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2023-05-03
Le tendopoli danno la sveglia ai sindaci dem
(Getty Images)
Mentre gli sbarchi continuano senza sosta, c’è un nuovo spauracchio che sveglia perfino i sindaci dem: le tendopoli. A Bologna sono già realtà, tanto che la giunta rossa teme «tensioni sociali». A Firenze, Dario Nardella è nel panico: «Il rischio di innalzarle c’è». Parole che sanciscono il fallimento delle politiche di sinistra sul tema degli ultimi 10 anni.
I Blues Brothers hanno visto la luce, i sindaci di sinistra hanno visto le tende. Quelle per ospitare i 40.000 migranti in quattro mesi (il quadruplo rispetto all’anno scorso) a Lampedusa, a Catania e a Bologna. E hanno cominciato a contorcersi, ad avvertire dolori intestinali, a prendersi a schiaffi in silenzio per essersi sorpresi a pensare come Matteo Salvini; perdere voti non è mai divertente. Serviva la grande invasione per svegliare coscienze assopite sui guanciali del conformismo, per costringere i campioni dell’accoglienza diffusa a dire «basta». Ieri uno dei borgomastri più vicini a Elly Schlein, Dario Nardella, ha deciso di alzare il volume della radio: «La situazione sta diventando insostenibile, dislocare i migranti in arrivo a Firenze è ormai impossibile, le strutture presenti in città e nell’area metropolitana sono sature. Qui c’è il rischio di dover innalzare tendopoli». Bentornato sulla Terra.
Questa volta non ne parla con l’entusiasmo del progressista pseudo-illuminato, non lo dice prefigurando il grande abbraccio «nato dalla resilienza per arrivare all’inclusione piena» (come va delirando il suo collega di Milano, Beppe Sala, da otto anni). Non introduce il tema a un convegno dal titolo «Porte aperte» con Roberto Saviano e Amartya Sen. Davanti ai 2.500 disperati che hanno reso sature le strutture cittadine, questa volta è amareggiato, fortemente incazzato. Perché quelle ipotetiche tende - con un popolo dolente che le affolla in precarietà di servizi, di dignità e di destini - a poche centinaia di metri da Santa Maria Novella, dagli Uffizi, dalla downtown più turistica d’Europa sono già un potenziale servizio fotografico planetario con effetti da incubo notturno, di quelli che innalzano i cuori ma fanno crollare i sondaggi e il Pil.
La preoccupazione fiorentina è determinata dalla realtà bolognese. A un Appennino di distanza, la tendopoli è già realtà, l’ondata è senza sosta (50 migranti al giorno in provincia, 2.000 in crescendo fin qui) e nel centro di accoglienza straordinaria di Bologna si levano forti malumori. Con centinaia di persone ammassate, destinate a trascorrere mesi in condizioni di fortuna per diventare braccia da sfruttare nei magazzini dell’Interporto. La giunta piddina di Matteo Lepore è alle corde e l’assessore al Welfare Luca Rizzo Nervo parla di «situazione complicata, le strutture che scoppiano». Per tener buona la cittadinanza, incolpa il governo e annuncia che «la nostra amministrazione ha già dimostrato contrarietà alle tendopoli per evitare situazioni di tensione sociale dove i servizi di integrazione sono azzerati. Sotto le Due Torri non ci saranno mai centri come il Cara di Mineo».
Nel frattempo, le tende prendono forma e confermano un dato di fatto: nelle roccaforti rosse si assiste al fallimento plastico delle politiche sull’immigrazione volute da dieci anni di sinistra al governo, con l’eccezione del 2019 quando gli sbarchi furono quasi azzerati (un decimo rispetto a oggi) dai demonizzati Decreti sicurezza salviniani. Davanti alla dura realtà, il governatore della Toscana, Eugenio Giani, è costretto a smentire il suo collega di partito: «Capisco le preoccupazioni di Nardella, vogliono andare tutti a Firenze, ma la Regione è grande, 273 comuni, abbiamo spazio per tutti». Comincia sottotraccia la guerra dello scaricabarile, nessuno sa come chiudere le porte senza perdere la faccia. E si fa largo, proprio dal sindaco fiorentino, una richiesta irricevibile per il governo di centrodestra: l’aumento da 30 a 45 euro di budget per migrante, così da rilanciare il famigerato «business dell’accoglienza» che fece ricche cooperative, diocesi e improvvisate associazioni confinanti con il malaffare nelle stagioni di Enrico Letta, Matteo Renzi, Paolo Gentiloni a Palazzo Chigi.
A sinistra hanno sbagliato tutto. Hanno strumentalizzato una tragedia del mare come quella di Cutro, hanno applaudito i media compiacenti che parlavano di «strage di Stato», hanno per anni rinunciato ad affrontare il problema in nome dell’accoglienza diffusa voluta da Luciana Lamorgese (in quota Sergio Mattarella), già fallimentare quando lei era prefetto di Milano. Hanno taciuto sulle pelose distrazioni dell’Europa. Bisognerebbe semplicemente non starli a sentire. Il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, ha convocato le Regioni, il premier Giorgia Meloni cerca soluzioni condivise. Ma le conseguenze di un decennio di demagogia, di approccio ideologico a un’emergenza strutturale sono lì da vedere.
Piagnistei e tendopoli, violenza e schiavitù. Un disastro politico voluto dal Pd, che oggi il Pd non intende intestarsi. Così le emergenze di Firenze e Bologna diventano simboliche. Per non parlare di Milano Gotham City, dove Sala ha costruito il proprio piedistallo su frasi fatte come «gli immigrati sono indispensabili per pagarci le pensioni», «la società multicult parte da qui». Chi ha buona memoria ricorda quando, nel 2019, il «vanity sindaco» andò a New York a farsi fotografare a Ellis Island e disse: «Senza migranti Milano si ferma». Ma il tempo è galantuomo. E la strategia dello spot non ha fermato l’invasione.
Condanna per violenze a Capodanno. A Milano aggredita un’altra ragazza
La Milano delle aggressioni sessuali incasella ormai quasi un caso al giorno. Ieri una ragazza ha denunciato di essere stata molestata da due stranieri, uno dei quali indossava la maglietta del Marocco, dalle parti di piazza Duomo, teatro un anno fa delle aggressioni sessuali di Capodanno e per le quali, ieri, è arrivata le condanna per uno degli imputati, Abdallah Bouguedra: 5 anni e 10 mesi. «Faceva muro mentre la ragazza veniva abusata sui cocci di bottiglia», ha spiegato il pm durante la requisitoria. Altri due giovani, Abdel Fatah e Mahmoud Ibrahim, sono invece a processo con rito abbreviato e per loro la Procura ha chiesto condanne a 4 e 6 anni (la sentenza è attesa per giovedì prossimo).
In un contesto molto più tranquillo, invece, domenica si sarebbe consumata l’ennesima aggressione. Stando al racconto della vittima, mentre stava guardando il suo cellulare, all’improvviso si è trovata i due stranieri alle spalle. Uno dei due le avrebbe sollevato la gonna e l’avrebbe palpeggiata per poi riprendere a camminare come se nulla fosse, allontanandosi. Lei, una studentessa universitaria ventenne, era in compagnia del suo fidanzato e, dopo essersi ripresa dallo choc, ha tentato di fermare (senza riuscirci) una pattuglia. A quel punto, ha chiamato il 112. E, stando a quanto riporta Repubblica, avrebbe fornito un identikit dei due ragazzi: «Capelli ricci, pelle scura, uno aveva la maglia della nazionale del Marocco, massimo ventenni». I carabinieri si sono messi a caccia dei molestatori. Mentre il sindaco Beppe Sala non riesce a fare altro se non chiedere più uomini. Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi sarà a Milano il 10 maggio per un vertice in prefettura.
Nel frattempo, il capo del Viminale ha proposto di introdurre il riconoscimento facciale come misura per la sicurezza (oltre al potenziamento delle forze dell’ordine e delle espulsioni di stranieri). E ha annunciato interventi nelle tre grandi città metropolitane (Roma, Napoli e Milano) per evitare che si ripetano episodi come lo stupro della scorsa settimana alla stazione Centrale. Per l’indagato, Fadil Monir, marocchino senza fissa dimora, il gip del tribunale di Milano ha disposto l’arresto in carcere. Secondo il giudice presenterebbe «una personalità priva di freni inibitori, violenta e senza alcuna capacità di revisione critica e resipiscenza». Tant’è che ha tentato di scaricare tutte le responsabilità sulla vittima, una turista marocchina in partenza per Parigi.
Durante l’interrogatorio avrebbe tentato di «screditarla», raccontando di rapporti consenzienti e di una conoscenza pregressa per questioni di droga. Ma a inchiodarlo, secondo l’accusa, c’erano i video delle telecamere della stazione, che restituirebbero «un contesto di totale sopraffazione di una donna indifesa, che l’indagato costringe, con impietosa ostinazione, a subire atti sessuali». Il gip ha, quindi, precisato che «la persona offesa non era consenziente» e che appariva «spaventata» mentre «respingeva ripetutamente l’indagato». E quando ha cercato di ostacolarlo, ricostruisce il gip, è stata «presa a schiaffi».
Le immagini, insomma, avrebbero smentito «in maniera inconfutabile» la versione dell’indagato che, «concretamente», si ritiene «possa reiterare reati della medesima indole per appagare i suoi istinti sessuali». E non è finita. Sempre a Milano, sabato scorso, è stato denunciato un altro caso di violenza sessuale. Una clochard di 57 anni con problemi di deambulazione sarebbe stata aggredita da un giovane somalo che le aveva offerto riparo sotto la sua tenda da campeggio sistemata in via Tonale.
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Sbarchi continui, immigrazione fuori scala. E nelle città la situazione si fa sempre meno sostenibile. Se ne sono accorti persino a Bologna e Firenze. Ma rimediare a dieci anni di politica sbagliata è difficile.Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi vuole il riconoscimento facciale nei luoghi pubblici.Lo speciale contiene due articoli.Mentre gli sbarchi continuano senza sosta, c’è un nuovo spauracchio che sveglia perfino i sindaci dem: le tendopoli. A Bologna sono già realtà, tanto che la giunta rossa teme «tensioni sociali». A Firenze, Dario Nardella è nel panico: «Il rischio di innalzarle c’è». Parole che sanciscono il fallimento delle politiche di sinistra sul tema degli ultimi 10 anni.I Blues Brothers hanno visto la luce, i sindaci di sinistra hanno visto le tende. Quelle per ospitare i 40.000 migranti in quattro mesi (il quadruplo rispetto all’anno scorso) a Lampedusa, a Catania e a Bologna. E hanno cominciato a contorcersi, ad avvertire dolori intestinali, a prendersi a schiaffi in silenzio per essersi sorpresi a pensare come Matteo Salvini; perdere voti non è mai divertente. Serviva la grande invasione per svegliare coscienze assopite sui guanciali del conformismo, per costringere i campioni dell’accoglienza diffusa a dire «basta». Ieri uno dei borgomastri più vicini a Elly Schlein, Dario Nardella, ha deciso di alzare il volume della radio: «La situazione sta diventando insostenibile, dislocare i migranti in arrivo a Firenze è ormai impossibile, le strutture presenti in città e nell’area metropolitana sono sature. Qui c’è il rischio di dover innalzare tendopoli». Bentornato sulla Terra.Questa volta non ne parla con l’entusiasmo del progressista pseudo-illuminato, non lo dice prefigurando il grande abbraccio «nato dalla resilienza per arrivare all’inclusione piena» (come va delirando il suo collega di Milano, Beppe Sala, da otto anni). Non introduce il tema a un convegno dal titolo «Porte aperte» con Roberto Saviano e Amartya Sen. Davanti ai 2.500 disperati che hanno reso sature le strutture cittadine, questa volta è amareggiato, fortemente incazzato. Perché quelle ipotetiche tende - con un popolo dolente che le affolla in precarietà di servizi, di dignità e di destini - a poche centinaia di metri da Santa Maria Novella, dagli Uffizi, dalla downtown più turistica d’Europa sono già un potenziale servizio fotografico planetario con effetti da incubo notturno, di quelli che innalzano i cuori ma fanno crollare i sondaggi e il Pil.La preoccupazione fiorentina è determinata dalla realtà bolognese. A un Appennino di distanza, la tendopoli è già realtà, l’ondata è senza sosta (50 migranti al giorno in provincia, 2.000 in crescendo fin qui) e nel centro di accoglienza straordinaria di Bologna si levano forti malumori. Con centinaia di persone ammassate, destinate a trascorrere mesi in condizioni di fortuna per diventare braccia da sfruttare nei magazzini dell’Interporto. La giunta piddina di Matteo Lepore è alle corde e l’assessore al Welfare Luca Rizzo Nervo parla di «situazione complicata, le strutture che scoppiano». Per tener buona la cittadinanza, incolpa il governo e annuncia che «la nostra amministrazione ha già dimostrato contrarietà alle tendopoli per evitare situazioni di tensione sociale dove i servizi di integrazione sono azzerati. Sotto le Due Torri non ci saranno mai centri come il Cara di Mineo».Nel frattempo, le tende prendono forma e confermano un dato di fatto: nelle roccaforti rosse si assiste al fallimento plastico delle politiche sull’immigrazione volute da dieci anni di sinistra al governo, con l’eccezione del 2019 quando gli sbarchi furono quasi azzerati (un decimo rispetto a oggi) dai demonizzati Decreti sicurezza salviniani. Davanti alla dura realtà, il governatore della Toscana, Eugenio Giani, è costretto a smentire il suo collega di partito: «Capisco le preoccupazioni di Nardella, vogliono andare tutti a Firenze, ma la Regione è grande, 273 comuni, abbiamo spazio per tutti». Comincia sottotraccia la guerra dello scaricabarile, nessuno sa come chiudere le porte senza perdere la faccia. E si fa largo, proprio dal sindaco fiorentino, una richiesta irricevibile per il governo di centrodestra: l’aumento da 30 a 45 euro di budget per migrante, così da rilanciare il famigerato «business dell’accoglienza» che fece ricche cooperative, diocesi e improvvisate associazioni confinanti con il malaffare nelle stagioni di Enrico Letta, Matteo Renzi, Paolo Gentiloni a Palazzo Chigi.A sinistra hanno sbagliato tutto. Hanno strumentalizzato una tragedia del mare come quella di Cutro, hanno applaudito i media compiacenti che parlavano di «strage di Stato», hanno per anni rinunciato ad affrontare il problema in nome dell’accoglienza diffusa voluta da Luciana Lamorgese (in quota Sergio Mattarella), già fallimentare quando lei era prefetto di Milano. Hanno taciuto sulle pelose distrazioni dell’Europa. Bisognerebbe semplicemente non starli a sentire. Il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, ha convocato le Regioni, il premier Giorgia Meloni cerca soluzioni condivise. Ma le conseguenze di un decennio di demagogia, di approccio ideologico a un’emergenza strutturale sono lì da vedere.Piagnistei e tendopoli, violenza e schiavitù. Un disastro politico voluto dal Pd, che oggi il Pd non intende intestarsi. Così le emergenze di Firenze e Bologna diventano simboliche. Per non parlare di Milano Gotham City, dove Sala ha costruito il proprio piedistallo su frasi fatte come «gli immigrati sono indispensabili per pagarci le pensioni», «la società multicult parte da qui». Chi ha buona memoria ricorda quando, nel 2019, il «vanity sindaco» andò a New York a farsi fotografare a Ellis Island e disse: «Senza migranti Milano si ferma». Ma il tempo è galantuomo. E la strategia dello spot non ha fermato l’invasione.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/tendopoli-clandestini-dem-sindaci-2659944948.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="condanna-per-violenze-a-capodanno-a-milano-aggredita-unaltra-ragazza" data-post-id="2659944948" data-published-at="1683108183" data-use-pagination="False"> Condanna per violenze a Capodanno. A Milano aggredita un’altra ragazza La Milano delle aggressioni sessuali incasella ormai quasi un caso al giorno. Ieri una ragazza ha denunciato di essere stata molestata da due stranieri, uno dei quali indossava la maglietta del Marocco, dalle parti di piazza Duomo, teatro un anno fa delle aggressioni sessuali di Capodanno e per le quali, ieri, è arrivata le condanna per uno degli imputati, Abdallah Bouguedra: 5 anni e 10 mesi. «Faceva muro mentre la ragazza veniva abusata sui cocci di bottiglia», ha spiegato il pm durante la requisitoria. Altri due giovani, Abdel Fatah e Mahmoud Ibrahim, sono invece a processo con rito abbreviato e per loro la Procura ha chiesto condanne a 4 e 6 anni (la sentenza è attesa per giovedì prossimo). In un contesto molto più tranquillo, invece, domenica si sarebbe consumata l’ennesima aggressione. Stando al racconto della vittima, mentre stava guardando il suo cellulare, all’improvviso si è trovata i due stranieri alle spalle. Uno dei due le avrebbe sollevato la gonna e l’avrebbe palpeggiata per poi riprendere a camminare come se nulla fosse, allontanandosi. Lei, una studentessa universitaria ventenne, era in compagnia del suo fidanzato e, dopo essersi ripresa dallo choc, ha tentato di fermare (senza riuscirci) una pattuglia. A quel punto, ha chiamato il 112. E, stando a quanto riporta Repubblica, avrebbe fornito un identikit dei due ragazzi: «Capelli ricci, pelle scura, uno aveva la maglia della nazionale del Marocco, massimo ventenni». I carabinieri si sono messi a caccia dei molestatori. Mentre il sindaco Beppe Sala non riesce a fare altro se non chiedere più uomini. Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi sarà a Milano il 10 maggio per un vertice in prefettura. Nel frattempo, il capo del Viminale ha proposto di introdurre il riconoscimento facciale come misura per la sicurezza (oltre al potenziamento delle forze dell’ordine e delle espulsioni di stranieri). E ha annunciato interventi nelle tre grandi città metropolitane (Roma, Napoli e Milano) per evitare che si ripetano episodi come lo stupro della scorsa settimana alla stazione Centrale. Per l’indagato, Fadil Monir, marocchino senza fissa dimora, il gip del tribunale di Milano ha disposto l’arresto in carcere. Secondo il giudice presenterebbe «una personalità priva di freni inibitori, violenta e senza alcuna capacità di revisione critica e resipiscenza». Tant’è che ha tentato di scaricare tutte le responsabilità sulla vittima, una turista marocchina in partenza per Parigi. Durante l’interrogatorio avrebbe tentato di «screditarla», raccontando di rapporti consenzienti e di una conoscenza pregressa per questioni di droga. Ma a inchiodarlo, secondo l’accusa, c’erano i video delle telecamere della stazione, che restituirebbero «un contesto di totale sopraffazione di una donna indifesa, che l’indagato costringe, con impietosa ostinazione, a subire atti sessuali». Il gip ha, quindi, precisato che «la persona offesa non era consenziente» e che appariva «spaventata» mentre «respingeva ripetutamente l’indagato». E quando ha cercato di ostacolarlo, ricostruisce il gip, è stata «presa a schiaffi». Le immagini, insomma, avrebbero smentito «in maniera inconfutabile» la versione dell’indagato che, «concretamente», si ritiene «possa reiterare reati della medesima indole per appagare i suoi istinti sessuali». E non è finita. Sempre a Milano, sabato scorso, è stato denunciato un altro caso di violenza sessuale. Una clochard di 57 anni con problemi di deambulazione sarebbe stata aggredita da un giovane somalo che le aveva offerto riparo sotto la sua tenda da campeggio sistemata in via Tonale.
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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