal 1980. 6.0 la magnitudo, Amatrice-Norcia-Visso la sequenza sismica, con epicentro nel comune di Accumoli, quasi totalmente raso al suolo, ridotto ad un «accumulo» di macerie senza più abitanti. Nomen Omen direbbero gli antichi. Un destino nel nome…
Migliaia le persone coinvolte, centinaia le vittime e danni incalcolabili al territorio e al patrimonio artistico del centro Italia, custode d’arte e culla del nostro Rinascimento. Semidistrutta, a Norcia, la Basilica di San Benedetto. Così come la Torre civica e la trecentesca chiesa di San Francesco ad Amatrice. O l’orologio del duomo di Camerino. Pochi esempi di un intero panorama artistico compromesso, ferito, fatto a pezzi dalle scosse telluriche. Per ogni chiesa, monastero, palazzo crollato, centinaia le opere d’arte rimaste senza riparo. Tele, statue, arredi senza più una casa. Esattamente come la popolazione. Per salvare, raccogliere, restaurare la nostra arte si mobilitano il mondo e l’Italia tutta. La città di Ancona è tra le prime a rispondere all’appello e per contribuire al recupero dei capolavori danneggiati, per custodirli e restaurarli, mette a disposizione gli spazi dell’imponente Mole Vanvitelliana, spettacolare fortezza pentagonale che domina il porto di Ancona, progettata nel 1732 da Luigi Vanvitelli.
Ed proprio da qui, dalla necessità di ridare vita a questi capolavori , che è nata l’idea di realizzare un progetto che facesse dialogare queste opere del passato con quelle di alcuni dei maggiori protagonisti dell’arte contemporanea. Questa la genesi di «Terra Sacra», una mostra coinvolgente ed emozionante, cha fa dell’arte un mezzo per ricordare e per riflettere sul rapporto tra uomo e natura. Una natura che crea e distrugge, col terremoto o col Covid… Per poi rinascere. Perchè questa esposizione, come ha affermato il suo curatore, il giornalista e critico d’arte Flavio Arensi «... non ha alcuna intenzione di confrontarsi con i fatti materiali, con le perdite e i crolli, con il lutto o la paura in senso stretto. Si tratta, invece, di un recupero e di una restituzione della vita...».
La Mostra e gli artisti
Il percorso espositivo, che si dispiega per tutti i luoghi della Mole Vanvitelliana, dalle mura alla corte, dal Magazzino Tabacchi al deposito della Soprintendenza delle Marche, è diviso in 6 sezioni e presenta 120 opere di 35 artisti, portavoci di linguaggi espressivi spesso molto diversi tra loro: da Claudio Abate a Guido Airoldi, da Giovanni Albanese a Peppe Avallone, da Gianfranco Baruchello a Paolo Icaro, passando per Titina Maselli, Alessandro Tesei e Zerocalcare.
Ad accogliere il visitatore, il grande Cavallo rosso di Mimmo Paladino, installato sulle mura della Mole cinque anni fa come elemento di un progetto di arte urbana, primo importante legame fra arte e città. La mostra vera e propria si apre poi con una gigantografia del Mediterraneo del fotografo Filippo Piantanida, prosegue con il bosco digitale di Quayola (artista tra i più interessanti della media-art) e, sezione dopo sezione, si chiude nella Corte della Mole, con alcune suggestive immagini di luoghi abbandonati e otto fotografie di Danilo Garcia di Meo facengti parte dal progetto Quatrani, una sorta di indagine sull’adolescenza dei ragazzi dopo il terremoto dell’Aquila del 2009.
Di particolare interesse la sezione dedicata alla pittura, che analizza il tema del territorio come luogo di vita in un percorso che dagli anni cinquanta del secolo scorso giunge fino ai nostri giorni. Come per le altre sezioni, il curatore ha mixato periodi e linguaggi, andando a riscoprire autori talvolta dimenticati o poco conosciuti. Dalle Donne addormentate al sole di Leonardo Cremonini ad Anversa di Renato Birolli, fino a un inedito di Maurizio Cannavacciuolo, passando dall’Autostrada di Titina Maselli alla Sicilia di Salvo ripresa da Luca Pancrazzi. E poi i luoghi minimi di Gianfranco Baruchello, fino a un raro e delicato ritratto di Gina Pane e un misterioso Gilgamesh di Gino de Dominicis. Uomo e natura che si incontrano.
Perché questa esposizione sia fruibile e godibile da tutti, per le persone con disabilità visiva è previsto un percorso ad hoc, appositamente studiato dal Museo Omero, con sei opere da toccare e innovative didascalie tattili a rilievo, ottenute da un processo di sintesi dell’immagine, che consentono a visitatori non vedenti o ipovedenti di scoprire alcune delle opere esposte. Fra queste, il piccolo prezioso disegno di Gina Pane, Moment de l’action Little Journey (Garçon au poisson).
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Dopo il sisma del 2016, che ha duramente colpito le Marche e il Centro Italia, alla Mole Vanvitelliana di Ancona - sino all’8 maggio 2022 - una mostra che fa da trait d'union fra le opere antiche del territorio, restaurate post sisma, e l’arte contemporanea. Ben 120 i lavori esposti, di 35 artisti diversi, tra cui Gina Pane, Pino Pascali, Silvia Camporesi, Zerocalcare e Quayola.Un sisma tremendo quello del 2016, il più forte in Italia dal 1980. 6.0 la magnitudo, Amatrice-Norcia-Visso la sequenza sismica, con epicentro nel comune di Accumoli, quasi totalmente raso al suolo, ridotto ad un «accumulo» di macerie senza più abitanti. Nomen Omen direbbero gli antichi. Un destino nel nome… Migliaia le persone coinvolte, centinaia le vittime e danni incalcolabili al territorio e al patrimonio artistico del centro Italia, custode d’arte e culla del nostro Rinascimento. Semidistrutta, a Norcia, la Basilica di San Benedetto. Così come la Torre civica e la trecentesca chiesa di San Francesco ad Amatrice. O l’orologio del duomo di Camerino. Pochi esempi di un intero panorama artistico compromesso, ferito, fatto a pezzi dalle scosse telluriche. Per ogni chiesa, monastero, palazzo crollato, centinaia le opere d’arte rimaste senza riparo. Tele, statue, arredi senza più una casa. Esattamente come la popolazione. Per salvare, raccogliere, restaurare la nostra arte si mobilitano il mondo e l’Italia tutta. La città di Ancona è tra le prime a rispondere all’appello e per contribuire al recupero dei capolavori danneggiati, per custodirli e restaurarli, mette a disposizione gli spazi dell’imponente Mole Vanvitelliana, spettacolare fortezza pentagonale che domina il porto di Ancona, progettata nel 1732 da Luigi Vanvitelli.Ed proprio da qui, dalla necessità di ridare vita a questi capolavori , che è nata l’idea di realizzare un progetto che facesse dialogare queste opere del passato con quelle di alcuni dei maggiori protagonisti dell’arte contemporanea. Questa la genesi di «Terra Sacra», una mostra coinvolgente ed emozionante, cha fa dell’arte un mezzo per ricordare e per riflettere sul rapporto tra uomo e natura. Una natura che crea e distrugge, col terremoto o col Covid… Per poi rinascere. Perchè questa esposizione, come ha affermato il suo curatore, il giornalista e critico d’arte Flavio Arensi «... non ha alcuna intenzione di confrontarsi con i fatti materiali, con le perdite e i crolli, con il lutto o la paura in senso stretto. Si tratta, invece, di un recupero e di una restituzione della vita...».La Mostra e gli artistiIl percorso espositivo, che si dispiega per tutti i luoghi della Mole Vanvitelliana, dalle mura alla corte, dal Magazzino Tabacchi al deposito della Soprintendenza delle Marche, è diviso in 6 sezioni e presenta 120 opere di 35 artisti, portavoci di linguaggi espressivi spesso molto diversi tra loro: da Claudio Abate a Guido Airoldi, da Giovanni Albanese a Peppe Avallone, da Gianfranco Baruchello a Paolo Icaro, passando per Titina Maselli, Alessandro Tesei e Zerocalcare. Ad accogliere il visitatore, il grande Cavallo rosso di Mimmo Paladino, installato sulle mura della Mole cinque anni fa come elemento di un progetto di arte urbana, primo importante legame fra arte e città. La mostra vera e propria si apre poi con una gigantografia del Mediterraneo del fotografo Filippo Piantanida, prosegue con il bosco digitale di Quayola (artista tra i più interessanti della media-art) e, sezione dopo sezione, si chiude nella Corte della Mole, con alcune suggestive immagini di luoghi abbandonati e otto fotografie di Danilo Garcia di Meo facengti parte dal progetto Quatrani, una sorta di indagine sull’adolescenza dei ragazzi dopo il terremoto dell’Aquila del 2009.Di particolare interesse la sezione dedicata alla pittura, che analizza il tema del territorio come luogo di vita in un percorso che dagli anni cinquanta del secolo scorso giunge fino ai nostri giorni. Come per le altre sezioni, il curatore ha mixato periodi e linguaggi, andando a riscoprire autori talvolta dimenticati o poco conosciuti. Dalle Donne addormentate al sole di Leonardo Cremonini ad Anversa di Renato Birolli, fino a un inedito di Maurizio Cannavacciuolo, passando dall’Autostrada di Titina Maselli alla Sicilia di Salvo ripresa da Luca Pancrazzi. E poi i luoghi minimi di Gianfranco Baruchello, fino a un raro e delicato ritratto di Gina Pane e un misterioso Gilgamesh di Gino de Dominicis. Uomo e natura che si incontrano. Perché questa esposizione sia fruibile e godibile da tutti, per le persone con disabilità visiva è previsto un percorso ad hoc, appositamente studiato dal Museo Omero, con sei opere da toccare e innovative didascalie tattili a rilievo, ottenute da un processo di sintesi dell’immagine, che consentono a visitatori non vedenti o ipovedenti di scoprire alcune delle opere esposte. Fra queste, il piccolo prezioso disegno di Gina Pane, Moment de l’action Little Journey (Garçon au poisson).
Nicola Fratoianni (Ansa)
Il Pd però la scelta di campo l’ha fatta, con o senza i 5 stelle, sapendo che ha dalla sua la sponda della Cgil. Domani, a Roma, Schlein e il segretario del sindacato di Corso Italia, Maurizio Landini, presentano il volume L’Italia che non arriva a fine mese dell’ex ministro del Lavoro, Cesare Damiano, del già professore di sociologia economica, Mimmo Carrieri e del sindacalista Cgil Agostino Megale che dialogheranno con il segretario Pd e Landini sul problema salariale e sulla ricchezza accumulata nelle mani di pochi e quindi sulla necessità di una redistribuzione equa. I relatori non si limiteranno all’analisi ma forniranno una soluzione per sbloccare l’impasse delle retribuzioni. È probabile che il tema della patrimoniale rispunti ma se così non fosse, le basi ideologiche sono state gettate.
Il giorno dopo, venerdì a Milano, c’è l’appuntamento organizzato dall’European Left Alliance, l’alleanza della sinistra europea, dal titolo «Tax the rich, combattere le disuguaglianze e ridistribuire ricchezza». Tra i partecipanti la deputata di Sinistra italiana nel gruppo Avs, Elisabetta Piccolotti.
Per la Cgil si tratta di andare a ripescare una proposta lanciata a novembre 2025 e rimessa nel cassetto per le reazioni polemiche ma mai definitivamente archiviata. Landini proponeva di applicare un’aliquota dell’1,3% su una platea di contribuenti, circa 500.000, che detiene almeno 2 milioni di euro. Il segretario della Cgil la spiegava come «un contributo di solidarietà da parte dell’1% della popolazione a vantaggio del 99%». Il gettito stimato sarebbe pari a circa 26 miliardi di euro. Risorse che secondo il sindacalista, servirebbero a finanziare sanità, istruzione, non autosufficienza, politiche abitative, sociali e di trasporto pubblico.
Ma poi, ammesso che la sinistra riesca a farla digerire, la patrimoniale funzionerebbe? A questa domanda ha già risposto la Commissione Ue che ha bocciato preventivamente la tesi Schlein. A fine marzo, quindi in anticipo sul lancio del segretario del Pd, la Commissione europea ha pubblicato uno studio, Wealth Taxation, Including Net Wealth, Capital and Exit Taxes, affidato a un consorzio di centri di ricerca. Il lavoro ripescato dal Corriere della Sera, fa una panoramica delle luci e delle (molte) ombre delle imposte patrimoniali negli Stati membri. Negli ultimi trent’anni c’è stata una accelerazione della ricchezza privata nell’Ue che si è però concentrata ai vertici della piramide sociale. Sicché l’1% ha accelerato più rapidamente mentre la classe media è avanzata a ritmo più lento. Una situazione condizionata anche dalla pressione fiscale elevata sul lavoro e dai bisogni di bilancio post crisi. Di qui nasce il dibattito pubblico che reclama equità.
Lo studio a questo punto analizza gli effetti delle varie imposte patrimoniali, da quella netta sul patrimonio, alle plusvalenze maturate o realizzate, alle successioni e donazioni, exit tax. Risultato: nessuna di queste genera in pratica entrate significative nella maggior parte degli Stati membri. Anzi, i gettiti si sono spesso ridotti nonostante il boom dei patrimoni. Il perché è noto: soglie elevate, esenzioni estese, regimi di favore, aliquote in discesa, basi imponibili erose. Lo sbocco è stato diverso per i Paesi che l’hanno adottata. Germania e Svezia l’hanno abolita, Francia ridimensionata, Norvegia e Svizzera la mantengono, Spagna la combina con un’imposta di solidarietà. Il 30 novembre 2025 gli elettori svizzeri hanno respinto con un secco 78,3% la proposta dei Giovani Socialisti di un’imposta federale del 50% su successioni e donazioni sopra i 50 milioni di franchi, seconda bocciatura dopo il no del 2015 (71%), con tutti i 26 cantoni contrari.
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Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 3 giugno con Carlo Cambi
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Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha chiesto al capo della Polizia, Vittorio Pisani, di far verificare i motivi del mancato allontanamento dall’Italia in occasione dei precedenti controlli di polizia a cui era stato sottoposto. Infatti, all’uomo, nel maggio 2022 è scaduto il permesso di soggiorno provvisorio che aveva ottenuto mentre era in attesa dell’esito del ricorso contro la mancata concessione della protezione internazionale. Da allora è stato fermato più volte da agenti impegnati nel controllo del territorio e ha subito cinque denunce per spaccio e detenzione di sostanza stupefacente, tentato furto (di un cellulare), rapina, resistenza, violenza, minaccia e oltraggio a pubblico ufficiale, ricettazione (sembra di due tessere sanitarie). Gli ispettori dovranno individuare quali ufficiali di polizia giudiziaria siano intervenuti in questi frangenti e perché, dopo averlo fermato, non lo abbiano spedito in un Centro di permanenza per i rimpatri. L’uomo non sarebbe mai entrato negli uffici della Squadra mobile di Genova, mentre a occuparsi di lui, in passato, sarebbero stati i carabinieri. Ma gli uomini della Benemerita sono anche quelli che sabato, dopo l’omicidio, lo hanno arrestato e condotto all’ospedale San Martino in stato di alterazione.
L’ipotesi del Viminale è che i precedenti dell’uomo, privo di documento valido, fossero più che sufficienti a determinarne l’espulsione. Il suo avvocato, Filippo Guiglia, ieri, via Whatsapp, ha provato a rubarci il mestiere: «Più che preoccuparmi dei permessi di soggiorno, mi domanderei quali politiche si attuano per aiutare chi ha forti disagi». Abbiamo provato a chiedere a quali disagi si riferisse, ma il legale non ha più replicato. Edoardo Rixi, viceministro leghista dei Trasporti, è l’unico ligure della compagine governativa. E commenta con favore l’iniziativa del collega a capo del Viminale: «Il governo, tramite il ministro Piantedosi, ha giustamente aperto un procedimento perché non va lasciato nulla al caso e bisogna garantire le espulsioni».
Rixi ragiona da abitante del capoluogo ligure: «Da troppo tempo Genova registra una presenza crescente di clochard aggressivi, soggetti che si drogano di crack in pieno giorno nel cuore della città e perfino sulle scale della metropolitana, oltre che di baby gang che rendono sempre più difficile vivere serenamente le aree della movida». Una situazione di degrado che tutti possono constatare leggendo le cronache cittadine dove quasi ogni giorno si registra un’aggressione a cittadini e turisti. Nelle scorse ore, per esempio, in via del Campo, la strada della città vecchia cantata da Fabrizio De André, due rapinatori sono entrati a forza dentro un appartamento armati di coltello e hanno derubato il muratore che lavorava all’interno. L’uomo non ha reagito e, per questo, non ha subito danni peggiori, ma in molti altri casi le vittime vengono ricoverate anche con prognosi serie. In città è diventato difficile girare senza correre rischi nella centralissima piazza Caricamento (utilizzata recentemente come una moschea a cielo aperto), a pochi metri dall’Acquario, ma anche in via San Lorenzo, la strada che conduce all’omonima cattedrale e a Palazzo Ducale.
In certe sere quelle aree sono invase da gruppi di maranza che con atteggiamenti aggressivi e musica ad altissimo volume scoraggiano le passeggiate delle famiglie, costrette a rimanere a casa o a scegliere zone meno pericolose. «È una situazione che richiede una risposta forte dello Stato, anche valutando un maggiore impiego dell’Esercito a supporto delle forze dell’ordine nei punti più sensibili. Ma serve anche un cambio di atteggiamento da parte dell’amministrazione comunale, che troppo spesso ha adottato toni e linguaggi indulgenti verso fenomeni di degrado e illegalità» continua Rixi. «La sicurezza non è né di destra, né di sinistra: è un diritto dei cittadini. Per questo condivido e rilancio l’allarme che i consiglieri comunali della Lega Paola Bordilli e Alessio Bevilacqua portano avanti da tempo in Consiglio comunale, denunciando con costanza situazioni che oggi sono sotto gli occhi di tutti. Ignorare il problema non lo risolve. Servono regole, controlli e tolleranza zero verso chi trasforma interi quartieri in zone franche». Una deriva che hanno difficoltà a negare anche i più convinti sostenitori delle società aperte.
Rixi è da sempre impegnato ad attirare fondi per finanziare infrastrutture e nuove attività nella Superba, ma l’attuale situazione rischia di scoraggiare chi voglia scommettere sul futuro del capoluogo ligure: «Genova merita più sicurezza, più decoro e più rispetto per chi vive, lavora e investe nella nostra città». Il viceministro cita la teoria della finestra rotta (o dei vetri rotti), un noto principio sociologico e criminologico secondo cui lasciare un piccolo segno di degrado (come una finestra non riparata) trasmette un senso di incuria e abbandono che incoraggiano ulteriori atti vandalici o comportamenti antisociali, innescando un effetto a catena di progressivo degrado urbano. «Dove governa la sinistra», conclude Rixi, «i balordi prendono coraggio: in questo momento va rilanciata la tolleranza zero». Un tema su cui la Lega non vuole farsi superare da Futuro nazionale.
Il sindaco di Genova, Silvia Salis, sull’argomento, ha scelto di lanciare la palla in tribuna incolpando il governo dell’attuale situazione di emergenza, dimenticando di avere il controllo diretto della polizia municipale. Da tempo sostiene la necessità di un grande patto nazionale sulla sicurezza tra governo e città, uno di quei tavoli dove, solitamente, si discetta dei massimi sistemi, ma si conclude poco. Per esempio, digitando su Internet, si scopre che quasi tutte le città che hanno siglato «patti sulla sicurezza» con il governo centrale sono per lo più Comuni a guida progressista, con i più alti indici di criminalità sul territorio nazionale, da Milano a Roma, da Torino a Napoli a Firenze. Chi vive nella Superba non ha bisogno di chiacchiere, ma di poter girare per la città senza avere paura di essere rapinato o picchiato. O, magari, come è accaduto al povero Pietro Signor, ucciso a colpi di bottiglia in un parco a pochi passi da via Roma e via XXV Aprile, il «salotto buono» dei genovesi.
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Maurizio Landini ed Elly Schlein (Ansa)
Il governo di centrodestra, e anche i toni accesi che anticipano ogni campagna elettorale, ovviamente aiutano e infatti Landini ha deciso di scendere in campo con una serie di proposte economiche. L’occasione sarà la presentazione di un libro dal titolo L’Italia che non arriva a fine mese, in compagnia di Elly Schlein. Edito dalla Fondazione Feltrinelli, il volume rappresenta la più clamorosa smentita alle tesi care al principale alleato del Pd, che in una precedente legislatura, dopo l’introduzione del reddito di cittadinanza, annunciò per bocca dell’allora suo leader Luigi Di Maio l’abolizione della povertà. Rottamato da Giorgia Meloni, il sussidio non fa al momento parte del programma di Landini, il quale invece è più propenso a rispolverare un vecchio cavallo di battaglia della sinistra, ovvero la patrimoniale, trovando nella segretaria del Pd, che non vuole certo farsi scavalcare a sinistra, un’alleata.
Al segretario della Cgil poco importa che l’idea di una tassa dell’1,3% su patrimoni da due milioni di euro spacchi il campo largo, con Matteo Renzi decisamente contrario (dopo aver lasciato Palazzo Chigi è diventato milionario, e perciò sarebbe tra le vittime dalla stangata) e Giuseppe Conte assai tiepido. Anche l’ala riformista del Partito democratico non vede di buon occhio un prelievo su case, conti correnti e investimenti, criticando la tempistica dell’uscita, che prima del voto rischierebbe di spaventare molti elettori.
Nessuno, né Landini che la propone né quanti prendono le distanze per opportunità o per calcolo, sembra però rendersi conto che la patrimoniale in Italia esiste già e genera ogni anno una raccolta per il fisco pari a una cinquantina di miliardi. A introdurla ci pensò Mario Monti nel 2011, con la famosa manovra che tramortì per un paio d’anni l’economia italiana. L’ex rettore della Bocconi introdusse l’Imu sulla seconda e anche sulla prima casa e non contento inventò l’Ivie, l’imposta sui valori immobiliari all’estero. Il governo Berlusconi poi tolse la tassa sulla residenza principale, ma il resto rimase. Unito peraltro alle imposte di bollo, di registro, catastali, ipotecarie e di successione. In totale, nel 2020 facevano più di 40 miliardi, cifra che ci collocava al di sopra della media Ue sia per gettito erariale che in rapporto al Pil. Tanto per essere chiari, solo cinque Paesi su 27 avevano un prelievo percentualmente più pesante del nostro.
Ho citato i dati del 2020, anno in cui a causa del Covid l’incidenza fu inferiore, perché la patrimoniale all’epoca fu oggetto di uno studio dell’Osservatorio sui conti pubblici dell’Università Cattolica diretto da Carlo Cottarelli, uno che non è certo sospettabile di antipatia verso Schlein e compagni, essendo stato senatore del Pd. Oggi in Italia la patrimoniale genera un gettito addirittura maggiore, sopra i 50 miliardi, quasi il doppio dunque di quei 26 che Landini immagina di rastrellare con la sua super imposta. Ma il leader sindacale evidentemente non lo sa. Tutto ciò dimostra che non soltanto l’idea del segretario della Cgil è propaganda, ma che è anche aria fritta.
Del resto, che la tassa sui patrimoni non funzioni lo provano i risultati ottenuti da chi ha perseguito quella strada. In Francia, quando ci provò François Hollande, i grandi capitali fuggirono e in Gran Bretagna, con l’arrivo di Keir Starmer, molti ricconi hanno fatto le valigie. Per non dire della Svezia, che dopo aver sperimentato uno Stato sociale sostenuto da alte tasse ha fatto marcia indietro. Perché chi ha soldi e consulenti non sta certo ad aspettare Landini: alla prima avvisaglia se ne va. Nella rete del fisco così finisce chi ricco non è, ma avendo ereditato una casa in città come Milano rischia di sembrarlo e di pagare grazie a Landini decine di migliaia di euro ogni anno. Una stangata capace di uccidere un’intera fascia di reddito e insieme di far scappare i grandi capitali.
Non resta che sperare che da tipi come il segretario della Cgil gli italiani si tengano alla larga. Qui non si rischia di bloccare il Paese con gli scioperi, ma di ammazzarlo.
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