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2023-05-03
Le tendopoli danno la sveglia ai sindaci dem
(Getty Images)
Mentre gli sbarchi continuano senza sosta, c’è un nuovo spauracchio che sveglia perfino i sindaci dem: le tendopoli. A Bologna sono già realtà, tanto che la giunta rossa teme «tensioni sociali». A Firenze, Dario Nardella è nel panico: «Il rischio di innalzarle c’è». Parole che sanciscono il fallimento delle politiche di sinistra sul tema degli ultimi 10 anni.
I Blues Brothers hanno visto la luce, i sindaci di sinistra hanno visto le tende. Quelle per ospitare i 40.000 migranti in quattro mesi (il quadruplo rispetto all’anno scorso) a Lampedusa, a Catania e a Bologna. E hanno cominciato a contorcersi, ad avvertire dolori intestinali, a prendersi a schiaffi in silenzio per essersi sorpresi a pensare come Matteo Salvini; perdere voti non è mai divertente. Serviva la grande invasione per svegliare coscienze assopite sui guanciali del conformismo, per costringere i campioni dell’accoglienza diffusa a dire «basta». Ieri uno dei borgomastri più vicini a Elly Schlein, Dario Nardella, ha deciso di alzare il volume della radio: «La situazione sta diventando insostenibile, dislocare i migranti in arrivo a Firenze è ormai impossibile, le strutture presenti in città e nell’area metropolitana sono sature. Qui c’è il rischio di dover innalzare tendopoli». Bentornato sulla Terra.
Questa volta non ne parla con l’entusiasmo del progressista pseudo-illuminato, non lo dice prefigurando il grande abbraccio «nato dalla resilienza per arrivare all’inclusione piena» (come va delirando il suo collega di Milano, Beppe Sala, da otto anni). Non introduce il tema a un convegno dal titolo «Porte aperte» con Roberto Saviano e Amartya Sen. Davanti ai 2.500 disperati che hanno reso sature le strutture cittadine, questa volta è amareggiato, fortemente incazzato. Perché quelle ipotetiche tende - con un popolo dolente che le affolla in precarietà di servizi, di dignità e di destini - a poche centinaia di metri da Santa Maria Novella, dagli Uffizi, dalla downtown più turistica d’Europa sono già un potenziale servizio fotografico planetario con effetti da incubo notturno, di quelli che innalzano i cuori ma fanno crollare i sondaggi e il Pil.
La preoccupazione fiorentina è determinata dalla realtà bolognese. A un Appennino di distanza, la tendopoli è già realtà, l’ondata è senza sosta (50 migranti al giorno in provincia, 2.000 in crescendo fin qui) e nel centro di accoglienza straordinaria di Bologna si levano forti malumori. Con centinaia di persone ammassate, destinate a trascorrere mesi in condizioni di fortuna per diventare braccia da sfruttare nei magazzini dell’Interporto. La giunta piddina di Matteo Lepore è alle corde e l’assessore al Welfare Luca Rizzo Nervo parla di «situazione complicata, le strutture che scoppiano». Per tener buona la cittadinanza, incolpa il governo e annuncia che «la nostra amministrazione ha già dimostrato contrarietà alle tendopoli per evitare situazioni di tensione sociale dove i servizi di integrazione sono azzerati. Sotto le Due Torri non ci saranno mai centri come il Cara di Mineo».
Nel frattempo, le tende prendono forma e confermano un dato di fatto: nelle roccaforti rosse si assiste al fallimento plastico delle politiche sull’immigrazione volute da dieci anni di sinistra al governo, con l’eccezione del 2019 quando gli sbarchi furono quasi azzerati (un decimo rispetto a oggi) dai demonizzati Decreti sicurezza salviniani. Davanti alla dura realtà, il governatore della Toscana, Eugenio Giani, è costretto a smentire il suo collega di partito: «Capisco le preoccupazioni di Nardella, vogliono andare tutti a Firenze, ma la Regione è grande, 273 comuni, abbiamo spazio per tutti». Comincia sottotraccia la guerra dello scaricabarile, nessuno sa come chiudere le porte senza perdere la faccia. E si fa largo, proprio dal sindaco fiorentino, una richiesta irricevibile per il governo di centrodestra: l’aumento da 30 a 45 euro di budget per migrante, così da rilanciare il famigerato «business dell’accoglienza» che fece ricche cooperative, diocesi e improvvisate associazioni confinanti con il malaffare nelle stagioni di Enrico Letta, Matteo Renzi, Paolo Gentiloni a Palazzo Chigi.
A sinistra hanno sbagliato tutto. Hanno strumentalizzato una tragedia del mare come quella di Cutro, hanno applaudito i media compiacenti che parlavano di «strage di Stato», hanno per anni rinunciato ad affrontare il problema in nome dell’accoglienza diffusa voluta da Luciana Lamorgese (in quota Sergio Mattarella), già fallimentare quando lei era prefetto di Milano. Hanno taciuto sulle pelose distrazioni dell’Europa. Bisognerebbe semplicemente non starli a sentire. Il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, ha convocato le Regioni, il premier Giorgia Meloni cerca soluzioni condivise. Ma le conseguenze di un decennio di demagogia, di approccio ideologico a un’emergenza strutturale sono lì da vedere.
Piagnistei e tendopoli, violenza e schiavitù. Un disastro politico voluto dal Pd, che oggi il Pd non intende intestarsi. Così le emergenze di Firenze e Bologna diventano simboliche. Per non parlare di Milano Gotham City, dove Sala ha costruito il proprio piedistallo su frasi fatte come «gli immigrati sono indispensabili per pagarci le pensioni», «la società multicult parte da qui». Chi ha buona memoria ricorda quando, nel 2019, il «vanity sindaco» andò a New York a farsi fotografare a Ellis Island e disse: «Senza migranti Milano si ferma». Ma il tempo è galantuomo. E la strategia dello spot non ha fermato l’invasione.
Condanna per violenze a Capodanno. A Milano aggredita un’altra ragazza
La Milano delle aggressioni sessuali incasella ormai quasi un caso al giorno. Ieri una ragazza ha denunciato di essere stata molestata da due stranieri, uno dei quali indossava la maglietta del Marocco, dalle parti di piazza Duomo, teatro un anno fa delle aggressioni sessuali di Capodanno e per le quali, ieri, è arrivata le condanna per uno degli imputati, Abdallah Bouguedra: 5 anni e 10 mesi. «Faceva muro mentre la ragazza veniva abusata sui cocci di bottiglia», ha spiegato il pm durante la requisitoria. Altri due giovani, Abdel Fatah e Mahmoud Ibrahim, sono invece a processo con rito abbreviato e per loro la Procura ha chiesto condanne a 4 e 6 anni (la sentenza è attesa per giovedì prossimo).
In un contesto molto più tranquillo, invece, domenica si sarebbe consumata l’ennesima aggressione. Stando al racconto della vittima, mentre stava guardando il suo cellulare, all’improvviso si è trovata i due stranieri alle spalle. Uno dei due le avrebbe sollevato la gonna e l’avrebbe palpeggiata per poi riprendere a camminare come se nulla fosse, allontanandosi. Lei, una studentessa universitaria ventenne, era in compagnia del suo fidanzato e, dopo essersi ripresa dallo choc, ha tentato di fermare (senza riuscirci) una pattuglia. A quel punto, ha chiamato il 112. E, stando a quanto riporta Repubblica, avrebbe fornito un identikit dei due ragazzi: «Capelli ricci, pelle scura, uno aveva la maglia della nazionale del Marocco, massimo ventenni». I carabinieri si sono messi a caccia dei molestatori. Mentre il sindaco Beppe Sala non riesce a fare altro se non chiedere più uomini. Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi sarà a Milano il 10 maggio per un vertice in prefettura.
Nel frattempo, il capo del Viminale ha proposto di introdurre il riconoscimento facciale come misura per la sicurezza (oltre al potenziamento delle forze dell’ordine e delle espulsioni di stranieri). E ha annunciato interventi nelle tre grandi città metropolitane (Roma, Napoli e Milano) per evitare che si ripetano episodi come lo stupro della scorsa settimana alla stazione Centrale. Per l’indagato, Fadil Monir, marocchino senza fissa dimora, il gip del tribunale di Milano ha disposto l’arresto in carcere. Secondo il giudice presenterebbe «una personalità priva di freni inibitori, violenta e senza alcuna capacità di revisione critica e resipiscenza». Tant’è che ha tentato di scaricare tutte le responsabilità sulla vittima, una turista marocchina in partenza per Parigi.
Durante l’interrogatorio avrebbe tentato di «screditarla», raccontando di rapporti consenzienti e di una conoscenza pregressa per questioni di droga. Ma a inchiodarlo, secondo l’accusa, c’erano i video delle telecamere della stazione, che restituirebbero «un contesto di totale sopraffazione di una donna indifesa, che l’indagato costringe, con impietosa ostinazione, a subire atti sessuali». Il gip ha, quindi, precisato che «la persona offesa non era consenziente» e che appariva «spaventata» mentre «respingeva ripetutamente l’indagato». E quando ha cercato di ostacolarlo, ricostruisce il gip, è stata «presa a schiaffi».
Le immagini, insomma, avrebbero smentito «in maniera inconfutabile» la versione dell’indagato che, «concretamente», si ritiene «possa reiterare reati della medesima indole per appagare i suoi istinti sessuali». E non è finita. Sempre a Milano, sabato scorso, è stato denunciato un altro caso di violenza sessuale. Una clochard di 57 anni con problemi di deambulazione sarebbe stata aggredita da un giovane somalo che le aveva offerto riparo sotto la sua tenda da campeggio sistemata in via Tonale.
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Sbarchi continui, immigrazione fuori scala. E nelle città la situazione si fa sempre meno sostenibile. Se ne sono accorti persino a Bologna e Firenze. Ma rimediare a dieci anni di politica sbagliata è difficile.Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi vuole il riconoscimento facciale nei luoghi pubblici.Lo speciale contiene due articoli.Mentre gli sbarchi continuano senza sosta, c’è un nuovo spauracchio che sveglia perfino i sindaci dem: le tendopoli. A Bologna sono già realtà, tanto che la giunta rossa teme «tensioni sociali». A Firenze, Dario Nardella è nel panico: «Il rischio di innalzarle c’è». Parole che sanciscono il fallimento delle politiche di sinistra sul tema degli ultimi 10 anni.I Blues Brothers hanno visto la luce, i sindaci di sinistra hanno visto le tende. Quelle per ospitare i 40.000 migranti in quattro mesi (il quadruplo rispetto all’anno scorso) a Lampedusa, a Catania e a Bologna. E hanno cominciato a contorcersi, ad avvertire dolori intestinali, a prendersi a schiaffi in silenzio per essersi sorpresi a pensare come Matteo Salvini; perdere voti non è mai divertente. Serviva la grande invasione per svegliare coscienze assopite sui guanciali del conformismo, per costringere i campioni dell’accoglienza diffusa a dire «basta». Ieri uno dei borgomastri più vicini a Elly Schlein, Dario Nardella, ha deciso di alzare il volume della radio: «La situazione sta diventando insostenibile, dislocare i migranti in arrivo a Firenze è ormai impossibile, le strutture presenti in città e nell’area metropolitana sono sature. Qui c’è il rischio di dover innalzare tendopoli». Bentornato sulla Terra.Questa volta non ne parla con l’entusiasmo del progressista pseudo-illuminato, non lo dice prefigurando il grande abbraccio «nato dalla resilienza per arrivare all’inclusione piena» (come va delirando il suo collega di Milano, Beppe Sala, da otto anni). Non introduce il tema a un convegno dal titolo «Porte aperte» con Roberto Saviano e Amartya Sen. Davanti ai 2.500 disperati che hanno reso sature le strutture cittadine, questa volta è amareggiato, fortemente incazzato. Perché quelle ipotetiche tende - con un popolo dolente che le affolla in precarietà di servizi, di dignità e di destini - a poche centinaia di metri da Santa Maria Novella, dagli Uffizi, dalla downtown più turistica d’Europa sono già un potenziale servizio fotografico planetario con effetti da incubo notturno, di quelli che innalzano i cuori ma fanno crollare i sondaggi e il Pil.La preoccupazione fiorentina è determinata dalla realtà bolognese. A un Appennino di distanza, la tendopoli è già realtà, l’ondata è senza sosta (50 migranti al giorno in provincia, 2.000 in crescendo fin qui) e nel centro di accoglienza straordinaria di Bologna si levano forti malumori. Con centinaia di persone ammassate, destinate a trascorrere mesi in condizioni di fortuna per diventare braccia da sfruttare nei magazzini dell’Interporto. La giunta piddina di Matteo Lepore è alle corde e l’assessore al Welfare Luca Rizzo Nervo parla di «situazione complicata, le strutture che scoppiano». Per tener buona la cittadinanza, incolpa il governo e annuncia che «la nostra amministrazione ha già dimostrato contrarietà alle tendopoli per evitare situazioni di tensione sociale dove i servizi di integrazione sono azzerati. Sotto le Due Torri non ci saranno mai centri come il Cara di Mineo».Nel frattempo, le tende prendono forma e confermano un dato di fatto: nelle roccaforti rosse si assiste al fallimento plastico delle politiche sull’immigrazione volute da dieci anni di sinistra al governo, con l’eccezione del 2019 quando gli sbarchi furono quasi azzerati (un decimo rispetto a oggi) dai demonizzati Decreti sicurezza salviniani. Davanti alla dura realtà, il governatore della Toscana, Eugenio Giani, è costretto a smentire il suo collega di partito: «Capisco le preoccupazioni di Nardella, vogliono andare tutti a Firenze, ma la Regione è grande, 273 comuni, abbiamo spazio per tutti». Comincia sottotraccia la guerra dello scaricabarile, nessuno sa come chiudere le porte senza perdere la faccia. E si fa largo, proprio dal sindaco fiorentino, una richiesta irricevibile per il governo di centrodestra: l’aumento da 30 a 45 euro di budget per migrante, così da rilanciare il famigerato «business dell’accoglienza» che fece ricche cooperative, diocesi e improvvisate associazioni confinanti con il malaffare nelle stagioni di Enrico Letta, Matteo Renzi, Paolo Gentiloni a Palazzo Chigi.A sinistra hanno sbagliato tutto. Hanno strumentalizzato una tragedia del mare come quella di Cutro, hanno applaudito i media compiacenti che parlavano di «strage di Stato», hanno per anni rinunciato ad affrontare il problema in nome dell’accoglienza diffusa voluta da Luciana Lamorgese (in quota Sergio Mattarella), già fallimentare quando lei era prefetto di Milano. Hanno taciuto sulle pelose distrazioni dell’Europa. Bisognerebbe semplicemente non starli a sentire. Il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, ha convocato le Regioni, il premier Giorgia Meloni cerca soluzioni condivise. Ma le conseguenze di un decennio di demagogia, di approccio ideologico a un’emergenza strutturale sono lì da vedere.Piagnistei e tendopoli, violenza e schiavitù. Un disastro politico voluto dal Pd, che oggi il Pd non intende intestarsi. Così le emergenze di Firenze e Bologna diventano simboliche. Per non parlare di Milano Gotham City, dove Sala ha costruito il proprio piedistallo su frasi fatte come «gli immigrati sono indispensabili per pagarci le pensioni», «la società multicult parte da qui». Chi ha buona memoria ricorda quando, nel 2019, il «vanity sindaco» andò a New York a farsi fotografare a Ellis Island e disse: «Senza migranti Milano si ferma». Ma il tempo è galantuomo. E la strategia dello spot non ha fermato l’invasione.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/tendopoli-clandestini-dem-sindaci-2659944948.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="condanna-per-violenze-a-capodanno-a-milano-aggredita-unaltra-ragazza" data-post-id="2659944948" data-published-at="1683108183" data-use-pagination="False"> Condanna per violenze a Capodanno. A Milano aggredita un’altra ragazza La Milano delle aggressioni sessuali incasella ormai quasi un caso al giorno. Ieri una ragazza ha denunciato di essere stata molestata da due stranieri, uno dei quali indossava la maglietta del Marocco, dalle parti di piazza Duomo, teatro un anno fa delle aggressioni sessuali di Capodanno e per le quali, ieri, è arrivata le condanna per uno degli imputati, Abdallah Bouguedra: 5 anni e 10 mesi. «Faceva muro mentre la ragazza veniva abusata sui cocci di bottiglia», ha spiegato il pm durante la requisitoria. Altri due giovani, Abdel Fatah e Mahmoud Ibrahim, sono invece a processo con rito abbreviato e per loro la Procura ha chiesto condanne a 4 e 6 anni (la sentenza è attesa per giovedì prossimo). In un contesto molto più tranquillo, invece, domenica si sarebbe consumata l’ennesima aggressione. Stando al racconto della vittima, mentre stava guardando il suo cellulare, all’improvviso si è trovata i due stranieri alle spalle. Uno dei due le avrebbe sollevato la gonna e l’avrebbe palpeggiata per poi riprendere a camminare come se nulla fosse, allontanandosi. Lei, una studentessa universitaria ventenne, era in compagnia del suo fidanzato e, dopo essersi ripresa dallo choc, ha tentato di fermare (senza riuscirci) una pattuglia. A quel punto, ha chiamato il 112. E, stando a quanto riporta Repubblica, avrebbe fornito un identikit dei due ragazzi: «Capelli ricci, pelle scura, uno aveva la maglia della nazionale del Marocco, massimo ventenni». I carabinieri si sono messi a caccia dei molestatori. Mentre il sindaco Beppe Sala non riesce a fare altro se non chiedere più uomini. Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi sarà a Milano il 10 maggio per un vertice in prefettura. Nel frattempo, il capo del Viminale ha proposto di introdurre il riconoscimento facciale come misura per la sicurezza (oltre al potenziamento delle forze dell’ordine e delle espulsioni di stranieri). E ha annunciato interventi nelle tre grandi città metropolitane (Roma, Napoli e Milano) per evitare che si ripetano episodi come lo stupro della scorsa settimana alla stazione Centrale. Per l’indagato, Fadil Monir, marocchino senza fissa dimora, il gip del tribunale di Milano ha disposto l’arresto in carcere. Secondo il giudice presenterebbe «una personalità priva di freni inibitori, violenta e senza alcuna capacità di revisione critica e resipiscenza». Tant’è che ha tentato di scaricare tutte le responsabilità sulla vittima, una turista marocchina in partenza per Parigi. Durante l’interrogatorio avrebbe tentato di «screditarla», raccontando di rapporti consenzienti e di una conoscenza pregressa per questioni di droga. Ma a inchiodarlo, secondo l’accusa, c’erano i video delle telecamere della stazione, che restituirebbero «un contesto di totale sopraffazione di una donna indifesa, che l’indagato costringe, con impietosa ostinazione, a subire atti sessuali». Il gip ha, quindi, precisato che «la persona offesa non era consenziente» e che appariva «spaventata» mentre «respingeva ripetutamente l’indagato». E quando ha cercato di ostacolarlo, ricostruisce il gip, è stata «presa a schiaffi». Le immagini, insomma, avrebbero smentito «in maniera inconfutabile» la versione dell’indagato che, «concretamente», si ritiene «possa reiterare reati della medesima indole per appagare i suoi istinti sessuali». E non è finita. Sempre a Milano, sabato scorso, è stato denunciato un altro caso di violenza sessuale. Una clochard di 57 anni con problemi di deambulazione sarebbe stata aggredita da un giovane somalo che le aveva offerto riparo sotto la sua tenda da campeggio sistemata in via Tonale.
Il curatore di Fr*cinema Pietro Turano. Nel riquadro, la locandina dell'edizione 2026 (Getty Images)
Ai quali si sono aggiunti nel 2026 altri 300.000 euro da parte della Regione Lazio, anche questi erogati direttamente: il Consiglio regionale del Lazio ha approvato all’unanimità un emendamento che stanzia il contributo straordinario per l’anno 2026 a favore della Fondazione che ha promosso il Fr*cinema.
Si vola alto, nelle trame vincitrici del concorso, ideato per soggetti di «cortometraggi queer» e rivolto a film maker under-35: Vajassa, di Michela Mazzaferro, Giovanna De Luca, Leonardo Gaspa e Federico Politi per la regia di Andrea La Medica, è una storia ambientata a Napoli che racconta di una giovane artista trans che sogna di fare l’attrice e si scontra con un regista che la valuta soltanto come caricatura. Tra le ragioni del riconoscimento, «un linguaggio intelligente, ironico e furbo, una tragi-commedia che riporta in vita gli echi della cultura teatrale partenopea di Ruccello, Moscato o (nientemeno, ndr) De Filippo». Fr*cinema ha generosamente assegnato 15.000 euro di contributo produttivo a Vajassa e altri 10.000 euro al vincitore della sezione Documentario, il corto La stanza delle bambine di Federica Corti, Valentina Morricone, Pierpaolo Moscatello. Anche in questa produzione, sono i temi Lgbtiq+ dominare la scena, nella fattispecie i «diritti delle madri intenzionali in coppie omogenitoriali». Nei post dedicati al film Tomboy si parla invece della «espressione di genere nella dimensione del gioco e della ricerca» e del «racconto di un’infanzia queer che rivendica il diritto di sperimentare, lontano dall’obbligo degli adulti di doversi definire».
I fondi all’epoca (2023) concessi in affidamento diretto da Gualtieri furono contestati come «concorrenza sleale» da Fratelli d’Italia. Quest’anno però alla Fondazione Piccolo America, ideatrice del festival queer Fr*cinema, è andata meglio: lo stanziamento è stato inserito all’interno di una legge omnibus sui debiti fuori bilancio tramite un accordo politico trasversale e condiviso da tutte le forze d’Aula, dopo anni di tensione sulla Fondazione scoppiati nel 2023, anno dell’insediamento di Francesco Rocca (indipendente di area centrodestra) come governatore. Subito dopo la sua elezione, la nuova giunta aveva deciso di azzerare i contributi finanziari storici che la precedente amministrazione (guidata da Nicola Zingaretti, Pd) erogava regolarmente alla rassegna. I motivi ufficiali del taglio avanzati allora dalla Pisana facevano leva su un duro piano di rientro dal debito regionale e sulla volontà politica di cambiare i criteri di assegnazione dei fondi alla cultura, cancellando i canali preferenziali e gli affidamenti diretti alle singole associazioni, di cui usufruisce da sempre Piccolo America. Fratelli d’Italia, ad esempio, definì le spese di 130.000 euro alla voce «Gestione ospiti ed incontri con viaggi e alloggi» come fuori mercato.
Senza il polmone economico della Regione, la Fondazione si è trovata in grave affanno. Per mantenere del tutto gratuite le tre piazze romane che accolgono la manifestazione «Cinema in Piazza 2026», il fondatore della kermesse cinematografica, Valerio Carocci, si è inventato coperture alternative, come quella dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai. Carocci aveva accusato il centrodestra di voler soffocare «una delle rassegne culturali più amate e frequentate di Roma» per motivi puramente politici. Che davvero lo sia è tutto da vedere: fatto sta che soltanto nel 2026 le due parti hanno iniziato a imbastire una serie di trattative diplomatiche dietro le quinte. I due fattori chiave del riavvicinamento sono stati il superamento del «pregiudizio ideologico» e l’urgenza di riqualificare il tessuto sociale delle periferie romane, argomenti che a quanto pare hanno convinto la giunta Rocca del «valore istituzionale» del progetto. L’accordo siglato con la fondazione pro-queer prevede che, invece di richiedere finanziamenti last-minute per tamponare le emergenze dell’anno in corso, si dialoghi (addirittura) su una programmazione a lungo termine. Il voto all’unanimità dell’emendamento ha sancito formalmente la fine delle ostilità, trasformando quello che era un simbolo dell’opposizione giovanile di sinistra in un evento politically correct felicemente finanziato in modo bipartisan da tutte le istituzioni locali, sia comunali che regionali. E i cittadini ringraziano.
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Roberto Vannacci (Ansa)
Quella «alta»: Vannacci mette a nudo le contraddizioni del centrodestra, che una volta vinte le elezioni si è adeguato alla realtà dei fatti, accantonando diversi proclami, soprattutto a livello di politica internazionale. La seconda: al di là degli esponenti istituzionali che hanno già aderito, in Italia c’è una miriade di assessori, consiglieri comunali e regionali e attuali parlamentari ed europarlamentari, che non hanno avuto garanzie dai rispettivi partiti di un posto al sole, sotto forma di una ricandidatura alle prossime politiche, o di una presidenza di commissione nei consigli regionali, o di una poltroncina di sottogoverno (cda di partecipate, enti, acquedotti, teatri, pro loco, bocciofile). Molti di costoro, chi per vendetta e chi per speranza, sono già pronti a imbarcarsi sul vascello del generale: aspettano solo il momento giusto.
Ma torniamo alla convention di ieri: Vannacci, ormai l’unica pop star della politica italiana, non delude le aspettative dei suoi. C’è anche il momento mistico: Vannacci legge la preghiera dei paracadutisti francesi e chiede alla sala di alzarsi in piedi e pregare con lui. «Con la forza e la fede andremo avanti, il resto lo conquisteremo da soli», profetizza, e manca solo un bell’«amen» dalla platea. Scena western: «Noi rappresentiamo lo scarto e la feccia», esclama Robert Charles Bronson Vannacci, «e siamo orgogliosi di esserlo. In Parlamento siamo una sporca dozzina, qui siamo i figli di nessuno e fierissimi di esserlo». Poi, sull’accusa di essere funzionali alla sinistra: «Ci hanno accusato di essere alleati con la sinistra», replica Vannacci, «di essere gli utili idioti. Io mi dovrei alleare con questa destra che porta avanti l’agenda Draghi o il debito comune? Questo governo si allinea totalmente a supportare questa Commissione europea e la rinsecchita (ma è una signora, suvvia generale, ndr) Von der Leyen. E io sarei quello che parteggia per la sinistra? Poi si invoca il voto utile: secondo questo manicheismo o stai con noi o stai con la sinistra. Io rispondo chiaramente: o con noi, con Futuro nazionale, guardiani della sovranità, o con Von der Leyen, Draghi e il globalismo». E la remigrazione? «L’Italia agli italiani! Non mi vergogno di dirlo», arringa Vannacci, «prima remigrazione non si poteva dire, adesso che il termine remigrazione è entrato nell’uso comune, anche grazie a me, si dice che non si può fare perché non si può togliere la cittadinanza. In Italia ci sono 530.000 clandestini entrati illegalmente che devono essere remigrati. E sono solo quelli entrati in via mare, altrimenti sarebbero molti di più. Equivalgono alla popolazione di Molise e Valle d’Aosta messe insieme e vengono mantenuti da tutti gli italiani».
Rispondendo a una domanda sulle critiche di Giorgia Meloni ai suoi parlamentari, accusati appunto di «fare quello che serve alla sinistra», Vannacci chiede al premier il famoso riconoscimento politico, sotto forma di una chiamata: «Non ho risposto al presidente del Consiglio», sottolinea Vannacci, «perché se avrà una domanda da farmi, me la fa direttamente e avrò l’onore e il piacere di risponderle. Mi risulta che abbia parlato alla sporca dozzina e loro hanno replicato. Al premier rispondo quando mi interpellerà».
Lo sgarbo vero arriva quando, in riferimento alla famosa frase sulle «ginocchiere» del deputato del M5s Francesco Silvestri, Vannacci smonta la narrazione di Fdi: «Se avessi provato a mettermi nei panni di una donna», dice il generale, «quella frase non l’avrei percepita come sessista. Così come la parola “cortigiana”, ma non sono una donna e non ho questa sensibilità. Il mio parere conta quel che conta». Respinge ogni accusa di filoputinismo, di essere un asset russo: «Nella mia carriera», rivendica il generale, «ho ricevuto, tra encomi, elogi, croci e medaglie, circa una trentina di onorificenze dalla Repubblica Italiana. Fra cui l’ultima è stata quella di essere nominato, con grande onore, Cavaliere della Repubblica. Proprio per aver fatto sempre gli interessi della Repubblica italiana. A rischio della mia vita e di quella dei miei uomini».
Bene, benissimo, ma alla fine che fa, Vannacci? Si allea col centrodestra? Il generale alzerà la posta fino all’ultimo istante utile, e intanto gigioneggia: «Io non ho mai parlato di adesione al centrodestra», sottolinea il generale, «è il centrodestra che parla di Fnv, che dovrebbe aderire al centrodestra. Non è una mia istanza, sembra sia quasi un’aspettativa di questo centrodestra e che quindi dovrei ammorbidire le mie posizioni, e io rispondo di no: le mie posizioni non le ammorbidisco e non le cambio». Così il leader di Futuro nazionale, nel punto stampa dopo il suo intervento all’assemblea costituente di Fnv. «Ancora prima di nascere Futuro nazionale Vannacci è al 5%, grazie proprio a queste posizioni e a queste linee rosse. Noi siamo il sestante che riporta l’alleanza di centrodestra nella giusta direzione». Traduzione: per ora vi faccio rosolare, arrivo al 10% e poi sarò io a dare le carte. Questo è il progetto del generale, vedremo se alla fine avrà il punto in mano o starà bluffando.
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Petrolio USA primo al mondo, ancora crisi di Hormuz, metalli sotto stress, rame in rialzo e logistica sempre più difficile per rinnovabili e batterie.
Donald Trump (Ansa)
Mentre Pakistan e Stati Uniti continuano a descrivere la pace come imminente, il memorandum di Islamabad resta avvolto da dichiarazioni contrastanti. A eccezione di alcuni principi generali, il contenuto dell’intesa continua infatti a essere oggetto di interpretazioni divergenti tra Washington e Teheran. Il risultato è una guerra di rivendicazioni che accompagna il negoziato e alimenta dubbi sulla reale portata dell’accordo. Nelle ultime ore, tuttavia, sono emersi segnali che indicano come il percorso diplomatico sia ormai vicino alla conclusione. Il portavoce del ministero degli Esteri pachistano, Tahir Andrabi, ha annunciato che Islamabad ospiterà oggi la cerimonia di firma dell’accordo di pace tra Iran e Stati Uniti, in videoconferenza. A rafforzare l’impressione di un’intesa imminente è stato Donald Trump. In un messaggio su Truth Social, il presidente americano ha reso noto che «subito dopo la firma, prevista per domani (oggi, ndr), lo Stretto di Hormuz sarà aperto a tutti», aggiungendo che i rapporti con l’Iran sono oggi «molto diversi e migliori rispetto a quelli avuti dalle amministrazioni precedenti». La riapertura di Hormuz rappresenta uno degli elementi centrali dell’intesa. Più complessa resta la questione nucleare. Nelle ultime settimane Washington ha chiesto la distruzione delle scorte di uranio altamente arricchito accumulate dall’Iran e la progressiva eliminazione delle infrastrutture necessarie alla produzione di materiale fissile. Teheran, al contrario, ha sempre sostenuto che il memorandum non affronti direttamente il programma nucleare e che il tema debba essere discusso nella fase successiva. Trump ha usato il nuovo accordo per marcare la distanza dalla politica di Obama. «L’accordo di Barack Hussein Obama con l’Iran, il Jcpoa, era una strada facile, bella e spianata verso l’arma nucleare», ha scritto. «Il mio accordo con l’Iran è l’esatto contrario: un muro contro l’arma nucleare». Secondo Trump, l’Iran avrebbe rinunciato definitivamente alle ambizioni atomiche. «Non vogliono più un’arma nucleare, né ne avranno una», ha assicurato. Sia i diplomatici iraniani sia le Guardie rivoluzionarie hanno però smentito che Teheran firmerà oggi l’accordo. I pasdaran hanno criticato l’«insolita insistenza» di Trump per sottoscrivere l’accordo, sostenendo che il tycoon voglia far coincidere l’eventuale intesa con il suo compleanno, il 14 giugno, trasformandolo in un evento simbolico e mediatico. Ad ogni modo, le Guardie della rivoluzione hanno sottolineato che il memorandum non è ancora stato finalizzato e che la firma prevista per oggi «non avverrà sicuramente».
Le dichiarazioni del presidente sembrano inoltre chiarire uno dei punti più controversi della trattativa: i fondi iraniani congelati all’estero. Negli ultimi giorni alcune indiscrezioni avevano ipotizzato un graduale alleggerimento delle sanzioni e lo sblocco di miliardi di dollari appartenenti all’Iran. Trump lo ha escluso. «A differenza dei centinaia di miliardi di dollari che Obama ha versato loro, compresi 1,7 miliardi di dollari in contanti, non ci sarà alcuno scambio di denaro», ha affermato. Una posizione che si scontra con le dichiarazioni iraniane, secondo cui la liberazione dei fondi bloccati sarebbe una componente essenziale dell’intesa.
Ancora più significativa appare la parte del messaggio dedicata al materiale nucleare iraniano. Trump ha dichiarato che, una volta stabilizzata la situazione, gli Stati Uniti recupereranno il materiale fissile custodito nei siti sotterranei colpiti dai recenti bombardamenti americani. «Recupereremo la polvere nucleare, sepolta in profondità sotto le montagne di granito, grazie ai nostri bombardieri B-2 e ai loro piloti, e la diluiremo e la distruggeremo, sia in Iran sia negli Stati Uniti», ha scritto. A conferma dell’intensa attività diplomatica, Trump intende incontrare i leader di Egitto, Qatar ed Emirati Arabi Uniti a margine del G7 della prossima settimana in Francia per discutere degli sforzi volti a porre fine alla guerra con l’Iran, mentre con i Paesi alleati parlerà dello sminamento di Hormuz. Il presidente ha concluso esprimendo fiducia in una cooperazione duratura con Teheran e con l’intero Medio Oriente, ma accompagnando l’apertura con un avvertimento: «Se così non fosse, abbiamo l’alternativa definitiva, che speriamo di non dover mai più utilizzare».
Resta tuttavia da capire se questa visione coincida con quella della leadership iraniana. Finora il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha sostenuto che una delle opzioni allo studio fosse la diluizione dell’uranio arricchito direttamente in Iran, senza trasferimenti all’estero. Il viceministro Kazem Gharibabadi ha riferito di aver discusso con funzionari russi e cinesi degli ultimi sviluppi sulla bozza di memorandum in esame a Islamabad. Secondo Teheran, la cooperazione strategica tra Iran, Cina e Russia continuerà a rafforzarsi. Sullo sfondo resta il ruolo della Guida Suprema Mojtaba Khamenei, il cui assenso viene considerato decisivo per la piena attuazione dell’accordo. Nelle stesse ore il leader iraniano ha approvato la commutazione della pena per 139 detenuti condannati a morte e la concessione della grazia ad altri prigionieri, in quello che diversi osservatori interpretano come un segnale politico destinato ad accompagnare la fase finale del negoziato.
Resta però un ostacolo tutt’altro che secondario. I pasdaran, che rappresentano il centro del potere militare e ideologico della Repubblica islamica, continuano a prendere le distanze dall’intesa. Una posizione che evidenzia ancora una volta le profonde divisioni interne al regime iraniano.
Israele continua l’avanzata in Libano. Altre cinque vittime dovute ai raid
Ci si chiede se un accordo fra Stati Uniti e Iran porrà fine o no anche al conflitto in Libano, dove Israele prosegue l’avanzata terrestre e gli attacchi aerei per debellare il partito armato sciita filoiraniano Hezbollah. Che Teheran leghi la questione libanese a quella del Golfo Persico è stato confermato ancora ieri dal portavoce del ministero degli Esteri iraniano Esmail Baghaei: «Si cessi la guerra su tutti i fronti, incluso il Libano». L’analista israeliano di Axios, Barak Ravid, ha rivelato che il presidente americano Donald Trump ha detto per telefono al premier israeliano Benjamin Netanyahu che «è ora di por fine a questa guerra». Ravid cita indiscrezioni da funzionari statunitensi: «Netanyahu potrebbe tentare di ostacolare l’accordo». Ma responsabili israeliani temono che Trump «possa limitare la libertà operativa contro Hezbollah e pretendere d’esser consultato prima d’ogni attacco».
Israele intensifica l’offensiva, volendo smantellare il più possibile Hezbollah. Quindi Netanyahu potrebbe ignorare eventuali clausole, di accordi peraltro presi dagli Usa ma non da Israele, relativi al fronte libanese. Solo ieri le forze ebraiche hanno colpito 70 obbiettivi di Hezbollah. L’esercito israeliano ha anche ucciso sette miliziani che operavano da un tunnel nel Libano meridionale, dove venivano immagazzinati munizioni, armi e provviste per sostenere attacchi. Come a Gaza, quindi, anche in Libano i passaggi sotterranei si confermano una delle maggiori risorse per la guerra asimmetrica fatta di agguati mordi-e-fuggi contro un potente esercito tecnologico. E già lo si vedeva in Vietnam 60 anni fa con gli americani alle prese coi «formicai» dei Cong. Raid aerei e granate d’artiglieria su varie aree del Libano hanno causato ieri cinque morti, tra cui il sindaco di Al Rihan, Ali Badie. Fra le azioni militari israeliane, un drone ha centrato un veicolo a Kfar Hounah, poi l’artiglieria ha martellato il quartiere Rahbat di Nabatieh. Bombardate anche Sarifa, Maarakeh e Khiam. Toccante la testimonianza del prete maronita Eid Bou Rached, di Sidone, a Vatican News: «Un missile è caduto a poca distanza dal portone d’ingresso della nostra sede episcopale. Grazie a Dio non ci sono state vittime, ma la morte è la nostra vicina di casa».
Secondo il giornale libanese L’Orient-Le Jour, varie persone sono state ferite da bombe di aerei israeliani a Zayyata, a Sud di Sidone, mentre un soldato dell’esercito libanese è stato ferito gravemente da un drone sulla strada fra Kfar Remane e Nabatieh. La posizione dell’esercito libanese, che non è in grado di far valere l’autorità statale sul partito armato Hezbollah, né di respingere gli israeliani, è critica. Ieri le truppe libanesi, che in teoria dovrebbero occupare «zone pilota» per vigilare sul disarmo di Hezbollah, si sono ritirate da Kfar Tebnit per disimpegnarsi dall’avanzata israeliana. Per il 22 giugno si attendono a Washington colloqui per un cessate il fuoco, ma un Libano frammentato, in cui Hezbollah agisce in modo indipendente, rende tutto arduo. Ieri il presidente Joseph Aoun ha esortato all’unità del Libano, «prigioniero della logica delle milizie», ma l’appello pare vano. Hezbollah ha lanciato vari droni, specie gli Ababil d’origine iraniana, su truppe israeliane a Margaliot, Jal al-Dei, Yahmour al-Shaqif, e Hammamas. Secondo Israele «non ci sono stati feriti», ma per gli sciiti «sono stati distrutti un carro armato Merkava e una jeep Hummer». L’Ababil è guidato con un cavo a fibra ottica lungo fino a 60 chilometri ed è quindi immune ai disturbi elettronici avversari, oltre a costare poco, solo 600 dollari l’uno. Il ministero della Salute libanese ha intanto diramato che, dal 2 marzo fino a ieri, il conflitto ha causato 3.756 morti e 11.632 feriti, mentre per il ministero dell’Economia i danni ammontano a 20 miliardi di dollari.
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