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2020-06-02
Tasse giù grazie al Recovery? Bugia. La Ue parla di 20 miliardi di imposte
Angela Merkel (Ansa)
Vi raccontiamo da mesi dei rapporti con le istituzioni europee e spesso temiamo di essere troppo arditi nelle nostre esposizioni dei fatti e nella loro valutazione. Tuttavia, la realtà scava ogni giorno un solco ancora più profondo di quello che avevamo provato a tracciare. I peggiori dubbi sul Recovery Fund, che avevamo cautamente introdotto sin da giovedì 28, negli ultimi giorni sono stati ripresi e approfonditi sulla grande stampa europea e, soprattutto, sono stati fatti propri da autorevoli leader politici stranieri.
Buoni ultimi, dopo olandesi, svedesi ed ungheresi, sono arrivati il ministro delle Finanze austriaco Gernot Bluemel e il premier ceco Andrej Babis. Il ventaglio degli aggettivi spazia da «inaccettabile» a «inammissibile». Sembra sia stato scoperchiato il vaso di Pandora delle contraddizioni della Ue. L'intervista rilasciata domenica al Financial Times dal Commissario Ue al bilancio, l'austriaco Johannes Hahn, è per diversi aspetti clamorosa e torna sui due aspetti più controversi dell'iniziativa della Commissione: chi paga e per fare cosa. La risposta alla prima domanda è secca: i contribuenti dell'Unione. In particolare, Hahn progetta di far partire entro il 2027 un'imposta per circa 70.000 imprese con più di 750 milioni di fatturato che dovrebbe generare un gettito annuo pari a circa 15/20 miliardi. Si tratterà di una cifra forfettaria, parametrata alle dimensioni dell'impresa: una sorta di corrispettivo per i benefici del mercato unico, necessaria per il servizio del debito emesso dalla Commissione.
Ma questo è il meno. Infatti, Hahn manda in frantumi tutta la stantìa retorica dell'unione di bilancio e del debito condiviso. «Solo una operazione limitata nel tempo per investire, indebitandosi sui mercati, nella ripresa e nella resilienza dei Paesi più colpiti dal Covid 19. Non si introduce nulla dalla porta di servizio». Hahn aggiunge che «non è sostenibile che un Paese richieda sempre aiuto perché non è in grado di finanziare per conto proprio la ripresa. È come suonare la sveglia per alcuni Paesi. Gli investimenti e le riforme innescati dal Recovery Fund, consentiranno a certi Paesi di reggere meglio all'urto di crisi future. Nel passato, alcuni Paesi, sempre gli stessi, sono sempre stati più colpiti dalle crisi rispetto ad altri. Questi aiuti gli consentiranno di essere meglio attrezzati in futuro e di essere meno dipendenti dall'aiuto altrui». Altro che solidarietà: ci pagano (forse) le spese di riabilitazione e palestra per combattere meglio nel ring della competizione mondiale a colpi di deflazione, flessibilità del lavoro e dei mercati. D'altronde, il loro modello sociale è «homo homini lupus» di Thomas Hobbes, e per quello ci foraggiano.
Purtroppo i conti di questo tanto decantato aiuto continuano a non tornare. E ce lo conferma un dibattito avvenuto tra i parlamentari tedeschi di cui riferisce il quotidiano Handelsblatt. Le perplessità espressi dai tedeschi sono numerose: si dubita dell'effettiva capacità di spesa della Commissione, alle prese con un volume di attività pari a più del doppio del solito; si dubita della capacità dell'Italia di presentare progetti fino a 170 miliardi per ricevere sussidi e prestiti; «Non siamo qui per finanziare i tagli fiscali per l'Italia con i nostri soldi», tuona un deputato; infine, si ipotizza la necessità di una maggioranza qualificata (2/3) del Bundestag per l'approvazione del fondo. I tedeschi affermano, senza peli sulla lingua, che finora le raccomandazioni della Commissione per Roma si sono rivelate una «tigre di carta» e il Recovery Fund offre l'occasione per risvegliare riforme dormienti.
Il bilancio finanziario per il nostro Paese continua a fare acqua. Infatti, al fine permettere alla Commissione di emettere fino a 750 miliardi di obbligazioni con rating tripla A in 4 anni, è stato raddoppiato (dall'1% al 2% del Pil) il tetto di risorse proprie che la Commissione può richiedere agli Stati. In sostanza, la Commissione offre in garanzia ai mercati la possibilità di generare entrate per circa 1.100 miliardi, soprattutto richiedendole agli Stati. È vero, si tratta di garanzie, non di esborsi, ma comunque l'Italia si impegna, da subito, per almeno 96 miliardi (12,8% circa di 750 miliardi di maggiori contributi al bilancio Ue, ma formalmente sono ben di più), altrimenti la Commissione non può emettere bond. In ogni caso, dopo il 2028, quei 750 miliardi dovranno essere rimborsati dalla Commissione: 250 miliardi con le rate ricevute dai Paesi beneficiari dei prestiti, e gli altri 500 con maggiori tasse Ue o contributi degli Stati membri. Si tratta di pagare circa 64 miliardi. Ma siamo così sicuri di presentare progetti per investimenti e riforme sfruttando per intero i 68 miliardi del Rrf (o gli 81 del totale delle misure)?
Se il bilancio del prossimo settennio ci vedesse contribuenti netti per una somma ancora superiore ai circa 36 miliardi del precedente settennio e il saldo complessivo diventasse negativo, sarebbe proprio una magra consolazione poter dire che l'avevamo detto.
Confindustria & C. pregano: «Fate presto con il Mes». Ma a loro non cambia nulla
«Fate presto», per carità. L'aria di déja vu è più che giustificata, a meno di nove anni da quello che divenne l'inno dell'insediamento di Mario Monti . Oggi lo spread è sotto quota 200, ma a soffiare una brezza simile a quella del 2011 ci si mette una nutrita serie di sigle datoriali. Ecco la loro nota congiunta: «Esortiamo il governo, il Parlamento e le forze politiche a utilizzare fin da subito tutte le risorse e gli strumenti che l'Europa ha già messo a disposizione, a partire dai fondi per sostenere i costi diretti e indiretti dell'emergenza sanitaria. Non farlo sarebbe una scelta non comprensibile e comporterebbe una grave responsabilità verso il Paese, i suoi cittadini, le sue imprese». Firmato Abi (sic), Alleanza delle cooperative italiane, Ance, Cia, Coldiretti, Confagricoltura, Confapi, Confindustria, Copagri.
Senza citarlo, il Mes è il convitato di pietra. Non solo perché il riferimento a «costi diretti e indiretti dell'emergenza sanitaria» è lampante, ma anche perché è l'unico strumento pronto, visto che il rimpallo tra Eurogruppo, Consiglio europeo e Commissione sul Recovery fund ha finora prodotto l'azzeramento dei «coronabond» e un piano sui cui tempi e sulla cui attuabilità, vista la difficoltà di accordo politico sulla ripartizione, è lecito avere dubbi.
Ora, le associazioni fanno benissimo a chiedere che il governo spenda, e domandare che impieghi danaro a loro favore è nella loro natura di corpi intermedi: ci sarebbe da stupirsi del contrario. Ma ci sono due considerazioni di fondo che lasciano molti dubbi sul senso dell'appello diramato nel weekend dalle varie sigle. La prima è quantitativa: il Mes dovrebbe portare risorse fino al 2% del Pil, ma è stato detto e ripetuto in ogni lingua che coprirà solo spese «dirette e indirette» di natura sanitaria legate al Covid 19. Come più volte spiegato su queste colonne, ben difficilmente è possibile annoverare in questa categoria spese per 30 miliardi. Del resto, lo stesso documento del governo ha indicato in 1,7 miliardi la spesa sanitaria extra per il comparto dovuta all'emergenza pandemica. Per quale motivo - ad esempio - Coldiretti dovrebbe premere perché l'Italia acceda a questo strumento, che al 99% non riguarda il proprio compartro? Anche lasciando perdere le condizioni che il Mes trascina con sé (piani di rientro controllati dalla troika, creditore privilegiato che mette a rischio gli altri creditori eccetera), non si capisce l'insistenza delle associazioni nei confronti di capitoli di spesa che non riguarderebbero loro, se non marginalmente.
Ma la seconda obiezione è più sostanziale. Alle categorie che hanno firmato l'appello pare sfuggire un dato piuttosto clamoroso: le risorse eventuali del Mes non sono aggiuntive rispetto al deficit fissato dal Parlamento per il 2020, che ammonta a 75 miliardi circa - di cui 55 tardivamente stanziati a lockdown in corso da settimane. Ovvero: anche qualora il Mes desse 50 miliardi, le risorse a disposizione del Paese come differenza tra entrate e uscite non diventerebbero 125. Semplicemente, dei 75 miliardi previsti 50 verrebbero finanziati dal Mes, con tutto ciò che ne consegue. Confindustria & C hanno infinite ragioni per lamentare la scarsità di risorse impiegate dal governo nella pandemia, a maggior ragione dopo che Conte e i suoi hanno chiuso milioni di aziende per legge. Ma come l'esecutivo reperisca tali risorse è, a parità di importi, completamente indifferente per un'azienda che riceva sussidi o per un dipendente cui venga accreditata la cassa integrazione. Come si spiega dunque un appello congiunto in favore di una di queste scelte politico-finanziarie di approvvigionamento?
Enrico Letta ha fatto il ministro e il premier: non può non aver perfettamente presente la dinamica con cui un Paese si finanzia. Ieri a Formiche ha rilasciato un'intervista in cui, tra le altre cose, ha detto: «Abbiamo una sanità distrutta, in particolare quella lombarda. Con i fondi del Mes si potrebbe finanziare un piano per mille comuni italiani rurali. Per un piano del genere servono risorse europee, utilizzando esclusivamente soldi italiani non ce la faremmo». È falso, ma a suo modo utile. Aiuta a capire che, forse, la prospettiva dei vertici delle categorie è solo politica, e non di rappresentanza. L'appello al Mes serve a dare l'impressione di un Paese che non chiede altro.
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Il commissario al Bilancio, Johannes Hahn, spiega come si sosterrà il piano europeo: con una stangata su 70.000 imprese Intanto Praga boccia il fondo e i deputati tedeschi tuonano: «Non finanzieremo noi i tagli fiscali per l'Italia»Abi, Coldiretti, Ance e altre sigle invocano il Salvastati. Fanno politica: i soldi sono per la sanità e non si sommano al deficit Lo speciale contiene due articoliVi raccontiamo da mesi dei rapporti con le istituzioni europee e spesso temiamo di essere troppo arditi nelle nostre esposizioni dei fatti e nella loro valutazione. Tuttavia, la realtà scava ogni giorno un solco ancora più profondo di quello che avevamo provato a tracciare. I peggiori dubbi sul Recovery Fund, che avevamo cautamente introdotto sin da giovedì 28, negli ultimi giorni sono stati ripresi e approfonditi sulla grande stampa europea e, soprattutto, sono stati fatti propri da autorevoli leader politici stranieri.Buoni ultimi, dopo olandesi, svedesi ed ungheresi, sono arrivati il ministro delle Finanze austriaco Gernot Bluemel e il premier ceco Andrej Babis. Il ventaglio degli aggettivi spazia da «inaccettabile» a «inammissibile». Sembra sia stato scoperchiato il vaso di Pandora delle contraddizioni della Ue. L'intervista rilasciata domenica al Financial Times dal Commissario Ue al bilancio, l'austriaco Johannes Hahn, è per diversi aspetti clamorosa e torna sui due aspetti più controversi dell'iniziativa della Commissione: chi paga e per fare cosa. La risposta alla prima domanda è secca: i contribuenti dell'Unione. In particolare, Hahn progetta di far partire entro il 2027 un'imposta per circa 70.000 imprese con più di 750 milioni di fatturato che dovrebbe generare un gettito annuo pari a circa 15/20 miliardi. Si tratterà di una cifra forfettaria, parametrata alle dimensioni dell'impresa: una sorta di corrispettivo per i benefici del mercato unico, necessaria per il servizio del debito emesso dalla Commissione.Ma questo è il meno. Infatti, Hahn manda in frantumi tutta la stantìa retorica dell'unione di bilancio e del debito condiviso. «Solo una operazione limitata nel tempo per investire, indebitandosi sui mercati, nella ripresa e nella resilienza dei Paesi più colpiti dal Covid 19. Non si introduce nulla dalla porta di servizio». Hahn aggiunge che «non è sostenibile che un Paese richieda sempre aiuto perché non è in grado di finanziare per conto proprio la ripresa. È come suonare la sveglia per alcuni Paesi. Gli investimenti e le riforme innescati dal Recovery Fund, consentiranno a certi Paesi di reggere meglio all'urto di crisi future. Nel passato, alcuni Paesi, sempre gli stessi, sono sempre stati più colpiti dalle crisi rispetto ad altri. Questi aiuti gli consentiranno di essere meglio attrezzati in futuro e di essere meno dipendenti dall'aiuto altrui». Altro che solidarietà: ci pagano (forse) le spese di riabilitazione e palestra per combattere meglio nel ring della competizione mondiale a colpi di deflazione, flessibilità del lavoro e dei mercati. D'altronde, il loro modello sociale è «homo homini lupus» di Thomas Hobbes, e per quello ci foraggiano.Purtroppo i conti di questo tanto decantato aiuto continuano a non tornare. E ce lo conferma un dibattito avvenuto tra i parlamentari tedeschi di cui riferisce il quotidiano Handelsblatt. Le perplessità espressi dai tedeschi sono numerose: si dubita dell'effettiva capacità di spesa della Commissione, alle prese con un volume di attività pari a più del doppio del solito; si dubita della capacità dell'Italia di presentare progetti fino a 170 miliardi per ricevere sussidi e prestiti; «Non siamo qui per finanziare i tagli fiscali per l'Italia con i nostri soldi», tuona un deputato; infine, si ipotizza la necessità di una maggioranza qualificata (2/3) del Bundestag per l'approvazione del fondo. I tedeschi affermano, senza peli sulla lingua, che finora le raccomandazioni della Commissione per Roma si sono rivelate una «tigre di carta» e il Recovery Fund offre l'occasione per risvegliare riforme dormienti.Il bilancio finanziario per il nostro Paese continua a fare acqua. Infatti, al fine permettere alla Commissione di emettere fino a 750 miliardi di obbligazioni con rating tripla A in 4 anni, è stato raddoppiato (dall'1% al 2% del Pil) il tetto di risorse proprie che la Commissione può richiedere agli Stati. In sostanza, la Commissione offre in garanzia ai mercati la possibilità di generare entrate per circa 1.100 miliardi, soprattutto richiedendole agli Stati. È vero, si tratta di garanzie, non di esborsi, ma comunque l'Italia si impegna, da subito, per almeno 96 miliardi (12,8% circa di 750 miliardi di maggiori contributi al bilancio Ue, ma formalmente sono ben di più), altrimenti la Commissione non può emettere bond. In ogni caso, dopo il 2028, quei 750 miliardi dovranno essere rimborsati dalla Commissione: 250 miliardi con le rate ricevute dai Paesi beneficiari dei prestiti, e gli altri 500 con maggiori tasse Ue o contributi degli Stati membri. Si tratta di pagare circa 64 miliardi. Ma siamo così sicuri di presentare progetti per investimenti e riforme sfruttando per intero i 68 miliardi del Rrf (o gli 81 del totale delle misure)?Se il bilancio del prossimo settennio ci vedesse contribuenti netti per una somma ancora superiore ai circa 36 miliardi del precedente settennio e il saldo complessivo diventasse negativo, sarebbe proprio una magra consolazione poter dire che l'avevamo detto.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/tasse-giu-grazie-al-recovery-bugia-la-ue-parla-di-20-miliardi-di-imposte-2646147055.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="confindustria-c-pregano-fate-presto-con-il-mes-ma-a-loro-non-cambia-nulla" data-post-id="2646147055" data-published-at="1591086945" data-use-pagination="False"> Confindustria & C. pregano: «Fate presto con il Mes». Ma a loro non cambia nulla «Fate presto», per carità. L'aria di déja vu è più che giustificata, a meno di nove anni da quello che divenne l'inno dell'insediamento di Mario Monti . Oggi lo spread è sotto quota 200, ma a soffiare una brezza simile a quella del 2011 ci si mette una nutrita serie di sigle datoriali. Ecco la loro nota congiunta: «Esortiamo il governo, il Parlamento e le forze politiche a utilizzare fin da subito tutte le risorse e gli strumenti che l'Europa ha già messo a disposizione, a partire dai fondi per sostenere i costi diretti e indiretti dell'emergenza sanitaria. Non farlo sarebbe una scelta non comprensibile e comporterebbe una grave responsabilità verso il Paese, i suoi cittadini, le sue imprese». Firmato Abi (sic), Alleanza delle cooperative italiane, Ance, Cia, Coldiretti, Confagricoltura, Confapi, Confindustria, Copagri. Senza citarlo, il Mes è il convitato di pietra. Non solo perché il riferimento a «costi diretti e indiretti dell'emergenza sanitaria» è lampante, ma anche perché è l'unico strumento pronto, visto che il rimpallo tra Eurogruppo, Consiglio europeo e Commissione sul Recovery fund ha finora prodotto l'azzeramento dei «coronabond» e un piano sui cui tempi e sulla cui attuabilità, vista la difficoltà di accordo politico sulla ripartizione, è lecito avere dubbi. Ora, le associazioni fanno benissimo a chiedere che il governo spenda, e domandare che impieghi danaro a loro favore è nella loro natura di corpi intermedi: ci sarebbe da stupirsi del contrario. Ma ci sono due considerazioni di fondo che lasciano molti dubbi sul senso dell'appello diramato nel weekend dalle varie sigle. La prima è quantitativa: il Mes dovrebbe portare risorse fino al 2% del Pil, ma è stato detto e ripetuto in ogni lingua che coprirà solo spese «dirette e indirette» di natura sanitaria legate al Covid 19. Come più volte spiegato su queste colonne, ben difficilmente è possibile annoverare in questa categoria spese per 30 miliardi. Del resto, lo stesso documento del governo ha indicato in 1,7 miliardi la spesa sanitaria extra per il comparto dovuta all'emergenza pandemica. Per quale motivo - ad esempio - Coldiretti dovrebbe premere perché l'Italia acceda a questo strumento, che al 99% non riguarda il proprio compartro? Anche lasciando perdere le condizioni che il Mes trascina con sé (piani di rientro controllati dalla troika, creditore privilegiato che mette a rischio gli altri creditori eccetera), non si capisce l'insistenza delle associazioni nei confronti di capitoli di spesa che non riguarderebbero loro, se non marginalmente. Ma la seconda obiezione è più sostanziale. Alle categorie che hanno firmato l'appello pare sfuggire un dato piuttosto clamoroso: le risorse eventuali del Mes non sono aggiuntive rispetto al deficit fissato dal Parlamento per il 2020, che ammonta a 75 miliardi circa - di cui 55 tardivamente stanziati a lockdown in corso da settimane. Ovvero: anche qualora il Mes desse 50 miliardi, le risorse a disposizione del Paese come differenza tra entrate e uscite non diventerebbero 125. Semplicemente, dei 75 miliardi previsti 50 verrebbero finanziati dal Mes, con tutto ciò che ne consegue. Confindustria & C hanno infinite ragioni per lamentare la scarsità di risorse impiegate dal governo nella pandemia, a maggior ragione dopo che Conte e i suoi hanno chiuso milioni di aziende per legge. Ma come l'esecutivo reperisca tali risorse è, a parità di importi, completamente indifferente per un'azienda che riceva sussidi o per un dipendente cui venga accreditata la cassa integrazione. Come si spiega dunque un appello congiunto in favore di una di queste scelte politico-finanziarie di approvvigionamento? Enrico Letta ha fatto il ministro e il premier: non può non aver perfettamente presente la dinamica con cui un Paese si finanzia. Ieri a Formiche ha rilasciato un'intervista in cui, tra le altre cose, ha detto: «Abbiamo una sanità distrutta, in particolare quella lombarda. Con i fondi del Mes si potrebbe finanziare un piano per mille comuni italiani rurali. Per un piano del genere servono risorse europee, utilizzando esclusivamente soldi italiani non ce la faremmo». È falso, ma a suo modo utile. Aiuta a capire che, forse, la prospettiva dei vertici delle categorie è solo politica, e non di rappresentanza. L'appello al Mes serve a dare l'impressione di un Paese che non chiede altro.
(Ansa)
La riforma consta di otto articoli, sull’ultimo dei quali - «Disposizioni transitorie» - tornerò alla fine. Gli altri sette modificano gli articoli 87, 102, 104-107 e 110 della Costituzione. Sembrerebbe la modifica di sette articoli e infatti le lamentele del Comitato per il No esordiscono proprio così: «Questa legge modifica sette articoli della Costituzione». Il che, pur apparentemente vero, è sostanzialmente sonoramente falso e fuorviante. Il Comitato per il No esordisce manipolandovi col trasmettere il messaggio angoscioso che la riforma governativa stravolgerebbe la Costituzione. Una comunicazione levantina che da sola basterebbe a togliere ogni fiducia a chi invita a votare No.
La verità sostanziale è che si modificano solo due articoli, mentre gli altri sono solo adeguati per coerenza. Per esempio, visto che nei due veri articoli modificati si istituiscono due magistrature governate, ciascuna, dal proprio Consiglio superiore, l’articolo 87 - che attualmente recita: «Il presidente della Repubblica presiede il Csm» - diventa: «Il presidente della Repubblica presiede il Csm giudicante e il Csm requirente». Simili considerazioni valgono per gli articoli 102, 105, 106 e 110. Gli articoli veramente modificati sono il 104 e il 105. La riforma disciplina tre cose.
L’esordio dell’articolo 104 - «La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere» - diventa: «La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere ed è composta dai magistrati della carriera giudicante e della carriera requirente». È finalmente introdotta la separazione delle carriere: così come l’avvocato che vi difende non è collega del giudice che deve emettere sentenza, anche la pubblica accusa non lo sarà più. Ove l’articolo vecchio continua assegnando la presidenza dell’unico Csm al capo dello Stato, quello nuovo si adegua, istituisce due Csm e mantiene il capo dello Stato a presiederli entrambi. Ecco attuato il principio del giusto processo, in ottemperanza all’articolo 111 della Costituzione.
Secondo il vecchio articolo, gli altri componenti (attualmente 24) sono «eletti» per 2/3 dai magistrati e per 1/3 da una lista che il Parlamento compone tra professionisti di lungo corso del diritto. Nell’articolo modificato dalla riforma, la parola «eletti» è sostituita con le parole «estratti a sorte».
L’articolo 105 attuale recita: «Spettano al Csm le assunzioni, le assegnazioni e i trasferimenti, le promozioni e i provvedimenti disciplinari nei riguardi dei magistrati». Il nuovo articolo 105 è molto più lungo, col primo comma quasi coincidente con l’intero articolo vecchio: «Spettano a ciascuno dei due Csm le assunzioni, le assegnazioni, i trasferimenti, le valutazioni di professionalità e i conferimenti di funzioni nei riguardi dei magistrati». Come si nota, le parole «le promozioni» sono sostituite con le parole «le valutazioni di professionalità e i conferimenti di funzioni»; e sono state soppresse le parole «provvedimenti disciplinari» del vecchio articolo. Cosa significa? Significa, intanto, che ove la vecchia legge parla solo di «promozioni», la nuova parla di «valutazioni di professionalità». Ora, non voglio qui rivangare la brillante carriera dei giudici che hanno distrutto la vita di Enzo Tortora, solo perché non voglio dare l’impressione che quella del caso Tortora sia l’eccezione che conferma una regola: temo che sia invece la regola. Ancora: a leggere l’attuale articolo 105, suona quanto mai bizzarro che eventuali provvedimenti disciplinari nei confronti di un magistrato siano affidati a coloro che quel medesimo magistrato ha eletto. E, infatti, come osservavo a mo’ di esempio, quelli coinvolti nel caso Tortora, lungi dal subire provvedimenti disciplinari, fecero invece brillante carriera. Nel resto del nuovo art. 105, la riforma istituisce allora un’Alta Corte disciplinare, composta da 15 giudici professionalmente qualificati: «Tre dei quali nominati dal presidente della Repubblica» e gli altri 12 sono, di nuovo, tutti estratti a sorte: sei sono della magistratura giudicante, tre della magistratura inquirente e tre da un elenco di professionisti di lungo corso del diritto nominati dal Parlamento. I membri dell’Alta Corte non possono essere membri di nessun Parlamento (regionale, nazionale o europeo) né possono esercitare professione di avvocato. Infine, chi è soggetto a provvedimenti dell’Alta Corte può impugnarli solo dinanzi alla medesima Corte e, in questo caso, essa giudica in assenza dei componenti che hanno concorso alla decisione impugnata.
La prima lamentela del Comitato per il No è che la riforma assoggetterebbe il Csm al governo e/o al Parlamento. Ora, ditemi voi, come possa mai accadere che, passando da un meccanismo elettivo a una estrazione a sorte, chicchessia possa meglio influenzare sull’esito finale. Anzi, l’estrazione a sorte tra i titolati a far parte dei due Csm o dell’Alta Corte è l’unica cosa che garantisce che la scelta dei componenti sia avvenuta senza alcuna influenza esterna. Allora, chi vi dice che la riforma introduce, rispetto alla vecchia legge, maggiore controllo del potere politico, vi sta manipolando, vi sta mentendo, e vi sta togliendo il potere di scegliere. Né è vero che gli scelti per votazione sono i più «bravi»: sono solo quelli che hanno avuto più voti.
Le «Disposizioni transitorie», poi, prevedono che le leggi sul Csm, sull’ordinamento giudiziario e sulla giurisdizione disciplinare siano adeguate entro un anno alla nuova norma costituzionale. Allora, non solo con la nuova legge l’ingerenza della politica sulla magistratura è ridotta, ma codesta presunta ingerenza non è di alcun beneficio all’attuale esecutivo, che sarà a scadenza a ridosso dell’entrata in vigore della riforma.
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Una seduta del Csm (Imagoeconomica)
Battute a parte, resta la notizia e cioè che ieri il Tar del Lazio ha dato torto ai criticoni: il referendum si terrà nella data fissata dal governo, quindi domenica 22 e lunedì 23 marzo. Per i giudici amministrativi le preoccupazioni del No non avevano senso, non c’era alcuna prevaricazione e soprattutto il tempo per informare i cittadini è assolutamente congruo. Del resto, lo stesso capo dello Stato Sergio Mattarella non aveva avuto problemi a firmare la delibera che fissava la data, alla quale si era giunti dopo una mediazione di equilibrio.
Pertanto non ci saranno sorprese: si va dritti sul 22 e il 23 marzo, nel senso che la decisione del governo, secondo il Tar, non è un atto «lesivo e illegittimo» e non «rappresenta di fatto l’espropriazione del diritto dei cittadini di raccogliere le firme». La decisione dei giudici amministrativi è tanto più importante se si pensa che è avvenuta con sentenza e non con ordinanza, il che - per dirla in soldoni - rafforza la stessa, poiché non si ferma al solo congelamento del ricorso (cioè la richiesta di sospensione cautelare) ma entra anche nel merito delle questioni sollevate dai 15 giuristi che avevano promosso l’iniziativa. Insomma il governo e il fronte del Sì vincono abbondantemente su tutta la linea.
Questo ci permette allora di riprendere quanto nei giorni scorsi Alessandro Sallusti aveva già scritto, illuminando un aspetto fondamentale. Perché - si domandava - così tanto affanno da parte dei promotori nel chiedere la sospensione cautelare rispetto alla data fissata dal governo? Perché chiedere il posticipo, denunciando lesioni di diritti a danno dei cittadini? Ecco, Sallusti ci indicava una ragione che alla luce della sentenza del Tar del Lazio si fa ancor più condivisibile. Al fronte del No, quello che sta raccontando di pm che verrebbero assoggettati al potere politico (da qui la campagna pubblicitaria nelle stazioni e non solo…), interesserebbe arrivare al rinnovo del Csm con le vecchie regole; perciò spingeva a posticipare il referendum: buttare la palla in tribuna e guadagnare tempo.
In effetti, quand’anche il referendum convalidasse la riforma del governo - come sembra dai recenti sondaggi - poi ci sarà bisogno dei decreti attuativi, cioè di quelle leggi che «fanno camminare» le buone intenzioni legislative. Una vittoria del Sì il 22 e il 23 marzo velocizzerebbe tali norme blindandole in un calendario favorevole al rinnovo del Csm secondo le nuove regole. Un posticipo del referendum avrebbe invece ritardato tali tabella di marcia. Ci sono dieci mesi circa per impostare il rinnovo del Csm che va a scadenza tra un anno: se tutto filerà liscio a quel punto avremo un Csm per i giudici e uno per i pm, con l’azzeramento dei giochi tra le correnti perché gli organi di autogoverno sarebbero compilati secondo il sorteggio.
Ritardare il referendum avrebbe vanificato questa operazione anche in caso di vittoria dei Sì perché le procedure di rinnovo sarebbero state fatte con le vecchie regole e quindi… Buonanotte ai suonatori. La decisone del Tar del Lazio - che ripeto è entrato nel merito delle questioni sollevate dai 15 giuristi promotori spazzandole via - dà indirettamente ulteriore smalto ai promotori del Sì e ci consentirà di entrare nel vivo della campagna al netto degli allarmismi creati ad arte. Questa riforma è un passo avanti in una ridefinizione della giustizia rimettendola su binari più consoni, facendo invece deragliare (con la procedura del sorteggio) il treno del correntismo togato. La riforma del Csm è il cuore della legge costituzionale su cui ci esprimeremo e - ora più che mai - siamo convinti che proprio per questo le anime più politicizzate stanno dicendo e facendo cose bizzarre, dai post del segretario alla richiesta di rinvio del referendum.
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Ecco #DimmiLaVerità del 29 gennaio 2026. Il grande esperto di geopolitica Daniele Ruvinetti rivela un dettaglio inedito della escalation Usa-Iran.
Danni causati dal ciclone Harry sul lungomare di Catania (Ansa)
Può sembrare strano, considerata l’estensione delle nostre coste e che fenomeni del genere, quindi, andrebbero annoverati tra le calamità. Eppure, nella normativa c’è questo vuoto che espone le aziende al rischio di non aver nessun rimborso dalle assicurazioni, anche dopo essersi impegnate economicamente per tutelarsi da possibili disastri. È prevista la copertura contro le inondazioni ma non contro le mareggiate», spiega il presidente di Confesercenti, Nico Gronchi.
Una dimenticanza nella preparazione della norma prevista dalla legge di Bilancio 2024? Eppure, il governo ha puntato sul meccanismo delle polizze catastrofali come strumento per evitare che il costo dei danni ricada prevalentemente sul bilancio pubblico, considerata la frequenza dei fenomeni naturali estremi nel nostro Paese. La norma, lo ricordiamo, prevede l’obbligo, per le imprese, di stipulare una polizza per i danni causati da sismi, alluvioni, frane, inondazioni ed esondazioni. Le aziende che non si assicurano contro eventi catastrofali perdono l’accesso a contributi pubblici, agevolazioni e incentivi fiscali. Quindi è una misura strategica che, però, «arrivata al primo banco di prova, rischia di fallire», afferma Gronchi.
Le scadenze per dotarsi di una polizza sono state scaglionate: 31 marzo 2025 per le imprese grandi con oltre 250 dipendenti, 30 settembre 2025 per le medie aziende (da 50 a 250 dipendenti), mentre per tutte le micro e piccole imprese l’obbligo era stato posticipato al 31 dicembre 2025. Il Milleproroghe ha poi spostato l’obbligo a fine marzo prossimo per alcune categorie come la ricezione e il turismo, cioè alberghi, bar e ristoranti. «Si può quindi creare la situazione paradossale che in un immobile danneggiato ci siano differenti trattamenti; magari c’è un negozio che è stato obbligato a sottoscrivere una polizza mentre un bar aveva il tempo per farlo fino a fine marzo. È una norma che ha svariate incertezze», afferma Gronchi, sottolineando che «molte imprese hanno difficoltà ad avere i preventivi dalle assicurazioni. Abbiamo un pezzo di imprese senza copertura assicurativa perché la scadenza della sottoscrizione è stata spostata in avanti, mentre altre che non riescono a capire se, pur avendo una polizza, saranno o meno coperte, dal momento che i danni sono da mareggiate e non da inondazioni».
Le problematiche non finiscono qui. Il presidente di Confesercenti evidenzia il rischio che «chi non ha polizza non possa avere accesso a eventuali aiuti pubblici. La normativa dice che, in caso di catastrofe ambientale, l’impresa non assicurata non potrà richiedere ristori o contributi per la ricostruzione. In pratica l’imprenditore dovrà ripagare i danni mettendo mano al proprio portafoglio. Non solo. Senza polizza, l’azienda è considerata fragile e questo può portare al rifiuto di prestiti da parte delle banche o a tassi d’interesse più alti».
Confesercenti si è mossa per dare un aiuto alle aziende in difficoltà. «Abbiamo attivato un plafond complessivo di 2,5 milioni per prestiti agevolati destinati alle imprese siciliane, calabresi e sarde per gestire l’emergenza». L’intervento più strategico è nella lettera che Gronchi ha inviato al premier Giorgia Meloni, nella quale chiede di spostare al 30 giugno la scadenza dell’obbligo di sottoscrizione di una polizza. «Servirebbe a superare le incertezze. Abbiamo bisogno di tempo per far in modo che il meccanismo funzioni. L’Italia è territorio fragile e senza lo strumento delle polizze catastrofali, che affianchino l’intervento dello Stato, non si va da nessuna parte. In Sicilia ci sono oltre 1.000 imprese concentrate tra Messina e Catania colpite dal ciclone Harry, con danni per 750-800 milioni. Senza contare i danni al patrimonio pubblico».
Poi c’è il capitolo delicato degli stabilimenti balneari, le strutture più danneggiate. «Avendo le concessioni scadute e con l’incertezza dell’esito della direttiva Ue Bolkestein, sono penalizzate dalle banche perché il loro futuro è incerto e potrebbero avere difficoltà nell’accesso al credito».
In questo caos c’è anche il fronte delle assicurazioni. Al pressing del governo per spingerle a rimborsare le imprese danneggiate, l’Ania, richiamando la legge, sottolinea proprio quanto evidenziato dalla Confesercenti, ovvero che le mareggiate e i danni provocati dal vento restano fuori dalla lista degli eventi coperti dalle polizze. A meno che le imprese non abbiano sottoscritto polizze più ampie di quelle obbligatorie, includendo anche le mareggiate, non c’è possibilità di ricevere i rimborsi.
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