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2020-06-02
Tasse giù grazie al Recovery? Bugia. La Ue parla di 20 miliardi di imposte
Angela Merkel (Ansa)
Vi raccontiamo da mesi dei rapporti con le istituzioni europee e spesso temiamo di essere troppo arditi nelle nostre esposizioni dei fatti e nella loro valutazione. Tuttavia, la realtà scava ogni giorno un solco ancora più profondo di quello che avevamo provato a tracciare. I peggiori dubbi sul Recovery Fund, che avevamo cautamente introdotto sin da giovedì 28, negli ultimi giorni sono stati ripresi e approfonditi sulla grande stampa europea e, soprattutto, sono stati fatti propri da autorevoli leader politici stranieri.
Buoni ultimi, dopo olandesi, svedesi ed ungheresi, sono arrivati il ministro delle Finanze austriaco Gernot Bluemel e il premier ceco Andrej Babis. Il ventaglio degli aggettivi spazia da «inaccettabile» a «inammissibile». Sembra sia stato scoperchiato il vaso di Pandora delle contraddizioni della Ue. L'intervista rilasciata domenica al Financial Times dal Commissario Ue al bilancio, l'austriaco Johannes Hahn, è per diversi aspetti clamorosa e torna sui due aspetti più controversi dell'iniziativa della Commissione: chi paga e per fare cosa. La risposta alla prima domanda è secca: i contribuenti dell'Unione. In particolare, Hahn progetta di far partire entro il 2027 un'imposta per circa 70.000 imprese con più di 750 milioni di fatturato che dovrebbe generare un gettito annuo pari a circa 15/20 miliardi. Si tratterà di una cifra forfettaria, parametrata alle dimensioni dell'impresa: una sorta di corrispettivo per i benefici del mercato unico, necessaria per il servizio del debito emesso dalla Commissione.
Ma questo è il meno. Infatti, Hahn manda in frantumi tutta la stantìa retorica dell'unione di bilancio e del debito condiviso. «Solo una operazione limitata nel tempo per investire, indebitandosi sui mercati, nella ripresa e nella resilienza dei Paesi più colpiti dal Covid 19. Non si introduce nulla dalla porta di servizio». Hahn aggiunge che «non è sostenibile che un Paese richieda sempre aiuto perché non è in grado di finanziare per conto proprio la ripresa. È come suonare la sveglia per alcuni Paesi. Gli investimenti e le riforme innescati dal Recovery Fund, consentiranno a certi Paesi di reggere meglio all'urto di crisi future. Nel passato, alcuni Paesi, sempre gli stessi, sono sempre stati più colpiti dalle crisi rispetto ad altri. Questi aiuti gli consentiranno di essere meglio attrezzati in futuro e di essere meno dipendenti dall'aiuto altrui». Altro che solidarietà: ci pagano (forse) le spese di riabilitazione e palestra per combattere meglio nel ring della competizione mondiale a colpi di deflazione, flessibilità del lavoro e dei mercati. D'altronde, il loro modello sociale è «homo homini lupus» di Thomas Hobbes, e per quello ci foraggiano.
Purtroppo i conti di questo tanto decantato aiuto continuano a non tornare. E ce lo conferma un dibattito avvenuto tra i parlamentari tedeschi di cui riferisce il quotidiano Handelsblatt. Le perplessità espressi dai tedeschi sono numerose: si dubita dell'effettiva capacità di spesa della Commissione, alle prese con un volume di attività pari a più del doppio del solito; si dubita della capacità dell'Italia di presentare progetti fino a 170 miliardi per ricevere sussidi e prestiti; «Non siamo qui per finanziare i tagli fiscali per l'Italia con i nostri soldi», tuona un deputato; infine, si ipotizza la necessità di una maggioranza qualificata (2/3) del Bundestag per l'approvazione del fondo. I tedeschi affermano, senza peli sulla lingua, che finora le raccomandazioni della Commissione per Roma si sono rivelate una «tigre di carta» e il Recovery Fund offre l'occasione per risvegliare riforme dormienti.
Il bilancio finanziario per il nostro Paese continua a fare acqua. Infatti, al fine permettere alla Commissione di emettere fino a 750 miliardi di obbligazioni con rating tripla A in 4 anni, è stato raddoppiato (dall'1% al 2% del Pil) il tetto di risorse proprie che la Commissione può richiedere agli Stati. In sostanza, la Commissione offre in garanzia ai mercati la possibilità di generare entrate per circa 1.100 miliardi, soprattutto richiedendole agli Stati. È vero, si tratta di garanzie, non di esborsi, ma comunque l'Italia si impegna, da subito, per almeno 96 miliardi (12,8% circa di 750 miliardi di maggiori contributi al bilancio Ue, ma formalmente sono ben di più), altrimenti la Commissione non può emettere bond. In ogni caso, dopo il 2028, quei 750 miliardi dovranno essere rimborsati dalla Commissione: 250 miliardi con le rate ricevute dai Paesi beneficiari dei prestiti, e gli altri 500 con maggiori tasse Ue o contributi degli Stati membri. Si tratta di pagare circa 64 miliardi. Ma siamo così sicuri di presentare progetti per investimenti e riforme sfruttando per intero i 68 miliardi del Rrf (o gli 81 del totale delle misure)?
Se il bilancio del prossimo settennio ci vedesse contribuenti netti per una somma ancora superiore ai circa 36 miliardi del precedente settennio e il saldo complessivo diventasse negativo, sarebbe proprio una magra consolazione poter dire che l'avevamo detto.
Confindustria & C. pregano: «Fate presto con il Mes». Ma a loro non cambia nulla
«Fate presto», per carità. L'aria di déja vu è più che giustificata, a meno di nove anni da quello che divenne l'inno dell'insediamento di Mario Monti . Oggi lo spread è sotto quota 200, ma a soffiare una brezza simile a quella del 2011 ci si mette una nutrita serie di sigle datoriali. Ecco la loro nota congiunta: «Esortiamo il governo, il Parlamento e le forze politiche a utilizzare fin da subito tutte le risorse e gli strumenti che l'Europa ha già messo a disposizione, a partire dai fondi per sostenere i costi diretti e indiretti dell'emergenza sanitaria. Non farlo sarebbe una scelta non comprensibile e comporterebbe una grave responsabilità verso il Paese, i suoi cittadini, le sue imprese». Firmato Abi (sic), Alleanza delle cooperative italiane, Ance, Cia, Coldiretti, Confagricoltura, Confapi, Confindustria, Copagri.
Senza citarlo, il Mes è il convitato di pietra. Non solo perché il riferimento a «costi diretti e indiretti dell'emergenza sanitaria» è lampante, ma anche perché è l'unico strumento pronto, visto che il rimpallo tra Eurogruppo, Consiglio europeo e Commissione sul Recovery fund ha finora prodotto l'azzeramento dei «coronabond» e un piano sui cui tempi e sulla cui attuabilità, vista la difficoltà di accordo politico sulla ripartizione, è lecito avere dubbi.
Ora, le associazioni fanno benissimo a chiedere che il governo spenda, e domandare che impieghi danaro a loro favore è nella loro natura di corpi intermedi: ci sarebbe da stupirsi del contrario. Ma ci sono due considerazioni di fondo che lasciano molti dubbi sul senso dell'appello diramato nel weekend dalle varie sigle. La prima è quantitativa: il Mes dovrebbe portare risorse fino al 2% del Pil, ma è stato detto e ripetuto in ogni lingua che coprirà solo spese «dirette e indirette» di natura sanitaria legate al Covid 19. Come più volte spiegato su queste colonne, ben difficilmente è possibile annoverare in questa categoria spese per 30 miliardi. Del resto, lo stesso documento del governo ha indicato in 1,7 miliardi la spesa sanitaria extra per il comparto dovuta all'emergenza pandemica. Per quale motivo - ad esempio - Coldiretti dovrebbe premere perché l'Italia acceda a questo strumento, che al 99% non riguarda il proprio compartro? Anche lasciando perdere le condizioni che il Mes trascina con sé (piani di rientro controllati dalla troika, creditore privilegiato che mette a rischio gli altri creditori eccetera), non si capisce l'insistenza delle associazioni nei confronti di capitoli di spesa che non riguarderebbero loro, se non marginalmente.
Ma la seconda obiezione è più sostanziale. Alle categorie che hanno firmato l'appello pare sfuggire un dato piuttosto clamoroso: le risorse eventuali del Mes non sono aggiuntive rispetto al deficit fissato dal Parlamento per il 2020, che ammonta a 75 miliardi circa - di cui 55 tardivamente stanziati a lockdown in corso da settimane. Ovvero: anche qualora il Mes desse 50 miliardi, le risorse a disposizione del Paese come differenza tra entrate e uscite non diventerebbero 125. Semplicemente, dei 75 miliardi previsti 50 verrebbero finanziati dal Mes, con tutto ciò che ne consegue. Confindustria & C hanno infinite ragioni per lamentare la scarsità di risorse impiegate dal governo nella pandemia, a maggior ragione dopo che Conte e i suoi hanno chiuso milioni di aziende per legge. Ma come l'esecutivo reperisca tali risorse è, a parità di importi, completamente indifferente per un'azienda che riceva sussidi o per un dipendente cui venga accreditata la cassa integrazione. Come si spiega dunque un appello congiunto in favore di una di queste scelte politico-finanziarie di approvvigionamento?
Enrico Letta ha fatto il ministro e il premier: non può non aver perfettamente presente la dinamica con cui un Paese si finanzia. Ieri a Formiche ha rilasciato un'intervista in cui, tra le altre cose, ha detto: «Abbiamo una sanità distrutta, in particolare quella lombarda. Con i fondi del Mes si potrebbe finanziare un piano per mille comuni italiani rurali. Per un piano del genere servono risorse europee, utilizzando esclusivamente soldi italiani non ce la faremmo». È falso, ma a suo modo utile. Aiuta a capire che, forse, la prospettiva dei vertici delle categorie è solo politica, e non di rappresentanza. L'appello al Mes serve a dare l'impressione di un Paese che non chiede altro.
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Il commissario al Bilancio, Johannes Hahn, spiega come si sosterrà il piano europeo: con una stangata su 70.000 imprese Intanto Praga boccia il fondo e i deputati tedeschi tuonano: «Non finanzieremo noi i tagli fiscali per l'Italia»Abi, Coldiretti, Ance e altre sigle invocano il Salvastati. Fanno politica: i soldi sono per la sanità e non si sommano al deficit Lo speciale contiene due articoliVi raccontiamo da mesi dei rapporti con le istituzioni europee e spesso temiamo di essere troppo arditi nelle nostre esposizioni dei fatti e nella loro valutazione. Tuttavia, la realtà scava ogni giorno un solco ancora più profondo di quello che avevamo provato a tracciare. I peggiori dubbi sul Recovery Fund, che avevamo cautamente introdotto sin da giovedì 28, negli ultimi giorni sono stati ripresi e approfonditi sulla grande stampa europea e, soprattutto, sono stati fatti propri da autorevoli leader politici stranieri.Buoni ultimi, dopo olandesi, svedesi ed ungheresi, sono arrivati il ministro delle Finanze austriaco Gernot Bluemel e il premier ceco Andrej Babis. Il ventaglio degli aggettivi spazia da «inaccettabile» a «inammissibile». Sembra sia stato scoperchiato il vaso di Pandora delle contraddizioni della Ue. L'intervista rilasciata domenica al Financial Times dal Commissario Ue al bilancio, l'austriaco Johannes Hahn, è per diversi aspetti clamorosa e torna sui due aspetti più controversi dell'iniziativa della Commissione: chi paga e per fare cosa. La risposta alla prima domanda è secca: i contribuenti dell'Unione. In particolare, Hahn progetta di far partire entro il 2027 un'imposta per circa 70.000 imprese con più di 750 milioni di fatturato che dovrebbe generare un gettito annuo pari a circa 15/20 miliardi. Si tratterà di una cifra forfettaria, parametrata alle dimensioni dell'impresa: una sorta di corrispettivo per i benefici del mercato unico, necessaria per il servizio del debito emesso dalla Commissione.Ma questo è il meno. Infatti, Hahn manda in frantumi tutta la stantìa retorica dell'unione di bilancio e del debito condiviso. «Solo una operazione limitata nel tempo per investire, indebitandosi sui mercati, nella ripresa e nella resilienza dei Paesi più colpiti dal Covid 19. Non si introduce nulla dalla porta di servizio». Hahn aggiunge che «non è sostenibile che un Paese richieda sempre aiuto perché non è in grado di finanziare per conto proprio la ripresa. È come suonare la sveglia per alcuni Paesi. Gli investimenti e le riforme innescati dal Recovery Fund, consentiranno a certi Paesi di reggere meglio all'urto di crisi future. Nel passato, alcuni Paesi, sempre gli stessi, sono sempre stati più colpiti dalle crisi rispetto ad altri. Questi aiuti gli consentiranno di essere meglio attrezzati in futuro e di essere meno dipendenti dall'aiuto altrui». Altro che solidarietà: ci pagano (forse) le spese di riabilitazione e palestra per combattere meglio nel ring della competizione mondiale a colpi di deflazione, flessibilità del lavoro e dei mercati. D'altronde, il loro modello sociale è «homo homini lupus» di Thomas Hobbes, e per quello ci foraggiano.Purtroppo i conti di questo tanto decantato aiuto continuano a non tornare. E ce lo conferma un dibattito avvenuto tra i parlamentari tedeschi di cui riferisce il quotidiano Handelsblatt. Le perplessità espressi dai tedeschi sono numerose: si dubita dell'effettiva capacità di spesa della Commissione, alle prese con un volume di attività pari a più del doppio del solito; si dubita della capacità dell'Italia di presentare progetti fino a 170 miliardi per ricevere sussidi e prestiti; «Non siamo qui per finanziare i tagli fiscali per l'Italia con i nostri soldi», tuona un deputato; infine, si ipotizza la necessità di una maggioranza qualificata (2/3) del Bundestag per l'approvazione del fondo. I tedeschi affermano, senza peli sulla lingua, che finora le raccomandazioni della Commissione per Roma si sono rivelate una «tigre di carta» e il Recovery Fund offre l'occasione per risvegliare riforme dormienti.Il bilancio finanziario per il nostro Paese continua a fare acqua. Infatti, al fine permettere alla Commissione di emettere fino a 750 miliardi di obbligazioni con rating tripla A in 4 anni, è stato raddoppiato (dall'1% al 2% del Pil) il tetto di risorse proprie che la Commissione può richiedere agli Stati. In sostanza, la Commissione offre in garanzia ai mercati la possibilità di generare entrate per circa 1.100 miliardi, soprattutto richiedendole agli Stati. È vero, si tratta di garanzie, non di esborsi, ma comunque l'Italia si impegna, da subito, per almeno 96 miliardi (12,8% circa di 750 miliardi di maggiori contributi al bilancio Ue, ma formalmente sono ben di più), altrimenti la Commissione non può emettere bond. In ogni caso, dopo il 2028, quei 750 miliardi dovranno essere rimborsati dalla Commissione: 250 miliardi con le rate ricevute dai Paesi beneficiari dei prestiti, e gli altri 500 con maggiori tasse Ue o contributi degli Stati membri. Si tratta di pagare circa 64 miliardi. Ma siamo così sicuri di presentare progetti per investimenti e riforme sfruttando per intero i 68 miliardi del Rrf (o gli 81 del totale delle misure)?Se il bilancio del prossimo settennio ci vedesse contribuenti netti per una somma ancora superiore ai circa 36 miliardi del precedente settennio e il saldo complessivo diventasse negativo, sarebbe proprio una magra consolazione poter dire che l'avevamo detto.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/tasse-giu-grazie-al-recovery-bugia-la-ue-parla-di-20-miliardi-di-imposte-2646147055.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="confindustria-c-pregano-fate-presto-con-il-mes-ma-a-loro-non-cambia-nulla" data-post-id="2646147055" data-published-at="1591086945" data-use-pagination="False"> Confindustria & C. pregano: «Fate presto con il Mes». Ma a loro non cambia nulla «Fate presto», per carità. L'aria di déja vu è più che giustificata, a meno di nove anni da quello che divenne l'inno dell'insediamento di Mario Monti . Oggi lo spread è sotto quota 200, ma a soffiare una brezza simile a quella del 2011 ci si mette una nutrita serie di sigle datoriali. Ecco la loro nota congiunta: «Esortiamo il governo, il Parlamento e le forze politiche a utilizzare fin da subito tutte le risorse e gli strumenti che l'Europa ha già messo a disposizione, a partire dai fondi per sostenere i costi diretti e indiretti dell'emergenza sanitaria. Non farlo sarebbe una scelta non comprensibile e comporterebbe una grave responsabilità verso il Paese, i suoi cittadini, le sue imprese». Firmato Abi (sic), Alleanza delle cooperative italiane, Ance, Cia, Coldiretti, Confagricoltura, Confapi, Confindustria, Copagri. Senza citarlo, il Mes è il convitato di pietra. Non solo perché il riferimento a «costi diretti e indiretti dell'emergenza sanitaria» è lampante, ma anche perché è l'unico strumento pronto, visto che il rimpallo tra Eurogruppo, Consiglio europeo e Commissione sul Recovery fund ha finora prodotto l'azzeramento dei «coronabond» e un piano sui cui tempi e sulla cui attuabilità, vista la difficoltà di accordo politico sulla ripartizione, è lecito avere dubbi. Ora, le associazioni fanno benissimo a chiedere che il governo spenda, e domandare che impieghi danaro a loro favore è nella loro natura di corpi intermedi: ci sarebbe da stupirsi del contrario. Ma ci sono due considerazioni di fondo che lasciano molti dubbi sul senso dell'appello diramato nel weekend dalle varie sigle. La prima è quantitativa: il Mes dovrebbe portare risorse fino al 2% del Pil, ma è stato detto e ripetuto in ogni lingua che coprirà solo spese «dirette e indirette» di natura sanitaria legate al Covid 19. Come più volte spiegato su queste colonne, ben difficilmente è possibile annoverare in questa categoria spese per 30 miliardi. Del resto, lo stesso documento del governo ha indicato in 1,7 miliardi la spesa sanitaria extra per il comparto dovuta all'emergenza pandemica. Per quale motivo - ad esempio - Coldiretti dovrebbe premere perché l'Italia acceda a questo strumento, che al 99% non riguarda il proprio compartro? Anche lasciando perdere le condizioni che il Mes trascina con sé (piani di rientro controllati dalla troika, creditore privilegiato che mette a rischio gli altri creditori eccetera), non si capisce l'insistenza delle associazioni nei confronti di capitoli di spesa che non riguarderebbero loro, se non marginalmente. Ma la seconda obiezione è più sostanziale. Alle categorie che hanno firmato l'appello pare sfuggire un dato piuttosto clamoroso: le risorse eventuali del Mes non sono aggiuntive rispetto al deficit fissato dal Parlamento per il 2020, che ammonta a 75 miliardi circa - di cui 55 tardivamente stanziati a lockdown in corso da settimane. Ovvero: anche qualora il Mes desse 50 miliardi, le risorse a disposizione del Paese come differenza tra entrate e uscite non diventerebbero 125. Semplicemente, dei 75 miliardi previsti 50 verrebbero finanziati dal Mes, con tutto ciò che ne consegue. Confindustria & C hanno infinite ragioni per lamentare la scarsità di risorse impiegate dal governo nella pandemia, a maggior ragione dopo che Conte e i suoi hanno chiuso milioni di aziende per legge. Ma come l'esecutivo reperisca tali risorse è, a parità di importi, completamente indifferente per un'azienda che riceva sussidi o per un dipendente cui venga accreditata la cassa integrazione. Come si spiega dunque un appello congiunto in favore di una di queste scelte politico-finanziarie di approvvigionamento? Enrico Letta ha fatto il ministro e il premier: non può non aver perfettamente presente la dinamica con cui un Paese si finanzia. Ieri a Formiche ha rilasciato un'intervista in cui, tra le altre cose, ha detto: «Abbiamo una sanità distrutta, in particolare quella lombarda. Con i fondi del Mes si potrebbe finanziare un piano per mille comuni italiani rurali. Per un piano del genere servono risorse europee, utilizzando esclusivamente soldi italiani non ce la faremmo». È falso, ma a suo modo utile. Aiuta a capire che, forse, la prospettiva dei vertici delle categorie è solo politica, e non di rappresentanza. L'appello al Mes serve a dare l'impressione di un Paese che non chiede altro.
Papa Leone XIV (Ansa)
In filigrana, dietro alle parole di elogio rivolte ieri da papa Leone XIV per il metodo Fse, si è così intravista un’analisi antropologica profonda che sembra rispondere appunto alle recenti e discusse novità dell’Agesci.
Il pontefice ha esordito ricordando che il metodo scout non è un semplice passatempo, ma uno strumento che «mette al centro la persona, curandone tutti gli aspetti relazionali e la ricchezza umana». In questo contesto, Leone XIV ha lodato esplicitamente la scelta della Fse di educare i ragazzi in «distinte sezioni maschili e femminili», spiegando che questa non è una separazione anacronistica, ma una strategia mirata per «dedicare ai ragazzi e alle ragazze un’attenzione specifica».
Secondo il papa, questa distinzione è la chiave di volta per una crescita armonica: «Esplorare in questo modo le caratteristiche fondanti dell’essere donna e dell’essere uomo è una dinamica propedeutica all’incontro autentico e consapevole con l’altro, che può favorire la reciproca maturazione». Per Leone XIV, dunque, l’identità biologica maschile e femminile non è un dato accessorio, ma un pilastro necessario per crescere e prepararsi all’incontro con il prossimo.
È impossibile non leggere in queste riflessioni perlomeno un richiamo alle cronache recenti che hanno visto protagonista l’Agesci. L’associazione, dopo tre anni di dibattiti interni, ha infatti approvato il documento «Identità di genere e orientamento sessuale e affettivo», sancendo che tali aspetti «non sono e non possono essere criteri di esclusione nella selezione degli educatori». Una decisione definita come una «svolta storica» e una «rivoluzione» mossa dalla volontà di dare «ulteriore concretezza ai nostri valori di accoglienza».
Un cortocircuito spiegato con molte parole, ma che non cancella la preoccupazione principale che riguarda appunto la coerenza educativa: può un’associazione che si definisce cattolica prescindere dalla visione antropologica della Chiesa?
Il papa ieri ha ribadito che «la formazione di buoni cristiani e buoni cittadini rappresenta il fine del metodo scout», un obiettivo che in fondo si raggiunge solo attraverso l’«intesa pedagogica dei capi con ogni ragazza e ragazzo». Qui si inserisce il dubbio antropologico che emerge dalle parole di Leone XIV: può una donna che si considera uomo, o un uomo che vive pubblicamente una relazione con un altro uomo, farsi portatore di quella «dinamica propedeutica» basata sulle «caratteristiche fondanti dell’essere donna e dell’essere uomo» citate dal papa?
Leone XIV è stato chiaro nel ricordare ai capi che di fronte ai ragazzi loro affidati emerge la testimonianza della «coerenza della vostra vita e la maturità delle vostre scelte» che «sono ai loro occhi un esempio molto importante che li aiuta a crescere». Se il riferimento dottrinale cattolico definisce le tendenze omosessuali profondamente radicate come «oggettivamente disordinate» (Catechismo n. 2.357) e gli atti tra persone dello stesso sesso come «intrinsecamente disordinate» (Catechismo n. 2.358), la domanda sulla garanzia di quell’intesa pedagogica diventa ineludibile. Come può un educatore che rivendica una visione dell’identità fluida o soggettiva guidare un ragazzo alla scoperta della propria identità maschile o femminile secondo i binari tracciati dalla tradizione cristiana?
Quindi, il discorso del papa di ieri ai capi scout potrebbe apparire, conoscendo peraltro il felpato linguaggio intraecclesiale, come l’applicazione pratica del proverbio italiano: ha parlato ai capi della Fse (la «nuora») perché i vertici dell’Agesci (la «suocera») intendessero il messaggio. Mentre l’Agesci sembra aver intrapreso una «marcia sostenuta dal basso», il papa ha scelto di rimettere al centro il «Vangelo - vera mappa della vita», che è la persona stessa di Cristo, «buona notizia per un’umanità confusa».
Forse in casa Agesci faranno orecchie da mercante. Magari diranno che il papa stava parlando ad altri, diversi da loro. E loro resteranno fieri delle loro differenze, delle loro piste, delle loro strade. Ognuno convinto di lasciare il mondo un po’ meglio di come lo ha trovato. Perché, in fondo, «todos, todos, todos», come diceva papa Francesco. Lo stesso papa però che, quando parlava di educazione che non tenesse in debito conto la «feconda tensione» tra uomo e donna, la considerava una «colonizzazione ideologica».
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Il monumento alle vittime della Kamloops Residential School in British Columbia, Canada (Getty Images)
Per comprendere la portata della vicenda, occorre fare un passo indietro. Per oltre un secolo il Canada gestì, insieme a Chiese cristiane di varie confessioni, un sistema di scuole residenziali destinate ai bambini amerindi. Lo scopo era quello di assimilarli alla cultura dominante, allontanandoli dalle famiglie e scoraggiando o vietando l’uso delle lingue e delle tradizioni native. Circa 150.000 minori passarono attraverso questi istituti. Molti subirono maltrattamenti, abusi fisici e sessuali, mentre migliaia morirono a causa di malattie, denutrizione e condizioni di vita spesso precarie. Nel 2015, la Commissione canadese per la verità e la riconciliazione definì questo sistema una forma di «genocidio culturale».
Su questi fatti storici esiste ormai un ampio consenso. La questione di Kamloops, però, è un’altra. Il 27 maggio 2021 una comunità indigena annunciò che un’indagine effettuata con il georadar aveva individuato nel sottosuolo 215 anomalie nei pressi dell’ex Kamloops indian residential school, attiva dal 1893 al 1969. Nel giro di poche ore, tuttavia, quelle anomalie furono trasformate dai media occidentali in qualcosa di molto diverso: i resti di 215 bambini indiani.
Anche in Italia la notizia fu presentata in termini categorici. Vatican News parlò delle «spoglie di 215 bambini» venute alla luce nei pressi dell’ex scuola, mentre il Corriere della Sera scrisse del «ritrovamento» di centinaia di tombe anonime e dei «resti» dei piccoli alunni. Lo stesso lessico venne adottato da televisioni, agenzie di stampa e quotidiani di mezzo mondo. In pochi giorni, insomma, quella che era nata come un’indagine geofisica diventò nell’immaginario collettivo la scoperta di una gigantesca fossa comune.
Le reazioni politiche furono altrettanto tempestive e perentorie. L’allora primo ministro, Justin Trudeau, ordinò che le bandiere sugli edifici federali venissero esposte a mezz’asta in onore dei «215 bambini» di Kamloops. Il premier della Columbia britannica, John Horgan, parlò di «una tragedia di proporzioni inimmaginabili». Anche papa Francesco, senz’alcuna prudenza gesuitica, intervenne rapidamente per esprimere il proprio «dolore». Nel frattempo, però, l’indignazione collettiva si era trasformata in rabbia: nei mesi successivi, decine di chiese cattoliche in Canada furono incendiate o vandalizzate.
Eppure, il georadar non aveva portato alla luce alcun corpo. Aveva semplicemente rilevato anomalie nel terreno che si potevano prestare a diverse interpretazioni. Con il passare del tempo, peraltro, gli stessi specialisti coinvolti nelle indagini chiarirono i limiti della tecnologia utilizzata. Il linguaggio cominciò così a cambiare. Dai «resti di 215 bambini» si passò alle «possibili tombe», poi alle «probabili sepolture», sino alle più recenti formulazioni che parlano soltanto di «potenziali sepolture».
A mettere in discussione quella narrazione è stata ora una fonte difficilmente sospettabile di simpatie revisioniste: il Globe and Mail, il più importante quotidiano canadese. In un duro editoriale, il giornale ha ammesso che nel 2021 i media, compreso lo stesso Globe, non sottoposero la notizia ad alcuna verifica: «I media, incluso il Globe and Mail, non esaminarono criticamente quell’affermazione e tantomeno la misero in discussione», scrive il quotidiano, riconoscendo che i primi articoli presentarono come un fatto accertato il ritrovamento dei resti dei bambini.
L’editoriale riserva critiche altrettanto severe alla classe politica. Secondo il giornale canadese, leader come Trudeau contribuirono ad alimentare nell’opinione pubblica la convinzione che fossero stati scoperti i corpi di centinaia di minori, quando una simile conclusione non era stata affatto dimostrata. Ancora oggi, osserva il Globe, la politica canadese non ha chiarito perché affermazioni così categoriche siano state formulate in assenza di prove reali: «A differenza dell’ex premier della Columbia Britannica, morto nel 2024, Trudeau ha ancora la possibilità di correggere il quadro dei fatti. Non l’ha fatto, e non l’ha fatto nemmeno l’attuale governo liberale», è la denuncia del Globe.
Cinque anni dopo Kamloops, insomma, la domanda non è se le scuole residenziali per amerindi abbiano rappresentato una pagina oscura della storia canadese. La domanda, semmai, è un’altra: come è stato possibile che una mera ipotesi venisse trasformata, nel giro di pochi giorni, in una certezza assoluta da media, governi e istituzioni religiose? Ma soprattutto: perché, ad oggi, ancora nessuno è riuscito a chiedere scusa?
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Ecco #DimmiLaVerità del 2 giugno 2026. Il vicepresidente dell'Accademia Nazionale Scienze Forensi, Maurizio Capozzo, illustra le iniziative di protesta contro le intercettazioni dei colloqui tra avvocati e clienti.
Peter Thiel, co-fondatore e ceo di Palantir (Getty Images)
Si dice che le nuove tecnologie siano un veicolo di disinformazione. Ma almeno su un argomento e almeno indirettamente, la loro irruzione sui teatri bellici può contribuire a sfatare un pigro adagio giornalistico: quello di Donald Trump amico degli autocrati. In realtà, il lato marziale di Big tech, i suoi intrecci con l’amministrazione americana e le contromosse dei concorrenti degli Usa restituiscono un quadro dello scacchiere globale a tinte molto più sfumate. Uno scenario nel quale, è vero, l’inquilino della Casa Bianca dimostra di saper ragionare nei termini delle sfere d’influenza delle potenze regionali, che egli considera legittime. Non è un caso che sia i russi sia i cinesi, su di lui, abbiano espresso lo stesso giudizio: Trump capisce la nostra posizione. Il futuro delle relazioni internazionali, però, si sta giocando anche e soprattutto sulla forsennata competizione nello sviluppo dell’Intelligenza artificiale e per la conquista dello spazio. Sono domini che gli imperi concepiscono non solo e non tanto in quanto elementi cruciali per conseguire un’improbabile egemonia. Piuttosto, si tratta di fattori indispensabili alla salvaguardia della sicurezza nazionale, in una fase storica in cui la distruttività degli armamenti convenzionali e nucleari, nonché i costi di uno scontro militare in una condizione di strutturale interdipendenza economica, rendono improbabile una resa dei conti attraverso un conflitto su larga scala. Il che spinge gli Stati a combattersi sul terreno del prestigio e delle potenzialità. E con gli infidi stratagemmi della guerra ibrida e del cyberwarfare.
Per farsi un’idea, bisogna provare a unire i puntini. È di ieri, ad esempio, la notizia, riportata da alcuni media ucraini e ripresa dalla Cnn, che Kiev sta utilizzando il software di Palantir per condurre attacchi massicci con i droni in territorio russo. Prisma, lo strumento prodotto dalla compagnia fondata da Peter Thiel, consente infatti di coordinare a distanza centinaia di apparecchi senza pilota e di migliorare l’efficacia delle incursioni: il computer impara dai precedenti errori. Ecco perché uno degli operatori ucraini, intervistato, ha spiegato che il sistema permette ora di colpire obiettivi prima «considerati irraggiungibili», in profondità nel territorio della Federazione di Vladimir Putin. Lo scorso 12 maggio, Volodymyr Zelensky si era incontrato con l’amministratore delegato di Palantir, Alex Karp, celebrando la «cooperazione» con l’azienda. Per la quale la causa della resistenza sarà probabilmente meno rilevante della mole di nozioni che il suo cervellone può estrarre da ogni missione. La guerra, per Prisma, è un’occasione per perfezionarsi. Difatti Zelensky, che vorrebbe un patto con gli Usa sull’IA per i droni, ha messo sul piatto l’«esperienza» dei suoi belligeranti. Cioè, i dati disponibili sul campo di battaglia.
Palantir non è l’unico gioiello americano che affianca l’Ucraina. Pochi giorni fa, Ukrainska Pravda ha registrato una cifra significativa: da quando Starlink ha interdetto l’impiego clandestino dei suoi satelliti agli invasori, a inizio anno, le forze di Kiev hanno riguadagnato circa 400 chilometri quadrati di aree occupate.
Riesce difficile immaginare che svolte simili si siano determinate senza l’assenso del governo statunitense. Nessuna società tecnologica, a quei livelli, agisce di sua iniziativa. Nemmeno Anthropic, il volto buono dell’IA: persino il suo creatore, Dario Amodei, ha chiarito che per lui l’Intelligenza artificiale è necessaria a proteggere la nazione e le democrazie.
Ecco allora che Trump, presunto amico degli autocrati, affascinato dal loro carisma e un po’ invidioso dell’arbitrio di cui godono, tanto da essere pronto a concedere il Donbass allo zar e Taiwan a Xi Jinping, inizia ad apparire in una luce un po’ diversa: un leader cinico, sì; uno che non ha bisogno di mascherare gli interessi nazionali dietro la vecchia retorica liberale e internazionalista; un politico che, in questa chiave, considera più utile dividersi le regioni di competenza con i tiranni del pianeta; ma pure un autentico antagonista di Russia e Cina, intenzionato a riconfermare il primato di Washington infliggendo colpi dimostrativi ai rivali. Che reagiscono: Pechino è più abile a nascondersi, mentre è stato praticamente accertato il ruolo dei servizi di Mosca nel trasmettere informazioni d’intelligence all’Iran. Una collaborazione che Trump ha minimizzato, consapevole di quale sia il gioco cui stanno giocando le grandi potenze.
Mettere i bastoni tra le ruote a Putin in Ucraina, agli Usa, serve meno a esercitare pressioni per sbloccare trattative rispetto alle quali, già da tempo, The Donald ha perso entusiasmo, che per ribadire un concetto: il coltello dalla parte del manico ce l’ha ancora l’America, in virtù del suo primato tecnologico. E, ovviamente, delle sue capacità belliche: il blocco navale incrociato a Hormuz non sarà un memorabile successo a stelle e strisce, ma ha mostrato che l’Occidente non è l’unico esposto ai colli di bottiglia; anche la Cina soffre gravi vulnerabilità.
L’IA con l’elmetto rimescola buoni e cattivi. Trump è amico degli autocrati? Quel tanto che basta per poterci coesistere in un mondo pericoloso, ma in un equilibrio che resti sbilanciato a favore degli Stati Uniti. Il potere tra le nazioni è una carezza in un pugno.
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